visioni

Ecuba al Pilastro

di Lorenzo Donati

 

Ampio Raggio

 

Sei numeri di “Ampio Raggio – Esperienze di arte e politica”, una rivista piccola per formato ma densa per contenuti. Una rivista editata, pensata, prodotta da una compagnia teatrale, Laminarie, in quella ex balera che pare un’astronave atterrata al Pilastro di Bologna e chiamata “Dom – La Cupola del Pilastro”. Sei numeri di una rivista di carta sono un piccolo miracolo, al giorno d’oggi, soprattutto se si prova, come fa Ampio Raggio, a guardare oltre i propri confini disciplinari, a creare connessioni e dialoghi fuori dal proprio recinto. Per festeggiare questo traguardo, lo scorso 26 novembre è stata organizzata una serata di incontro e discussione attorno agli orizzonti del lavoro del gruppo, con la presentazione del numero ma anche invitando il pubblico ad assistere a una nuova azione del progetto attuale della compagnia, Ecuba – Porti e periferie del Mediterraneo, un lavoro che si sta sviluppando in diversi luoghi europei attorno al personaggio di Ecuba, interrogando peregrinazioni, tragedie e perdite. Si entra in sala, si assiste a uno spettacolo che è anche esito di un laboratorio, si esce e si affronta la lettura di Ampio Raggio. Fra rivista e spettacolo scorre una peculiare risonanza di domande e inquietudini, così che davvero è possibile in questo caso parlare di opera ma intendere diversi percorsi oltre la rappresentazione un incontro, un’intervista, un laboratorio, una rivista, una stagione di spettacoli (“Alors on danse” è il titolo della rassegna organizzata al Dom nella prima parte della stagione).

visioni

Whiplash. Una pedagogia perversa

Damien-Chazelle-Whiplash-1

di Cristina Basso

Whiplash è una metafora crudele della musica come ossessione, dell’ambizione come male inevitabile. Il film d’esordio alla regia del trentenne Damien Chazelle segue la faccia chiara e perbene di un ragazzo di 19 anni, Andrew Neyman, che studia batteria jazz nel miglior conservatorio di musica di New York. La storia si snoda nell’avventura della sua formazione musicale quando riesce ad entrare nella classe del più ambito e severo insegnante della scuola, Fletcher (J. K. Simmons il sergente di Full Metal Jacket), un sadico col fisico da sportivo e la faccia da carogna. In nome di una spietata selezione per l’eccellenza le sue lezioni sono fatte di umiliazioni individuali e collettive, sarcasmo e violenza. Ma se è questo il corridoio arroventato in mezzo a cui è necessario passare per farcela, Andrew ha deciso di percorrerlo, fino in fondo. Perché la musica viene prima. E pure il successo. Il ragazzo precipita così in una spirale solitaria trascinato dalle forze uguali e contrarie, ma forse non troppo diverse, della sua ambiziosa determinazione e del sadismo di Fletcher. E allora suona all’infinito, di notte, da solo, finché le bacchette non gli tagliano le mani a sangue, in un corpo a corpo serrato e indomito con il doppio tempo di Whiplash, il brano su cui Fletcher lo sta torturando, colonna sonora del film. A doppio tempo viaggiano anche lo studio forsennato di Andrew e l’intera storia, in un crescendo di colpi di scena dai tempi perfetti. La camera si ferma sulla batteria per minuti che sembrano non finire mai, e ne segue il rullare disperato e ansimante: il tempo di chi deve farcela.

visioni

Il nemico dentro e fuori una classe

immagine da internet

immagine da internet

di Gianandrea Caruso

Servendosi con intelligenza di elementi ben noti al cinema di ambientazione scolastica (una studentessa si uccide, la classe individua un capro espiatorio nel professore da poco subentrato) il regista sloveno ventottenne Rok Bicek costruisce un film (Class enemy, dal 9 ottobre al cinema) raro per la capacità di porre domande radicali e il tentativo di fare il punto di una situazione molto più ampia del perimetro della scuola in cui è ambientato. Con alcuni modelli dichiarati (Haneke, Mungiu, il Kieslowski del Decalogo) e sul filo di una scrittura calibratissima, la concatenazione delle scene prevede che tutti i personaggi vestano a turni il ruolo di vittima e quello di aggressore. Con precisione algebrica i torti e le ragioni sono distribuiti e di continuo rimessi in discussione, in un’architettura la cui irrisolta complessità vuol fare piazza pulita di ogni sentimentalismo, di ogni commozione di superficie, di ogni identificazione in una delle parti in causa: il punto non è solo raccontare una storia ma iniziare un discorso, mostrare una contraddizione lasciando l’onere di una (difficile) sintesi agli spettatori.

visioni

Il paese delle meraviglie

05e0ff039ba9eaea4e6ce41ba15b3908

di Alice Rohrwacher

 

Le meraviglie è un film che racconta della campagna, dell’amore un po’ bizzarro tra un padre e le sue figlie, di figli maschi mancati, di animali e fate che abitano nella televisione. è un film che è accaduto dopo il Sessantotto. è un film dove si parla in viterbese ma quando ci si arrabbia si risponde in francese e tedesco. è anche una fiaba. 

