storie

Una domenica di Kasava

di Djarah Kan

murale di Ever

 

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Circa tre anni fa due giovani di Castelvolturno hanno dato vita a un blog www.kasavacall.wordpress.com, da Kasava come gli africani che ci vivono chiamano questo pezzo di Domiziana a pochi chilometri da Napoli. Venuto meno il sogno di creare una cittadina costiera da raggiungere facilmente dal capoluogo campano per permettere alla piccola e media borghesia urbana di avere la casa al mare, questa è stata gradualmente ripopolata da africani venuti soprattutto, ma non soltanto, da Nigeria e Ghana. Il sottotitolo del blog è “vulesse veré”, vorrei vedere, vedere Castelvolturno, raccontarne cioè le storie oltre quello che la televisione racconta, con parole e foto dal punto di vista di due giovani italiani, di cui una, Djarah Kan è di origine ghanese. Castelvolturno è una strada che somiglia agli stradoni di una qualunque città africana, ci si può passare senza attraversarne le storie, senza neanche immaginare che oltre quella strada più grande ce ne sono tante più piccole, dove nelle ormai quasi rovine di villette abbandonate vivono persone, e che c’è una pineta e poi il mare. Djarah Kan scrive da questa frontiera e allarga il suo sguardo a quello che succede in Italia e nel mondo. (Livia Apa)

Ho delle amiche che battono da queste parti, sulla Domiziana. Non ne fanno un caso di Stato, è un lavoro di merda ma la domenica si deve andare in chiesa. Queen mi racconta che per togliersi dalla pelle la puzza di un italiano ci vogliono almeno due bagni caldi e mezza bottiglia di olio Johnson’s Baby perché con la puzza di un bianco addosso, lei, in una Chiesa evangelica non ci entra nemmeno con un dito. Poi oggi la incontro sull’autobus e mi fa: “Hai visto la storia di quei carabinieri?”.
Io le dico: “Sì, certo che l’ho sentita. Passeranno guai grossi se tutto va bene”.
Queen mi guarda e ride, si è messa la parrucca storta, probabilmente oggi alla sua Chiesa avrà ballato e cantato fino a smontarsi le ossa da capo a piedi e mi piace immaginarla mentre danza e si scatena quando, improvvisamente comincia a parlarmi di giustizia divina e roba simile.
Le dico subito: “Queen ti prego… ti ho già detto che nella tua Chiesa non ci voglio venire. Io non vado in chiesa”, ma lei, con un gesto che non saprei descrivere, mi dà della stupida mumu girl e mi dice: “Ascoltami, tu lo sai questi qui come sono fatti. Alcuni sono bravi, sì, ma altri sono troppo cattivi. Ho paura di loro, troppa paura. Se sei brutta ti portano subito in Questura, ma se sei bella ti portano prima in pineta e poi in Questura, lo sanno tutti. Allora io ogni domenica prego e prego. Prego Dio che non succeda niente, che tutti i carabinieri che prendono le ragazze di notte vadano in galera. Ti ricordi cosa mi ha fatto la polizia qualche anno fa?”. Faccio di sì con la testa. Come potrei non ricordarlo? Queen non sa piangere quando racconta le sue storie di merda. Sulla fronte ha come un piccolo buchetto, un regalo della polizia durante una delle tante retate contro i clandestini.
Ha la voce ferma la mia Queen, la stessa voce di un pastore esaltato che non vede l’ora di compiere non un miracolo qualunque ma il Miracolo.
È stata molestata dalle forze dell’ordine e come lei centinaia di ragazze che ogni notte, senza uno straccio di documento o permesso di soggiorno sono esposte alla violenza di qualunque essere umano valga più di 15 euro per 20 minuti. Ma le molestie subite da Queen non sono vere molestie perché le prostitute non sono davvero donne, almeno non sul piano morale.
A Castel Volturno sono note le libertà che le forze dell’ordine si prendono coi migranti, specie se irregolari. È scientificamente provato che uno schiaffo o un pugno dato a un clandestino abbia una lunghezza sonora ridotta rispetto a quello dato a un cittadino con regolari documenti di riconoscimento.

È come se il suono di una violenza fatta a un clandestino non si propagasse nell’ambiente circostante e non creasse quel fenomeno fisico altresì conosciuto come Ingiustizia. E Queen, bella come una Lady Diana dei negri e arrogante come solo una venticinquenne di Lagos City può essere, non aveva le carte a posto per fare in modo che la giustizia si propagasse anche nel suo umile spazio vitale.
“Carabiniere… Carabiniere il cazzo! Quei vestiti di polizia non sono i vestiti di Dio. Loro sono solo uomini and me too, I’m a human being, capito? God will punish them nawaoo” mi ha detto alla fine.

