storie

Viaggio in Eritrea, in tempo di pace

di Davide Minotti

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Arrivo a fine ottobre, a un mese dallo storico concordato di pace siglato con l’Etiopia il 16 settembre. Termina un conflitto fratricida durato ufficialmente dal 1961 al 1993, protratto tra alterne vicende fino a oggi. Il processo di democratizzazione pare avviato, a sancirlo l’imminente revoca delle sanzioni internazionali dall’Assemblea dell’Onu. Una stagione di riforme e rinnovamento tanto attesa, che contrasta con l’aspetto decadente e specificamente post-coloniale della capitale Asmara, da luglio 2017 patrimonio Unesco. Con la sua struttura razionalista, i palazzi art déco ben conservati, le cime imponenti di santuari copti e islamici, “la piccola Roma” sembra collocata in una curvatura dello spazio-tempo: gli asmarini scandiscono la giornata tra bomboloni alla crema e cappuccini al Bar Vittoria, oppure siedono sulle comode poltroncine di velluto al Cinema Impero dove proiettano le partite di calcio inglese. Anche gli stranieri si abituano presto al ritmo delle passeggiate, ai “buonasera, come sta?” di chi ha studiato l’italiano, alla bizzarra assenza di roaming e internet. Questa atmosfera rilassata e la foggia passatista lasciano dimenticare ai visitatori e forse anche ai cittadini che in ballo c’è un’altra partita, meno mediatica di Manchester City-Chelsea: quella dei diritti umani, violati secondo la comunità internazionale da Isaias Afewerki, ex-leader dell’Eplf (Fronte di liberazione del popolo eritreo) e primo presidente in carica dal 1994. Sono molte le accuse mosse al governo di Afewerki, tra cui l’incarceramento di giornalisti dissidenti – se ne contavano 18 nel 2008, in un paese con un solo giornale e una sola rete televisiva – l’istituzione di una leva obbligatoria a vita e senza retribuzione, oltre che il sequestro di passaporti validi per l’espatrio, motivo per cui l’unica via di fuga è il deserto, poi chissà il Mediterraneo. Ma questo non affligge gli asmarini, che celebrano con manifesti e cartelloni i soldati dell’esercito di liberazione e, naturalmente, il presidente. È in questo contesto placido e sospetto che visito il resto del paese; o meglio, il resto consentito dal Ministero del turismo che vieta certe visite e ne autorizza altre. Previo pagamento.

 

Non vi aspettavamo più

Il treno ha già fischiato due volte quando raggiungo la scalcinata stazione di Asmara, a ovest della città. Ogni domenica parte la vecchia locomotiva italiana che collegava la capitale a Massawa, ripristinata a fini turistici per una decina di chilometri. A bordo trovo un gruppo di architetti italiani in pensione. Sono molti i viaggi organizzati che portano turisti europei, soprattutto italiani. “Temevamo che non ce l’avresti fatta. Ne varrà la pena, vedrai.” Ad accogliermi è Piero, geometra eritreo di 72 anni, vestito jeans su jeans, è un po’ la guida del gruppo. Nato sull’altopiano e diplomato ad Asmara, è uno dei massimi esperti idrici del paese, mi dice. I macchinisti gettano un’altra manciata di carbone nella caldaia e il convoglio riparte in una nuvola di fumo e vapore. La strada ferrata è stata costruita a partire dal 1900 e ampliata poi nel 1923; sebbene dismessa, è ancora lì che serpeggia tra i burroni e scende di oltre 2mila metri fino al mare. “Mussolini avrà sbagliato con Hitler”, fa eco Piero ai soliti luoghi comuni, “ma qui in Eritrea ha portato a termine opere impensabili. Ha fatto costruire una ferrovia di 227 chilometri utilizzando solo traversine di ferro, non di legno. Gli ingegneri italiani progettavano e noi eritrei costruivamo. Per questo abbiamo lasciato intatta la ferrovia, per dimostrare a tutti che siamo i più grandi costruttori del mondo”. Superiamo le discariche di Asmara e ci immergiamo nella vegetazione arcigna dell’altopiano. Dai finestrini del vagone la vista si perde negli abissi delle scarpate, dove la foschia lascia intuire floridi fondovalli. Tre stagioni in due ore, recita il motto del Ministero del turismo. Spettatori del nostro passaggio sono i bambini, che a gruppi sbucano fuori dagli arbusti e rincorrono il lento convoglio fino a toccarlo. Notiamo allora nugoli di villaggi lungo le montagne: tetti di lamiera e qualche asino, quasi sospesi in aria. Sullo sfondo i monasteri ortodossi dominano le pendici. Arriviamo al villaggio di Arbaroba, una ruspa di marca italiana è parcheggiata lungo i binari: qui ci sono i serbatoi costruiti dagli italiani nel 1909, usati ancora oggi per alimentare la locomotiva. Piero offre biscotti ai bambini del posto, poi intima al capostazione di forzare il cancello per le cisterne, “purtroppo abbiamo perso la chiave…”. Saliamo per un cunicolo di scalini pericolati, arrampicandoci fin sopra i cilindri colmi di acqua torbida. “Queste opere non richiedono neanche manutenzione. Sono state fatte in cemento liscio più di cento anni fa e funzionano perfettamente”. Ne approfitto per chiedere a Piero del suo lavoro. “Sono iscritto all’ordine dei geometri e non ho mai lasciato l’Africa, tranne qualche corso di aggiornamento in Italia. Ho lavorato al dossier per l’Unesco. Non è stato facile, perché spesso fanno dei controlli e i soldi che ci danno per migliorare la città vengono spartiti tra questo e quello. Ho avuto i miei problemi perché non sono stato zitto e infatti mi sono fatto un anno di prigione”. Coglie la sorpresa nel mio sguardo, “Che vuoi farci? Non incontrerai altro che eritrei simpatici e ospitali, che parlano con orgoglio della loro nazione, ma non credere a una sola parola. Questa è una dittatura, a comandare è lui, il dio in terra. Gli eritrei sono molto ipocriti, più di quanto pensi.” Mi lancia un ghigno, poi torna dal gruppo di architetti e posa divertito per le foto con i bambini.