Il paesaggio
Arriva sempre il momento in cui qualcuno ti chiede da dove vieni. Vorrei tanto rispondere con una sola parola, come “Roma!”, “Milano!”, ma invece mi ritrovo a spiegare che vengo da una zona di confine tra Umbria, Lazio e Toscana, là dove le identità sono tutte sfaldate, in campagna. Forse il mio interlocutore conosce quei luoghi? Ma certo, mi dice, certo: sono stato a Civita la scorsa domenica e mi è sembrato di vivere nel medioevo per una giornata.
Ecco, questo è stato il primo istinto che mi ha spinto a lavorare su Le meraviglie: il disagio che si pensi alla campagna, o ai piccoli paesi che la costellano, come luoghi “puri”, fuori dal tempo, e quindi fruibili, perché non possono mai mutare. Ma visti dal di dentro (o forse visti lateralmente), quei luoghi non sono così, e la purezza è solo una prigione a cui si sono consegnati per avere in cambio un pasto caldo al giorno.
In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano. Eppure quello che sta avvenendo nel paesaggio italiano è un cambiamento molto più profondo e doloroso.
La lunga lotta per la terra, quel teatro millenario di scontri tra proprietari e lavoratori, non si è risolta, si è solo allontanata, sbiadita. Il campo di battaglia è stato lasciato libero e sono arrivati gli sciacalli. Prima hanno dato fuoco a tutto quello che incontravano sul cammino, poi hanno arraffato quei pochi spazi di risulta rimasti più o meno intatti, e li hanno trasformati in uno strabiliante parco tematico per rassicurare le nostre domeniche. Una specie di museo all’aria aperta.
Vivere nel medioevo per una giornata: ecco la politica territoriale che è stata portata avanti negli ultimi vent’anni, con metodo.
Prima si è cercato di distruggere tutto ciò che era cultura – le piazze, le siepi, le biblioteche e i piccoli cinema, i teatri di provincia, i circoli e tutti i luoghi di ritrovo e di scambio – per poi trasformare in cultura tutto quello che restava, tutto quello che era innocuo: il mangiare (a bocca piena si parla meno) e il passato remoto (che pericolo ci può essere nel teatro etrusco?).
All’improvviso tutti si sono ricordati di avere UNA tradizione, e si sono dedicati a quella con tutte le loro forze. Ma la tradizione non si può estrapolare, è fatta di strati, e spesso è solo l’ultima manifestazione di un processo di mutamento. Non è piatta, è come un pozzo. Non si può salvare e proteggere solo uno strato.
Insomma, ho iniziato a girare nella mia regione, a incontrare contadini, imprenditori agricoli, paesani. Ho iniziato a chiedermi: se venissero gli extraterrestri, cosa capirebbero di questo posto? Può essere la sagra l’unica cosa che resta di un paese quasi completamente agricolo? Cosa significa abitare in questo paesaggio, esserne parte, arginare la commercializzazione da un lato e le difficoltà ambientali dall’altro? Esiste un immagine che può sintetizzare tutto questo?

