urbanistica del disprezzo

Bologna e il nulla che avanza. Note sulle politiche cittadine e urbane

di Lorenzo Betti e Piergiorgio Barbetta

Il muro di Acer a difesa di Xm24 il giorno dopo lo sgombero

Sabato 29 giugno, un imponente corteo di circa diecimila persone sfila per le strade di Bologna. Manifesta contro “Il Nulla che avanza”, citazione da “La storia infinita” utilizzata dagli attivisti di Xm24 negli ultimi mesi di mobilitazioni in difesa dello spazio autogestito di via Fioravanti 24 nel quartiere della Bolognina. Rivendica i locali concessi nel 2002 dall’allora sindaco Guazzaloca, grazie all’azione della piattaforma Contropiani, che dalla fine degli anni ’90 aveva raccolto la maggior parte dei gruppi e collettivi del movimento bolognese. Guazzaloca, il primo e ultimo sindaco di centrodestra, dice la falsissima coscienza cittadina, dimenticando che le politiche dei sindaci di centrosinistra che sono seguite non sono state meno reazionarie – dalle insensate lotte ai graffiti (salvo poi metterli nel museo), ai tornelli che ora impediscono l’accesso ai bagni universitari, passando per una stagione di sgomberi selvaggi. Dal 2002 hanno trovato casa a Xm associazioni, collettivi, ciclofficine, scuole di italiano con migranti, sportelli medici e legali, laboratori di hacking, fiere dell’editoria indipendente, mercati biologici, concerti e altro ancora. Progetti e attività accomunate da una spontaneità vivace e creativa, capace di interloquire col territorio e di far stare assieme pezzi diversi di città e di movimento.

Poco più di un mese dopo, martedì 6 agosto, Xm24 viene sgomberato. Nonostante le numerose manifestazioni e la solidarietà espressa a livello locale, nazionale ed europeo, arriva la ruspa. Salvini la rivendica subito (è il giorno seguente all’approvazione del decreto sicurezza bis), il sindaco Merola si arrampica sugli specchi, definendo lo sgombero ruspamunito “una liberazione dell’immobile”, fatta in maniera “equilibrata e coerente”. Nonostante la giornata di resistenza creativa e nonviolenta (fuochi d’artificio per avvisare la cittadinanza di quello che stava per succedere, “sirenette” asserragliate in piscina, “piccioni” sui trabattelli, sui tessuti aerei, sul tetto), il Nulla doveva avanzare e gli attivisti e i cittadini di Bologna e della Bolognina hanno perso in poche ore uno spazio di frontiera che per quasi vent’anni è stato in grado (con tutte le difficoltà e le contraddizioni di esperienze come questa) di elaborare e sperimentare forme autentiche di partecipazione. Uno spazio aperto, plurale e conflittuale in un quartiere dove al contrario si sperimentano da anni solo sterili discorsi sulla legalità e sul decoro.

L’Xm circondato dalla polizia. All’interno la resistenza delle “sirenette” in piscina e degli attivisti sul tetto

Circondato dalla “Trilogia Navile” (mastodontico e fallimentare progetto urbanistico lasciato incompiuto da privati e amministrazione comunale), dall’imponente scheletro di una futura “Casa di Quartiere”, dal futuro “Student Hotel” per studenti e turisti benestanti (edificio che per anni ha ospitato l’“Ex Telecom”: una delle occupazioni abitative più grandi e interessanti d’Italia), dalla stazione Centrale di Bologna (Alta Velocità compresa), dalle accecanti vetrate degli uffici Comunali progettati da Cucinella e dal quartiere tra i più densamente abitati e popolari della città, Xm24 era un luogo di frontiera e sperimentazione anche per l’area cittadina in cui si trovava.

La “questione Xm” è iniziata immediatamente dopo l’elezione di Virginio Merola a sindaco: la nuova amministrazione, la prima dopo il commissariamento, decide di riprendere immediatamente il discorso legalitario ereditato dalla lezione di Cofferati. Inizia una lunga stagione di sgomberi di centri sociali e culturali: Bartleby, Atlantide (stabile ancora inutilizzato e murato a più di 4 anni dallo sgombero), Labàs (grande caserma che, a due anni dallo sgombero, non ha ancora nessuna progettualità concreta) e il Laboratorio Crash. Sono gli stessi anni che la questione abitativa scoppia in città e gli sgomberi raggiungono così anche le grandi occupazioni abitative come l’“Ex Telecom”. Uno stabile occupato che, dopo aver dato casa a un centinaio di famiglie in grave emergenza abitativa e aver fatto rivivere per il quartiere e la città un enorme edificio abbandonato da anni, una volta violentemente sgomberato e murato, è stato venduto e ha iniziato lentamente la sua trasformazione in “Student Hotel” “per viaggiatori, cittadini del mondo, studenti e freelance”.