 

Tutto come nel ‘91

La strada per Massawa costeggia la linea della vecchia ferrovia. Salgo su minibus zeppi di anziani e madri con i loro bambini. Gli autisti sfrecciano su manti stradali malmessi e ponti centenari, qualche muricciolo funge da funereo guard rail con i babbuini che ci lanciano sassi. Passiamo per Nefasit e Ghinda poi raggiungiamo il deserto, cosparso di mine interrate che mietono ancora vittime tra i civili. Entro a Massawa di notte, c’è un black-out. Al lumicino delle torce intuisco l’animo spettrale della città, i cumuli di macerie, le brande su cui si dorme all’aperto, gli stormi di corvi che gracchiano tutta la notte. In lontananza il silenzioso profilo del porto. Un solo edificio pare vivere di vita propria, illuminato dai generatori mentre fuori si tace: è il lussuoso Dahlak Hotel. L’albergo prende il nome da un arcipelago poco distante e offre servizi per turisti danarosi. La piccola area ristoro, direttamente affacciata sul Mar Rosso, è il crocevia obbligatorio per gli intrallazzi commerciali della città: trovo imprenditori, operai dell’est Europa, poi turisti italiani, svizzeri e tedeschi; la lingua ufficiale sembra essere l’accento bergamasco. Al mattino chiedo di raggiungere le Dahlak, magari aggregandomi a un altro gruppo, ma i barcaioli dell’albergo non si muovono per meno di 12mila nakfa, circa 700 euro. C’è un’isola più vicino, dicono, e mi ritrovo sull’Isola Verde, verde solo di nome perché è semi-desertica e ospita i soliti corvacci. Senza telefono, mi rassegno a qualche ora di solitudine quand’ecco che il piccolo scafo spiaggia altri bagnanti: si tratta di Ruggero, 50 anni, imprenditore vicentino nato ad Asmara, insieme alla famiglia eritrea. “Strano ritrovarsi tra italiani su quest’isoletta, ma del resto non è che venga molta gente.” In effetti gli stranieri che ho incontrato sono soprattutto italiani nati in Eritrea o trapiantati per lavoro. “Io per esempio ho la mia piccola ditta e vengo in Italia 4-5 mesi l’anno, ma poi torniamo perché i ragazzi fanno le scuole qui.” Lontani da orecchie indiscrete, gli chiedo un parere sulla politica locale. “Nessuno si aspettava la fine ufficiale del conflitto, ma non era successo chissà cosa negli ultimi anni. La pace c’era già, solo che adesso il governo ha guadagnato in popolarità e può fare i propri interessi. Questa è una terra ricchissima: tempo fa hanno scavato oro per un miliardo di dollari, ma poi è stato caricato su uno SwissAir ed è finita lì. Il problema sono le politiche economiche: sono cambiati i tassi di cambio, non si investe, non c’è pensione e si bloccano i prelievi mensili in banca, tant’è che possiamo ritirare al massimo 300 nakfa e per il resto ci sono gli assegni. I prezzi dei beni di consumo sono schizzati e per comprare una vecchia macchina puoi anche spendere 10mila dollari.” E allora perché non è rimpatriato? “Ero in Italia ma nel 2000 col primo tentativo di pace sono tornato ad Asmara. Ormai ho tutto qui, ma penso che ci trasferiremo se le cose non cambieranno nel giro di un anno. Gli unici italiani che stanno davvero bene sono gli insegnanti.” Parla delle scuole italiane di Asmara, elementari e secondarie. “Sapete quanto prende un professore? 7mila euro al mese più altri 10mila all’arrivo per i disagi di guerra. Ma se non c’è più la guerra!? Sono tutti raccomandati da Roma, si fanno qualche anno e pagano il mutuo. Per non parlare dell’ambasciatore… vi dico solo che di italiani residenti ne risultano 600, ma in realtà saremmo una sessantina. Sono dati vecchi di anni: non li cambiano per non essere declassati a consolato.” Un’ultima domanda su Massawa, seconda città per importanza eppure scheletrica. “La città è rimasta ferma al 1991 quando sono entrati i carri armati. Anche i corvi li ha portati la guerra, non c’erano prima. Ma qui manca proprio la mentalità. Pensa cosa sarebbe questa spiaggetta con un chiosco per le birre e i gelati…”. Mi invitano più tardi al ristorante dell’Hotel Dahlak, ci sarà qualche professore da Asmara. Dico di sì, ma poi non mi presento.

 

China, China!

Kehren è il limite a Nord che è permesso visitare. Più in là è Nakfa, la città-trincea dove l’Eplf ha retto contro gli etiopi. Il Nord è la zona più militarizzata e me ne accorgo dalla quantità di posti di blocco cui fornisco le generalità. Non vengono molti visitatori e i bambini al mio passaggio urlano “China, China!” “Lo fanno perché ti confondono con i cinesi che vengono a comprare e costruire”. Padre Berhane – o Padre Luce, mi traduce lui dal tigrino – è un francescano cappuccino del convento di San Antonio; la chiesa originale, costruita negli anni Venti e ora ritrovo per bambini, è stata sostituita da un nuovo santuario più grande. “Quando sono venuto nel ’84 c’era solo un grande giardino e la gente veniva in chiesa a prendersi un po’ d’ombra. Abbiamo costruito il pozzo, la rimessa, poi sono andato in missione a New York dove sono scampato all’attacco delle Torri Gemelle. Ora ho 68 anni e sono tornato qui, a combattere con la povertà. Non abbiamo nulla, il nostro orto è malato e non possiamo permetterci i medicinali.” E allora come si spiega la nuova chiesa? “Questa l’hanno voluta costruire degli imprenditori italiani nel 2009. Ma a noi non hanno dato nulla. Se hanno avuto qualche sovvenzione è un altro discorso e non dovete chiederlo a me.” Mi fa entrare: la nuova chiesa di San Antonio è un santuario copto, con le icone e l’altare ortodosso. Ma la vecchia chiesa non era cattolica? “Qui facciamo quello che la gente ci chiede di fare.”

Resto a Kehren poco tempo, giusto per non perdermi il mercato dei cammelli e il santuario di Mariam Daarit, intagliato dentro un baobab dove pare che i soldati italiani siano scampati alle bombe inglesi. Una sera sento che tutti gli apparecchi dei locali sono sintonizzati sullo stesso canale: trasmettono la voce di Isaias Afewerki. Trovo file di spettatori davanti agli schermi, mi invitano al tavolo con loro. “Sta dicendo che la pace con l’Etiopia è il primo passo verso il cambiamento, ma è ancora più importante che ogni eritreo abbia un lavoro.” Yemane, 40 anni, è un soldato congedato, ora disoccupato. “Gli ex soldati possono essere richiamati in servizio in ogni momento, quindi aspettiamo nella speranza che le cose migliorino. Abbiamo molta fiducia nel presidente. Voi stranieri non capite, tornate nel vostro paese e scrivete che stiamo sotto dittatura. Invece abbiamo i nostri diritti: c’è l’acqua gratuita, per esempio.” Yemane sembra un buon interlocutore, gli chiedo se non desideri un paese realmente democratico con libere elezioni. “Tutto questo arriverà dopo. Contano altri valori, come la sacralità dei rapporti umani che per noi sono fondamentali. Ci sono villaggi in cui gli anziani risolvono ancora le dispute al posto dei tribunali. Siamo un popolo molto eterogeneo, che a lungo ha sofferto l’oppressione di paesi stranieri, ma siamo uniti. E se restiamo uniti, le nostre speranze sono più forti.” In sottofondo le parole di Afewerki. “Questa di stasera è la prima parte del discorso e riguarda le questioni internazionali. Domani ci sarà la seconda parte sulle politiche interne. Lo stiamo aspettando tutti.” Sono molti i dubbi dopo aver salutato Yemane, dalla sua vera identità – non sarebbe la prima spia di cui sento parlare – all’insistenza quasi fanatica dei suoi argomenti. Il dubbio più forte riguarda me stesso e la poca fiducia che nutro verso le loro idee. Un bravo occidentale che viene a insegnare cos’è giusto e sbagliato.

