storie

Infermieri

di Giorgio Villa

Barry McGee

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Era di novembre, credo, alla fine degli anni Settanta quando mi trovai a visitare, nel corso di una guardia medica, una anziana signora ormai da tempo ridotta a letto, obesa e ipertesa. Quando seppe che mi stavo specializzando in psichiatria e che frequentavo l’Ospedale Santa Maria della Pietà, il grande manicomio provinciale di Roma da poco chiuso dopo la legge 180, ma ancora pieno di malati, cominciò a parlare a raffica del suo lavoro nei reparti del Manicomio. Era stata, per quasi quaranta anni, infermiera nell’Ospedale. Le malate le si erano incollate addosso con una gamma infinita di storie, di miserie, di drammi: Nilde dagli occhi tristi che, come Ofelia, era entrata in un ruscello per non uscirne più, Maria Amelia che indovinava i sogni delle infermiere e che sapeva sempre dire se il fidanzato “era quello buono”, Anna che doveva essere tenuta legata al letto le cui gambe erano state cementate nel pavimento dal momento che la sua forza sovraumana le permetteva di ribaltarsi con letto, materasso, cinghie e tutto il resto. Tempo dopo ebbi modo di seguire, per qualche anno, la stessa Anna che viveva tranquillamente con altre quindici anziane signore in una graziosa villetta presso il parco archeologico di Veio. Mi sembrò incredibile che si trattasse della stessa persona: le chiesi cosa ricordasse del Manicomio e lei mi disse: “Che le devo dì dottò: ero una furia scatenata, appena vedevo mi madre, poi, me imbestialivo ancora de più.” Da anni l’anziana infermiera non aveva modo di parlare con nessuno della sua straordinaria esperienza. Ad esempio mi raccontò che quando le infermiere del Manicomio si ammalavano venivano ricoverate in un “Repartino” per infermiere nel Manicomio stesso forse perché, assuefatte da anni di follia, si temeva potessero trasmettere qualche pericoloso bacillo nel mondo dei “normali”. Questi decenni di istituzione totale, quasi settanta, l’equivalente della durata della storia dell’URSS, sono caduti nell’oblio e in un silenzio che pochi hanno cercato di riscattare. Penso, ad esempio, all’opera di Mario Tobino, ma anche, più vicino a noi, al mio amico Adriano Pallotta, ex infermiere del Manicomio, che è riuscito a salvare, con la sua amorosa attenzione, una selva di episodi, personaggi e oggetti dell’Ospedale Psichiatrico. Ancora oggi, superata l’età di ottanta anni, sembra non poter stare troppo lontano dalle mura del Maniconio e continua a scortare, in visita al Museo della Mente, intere scolaresche e gruppi di visitatori. Gli infermieri condividono con i medici un potere enorme e dai confini cangianti e non coincidenti. Molto spesso è la parola di un infermiere esperto che risulta decisiva, quando occorre ricoverarsi, nella scelta di un reparto o di un ospedale perché si sa che i medici, anche se bravissimi, non sono in grado di avere una presa diretta su una realtà complessa e stratificata quale è quella di un grande ospedale. Naturalmente ogni infermiere anziano che ho conosciuto avrebbe desiderato avere un figlio medico e realizzare, quindi, il sogno del grande salto sociale. Angelo, caposala signorile e perfetto del padiglione 32, mi chiese un giorno di visitare un nipote durante una epidemia influenzale: conoscevo benissimo la zona in cui abitava e, quindi, mi stupii di trovarlo ad attendermi di fronte al suo palazzo. Mentre attraversavamo il cortile mi confessò, non senza imbarazzo, che da quando era stato chiuso il Manicomio aveva detto agli amici e ai vicini di casa che era stato promosso “psicologo” (era uno dei pochi infermieri che pronunciava “psi” e non “pisi”) e che, quindi, non doveva più portare la divisa di ordinanza. D’un tratto mi si chiarì il piccolo mistero relativo alla divisa di Angelo; tutti credevamo che l’immacolato candore e la stiratura perfetta dipendessero da una sorta di vanità; negli ultimi anni del Manicomio la lavanderia era andata incontro a un processo di grave degrado e, quindi, molti infermieri e portantini si erano visti costretti a portare a casa i camici, i pantaloni e le bluse. Pensavamo, quindi, che la moglie di Angelo fosse una perfezionista del bucato. In realtà Angelo provvedeva a lasciare le sue divise due volte la settimana presso una tintoria proprio di fronte all’Ospedale per evitare che i vicini le vedessero stese ad asciugare.
Roma è una città che potrebbe essere esplorata da terrazza in terrazza: mi colpivano molto quei camici e quelle divise che svolazzavano in ogni stagione appesi ai fili per il bucato soprattuto nelle zone di Monte Mario, nelle vicinanze dell’Ospedale Psichiatrico e che avevo modo di osservare nel corso delle visite che dovevo compiere per la Guarda Medica di Primavalle. Ovviamente, cessata la funzione della lavanderia e svuotatosi in parte il Manicomio, i panni tracimati fuori dalle mura dell’istituto finivano per essere indossati anche nella intimità domestica o, rattoppati e quasi resi irriconoscibili, terminavano il loro servizio come abiti da lavoro nell’orto o in campagna. Così poteva capitare che un ex dipendente del Manicomio si sentisse sfottere dagli amici, mentre accudiva l’orto e il pollaio, con la tipica espressione: “Ma se’ proprio de Monte Mario.” Là dove il toponimo assumeva una connotazione analoga a essere “tipo da Manicomio”.
Nella località “I Terzi”, verso Bracciano, andai a visitare Romolo, un infermiere in pensione che aveva realizzato il suo sogno di costruire una baracca su un terreno che aveva coltivato a orto e a vigna. Assaggai il suo vino, verdognolo e frizzante, e le marmellate di fichi e more, deliziose, e osservai i lavori di preparazione delle arnie per le api. La bellezza del luogo era solo leggermente intaccata da un sentimento di solitudine. Romolo mi confessò che la famiglia gli era ostile; dopo anni e anni di turni infiniti in ospedale la moglie, i figli, i generi e la nuora gli erano diventati del tutto estranei e solo le voci del grande Manicomio gli facevano compagnia nel silenzio assordante della campagna. Ai miei complimenti per come teneva il suo pezzetto di terra Romolo rispose non senza sconforto: “Me sa che i miei figli aspetteno solo che muoia per mannà tutto alla malora.” Nella storia del Manicomio ciò che colpisce era che i turni degli infermieri erano veramente massacranti in sintonia con la richiesta della istituzione che era solo di sorvegliare e punire, mai di capire. Cambiò tutto, o quasi, verso la metà degli anni Settanta: i giovani infermieri dei reparti “aperti” partecipavano con entusiasmo ai primi esperimenti di “uscita” dal Manicomio e di accompagnamento a casa o in gita o a un soggiorno di alcuni pazienti. Era, di fatto, un doppio sdoganamento che ebbe momenti euforici ed eroici al punto che già pochi anni dopo alcuni infermieri più anziani, trasferiti ai neo-nati Presidi Territoriali, non potevano fare a meno di raccontare le storie della loro gloriosa prigionia, un po’ come Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria (1950). L’infermiere Germano, enorme e retorico, continuava a raccontare, mentre si camminava per andare al bar e, come espediente retorico, si fermava tutto a un tratto allargando le braccia. Seguirlo era faticoso anche perché ci si sentiva come dei pesci avvinti dalla sua rete narrativa. Ci fermavamo, per rispetto, anche se i racconti erano sempre gli stessi dal momento che erano stati ripetuti infinite volte al punto che si sarebbe potuto, come in un film di Bunuel, sentirsi dire: “Ora vi racconto il 23… ma forse è meglio il 42 quello della Suora”. Infiniti sono gli aneddoti che descrivono le storie, talora drammatiche, altre volte comiche, che vedono al centro la coppia formata da medico e infermiere impegnati in un turno di emergenza del servizio 118.
Una volta mi trovai con Annamaria, una infermiera esperta, ma appena rientrata da un periodo di malattia per una brutta influenza a guadagnare una destinazione remota e quasi inaccessibile per il traffico serale del rientro. Lì ci aspettava un “brutto” ricovero. Mentre venivamo portati da un fiume di vetture per strade sempre più anguste Annamaria mi confessò di sentirsi male, forse a causa del “Demone della pulizia” che la sera prima l’aveva indotta a miscelare, senza accorgersene, varechina e ammoniaca e a respirarne gli insani vapori. Allungata sul sedile accanto al guidatore della nostra vecchia Panda di servizio, Annamaria, a una rapida ed estemporanea visita, mostrava tutti i segni di una brutta congestione gastrica. Quel panino frettolosamente consumato a pranzo era diventato come un blocco di cemento nello stomaco e sembrava non decidersi né di andare giù, né di tornare su. Con tutta evidenza la mia pallida infermiera doveva solo rigettare, ma dove? Su quella maledetta via (via di Grottarossa) non era possibile neppure accostarsi a rischio di bloccare tutta la corsia. Quando ecco che ci si profilò, di lato, la salvezza sotto forma di un piccolo accesso a un minuscolo cortile privato. Ingolfata nella sua giacca di pelle Annamaria si precipitò fuori dalla vettura e scelse, fra due stenti cespugli del cortile, quello che le smbrava offrisse una migliore protezione. Usciva, intanto, da uno dei portoni che davano nel cortile una anziana signora che recava un sacchetto per la spazzatura. Non parve rassicurata dal mio sorriso e dalla mia mano che indicava la scritta sulla fiancata dell’auto (Asl Roma E) e si rifugiò di nuovo nel palazzo. Come Dio volle ripartimmo, ma Annamaria era proprio a terra e, quindi, le proposi di rimanere nella vettura mentre io avrei provveduto a valutare l’opportunità del ricovero. La situazione si presentò presto come di solito sono le peggiori. La paziente, apparentemente calma e lucida, argomentava al marito e a suo fratello (entrambi presenti) che solo i Carabinieri o un suo (inesistente ) avvocato avrebbero potuto avere voce in capitolo nel suo ricovero e nel fare questo negava ogni importanza ai vasi di fiori gettati dal balcone del terzo piano ai bizzarri rituali alimentari (alimentarsi solo con cibi “bianchi”) e al taglio dei fili elettrici di casa (“per allontanare le radiazioni”). Erano già presenti gli infermieri della ambulanza, ma dei Carabinieri nessuna traccia. Dopo circa un’ora arrivarono i Vigili Urbani, ma lo stallo non si risolse. Finalmente qualcuno suonò alla porta. Era Annamaria che, preoccupata e sentendosi leggermente meglio, anche se era ancora di un pallore mortale, era venuta a vedere che fine avessi fatto. Purtroppo aveva dimenticato in macchina la chiave di accensione e, quindi, dovette scendere per prenderla. Trascorse un’altra ora ed ecco comparire di nuovo Annamaria, sconvolta, accompagnata, come Pinoccio, da due Carabinieri. Vedendola armeggiare intorno a una vettura della ASL i militi dell’Arma si erano convinti che fosse lei la paziente per la quale erano stati chiamati e che stesse tentando la fuga, dopo aver eluso la nostra sorveglianza. Nel confrontare l’aspetto della vera paziente a quello, un po’ “dark” e sconvolto di Annamaria confesso che io stesso, se non l’avessi conosciuta, avrei avuto qualche dubbio.