Il Nulla avanza da anni nelle politiche cittadine, cercando di creare un nuovo quartiere fatto di parcheggi, “Finger Food Festival”, residenze per classi medio-alte, strade e rotonde dove poter sfrecciare solitari con la propria auto. Parallelamente le attività economiche che riescono ad aprire e insediarsi con più facilità in quartiere sono centri scommesse e bar con sale slot.

In un’intervista su “Repubblica” dell’8 agosto, il presidente del quartiere Navile Daniele Ara (in organico al Partito democratico bolognese), cercando di mettere in contrapposizione le attività di Xm24 con altre realtà del territorio, rivendica orgogliosamente piccole attività di rigenerazione urbana che diverse associazioni di cittadini hanno stimolato nella zona (il Dopolavoro ferroviario –DLF, il mercato Albani, il parco della Zucca). Come anche lo stesso Ara sa bene però, molte di queste attività e progettualità sono nate e sono cresciute a Xm24 per poi prendere altre strade in quartiere e oltre. D’altro lato raramente l’amministrazione bolognese è riuscita in questi anni ad avere un’influenza sostanziale e positiva nella vita della Bolognina (se non per facilitare gli investimenti di grandi capitali di privati che stanno trasformando le aree ex-industriali in aree residenziali per classi medio-alte con discount e centri commerciali a portata di mano). Per quel che riguarda progettazioni sociali e culturali ha dato al massimo il beneplacito ad attività svolte dall’associazionismo più o meno di base.

Sullo sfondo dello sgombero, cantieri fermi da mesi: “Casa di Quartiere” (e in lontananza, gli uffici del Comune)

Durante le trattative che hanno precedute allo sgombero, l’assemblea di Xm24 aveva accettato anche di liberare l’immobile di via Fioravanti per trasferirsi in altri immobili pubblici e non utilizzati presenti in Bolognina. Tra le proposte fatte, c’era la Caserme Sani, una delle aree verdi più importanti in quartiere. L’area è abbandonata da una ventina d’anni e le alte mura ex militari la difendono dal poter essere vissuta dai residenti della zona che riescono solo a immaginare le potenzialità del suo contenuto. Il Dopolavoro ferroviario, di cui tanto il Presidente Ara va fiero, è un rudere racchiuso anch’esso da alti cancelli e reso accessibile solamente dalla forza di volontà di alcuni privati che, con fatica, organizzano eventi culturali e sportivi.

È chiaro che la scelta è stata quella di eliminare uno spazio scomodo. A fine luglio, in consiglio comunale, si è votata in tutta fretta una modifica al bilancio che prevedesse due milioni di euro per costruire un co-housing nello stesso edificio di Xm24. Finalmente, con un abile operazione di social washing dopo tante idee e tentativi il Comune è riuscito una scappatoia legittima per sgomberare Xm. Ci provavano dal 2012, quando la giunta aveva presentato il progetto di una rotonda per decongestionare l’affollato incrocio tra l’arteria di via Fioravanti e l’asse via Gobetti-via Bolognese. Il posto più ovvio dove costruirla era, secondo l’amministrazione, esattamente lo spazio dell’ex mercato. La prima idea di demolizione del centro sociale intendeva semplicemente tirarne giù una parte per farci una rotonda. Una serie di iniziative accomunate dallo slogan “La realtà non è rotonda”, tra le quali anche la presentazione di un progetto urbanistico alternativo e il famoso dipinto dello street-artist Blu, aveva sventato la distruzione di parte dell’edificio e ottenuto una convenzione triennale con il Comune. Nel giugno 2016 è scaduta la convenzione e il Comune ha più volte manifestato la volontà di riottenere il posto, aprendo le dighe alla più destrorsa retorica della legalità: la Bolognina è un quartiere degradato, Xm contribuisce al degrado (“non è compatibile con la realtà del quartiere” dicevano i pasdaran dello sgombero, smentiti dalla solidarietà espressa da molti residenti) e allora mettiamo al suo posto una bella caserma dei Carabinieri. Infine, dopo la caserma è stata la volta della “Casa della letteratura”, idea osteggiata perfino da molti intellettuali cittadini.

Oggi il Comune sembra aver preso una decisione. Prova a dar mostra di un volto buono e comprensivo del potere, se non altro perché si rende conto che il centro sociale ha ricevuto affetto e solidarietà da parte di un grosso pezzo di città. E all’ex mercato l’attività socio-culturale libera, spontanea e creativa deve lasciare spazio a una vaga idea di intervento sociale. Parola di sindaco: “abbiamo in progetto di realizzare un cohousing nell’ambito di un massiccio piano di costruzione di alloggi pubblici in un’area dove […] l’edilizia privata ha incontrato tante difficoltà, che come Comune abbiamo provato a arginare anticipando il privato per ultimare almeno gli interventi pubblici”.