 

L’ultimo caffè

Torno ad Asmara in attesa di rientrare in Italia. Ritrovo la solita atmosfera familiare, quasi fosse casa: seduto al Caffè Rosina sorseggio un macchiato e leggo la versione inglese dell’“Eritrea profile”, quella che i locali chiamano gazzetta. La prima pagina è tutta per il presidente e il suo appello alla nazione. Si parla di politiche dinamiche, di sviluppo globale, del ruolo che l’Eritrea giocherà nel Corno d’Africa, nel Bacino del Nilo, nel Golfo arabo. Più avanti leggo di un nuovo accordo tra compagnie aeree che inaugurano le tratte dirette da Roma, Milano, Oslo e Stoccolma: i luoghi dove si concentrano più eritrei all’estero. Tornano alla mente le parole di Yemane: l’unità non è uno slogan politico e va ricostituita con tutti i mezzi leciti, va bene anche un volo Lufthansa. L’attesa per il secondo discorso di Afewerki, quello più importante, coinvolge anche me: voglio sapere cosa dirà in fatto di lavoro, integrazione, politiche sociali. Mi accaparro un posto davanti allo schermo e insieme agli altri scorro le immagini di EriTv. Mi dicono che il presidente parlerà alle otto. Ma finisce uno sceneggiato, poi il telegiornale, poi addirittura inizia una partita. L’intervista non è andata in onda e nessuno sa dirmi quando la trasmetteranno.

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storie

La puzza dalle parti di Roma

di Nicola Ruganti

William Kentridge

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Da anni indossa la stessa giacca a vento bianca. Ha i capelli color fieno, gli occhi cerulei e se ci parli sembra sempre che la cosa non la riguardi. Ride, ma di rado e solo se te lo meriti.
Si chiama Ariel, ha diciannove anni; la sua mamma fa la commessa in un discount, un tempo si appassionava ai cartoni della Walt Disney e le piaceva La sirenetta.
È appena rientrata in casa e trova sua madre, Marina, che ha cenato da sola, sta uscendo: “Ariel non ti ho aspettato per cena. Vado alla riunione della spazzatura. Faccio tardi, non mi aspettare sveglia.”
Da quando l’impianto dei rifiuti ha iniziato a fare puzza sua mamma è cambiata. È sempre stata secca e piena di rughe, ma asciutta e signorile. Da quando è iniziata la puzza, la mamma non è più la stessa, uguale dignità, ma adesso è nervosa e triste.
Ariel ricorda il periodo delle elementari come il suo periodo più felice, sua madre lavorava tantissimo, anche più di adesso, ma era felice e rideva.
Si ricorda che quando tornavano da scuola c’era papà che faceva le coccole, prima a lei, poi dava un bacio a mamma e le diceva: “Marina, mi piace ridere con te!”.
Con l’arrivo della puzza, tutto è iniziato a precipitare. Con l’arrivo del maledetto Tmb, il Trattamento meccanico biologico dei rifiuti di Roma, Marina ha iniziato a ridere sempre meno.
Mamma e papà hanno iniziato a litigare.
Papà le diceva che doveva stare calma, che le cose sarebbero andate a posto.
Poi papà ha iniziato a urlarle in faccia: “Basta! Sei fissata! Basta Marina!”
Ariel era in camera, sentiva la mamma che tossiva e piangeva, ascoltava suo padre che diceva: “Marina non sei più la stessa!”
Dopo quel giorno, Ariel faceva le medie, suo padre è tornato sempre meno a dormire e nel giro di un anno si è ritrovata in cucina davanti alla tavola con i suoi che le dicevano: “I tuoi genitori ti amano. Papà va a stare in un’altra casa perché mamma e papà non vanno più d’accordo. L’amore di mamma e papà per te non cambia.”
Per il primo periodo è andata qualche fine settimana a casa di papà, poi ha smesso e non ha più avuto voglia di vederlo. Non è convinta, le manca, ma preferisce così.
La mamma, tutte le volte che tornava dalla casa del padre, le domandava: “Da lui la puzza non si sente, vero?”
Ariel le rispondeva di non preoccuparsi, che non avrebbe deciso con chi stare in base alla puzza, che lei voleva stare con mamma.
Ci sono cose che non riesce a spiegarsi, come è possibile che quella donna così sorridente e forte sia diventata l’ombra di se stessa. Ariel se lo domanda sempre più spesso: “Perché succedono cose che ci fanno smettere di ridere?”.
Anche Ariel sente la puzza, le brucia spesso la gola, ma non lo dice a sua madre perché pensa che non la possa reggere. La vede fragile, come appesa a un filo.
Quando Marina va alle riunioni della spazzatura sente di essere capita, sente che lì non la prenderanno per matta, si sente capita. Lì tutti vogliono fare qualcosa per chiudere quella discarica calamitosa travestita da impianto per il trattamento dei rifiuti.
Ariel per questa sera decide di rimanere a casa, è triste per sua madre, cerca di non pensare alla puzza. In famiglia, riflette, basta mamma.
La gola ormai le brucia da anni. Non ne può più di avere la sensazione di dormire dentro un cassonetto.

