bambini e città

Per un 25 aprile antiretorico

di Marzia Gigli, Elena Monicelli, Mattia Seligardi

della Scuola di pace di Monte Sole 

 

Monte Sole

Monte Sole

Il loro interesse per la Resistenza era difficile da valutare. Dice Berto che quando arrivò su da noi, io che ero a riceverli, dopo le prime accoglienze, gli domandai severamente: ‘Perché sei qua , tu?’ e lui, preso alla sprovvista, non sapendo cosa altro dirmi, sperando di farmi piacere, disse: ‘Per la bandiera della Patria’. Sfortunatamente io avevo la luna, e gli dissi ancora più severamente: ‘E cosa te ne importa a te della bandiera della Patria?’ (ma non dissi te ne importa). Berto aggiornandosi immediatamente, disse: ‘Non me ne importa un fico secco’; e io gli dissi con estrema severità: ‘Perché?’. Qui Berto smise di rispondere, e pensava: ‘Si vede che questa è la banda dei perché’.

(L. Meneghello, I piccoli maestri)

E se domandassimo a ciascuna delle migliaia di persone che ogni anno salgono a Monte Sole il 25 aprile, dove nell’autunno del 1944 sono state uccise 800 persone, in gran prevalenza civili, dall’esercito nazifascista, “Perché sei qua?” quali risposte otterremmo? Di sicuro molteplici e variegate  e certamente ricorrerebbero alcune parole quali democrazia, costituzione, libertà, memoria, resistenza, valori e pace. Se accogliendo il metodo, non paghi della prima, immediata associazione di idee dei nostri interlocutori, rincarassimo la dose con un altro “Perché?”, molto probabilmente otterremmo lo stesso effetto sortito dal partigiano Meneghello sul malcapitato Berto: un silenzio sconcertato oppure un fastidio, una predica, una lezione imparata a memoria, uno sguardo pleonastico.

Che significa la parola democrazia? Che significano le parole libertà, resistenza e pace? Quale il senso della memoria? Perché la Costituzione? 

educazione e politica

La scuola, il neoliberismo e il referendum di Bologna

Iena

illustrazione di Alfred Kubin

di Mauro Boarelli

A Bologna, alla fine di maggio, i cittadini saranno chiamati a votare per un referendum consultivo sulla scuola dell’infanzia. Dovranno esprimersi sul finanziamento di un milione di euro all’anno alle scuole private da parte del Comune, scegliendo tra il suo mantenimento o la sua abolizione.

Si tratta di una scadenza che non riguarda solo Bologna, e non riguarda solo la scuola dell’infanzia. Se ci allontaniamo per un momento dall’oggetto del referendum possiamo comprenderne meglio la portata.

Il finanziamento pubblico alla scuola privata ha il suo teorico più illustre nell’economista statunitense Milton Friedman, il principale esponente della “scuola di Chicago”, le cui strategie economiche liberiste hanno influenzato le politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan (e anche di Pinochet).

Il pensiero di Friedman è esposto con chiarezza in uno dei suoi lavori più noti, Capitalismo e libertà (Capitalism and Freedom), pubblicato nel 1962 (ma il capitolo sull’istruzione è basato su un articolo apparso nel 1953). L’autore sostiene che lo Stato deve farsi carico di un livello minimo di alfabetizzazione dei cittadini senza il quale una società stabile e democratica non potrebbe esistere. L’istruzione genera vantaggi alla società nel suo complesso, e non solo a chi frequenta la scuola. Questi vantaggi – che Friedman definisce attraverso il linguaggio economico come “esternalità” – giustificano l’intervento dello Stato, un intervento che deve però essere limitato all’istruzione di base e deve escludere (o quantomeno ridimensionare in modo drastico) la gestione diretta delle scuole. L’intervento pubblico deve quindi consistere in voucher assegnati dallo Stato alle famiglie e da queste spesi direttamente nelle scuole private da loro scelte. L’obiettivo è introdurre nel sistema dell’istruzione un meccanismo concorrenziale mutuato dal mercato per aumentarne l’efficienza e soddisfare la domanda delle famiglie (che l’autore definisce – non a caso – “consumatori”).

il libro

L’ultimo giorno del resto della tua vita

ullilust_anarchy1984

di Franca Lukke

A febbraio, in tempo per le presentazioni al festival del fumetto Bilbolbul, è stato pubblicato in Italia da Coconino Press il corposo romanzo-disegnato di Ulli Lust, Troppo non è mai abbastanza. In Germania era uscito nel 2009 col titolo Heute ist der letzte Tag vom Rest deines Lebens (Oggi è l’ultimo giorno del resto della tua vita), dopo aver molto faticato a trovare un editore. Tradotto in più lingue, ha ricevuto tra gli altri riconoscimenti il Prix Revelation al Festival di Angoulême 2011.