Basta poco a capire quanta efficacia in più avrebbe un piano di edilizia sociale vera, che utilizzi piuttosto quei palazzi incompiuti, vuoti o invenduti che circondano l’area, evidentemente più capienti e adatti all’uso abitativo di quanto non sia l’Xm. Ma il valore è troppo alto e non si può certo sprecare tutto quel bendidio per dar casa a dei poveracci! Valore “privato” che lo stesso Comune ha contribuito a creare, coprendo gli oneri delle spese di urbanizzazione non pagate dalle varie ditte che si sono succedute nelle costruzioni dell’incompiuta “Trilogia Navile”.
La stessa amministrazione che ha sgomberato centinaia di occupazioni abitative, si rende improvvisamente conto dell’emergenza abitativa che attanaglia Bologna e decide di costruire un cohousing proprio a Xm, con decine e decine di spazi pubblici dismessi e in stato di abbandono: è evidente che la trovata serviva più che altro a dare una tinta di legittimità a uno sgombero culturalmente e politicamente irragionevole.

Non si ricordano negli ultimi anni investimenti così importanti e rapidi in Bolognina se non quelli che si sono tradotti in cantieri fermi per lunghissimi periodi. L’obiettivo non può certo essere far partire un cantiere il 6 di agosto, come maldestramente Acer cerca di far credere affiggendo sull’immobile la notifica di inizio lavori. Notifica che aggiunge, se possibile, due ulteriori note di ridicolo alla faccenda: viene affissa con nastro adesivo targato “Scout” – la nota marca di abbigliamento – e la data di inizio lavori viene fissata il giorno stesso dello sgombero. L’intenzione è chiara: fare terra bruciata di 17 anni di esperienza urbana e sociale realmente partecipata e per questo incontrollabile.

L’immagine del presidente di Acer e del suo vice che appaiono sul “Resto del Carlino” dell’’8 agosto con in mano il progetto per le future residenze e che dal momento dello sgombero gestiscono l’edificio, svelano che ad oggi non vi è nessun progetto definitivo e questo ci lascia immaginare l’ennesimo vuoto creato in Bolognina per chissà quanti anni. Nominare poveri, disabili ed anziani (in co-housing?) è una coperta troppo corta per coprire un’idea di “immaginazione civica” effimera e confusa, che tanto il sindaco Merola quanto la sua giunta portano avanti in città. Svuotare Xm24 “da cose e persone” è diventato così l’unico denominatore comune sul quale il governo del Partito Democratico bolognese è riuscito a trovare un accordo.

Le parole di Lepore (assessore all’immaginazione civica, patrimonio, cultura, etc.), nel suo post sui social del 10 di agosto dove associa l’immagine dei detriti prodotti dalle distruzioni di parte dell’edificio da parte della ruspa alle scarse condizioni igieniche e di sicurezza in cui si trovava Xm al momento dello sgombero ci lasciano immaginare lo spessore del dibattito con cui la giunta continua e continuerà a seguire la questione.

L’amministrazione di Bologna voleva la testa di Xm24 e l’ha avuta. Due milioni di euro per la testa di Xm24? Per lasciare un altro vuoto in Bolognina per chi sa quanti anni? Non era più urgente aprire spazi pubblici alla città, costruire vera edilizia sociale già in progetto e ferma da anni, finanziare e stabilizzare attività culturali e sociali sul territorio? Evidentemente no. Il Nulla doveva avanzare e l’amministrazione di Bologna ci ha investito con solerzia e a piene mani.

Solamente a sgombero avvenuto e dopo 12 ore di resistenza da parte degli attivisti e delle attiviste, l’assessore Lepore ha dovuto firmare l’impegno di trovare in Bolognina un nuovo spazio a tutte le attività di Xm24 “quanto prima e non oltre il 15 novembre”. L’accordo firmato dalle parti richiama esplicitamente le proposte fatte dal collettivo cinque giorni prima dello sgombero, ennesima dimostrazione di quanto fosse simbolicamente indispensabile uno sgombero violento e la distruzione fisica di quell’edifico e di quello che simboleggiava.

