università

Corporazione integrata

di Giacomo Pontremoli

illustrazione di Tomi Ungerer

illustrazione di Tomi Ungerer

Il Gruppo di Firenze ha colpito ancora. Sabato 4 febbraio, “600 docenti universitari” hanno spedito alle autorità costituite della Repubblica Italiana una lettera sulla mediocrità delle competenze grammaticali dei ragazzi italiani, invocando la severità delle bocciature (traduciamo dalla avvilente prosa del testo). Tra i firmatari ci sono alcuni dei più adorabili apologeti della scuola repubblicana: Frabotta, Canfora, Della Loggia, Cacciari, Esposito, Diamanti, Mastrocola naturalmente. Si aspetta con trepidazione l’elenco completo: non dovrebbe mancare Michele Serra, deprecatore della posizione “sdraiata” (cioè innocua e amorosa) dei giovani e autore al contempo di una rubrica che si chiama “L’amaca”.

Perché un nome così ipocritamente neutro? Il “Gruppo di Firenze” è la docenza universitaria italiana: il Ceto Pedagogico. Il tono è infatti da corporazione integrata che si rivolge con servile e sbrigativa confidenza al Duca del regno. Questo ceto non tollera di ricevere gli urti sgradevoli che la quotidianità scolastica infliggerebbe (magari) a chiunque abbia scelto la scuola come terreno d’elezione per l’esercizio del proprio sadismo e narcisismo. Cercare tolleranza e curiosità in un insegnante è una contraddizione priva di senso, beninteso. E confidare in una dimissione collettiva è una speranza a doppio taglio, perché l’ulteriore tempo libero potrebbe essere dedicato alla scrittura dei loro inutili nonlibri: Cacciari un parallelepipedo cartaceo di esercizio verbale a incastro, Mastrocola un altro romanzo con animali, Esposito un’antologia di filosofi (si fa per dire).

Ma sarebbe ugualmente tempo perso obiettare con una nuova citazione dal caro Milani o con l’argomentazione che no, non è vero, la bocciatura domina, il punto è un altro… Basta. L’unica cosa rilevante che emerge dal testo è una povera miseria umana. Non c’è niente di più meschino di un esercito di adulti di potere che invochino una volontà di repressione e correzione (ciò che già è) perché temono che la loro gelosa prerogativa di umiliare e selezionare dei giovani possa suscitare qualche perplessità pratica.

Inutile anche dedicarsi a dire cosa sia la “bibliografia essenziale sulla crisi dei ruoli educativi” del loro tristissimo blog, oppure – mi voglio rovinare – quanta responsabilità abbia l’Università delle crocette nel far disimparare i ragazzi a scrivere. Per quanto mi riguarda, è ormai assai forte la tentazione di mettere definitivamente in discussione la stessa vocazione all’insegnamento, quel candore feroce e ignorante che induce chiunque a insegnare esplicitamente (!) qualcosa a qualcuno, e decidersi a occuparsi di altro: chiudere ogni scuola e cambiare aria.

I collaboratori più grandi e tranquilli dell’area asinina mi ricorderanno che tutto ciò è un errore e una trappola; ma certo. Comunque gli estensori del documento sono evidentemente stronzi e gretti in maniera speculare agli “aggressivi genitori” che cercano di intimidirli durante i consigli di classe, e sono in grado esclusivamente di provocare le zone più facili e inutili della mia immaginazione: una marea di vocaboli incomprensibili, equazioni scellerate, fogli in bianco e scarabocchi sui muri, finché l’immonda esperienza di entrare in una scuola ed essere sottoposti a esami non sia finita e finalmente si sia adulti liberi e uguali. Non so quanto questo risultato sia nelle loro intenzioni; certo come “incentivo per gli allievi a fare del proprio meglio” potrebbe effettivamente essere già qualcosa.