***

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Risveglio di Daniela

di Roberto D’Alessandro

Various & Gould

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Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.
(Fabrizio De Andrè)

 

Daniela avrebbe voluto fare la maestra. Era il suo sogno di bambina.

Abitava in una casa grande, troppo grande per lei rimasta sola. Tutto in quella casa, dai mobili, ai quadri alle pareti alle tappezzerie ingiallite dava un senso di tristezza, di malinconia, segni di una storia sbagliata, finita male. Dal sogno infranto alla realtà di un oggi precipitato in un vortice di tristezza e nauseanti pensieri, con la rabbia e la voglia di attaccarsi con le unghie e coi denti a un improbabile futuro migliore.

Sì, era arrabbiata con la vita, con la sfortuna, con il continuo rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Combatteva con quella parte di lei che la faceva sentire una donna di serie B, quella parte che pensava di non meritare altro che sfortuna, miseria, uomini sbagliati, uomini o troppo deboli o troppo forti e violenti.

Mi aveva mostrato delle foto di quando era ragazza, pettinata con i codini come usava una volta, con le amiche al mare, quanto tutto era normale, quanto tutto era ancora possibile.

Poi la droga, le storie di eroina, di sbattimenti, di compromessi, di vergogna, di morte. E lei si sentiva la morte addosso, sentiva il peso di quella malattia che come un contrappasso l’aveva colpita, l’aveva punita due volte. Nei nostri colloqui spesso sognava a occhi aperti, rincorreva immagini e pensieri che come bolle di sapone poi scomparivano nel nulla. E allora si limitava a vivere un oggi faticoso, un qui e ora, un presente che cercava di isolare come se non fosse attaccato a un passato e non fosse propedeutico a un futuro.

Cominciai a occuparmi di lei poco dopo che rimase incinta. Un evento inaspettato che riapriva per lei una speranza di essere viva per dare vita, di proiettarsi in un futuro nel prolungamento di se in un’altra persona. Quella notizia, se pur angosciante, serviva a soffocarla quella angoscia, quella fatica di vivere. Dava dopo tanto tempo un senso nuovo all’oggi. Certo, partiva da zero, solo dalla sua casa, dalla speranza di ritrovare se stessa, quella delle foto di scuola, con i codini e la faccia pulita.

Il padre del nascituro, Lorenzo, era un compagno di storie tossiche, un uomo che veniva da una storia familiare tremenda, fatta di miseria e violenza, di botte prese da un padre alcolista e condivise quotidianamente con una riga di fratellini e sorelline. Un uomo che aveva imparato dalla strada e dal carcere solo certi linguaggi. Un uomo cresciuto tanto nel fisico ma povero e anoressico nelle relazioni e nelle emozioni. Dalla vita aveva avuto solo schiaffi, paura, aveva dovuto imparare a difendersi, a mostrare la faccia dura.