La trattativa, cominciata nelle settimane precedenti, è avvenuta in questura ed è stata promossa direttamente dal questore. Nella Bologna degli anni ‘10 il questore diventa mediatore, il PD tiene la linea dura e pura della legalità e la questura diventa luogo di discussione e dibattito politico. La politica della destra, per inciso, non solo a Bologna, è portata avanti da un PD messo in scacco economicamente da grandi investitori e dilaniato politicamente dalle sue correnti: la vicenda Xm è solo una delle tante, che simboleggia e in qualche modo conclude un’opera sistematica di smantellamento delle esperienze sociali in favore di una partecipazione finta e spoliticizzante, fatta in nome del decoro, della sicurezza e del buoncostume, che allontana giovani e meno giovani dalla politica e utilizza una democratica e legalitaria ruspa per abbattere gli anticorpi sociali, culturali e politici all’attuale deriva populista.

Sullo sfono dello sgombero, cantieri fermi da anni: “Trilogia Navile”

urbanistica del disprezzo

C’è speranza se questo accade a Brescia? Un diario

di Marino Ruzzenenti

Stormie Mills

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Mario Lodi, il Maestro di Piadena che mi onorò della sua amicizia e che ci ha lasciato qualche anno fa, mi perdonerà se faccio il verso al titolo del suo primo libro, C’è speranza se questo accade al Vho, la piccola frazione Piadena in cui insegnava e di cui narra, in forma di diario, la sua mirabile esperienza educativa tra il 1959 e il 1962. Un titolo allora profetico che esprimeva un messaggio di profondo rinnovamento pedagogico, culturale, etico che si sarebbe riverberato nei decenni successivi producendo grandi cambiamenti nella crescita sociale, civile, morale e umana del Paese. Riprendendo quel titolo, per questo piccolo diario di due mesi di singolari ma significativi eventi accaduti nella città in cui mi capita di vivere e in un tempo il cui spirito è lontano anni luce da quanto accadeva al Vho, ho aggiunto un punto di domanda. Al lettore, se avrà la pazienza di scorrere queste paginette, l’onere di darvi una risposta.

8 aprile 2019. Discariche, discariche, discariche: grande opportunità per rigenerare il territorio

Paesaggi alterati. I luoghi di raccolta e smaltimento rifiuti, prospettive e approcci contemporanei di Silvia Dalzero, per i tipi di Liberedizioni-Fondazione Asm, affronta un tema caldissimo per la realtà bresciana e, forse, per questo la sua presentazione, lunedì 8 aprile 2019, nella Sala Giudici di Palazzo Loggia, ha visto la partecipazione di ben due Rettori universitari, Maurizio Tira, dell’Università degli studi di Brescia e Alberto Ferlenga della Iuav di Venezia, nonché del Presidente del Consiglio Comunale Roberto Cammarata, coordinati da Marcello Zane, editore del testo. La curiosità era molta: Brescia è ormai nota a livello nazionale per la quantità smisurata di rifiuti di ogni tipo interrati in troppe discariche pari a circa 90 milioni di metri cubi, ma anche perché continua a ricevere ogni anno più di un quinto di tutti i rifiuti speciali nazionali e oltre il 75% di quelli lombardi.

Si parte con l’intervento d’esordio del Presidente del Consiglio comunale, già Presidente della Fondazione Asm. A suo dire il tema oggetto del libro della Dalzero, fortunatamente, non riguarderebbe il territorio del Comune di Brescia, perché grazie al grande “termoutilizzatore” di Asm-A2A non esisterebbero all’interno dei confini del capoluogo discariche e comunque non vi sarebbero istanze in corso. Gli attivisti del PD del Codisa, il Comitato ambiente e salute della zona Sud di Brescia, sono così serviti: non si capisce perché si agitino tanto contro la richiesta della nuova mega discarica Castella 2 o siano preoccupati per la discarica radioattiva abbandonata all’incuria dell’ex cava Piccinelli e per le tante discariche che impestano la zona sud di Brescia. Insomma Cammarata, pure lui del PD, ha voluto offrire un esempio lampante di come un politico, con un ruolo istituzionale di prestigio, sia tanto connesso con gli interessi di una grande impresa privata quanto del tutto sconnesso con il proprio popolo che dovrebbe rappresentare.

