appuntamenti

Fare scuola con Ciari

Mercoledì 17 aprile, ore 17,30
Circolo dei Lettori (sala grande)

ciarifis Via Giambattista Bogino, 9  Torino 

Le nuove tecniche didattiche di Bruno Ciari, pubblicato dagli Editori Riuniti nel ’61 e rieditato più volte, è stato per decenni il vademecum di tutti gli insegnanti sperimentatori italiani. Ripubblicato dalle Edizioni dell’Asino, rimane uno dei testi fondamentali di educazione scolastica.

Ne discutono con Goffredo Fofi (direttore “Lo straniero”):

Marcella Ciari (moglie di Bruno),

Francesco De Bartolomeis (pedagogista di riferimento per l’innovazione educativa),

Fiorenzo Alfieri, Silvana Mosca, Gianni Giardiello (pionieri del Movimento di Cooperazione Educativa di Torino),

Domenico Chiesa (presidente del Forum per l’educazione e la scuola del Piemonte), Massimo Perotti (dirigente scolastico, della rete Avimes per l’autovalutazione di istituto), 

Laura Manassero (sperimentatrice di nuove tecnologie nella scuola media),

Nuccia Maldera (esperta di didattica delle scienze nella scuola di base).

il libro

Requiem per la scuola?

 di Claudio Giunta

Installation On National Mall Highlights Crisis Of U.S. Education

 Questa recensione è uscita sul Domenicale del Sole 24 ore del 31 marzo 2013 

«La storia – dice un verso di Fortini – ha un modo di ridere che è ripugnante». Tra le smorfie più interessanti c’è questa: le belle idee libertarie degli anni Sessanta che accennano a realizzarsi oggi ma in un modo stravolto, come in una parodia. La metamorfosi della parola stessa libertà, da una brutta poesia di Éluard al nome di un partito di estrema destra, è il primo esempio che viene in mente, e non si può fare a meno di chiedersi se questa metamorfosi corrisponda a uno snaturamento, a una trappola verbale simile a quelle fabbricate dalla neolingua di Orwell, o se invece la metamorfosi non abbia fatto che adempiere, che tradurre in atto tutto ciò che in potenza era racchiuso nella concezione originaria. Le due cose insieme, probabilmente.

Alle parole scuola e istruzione è successo – o meglio sta succedendo o sta per succedere – qualcosa di ancora più traumatico e complicato, e anche di più interessante. 

Sulla scuola sono tutti d’accordo. Bisogna finanziare la scuola, difendere la scuola, investire sulla scuola. È l’unico argomento sul quale il dibattito non procede per contrapposizione di tesi ma secondo quella particolare specie di climax che è tipica del linguaggio infantile: ‘sempre uno più di te’. Più soldi, più spazi, più ore. «Chiudere le scuole solo per un mese d’estate», propone la destra. «No, tenerle sempre aperte, anche a ferragosto», rilancia la sinistra. Un velo d’oblio sembra essere caduto sul fatto che c’è stata un’epoca, grossomodo coincidente col terzo quarto del secolo scorso, in cui ciò che una parte del pensiero di sinistra voleva era precisamente il contrario rispetto a ciò che il pensiero di sinistra propone oggi: descolarizzare la società. 

Ora, è probabile che a un lettore italiano questo progetto faccia tornare alla memoria uno degli ultimi articoli pubblicati da Pasolini, quello in cui Pasolini avanzava Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia, proposte che lui stesso definiva swiftiane, cioè utopistiche e umoristiche: abolire la televisione e abolire la scuola media dell’obbligo.

libri in carcere

Incontro in carcere con Gipi

gipi-self-portrait1-583x1024Cella 45, secondo piano”. Alla casa circondariale Don Bosco di Pisa, uno degli agenti penitenziari ricorda ancora la cella dove, nei primi anni Ottanta, è stato rinchiuso un ragazzo ventenne “un po’ storto”, all’anagrafe Gian Alfonso Pacinotti. Quel ragazzo nel frattempo è diventato un uomo – ancora “storto”, ci tiene a precisare – e si fa chiamare Gipi. Per mestiere Gipi racconta storie per immagini. Nel mondo del graphic novel, dell’illustrazione e del fumetto, è considerato ormai un’icona, con i suoi seguaci e i suoi imitatori, in Italia come all’estero. Venerdì 22 marzo Gipi è tornato al Don Bosco di Pisa. A invitarlo questa volta sono state le associazioni Gli Asini e Antigone, che con il sostegno della Tavola Valdese, della Fondazione Charlemagne e di molte case editrici stanno promuovendo il progetto “Libri in carcere: la lettura che libera”, che prevede la distribuzione di alcune migliaia di libri nelle carceri italiane, in particolare nel polo toscano; la realizzazione di due laboratori di giornalismo radiofonico (a Roma Rebibbia e Milano Bollate); incontri mensili con gli autori (Gipi, Gad Lerner, Stefano Benni, Nicola Lagioia, Ascanio Celestini, etc).

Davanti a decine di detenuti, donne e uomini, italiani e stranieri, Gipi si è raccontato, partendo proprio da quando, “innocente, sono finito dieci giorni in carcere”. Quell’esperienza non l’ha mai dimenticata, ma prima di raccontarla sono passati molti anni e molti libri: Esterno notte, Appunti per una storia di guerra, Gli innocenti, S. etc (pubblicati dalla Coconino Press). “Poi nel 2008 ho fatto un libro, LMVDM. La mia vita disegnata male – spiega – dove ho incluso tutte le mie esperienze da ragazzo scalmanato, raccontandole in forma buffa”. Tra queste, anche la storia del carcere, che comincia nel campo di marijuana coltivato sul greto di un fiume dall’amico “Metadonius”. Il ventenne “storto” non ha mai visto una cosa simile. Curioso, va a visitare il campo con Metadonius e con l’altro amico, Dorelli. Finiscono tutti e tre “faccia nel fango e pistola alla testa”, poi in carcere, prima in cella d’isolamento, dove Gipi scopre la paura e la “solitudine, quella fisica, quella vera”, poi nella sezione dei detenuti comuni. Qui, però, la storia si interrompe. “Quella cosa lì – spiega davanti ai detenuti del Don Bosco – non ho voluto raccontarla, perché l’ho vissuta per troppo poco tempo”. Gipi si è fatto “solo dieci giorni – spiega nel libro. Mentre c’è gente che si è fatta anni. Che se ne farà altrettanti. Ed è questa differenza che mi vieta di indugiare nel racconto”.

