l'altro teatro

Appello per Arrevuoto

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Arrivato alla settima edizione, il progetto Arrevuoto, teatro e pedagogia,  rischia seriamente di sparire. Ogni anno, dall’inverno alla primavera, il progetto coinvolge un centinaio di ragazzi di cinque scuole della periferia (Scampia, dov’è nato nel 2005) e del centro di Napoli.  Già a settembre scorso il direttore artistico del progetto, lo scrittore e sceneggiatore Maurizio Braucci, aveva deciso di intervenire denunciando il taglio delle risorse pubbliche necessarie al progetto e raccontando l’autofinanziamento necessario per farlo andare avanti. Al silenzio delle istituzioni e alle promesse non mantenute segue questo nuovo, realistico, appello di Braucci, affinché nasca una protesta contro le istituzioni che “solo a chiacchere” sostengono il progetto. Non si tratta qui di fare l’elemosina al pubblico, entrando nelle consuete rancorose e invidiose guerre fra poveri, né si vuole contribuire al dibattito sul finanziamento pubblico alla cultura, ma si vuole ribadire un diritto sacrosanto contro delle istituzioni insufficienti e ipocrite. (Gli asini) 

panoramiche

Sorveglianti e punitori

illustrazione di Adrian Tomine

illustrazione di Adrian Tomine

di Paolo Bellomo

I miei studi universitari mi hanno portato a vivere a Parigi da qualche tempo. Durante l’anno accademico 2011-2012 ho avuto l’opportunità di lavorare come assistant d’éducation in una scuola media di un quartiere “difficile” della capitale francese.

Gli assistants d’éducation sono assunti allo scopo di sorvegliare e disciplinare gli studenti di scuole medie e licei: il nome politicamente corretto assegnato a questo ruolo è inevitabilmente sostituito da studenti e adulti con quello di surveillant, nome trasparente che ha designato il mestiere dal 1937 al 2003. La curiosità di osservare da vicino l’Éducation Nationale in una fascia d’età come quella dei dieci-quattordici anni mi ha spinto a presentare il mio curriculum per un posto che immaginavo avesse funzioni o scopi simili a quelli dell’educatore in Italia. Ho deciso di presentare domanda in quegli istituti nei quali ho creduto il mio lavoro potesse avere più senso, quelli conosciuti con la sigla ZEP (zona di educazione prioritaria), classificazione nata nel 1981, in forte rottura con la concezione dell’uguaglianza repubblicana: non si tratta più di assegnare in modo egualitario dei mezzi d’insegnamento per l’insieme del territorio ma di “dare di più a coloro che ne hanno più bisogno”. Le zone socialmente e economicamente sfavorite si sono viste attribuire in tal modo soldi per progetti all’interno e all’esterno della scuola. Durante il colloquio di lavoro, le due CPE (consiglieri principali d’educazione) hanno tenuto a sottolineare che all’interno della scuola non si lavora come nel sociale, che l’équipe degli assistants deve garantire unicamente il corretto, sicuro e disciplinato svolgimento delle giornate scolastiche senza sfociare nell’assistenzialismo.

Sono stato assunto in un collège tra i più problematici della Parigi intra-muros. Ad anno scolastico già iniziato e, senza nessun tipo di formazione o affiancamento durante i primi giorni di lavoro, mi sono ritrovato a gestire classi intere di studenti, le ricreazioni di metà scuola e l’entrata e l’uscita dei ragazzi dall’istituto. Istituto che durante l’anno ha avuto al suo interno tentativi di stupro, vari intossicati da gas lacrimogeno e che, a insaputa di molti dipendenti, è stato sotto sorveglianza di polizia e polizia anticrimine per mesi. Ma al di là delle difficoltà scontate che ci si trova ad affrontare in situazioni di questo tipo, è proprio l’aspetto professionale quello su cui è più interessante soffermarsi, provenendo da un sistema e una cultura diversa da quella francese.