Quindi si è entrati in argomento: ovvero come per il territorio bresciano le tante discariche che lo devastano possano essere un’opportunità, offrendo innumerevoli spunti per una progettazione urbanistica di rigenerazione di questi luoghi. L’entusiasmo della relatrice, al riguardo, è stato forse eccessivo, se il Rettore di Brescia Maurizio Tira ha azzardato una battuta: stiamo attenti, perché si potrebbe essere fraintesi come quei signori che ridacchiavano compiaciuti per le opportunità che si aprivano con il terremoto dell’Aquila. Aggiungendo, bontà sua, che bisognerebbe impegnarsi di più per prevenire nuove discariche …

Ma il climax dell’incontro, di certo registrato e reperibile presso il Comune, si è raggiunto nell’intervento conclusivo della relatrice, quando ha voluto commentare un articolo della stampa locale di quel giorno dedicato ai danni per la salute dell’inquinamento atmosferico: nel lancio in prima pagina di uno di questi, vi era una foto della città di Brescia che inevitabilmente faceva svettare tra lo smog anche – dio non voglia – il camino dell’inceneritore A2A. Lo sdegno di Silvia Dalzero non poteva mancare per questa ennesima fake news, veicolata da un’immagine che sembrava addossare lo smog della città anche agli impianti di A2A: “Signori, la verità è che dal camino del termo-utilizzatore esce soltanto vapore acqueo!” Applausi! E i due Rettori presenti, in omaggio alla scienza accademica, non hanno fatto un plissé. Forse il Rettore Tira l’ha presa come un’icastica anticipazione delle conclusioni del convegno sull’inquinamento dell’aria, che lo stesso Tira organizzerà due mesi dopo e di cui si dirà più avanti.

18 aprile 2019. La presidenza del Musil a un esponente dell’Associazione industriali, entità meritevole di tale incombenza in quanto “super partes”

Il Consiglio di indirizzo del Musil, Museo dell’industria e del lavoro, promosso con caparbietà da un ventennio dalla Fondazione Luigi Micheletti, in vista dell’imminente apertura dei cantieri, ha eletto un nuovo Presidente nella figura di Paride Saleri, di recente integrato nel Consiglio come ulteriore rappresentante dell’Associazione industriali bresciana. Nulla da eccepire sulla scelta, peraltro condivisa all’unanimità. Da segnalare, invece, le motivazioni portate da chi si è assunto l’onere di proporne al Consiglio, e poi esporre alla stampa, la candidatura: poiché la storia del Musil, in certi momenti, aveva sofferto delle fisiologiche tensioni del variare delle maggioranze politiche nelle istituzioni si proponeva un rappresentante dell’Associazione industriali proprio perché “al di sopra della parti”. Curiosamente, questo riconoscimento del ruolo super partes dell’impresa privata proveniva da un esponente politico del PD che fu, in passato, segretario generale, comunista, della Camera del Lavoro bresciana, la fu gloriosa Cgil che condusse una battaglia infinita contro il “padrone delle ferriere” Luigi Lucchini, poi diventato Presidente di Confindustria. Oggi molti lamentano il fatto che la politica sarebbe subalterna all’economia, ma quando mai!

30 aprile 2019. Premio per l’impresa sostenibile offerto al gruppo Feralpi di Giuseppe Pasini, presidente dell’Associazione industriali, dal sindacato della Fim Cisl nazionale.

Ecco un modo “innovativo” per prepararsi come sindacato dei lavoratori a festeggiare il 1° maggio Festa del Lavoro! “Sostenibilità. La Cisl premia la Feralpi. Bentivogli: «Non dobbiamo dividerci sul mercato: ce lo dobbiamo riprendere»”. Così titolava “Il corriere della sera – Brescia”. E continuava l’articolo: “Alla vigilia del Primo Maggio quale modo migliore di festeggiare se non premiando le aziende che investono in sostenibilità? È quello che sta facendo la Cisl sostenendo l’iniziativa di «Next», l’associazione di Leonardo Becchetti che vuole mappare le aziende virtuose, quelle che lavorano per ridurre l’impatto ambientale e che rispettano certi indicatori sociali. Tra queste c’è «Feralpi Siderurgica», l’acciaieria di Giuseppe Pasini che è stata inserita nella mappa delle imprese che guardano al futuro. Non a caso, è nella sede dell’azienda di Lonato che la Cisl ieri ha organizzato la quarta edizione di quello che è stato ribattezzato il «Cash Mob Etico». Ossia la Festa del Lavoro sostenibile, che punta a dare ai cittadini-consumatori il poter di «votare col portafogli». Uno slogan, mutuato dagli Stati Uniti, che secondo Becchetti potrebbe «orientare i consumi» in maniera concreta: il professore di Economia, che è il fondatore di «Next» (acronimo di Nuova economia per tutti), è convinto che questa pratica farà sempre più strada. Complice anche la Rete, divulgazione e consapevolezza cresceranno”. Ed effettivamente se si va sul sito https://www.nexteconomia.org/project/cash-mob-etico/ si ha la conferma dell’incredibile, cioè che il gruppo Feralpi svetta tra le poche imprese italiane premiate come “modello di sostenibilità ambientale”. Chissà se Fim Cisl e Next han tenuto conto del fatto che del gruppo Feralpi fa parte anche Ecoeternit, la mega discarica di amianto di Vighizzolo, che, tra l’altro, “a propria insaputa” tumulava le lastre di amianto trattate da un solo lato, invece che su ambedue come la legge impone, e che ha avuto la sfrontatezza di ricorrere contro il “fattore di pressione”, che porrebbe un limite, in verità assai blando, al proliferare incontrollato di discariche su un territorio già devastato oltre ogni misura. Una licenza di disporre del patrimonio ambientale a piacimento dell’impresa privata che lo stesso Giuseppe Pasini, in qualità di Presidente dell’Associazione industriali, ha preteso riaffermare presentando analogo ricorso. Insomma un imprenditore campione di sostenibilità che meritava un riconoscimento persino dal sindacato dei lavoratori!