È quasi tonificante sapere che un’opera anticonformista, che fermenta libertà, trova sempre e comunque difficoltà a entrare nel mercato. Perché non lo volevano? Perché la storia e il tratto con cui è disegnata non sono semplici e immediati, perché il tipo di esperienze e di pensieri raccontati non sono standard né accettabili da tutti.

Cercando di restare fedele alla propria memoria e appoggiandosi ai brani del diario che teneva allora, la disegnatrice racconta il viaggio di due ragazzine punk di diciassette anni da Vienna a Palermo nell’estate-autunno del 1984. Senza documenti, soldi e bagagli Ulli e la sua amica Edi passano a piedi il confine, scendono lungo tutta l’Italia fino a Roma, dove si fermano a lungo, per poi arrivare in Sicilia. Le esperienze, gli incontri, le avventure sono tante e la freschezza di quella giovinezza spensieratissima e aspra, strafottente di tutto con umana generosità, dove masochismo e coraggio, curiosità e sciocchezza si mischiano, è affascinante. Quasi cinquecento pagine da cui è difficile staccarsi e che sanno catturare la luce della gioventù.

Più Edi e Ulli scendono a sud più le vicende si fanno pesanti e rischiose. A Roma vivono in mezzo a un gruppo di hippies stranieri, dormendo sempre all’aperto e mendicando, trovando uno strano mèntore e labili amicizie. Mentre Edi vive la sessualità in modo disinibito e compulsivo, Ulli è davvero troppo piccola e incapace di usarla allo stessa maniera. È una ragazzina cresciuta in un paesino di montagna e che a Vienna ha assorbito l’estetica e la rivolta della scena punk: nel viaggio cerca la libertà di fare quello che vuole, di vivere senza maestri la sua incoscienza vorace e luminosa. La necessità schietta di cibo, soldi e riposo, la crudezza  della vita di strada sono sempre viste in un’aura di gioioso stupore. Mezza teppista e mezza bambina Ulli attraversa indenne situazioni di rischiose e brutali finché questa spericolata iniziazione trova in Sicilia il suo culmine.

appuntamenti

Infanzia e città

www.teatridipistoia.it-pdf-infanzia_citta.pdf

 

Pistoia, 6 Aprile / 5 Maggio 2013

Ci sono molti modi per guardarsi attorno, ma quando il disorientamento è grande, vedere con lo sguardo dell’infanzia è un modo per andare all’essenziale, per non perdersi dietro le nozioni, ma ricercare nella realtà. Una città capace di essere attraversata e abitata e vissuta dalla furia dell’infanzia è una città migliore per tutti. E la città, così come la campagna, dovrebbe essere piena di cose che di per sé attirano l’immaginazione e la laboriosità infantile, senza bisogno di tanti altri surrogati. Le immagini di Roberto Innocenti, con la loro chiarezza e complessità, ci raccontano di una Cappuccetto Rosso di oggi che per raggiungere la nonna si perde nel bosco contemporaneo del traffico e delle merci, e ci raccontano di una casa in campagna che nel corso degli ultimi cento anni viene abitata, abbandonata e trasformata in molti modi. In questo nuovo progetto l’Associazione Teatrale Pistoiese grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia propone un laboratorio per bambini guidato da Hamelin e da Orecchio Acerbo alla scoperta del territorio circostante e delle sue tante mutazioni. E seguendo il cammino di Cappuccetto Rosso si incontrano le parole e la poesia di Giuliano Scabia, una “repubblica dei bambini” nello spettacolo di Teatro Sotterraneo, la musica pop sperimentale degli americani Parenthetical Girls; si incontrano inne altre due ragazzine che si affacciano al mondo circostante, alla meraviglia dell’esistente e ai pericoli di tutti i giorni: la Dorothy di Il Mago di Oz nello spettacolo teatrale Him di Fanny & Alexander e Zazie nel celebre film di Louis Malle.