Ma anche lui, per la prima volta nella sua vita, aveva il volto illuminato da una speranza, da quel senso di creazione in una storia di distruzione. Per la prima volta forse guardava la sua compagna non solo come la complice di giornate squallide da dimenticare. Ora aveva un legame nuovo, aveva la possibilità di essere padre, di aver tirato fuori da sè qualcosa di buono che lo riconciliava con il mondo. Non gli sembrava vero. Lui, proprio lui, quello che si sentiva addosso tutti i giorni l’etichetta dell’avanzo di galera, del deviante, del violento. Chissà cosa aveva acceso in cuor suo questo evento. Essere padre in un modo completamente diverso da quel padre che lui aveva avuto in sorte, oppure ripercorrere ineludibilmente quel modello che aveva assorbito sulla sua pelle fin da piccolo.

La sua era una di quelle famiglie che noi addetti ai lavori definiamo facilmente “multiproblematica”. Verrebbe da chiedersi se multiproblematici si nasce o si diventa. E potrei tradurre il tutto con lo slogan “cronaca di un disastro sociale annunciato”, ovvero l’incapacità delle istituzioni di affrontare situazioni di potenziale o conclamato disagio senza determinare a sua volta condizioni aggravanti lo stesso.

Quelle famiglie dove ci sono pochi anelli forti e tanti anelli deboli in una catena di legami difficili, ingrigiti dalla povertà materiale e dalla rabbia. Come tante delle famiglie collocate in Via Lugo, il cosiddetto Centro di Smistamento costruito nel primo dopoguerra, erano arrivati dal Sud, dalla Sicilia, con tante speranze e poche certezze. Via Lugo era stata progettata come una serie di palazzi a schiera con le porte degli appartamenti su lunghi corridoi che affiancavano tutta la facciata. Nell’intento di chi aveva ideato questa struttura senza una pianificazione seria e approfondita, essa avrebbe dovuto essere un luogo alberghiero di transito, in attesa di collocare le famiglie in abitazioni definitive. La complessità della situazione non tardò a manifestarsi e trasformò rapidamente la via in un (campo di) concentramento regolato da vincoli quasi carcerari. Le sistemazioni da provvisorie divennero a tempo indeterminato.

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Le cose che sto per scrivere

di Antonella Soldo

disegno di Claudia Palmarucci

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Le cose che sto per scrivere mi sono tornate in mente tutte insieme in queste settimane. Eppure ho esitato un po’ a metterle per iscritto perché so che alcune daranno dispiacere a mio padre, ché – come capita ad alcuni da queste parti – dei ricordi dei momenti di difficoltà prova un pudore estremo, quasi un senso di colpa per non aver potuto allora fare di più.

Per me non è così: ne sono orgogliosa perché, nella loro semplicità, sono state la prima educazione civica che ho ricevuto. E penso che in questo momento tutti dovrebbero rovistare nei ricordi delle proprie famiglie per ritrovare sentimenti e idee utili a ragionare al riparo dalla violenta propaganda in corso. Io e mio fratello siamo nati e cresciuti in una famiglia di giovanissimi genitori, prima disoccupati poi precari. In una terra con poco da offrire, che in quegli anni Ottanta era alle prese con la scia di scandali e di clientelismo del post terremoto dell’Irpinia. Una terra che tirava su case e paesi nuovi di zecca, mentre questi stessi si svuotavano per un’inarrestata emorragia demografica.

Dopo dieci anni di precariato in Autostrade arrivò per mio padre la telefonata di una proposta di assunzione a tempo indeterminato (era stato prima uno “stagionale” e poi un part-time). Rispose mia madre. Eravamo nella cartolibreria che avevano aperto, indebitandosi, quando non davano un centesimo alla piccola imprenditoria. Quella conversazione la ricordo parola per parola. Il tono di lei che si fa formale, ma proprio non riesce a tenere a bada l’esplosione di entusiasmo: “mio marito non è qui, ma sono certa che sarà assolutamente disponibile ad accettare la vostra proposta”. Era l’autunno del 1996. Sulle coste della nostra Puglia erano gli anni degli arrivi di migliaia di albanesi. Pochi mesi dopo, nel marzo 1997, sarebbe accaduto il fatto più drammatico di quell’esodo: l’affondamento, da parte della Marina militare italiana, della motovedetta Kater i Rades, e la morte di oltre un centinaio di profughi albanesi. Non di tutti furono ritrovati i corpi.

Noi, per festeggiare la fine del precariato di papà andammo a mangiare una pizza in un ristorante in paese. Io avevo vestiti tutti nuovi (una gonna verde mela, una maglietta di filo a righe colorate. una collanina di caucciù con un ciondolo d’argento) e i capelli tagliati (un caschetto, il mio taglio preferito). Avevo dieci anni. Oggi che, a mia volta, compio il decimo anno da precaria ma che, comunque, mi posso permettere di andare a cena fuori quando lo desidero, mi viene da sorridere a pensare alla piccola me: che si sentiva felicissima e molto mondana quella sera al “Picchio d’oro”.

Negli anni successivi, man mano che le cose andavano meglio, e potevamo permetterci piccole e grandi comodità in più, ogni volta che ci guardavamo indietro e potevamo ormai ridere ed esorcizzare i nostri vecchi timori, chiamavamo quelli passati come i nostri anni dell’Albania. L’espressione potrebbe suonare offensiva nei confronti del carico di sofferenze patite dal popolo albanese nella propria terra e nelle traversate in mare e nelle tragedie per raggiungere le nostre coste. E, a dire il vero, nella mia famiglia è abbastanza diffuso un umorismo cinico, come quello di alcune popolazioni balcaniche, capaci di fare ironia pure sulle proprie sventure. Il paragone era ovviamente sbilanciato: per quanto in difficoltà la mia famiglia non fuggiva per mare abbandonando tutto.

Tuttavia non vi era la minima intenzione di offesa: era quella una forma, certo tutta nostra, di empatia. Era sapere che cosa volesse dire “toccare terra”, tirare un sospiro di sollievo dopo l’ansia, la fatica, l’incertezza. La paura di non farcela. Era comprendere e accogliere una richiesta di aiuto perché si sapeva cosa significasse essere in difficoltà. Ai nostri occhi incollati alle immagini di quei barconi stracolmi, rimandate dai tg, associo il ricordo di una partecipazione intima, emotiva, dei miei. All’arrivo dei primi albanesi in paese, il ricordo dell’accoglienza. Di tutti. Anche di quelli che ora non ricordano più niente. Per queste ragioni oggi non posso credere che la povertà o il disagio siano motivi sufficienti a giustificare l’ondata d’odio. Perché è vero il contrario: che, cioè, i poveri capiscono i poveri, i disperati i disperati, i fragili i fragili.

Dico questo perché so che la storia della mia famiglia non è eccezionale ma estremamente ordinaria, e ci sono milioni di persone che potrebbero fare racconti simili. Ne verrebbe fuori un romanzo della nazione completamente diverso dal racconto truculento a cui siamo sottoposti.

Io so che, anche adesso, davanti al televisore c’è una famiglia che non arriva a fine mese che vede le immagini della nave Diciotti e spiega ai propri figli che loro e quei ragazzini sono sulla stessa barca. Che pure loro hanno diritto a sognare scuole di calcio e vacanze, case comode e sicure, cene in pizzeria con gli amici e abiti nuovi.