Entrare non è stato difficile. Marco sa da che parte arrivarci.
Abbiamo preso un gozzo, una piccola barchetta abbandonata. Lo abbiamo rimesso a posto segretamente, lo abbiamo tenuto nascosto per mesi in un anfratto della riva del Tevere.
Stanotte abbiamo risalito la corrente.
Marco sa che c’è un canale di scolo che dal Tevere arriva all’impianto dei rifiuti. Abbiamo attraccato, siamo entrati in un’insenatura putrescente invasa da alghe e fango. Ci siamo attrezzati con chantilly e tute impermeabili, prese da un armadio con la roba da moto lasciata da papà, e abbiamo risalito l’argine del Tevere.
È freddo, ci muoviamo lenti con una scala, dobbiamo portare dentro dieci taniche che abbiamo preparato con benzina e pece. Ce le passiamo faticosamente, ogni tanto inciampo, non penso a niente, procedo e basta.
Le ultime notizie che ho sentito sono che la chiusura di questa fabbrica di puzza e veleno è rinviata. La verità è che quel giorno non arriverà mai.
Abbiamo pianificato tutto per mesi e stanotte abbiamo deciso di procedere. Sappiamo che le telecamere dell’impianto sono spente da mesi.
Marco lo ha scoperto perché a cena suo padre, che lavora al Tmb, ha raccontato che ha denunciato i malfunzionamenti dell’impianto: la mancanza di sicurezza, le telecamere spente, l’enorme accumulo di rifiuti non trattati. Il risultato è che non è successo niente.
Marco mi ha raccontato che suo padre è triste. I primi anni della puzza era anche furibondo, adesso non più.
“Ariel sbrigati!” Marco mi chiama. Accelero, portiamo le taniche vicino ai grossi nastri che trasportano i rifiuti.
Cospargiamo tutto di pece e benzina.
Marco odia questo impianto quanto me. Non ne può più di vedere suo papà tornare con quello sguardo spento e con quella puzza addosso.
Suo padre gli ripete continuamente che la cosa importante è il lavoro, gli dice fino allo sfinimento che lui quel lavoro se lo tiene stretto.
Marco non è d’accordo. Lo vede ogni giorno più infelice e ha paura che si ammali.
Là dentro respirano qualcosa che non può più essere chiamato aria. È veleno.
Il naso sente la puzza, la gola rimane strozzata, nei polmoni entra acido.
Ci guardiamo, un attimo, nel buio: serve a farci forza. Abbiamo preparato le micce, le accendiamo una dietro l’altra.
Scappiamo verso la scala, appoggiata al muro dell’impianto, per la nostra ritirata veloce. Sentiamo dietro di noi scoppiare i bidoni con dentro roba chimica. Ho paura. Vedo l’aria che si illumina di una fosca luce purpurea.
Ci tiriamo dietro la scala e sprofondando nel fango puzzolente – con i conati di vomito e questa maledetta tosse secca – ci buttiamo sul gozzo e iniziamo a remare.
Solo in quel momento ci voltiamo: le fiamme sono già alte.
Il Tevere ci butta aria umida addosso, sentiamo il freddo nelle ossa e la puzza dentro i polmoni, adesso, per l’incendio, è ancora più acre.
Arriviamo arrancando all’attracco da dove eravamo partiti.
Rimaniamo acquattati per un po’. Sono esausta. Ci spogliamo e ci mettiamo i vestiti che abbiamo chiuso dentro a un sacco della spazzatura. Sono tutti bagnati, fa niente. Ci cambiamo, lasciamo tute e chantilly nella barca. Dobbiamo filare.
“Adesso mamma sarà contenta.” Penso solo a questo, soltanto a questo.
Appena raggiungiamo la strada. Non capisco da dove arrivi, ma sento una botta forte sulla testa. Qualcuno mi afferra. Urlo forte. Sento Marco che bestemmia. Si accendono dei fari altissimi, mi sento accecare.
Capisco dai lampi blu che sono guardie. Mentre sono sbattuta a terra, e picchio la testa, vedo la riga rossa della divisa dei Carabinieri.
“Vaffanculo! Arrestate chi ci avvelena! Bastardi!” Urlo a squarciagola “Avete rovinato la mia mamma!” Mi piegano in due e mi spingono in una macchina “Maledetti! Voi e i vostri padroni! L’ho distrutto! Alla faccia vostra!”