altre scuole

L’alfabeto per insegnare a pensare (II parte)

illustrazione di Slim Fejjari, Else edizioni

di Marco Carsetti

La forza della parola

La prima cosa che un maestro di scuola impara insegnando una lingua straniera è la forza della parola. Se non la conosce il maestro, non la potrà mai scoprire neppure lo studente. Può anche accadere che sia lo studente a farla scoprire al maestro e così è accaduto a noi. Persino la lettera acquista un senso e una sua forza in quel faticosissimo lavoro che è far corrispondere segno e suono. Le lettere hanno un senso perché il loro apprendimento scatena una reazione psichica per nulla banale. Vale una conquista, l’inizio di uno svelamento, una porta che si apre.

Anche sul nome e sulla sua forza evocativa, sul suo essere scrigno prezioso, ci viene in aiuto la ricerca della Montessori. Nel suo inedito Psicogramatica afferma che un nome non indica soltanto una persona o una cosa. Non è una parola che sostituisce materialmente un dito indicatore rivolto verso un oggetto. Il nome è qualcosa pieno di vita e di segreti che infiamma la nostra curiosità. Bisogna conoscerlo per amarlo, e amarlo per farne una conoscenza sempre più esatta: “Nella loro moltitudine i nomi corrispondono alla moltitudine delle idee che poté percepire l’anima umana. E mentre gli uomini di generazione in generazione morivano i nomi restavano e si accumulavano.

La mente dell’uomo è come uno specchio dove tutto si riflette: e da lì partono le idee, sotto forma di parole”.

Secondo Maria Montessori l’invenzione dell’alfabeto fu l’invenzione più importante per il progresso della civilizzazione, perché con l’alfabeto non si rappresentano pensieri, come  avveniva con i primi disegni nelle grotte o con i geroglifici, bensì lo stesso linguaggio parlato.

Il grande progresso portato alla civilizzazione coll’alfabeto, consisteva in questo semplice meccanismo: l’avere stabilito un segno grafico per ogni suono della lingua parlata.

L’alfabeto ci costringe a soffermarci sul linguaggio parlato per esaminarlo, è un invenzione che ci spinge a guardarci dentro per analizzarne i suoni.

Quindi leggere e scrivere ha origine da un atto di coscienza. È rendersi consci di un dono che ci venne inconsciamente per opera della natura. E che cos’è analizzare la propria parola? È un’attività interiore dell’intelligenza, e perciò un lavoro capace di perfezionare e di sviluppare il proprio linguaggio e l’intelligenza insieme.

Una lettera separata dall’alfabeto che compone una parola e che rappresenta un suono è, per Maria Montessori, uno stimolo psichico. Questo stimolo psichico è potentissimo rispetto al bisogno che un adulto immigrato ha di fare ordine nella propria vita in un paese straniero. È come se attraverso lo studio dell’alfabeto si potesse rimettere in ordine la propria vita, coscientizzarla, farla uscire da un caos emozionale e sociale.

appuntamenti

L’inchiesta sociale in Italia dal dopoguerra a oggi

L’INCHIESTA SOCIALE IN ITALIA DAL DOPOGUERRA AD OGGI
Rocco Scotellaro, Danilo Dolci, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Pier Paolo Pasolini ….


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì 21 gennaio 2012, ore 17.00
Detour – Via Urbana 107 (Roma – Rione Monti)

La storia dell’inchiesta sociale nel dopoguerra in Italia, attraverso il lavoro e
il contributo di operatori sociali, sociologi, scrittori, registi: le esperienze più
significative, i metodi e le buone pratiche di uno strumento indispensabile per la
conoscenza del paese e dei suoi problemi e per l’intervento sociale.


Con: GOFFREDO FOFI, critico e saggista

Coordina: Giulio Marcon, Scuola del Sociale della Provincia di Roma

Verranno proiettati estratti di Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini

 

A causa del numero limitato dei posti è necessario registrarsi scrivendo a: scuoladelsociale@gmail.com