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Piccolo manifesto per un nuovo welfare

 di Giovanni Zoppoli 

Illustrazione di Andrea Bruno

Illustrazione di Andrea Bruno

 

Lo smottamento sotto i piedi di chi lavora nel sociale è ormai avvertibile ovunque. Nelle piccole provincie benestanti come nei grandi comuni in dissesto finanziario. Servizi sociali in via di smantellamento; assistenti sociali assunti sempre più spesso attraverso agenzie interinali; esternalizzazione automatica di servizi che, fino a un paio di anni fa, erano considerati conquiste irrinunciabili (vedi il caso dei nidi e delle materne emiliane), la cui gestione sempre più spesso è affidata, nel migliore dei casi a fondazioni pubblico-private di nuova e ambigua genitura, nel peggiore al privato sociale, cattolico o cooperativistico; l’esaurimento di quasi tutti i progetti educativi “diffusi” sul territorio, ad eccezione di quelli emergenziali; la polarizzazione del finanziamento per le politiche sociali sempre più concentrato nelle mani delle grandi cooperative di servizio o dirottato verso strutture a impronta sanitaria.

Se il modello di integrazione sociale che abbiamo conosciuto è destinato, come sembra, a franarci sotto i piedi, le possibilità che si aprono sono due: cristallizzarne l’assetto, magari con i metodi “dolci” ma non per questo meno brutali di fondazioni e cooperative, in una semplificazione che ruota di nuovo intorno a ricchezza e povertà (chi è dentro è dentro e chi è fuori ci rimanga) oppure metterne in discussione i presupposti e ripensarne a fondo la struttura.

Il filo rosso dei contributi che proponiamo (a partire da questa anticipazione del “manifesto per un nuovo welfare” di Giovanni Zoppoli) nel numero de “Gli asini” in uscita e in vista di un convegno che stiamo preparando a Napoli per la prossima primavera si muovono ovviamente in quest’ultima direzione. E lasciano intravedere un nuovo modo di intendere il lavoro sociale e la relazione educativa che sarà compito delle minoranze più vive mettere a fuoco.

A partire dalla rottura delle categorie che settorializzano gli ambiti dell’intervento sociale: rischio devianza, disagio psichico, stranieri, adolescenti, per citare solo quelle più usurate, categorie con le quali le accademie, le istituzioni, i bandi che veicolano i finanziamenti isolano una porzione di realtà con l’illusione di “curarla” come una parte malata del tutto. Alienando l’individuo da sé stesso e il corpo sociale dagli uomini e le donne di cui è composto. Per finire con un nuovo e più corretto equilibrio tra “autogestione” e intervento specializzato: c’è un ampio ordine di problemi che dovrebbe essere nelle possibilità dell’individuo risolvere in autonomia, un ordine che potrebbe beneficiare molto di più di nuove e fondamentali forme di mutualismo e auto-aiuto e un ordine infine che necessita di professionalità e interventi istituzionali specializzati. Questa scala dei “problemi” non corrisponde per forza a unità di complessità crescenti: è la tipologia delle questioni di interesse sociale che necessita e invita a forme di risposte diverse, nell’ottica generale di un continuo potenziamento dell’autodeterminazione dei singoli e delle comunità con cui i singoli scelgono di condividere impegni, spinte vitali e forme di sostegno e aiuto.

Lo scenario che dobbiamo in tutti i modi scongiurare è il mantenimento degli stessi strumenti, degli stessi meccanismi, della stessa cultura del sociale a fronte di una drastica riduzione delle possibilità economiche. Le risorse che continueranno a diminuire e la mentalità che continuerà a rimanere invariata: è questa, crediamo, la cosa peggiore che potrà capitare. (Gli asini)

 

 

Temi come quelli dell’emarginazione, della povertà e dell’ingiustizia sociale appartengono alle società di ogni epoca e latitudine. Ciò che fa la differenza è il modo in cui le società si organizzano per affrontarli. Rispetto alle società del passato, la nostra avrebbe il vantaggio dei tanti suggerimenti che l’esperienza di secoli e le teorie fornite da scienze, filosofie e religioni potrebbero offrirle.