È il suo incubo ricorrente. Si sveglia sudata e piena di rabbia. Sta ancora stringendo i denti e i pugni.
Quando le succede rimane un po’ a piangere nel letto, di rabbia.
Sogna di dare fuoco al maledetto Tmb. Sempre nello stesso modo, sempre passando dal Tevere e sempre con Marco, il suo amico del cuore.
Si è addormentata vestita sul divano. Sua madre non è ancora tornata dalla riunione. Vorrebbe abbracciarla forte, dirle che c’è un modo per uscire da questo inferno. La verità è che non ci crede neanche lei.
Non ha più sonno e decide di scendere in strada per una passeggiata.
È inutile tenere la finestra chiusa, la puzza entra ugualmente, le zaffate arrivano ovunque.
Ariel si mette la sua mascherina e inizia a passeggiare; non ha voglia di usare il telefono. Non ha nessuna intenzione di rompere il silenzio notturno delle chat, nessun desiderio di infrangere la tregua dagli aggiornamenti e dalle storie pubblicate sui social.
Inizia a camminare, si rende conto che nella sua zona la puzza ha cambiato il modo di vivere, anche la notte.
Le persone sono così segnate dalla puzza, dalla rabbia e dalla frustrazione per quel dannato Tmb, che c’è meno paura di camminare la notte per le strade.
Le finestre sono chiuse, le luci delle case sono accese.
La mamma di Ariel glielo ha raccontato diverse volte: dieci anni fa l’aria poteva essere chiamata aria, le aziende facevano a gara a prendere le proprie sedi sulla via Salaria. C’era Sky e tanti uffici, ma via via hanno chiuso e adesso ci sono enormi edifici, tutti deserti.
Era un posto normale, la puzza non entrava in tutte le discussioni.
Negli anni le persone che hanno avuto la possibilità di fuggire dal Tmb se ne sono andate.
Ci sono amiche che Ariel non ha mai più rivisto, né sentito.
Le persone si trasferiscono, vogliono dimenticare l’esasperazione, la paura di ammalarsi e di marcire a ogni respiro.
Ariel cammina e raggiunge una piazza; trova due persone che discutono animatamente. Si ferma in disparte, fa finta di usare il telefono e ascolta. Dopo un po’ arrivano altre persone e capisce meglio che uno è il prete della zona e l’altro il presidente del municipio. Le viene da sorridere, non sa perché. Vede che hanno voglia di cambiare le cose, sente che non si arrendono, ma sente anche che la rabbia è tanta. Intorno a loro alcuni cittadini discutono a voce alta, altri, e sono quelli che le fanno passare il sorriso, stanno zitti. Hanno lo sguardo dell’insofferenza. Esasperati e svegli di notte.
Ariel decide di rientrare a casa, le è venuto sonno e vuole rintanarsi sotto le sue coperte. Forse stasera si metterà una pezza bagnata sulla bocca e sul naso, così sentirà solo l’umido del suo fiato.
Marina entra in camera di Ariel mentre sta albeggiando: “Dobbiamo andarcene!”, dice con la voce alta, ma senza strillare, “Non possiamo stare qua. Guarda fuori!”
L’odore è più aggressivo e putrescente del solito; la pezza umida è ormai inutile.
Guarda sua madre e vede che non è in crisi.
Vede la mamma che le parla in modo deciso, intuisce qualcosa di diverso. Mamma non sta pensando solo alla puzza, la vuole proteggere.
Le dice “Ariel guarda fuori!” Ariel si affaccia e il Tmb è in fiamme, ma soprattutto vede un fumo nero, così denso e scuro che fa paura.
Ariel trema forte e abbraccia sua madre e sente un abbraccio forte che non sentiva da anni. Ascolta una voce che aveva scordato: “Ariel il Tmb è pieno di veleni, dobbiamo andarcene. Ho sentito il padre di Marco, dice che possiamo andare dai suoi genitori in campagna. Quella nube tossica va verso Roma. Noi andiamo verso Rieti”.
Ariel si mette a piangere, le viene così, di colpo stringe mamma e dice sì. Dice tanti sì e singhiozza.
La puzza è peggio del solito.
Mamma e figlia prendono tre cose al volo e corrono al bar dove Marco e Gianni, il padre, le stanno aspettando.
Fuori dal bar un gruppo di persone discute animatamente, tra loro c’è anche Gianni. Sta difendendo i dipendenti dell’azienda dei rifiuti. Sta difendendo il suo lavoro.
C’è un signore anziano che lo attacca con forza e il padre di Marco si difende e risponde con agitazione. “Noi ci lavoriamo! Non c’è un piano alternativo! Chissà dove ci mandano a lavorare!”
Insiste: “Quale interesse avremmo avuto noi a incendiarlo!”
Il signore anziano è bilioso e fuori di sé: “Te lo dico io cos’è che te lo fa fare! Che entrate in un posto che puzza di acido e di morte, che non ne potete più! Che l’azienda non vi ascolta!”
Gianni è furibondo: “Ora basta! Siamo in mezzo a un nube tossica! Chi più di noi sa che è roba pericolosa e mortale questa?!?” Nessuno lo aveva mai visto così. “L’azienda ci fa rispettare dei protocolli nel vestiario e nella pulizia e siamo monitorati. Non sappiamo cosa respiriamo, questo è vero. Ma ti dico una cosa sola, e poi vado via. Qui a respirare questa roba che brucia non ci sto!
Tra questo lavoro e niente tutti noi preferiamo lavorare. Te lo ridico La-vo-ra-re !!!”
Il signore anziano rimane zitto, poi dice a mezza voce: “E allora chi l’ha fatto questo disastro ambientale?!? Chi ci vuole ammazzare?!?” Mentre si allontana tossisce di una tosse secca e maligna.
Gianni ha la macchina vicino, salgono tutti e quattro in macchina e partono per la campagna. La strada sale e a una curva Gianni accosta per vedere il Tmb dall’alto. “Se non si sbrigano a spegnere è una sciagura. Là dentro ci sono dei serbatoi di acido solforico e soda caustica che potrebbero scoppiare da un momento all’altro.” Detto questo Gianni diventa silenzioso.
Non ha idea, pensa tra sé, di chi possa aver fatto una roba del genere, gli viene alla mente una visione profetica. Si immagina di essere su un camion – inserito dall’azienda a fare turni di notte perché non sanno come altrimenti reimpiegarli – mentre porta i rifiuti a Rocca Cencia, un impianto a Roma est. E immagina anche altri camion che partono per impianti di trattamento rifiuti nel Lazio, e anche più lontano. Immagina qualcuno che si sfrega le mani. Qualcuno che si sfrega le mani non abita sulla Salaria e neppure ci lavora. Non sa chi è, ma qualcuno c’è che si sfrega le mani sulla pelle degli altri. Verrà fuori, pensa fra sé.
Ariel invece ha smesso di guardare la nube tossica, si è persa negli odori. Su quel ciglio della strada, lontano dal Tmb, non sente più la puzza.
Quasi non se lo ricorda più il suo incubo, ricorda solo le sue urla: “Avete fatto diventare triste mamma!” Ricorda di aver pensato che era un incubo: era un incubo d’amore. Prima della puzza non credeva che fossero possibili gli incubi d’amore.
Ariel spera che piova e che il cielo si ripulisca. In tutti questi anni c’è una cosa che l’ha tirata su di morale. Una cosa che faceva di nascosto da tutti.
Ogni tanto si fermava guardare il cielo nitido, seguiva incantata gli stormi – macchie nere proteiformi – e, vergognandosi di dirlo soprattutto a mamma, Ariel pregava segretamente il cielo celeste di Roma di mettere fine alla puzza.
Marina è in piedi, guarda anche lei l’orizzonte e ha voglia di piangere, di stringere Ariel.
Succeda quel che succeda inizia qualcosa di nuovo, senza veleno.
Marina ripensa a quel fetido odore di bruciato che sa di morte, che la prendeva dentro, che la faceva stare male. È donna di vita, sa bene che nessuno le renderà indietro dieci anni di infelicità.
Dieci anni in cui chi abitava – o governava – altrove li faceva sentire dei pazzi isterici. Dieci anni in cui la differenza era tra chi sentiva la puzza e chi non la sentiva, o non la voleva sentire.
Adesso ha una sensazione diversa. Non si sente orfana di battaglia. Sa che cosa vuole fare.
Questa alba tossica ha dentro di sé qualcosa che, dopo tanti anni, le fa sperare una vita.
Stringe sua figlia. Le asciuga i lacrimoni.
La bocca le accenna una smorfia, è un sorriso, per Marina è ora di piangere.

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storie

Vento sul Sulcis

di Michela Calledda

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Conta le gocce del mare,

Conta i granelli di sabbia:

Avrai contato i nostri sospiri

Nel cuore della terra.

Manlio Massole

Dicono che la pazienza sia la virtù dei forti. Invece no, non è vero: la memoria è la virtù dei forti. La memoria che racconta, che ammonisce, la memoria di chi sa perché c’era. Ed è oggi che me ne rendo conto, oggi che il tempo e la morte la rendono lontana e confusa quella memoria, sfumata.

Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento, dice la canzone. Per me quel posto si chiama Sulcis, il posto che meglio di tutti racconta la parabola della lotta per il lavoro in Sardegna. Ed è da qui, da questo angolo di terra violentata, insultata, incompresa e abbandonata che mi piacerebbe partire. Dall’occupazione delle miniere del 1992, raccontata ancora oggi con toni epici; e da due dei protagonisti di quell’occupazione: Manlio Massole, maestro, minatore e poeta, e Silvestro Papinuto, minatore fornellista e appassionato speleologo.

