urbanistica del disprezzo

Via Gandusio, partecipazione alla bolognese

della redazione bolognese de “Gli asini”

Da qualche tempo Bologna è teatro di avvenimenti a dir poco inquietanti. Sgomberi di occupazioni abitative, minacce di sgomberi di centri sociali (e non solo quelli occupati), cariche a freddo della polizia senza motivo, irruzioni della polizia in una biblioteca universitaria occupata, ordinanze restrittive nell’uso delle piazze pubbliche con relativo dispiegamento di forze, gestione autoritaria dei processi “partecipativi” che l’amministrazione comunale ha messo in campo per dare copertura “democratica” a devastanti trasformazioni urbanistiche, e altro ancora. Da ultimo, lo sgombero e la devastazione di uno storico circolo Arci (fondato nel 1947) frutto di un perverso intreccio tra il Comune e la Questura. Ciò che sta accadendo a Bologna – ne siamo convinti – non è solo un fenomeno locale, ma un “esperimento” che servirà presto da modello anche altrove. Le retoriche della partecipazione e la realtà della guerra ai poveri e agli spazi sociali spontanei si gioca infatti in molte città nel campo dell’urbanistica e delle trasformazioni del tessuto sociale.

Ecco perché abbiamo pensato di raccontare gli ultimi due episodi accaduti in città: attraverso essi è possibile cogliere il segno sia della mutazione profonda nel rapporto tra le amministrazioni locali e i cittadini sia dell’intreccio tra conflitto, repressione e cooptazione. (Gli asini)

 

Il pomeriggio di mercoledì 28 giugno al centro sociale Labas c’è, come sempre, il mercatino di Campi Aperti e il grande cortile dell’antico edificio militare (abbandonato da decenni e occupato dal 2012) è pieno di stand di piccoli agricoltori biologici, bambini, ragazzi e famiglie che attendono un po’ di fresco facendo la spesa e trascorrendo un po’ di tempo in uno dei pochi spazi di socialità gratuita, aperta a tutti e libera. Ormai una vera rarità in un centro storico sempre sterilizzato, sempre più vetrina per turisti, sempre più “centro commerciale naturale” pensato ad uso e consumo di danarosi turisti stranieri e mandrie di clienti dei saldi di fine stagione. Uno dei pochi luoghi cittadini realmente trasversali, abitualmente frequentato da studenti universitari, militanti politici, migranti e cittadini.

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Minori non accompagnati e donne migranti

di Carolina Purificati

illustrazione di Jacob Wegelius

Lo scorso febbraio l’Unicef ha pubblicato un rapporto sul viaggio dei minori non accompagnati sulla rotta del mediterraneo centrale, l’attraversata del Sahara e del Mediterraneo passando per la Libia. L’esito della ricerca, che si basa su 122 interviste a donne e minori provenienti da una decina di paesi diversi, dal Medio Oriente al Nord Africa e all’Africa sub-sahariana, che al momento dello studio (tra ottobre 2015 e maggio 2016) si trovavano in Libia, è sintetizzato nel titolo che recita “Un viaggio fatale per i bambini”. La raccolta dei dati è stata affidata alla IOCEA (l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e gli Aiuti d’Emergenza), partner Unicef nella zona, e ha avuto luogo principalmente nella Libia nordoccidentale. Infatti, la situazione di caos che regna in Libia, ha impedito di fare ricerca in alcune parti del paese, specialmente quelle orientali e meridionali.  Più volte leggendo il rapporto, si trovano riferimenti alla complessa situazione politica e allo scarso livello di sicurezza che caratterizza il paese dal 2011, anno della caduta di Gheddafi e inizio di un feroce conflitto interno tra bande armate.

Parlare di minori non accompagnati e donne migranti in Libia,  le categorie più fragili tra i migranti, significa parlare delle conseguenze di sei anni di guerra, dell’efferatezza dei trafficanti, del business che prolifera intorno alla migrazione nonché del ruolo e le responsabilità degli accordi internazionali di contrasto ai flussi migratori.