 

università

La fabbrica dei dottorandi

di Francesco Migliaccio (Gruppo di Studio Vagante)

libro

illustrazione di Adelchi Galloni

Come ogni dottorando sono tenuto a pubblicare molti articoli per dare sostanza al mio curriculum. Spesso questi articoli sono inseriti in raccolte collettanee, magari gli atti di un convegno organizzato grazie alle risorse dei dipartimenti. Voglio fare un esempio concreto che mi riguarda. La raccolta di saggi in questione è: G. Cuozzo, Resti del senso. Ripensare il mondo a partire dai rifiuti, Aracne, Roma 2012. Il mio articolo s’intitola “Gomorra: il linguaggio, le merci, i rifiuti” e si dispiega dalla pagina 139 alla 152. Questa raccolta ha preso la forma del libro grazie al contributo economico pubblico elargito dall’università. Leggo sul frontespizio: “Questo volume è stato pubblicato con il contributo dell’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione”. Così i libri con i nostri articoli raggiungono il mercato librario in forma di merce: il sapere nato in un ente pubblico costituisce un oggetto dotato di valore di mercato. Tutti i soggetti coinvolti in questo processo ci guadagnano: noi ricercatori abbiamo le nostre pubblicazioni, la casa editrice non rischia alcun capitale, l’università ha modo di ampliare la sua visibilità. In verità non tutti traggono un vantaggio: i lettori, i cittadini che vorrebbero leggere il libro, devono pagare 17 euro.

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Università: basta con le elemosine

Ecco

di Gruppo Studio Vagante

Siamo un gruppo di studiosi e dottorandi e ci siamo riuniti per la prima volta l’anno scorso, a Torino. Il gruppo è nato per organizzare all’interno dell’università un seminario interdisciplinare e indipendente, gestito in autonomia, senza crediti e aperto a tutti.

Proveniamo dagli studî umanistici e ammettiamo che i nostri pensieri non hanno la forza di abbracciare tutte le discipline del sapere, e la loro organizzazione. Ma vorremmo che questo appello valicasse i confini del nostro mondo e raggiungesse gli studiosi impegnati sul versante delle scienze dure. Non solo, vorremmo rivolgerci a tutti i lettori, a tutti i cittadini che sono interessati ai temi della conoscenza, del pensiero e della condivisione delle informazioni. 

In queste settimane la nostra attenzione è stata attratta da due lettere. La prima è scritta da un ricercatore costretto a studiare all’estero e si rivolge a Napolitano. Gli autori della seconda sono due dottorandi che studiano in Italia e scrivono a Renzi. Certo, sono due lettere molto diverse. Tuttavia notiamo alcune analogie: alcuni studiosi agli inizi della loro carriera accademica si rivolgono ad alte cariche dello stato per denunciare il “taglio dei fondi” e domandare una maggiore attenzione per la ricerca e un adeguato riconoscimento degli strutturati universitari. Sappiamo che gli autori sono mossi da nobili intenzioni, eppure non concordiamo con loro. Abbiamo due argomentazioni principali per esprimere il nostro dissenso. 

Innanzitutto non crediamo che la crisi del sistema universitario dipenda soltanto dalle scelte politiche dello stato italiano. Per comprendere la situazione che ci circonda dobbiamo adottare un punto di vista ampio e avere cognizione del contesto europeo e mondiale. La riduzione dei fondi ci appare come un aspetto di un processo più vasto e articolato che trascende il colore politico dei nostri governi e gli avvicendamenti ministeriali. Non si può interpretare la crisi dell’università senza tenere conto delle scelte internazionali in merito alla gestione dei capitali, alla governance dei mercati finanziari e alla ridefinizione del mondo del lavoro. Alla luce di queste considerazioni ci chiediamo se lo stato-nazione sia ancora una categoria territoriale efficace per comprendere il mondo, e per cambiarlo. Se proviamo a immaginare le sfide globali dei prossimi decenni, il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica ci paiono stelle alte nel cielo: la luce ci raggiunge ancora, ma la loro combustione è spenta da tempo. 