Tra settembre e ottobre 2018 Il Sottosopra, audio-documentario di Giuseppe Casu e Gianluca Stazi, diretto da Stazi con la collaborazione dei minatori del Sulcis Iglesiente, ha vinto il 70° Prix Italia 2018 nella categoria Radio Documentary e Reportage (cosa che non accadeva dal 1964 per la categoria audio-doc); e per la prima volta in assoluto per un prodotto italiano, si è aggiudicato il Prix Europa 2018 come Best European Radio Documentary.

Il Sottosopra è un viaggio sonoro tra le miniere del Sulcis Iglesiente. Un viaggio potente che con suoni, rumori e voci ci trascina per quarantacinque minuti nel buio delle gallerie con la forza dolce di una memoria mai del tutto pacificata e l’eco ancora vibrante delle vite spese nelle viscere della terra.

Le storie di Silvestro e Manlio sono raccontate in parallelo. I ricordi e le versioni si inseguono e si distinguono, si distanziano per poi incrociarsi e convergere. I ritratti che ne vengono fuori sono quelli di due uomini profondamente diversi per estrazione, carattere e cultura, ma accomunati dall’amore e dall’orgoglio per il proprio lavoro e per quella battaglia.

Silvestro è il più giovane tra i due. Comincia a lavorare in miniera a 23 anni: la sua intenzione era lavorare per qualche mese e racimolare i soldi per comprare una macchina. Rimarrà in miniera per ventotto anni e la miniera diventerà per lui scuola di vita e palestra politica, al punto da sentire per essa una sorta di gratitudine filiale: “La chiamo babbo la miniera, la chiamo padre perché mi ha dato da mangiare, mi ha dato da vivere, la miniera, mi ha insegnato a vivere. Il babbo non ti coccola, il padre non ti coccola, ti pesta, se fai una cosa che non va bene ti rimprovera; e la miniera è lo stesso. Stai attento, devi rigare dritto, perché se non righi dritto quella ti fa male. Politicamente”, continua Papinuto, “mi ha insegnato tante cose, mi ha dato tutto quello che mi serviva e perciò la chiamo padre. Nos naraus unu fueddu: a ki mi ‘ona pani du tzerriaus babbu. Chi mi dà pane lo chiamiamo babbo.”

Più complessa e originale risulta la storia di Manlio Massole. Manlio nasce nel 1930, prende il diploma magistrale e diventa maestro elementare. Insegna prima a Iglesias, poi riesce a ottenere una cattedra a Buggerru, suo paese natale. Buggerru è un paese di mare circondato dalle miniere con un’economia esclusivamente mineraria. Manlio si trova a insegnare in una classe di figli di minatori. I suoi alunni hanno, come unica prospettiva futura, la miniera; tutti i suoi amici, tutte le persone che frequenta fuori dalla scuola, lavorano nelle miniere. In questo modo si rende conto che gli è necessaria un’altra prospettiva, una nuova coscienza. Così decide di scendere in miniera: dapprima con l’intenzione di scrivere un saggio, fino a maturare la consapevolezza di voler diventare minatore. La proprietà gli offre un lavoro in amministrazione, e lui lo rifiuta. Per poter scendere in galleria si ritrova costretto a fare quello che i suoi compagni considerano il più infame tra i lavori: il cronometrista.

storie

Una domenica di Kasava

di Djarah Kan

murale di Ever

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 56 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Circa tre anni fa due giovani di Castelvolturno hanno dato vita a un blog www.kasavacall.wordpress.com, da Kasava come gli africani che ci vivono chiamano questo pezzo di Domiziana a pochi chilometri da Napoli. Venuto meno il sogno di creare una cittadina costiera da raggiungere facilmente dal capoluogo campano per permettere alla piccola e media borghesia urbana di avere la casa al mare, questa è stata gradualmente ripopolata da africani venuti soprattutto, ma non soltanto, da Nigeria e Ghana. Il sottotitolo del blog è “vulesse veré”, vorrei vedere, vedere Castelvolturno, raccontarne cioè le storie oltre quello che la televisione racconta, con parole e foto dal punto di vista di due giovani italiani, di cui una, Djarah Kan è di origine ghanese. Castelvolturno è una strada che somiglia agli stradoni di una qualunque città africana, ci si può passare senza attraversarne le storie, senza neanche immaginare che oltre quella strada più grande ce ne sono tante più piccole, dove nelle ormai quasi rovine di villette abbandonate vivono persone, e che c’è una pineta e poi il mare. Djarah Kan scrive da questa frontiera e allarga il suo sguardo a quello che succede in Italia e nel mondo. (Livia Apa)

Ho delle amiche che battono da queste parti, sulla Domiziana. Non ne fanno un caso di Stato, è un lavoro di merda ma la domenica si deve andare in chiesa. Queen mi racconta che per togliersi dalla pelle la puzza di un italiano ci vogliono almeno due bagni caldi e mezza bottiglia di olio Johnson’s Baby perché con la puzza di un bianco addosso, lei, in una Chiesa evangelica non ci entra nemmeno con un dito. Poi oggi la incontro sull’autobus e mi fa: “Hai visto la storia di quei carabinieri?”.
Io le dico: “Sì, certo che l’ho sentita. Passeranno guai grossi se tutto va bene”.
Queen mi guarda e ride, si è messa la parrucca storta, probabilmente oggi alla sua Chiesa avrà ballato e cantato fino a smontarsi le ossa da capo a piedi e mi piace immaginarla mentre danza e si scatena quando, improvvisamente comincia a parlarmi di giustizia divina e roba simile.
Le dico subito: “Queen ti prego… ti ho già detto che nella tua Chiesa non ci voglio venire. Io non vado in chiesa”, ma lei, con un gesto che non saprei descrivere, mi dà della stupida mumu girl e mi dice: “Ascoltami, tu lo sai questi qui come sono fatti. Alcuni sono bravi, sì, ma altri sono troppo cattivi. Ho paura di loro, troppa paura. Se sei brutta ti portano subito in Questura, ma se sei bella ti portano prima in pineta e poi in Questura, lo sanno tutti. Allora io ogni domenica prego e prego. Prego Dio che non succeda niente, che tutti i carabinieri che prendono le ragazze di notte vadano in galera. Ti ricordi cosa mi ha fatto la polizia qualche anno fa?”. Faccio di sì con la testa. Come potrei non ricordarlo? Queen non sa piangere quando racconta le sue storie di merda. Sulla fronte ha come un piccolo buchetto, un regalo della polizia durante una delle tante retate contro i clandestini.
Ha la voce ferma la mia Queen, la stessa voce di un pastore esaltato che non vede l’ora di compiere non un miracolo qualunque ma il Miracolo.
È stata molestata dalle forze dell’ordine e come lei centinaia di ragazze che ogni notte, senza uno straccio di documento o permesso di soggiorno sono esposte alla violenza di qualunque essere umano valga più di 15 euro per 20 minuti. Ma le molestie subite da Queen non sono vere molestie perché le prostitute non sono davvero donne, almeno non sul piano morale.
A Castel Volturno sono note le libertà che le forze dell’ordine si prendono coi migranti, specie se irregolari. È scientificamente provato che uno schiaffo o un pugno dato a un clandestino abbia una lunghezza sonora ridotta rispetto a quello dato a un cittadino con regolari documenti di riconoscimento.