La famiglia, nonostante tutto
Per poter trovare un’immagine pura, abbiamo bisogno di un punto di vista, che deve necessariamente essere ibrido. E di una casa, naturalmente. E di una famiglia che ci è andata ad abitare.
La casa che abbiamo scelto per il film c’era da prima, c’è sempre stata. è una casa dove ci sono delle parti antichissime e delle parti più recenti, perché nessuno l’ha mai ristrutturata secondo lo stile di un’unica epoca. Fino a poco tempo fa vivere così era normale: si entrava a fare parte di una storia che ci precedeva, che non si poteva controllare fino in fondo. Gli spifferi venivano riparati con della gommapiuma, le mattonelle sostituite là dove necessario, ma ci si adattava a un mondo già esistente. Solo le ultime generazioni hanno desiderato dare un unico piano di interpretazione del luogo dove si abita, antico o moderno che sia.
Non è stato semplice trovare la casa in cui girare il film: tutti i luoghi che vedevamo erano o distrutti dalle intemperie, o troppo ristrutturati. In macchina con noi, durante questi pellegrinaggi, avevamo il bellissimo libro di Roberto Innocenti Casa del tempo, che in qualche modo ci ha guidato.
La famiglia della nostra storia invece non c’era da prima, non appartiene a quella regione, e neanche sapeva all’inizio di essere una famiglia. Sono persone che sono arrivate in campagna per una scelta politica, perché nelle città non c’era più posto, e anni di manifestazioni sono stati soffocati dalla violenza e dalla delusione. Così hanno letto dei libri, hanno imparato a fare l’orto su dei manuali, hanno cercato parecchio e hanno combattuto le stagioni in solitudine. Sono tutti “ex” qualcosa, con lingue diverse, passati lontani ma ideali comuni.
Io ne ho conosciute molte di famiglie così, in Italia ma anche in Francia, in Grecia. Piccoli sistemi sganciati dal resto, con regole autonome e una vita parallela a quella che leggiamo sui giornali. Ma non è una vita semplice: bisogna lavorare tanto, ed è difficile sopravvivere senza il conforto di appartenere a un movimento. Non si è dei veri contadini perché non si viene dalla terra, ma non ci si può neanche definire cittadini perché si sono tagliati i ponti con le città, non si è hippies perché ci si spacca la schiena dalla mattina alla sera, ma non si è neanche imprenditori agricoli perché ci si rifiuta di usare tecniche più produttive di coltivazione, in nome di una vita sana. Non essendoci un movimento, una definizione con cui ci si possa chiamare da fuori, ecco che resta solo una parola: famiglia. Proprio quella che nel Sessantotto tanti volevano spaccare, ora è la loro arca di Noè, è il loro unico riparo. Loro sono una famiglia.
La famiglia delle Meraviglie è formata da Wolfgang, il padre che viene da un paese del nord, forse dal Belgio o dalla Germania, e Angelica, la madre italiana. Hanno quattro bambine: Gelsomina, la primogenita, Marinella, Caterina e Luna. Hanno un orto, un’ospite fissa, Cocò, pecore e api. Cosa ci fanno lì?
La risposta è quasi imbarazzante ma è vera: vogliono proteggere le bambine. Da qualcosa che sanno, che hanno visto, perché tutto è sfacelo e distruzione e corruzione, e solo la campagna ti può salvare. Solo restando uniti. Le loro intenzioni sono sincere, anche se a volte si esprimono in maniera rabbiosa. Ma come spiegarlo a Gelsomina, la primogenita, la principessa ereditaria, l’amore del babbo? Lei vorrebbe una vita più semplice, più abbinata e serena, una famiglia con meno ideali e più saggezza come quella delle sue amiche. Wolfgang sente che la figlia in cui ripone tutto, quella figlia che è più brava di lui a lavorare con le api, che è solida e responsabile, le sta sfuggendo. Ma se le bambine se ne vogliono andare – a Milano? in Florida? –  allora che senso ha tutta questa fatica?

…continua a leggere sul sito dello Straniero

visioni

Non sono meraviglie

IMG-20140414-WA0000di Nicola Villa

Questo articolo uscirà sul numero 21 de “Gli asini”, maggio-giugno 2014. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea.

Una piccola isola che non esiste, frutto di sogni e reminiscenze, cinta da rupi e fitta di cipressi, l’albero dei cimiteri. Sul filo d’acqua piatto, forse un lago o una laguna, una barca sta portando una bara all’isola e, insieme al rematore, una figura enigmatica coperta da un velo bianco è l’unica testimone del corteo funebre. Questa è L’isola dei morti, il famoso quadro che il pittore svizzero Arnold Böcklin eseguì in diverse versioni a fine Ottocento e che è diventato, oltre che un simbolo tardo-romantico, una delle massima rappresentazione del funerale, del lutto e della morte. Alice Rohrwacher è riuscita a rileggere questa potentissimo opera, molto fortunata in passato, nel suo secondo lungometraggio Le meraviglie, unico film italiano in concorso al Festival di Cannes. L’ha reinterpretata non per raccontare un funerale qualsiasi, ma per descrivere un lutto ben più grande e profondo: la fine di un mondo.

Il film è ambientato in una campagna del centro-Italia di confine tra Umbria, Toscana e Lazio, anticamente l’alta Etruria, dove una famiglia senza una identità precisa, o meglio meticcia perché italo-tedesca-francese, si è rifugiata per allevare le api e produrre il miele, ma soprattutto per crescere le figlie in un luogo protetto, lontano dai paesi e dalle città vicine, da quel mondo in radicale mutamento con cui è inevitabile scontrarsi. Al vertice di questa famiglia, composta in prevalenza da donne, c’è un solo uomo: un padre nevrotico e autoritario che ha interiorizzato, quasi al limite della disperazione, la lotta tra il suo progetto di vita e una società che lo ostacola, ad esempio con la burocrazia, le restrittive e innumerevoli leggi sugli standard sanitari per avviare una piccola azienda a gestione famigliare. Quella che si è scelta questa strana famiglia non è una vita semplice: c’è la fatica di un lavoro minacciato dal cambiamento climatico che uccide le api, una ricerca della sopravvivenza, la resistenza e il compromesso con la burocrazia delle leggi e con la comunità di contadini, allevatori e cacciatori, già arresi e integrati al nuovo corso, che li circonda. Il punto di vista del racconto è quello della maggiore delle figlie, Gelsomina, la primogenita combattuta tra l’essere l’erede naturale di ciò che il padre ha costruito e i desideri (le merci e i consumi) che la società sta elaborando proprio in quegli anni. I primi anni novanta sono, infatti, l’epoca di questa storia, il tempo dell’adolescenza della regista trentenne, periodo di incubazione finale della trasformazione della nostra società.