Nonostante il delirio generale in cui versa il paese, la Libia continua ad essere un luogo di transito per chi parte dal corno d’Africa e dall’Africa Sub sahariana. Secondo le stime dell’OIM, a settembre 2016 erano 256.000 i migranti identificati in Libia, fra cui 28.031 donne (11%) e 23.102 bambini (9%), un terzo dei quali non accompagnati. Di queste, circa 181 mila persone sono arrivate in Italia l’anno scorso, mentre 4579 non ce l’hanno fatta, ovvero 1 su 40 di coloro che l’hanno tentata. Ma si ritiene che le cifre reali siano almeno tre volte superiori. Risultato? In assenza di canali legali di ingresso, il passaggio attraverso l’inferno delle carceri libiche e del mare resta l’unica opzione, facendo sì che chi ne esce vivo arriva spesso sull’altra sponda del mare a pezzi, fisicamente e psicologicamente, e ci impiega mesi prima di tornare a dormire senza incubi e a recuperare uno sguardo vigile.

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Tornelli alla bolognese

di Piergiorgio Barbetta

fumetto di Andrea Pazienza

immagine di Andrea Pazienza

A Bologna è tempo di sgomberi. La Questura, sempre con il plauso del Comune, ha messo fine a tutte le numerose occupazioni abitative, compresa quella della palazzina ex Telecom, dove quasi trecento persone avevano dato vita a una forma di autogestione. È stato sgomberato il collettivo lgbt Atlantide, cui era stato assegnato uno spazio pubblico. All’indomani dello sciopero e della grande manifestazione per l’8 marzo è stato sgomberato uno spazio comunale in disuso occupato dalla “Consultoria transfemminista queer”. È sotto minaccia di sgombero il collettivo Làbas, che da quattro anni occupa una caserma abbandonata e in procinto di essere trasformata in albergo di lusso. E il Comune ha annunciato lo sfratto di XM24, uno spazio autogestito insediato da anni – con regolare convenzione – nei locali dell’ex mercato ortofrutticolo di proprietà comunale. Nelle scorse settimane, la città ha addirittura assistito all’irruzione della polizia nella biblioteca di Lettere dell’Università, occupata da alcuni collettivi che l’avevano riaperta agli studenti dopo la chiusura stabilita dal Rettore in reazione alla rimozione dei sistemi di controllo e selezione dell’accesso che gli stessi collettivi avevano attuato il giorno prima.
In questo articolo proponiamo una ricostruzione di quest’ultimo episodio, leggendolo nel contesto più ampio della situazione che da molti anni rende critica la fruizione del cuore della zona universitaria. Torneremo presto ad occuparci di ciò che sta accadendo a Bologna e delle ragioni per cui tutto questo non riguarda solo il capoluogo emiliano. (Gli asini)

 

Il 9 febbraio scorso la biblioteca di discipline umanistiche di Bologna è stata occupata da alcuni studenti che protestavano contro l’installazione di un nuovo sistema di controllo e di accesso. Il sistema, fra le altre cose, prevede il passaggio attraverso alcuni tornelli contapersone attivabili solo strisciando un badge elettronico. La celere è entrata nell’aula studio e ha sgomberato i locali della biblioteca. Sono seguite contestazioni, scontri e reazioni sdegnate di giornali, politici, cittadini e studenti, che hanno ritenuto necessario dissociarsi – tramite una petizione online – dall’operato del Cua (uno dei gruppi contestatari) e ribadire il loro parere favorevole ai tornelli e all’intervento della polizia.

La biblioteca si trova in una zona di Bologna che concentra in sé molte criticità. A poche centinaia di metri dalle torri, attraversando Largo Respighi, dove quotidianamente posteggiano volanti di carabinieri e poliziotti, si raggiunge la facciata del Teatro comunale. Scendendo i gradini del porticato a quasi ogni passante viene offerta una bici per poche decine di euro. Le bici sono ovviamente rubate. Dall’altra parte c’è il Cicu (la biblioteca di Scienze Giuridiche) e Palazzo Paleotti, una biblioteca d’ateneo, con postazioni numerate, accessi controllati, mezz’ora di pausa massima consentita che diventa un’ora per lo stacco del pranzo. Col bel tempo la piazza si riempie: il bivacco è un’attività gradita tra la variegata popolazione, che si disseta abusivamente bevendo birra. Da anni vigono infatti ordinanze di vario tipo che vietano di vendere alcolici in vetro, con il risultato di una imponente proliferazione della vendita abusiva. Col bello e col cattivo tempo, non è difficile incontrare qualche spacciatore avvicinandosi all’imbocco di via Petroni.

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Dentro l’Ex-Moi

di Francesco Migliaccio

illustrazione di Paolo Bacilieri

illustrazione di Paolo Bacilieri

 

A Torino esiste un’aula dove s’incontrano italiani e migranti. È il luogo di una scuola serale, informale, regolata dall’improvvisazione. Si trova al piano terra di una palazzina occupata dove abitano migranti africani. Da tre anni frequento l’aula e queste sono note, memorie e pensieri che ho raccolto nel tempo.