È come se il suono di una violenza fatta a un clandestino non si propagasse nell’ambiente circostante e non creasse quel fenomeno fisico altresì conosciuto come Ingiustizia. E Queen, bella come una Lady Diana dei negri e arrogante come solo una venticinquenne di Lagos City può essere, non aveva le carte a posto per fare in modo che la giustizia si propagasse anche nel suo umile spazio vitale.
“Carabiniere… Carabiniere il cazzo! Quei vestiti di polizia non sono i vestiti di Dio. Loro sono solo uomini and me too, I’m a human being, capito? God will punish them nawaoo” mi ha detto alla fine.

Ho pregato e pregato, ho pregato. E prego sempre quando esco sulla strada. Dio ascolta le preghiere delle puttane and this is enough for me, my babygirl”.

 

Mamma

Mia madre ha una passione per le piante che non ho mai compreso fino in fondo. D’inverno se fa troppo freddo le sradica dal giardino e le sistema in vasi grossi come la mia testa e per tutta la stagione fredda quelle se ne stanno lì in soggiorno ad aspettare tempi migliori. E mia madre gli gironzola attorno, le tocca, a volte ci parla, nulla di complesso però, appena una o due parole per far sapere loro che lei c’è. Che le tiene d’occhio.
Stamattina, come ogni giorno si è svegliata alle sei e ha preso il pullman per andare al lavoro. Mi ha detto: “Mi raccomando non lasciarle senza acqua, hanno sete”.
Come le persone, mi sono detta.
Sono scesa in giardino con un po’ di uallera e ho cominciato ad annaffiare qui e lì. C’erano almeno otto alberi di banano di cui uno in fiore, una ventina di garden eggs che non so come si chiamano in italiano, almeno quattro germogli di albero di baobab, cinque piante di manioca e sette di papaya. Africa in poche parole.
Mentre aprivo il tubo, tormentata da api chiatte e altri insetti molesti e pieni di pelo, pensavo a come fosse stato possibile che una donna negra di Castel Volturno senza particolari conoscenze botaniche avesse radicate nel suo giardino piante che, con qualche fortuna, era possibile veder sfilare in anonimato solo tra le scene di quegli insopportabili documentari naturalistici sull’Africa.
Le nostre piante erano belle, parecchio alte e verdi e il sole le illuminava senza paura e tutto quello che vedevo non aveva alcun senso, perché ero ancora a Castel Volturno che, sulla carta fa schifo in ogni sua manifestazione fenomenica e non nel paradiso di una Vedova di ferro che vede ancora il suo riscatto in queste terre sabbiose del Litorale domizio.
Lei che tutta la merda di queste strade a casa sua non ce la fa entrare nemmeno per sogno. Lei che ha messo a difesa della sua serenità le radici di casa e un fiore di banano che cresce e fiorisce esule e bello e senza permessi che lo possano fermare.