2 giugno 2019. Ambientalisti “tranquilli” e non “facinorosi” in marcia con le autorità

Sulla mailing list del Tavolo Basta veleni, gira uno strano messaggio, originariamente inviato a pochi “selezionati” destinatari:

Oggetto: 2 giugno 2019. Carissimi TUTTI, Vi confermo che domenica 2 GIUGNO 2019 ORE 10,40 IN VIA MILANO PRESSO IL PARCO ROSA BLU DI VIA MILANO, il prefetto di Brescia ci aspetta numerosi in quanto ha fatto un enorme passo verso l’ambiente bresciano facendo, appunto, la cerimonia di commemorazione presso il sito CAFFARO simbolo dell’inquinamento a Brescia. Mi ha chiesto di essere presenti noi tutti ed invitare quei comitati “tranquilli” portando un cartello con indicata la propria città/paese del tipo: Brescia c’è! Montichiari c’è! ecccccc oppure un cartello con un accenno al 2 giugno insomma sul tema Festa della Repubblica/Ambiente. Vi chiedo quindi di rivolgere l’invito a quei comitati anche fuori Brescia, non facinorosi e, soprattutto non divulgarlo via internet, anche perché potremmo incorrere in destinatari sbagliati. Spero di vedervi numerosi ci sentiamo per metterci d’accordo su dove trovarci. Ciao Imma”.

Imma sarebbe una certa Imma Lascialfari, già presidente di un sedicente Coordinamento dei Comitati Ambientalisti Lombardia, di recente misteriosamente scioltosi e rinato in Ambiente Futuro Lombardia.

L’iniziativa appare tanto stravagante che sarebbe inopportuna una qualsivoglia attenzione, anche perché appartiene ad un’infima minoranza del variegato ambientalismo bresciano che da anni si riconosce nel Tavolo Basta veleni e che ovviamente ha ignorato l’appello, esprimendo al più qualche meritato sfottò. Tuttavia, allo storico dilettante del passato ventennio fascista non possono sfuggire alcuni inquietanti echi: quando c’era Lui vigeva la consegna di partecipare alle adunate pubbliche assumendo comportamenti consoni e ostentando cartelli predisposti (oltre a quelli inneggianti al regime, si usava, ad esempio, “Fascio di Brescia: Presente! Fascio di Montichiari: Presente!” ecc.) secondo il volere dell’autorità costituita che promuoveva le stesse adunate. Ovviamente vi erano anche delle differenze non di poco conto: di fatto all’epoca vigeva una sorta di obbligo a presenziare e i “facinorosi”, come venivano letteralmente indicati gli antifascisti, invece che essere soltanto invitati a starsene alla larga erano costretti per quel giorno agli arresti domiciliari o, peggio, in carcere, a mo’ di prevenzione di indesiderate turbolenze. Ed è un sollievo constatare che oggi gli ambientalisti “tranquilli” che sfilano agli ordini del potere costituito siano “quattro gatti” e che invece i “facinorosi”, liberi ed indipendenti da ogni potere e al servizio solo della tutela dell’ambiente e della salute, siano migliaia come hanno dimostrato nella manifestazione del 10 aprile 2016 e come dimostreranno nella prossima manifestazione del 27 ottobre 2019.