Non rientra nelle nostre capacità, né è nostro compito, stabilire se oggi ci sia più o meno ingiustizia sociale, povertà ed emarginazione rispetto al passato. Tentiamo tuttavia di proporre in maniera (probabilmente troppo) sintetica alcuni punti a premessa di questo piccolo manifesto sul welfare. 

1) Ricchi e poveri La sproporzione tra ricchi e poveri, in ogni regione del mondo, è tutt’altro che azzerata, anzi la crisi internazionale e le politiche degli stati per farvi fronte sembrano oggi aggravare questa forbice. Qualsiasi discorso sul welfare presuppone una diversa organizzazione dei mezzi di produzione e del sistema di distribuzione delle ricchezze. Immaginare i modelli di società verso cui tendere è il presupposto indispensabile per ridefinire concetti e categorie chiave usati in questi anni dalle politiche sociali come “disagio”, “esclusione”, “devianza”, “illegalità”.

2) Vocabolario Termini come “povertà” non hanno più lo stesso significato che avevano nel secolo scorso. Anche se l’attuale crisi internazionale sta portando a nuovi cambiamenti, il consumismo del 2000 (caratterizzato dalla preferenza
di beni superflui a quelli di prima necessità) ha stravolto anche significati e significanti del vecchio vocabolario del disagio sociale. 

3) Sovranità ridotta In Europa i governi nazionali fruiscono di aiuti e hanno più peso in ambito mondiale (o almeno ce l’hanno alcuni dei governi europei) anche in cambio della rinuncia ad alcune delle proprie funzioni sovrane. In ambito di immigrazione ad esempio, molta parte della legislazione italiana non può che uniformarsi a quella europea. Anche in materia di sicurezza e sanità, per molti versi, i governi locali non possono che uniformarsi alle direttive europee. E molti dei fondi europei (oggi tra le poche possibilità di tenere in vita iniziative negli ambiti più disparati) sono subordinati al rispetto di regole e finalità stabilite dagli organismi sovranazionali che li elargiscono (ovviamente tutto questo è vero in teoria, perché in pratica innumerevoli e diversificati sono i modi che gli stati si sono inventati per fare in altro modo). 

4) Bilanci Alla voce “welfare” appartengono molte delle azioni e misure di uno stato (pensioni di lavoro e invalidità, sanità, eccetera). Solo una piccolissima fetta del bilancio italiano viene destinata al sistema degli aiuti direttamente rivolti a migliorare condizioni di povertà ed emarginazione conclamate. L’istituzione di un fondo a questo destinato è avvenuto solo negli anni novanta e la sua programmazione non va oltre l’anno, impedendo così a comuni e altri enti locali di predisporre una programmazione di più ampio respiro.

5) Invisibili Un’ampia fascia di popolazione, come i migranti nelle Terre di lavoro tra Napoli e Caserta, pur contribuendo a produrre reddito ed essendo di fatto la colonna dorsale di molta economia locale, solo per il fatto di non possedere un regolare permesso di soggiorno, non viene contemplata nei piani di zona (l’analisi dei bisogni e la “lista” dei servizi che uno o più comuni propongono a governo e regioni per il proprio territorio): la spesa sociale si basa su dati e analisi di contesto difformi dalla realtà. 

 

PRIMO MOVIMENTO
Anche per uniformarsi ai modelli degli altri stati, a partire dagli anni novanta l’Italia ha tentato di avviare una riforma dello stato sociale. La pretesa mutazione è stata inserita in un sistema caratterizzato per lo più da servizi di base erogati dal pubblico (e in maniera molto difforme a seconda tra nord e sud) e dal supporto di un volontariato non remunerato e militante (religioso, comunista, anarchico o comunque basato su motivazioni e rivolto a finalità che avevano radici negli ideali attorno a cui quelle stesse organizzazioni cercavano di radunare proseliti).

educazione e religione

I tre mali della Chiesa cattolica

mali chiesadi Vinicio Albanesi

Proponiamo di seguito la trascrizione dell’intervento di don Vinicio Albanesi a Umbrialibri 2012, in un incontro con Piergiorgio Giacché. Vinicio Albanesi è il Presidente della Comunità di Capodarco e autore del recente volume  I tre mali della Chiesa in Italia (Edizioni Àncora 2012).