Il racconto dell’incontro di Gipi con i detenuti del Don Bosco di Pisa e con l’“asino” Giuliano Battiston, che gli rivolge qualche domanda, potete invece ascoltarlo qui:

visioni di infanzie

La storiografia anarchica di Zeitlin

(Quvenzhzé Wallis)di Luigi Monti

Si respira un’aria di novità nell’esordio di Benh Zeitlin, giovane regista di Re della terra selvaggia. Ed è questa novità, oltre allo sguardo deformante e immaginifico della piccola Hushpuppy, che spiazza inizialmente lo spettatore impedendogli di trovare le coordinate per giudicare l’umanità che popola la Grande vasca e le vicende che vi hanno luogo.

La Grande vasca è una sottile lingua di terra contesa dalle acque del mare, da quelle del delta di un grande fiume e dalle alluvioni tropicali che si abbattono regolarmente lungo le coste di un paese che Zeitlin assicura assomigliare molto alla Louisiana. La comunità che la abita e in cui cresce Hushpuppy sembra in via di disfacimento, popolata com’è da ubriaconi molesti e vocianti, avanzi umani che vivono in palafitte fatiscenti circondate dai rifiuti. A metà tra un reperto antropologico giunto fino a noi da un passato ancestrale e i ruderi di un’umanità sopravvissuta alla catastrofe, la comunità della Grande vasca è rozza, protettiva, aggressiva e pagana.

Scopriamo presto però che non si tratta di una parabola di decadenza, ma di un fragile equilibrio che consente agli uomini di resistere a condizioni di vita durissime e che la loro nevrosi è una reazione, giustificata e necessaria, alle minacce che incombono senza tregua sul villaggio: i cicloni che si abbattono ogni anno con l’arrivo dell’estate; la diga che, per difendere la ricca città a nord del fiume, aggrava gli effetti degli allagamenti impedendo all’acqua delle alluvioni di defluire naturalmente; l’innalzamento del livello del mare a seguito dell’aumento delle temperature che minaccia di sommergere definitivamente la loro sottile striscia di terra. E l’assedio di una modernità che li emargina e da cui giungono, spiaggiandosi sulle rive del fiume, i rifiuti di una sovraproduzione industriale con i quali gli abitanti della Grande vasca costruiscono le loro abitazioni e le loro imbarcazioni: conteiner trasformati in palafitte e scheletri di Pick-up installati su taniche galleggianti.

educazione e religione

Modi del trascendente: Simone Weil

Simone

 

Quando Elsa Morante elenca, per definirne i tratti antropologici, gli esempi più luminosi dei Felici Pochi che in passato hanno lasciato traccia di sé, scrive un epitaffio che in due parole offre del pensiero di Simone Weil una chiave interpretativa finissima e opposta all’opinione corrente: “l’intelligenza della santità”.

Tanto chi la critica (da una prospettiva socialista) quanto chi la esalta (da una prospettiva cattolica) vede nella ricerca spirituale degli ultimi anni di vita della filosofa francese una rinuncia a quell’intelligenza che l’aveva portata a definire con precisione l’alienazione della condizione operaia e del sistema economico e di produzione industriale a lei contemporaneo. Ma se proprio una parabola deve essere tracciata, essa descrive una traiettoria contraria: Simone Weil è riuscita a mettere a fuoco più di chiunque altro le contraddizioni sociali, politiche, economiche e culturali del suo e del nostro tempo proprio grazie all’apertura del suo pensiero a una dimensione trascendente.

Non deve stupire quindi che negli ultimi mesi di vita, caratterizzati ormai da un’esperienza religiosa intensissima e che non le dà tregua, scriva le sue pagine politiche più importanti. Ci si potrebbe chiedere ad esempio perché, nei mesi in cui lavora per conto del governo francese esiliato a Londra, essa torni così insistentemente su Marx e il suo pensiero. Non si tratta solo di un “ritorno di fiamma” in memoria della sua partecipazione appassionata e critica al sindacalismo rivoluzionario negli anni ’30.

Marx in fondo era colui che si era posto più sistematicamente (e che aveva avuto più presa sui movimenti sociali e politici in tutto il mondo) il problema del rapporto tra la forza e la giustizia, tra le leggi che regolano la materia (tutte riconducibili ai meccanismi della forza) e un bisogno fortissimo e inappagabile di giustizia: il problema insomma di come passare da una condizione sociale di oppressione e sudditanza dei molti ai pochi, a una in cui la giustizia e la libertà possano dispiegarsi completamente. Tale bisogno di giustizia era in lui talmente forte, scrive la Weil, da averlo spinto a sacrificare la verità e l’intelligenza a vantaggio di una “fede” che sola gli permetteva di accettare l’angosciante conseguenza del suo materialismo. Marx ha voluto risolvere in sostanza questa contraddizione con una credenza irrazionale, nient’affatto materialista: ovvero che la materia contenga e produca in conseguenza delle leggi della dialettica un’implicita tendenza alla giustizia e al bene.