urbanistica del disprezzo

Le buche sulle strade e i buchi nel welfare

di Gianfranco Bettin

illustrazione di Frank Ash

Tra le buche sulle strade che, negli ultimi anni, si sono create numerose nelle nostre città e i buchi che si sono aperti nella rete sociale e istituzionale che dovrebbe tutelare le persone e i gruppi più fragili c’è un nesso diretto. L’origine è la stessa. E’ la guerra che lo Stato centrale, o meglio i diversi governi nazionali, complice il parlamento, hanno scatenato contro le città italiane, cioè contro i Comuni e gli altri enti locali. Malgrado i Comuni siano il cuore della democrazia italiana e, anzi, da secoli, anche qualcosa di più: il cuore delle nostre comunità, l’incarnazione di quella dimensione civica capillare, che in tutta la penisola ha preceduto di molto l’unità nazionale e, dopo il suo avvento, l’ha sostanziata nei territori, le ha dato un senso, uno spirito e soprattutto delle radici. Oltre che garantire i servizi necessari e le agorà in cui ritrovarsi e decidere insieme. Il welfare municipale, che si sviluppa soprattutto a partire dagli anni Settanta del ‘900 in articolata coordinazione con lo sviluppo del nuovo Sistema sanitario nazionale (1978) e di altre innovative politiche sociali e sanitarie, è uno dei frutti migliori di quella dimensione civica diffusa che ha dato concretezza all’idea di cittadinanza.

L’esperienza degli operatori sociali (e socio-sanitari) e degli educatori non a caso si sviluppa soprattutto, e in forme nuove, a partire dagli stessi anni. Il ciclo di lotte di poco precedente aveva evidenziato le contraddizioni del modello economico e sociale prodotto dalla ricostruzione nel dopoguerra e poi dal “boom” dei primi Sessanta. Le conquiste salariali e normative del movimento sindacale e delle nuove soggettività operaie, le stesse rivendicazioni libertarie e culturali e più radicalmente politiche degli studenti e dei giovani, l’insorgenza del movimento delle donne, sia nelle forme apicali e deflagranti sia nella continuità di quella “rivoluzione silenziosa” che ha cambiato più lentamente ma più profondamente abitudini, stili di vita, rapporti di potere nella microfisica del quotidiano, si erano tradotte nella richiesta di mutamenti importanti negli stessi ambiti istituzionali e dei servizi erogati. In primis, appunto, i servizi alle persone.

Quando ciò avviene davvero, alla svolta dei Settanta e nei primi Ottanta, ulteriori contraddizioni erano già esplose, in particolare le tossicodipendenze e le nuove marginalità e povertà e altre inedite forme del disagio e della solitudine. E’ sul territorio che questi nodi vengono affrontati. Il nuovo sistema sanitario nazionale si organizza su scala locale e si intreccia, nella dimensione civica e nelle stesse istituzioni politiche cittadine (e regionali), con il nascente nuovo welfare municipale. E’ in questo incrocio davvero cruciale che, giovandosi di una spesa pubblica in espansione (anche se troppo spesso saccheggiata dalle consorterie di ogni genere, e dai gestori del sistema clientelare, dapprima soprattutto democristiani e poi del tutto trasversali agli schieramenti e ai partiti), prende forma la figura dell’educatore o dell’operatore sociale (o socio-culturale, da un lato, e socio-sanitario dall’altro, alludendo in quest’ultimo caso agli operatori dei servizi a domicilio o dei distretti o dei servizi sul territorio, ad esempio i Sert o i diversi tipi di Consultori).

Gli anni Novanta vedono prodursi ulteriori contraddizioni: se la dimensione della “strada” era stata fino ad allora segnata dalle dipendenze, ritorna adesso la prostituzione, e nelle sue forme più schiavizzate, si moltiplicano le tipologie dei reietti, prende avvio il fenomeno dell’immigrazione di massa dall’estero, cresce la domanda di qualità e di servizi nelle periferie (che sono ancora periferie in gran parte “italiane”, indigene).  La fine del secolo scorso e l’inizio di questo vedono invece consolidarsi e aumentare ancora l’ondata immigratoria fino all’attuale complessità e frequenza.

E’ in un tale, cangiante, ma sempre più arduo cimento, che si sviluppano i sistemi di welfare locale e nazionale nel cui ambito assume spazio la figura dell’educatore/operatore (anche quando è volontario, o espressione del cosiddetto “privato sociale”). E’ questa la rete che fronteggia, con efficacia, per oltre vent’anni le contraddizioni del paese, sia quelle generate dalle interne distorsioni e ingiustizie, sia quelle poi prodotte da ciò che si chiamerà “globalizzazione” (e dal suo modo di “prendere terra” nei diversi contesti locali oltre che in ambito nazionale). Ed è infine su questa rete, per indebolirla, lacerarla a volte svellerla, che si abbattono le conseguenze della guerra dei vari governi di Roma contro i comuni italiani, cioè contro le nostre città.

urbanistica del disprezzo

Via Gandusio, partecipazione alla bolognese

della redazione bolognese de “Gli asini”

