l'altro teatro

Cicatrici e guarigioni

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Fausto ha 27 anni e da quando ne aveva 19 è stato quasi ininterrottamente recluso. Di fronte a lui c’è Fiorita che, lavorando in banca, ha subito ben cinque rapine. Altre due voci ricostruiscono il filo di queste vite e le guidano, in un primo momento, verso un dialogo che a poco a poco si fa diretto.

Sul palco delle Fonderie Limone di Moncalieri ci sono due sgabelli e una rete di filo rosso. È un talkshow non convenzionale, quello che è stato messo in scena l’ultimo venerdì del mese di novembre; si parla di reato, dell’autore che lo ha commesso e della vittima che lo ha subito.

Questo dialogo privato, regalato al pubblico, era la tappa conclusiva del progetto “Cicatrici e Guarigioni”, un confronto che aveva avuto luogo, a ottobre, all’interno della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino.
 
Claudio Montagna, regista dell’evento, che da oltre venti anni lavora in carcere, racconta come “il progetto è una formula esportabile poiché si fonda sull’incontro tra due persone potenzialmente antagoniste. Queste attraverso la mediazione artistica si incontrano. È qualcosa che si può quindi applicare anche ad altri conflitti come quello tra genitori e figli, per esempio”.

 Sul palco fa il suo ingresso anche una palizzata di legno, su cui piantare un chiodo per ogni errore. Chiodi che poco a poco, con una buona pinza e un’indomita volontà, possono sfilarsi; resteranno delle cicatrici, certo, ma nulla è veramente irreparabile. Fausto parla un italiano pulito, studiava al liceo classico prima della condanna, la maturità, infatti, la sta prendendo solo ora, in carcere. Quando Fiorita gli chiede “perché?”, il ragazzo racconta di un vuoto, un disagio e della ricerca di un proprio ruolo. Anche quello dello spacciatore, del vandalo, del rapinatore purché lo faccia diventare qualcuno, di diverso e felice; “non era quello che volevo ma forse era quello che gli si avvicinava di più” dice.

bambini e città

Bologna, città ponte. Il caso Besta

di Roberto Panzacchi

incontro con Luca Lambertini e Gianluca D’Errico

Dadu Shin

illustrazione di Dadu Shin

“Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà camminare un pezzo con le stampelle, il Direttore entrò con un nuovo iscritto, un ragazzo molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito scuro, con una cintura di marocchino nero intorno alla vita”.

Il ragazzo bruno non fa Mohammed di nome e non viene da Rabat. È calabrese e compare all’inizio del libro Cuore, simbolo dell’entusiasmo che De Amicis proiettava sulla neonata scuola pubblica come strumento privilegiato di integrazione culturale. Non citiamo il languido Edmondo per promuovere il suo lacrimoso modello di accoglienza (che in quell’occasione, per bocca del direttore, costringe il secchione Derossi ad alzarsi e abbracciare il piccolo calabrese a nome di tutta la scuola), ma per sottolineare che il problema dell’integrazione ha, nella scuola del regno, una storia di lungo corso, grandi speranze e miseri fallimenti.

Tanto miseri che vale la pena prendere in considerazione, almeno in linea teorica, quasi qualsiasi proposta per risollevare le sorti in cui, soprattutto nel suo grado medio, è finita da diversi lustri. Al limite, anche l’ipotesi di classi differenziali, se pensiamo che a istituirle, per i bambini e le bambine disabili, non fu in Italia un governo conservatore, ma uno dei più importanti innovatori nell’ambito dell’handicap e della riabilitazione neuropsichiatrica, Adriano Milani Comparetti, fratello del più celebre Lorenzo.

panoramiche

Noi e la Cina. Alcune riflessioni dopo Prato

di Valeria Ferraris

Fiume

Illustrazione di Ann Xiao

“La Cina siamo noi”, cosi recita il titolo di un piccolo libro-inchiesta del giornalista Federico Fubini. Fubini parla di Catanzaro, dei call center dove si guadagnano 3.80 euro all’ora se raggiungi le 120 telefonate in outbound, altrimenti, per demerito, si scende a 2,80 euro.

