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I film che raccontano i minori

di Dario Zonta

Nell’ultimo anno cinematografico sono apparse delle opere interessanti, a volte molto notevoli, che hanno raccontato il viaggio dell’infanzia e dell’adolescenza. Nella selezione che qui vi proponiamo ci siamo limitati a presentare le opere di produzione indipendenti se non addirittura “anarchiche” americane, del centro e del nord perché numerose e tali da immaginare un percorso.

la_gabbia_dorataLa gabbia dorata
Diego Queimada è un giovane esordiente, ha quaranta e passa anni ed ha svolto diversi lavori in produzioni sparse in tutto il mondo. Spagnolo, ha studiato all’American Film Institute e ha lavorato a vario titolo con molti registi diversi per impostazione e formazione. Tra quelli che lo hanno più segnato c’è Ken Loach di cui è stato assistente alla fotografia e dal quale, dice, ha preso molto. Come una spugna che filtra e trattiene solo quel che gli serve, Quemada ha preso quello che gli è sembrato giusto definendo poi un percorso autonomo e originale, lontano da vizzi e vezzi dei suoi più accreditati colleghi.
Il film d’esordio lo firma a quarantaquattro anni, un esordio maturo. Il “metodo” che ha seguito per girare La gabbia dorata è più vicino al cinema documentario che a quello di finzione (pure realizzando alla fine un film a soggetto e finzionale). Ha impiegato infatti dieci anni, Quemada-Diez per raccogliere le informazioni e per prepararsi a girare questo film sull’epica contemporanea dell’immigrazione clandestina sulle rotte centroamericane. Rifacendosi a modalità vicine all’inchiesta sociale, Quemada-Diez ha raccolto e realizzato centinaia  di interviste a immigrati di diversa età e provenienza che hanno attraversato la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti. Li ha avvicinati da solo e senza alcuna strumentazione che non fosse il taccuino e la penna. Non ha voluto neanche usare la videocamera perché sostiene che sia un mezzo che altera la verità del racconto. Queste interviste hanno rappresentato la base per la scrittura di un film “a soggetto”, finzionale, completamente basato sul solco di storie vere.

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Il Natale del tossicomane

 di William Burroughs William Burroughs

Era il giorno di Natale e Danny il Lavamacchine uscì in strada senza un soldo e in crisi di astinenza dopo settantadue ore nella guardina del commissariato. Era una bella giornata limpida, ma non c’era calore nel sole. Danny rabbrividiva di un freddo interiore. Tirò su il bavero del suo soprabito nero, liscio e unto. 
Questa palandrana, non mi darebbero neanche una moneta a impegnarla, pensò. 
Era verso la Novantesima Strada West. Un lungo isolato di pensioni dalla facciata di pietra scura. Qua e là una ghirlanda in una finestra nera e pulita. I sensi di Danny registravano tutto nitidamente con la dolorosa intensità dell’astinenza. La luce gli feriva gli occhi dilatati. 
Passò di fianco a una macchina e lanciò uno sguardo furtivo dei suoi occhi azzurro pallido in una rapida valutazione. C’era un pacco sul sedile e uno dei deflettori non era chiuso; Danny continuò a camminare per qualche metro. Nessuno in vista. Fece schioccare le dita ed eseguì una pantomima come di chi si ricordi di qualcosa, e girò su se stesso. Nessuno. 

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Cercando il proprio posto nel mondo. La Kiki di Miyazaki

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di Simone Calabrò

I film di Hayao Miyazaki non sono film (solo) per bambini. Qualcuno dovrebbe spiegarlo ai distributori e ai gestori di cinema italiani, che si ostinano a programmarli in orari pomeridiani, pensando, appunto, che gli unici spettatori saranno bambini o, al massimo, preadolescenti. A questa disdicevole attitudine, non fa eccezione la Lucky Red, che ha distribuito questa nuova versione, ridoppiata e integrale, di Kiki – Consegne a Domicilio, film realizzato dal maestro giapponese nel 1989 e, prima d’ora, mai uscito nelle sale italiane. Così, mi sono trovato costretto a dover scegliere orari che variavano dalle due fino, al massimo, alle sei del pomeriggio, roba che mi ha riportato indietro al periodo delle scuole medie, quando sgattaiolavo furtivo al cinema invece di fare i compiti. Pagato il biglietto e preso posto, mi ritrovo stretto tra la morsa di un bambino che piange in braccio alla mamma (cosa che continuerà a fare per tutta la durata del film) e un preadolescente imberbe che gioca continuamente con il telefonino (cosa che continuerà a fare per tutta la durata del film); concentrarsi è difficile, ma ci provo. 
Il film narra la storia di Kiki, una strega di tredici anni che, seguendo la tradizione per cui ogni giovane strega di quell’età deve andarsene via di casa per “cominciare a rendersi indipendente”, decide di partire una notte di luna piena a cavallo della scopa regalatale dalla madre e in compagnia del gatto nero Jiji, di cui capisce la lingua. Dopo una notte di volo, giunge in una non meglio precisata città europea (si sa, però, che Miyazaki e i suoi collaboratori si sono ispirati a città come Parigi, Stoccolma e Lisbona), e subito cerca un modo per darsi da fare. Dopo un po’, per un caso fortuito, incontra la giovane panettiera Osomo che le propone, data la capacità di Kiki di volare su una scopa, di fare le consegne al posto suo, in cambio di una stanza e di un piccolo compenso, e che, successivamente, la incoraggia ad aprire una agenzia di consegne a domicilio tutta sua. Proprio mentre cominciava ad ambientarsi nella nuova città, a seguito di una delusione da parte di un ragazzo di nome Combo, con cui aveva stretto amicizia, scoprirà di non essere più capace di volare e, per di più, di non riuscire più a comunicare col fido gatto Jiji. Infine, dopo diverse peripezie e svariati incontri, riapprenderà a volare e si riconcilierà con Combo, decidendo di stabilirsi definitivamente in quella città che l’ha ormai adottata.