Da qualche tempo Bologna è teatro di avvenimenti a dir poco inquietanti. Sgomberi di occupazioni abitative, minacce di sgomberi di centri sociali (e non solo quelli occupati), cariche a freddo della polizia senza motivo, irruzioni della polizia in una biblioteca universitaria occupata, ordinanze restrittive nell’uso delle piazze pubbliche con relativo dispiegamento di forze, gestione autoritaria dei processi “partecipativi” che l’amministrazione comunale ha messo in campo per dare copertura “democratica” a devastanti trasformazioni urbanistiche, e altro ancora. Da ultimo, lo sgombero e la devastazione di uno storico circolo Arci (fondato nel 1947) frutto di un perverso intreccio tra il Comune e la Questura. Ciò che sta accadendo a Bologna – ne siamo convinti – non è solo un fenomeno locale, ma un “esperimento” che servirà presto da modello anche altrove. Le retoriche della partecipazione e la realtà della guerra ai poveri e agli spazi sociali spontanei si gioca infatti in molte città nel campo dell’urbanistica e delle trasformazioni del tessuto sociale.

Ecco perché abbiamo pensato di raccontare gli ultimi due episodi accaduti in città: attraverso essi è possibile cogliere il segno sia della mutazione profonda nel rapporto tra le amministrazioni locali e i cittadini sia dell’intreccio tra conflitto, repressione e cooptazione. (Gli asini)

 

Il pomeriggio di mercoledì 28 giugno al centro sociale Labas c’è, come sempre, il mercatino di Campi Aperti e il grande cortile dell’antico edificio militare (abbandonato da decenni e occupato dal 2012) è pieno di stand di piccoli agricoltori biologici, bambini, ragazzi e famiglie che attendono un po’ di fresco facendo la spesa e trascorrendo un po’ di tempo in uno dei pochi spazi di socialità gratuita, aperta a tutti e libera. Ormai una vera rarità in un centro storico sempre sterilizzato, sempre più vetrina per turisti, sempre più “centro commerciale naturale” pensato ad uso e consumo di danarosi turisti stranieri e mandrie di clienti dei saldi di fine stagione. Uno dei pochi luoghi cittadini realmente trasversali, abitualmente frequentato da studenti universitari, militanti politici, migranti e cittadini.

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Minori non accompagnati e donne migranti

di Carolina Purificati

illustrazione di Jacob Wegelius

Lo scorso febbraio l’Unicef ha pubblicato un rapporto sul viaggio dei minori non accompagnati sulla rotta del mediterraneo centrale, l’attraversata del Sahara e del Mediterraneo passando per la Libia. L’esito della ricerca, che si basa su 122 interviste a donne e minori provenienti da una decina di paesi diversi, dal Medio Oriente al Nord Africa e all’Africa sub-sahariana, che al momento dello studio (tra ottobre 2015 e maggio 2016) si trovavano in Libia, è sintetizzato nel titolo che recita “Un viaggio fatale per i bambini”. La raccolta dei dati è stata affidata alla IOCEA (l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e gli Aiuti d’Emergenza), partner Unicef nella zona, e ha avuto luogo principalmente nella Libia nordoccidentale. Infatti, la situazione di caos che regna in Libia, ha impedito di fare ricerca in alcune parti del paese, specialmente quelle orientali e meridionali.  Più volte leggendo il rapporto, si trovano riferimenti alla complessa situazione politica e allo scarso livello di sicurezza che caratterizza il paese dal 2011, anno della caduta di Gheddafi e inizio di un feroce conflitto interno tra bande armate.

Parlare di minori non accompagnati e donne migranti in Libia,  le categorie più fragili tra i migranti, significa parlare delle conseguenze di sei anni di guerra, dell’efferatezza dei trafficanti, del business che prolifera intorno alla migrazione nonché del ruolo e le responsabilità degli accordi internazionali di contrasto ai flussi migratori.

Nonostante il delirio generale in cui versa il paese, la Libia continua ad essere un luogo di transito per chi parte dal corno d’Africa e dall’Africa Sub sahariana. Secondo le stime dell’OIM, a settembre 2016 erano 256.000 i migranti identificati in Libia, fra cui 28.031 donne (11%) e 23.102 bambini (9%), un terzo dei quali non accompagnati. Di queste, circa 181 mila persone sono arrivate in Italia l’anno scorso, mentre 4579 non ce l’hanno fatta, ovvero 1 su 40 di coloro che l’hanno tentata. Ma si ritiene che le cifre reali siano almeno tre volte superiori. Risultato? In assenza di canali legali di ingresso, il passaggio attraverso l’inferno delle carceri libiche e del mare resta l’unica opzione, facendo sì che chi ne esce vivo arriva spesso sull’altra sponda del mare a pezzi, fisicamente e psicologicamente, e ci impiega mesi prima di tornare a dormire senza incubi e a recuperare uno sguardo vigile.