In questi giorni cinesi, perché in Cina mi trovo, Prato irrompe sulle pagine web. Una litania ben nota viene recitata anche in questo frangente. Parole in libertà, roboanti, vivide e dopo pochi giorni il silenzio. Un senso di pesantezza per chi come me ha con la Cina un rapporto di non indifferenza, di amore per le sue innumerevoli bellezze e per la sua gente e di fatica per le sue molte contraddizioni. Un posto dove ho vissuto un po’ di tempo, dove ho viaggiato, dove ci sono state emozioni, oggi ricordi, che mi accompagnano ogni volta che ci torno.

Siamo noi i cinesi, per quel 15% di Pil che viene dall’economia sommersa. Economia che attrae altra economia di uguali caratteristiche. I cinesi non sono astronauti atterrati da un altro pianeta, sono inseriti in un tessuto economico produttivo che permette di non fatturare, di trovare capannoni non a norma, di trovare alloggi in affitto a prezzi fuori mercato perché c’è chi ne offre la disponibilità.

bambini e città

Comma 9. Bambini in carcere

di Caterina Grignani

Jeniffer si è stupita perché ha trovato un fico su un albero. Il braccio di un adulto lo ha colto per lei che lo ha gustato con aria titubante, prima, e meravigliandosi poi di quanto fosse dolce quella polpa a filetti rossi. L’infanzia in una cella è difficilmente immaginabile. La legge prevede che il figlio di una detenuta possa starle accanto, recluso, fino all’età di tre anni.

Rebibbia, carcere romano nella periferia nord est della città, ha una sezione nido. Lì vivono in media tra i 10 e 15 bambini tutti sotto i 3 anni; c’è un cortile e degli spazi dedicati, le puericultrici e il medico ma un orizzonte limitato dove il passo e lo sguardo troveranno sempre un muro. E pensare che proprio là dietro c’é il Parco di Aguzzano che lascia correre l’occhio nel verde, senza che troppo inciampi nel cemento e nei palazzi.

 

panoramiche

Lettera da Barcellona

 di Elisenda Gellida Perez

Immagine di Brecht Evens

Immagine di Brecht Evens

 

 Cari asini,

ancora una volta noi insegnanti siamo stati chiamati a uno sciopero contro “les retallades”, i tagli la LOMCE (la nuova legge sull’istruzione in Spagna) e la LEC (la legge sull’istruzione in Catalogna). È successo il 24 ottobre scorso, quasi un mese fa. Lo sciopero è stato indetto dai principali sindacati di istruzione nello stato e in Catalogna in particolare dalla USTEC.STEs (il principale sindacato di insegnanti in Catalogna www.sindicat.net). Gli insegnanti, le scuole, le famiglie e gli studenti sono tornati in piazza per protestare contro lo stato in cui versa l’istruzione in Catalogna, contro la precarietà della vita dei docenti e contro tutti i tagli che vengono applicati per ridurre la qualità dell’istruzione pubblica.
Lo slogan dello sciopero è stata: “NI LOMCE, NI LEC; ni retallades, ni privatitzacions”.
Il sindacato ha chiesto, pertanto:
– il ritiro del LOMCE al Parlamento spagnolo
– la rimozione del progetto LEC
– un bilancio senza tagli cioè no ai tagli all’istruzione e dei salari e sì alla difesa dei posti di lavoro
– sostituzioni al 100% , l’assunzione di part-time e full-time con la retribuzione corrispondente
– difesa dell’autonomia linguistica (difesa della lingua catalana nella scuola pubblica)

Secondo il Governo catalano lo sciopero è stato sostenuto per un 21,95% della comunità educativa, mentre i sindacati dicono che c’è stata una partecipazione del 50%, dati della UGT (Union general de trabajadores) e delle CCOO (Comisiones Obreras). E se guardiamo i dati a livello di tutta la Spagna secondo i sindacati lo sciopero è stato seguito per l’80% dei professori, mentre il governo centrale ha dichiarato che è stato un fiasco perché solo il 20,27% è andato in piazza. Come sempre il ballo delle cifre è ampio. 

Ma da dove viene il disastro della scuola pubblica? Perché siamo arrivati a questa situazione?