università

Lettera da uno studente di Scienze della Formazione Primaria

Ombra

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 di Giovanni Cuculi

Cari Asini,
cosa volete che vi scriva, che già non vi possiate immaginare? Se la situazione è disastrosa ovunque, figuratevi in una facoltà di “Scienze della Formazione Primaria”. Ci vuole poco per farsi un’idea: prendi gli ultimi vent’anni (chiamali berlusconismo, mutazione, o come vuoi), facci crescere dentro i giovanissimi, diciamo dal primo giorno di vita, e poi mandali, dopo tre o quattro lustri di televisione, scuola, eroi dell’american dream e miti sbagliati, in una facoltà in cui chi esce è automaticamente abilitato all’insegnamento. Cosa succede? Succede che prima di tutto in questo posto la maggior parte degli iscritti vuole solo ed esclusivamente prendere il foglio che lo cullerà nel caldo alveo dell’impiego pubblico – lo stato non prometterà stipendi regali, ma garantisce lo stipendio a fine mese. Ogni sussulto sarà una rivendicazione sindacale di bassa lega.
Secondo, ma forse più importante dato: chi avrà consegnato loro la voglia e la curiosità che servono per esercitare a modo la professione? Ecco, appunto, nessuno: la politica parla di Marte, la scuola di Saturno, la musica delle rock-star, ed ecco che si arriva al primo anno di Scienze della Formazione completamente annichiliti, senza che nessuno abbia speso mezza parola su cosa sia l’educazione, cosa resti della formazione, del sapere. Nel frattempo, il discorso pubblico “di sinistra” è drammaticamente appaltato dagli insegnanti-scrittori di Repubblica (dalla Mastrocola in poi) che hanno della scuola un’idea tanto ingenua quanto passatista – e non cito, di proposito, i reazionari, gli intellettuali prestati all’istituzione scolastica, o i cantautori-professori.

università

Valutare l’università

intellettuale

illustrazione di Adelchi Galloni

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è uscito sul numero 18 de “Gli asini”, ottobre/novembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea.

Sono un ricercatore universitario. Dopo il dottorato di ricerca, ho beneficiato di borse, assegni e contratti di docenza e infine ho vinto un concorso, uno degli ultimissimi banditi per i ricercatori a tempo indeterminato, una figura che nel frattempo, nel 2010, la riforma Gelmini aveva abolito, nonostante le proteste di buona parte del mondo universitario. Nella mia generazione, sono tra i pochissimi “fortunati” che hanno potuto raggiungere questa posizione. La gran parte dei miei colleghi, amici e coetanei, così come molti ricercatori più anziani, è costretta ad accettare contratti e assegni temporanei, per giunta banditi in misura sempre minore a causa dei tagli di bilancio che anche l’Università subisce. Pochi tra loro, purtroppo, riusciranno ad accedere alla nuova posizione di ricercatore a tempo determinato o verranno assunti, dopo aver ottenuto l’abilitazione nazionale, come professori associati. Si tratta per certi versi di un vero dramma generazionale, oltre che di uno spreco di risorse, in quanto moltissimi ricercatori che sono stati formati per anni nelle strutture accademiche stanno cambiando mestiere o andando a cercare un impiego all’estero.

L’espulsione (o la precarizzazione senza speranza di stabilizzazione) di molti giovani ricercatori dopo lunghi periodi di praticantato e lavoro di ricerca è forse uno dei processi più visibili e quantitativamente importanti in atto nell’Università italiana di questi anni. Un altro processo estremamente visibile, e in modi ambigui e contraddittori collegato a questo, è l’aumento delle procedure di valutazione del lavoro universitario, la cui espressione massima è l’Agenzia nazionale di valutazione dell’Università e della ricerca (Anvur), istituita nel 2006 con una legge del ministro Mussi e i cui lavori sono poi cominciati tra il 2010 e il 2011, nell’era Gelmini.