storie

Un perdente

di Alberto Grossi

illustrazione di Daniel Clowes

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Avrò avuto dodici anni, forse tredici. Era estate, ero in vacanza all’isola d’Elba con la mia famiglia e un paio di famiglie di amici. Nel residence dove alloggiavamo, al nostro piano, c’erano due ascensori uno accanto all’altro, e come tutti i giorni io e il mio amico pigiammo entrambi i tasti dell’ascensore. Una persona del residence notò la cosa e ci rimproverò. Più tardi i miei genitori andarono garbatamente a chiedere spiegazioni. L’elettricista prima si scusò, poi spiegò che avevamo sprecato energia elettrica, e tra le motivazione addusse il fatto di essere comunista. Che io ricordi, fu quello il primo contatto diretto con una persona di sinistra, per quanto a me sconosciuta. Ne conservo perfettamente lo sguardo severo e fiero dietro ai baffi folti. In quegli anni, scoprirò poi, Enrico Berlinguer parlava di austerità e questione morale.
Verso i diciannove anni iniziò a formarsi la mia coscienza politica. Diventai di sinistra quasi naturalmente, per convinzione intima di essere nel giusto ma anche in opposizione a una destra che consideravo conservatrice e reazionaria e che, all’Università Cattolica di Milano che frequentavo, occupava ogni spazio possibile. In quegli anni imperversava Cossiga presidente della Repubblica, che ogni giorno sbeffeggiava la sinistra con insolenza e protervia. Il maggiore partito di sinistra, allora, era guidato da un leader timido, Achille Occhetto, che noi avvertivamo distante e quasi con fastidio ma che in fondo rispettavamo. C’era ancora, più vivo che mai, Bettino Craxi, che ogni tornata elettorale aumentava i propri voti drenandoli dai comunisti. Fuori dal palcoscenico ufficiale dei partiti la mia appartenenza alla sinistra si consolidava, sentivo di essere dalla parte giusta della barricata.
Ricordo una festa dell’Unità, nella mia città, Parma, una sera di luglio e un’orchestrina che suonava Bandiera Rossa e la strofa finale magicamente cambiò in “evviva il pidiesse e la libertà”. Già, il Pds. Erano i tempi della guerra del Golfo, e il mondo pacifista si divideva: via diplomatica o azione militare per ripristinare la sovranità del Kuwait? L’anno successivo deflagrò la crisi in Jugoslavia. Ricordo Oliviero, un compagno di università di Piacenza che una mattina a lezione ci comunicò che sarebbe partito per una marcia pacifista verso la Sarajevo assediata. Sarebbe passata alla storia come la marcia dei cinquecento. Bella, nobile, controversa, irrisolta, audace e contraddittoria, quella marcia rappresentò bene il generoso e confuso mondo del pacifismo italiano. Negli anni a venire, ne avrei incontrati almeno un migliaio che dicevano di aver partecipato a quella marcia dei cinquecento! Battute a parte, furono per me gli anni decisivi nella formazione politica. Scrivevo per riviste di area ecologista pacifista, leggevo libri, incontravo centinaia di persone, partecipavo a marce, meeting e convegni, guidavo furgoncini diretti ai campi profughi lungo la costa dalmata e mi sporcavo le mani in progetti belli e importanti tra cui uno di accoglienza per disertori della ex Jugoslavia: fermiamo un fucile alla volta, si chiamava.
Mi iscrissi ai Verdi nel 1996 quando Luigi Manconi ne diventò l’illuminato portavoce. Erano anni tribolati ma di governo sotto le insegne dell’Ulivo, nel perimetro del centrosinistra. Credevamo in una svolta ecologista per il nostro paese, più risorse per l’ambiente, contro il dissesto idrogeologico, un nuovo rapporto uomo natura. Ma entrare nella stanza dei bottoni, sia pure lateralmente, smosse purtroppo ben poco. Rimasi iscritto un paio d’anni, giusto il tempo di assaporare il disgusto delle pratiche interne ai partiti. Quando D’Alema scalzò Prodi qualcosa incominciò a rompersi. Sugli immigrati, ad esempio, la sinistra di governo oscillava tra un buonismo futile e ingenuo e una nuova, insolita, cattiveria. Era evidente, come scrissero alcuni, che si scontava un pesante “deficit di elaborazione culturale”. La nostra sinistra, la sinistra sociale fatta di movimenti, associazioni e cooperative, godeva ancora di buona salute, un po’ di soldi per fare qualche bel progetto giravano ancora.
Ricordo il direttore di una struttura residenziale per anziani nelle Marche. Eravamo al telefono quando venne chiamato di fretta dai colleghi, lui riattaccò. Mi richiamò qualche ora più tardi spiegandomi che c’era stato un decesso in struttura. Gli feci notare che lavorava tanto e lui mi rispose, lavoro il doppio del tempo mio a contratto e sai perché? Perché sono comunista. Pensai fosse molto bello tutto ciò. Eppure, con indosso il cappellino del comunista ne vedevo di ogni tipo. C’era il cinico burocrate attento solo a difendere il perimetro del suo piccolo potere, il sindacalista impegnato nel mantenere aperte le questioni senza risolverle, l’imboscato in qualche settore del pubblico, il velleitario inconcludente interessato solo alla propria visibilità. Anche a livello locale i nuovi dirigenti di sinistra erano riconoscibili più per la furbizia che per i valori o la preparazione che esprimevano. Così, facendo forse finta di non vedere perché ci avrebbe fatto male, accanto a noi cresceva e si moltiplicava la nuova sinistra, rampante, vorace, grandi cooperative più concentrate sulla finanza che sulla produzione (“abbiamo una banca” dirà Fassino), dove la distanza tra lavoratori e dirigenti si faceva ogni giorno sempre più ampia. I nuovi dirigenti esibivano muscolarità, ascoltavano poco e pretendevano rispetto e devozione. Era nata la sinistra autoreferenziale. Quella che si commuove ai concerti della Mannoia ma che ignora le periferie, la gente che fa fatica.
Nel 2007 nacque il Pd e a guidarlo c’era Veltroni e la sua “vocazione maggioritaria”. Per qualche tempo ci illudemmo che la sua presenza mediatica sarebbe stata taumaturgica, ma sbagliavamo, perché non esiste che si copra con una bella comunicazione una progettualità esile se non evanescente. Da lì ai giorni nostri, passando da Bersani a Renzi, il giochino della “ditta” è stato sempre il solito: mettere su un leader nuovo, acclamarlo, investirlo del ruolo di salvatore della patria e infine andarsi a schiantare alle elezioni non capendo che il paese profondo, la gente comune, non ci segue più. Ricordo una manifestazione Pd in quegli anni veltroniani in piazza Maggiore a Bologna, io e un amico ci guardammo intorno: oltre a noi c’erano solo anziani. In prima fila solo una piccola pattuglia di trentenni, lo sguardo nitido di chi ha già programmato la carriera nel partito. La trasformazione da partito di massa a partito delle élite era completata.
Nel 2008 vinse nuovamente Berlusconi, quattordici anni dopo la sua discesa in campo. Penso che nessuno uomo politico abbia stimolato in me tali e tanti pensieri di disprezzo e ripugnanza, talvolta di odio, eppure a molti anni di distanza credo che il suo sia stato un capolavoro di marketing politico. Ha perseguito politiche di destra e interessi particolari e aziendali raccogliendo il voto di disoccupati, di gente semplice, di persone che hanno proiettato su di lui la speranza di migliorare la propria esistenza. Ha dato loro un piccolo sogno, per quanto mai realizzato. Certamente li ha illusi, ma per qualche mese hanno avuto un appiglio, anche solo una fantasia. I miei leader di sinistra, a pensarci bene, nemmeno quello.
Oggi ho quarantacinque anni, due figlie da mantenere, un mutuo prima casa da onorare, un lavoro indipendente che per fortuna mi piace ancora e che mi fa campare in modo dignitoso ma mi costringe a essere estremamente prudente e oculato in ogni singola spesa. Però mi guardo attorno e vedo i disastri compiuti o avallati anche dalla sinistra di governo, ma non solo. Lo vedo in molti dipendenti dello Stato, che passano il tempo a lamentarsi pur avendo stipendi abbondanti e garantiti. Lo vedo nella sanità, che spesso spreca e che passa prestazioni gratuita anche a chi imbroglia, tanto nessuno controlla. Lo vedo nella scuola, incartata su se stessa e che ricorre a psicologi e poliziotti per spiegare cose che un buon insegnante dovrebbe sapere, ad esempio come usare correttamente i social network. Lo vedo nel nostro ambiente, sempre più inquinato. Lo vedo nelle truffe all’Inps dei ricongiungimenti famigliari per intascare assegni e sussidi, anche tanti stranieri hanno imparato il giochino. I miei, i nostri grandi temi politici, ambiente e diritti ad esempio, sono spariti dal radar della politica e traditi: se ne sono impossessati quattro ragazzotti senza arte né parte che, a forza di cavalcarli, hanno anche vinto le elezioni politiche. I miei leader politici di sinistra hanno perlopiù inseguito un industrialismo superato, inefficiente e inquinante (vedi Ilva di Taranto, trivellazioni nell’Adriatico, centrali a carbone) sostenendo solo in piccola misura un’idea di industria pulita e hi-tech. Quando osservo le immagini aeree della mia pianura padana, una gigantesca macchia grigia che ci soffoca, mi assale il senso vero della mia, della nostra sconfitta.
Il vero dramma lo percepisco quando guardo alla mia cerchia di relazioni. Ho visto una intera generazione, quella dei venticinque/trentenni, scappare all’estero per disperazione tentando di far valere i propri titoli di studio. Ho visto la mia generazione, quella dei quarantenni, perdere lavoro e riciclarsi in altri molto meno qualificati, ma almeno la sfangavano con uno stipendio, altri sono ancora alla ricerca. Vedo coetanei morire di tumore nel giro di pochi mesi, e i commenti ai funerali sono sempre gli stessi: “che peccato, era così giovane”. Nessuno che si interroghi sulla relazione che c’è fra l’ambiente che abbiamo creato e il “brutto male” che miete vittime?

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