Il popolo italiano conosce e capisce. Vogliono farci credere che ci sia uno scontro tra popolo ed élite ma questo scontro non esiste. non è così. Quella in atto è una formidabile manipolazione: operata da alcune élite. Come può dirsi, appunto, lo zoccolo duro della Lega di Matteo Salvini, che risiede nelle aree più ricche e produttive del nord Italia. Tali élites si travestono da popolo per dare una legittimazione a idee e azioni antipopolari. Azioni che, al contrario, mirano proprio a “ripulire” il concetto di Popolo come soggetto politico, a renderlo puro e astratto: eliminando da esso proprio il popolo degli ultimi, degli esclusi, dei poverissimi. In questo caso, dei migranti. Dopo aver sdoganato xenofobia e il razzismo queste élites sono al governo e cercano di istituzionalizzarli, quel razzismo e quella xenofobia.

Perciò è il momento che ognuno guardi nella propria storia. Si troverebbe lì molta più verità di quella diffusa con i potenti social network finanziati dalla Russia, e rilanciata da altrettanto potenti e asserviti media. E magari si troverebbe anche il coraggio di raccontarla, quella storia e quella semplice verità, in strada a lavoro a scuola. Persino sui social. Non è molto. Ma solo cominciando a cambiare il racconto unico possiamo coltivare la speranza di cambiare la realtà sociale e politica di un paese che assume toni forme e contenuti sempre più foschi, sempre più spaventosi.

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Overload. Storia di uno spettacolo

di Daniele Villa (Sotterraneo)

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Il teatro, si sa, fatica sempre di più a girare. Che in gergo vuol dire: fatica a fare repliche in diverse città per un periodo prolungato. Che in parole povere significa: fatica a produrre economie di sostentamento sufficienti per i teatranti. Ma significa anche (ed è il problema più profondo): fatica a incontrare il pubblico, i pubblici, persone diverse per età, estrazione sociale, background e consumi culturali. Diciamocelo: il teatro è economicamente oneroso – persone fisiche che si spostano lungo centinaia di chilometri e allestiscono un palco per eseguire un pezzo di 6090 minuti davanti a poche centinaia di spettatori –, e per questo non sempre è possibile farlo accadere. L’era digitale però ci offre strumenti per far sì che gli spettacoli possano arrivare in ogni angolo del continente almeno sotto forma di eco: foto di scena, trailer video e/o video integrali, recensioni della critica con tanto di commenti degli spettatori, dirette streaming eccetera.

Qui proviamo a farlo con un medium antico come la scrittura.

Ma andiamo per gradi. Anzitutto: cos’è Overload?

Uno spettacolo di teatro di ricerca di una compagnia indipendente che si chiama Sotterraneo.

Il tema dello spettacolo è essenzialmente l’ATTENZIONE.

Per introdurre le opere in teatro si usa il cosiddetto “programma di sala”, che in qualche modo anticipa al pubblico temi e forme toccati dallo spettacolo.

Noi Sotterraneo di solito facciamo due programmi di sala. Vediamoli.

Programma di sala “artistico” (ovvero quello che non si capisce bene di cosa parla lo spettacolo ma deve farlo sembrare interessante):

1 paragrafo. 199 parole. 1282 caratteri. Tempo previsto 110’’. Riesci a leggere questo testo senza interruzioni? L’attenzione è una forma d’alienazione: il punto è saper scegliere in cosa alienarsi. Per questo sembriamo sempre tutti persi a cercare qualcosa, anche quando compiamo solo pochi gesti impercettibili attaccati a piccole bolle luminose e non si capisce chi ascolta e chi parla, chi lavora e chi si diverte, chi trova davvero qualcosa e chi è solo confuso. Sei arrivato fin qui senza spostare lo sguardo? Davvero? E non è insopportabile questo sforzo di fare una cosa soltanto alla volta? Guardati attorno: quante altre cose attirano la tua attenzione? Ora guardati dall’alto: riesci a vederti? Le superfici dei territori più densamente abitati della Terra sono coperte da una fitta nebbia di messaggi, immagini e suoni in cui le persone si muovono, interagiscono, dormono. A volte si alzano rumori più intensi, che la nebbia riassorbe subito mentre lampeggia e risuona. Visto da qui il pianeta sembra semplicemente troppo rumoroso e distratto per riuscire a sopravvivere – persino i ghiacciai si sciolgono troppo lentamente perché qualcuno presti attenzione alla cosa. Torniamo al suolo e guardiamoci da vicino: stiamo tutti mutando… in qualcosa di molto, molto veloce.

Si capiva? A noi piace che a comunicare prima dello spettacolo sia una suggestione, invece che una spiegazione. Però, per quelli un po’ più pragmatici di noi prepariamo anche il secondo programma:

Programma di sala “analitico” (una sorta di comunicato stampa):

Fra distrazioni di massa e mutazioni digitali, ci muoviamo immersi in un ambiente aumentato dai media. Sovrastimolati dalle informazioni, viviamo in uno stato di allerta continua che gli antichi conoscevano solo in battaglia. Il rumore di fondo cresce in tutto il pianeta. Non dovremmo forse fare più silenzio e prestare più attenzione? Overload mette in scena lo scrittore americano David Foster Wallace nell’atto di pronunciare un discorso, che assume presto la struttura di un ipertesto dove link improvvisi innescano possibili azioni e immagini, creando una rincorsa continua a contenuti extra che solo il pubblico decide se attivare o meno. Il discorso di Wallace rischia di non compiersi mai, frantumato da un sistema di salti superficiali e interruzioni molto simile alla nostra esperienza quotidiana: è possibile usare questo stato confusionale per una riflessione sull’ecologia dell’attenzione?

Bene.

Ora dovreste sapere almeno di cosa parla Overload. Il passo successivo è provare a raccontarlo…

A te che non hai visto Overload ma che vorresti vederlo e forse un giorno ci riuscirai: allarme spoiler. Nel testo che segue molti dei passaggi dello spettacolo sono rivelati in modo esplicito.

A te che non hai visto Overload e però pensi che non riuscirai mai a vederlo: questo racconto, sommato a quanto trovi online, rappresenta forse un surrogato accettabile della visione.

A te che hai già visto Overload: questi sono appunti con cui ripercorrerlo (se ti va) e aiutarti a conservarne il ricordo (sempre se ti va).

A te che non hai visto Overload e che neanche ti interessa vederlo in futuro: questo riassunto potrebbe tornarti utile per mostrarti competente in materia pur senza aver visto lo spettacolo nel caso (improbabile) in cui ti venissi a trovare in una conversazione un po’ intellettuale che ha per oggetto gli spettacoli di ricerca della nuova scena teatrale italiana.

Partiamo.