Ho pregato e pregato, ho pregato. E prego sempre quando esco sulla strada. Dio ascolta le preghiere delle puttane and this is enough for me, my babygirl”.

 

Mamma

Mia madre ha una passione per le piante che non ho mai compreso fino in fondo. D’inverno se fa troppo freddo le sradica dal giardino e le sistema in vasi grossi come la mia testa e per tutta la stagione fredda quelle se ne stanno lì in soggiorno ad aspettare tempi migliori. E mia madre gli gironzola attorno, le tocca, a volte ci parla, nulla di complesso però, appena una o due parole per far sapere loro che lei c’è. Che le tiene d’occhio.
Stamattina, come ogni giorno si è svegliata alle sei e ha preso il pullman per andare al lavoro. Mi ha detto: “Mi raccomando non lasciarle senza acqua, hanno sete”.
Come le persone, mi sono detta.
Sono scesa in giardino con un po’ di uallera e ho cominciato ad annaffiare qui e lì. C’erano almeno otto alberi di banano di cui uno in fiore, una ventina di garden eggs che non so come si chiamano in italiano, almeno quattro germogli di albero di baobab, cinque piante di manioca e sette di papaya. Africa in poche parole.
Mentre aprivo il tubo, tormentata da api chiatte e altri insetti molesti e pieni di pelo, pensavo a come fosse stato possibile che una donna negra di Castel Volturno senza particolari conoscenze botaniche avesse radicate nel suo giardino piante che, con qualche fortuna, era possibile veder sfilare in anonimato solo tra le scene di quegli insopportabili documentari naturalistici sull’Africa.
Le nostre piante erano belle, parecchio alte e verdi e il sole le illuminava senza paura e tutto quello che vedevo non aveva alcun senso, perché ero ancora a Castel Volturno che, sulla carta fa schifo in ogni sua manifestazione fenomenica e non nel paradiso di una Vedova di ferro che vede ancora il suo riscatto in queste terre sabbiose del Litorale domizio.
Lei che tutta la merda di queste strade a casa sua non ce la fa entrare nemmeno per sogno. Lei che ha messo a difesa della sua serenità le radici di casa e un fiore di banano che cresce e fiorisce esule e bello e senza permessi che lo possano fermare.

