immigrazione

I diritti non sono un “costo”

 

 

 

 

 

 

 

I diritti non sono un “costo” è un progetto promosso da Lunaria in collaborazione con la cooperativa Berenice, le associazioni Gli Asini e OsservAzione, la campagna Sbilanciamoci! e la rivista Lo straniero.

Nel contesto dell’attuale crisi economica, l’attenzione istituzionale riservata alle politiche strutturali (riordino della finanza pubblica, rilancio dell’economia) rischia di relegare in secondo piano le politiche di inclusione sociale e di garanzia dei diritti umani dei migranti e delle minoranze; di aumentare a livello sociale le occasioni e il livello di conflittualità tra nativi e migranti sia nel mondo del lavoro che nell’accesso al welfare. I pur necessari interventi di riordino e razionalizzazione della spesa pubblica dovrebbero mantenere la capacità di assicurare la garanzia dei diritti umani fondamentali di tutte le persone residenti sul territorio.

Il progetto I diritti non sono un “costo” prevede attività di ricerca, di informazione e di sensibilizzazione culturale finalizzate ad approfondire la conoscenza del reale impatto sociale ed economico della presenza dei cittadini stranieri e delle minoranze rom nel nostro paese.

 

università

L’università italiana dà i numeri?

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 149 de “Lo straniero” Novembre 2012.

di Alessandro Dal Lago

 

Lo confesso: sono in tutto e per tutto un accademico. Ho iniziato a lavorare in università nel 1970, subito dopo la laurea, e da allora non ho fatto altro, con un breve intermezzo d’insegnamento nelle scuole superiori. Vivo da quattro decenni tra libri, studenti, progetti di ricerca, riunioni di facoltà, lezioni, seminari. Sono stato anche preside della mia facoltà per due mandati e ho anche avuto altre responsabilità amministrative. Per fortuna ho diversi altri interessi (dalla cucina alla letteratura, per non parlare di politica e calcio…), ma sono del tutto identificato con il mio mestiere: mi ritengo uno dei fortunati e privilegiati che possono dire di fare quello hanno sempre desiderato.

E tuttavia non ne posso più, al punto che oggi, cinque anni prima di raggiungere l’età in cui sarei costretto a ritirarmi, ho fatto domanda di pensionamento anticipato (ecco un altro privilegio). Non sopporto più l’università come carapace burocratico, organizzazione dalle procedure insensate, apparato in cui decine di migliaia di ricercatori e professori s’industriano a fare il loro lavoro, esattamente come nelle università del resto del mondo, ma vessati da stravaganze ministeriali, amministrazioni indifferenti alla ricerca, mancanza patologica di fondi, riforme incessanti, in cui plus ça change, plus c’est la même chose, e così via. Potrei diffondermi su questa desolazione per pagine e pagine, ma mi limiterò a un solo aspetto – che, secondo me, riassume mirabilmente il marasma in cui è affondata l’università italiana: la valutazione della ricerca e, di conseguenza, del merito dei ricercatori. Un osservatore esterno potrà pensare che si tratta di una trascurabile questione di bottega, ma non è così. Se è vero che l’università è la principale istituzione deputata a sviluppare il sapere in tutti i campi (scientifico e umanistico, teorico e pratico, contemplativo e tecnico…), stabilire chi ha le competenze per lavorarci, e quindi merita i piccoli privilegi della professione – stipendi più o meno decenti, libertà di ricerca, auto-organizzazione del lavoro, eccetera – è decisivo. Se c’è un settore in cui ignoranti e scaldasedie non dovrebbero avere cittadinanza è proprio quello della ricerca e della formazione superiore. Ebbene, in Italia è così? Come è organizzata la valutazione dei ricercatori, oggi, in Italia? E, di conseguenza, quali sono le regole del reclutamento e della promozione?

altre scuole

L’alfabeto per insegnare a pensare (I parte)

illustrazione di Slim Fejjari, Else edizioni

di Marco Carsetti

 

Il carattere privato della nostra scuola

Dal 2005 portiamo avanti come associazione Asinitas una scuola privata sperimentale per l’insegnamento dell’italiano L2 rivolta a persone straniere in gran parte immigrati, rifugiati e richiedenti asilo. È una scuola privata dove gli studenti non pagano nessuna retta, neppure matite, penne, quaderni che gli vengono forniti come tutto il resto del materiale didattico. Non devono neppure portarsi la carta igienica da casa. Attraverso una raccolta fondi l’associazione paga l’affitto dei locali, le spese per i materiali e per l’autoformazione e un rimborso spese a un gruppo di educatori ormai stabile da tempo. Ogni anno si fanno salti mortali per avere i soldi necessari alla riapertura e se non fosse per l’otto per mille della Tavola Valdese a cui l’associazione partecipa attraverso un bando annuale sarebbe molto difficile garantire questa scuola privata e gratuita. Molto viene anticipato di tasca propria e non è detto che si riesca sempre a rimborsarlo.