Overload comincia così: un performer entra in scena con addosso una felpa blu e dei calzoncini corti e dice…

Io sono uno scrittore. Sono americano. Nordamericano. Stati Uniti. Porto gli occhiali. Ho giocato a tennis e ho scritto di tennis. Forse però queste informazioni non sono sufficienti. Sono morto nel 2008 – il che ovviamente vuol dire che io non sono davvero chi dico di essere ma vi chiedo di fare tutti finta che io lo sia… è anche per questo che parlo in italiano, così possiamo capirci meglio. Per la precisione sono morto suicida… anche se questo fra gli scrittori non restringe molto il campo. Un’altra informazione: indosso quasi sempre una bandana. Mi piace dire che la indosso perché ho la sensazione che i troppi pensieri mi facciano esplodere la testa, ma in realtà è perché sudo continuamente. Alcuni pensano che sia una trovata di marketing, per risultare più iconografico… ma se fosse vero forse a questo punto qualcuno di voi avrebbe capito chi sono… Se qualcuno pensa di aver capito chi sono può dire il mio nome a voce alta? Va bene, direi che è il momento di uscire da questo silenzio imbarazzante: sono David Foster Wallace… e magari non mi avete neanche mai sentito nominare. In effetti non sono così famoso… anzi, come vedete è solo l’insieme delle informazioni di cui disponiamo che definisce la nostra percezione della realtà. Ed è proprio di questo che vorrei parlarvi stasera, vorrei parlarvi della possibilità di una vita reale nell’era della saturazione delle informazioni… O più semplicemente vorrei raccontarvi di una giornata di settembre di qualche anno fa, in cui mi sveglio e ho in testa questa storiella: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano…” – tra l’altro non so se sapevate che i pesci rossi hanno una soglia d’attenzione di 10 secondi, ma studi recenti dimostrano che le nuove tecnologie hanno ridotto la soglia d’attenzione umana a 9 secondi… cosa stavo dicendo?

A questo punto del discorso, un secondo performer entra in scena e illustra il meccanismo di base dello spettacolo:

Benvenuti a Overload. Nel corso dello spettacolo vedrete comparire dei segnali come questo (espone un cartello con sopra una freccia): si tratta di collegamenti che attivano dei contenuti nascosti, che verranno sempre introdotti da questo suono (suono reverse). Ogni volta che vedrete uno di questi segnali avrete dieci secondi di tempo per decidere se continuare ad ascoltare David Foster Wallace oppure visualizzare altri contenuti. Per attivarli basterà che uno solo di voi si alzi in piedi, per non attivarli basterà che restiate tutti seduti. Cominciamo con un esempio semplice…

Wallace ricomincia a parlare, introducendo il suo celebre discorso Questa è l’acqua, che costituisce un riferimento metaforico costante di tutto lo spettacolo.

Dunque, dicevo: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che li saluta e poi dice: Buongiorno ragazzi. Com’è oggi l’acqua? I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede: ma che diavolo è l’acqua?”

Sulla parola “acqua”, il performer con in mano il cartello offre una “catena” di contenuti nascosti. Se anche un solo spettatore si alza, altri due performer irrompono sulla scena: una reporter che descrive lo scenario di un’alluvione con un forte rumore di temporale; un pescatore che attraversa lo spazio con una canna in tensione sotto un suono scrosciante di fiume. Queste immagini si disattivano dopo pochi secondi e noi torniamo ad ascoltare Wallace, che nel frattempo ha continuato a raccontarci della sua giornata di settembre: naturalmente ci siamo persi tutto quello che ha detto…

un discorso po’ retorico forse ma che ho fatto in modo sincero. Il fatto è che senza che io lo sapessi qualcuno ha registrato il mio intervento e l’ha messo online e così questo discorso di appena 20 minuti è diventato una delle mie cose più famose e citate, tanto da farmi sembrare una specie di guru che vuole illuminare dei neolaureati sul loro futuro – io: un ex-alcolizzato, depresso cronico, con tendenze ossessivo-compulsive e dipendenza da psicofarmaci. Farmaci, appunto: mi sveglio e prendo la mia pasticche di Nardil. Nell’ultimo periodo avevo provato a sospendere gli antidepressivi. Mia moglie non era d’accordo e l’aveva chiarito dicendomi: vabbè, male che vada se ti ammazzi divento la Yoko Ono della letteratura… Poi ho ricominciato. E insomma mi alzo dal letto, mentre lei si rigira ancora nelle coperte – Karen, si chiama mia moglie – e mi metto a fare meditazione. È una cosa che faccio da diverso tempo ormai, da quando mi hanno detto che nel mio discorso al college sui pesci e l’acqua c’era dentro molto Zen senza che io ne sapessi nulla di Zen… quindi mi sono un po’ informato, perché la meditazione in teoria potrebbe aiutarmi a rallentare il lavorio della mia testa. Il problema è che non ricordo bene i mantra da pronunciare: garaom, faraom, raom… e oltretutto lo faccio seduto sulla tazza del cesso perché è l’unico posto in cui riesco ad assumere la corretta postura spinale, ma al tempo stesso avverto che c’è qualcosa di simbolicamente sbagliato che mi impedisce di silenziare davvero la mente… – il punto è: quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso, e la scrittura può al massimo tratteggiarne una piccolissima parte e io non riesco a stare dietro a tutta questa velocità. Mentre credo che se uno riuscisse a prestare attenzione alla cosa più mortalmente noiosa e poi a superare la noia, allora arriverebbero delle vere e proprie ondate di beatitudine, come acqua dopo giorni nel deserto. Mentre sono in bagno mia moglie si alza e dice che dobbiamo andare al mare, dice che mi farà bene e praticamente mi impone di andare a vestirmi. E io mi vesto, così come mi vedete ora – cioè come sempre… i miei studenti del Pomona College hanno persino istituito la giornata “Tutti vestiti come il Professor Wallace” e una volta al mese si presentano in aula vestiti così, che è una presa per il culo, ma anche una cosa tenera, no? Mia moglie mi trascina in macchina e si mette alla guida, capisco chiaramente che vuole allontanarmi per qualche ora da casa e dal lavoro. Sto scrivendo il nuovo libro. È un libro sulla noia, appunto. Si chiama Il re pallido e voglio che sia profondissimo e difficilissimo e ci dev’essere qualcosa di grande che minaccia di avverarsi tutto il tempo ma non si avvera mai… la verità è che non riesco ad andare avanti, tutto quello che scrivo mi fa schifo e ho paura di scrivere qualcosa che si discosti anche solo un po’ dalla perfezione… – il problema col perfezionismo però è che se vuoi essere davvero fedele alla tua idea di perfezione non farai mai nulla, perché qualunque cosa farai significherà sacrificare l’idea meravigliosa che hai nella tua testa, al cospetto della merda inaccettabile che ti è venuta fuori…

In questo preciso momento un performer offre una nuova catena di contenuti. Se anche un solo spettatore si alza in piedi, questi sono i contenuti che vengono attivati: un performer “vestito da Re di Svezia” entra in scena e premia Wallace col Nobel; una performer entra indossando un abito e una fascia da Miss Universe; un altro performer entra vestito da pilota di Formula 1 e festeggia la vittoria di un Gran Premio; un performer vestito da motociclista irrompe sul parco sbattendo al suolo come se si fosse verificato un incidente stradale. Non abbiamo idea di cosa Wallace abbia detto nel frattempo, ma ora non possiamo non tornare ad ascoltarlo…

Ecco, non ho mai detto questa cosa così, a un pubblico, ma mi piace come avete reagito nel sentirla, quindi grazie. Dov’ero rimasto? Karen capisce subito la situazione e dice che è ok, nessun problema, non andiamo al mare e propone di andare almeno a pranzo fuori. Siamo dalle parti della sua galleria d’arte – ah, scusate, forse non ve l’ho detto: mia moglie è una pittrice, una splendida pittrice. La sua galleria si chiama Beautiful Crap, Bella Merda, nome che ho sempre amato e che mi ha anche ispirato un racconto su un artista visivo geniale, dotato di una tale capacità di produrre capolavori da arrivare a defecarli. Il racconto si chiama Il canale del dolore – non perché voglio che lo leggiate, solo come informazione. A un certo punto Karen entra nel parcheggio di un centro commerciale, dice che vuole farmi un regalo e mi chiede di aspettarla lì fuori. E quindi io sto lì, fermo, nel parcheggio. La gente entra e esce coi carrelli. C’è una musichetta terribile nella filodiffusione. C’è un agente della sicurezza che mi guarda e temo venga a chiedermi che cazzo sto facendo. Che cazzo sto facendo? Sto pensando. Sto pensando che in questo momento dovrei essere a lavorare su Il re pallido, voglio che sia un libro che si leggerà anche fra mille anni, un libro che faccia palpitare le teste come i cuori. Qualcosa che metterebbero sulle sonde Voyager, avete presente?