(Rodolfo Sacchettini Presidente Associazione Teatrale Pistoiese)

7 aprile – 1 maggio
“Lo specchio del mondo: Casa del tempo e Cappuccetto Rosso”, mostra di Roberto Innocenti, Palazzo Comunale, Sale Affrescate,

7/14/21/27 aprile
“Fra la campagna e la città: lo schedario dell’esistente”, dalle 14.30, a cura dell’Associazione Hamelin, in collaborazione con Orecchio Acerbo

21 aprile ore 16,30
“C’era una volta Cappuccetto rosso: Bambini e genitori di fronte allo spaesamento della contemporaneità”, a cura di Manuela Trinci, Sale Affrescate Palazzo Comunale

16 aprile ore 21
“Zazie nel metrò” di Louis Malle, in collaborazione con Mabuse Cineclub, Cinema Globo

24 aprile ore 21
Parenthetical Girls (Portland/USA) e S.U.S. in concerto, Pianeta Mèlos

14 aprile ore 16
“La Repubblica dei bambini” di Teatro Sotterraneo, Piccolo Teatro Mauro Bolognini

17 aprile ore 21
“Canti del guardare lontano con bambino d’ora”, di e con Giuliano Scabia, Piccolo Teatro Mauro Bolognini

30 aprile ore 21
Him di Fanny & Alexander, Piccolo Teatro Mauro Bolognini

teatridipistoia.it

il libro

Tra madri, insegnanti e psicoterapeuti

illustrazione di Tomi Ungerer

illustrazione di Tomi Ungerer

di Fabio Pusterla

Rosanna Ambrosi, la coraggiosa autrice di caro Matteo. Dialogo con un figlio poco integrato (Hibiscus Press, Zurigo 2013, testo in italiano e in traduzione tedesca) è un’autrice italiana che vive nella Svizzera tedesca da circa cinquant’anni (è arrivata a Zurigo, da Verona e da Padova, nel 1964) e che ha già al suo attivo non pochi titoli, in poesia e in prosa, con qualche escursione nei territori si potrebbe dire del reportage (suo, ad esempio, il volume bilingue Tra due culture. Otto ritratti di donne italiane in Svizzera, del 2004). Il suo nuovo libro si presenta in forma di dialogo/intervista, tra Angela, una madre, e Matteo, il figlio che ha un passato di ribellione e sbandamenti di vario genere e che ora, nel dialogo appunto, a tratti dolente, con la madre, ripercorre il suo cammino tortuoso attraverso la vita.

Vale la pena di riportare alla lettera il paragrafo iniziale della presentazione di Andrea Lanfranchi, lo piscoterapeuta che accompagna il volumetto con una sua breve nota; perché questo paragrafo è una compiuta descrizione del libro. Eccolo:

Questo scritto è dapprima la testimonianza di una madre in pena. La madre di un figlio in pena, un ragazzo che cerca un senso nella sua vita. Cosa del resto normalissima nella crisi adolescenziale. Ce la farà Matteo a venirne fuori senza troppe crepe? Sì, anche se il percorso si svolgerà su un terreno accidentato. Siamo alla fine degli anni ottanta, sono sfumati i sogni dell’AJZ (Centro autonomo occupato dai giovani vicino alla stazione di Zurigo) ed è appena passato l’uragano del Platzspitz, che assorbiva e uccideva di eroina centinaia di giovani. C’è una madre venuta in Svizzera durante le prime fasi dell’immigrazione dal Norditalia, che dispone di non poche risorse a livello di formazione e pone grandi aspettative in un figlio dalla viva intelligenza e quindi molto promettente. C’è la scuola e soprattutto il ginnasio, dove mancano le figure carismatiche, tant’è che nessuno sembra riuscito a cogliere i bisogni di questo allievo (“non erano per niente interessati alla mia evoluzione personale”). C’è un padre? All’inizio chi legge si chiede se ci sia e dove sia, poi ne trovi due: quello biologico e quello sociale, subentrato al primo: tutti e due devono aver giocato un ruolo importante nello sviluppo di questo ragazzo. Nello scritto restano un po’ in sordina e li trovi quasi solo alla fine.

Il libro è breve, si legge in un soffio; ma poi rimane a lavorare nella mente. I fattori messi in gioco nel serrato dialogo sono, lo si intuisce, molteplici: la crisi interiore di un adolescente; il tema dell’emigrazione e dello sradicamento; gli ideali politici e sociali più splendidi e più radicali, e il loro duro confronto con la morsa del reale. Ma poi, come osserva Lanfranchi, si parla anche di scuola; se ne parla poco, perché la scuola che ha conosciuto Matteo sembra meritare scarsa considerazione, e sta tutta, si direbbe, in quella frase terribile sui suoi insegnanti: non erano per niente interessati alla mia evoluzione personale.

A ben guardare, questa frase schiude un vortice di riflessione. Gli insegnanti devono essere interessati alla “evoluzione personale” dei loro studenti? Cosa significa? Che conseguenze hanno le risposte a queste domande? Sto parlando in generale; ma la domanda vera, bruciante, che in quanto insegnante non posso non pormi è la seguente: se Matteo fosse stato mio studente, avrebbe detto la stessa cosa? E quanti dei miei studenti pensano o non pensano di me qualcosa del genere?