Nell’immaginario questo tipo di realtà non è una scuola, ma un progetto benemerito di assistenza sociale che passa sotto il nome di “servizi alla persona”. Più che insegnanti o maestri si è considerati filantropi, amici degli immigrati o anche perdigiorno, arrivati qui per il gusto dell’esplorazione umana (e in parte e per qualcuno può essere anche vero).

In Italia la scuola pubblica è un tabù per cui culturalmente e psicologicamente tutto ciò che ne sta fuori è esperienza marginale e di carattere non professionale. Il privato sociale, spesso vittima di un complesso di inferiorità, ha risposto a Roma e nel Lazio costituendo una rete “scuole migranti”, ma si tratta più che altro di uno scontro tra burocrazie, tra quella dell’educazione formale e quella del non formale, di un modo di istituzionalizzare una miriade di esperienze educative più o meno significative poste ai margini del sistema: un modo per accedere ai fondi, un modo per spartirsi l’esigua torta. L’obbligatorietà dell’esame di italiano L2 per il rilascio della carta di soggiorno ha accelerato questo confronto ma solo in senso quantitativo e non qualitativo dell’insegnamento. A maggior ragione qui le “scuolette di italiano” diventano ruota di scorta di un sistema che impone un dovere (molto discutibile da tanti punti di vista) e non predispone nessuna risorsa per il suo adempimento né al singolo cittadino e neppure alla società autorganizzata.

il libro

Sofia, Cognetti e i loro anni

 

Questa recensione è stata pubblicata sullo “Straniero” n. 149 di Novembre.

di Nicola Villa

Dopo due raccolte di racconti, Manuale per ragazze di successo (2004) e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007) due libri che l’hanno rivelato come uno dei migliori, se non il migliore, scrittore under 40 italiano, Paolo Cognetti pubblica il suo primo romanzo, Sofia si veste sempre di nero (pubblicato da minimum fax come i precedenti). Si tratta, in realtà, di un romanzo di racconti, che verrebe da far rientrare nel genere del punk, e che sembra definitivo su questi anni senza spessore e senza peculiarità, i cosiddetti “anni zero”. Intendendo per punk non la sottocultura, ma quello che il critico musicale Lester Bangs definiva come un atteggiamento di vita quasi epistemologico, un’attitudine anarchica a vivere il proprio tempo e cercare di comprenderlo criticamante proprio all’interno della sua complessità. Com’è punk la struttura di questo romanzo a “mosaico”: i dieci racconti che lo compongono non seguono una linea retta temporale, ma sono dei frammenti di un vissuto, unico e collettivo allo stesso tempo, che si è rotto e non è possibile ricostruire se non in questo modo eterogeneo. L’impressione è che non ci sia stata unità, armonia o omogeneità originaria, ma che la forma frammentaria sia l’unica possibile per questo modo di narrare in cui tutti i racconti hanno una propria autonomia e coerenza. Al centro del libro c’è il personaggio di Sofia Muratore, una coetanea dell’autore, figlia della piccola borghesia milanese e della fine degli anni settanta, o inizio degli inutili ottanta. Sofia è il prototipo della giovane donna trentenne irrequieta d’oggi: un’infanzia apparentemente serena in un paesino della campagna a pochi chilometri da Milano, nella quale però sono incumbati dalla famiglia i problemi futuri; un’adolescenza nella quale emergono i disturbi alimentari, con qualche tentativo di suicidio; una crescita faticosa alla ricerca di qualche passione triste, come la recitazione, il teatro, inseguendo gli amori tra i centri sociali, le cosidette Zone di autonomia temporanea come le definiva l’anarco-situazionista Hakim Bey. Intorno a lei si muovono alcuni personaggi minori, che diventano, a loro volta perfetti tipi realistici: l’amico d’infanzia Oscar, fautore di un’estate stevensoniana felice; la compagna di sventura Margherita, conosciuta nel centro di recupero per disturbi alimentari; la zia confidente Marta, la cui personale parabola è quella che più impressiona, da brigatista scappata in Francia a saggia reazionaria, dall’amore libero alla posta del cuore; il padre, Roberto Muratore, ingegnere dell’Alfa Romeo, attraverso il quale si ripercorre una mini-storia aziendale italiana dello stabilimento di Arese, forse il racconto più avvincente; il maestro di teatro, un artigiano-artista che le fa scoprire il fascino nascosto della Milano di periferia, e le amiche attrici coinquiline, così schiacciate dal cliché della telvisivo-cinematografico romano; e infine la madre Rossana, depressa cronica, con la quale è impossibile e misterioso un dialogo madre-figlia. Dieci racconti di cui l’ultimo, Brooklyn Sailor Blues, è il più spiazzante perché l’autore si mette sullo stesso piano dei comprimari del suo personaggio (“Quanto a me, la prima volta che ho visto Sofia Muratore…”), passando da quella confidenziale seconda persona di tutto il romanzo alla prima, per raccontare da testimone diretto l’incontro newyorkese con questa donna sfuggente e affascinante.