Ricordate il motociclista che si era schiantato al suolo? Mentre gli altri uscivano, lui è rimasto lì, steso a terra, durante le parole dello scrittore. In questo momento si rialza e… sicuramente avete capito cosa fa. Se anche un solo spettatore si alza, tutto il cast irrompe in una danza hip-hop accompagnata da Still DRE, un bellissimo pezzo rap di Dr. Dre e Snoop Doggy Dogg. Di nuovo perdiamo Wallace… questo meccanismo governa più o meno tutto lo spettacolo e raccontarlo integralmente richiederebbe molto testo, più testo di quello che effettivamente è stato scritto per lo spettacolo. Le cose che succedono (o che possono succedere) sono le più disparate: un giocatore di football che travolge Wallace, due tenniste che giocano una partita, un Babbo Natale che attraversa il palco, un uomo-pesce che balla un lento con una spettatrice, due polli giganti che combattono, un talk-show con lo stesso Wallace protagonista, un lancio di verdure dal pubblico contro gli attori, a un certo punto compare persino Stephen King, un graffito di Banksy, una donna incinta cui si rompono la acque… insomma, di tutto. C’è solo una “pancia” più o meno a metà spettacolo in cui abbiamo lasciato un po’ di tempo a Wallace per dilungarsi senza interruzioni nei suoi pensieri e nel racconto della sua giornata, e quello che dice è più o meno questo…

Karen dice che ha pensato a un posto dove andare a mangiare, è un po’ lontano ma è ancora presto e potremmo andarci a piedi. E quindi eccoci a braccetto lungo un viale alberato californiano. Camminiamo in silenzio per un po’. A un certo punto lei mi chiede a cosa penso. A tutto, dico. Allora mi propone di pensare insieme. E insieme pensiamo a dove potremmo arrivare camminando, a quanto ci vorrebbe ad attraversare l’intero stato a piedi fino al confine. Così ci viene da pensare insieme alle storie di lunghi cammini e pellegrinaggi: Malcolm X alla Mecca, Marina Abramovic e Ulay che si incontrano sulla muraglia cinese o Werner Herzog che quando gli dicono che la sua amica Lotte Eisner sta morendo cammina da Monaco a Parigi per allungarle la vita. Si mette uno zaino in spalla, un videocamera per filmare tutto, e parte. Attraversa il centro Europa, mangia pochissimo e male, dorme pochissimo e male. È uno degli inverni più rigidi del secolo. La natura è del tutto indifferente al suo cammino, che procede tra paesaggi industriali e campi remoti, finché arriva nella stanza di Lotte. Posa lo zaino. Si distende accanto a lei e le dice: tu non puoi morire. E Lotte non muore: vivrà per altri nove anni, lavorando fino all’ultimo giorno… Ah: la storia sulla soglia d’attenzione di 10 secondi dei pesci rossi è una stronzata che gira su internet: è impossibile misurare l’attenzione di un pesce rosso così come è ovviamente impossibile che un pesce rosso si domandi cos’è l’acqua…

Per la verità, qui, una performer ricompare a offrire un contenuto nascosto ma Wallace la ferma – nell’unico momento di contrapposizione diretta fra lo scrittore e il meccanismo. E dice queste parole, che sono prese in parte dal suo capolavoro Infinite Jest

No, aspetta un momento, fammi finire questo punto: cos’è l’acqua è una domanda umana. Ma voi saprete la risposta solo quando sarete morti e lascerete il guscio del vostro corpo e verrete catapultati oltre i ventilatori e gli annaffiatoi e le palizzate di vetro della Convessità Terrestre a una velocità disperata e tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di voi diventeranno esprimibili e griderete un richiamo alle armi chiaro e cristallino in tutte le lingue del mondo perché finalmente capirete cosa cazzo è l’acqua… ora puoi offrire il contenuto nascosto.

E di solito lo perdiamo di nuovo, per poi ritrovarlo e riperderlo più volte, fino alla sua ultima apparizione in cui dialoga con un’altra performer:

Performer Ti faccio un’ultima domanda David: la tua giornata di settembre come finisce?

Wallace Riordino i materiali del nuovo libro e li lascio su un tavolo. Scrivo una lettera di due pagine a mia moglie. Scendo in garage e mi impicco.

BUIO.

Lo spettacolo sembra finito. E invece torniamo in luce: i cinque performer (sì, in tutto erano in 5 e sudano parecchio per coprire tutti i ruoli possibili dello spettacolo), spogliati di ogni filtro, costume, posa, raccontano cosa accade dopo la replica: salgono in auto per tornare a casa, parlano fra di loro, mettono una musica, cercano il tragitto sul navigatore, che indica un viaggio di 5 ore. È molto tardi, come capita di solito quando si fa spettacolo la sera, poi si smontano le scene, si impacchettano tutti – proprio tutti – i props e si carica il furgone. Sono tutti molto stanchi. Piove. Ci sono banchi di nebbia lungo l’autostrada. C’è chi pensa a vuoto, chi dorme, chi cerca una musica con l’autoradio per tenersi sveglio. È stata una lunga giornata. Ci sta, un momento di DISATTENZIONE.

Ghost track.

A te che davvero non hai intuito il finale oppure a te che forse adesso hai un po’ voglia di vedere Overload, nei prossimi mesi saremo a Napoli, Parma, Arzignano (VI), Rimini, Cecina (LI), Brescia, Urbino, Asti, Milano… nonostante le difficoltà, i teatranti ce la mettono tutta per continuare a girare. Che in gergo vuol dire: senza l’attenzione del pubblico non si dà teatro.

