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Come sopravvivere a Rio de Janeiro

di Giuseppe Orlandini

 

A Jacarezinho c’è la guerra ma Juliana non ha intenzione di rinunciare alla festa del suo trentasettesimo compleanno. Per arrivare a casa sua bisogna inoltrarsi a fondo nella grande favela situata nella zona nord di Rio de Janeiro. Superati i binari della linea ferroviaria Central-Belford Roxo percorriamo un centinaio di metri lungo la strada principale fino a una piazzetta che forma un bivio, ma all’imbocco di un gomitolo di vicoletti transitabili solo a piedi o in motocicletta il mio orientamento si perde rapidamente. Ma sono con i nipoti della festeggiata, non c’è da preoccuparsi. Gran parte del quartiere è al buio. Qualche “cortesia” di piombo tra i narcotrafficanti e la polizia ha colpito alcuni trasformatori di energia disposti lungo le strade su pali di legno da cui partono matasse caotiche di cavi elettrici. Ci facciamo strada con le torce dei cellulari, qualche scarno esercizio commerciale è illuminato da generatori. Lungo il percorso, baracche di legno coperte da teloni di plastica blu riparano dalla pioggia di questi giorni i banchi di vendita di marijuana, crack, loló e cocaina. Motociclette e adolescenti armati di fucili mitragliatori e radiotrasmettitori ci passano accanto in piena attività. Giriamo un angolo e l’allegria della festa ci travolge, siamo giunti a destinazione.

Célio è il marito di Juliana, ci accoglie sorridente e ci invita a metterci a nostro agio. Una tavola è colma di pietanze preparate, frutta a volontà e grandi casse di polistirolo piene di birra gelata: “solo non abbiamo contattato il garçon, per cui dovrete servirvi da soli” ci dice ilare. La strada è interamente occupata da una cinquantina di parenti di tutte le età riuniti attorno a tavoli di plastica da bar, i bambini si divertono a saltare su una piccola rete a molla disposta sul fondo. L’odore del churrasco, la carne alla brace, ci avvolge insieme ai ritmi ossessivi del funk carioca sparati a tutto volume da due grandi casse stereo. Sirene, tamburi e testi discutibili mi inchiodano il cervello: mulher que não chupa perde o marido para outra, baile do Jaca, baile do Jaca, traca traca traca!

Juliana è incontenibile nella sua allegria. Danza sfrenata insieme a sorelle, cugine e nipoti; offre da bere, scambia sorrisi e abbraccia tutti affettuosamente. In un locale sulla strada con le pareti addobbate di fiori, festoni e palloncini dorati a forma di numeri tre e sette, di volta in volta porta gli invitati a fare la foto attorno a una torta di tre piani in mostra su un tavolo agghindato. È una donna valente, un metro e ottanta per novanta chili di forme, sprigiona potenza e determinazione, “lei è la mia forza, senza di lei non sarei nulla” mi confida Célio.

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Delitto a Scandicci

di Stefano Massini

disegno di Marco Smacchia

Al numero 9 c’è uno che ha fatto fuori la moglie, poi s’è tagliato le vene”. L’uomo col cappuccio in testa, vestito da jogging, non mi degna di uno sguardo mentre butta là queste parole: sono probabilmente uno dei tanti che nell’ultima mezz’ora gli ha chiesto “Ma cos’è successo? Perché la strada è chiusa?”. E lui, appostato in prima fila, risponde a tutti la stessa frase. Ma a colpirmi è più che mai l’intonazione: nel suo proclama, l’uomo usa un tono sorprendentemente polemico, perfino inaudito, come se quel geyser di sangue in un condominio di periferia fosse in fondo la conseguenza naturale e prevedibile di un malessere diffuso di cui tutti – a partire da lui stesso – avvertiamo l’eco, e dunque perché stupirsi se la miccia incendia l’esplosivo? È come il padre che rimprovera il bambino per aver mangiato talmente tanti hot-dog da farsi venire il mal di stomaco: era un dolore evitabile. Ed è davvero così, mi chiedo? Perché mai questa strage familiare poteva essere “evitata”?

Scendo dalla bicicletta: il mio giro dicembrino verso le colline per oggi si fermerà qui, in una strada come tante, piena di luci natalizie sui terrazzi e di scatole vuote di panettoni ammassate intorno a un bidone della nettezza. Mi guardo attorno: la curiosità richiama le api a sciami, e io non faccio differenza. Tanto più se la curiosità diventa in questo caso un corpo a corpo con quel profondo strato del nostro umano magma che ha a che fare con l’esperienza del terrore. Già, il terrore: letteralmente “ciò che fa tremare”, ed è in questo del tutto analogo al senso del gelo, che ci intorpidisce gli arti fino a farceli sentire estranei. Non è in fondo la stessa cosa? Anche il terrore annulla parti di noi, ci scompone, ci destabilizza, ci priva di quella illusione di compattezza che è fragilissima condizione di ogni provvisoria serenità. Non è dunque solo una sete di sapere a tenerci qui a decine: il contatto con la violenza estrema fa affiorare in noi superfici inesplorate e taglienti, dalle quali siamo a un tempo attratti e respinti. E poi in questa strada, oggi, c’è lo spettacolo obbrobrioso e solenne di una normalità tragicamente infranta, ridotta in brandelli – e questo è il punto – non per un’esplosione ma per un’implosione.

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A Gricignano si spara agli immigrati

di Maurizio Braucci

Mi incontro con Nicola Alfiero alla stazione di Aversa, parlare con lui è come parlare con un pezzo di storia del territorio, storia che passa per gli ultimi, per i i ribelli, per gli abusivi. Ecco infatti come risponde al mio scherzo “Nicò ti sto registrando… tutto quello che dirai potrà essere utilizzato contro di te”. “Contro di me? Meno male”, ribatte lui.

C’è una dimensione spirituale in persone come Nicola che mi fa pensare a quello che Pasolini diceva di sé scrivendo “Non ho vergogna dei sentimenti”, una dimensione dove l’umano è vissuto con intensità dentro quella che Nicola definisce “La solidarietà per il cambiamento”. Lui e sua moglie hanno iniziato ad Aversa negli anni Ottanta la loro “attività senza specializzazione rivolta a ogni tipo di esigenza”, dedicandosi alla cura di persone in difficoltà che non avevano nemmeno bisogno di bussare alla porta della loro casa perché questa era sempre aperta.

“Comunità terapeutica è una definizione superflua”, mi spiega questo uomo dal fisico minuto e dall’energia vulcanica “La comunità è di per sé terapeutica. Noi siamo stati sempre aperti alle problematiche del nostro territorio e, a seconda di quello che veniva – infanzia, disabilità, tossicodipendenza, immigrazione- cercavamo delle risposte. Operavamo inventandoci delle fonti di sostentamento, durante le festività vendevamo dei manufatti artigianali prodotti da noi e intanto vivevamo del lavoro individuale, io sono perito industriale e un impianto elettrico da riparare non mi è mai mancato. Oggi sento parlare solo di sportelli, con sociologi e psicologi e avvocati con i loro orari predefiniti e inviolabili, con stipendi e costi consistenti con cui noi potremmo mettere su il triplo di servizi che offrono loro. È diventato un mercato, un business in cui collocare al lavoro le proprie schiere di operatori e quindi non è un caso che sia accaduto quello che è accaduto a Gricignano”.