Questo articolo è un’anteprima dell’ultimo numero de “Gli asini”. Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

 

 Ho pensato spesso alla possibilità di una riforma della Chiesa nel mondo. Perché? Perché credo che il Cristianesimo sia una proposta, come tante ce ne sono state in altre culture e civiltà. È una proposta che può essere accolta, può essere rifiutata e può risultare anche indifferente, proprio come accadde con il messaggio che Gesù, l’“ebreo errante”, ha portato in quel piccolo pezzo di terra che è la Palestina. Ma, al di là di tutto, è oggi nostro dovere tornare a considerarlo come tale.

Comincio da questa riflessione perché credo che da tempo, e in particolare in questo momento di violenta crisi, la Chiesa abbia abbandonato proprio la dimensione della proposta. Un sinodo dei vescovi si è concluso il 28 ottobre scorso ed è passato come acqua fresca: trecento vescovi da tutto il mondo si sono riuniti e il sinodo non ha portato a nulla. Questo, tra tanti altri, è l’indizio di un verbalismo che vorrebbe rivitalizzare un Cristianesimo anch’esso in crisi senza riuscirci, perché è vuoto, fatto di parole che non hanno più senso. Si fanno trattati, piani pastorali, si danno le indicazioni più varie: ora c’è l’anno della fede, poi il ricordo del concilio, il catechismo della Chiesa cattolica, e ancora il sinodo. Però, una persona che guarda a tutto questo finisce per chiedersi “qual è la sostanza di queste parole? Cosa vogliono dire?” E questa domanda – quando il messaggio è religioso – diventa “ma qual è la proposta?” Eppure, nella Chiesa l’attenzione a questa domanda si è quasi completamente persa. Anzi questo “grande organismo”, nel registrare questa difficoltà comincia ad avere paura e tende a chiudere tutti i boccaporti.

Naturalmente, la proposta non solo è un elemento essenziale del Cristianesimo, ma anche un compito arduo da interpretare e da portare avanti. Il Signore non si è presentato come un profeta di Dio, ma come il figlio Dio: la proposta era “se credi in me scoprirai il volto di Dio, altrimenti non lo incontrerai”. Dare fiducia a una proposta del genere è certo estremamente difficile, ma è proprio per questo che la proposta centrale nella vita della Chiesa dovrebbe essere il messaggio “io vi farò scoprire il volto di Dio” pronunciato da Gesù.

Dio non si tocca, non si incontra: è il riflesso del pensiero che noi abbiamo di Dio. Perché al di fuori di noi – gli scienziati ci aiutano – non esiste nulla se non ciò che è mediato da noi stessi. Diciamo “l’eternità”, “l’infinito”, “il perfetto”, ma in realtà non abbiamo esperienza che del tempo, del finito, del limite. Quindi, quando qualcuno ci propone “io ti faccio vedere il volto di Dio”, o afferriamo questa proposta oppure ce ne discostiamo, ma non possiamo accoglierla solo esteriormente.

gli asini

Il nuovo numero

 

asini-14

 

Gli Asini n. 14

febbraio/marzo 2013

Religione e educazione

Da diverso tempo ormai è facile constatare come nelle azioni sociali a cui ci avviene di partecipare, è molto più probabile trovarsi al fianco di alcune minoranze del mondo cattolico, sacerdoti o laici, che non a persone che si richiamano a una cultura di sinistra, o alle forze attuali della sinistra che poi, nei fatti, tanto di sinistra non sono. Con una certa rozzezza e una buona approssimazione, possiamo dire che quest’ultima da molti anni ha preferito occuparsi dell’informazione, della formazione e dei discorsi sul reale piuttosto che delle azioni su di esso. Le minoranze cattoliche rischiano per contro di esaurirsi troppo spesso nella loro pratica perdendo di vista l’orizzonte più generale in cui il proprio intervento è inserito, facendo ancora della loro “testimonianza” una questione di salvezza dell’anima e accettando il contesto, sociale e politico ma anche religioso in cui si muovono – l’ordine della chiesa romana con le sue logiche di potere, le sue alleanze, le sue imposizioni,i suoi privilegi, i suoi ricatti.