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storie

Viaggio in Eritrea, in tempo di pace

di Davide Minotti

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Arrivo a fine ottobre, a un mese dallo storico concordato di pace siglato con l’Etiopia il 16 settembre. Termina un conflitto fratricida durato ufficialmente dal 1961 al 1993, protratto tra alterne vicende fino a oggi. Il processo di democratizzazione pare avviato, a sancirlo l’imminente revoca delle sanzioni internazionali dall’Assemblea dell’Onu. Una stagione di riforme e rinnovamento tanto attesa, che contrasta con l’aspetto decadente e specificamente post-coloniale della capitale Asmara, da luglio 2017 patrimonio Unesco. Con la sua struttura razionalista, i palazzi art déco ben conservati, le cime imponenti di santuari copti e islamici, “la piccola Roma” sembra collocata in una curvatura dello spazio-tempo: gli asmarini scandiscono la giornata tra bomboloni alla crema e cappuccini al Bar Vittoria, oppure siedono sulle comode poltroncine di velluto al Cinema Impero dove proiettano le partite di calcio inglese. Anche gli stranieri si abituano presto al ritmo delle passeggiate, ai “buonasera, come sta?” di chi ha studiato l’italiano, alla bizzarra assenza di roaming e internet. Questa atmosfera rilassata e la foggia passatista lasciano dimenticare ai visitatori e forse anche ai cittadini che in ballo c’è un’altra partita, meno mediatica di Manchester City-Chelsea: quella dei diritti umani, violati secondo la comunità internazionale da Isaias Afewerki, ex-leader dell’Eplf (Fronte di liberazione del popolo eritreo) e primo presidente in carica dal 1994. Sono molte le accuse mosse al governo di Afewerki, tra cui l’incarceramento di giornalisti dissidenti – se ne contavano 18 nel 2008, in un paese con un solo giornale e una sola rete televisiva – l’istituzione di una leva obbligatoria a vita e senza retribuzione, oltre che il sequestro di passaporti validi per l’espatrio, motivo per cui l’unica via di fuga è il deserto, poi chissà il Mediterraneo. Ma questo non affligge gli asmarini, che celebrano con manifesti e cartelloni i soldati dell’esercito di liberazione e, naturalmente, il presidente. È in questo contesto placido e sospetto che visito il resto del paese; o meglio, il resto consentito dal Ministero del turismo che vieta certe visite e ne autorizza altre. Previo pagamento.

 

Non vi aspettavamo più

Il treno ha già fischiato due volte quando raggiungo la scalcinata stazione di Asmara, a ovest della città. Ogni domenica parte la vecchia locomotiva italiana che collegava la capitale a Massawa, ripristinata a fini turistici per una decina di chilometri. A bordo trovo un gruppo di architetti italiani in pensione. Sono molti i viaggi organizzati che portano turisti europei, soprattutto italiani. “Temevamo che non ce l’avresti fatta. Ne varrà la pena, vedrai.” Ad accogliermi è Piero, geometra eritreo di 72 anni, vestito jeans su jeans, è un po’ la guida del gruppo. Nato sull’altopiano e diplomato ad Asmara, è uno dei massimi esperti idrici del paese, mi dice. I macchinisti gettano un’altra manciata di carbone nella caldaia e il convoglio riparte in una nuvola di fumo e vapore. La strada ferrata è stata costruita a partire dal 1900 e ampliata poi nel 1923; sebbene dismessa, è ancora lì che serpeggia tra i burroni e scende di oltre 2mila metri fino al mare. “Mussolini avrà sbagliato con Hitler”, fa eco Piero ai soliti luoghi comuni, “ma qui in Eritrea ha portato a termine opere impensabili. Ha fatto costruire una ferrovia di 227 chilometri utilizzando solo traversine di ferro, non di legno. Gli ingegneri italiani progettavano e noi eritrei costruivamo. Per questo abbiamo lasciato intatta la ferrovia, per dimostrare a tutti che siamo i più grandi costruttori del mondo”. Superiamo le discariche di Asmara e ci immergiamo nella vegetazione arcigna dell’altopiano. Dai finestrini del vagone la vista si perde negli abissi delle scarpate, dove la foschia lascia intuire floridi fondovalli. Tre stagioni in due ore, recita il motto del Ministero del turismo. Spettatori del nostro passaggio sono i bambini, che a gruppi sbucano fuori dagli arbusti e rincorrono il lento convoglio fino a toccarlo. Notiamo allora nugoli di villaggi lungo le montagne: tetti di lamiera e qualche asino, quasi sospesi in aria. Sullo sfondo i monasteri ortodossi dominano le pendici. Arriviamo al villaggio di Arbaroba, una ruspa di marca italiana è parcheggiata lungo i binari: qui ci sono i serbatoi costruiti dagli italiani nel 1909, usati ancora oggi per alimentare la locomotiva. Piero offre biscotti ai bambini del posto, poi intima al capostazione di forzare il cancello per le cisterne, “purtroppo abbiamo perso la chiave…”. Saliamo per un cunicolo di scalini pericolati, arrampicandoci fin sopra i cilindri colmi di acqua torbida. “Queste opere non richiedono neanche manutenzione. Sono state fatte in cemento liscio più di cento anni fa e funzionano perfettamente”. Ne approfitto per chiedere a Piero del suo lavoro. “Sono iscritto all’ordine dei geometri e non ho mai lasciato l’Africa, tranne qualche corso di aggiornamento in Italia. Ho lavorato al dossier per l’Unesco. Non è stato facile, perché spesso fanno dei controlli e i soldi che ci danno per migliorare la città vengono spartiti tra questo e quello. Ho avuto i miei problemi perché non sono stato zitto e infatti mi sono fatto un anno di prigione”. Coglie la sorpresa nel mio sguardo, “Che vuoi farci? Non incontrerai altro che eritrei simpatici e ospitali, che parlano con orgoglio della loro nazione, ma non credere a una sola parola. Questa è una dittatura, a comandare è lui, il dio in terra. Gli eritrei sono molto ipocriti, più di quanto pensi.” Mi lancia un ghigno, poi torna dal gruppo di architetti e posa divertito per le foto con i bambini.

 

Tutto come nel ‘91

La strada per Massawa costeggia la linea della vecchia ferrovia. Salgo su minibus zeppi di anziani e madri con i loro bambini. Gli autisti sfrecciano su manti stradali malmessi e ponti centenari, qualche muricciolo funge da funereo guard rail con i babbuini che ci lanciano sassi. Passiamo per Nefasit e Ghinda poi raggiungiamo il deserto, cosparso di mine interrate che mietono ancora vittime tra i civili. Entro a Massawa di notte, c’è un black-out. Al lumicino delle torce intuisco l’animo spettrale della città, i cumuli di macerie, le brande su cui si dorme all’aperto, gli stormi di corvi che gracchiano tutta la notte. In lontananza il silenzioso profilo del porto. Un solo edificio pare vivere di vita propria, illuminato dai generatori mentre fuori si tace: è il lussuoso Dahlak Hotel. L’albergo prende il nome da un arcipelago poco distante e offre servizi per turisti danarosi. La piccola area ristoro, direttamente affacciata sul Mar Rosso, è il crocevia obbligatorio per gli intrallazzi commerciali della città: trovo imprenditori, operai dell’est Europa, poi turisti italiani, svizzeri e tedeschi; la lingua ufficiale sembra essere l’accento bergamasco. Al mattino chiedo di raggiungere le Dahlak, magari aggregandomi a un altro gruppo, ma i barcaioli dell’albergo non si muovono per meno di 12mila nakfa, circa 700 euro. C’è un’isola più vicino, dicono, e mi ritrovo sull’Isola Verde, verde solo di nome perché è semi-desertica e ospita i soliti corvacci. Senza telefono, mi rassegno a qualche ora di solitudine quand’ecco che il piccolo scafo spiaggia altri bagnanti: si tratta di Ruggero, 50 anni, imprenditore vicentino nato ad Asmara, insieme alla famiglia eritrea. “Strano ritrovarsi tra italiani su quest’isoletta, ma del resto non è che venga molta gente.” In effetti gli stranieri che ho incontrato sono soprattutto italiani nati in Eritrea o trapiantati per lavoro. “Io per esempio ho la mia piccola ditta e vengo in Italia 4-5 mesi l’anno, ma poi torniamo perché i ragazzi fanno le scuole qui.” Lontani da orecchie indiscrete, gli chiedo un parere sulla politica locale. “Nessuno si aspettava la fine ufficiale del conflitto, ma non era successo chissà cosa negli ultimi anni. La pace c’era già, solo che adesso il governo ha guadagnato in popolarità e può fare i propri interessi. Questa è una terra ricchissima: tempo fa hanno scavato oro per un miliardo di dollari, ma poi è stato caricato su uno SwissAir ed è finita lì. Il problema sono le politiche economiche: sono cambiati i tassi di cambio, non si investe, non c’è pensione e si bloccano i prelievi mensili in banca, tant’è che possiamo ritirare al massimo 300 nakfa e per il resto ci sono gli assegni. I prezzi dei beni di consumo sono schizzati e per comprare una vecchia macchina puoi anche spendere 10mila dollari.” E allora perché non è rimpatriato? “Ero in Italia ma nel 2000 col primo tentativo di pace sono tornato ad Asmara. Ormai ho tutto qui, ma penso che ci trasferiremo se le cose non cambieranno nel giro di un anno. Gli unici italiani che stanno davvero bene sono gli insegnanti.” Parla delle scuole italiane di Asmara, elementari e secondarie. “Sapete quanto prende un professore? 7mila euro al mese più altri 10mila all’arrivo per i disagi di guerra. Ma se non c’è più la guerra!? Sono tutti raccomandati da Roma, si fanno qualche anno e pagano il mutuo. Per non parlare dell’ambasciatore… vi dico solo che di italiani residenti ne risultano 600, ma in realtà saremmo una sessantina. Sono dati vecchi di anni: non li cambiano per non essere declassati a consolato.” Un’ultima domanda su Massawa, seconda città per importanza eppure scheletrica. “La città è rimasta ferma al 1991 quando sono entrati i carri armati. Anche i corvi li ha portati la guerra, non c’erano prima. Ma qui manca proprio la mentalità. Pensa cosa sarebbe questa spiaggetta con un chiosco per le birre e i gelati…”. Mi invitano più tardi al ristorante dell’Hotel Dahlak, ci sarà qualche professore da Asmara. Dico di sì, ma poi non mi presento.