Erano trascorse poche settimane dalla nascita della scuola e sulla cattedra tenevamo il quaderno rosso dei nomi. In un’assemblea di insegnanti si decise di registrare gli studenti che partecipavano alle lezioni. Alcuni di noi hanno lavorato nella scuola: forse un’abitudine irriflessa – una tentazione rituale all’appello – si era depositata in noi. Ma come archiviare i nomi di studenti che compaiono una sera e poi mai più, studenti che partecipano senza regolarità,  oppure di altri che lasciano la città per un po’ e ritornano dopo mesi? Dopo poco ci siamo dimenticati del quaderno rosso; ora si esce dall’aula con un cenno di saluto.

Come la frequenza in classe, anche le conoscenze della lingua sono varie. Nell’aula ci raggiungono parlanti esperti, ragazzi alle prime armi, analfabeti. Noi insegnanti siamo spesso in tre, quattro, e possiamo seguire gruppi diversi di studenti. A volte sono loro a chiederci di svolgere un compito specifico, magari un esercizio affidato dalla scuola istituzionale. Così le attività tendono a frammentarsi fino a diventare individuali. Nel tempo abbiamo tentato di organizzare lezioni collettive e uguali per tutti. Uno di noi si rivolge ai presenti senza distinzioni, gli altri insegnanti seguono chi ha più bisogno di aiuto.  Alcuni di noi desideravano inventare un luogo dove tutti siano partecipi e collaborino l’uno con l’altro. Ma forse il nostro desiderio è frutto d’una tensione ideale. Non sono mancate le proteste degli studenti: “Se sono più bravo, perché devo aspettare gli altri?”; “Io queste cose non le capisco, troppo difficili”; “Torniamo alla divisione in gruppi”; alcuni si isolavano in un angolo e svolgevano compiti per conto loro. Lentamente ho compreso che la lezione è un negoziato che accoglie diverse esigenze. Ho dovuto abbandonare gli schemi di insegnamento astratti e ho imparato ad adeguarmi alle circostanze. Una lezione collettiva ha una buona riuscita solo se nasce nella contingenza d’una serata.

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No Tav: 110 e lode e 2 mesi

di Valentina Calderone

Essere condannati per la propria tesi di laurea è un fatto che negli ultimi decenni, in Italia, è accaduto solo a chi attingeva a piene mani dagli elaborati di qualcun altro. Copiare il lavoro conclusivo del proprio percorso di studi e spacciarlo come originale configura il reato di truffa, e così viene giudicato e punito, quando scoperto. Non sono riuscita a trovare, invece, condanne che somigliassero a quella inflitta a Roberta Chiroli, ex studentessa di Antropologia laureatasi con 110 e lode all’Università Ca’ Foscari di Venezia, con una tesi dal titolo “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”. L’Accademia l’ha premiata con il massimo dei voti, il Tribunale l’ha condannata per concorso morale alla pena di due mesi di carcere (riconosciute le attenuanti generiche, pena sospesa). La tesi di Chiroli, laureatasi nell’ottobre 2014, ha previsto una ricerca sul campo che, dato l’oggetto del lavoro, doveva necessariamente svolgersi in Val Susa.
L’allora laureanda, con il consenso del suo relatore, decide di recarsi per tre mesi durante il periodo estivo in Valle, seguire le manifestazioni, incontrare i valliggiani e intervistarli. La tecnica è quella dell’”osservazione partecipante”, teorizzata dall’antropologo Bronislaw Malinowski agli inizi del Novecento, e insieme a Chiroli si aggiunge Franca Maltese, dottoranda in Antropoligia all’Università della Calabria. Le due donne seguono diversi incontri e manifestazioni degli attivisti No Tav, tra cui quella del 13 giugno 2013 organizzata da studenti liceali in campeggio a Venaus, consistita nel volantinare nei pressi della ditta Itinera di Salbertrand. Un gruppo di partecipanti ha bloccato una strada secondaria per qualche minuto, è entrato nella proprietà privata della ditta e ha, sempre per un periodo di tempo molto breve, bloccato l’accesso al cortile interno della Itinera. Uno dei lavoratori della ditta ha ripreso la scena con un telefonino, e in questi video si vedono anche Chiroli e Maltese, come sempre disposte ai margini del gruppo a svolgere il loro compito, appunto, di osservazione.