 

 Indice

 Strumenti: Assistiti e assistenti

Il mondo cambia di Marco Carsetti

Un nuovo ciclo di Marina Galati

Partire dall’autonomia delle persone di Sara Honegger

Per un nuovo welfare di Giovanni Zoppoli

il libro

Nè educare, nè integrare

torino

di Luigi Monti

La copertina, volutamente kitsch, è un buon viatico per comprendere le intenzioni di Emanuele Maspoli nel dare alle stampe, per Ananke, Torino è Casblanca, divulgativo e appassionato reportage sulla più grande comunità marocchina in Italia: sullo sfondo della corona alpina, una monumentale teiera araba svetta e si innesta alla cupola della Mole Antonelliana. Anche in mezzo ai mercatini, alle chincaglierie, al folklore spurio di un tessuto sociale frutto dell’arte di arrangiarsi e delle imposizioni dell’economia più che di processi orientati all’integrazione e alla partecipazione, è possibile rinvenire tratti culturali autentici. Ed è più facile farlo, questo il senso che si trae a fine lettura, se nell’osservare un territorio e le persone che lo abitano non si è mossi da intenti pedagogici o “rieducativi”, ma dalla curiosità (e nel caso di Maspoli da una vera e propria passione vocazionale già esplicitata nel suo precedente La loro terra è rossa) necessaria a conoscere le reali contraddizioni di un luogo.

Dopo un veloce inquadramento demografico e sociologico (la comunità marocchina di Torino è una delle poche, in Italia, ad avere ormai una sua storia consolidata e narrabile), la prima parte di quest’anomala inchiesta etnografica, che invita a essere usata come vera e propria guida, è dedicata alle attività e ai luoghi della comunità marocchina torinese: bazar, macellerie hallal, panetterie, locali notturni. La seconda parte raccoglie una cinquantina di interviste montate come un lungo dialogo a più voci sulla cultura e sul modo di vivere dei marocchini di Torino, dai viaggi che li conducono in Europa alle condizioni esistenziali che li attendono al loro arrivo, dalle appartenenze confessionali all’organizzazione del culto, dalla condizione femminile alla figura della shewwafa (donne di mezza età fiere e libere che esercitano la magia e consulenze esoteriche a maghrebini e italiani), dai bagni turchi alle associazioni marocchine, dalla condizione giovanile a quella delle seconde e terze generazioni, dalla sessualità alla musica. La guida si chiude con una breve appendice sul meticciato che sta connotando linguisticamente l’arabo dei marocchini torinesi e con una dedicata alle ricette (e agli indirizzi) dei ristoranti da loro più frequentati.

Stime approssimative dicono che nel 2012 100mila marocchini hanno abbandonato l’Europa per tornare in Marocco e che moltissimi altri stanno preparandosi a rientrare. Nella fase di stanchezza politica e culturale in cui il vecchio continente sembra caduto e in cui rischiamo un’emorragia di masse di uomini e donne che potrebbero non trovare più buone ragioni per rimanere in Italia, la curiosità dell’incontro è condizione essenziale (insieme a politiche migratorie capaci di trovare un livello minimo di decenza giuridica, che ancora manca) a preparare il terreno per nuove forme di convivenza capaci di risollevarci dal fango in cui, italiani e stranieri, sembriamo finiti. 

appuntamenti

Tavola rotonda sull’opera di Bruno Ciari

ciari

 

 

 

 

 

Tavola rotonda sull’opera
di Bruno Ciari 

in occasione della nuova pubblicazione di
Le nuove tecniche didattiche
(Edizioni dell’Asino)

Sabato 16 Marzo 2013
ore 15
Fondazione Lelio e Lisli Basso
Via della Dogana Vecchia 5
(Roma)

Interventi di:
Alberto Alberti, Mce di Roma
Fiorenzo Alfieri, Mce di Torino
Marco Carsetti, edizioni Else
Marcella Ciari, insegnante, Mce di Torino
Goffredo Fofi, direttore “Lo straniero”
Mirella Grieco, “Cooperazione educativa”
Nicoletta Lanciano, docente Università La Sapienza, Mce di Roma
Franco Lorenzoni, Casa-laboratorio di Cenci (Amelia)
Giorgio Testa, Mce di Roma
Francesco Tonucci, ricercatore Cnr