 

China, China!

Kehren è il limite a Nord che è permesso visitare. Più in là è Nakfa, la città-trincea dove l’Eplf ha retto contro gli etiopi. Il Nord è la zona più militarizzata e me ne accorgo dalla quantità di posti di blocco cui fornisco le generalità. Non vengono molti visitatori e i bambini al mio passaggio urlano “China, China!” “Lo fanno perché ti confondono con i cinesi che vengono a comprare e costruire”. Padre Berhane – o Padre Luce, mi traduce lui dal tigrino – è un francescano cappuccino del convento di San Antonio; la chiesa originale, costruita negli anni Venti e ora ritrovo per bambini, è stata sostituita da un nuovo santuario più grande. “Quando sono venuto nel ’84 c’era solo un grande giardino e la gente veniva in chiesa a prendersi un po’ d’ombra. Abbiamo costruito il pozzo, la rimessa, poi sono andato in missione a New York dove sono scampato all’attacco delle Torri Gemelle. Ora ho 68 anni e sono tornato qui, a combattere con la povertà. Non abbiamo nulla, il nostro orto è malato e non possiamo permetterci i medicinali.” E allora come si spiega la nuova chiesa? “Questa l’hanno voluta costruire degli imprenditori italiani nel 2009. Ma a noi non hanno dato nulla. Se hanno avuto qualche sovvenzione è un altro discorso e non dovete chiederlo a me.” Mi fa entrare: la nuova chiesa di San Antonio è un santuario copto, con le icone e l’altare ortodosso. Ma la vecchia chiesa non era cattolica? “Qui facciamo quello che la gente ci chiede di fare.”

Resto a Kehren poco tempo, giusto per non perdermi il mercato dei cammelli e il santuario di Mariam Daarit, intagliato dentro un baobab dove pare che i soldati italiani siano scampati alle bombe inglesi. Una sera sento che tutti gli apparecchi dei locali sono sintonizzati sullo stesso canale: trasmettono la voce di Isaias Afewerki. Trovo file di spettatori davanti agli schermi, mi invitano al tavolo con loro. “Sta dicendo che la pace con l’Etiopia è il primo passo verso il cambiamento, ma è ancora più importante che ogni eritreo abbia un lavoro.” Yemane, 40 anni, è un soldato congedato, ora disoccupato. “Gli ex soldati possono essere richiamati in servizio in ogni momento, quindi aspettiamo nella speranza che le cose migliorino. Abbiamo molta fiducia nel presidente. Voi stranieri non capite, tornate nel vostro paese e scrivete che stiamo sotto dittatura. Invece abbiamo i nostri diritti: c’è l’acqua gratuita, per esempio.” Yemane sembra un buon interlocutore, gli chiedo se non desideri un paese realmente democratico con libere elezioni. “Tutto questo arriverà dopo. Contano altri valori, come la sacralità dei rapporti umani che per noi sono fondamentali. Ci sono villaggi in cui gli anziani risolvono ancora le dispute al posto dei tribunali. Siamo un popolo molto eterogeneo, che a lungo ha sofferto l’oppressione di paesi stranieri, ma siamo uniti. E se restiamo uniti, le nostre speranze sono più forti.” In sottofondo le parole di Afewerki. “Questa di stasera è la prima parte del discorso e riguarda le questioni internazionali. Domani ci sarà la seconda parte sulle politiche interne. Lo stiamo aspettando tutti.” Sono molti i dubbi dopo aver salutato Yemane, dalla sua vera identità – non sarebbe la prima spia di cui sento parlare – all’insistenza quasi fanatica dei suoi argomenti. Il dubbio più forte riguarda me stesso e la poca fiducia che nutro verso le loro idee. Un bravo occidentale che viene a insegnare cos’è giusto e sbagliato.

 

L’ultimo caffè

Torno ad Asmara in attesa di rientrare in Italia. Ritrovo la solita atmosfera familiare, quasi fosse casa: seduto al Caffè Rosina sorseggio un macchiato e leggo la versione inglese dell’“Eritrea profile”, quella che i locali chiamano gazzetta. La prima pagina è tutta per il presidente e il suo appello alla nazione. Si parla di politiche dinamiche, di sviluppo globale, del ruolo che l’Eritrea giocherà nel Corno d’Africa, nel Bacino del Nilo, nel Golfo arabo. Più avanti leggo di un nuovo accordo tra compagnie aeree che inaugurano le tratte dirette da Roma, Milano, Oslo e Stoccolma: i luoghi dove si concentrano più eritrei all’estero. Tornano alla mente le parole di Yemane: l’unità non è uno slogan politico e va ricostituita con tutti i mezzi leciti, va bene anche un volo Lufthansa. L’attesa per il secondo discorso di Afewerki, quello più importante, coinvolge anche me: voglio sapere cosa dirà in fatto di lavoro, integrazione, politiche sociali. Mi accaparro un posto davanti allo schermo e insieme agli altri scorro le immagini di EriTv. Mi dicono che il presidente parlerà alle otto. Ma finisce uno sceneggiato, poi il telegiornale, poi addirittura inizia una partita. L’intervista non è andata in onda e nessuno sa dirmi quando la trasmetteranno.

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