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Nel corpo della città. Virigilio Sieni al Prenestino

Lunedì 10 e martedì 11 dicembre 2012 al Centrale Preneste –Teatro per le nuove generazioni di Roma (quartiere pigneto – via prenestina) sarà possibile incontrare le figure indimenticabili del nuovo laboratorio diretto dal coreografo e danzatore Virgilio Sieni. Il progetto, a cura di Debora Pietrobono, ha scelto uno specifico territorio di riferimento, coinvolgendo i partecipanti alle attività del teatro e dei Centri anziani municipali del quartiere Prenestino di Roma. L’interazione con la città e il quartiere riguarda innanzitutto la relazione tra i partecipanti, capace di trasformare il teatro in un luogo aperto: il lavoro paziente e attento di Sieni con e a partire dalle persone che abitano il quartiere è rivolto a un’esperienza concreta e condivisa, piena di grazia e mistero, che riscrive nell’incontro la sua epifania giocosa.

Mi rivolgo ad alcuni abitanti di questo territorio, per intraprendere insieme un gioco fondato su azioni coreografiche che intendono sprofondare nella natura del gesto come un dolce, o amaro, viatico all’incontro col corpo. Partendo dalle loro tracce, nei pensieri, nelle posture, nei gesti, nei margini e argini silenziosi, ma a volte urlati, nelle declinazioni dinamiche del corpo tra narrazione, storia e urgenza di apertura, cercheremo di dar vita ad un ciclo di apparizioni fantastiche che guardano a un passato urbano fatto di radure e prati, che si intravedono solo nelle tracce del corpo e nel desiderio di apertura. (Virgilio Sieni)

Francesca Bocchi, Rossana Bondi, Rosanna Bruni, Paola e Unico Campitelli, Virginia Di Consiglio, Angela Falanga, Elisabetta Mazzei, Cristiana e Daniela Minardi hanno lavorato insieme a Virgilio Sieni, con l’assistenza di Manuela De Angelis, ai capitoli di questa narrazione scritta da coppie di attori-presenze concrete e intensissime.

Lunedì 10 e Martedì 11 dicembre, alle ore 21

Praticelli in fiore, un progetto di Virgilio Sieni

parte dell’iniziativa Arte del gesto nel Mediterraneo

Centrale Preneste Teatro

via Alberto da Giussano, 58 – Roma

Biglietto 5 euro, ridotto 2 euro

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Il posto in cui vivere. L’amore secondo Haneke

di Arianna Lodeserto

Georges e Anne hanno ottant’anni, sono sposati da molto tempo, condividono la passione per la musica, le minuscole abitudini d’ogni giorno, i pasti, le pulizie, le letture, gli ascolti. Un giorno, la malattia colpisce inattesa le loro vite. Mentre Anne dovrà imparare a difendersi dalla paralisi progressiva, dall’insostenibile perdita dell’autonomia del corpo e della parola, Georges le sta accanto, prova a sorreggere la loro vita così com’era per ostacolare la resa, la morte che infine separa moglie e marito.

Eve, figlia di Georges e Anne trasferitasi in Inghilterra, appare a tragedia avvenuta, chiedendo con incredibile distacco: “cosa posso fare per voi?”. Di fronte a una madre paralizzata, insiste in dettagliati sproloqui su investimenti immobiliari, insoddisfatta attende risposte, esibisce la sua nevrosi, piange quand’è troppo tardi. Come in ogni buona famiglia francese, i nostri stessi figli ci son estranei. Non appartengono più a quegli interni, non possono accedervi se non come intrusi, testimoni di un’altra epoca.

Anche Parigi è uno scorcio ben lontano, un rapido fotogramma inserito in un’unica scena, esterno freddo del domus coniugale, della casa in cui esiste l’amore, di quella camera da letto che il protagonista vorrebbe rendere inaccessibile per proteggere l’amata, per avvolgerla, tenerla stretta a sé. Ma niente sembra poter resistere al destino senza colpa della malattia, neanche la dignità di cui entrambi danno prova.