storie

Un perdente

di Alberto Grossi

illustrazione di Daniel Clowes

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Avrò avuto dodici anni, forse tredici. Era estate, ero in vacanza all’isola d’Elba con la mia famiglia e un paio di famiglie di amici. Nel residence dove alloggiavamo, al nostro piano, c’erano due ascensori uno accanto all’altro, e come tutti i giorni io e il mio amico pigiammo entrambi i tasti dell’ascensore. Una persona del residence notò la cosa e ci rimproverò. Più tardi i miei genitori andarono garbatamente a chiedere spiegazioni. L’elettricista prima si scusò, poi spiegò che avevamo sprecato energia elettrica, e tra le motivazione addusse il fatto di essere comunista. Che io ricordi, fu quello il primo contatto diretto con una persona di sinistra, per quanto a me sconosciuta. Ne conservo perfettamente lo sguardo severo e fiero dietro ai baffi folti. In quegli anni, scoprirò poi, Enrico Berlinguer parlava di austerità e questione morale.
Verso i diciannove anni iniziò a formarsi la mia coscienza politica. Diventai di sinistra quasi naturalmente, per convinzione intima di essere nel giusto ma anche in opposizione a una destra che consideravo conservatrice e reazionaria e che, all’Università Cattolica di Milano che frequentavo, occupava ogni spazio possibile. In quegli anni imperversava Cossiga presidente della Repubblica, che ogni giorno sbeffeggiava la sinistra con insolenza e protervia. Il maggiore partito di sinistra, allora, era guidato da un leader timido, Achille Occhetto, che noi avvertivamo distante e quasi con fastidio ma che in fondo rispettavamo. C’era ancora, più vivo che mai, Bettino Craxi, che ogni tornata elettorale aumentava i propri voti drenandoli dai comunisti. Fuori dal palcoscenico ufficiale dei partiti la mia appartenenza alla sinistra si consolidava, sentivo di essere dalla parte giusta della barricata.
Ricordo una festa dell’Unità, nella mia città, Parma, una sera di luglio e un’orchestrina che suonava Bandiera Rossa e la strofa finale magicamente cambiò in “evviva il pidiesse e la libertà”. Già, il Pds. Erano i tempi della guerra del Golfo, e il mondo pacifista si divideva: via diplomatica o azione militare per ripristinare la sovranità del Kuwait? L’anno successivo deflagrò la crisi in Jugoslavia. Ricordo Oliviero, un compagno di università di Piacenza che una mattina a lezione ci comunicò che sarebbe partito per una marcia pacifista verso la Sarajevo assediata. Sarebbe passata alla storia come la marcia dei cinquecento. Bella, nobile, controversa, irrisolta, audace e contraddittoria, quella marcia rappresentò bene il generoso e confuso mondo del pacifismo italiano. Negli anni a venire, ne avrei incontrati almeno un migliaio che dicevano di aver partecipato a quella marcia dei cinquecento! Battute a parte, furono per me gli anni decisivi nella formazione politica. Scrivevo per riviste di area ecologista pacifista, leggevo libri, incontravo centinaia di persone, partecipavo a marce, meeting e convegni, guidavo furgoncini diretti ai campi profughi lungo la costa dalmata e mi sporcavo le mani in progetti belli e importanti tra cui uno di accoglienza per disertori della ex Jugoslavia: fermiamo un fucile alla volta, si chiamava.
Mi iscrissi ai Verdi nel 1996 quando Luigi Manconi ne diventò l’illuminato portavoce. Erano anni tribolati ma di governo sotto le insegne dell’Ulivo, nel perimetro del centrosinistra. Credevamo in una svolta ecologista per il nostro paese, più risorse per l’ambiente, contro il dissesto idrogeologico, un nuovo rapporto uomo natura. Ma entrare nella stanza dei bottoni, sia pure lateralmente, smosse purtroppo ben poco. Rimasi iscritto un paio d’anni, giusto il tempo di assaporare il disgusto delle pratiche interne ai partiti. Quando D’Alema scalzò Prodi qualcosa incominciò a rompersi. Sugli immigrati, ad esempio, la sinistra di governo oscillava tra un buonismo futile e ingenuo e una nuova, insolita, cattiveria. Era evidente, come scrissero alcuni, che si scontava un pesante “deficit di elaborazione culturale”. La nostra sinistra, la sinistra sociale fatta di movimenti, associazioni e cooperative, godeva ancora di buona salute, un po’ di soldi per fare qualche bel progetto giravano ancora.
Ricordo il direttore di una struttura residenziale per anziani nelle Marche. Eravamo al telefono quando venne chiamato di fretta dai colleghi, lui riattaccò. Mi richiamò qualche ora più tardi spiegandomi che c’era stato un decesso in struttura. Gli feci notare che lavorava tanto e lui mi rispose, lavoro il doppio del tempo mio a contratto e sai perché? Perché sono comunista. Pensai fosse molto bello tutto ciò. Eppure, con indosso il cappellino del comunista ne vedevo di ogni tipo. C’era il cinico burocrate attento solo a difendere il perimetro del suo piccolo potere, il sindacalista impegnato nel mantenere aperte le questioni senza risolverle, l’imboscato in qualche settore del pubblico, il velleitario inconcludente interessato solo alla propria visibilità. Anche a livello locale i nuovi dirigenti di sinistra erano riconoscibili più per la furbizia che per i valori o la preparazione che esprimevano. Così, facendo forse finta di non vedere perché ci avrebbe fatto male, accanto a noi cresceva e si moltiplicava la nuova sinistra, rampante, vorace, grandi cooperative più concentrate sulla finanza che sulla produzione (“abbiamo una banca” dirà Fassino), dove la distanza tra lavoratori e dirigenti si faceva ogni giorno sempre più ampia. I nuovi dirigenti esibivano muscolarità, ascoltavano poco e pretendevano rispetto e devozione. Era nata la sinistra autoreferenziale. Quella che si commuove ai concerti della Mannoia ma che ignora le periferie, la gente che fa fatica.
Nel 2007 nacque il Pd e a guidarlo c’era Veltroni e la sua “vocazione maggioritaria”. Per qualche tempo ci illudemmo che la sua presenza mediatica sarebbe stata taumaturgica, ma sbagliavamo, perché non esiste che si copra con una bella comunicazione una progettualità esile se non evanescente. Da lì ai giorni nostri, passando da Bersani a Renzi, il giochino della “ditta” è stato sempre il solito: mettere su un leader nuovo, acclamarlo, investirlo del ruolo di salvatore della patria e infine andarsi a schiantare alle elezioni non capendo che il paese profondo, la gente comune, non ci segue più. Ricordo una manifestazione Pd in quegli anni veltroniani in piazza Maggiore a Bologna, io e un amico ci guardammo intorno: oltre a noi c’erano solo anziani. In prima fila solo una piccola pattuglia di trentenni, lo sguardo nitido di chi ha già programmato la carriera nel partito. La trasformazione da partito di massa a partito delle élite era completata.
Nel 2008 vinse nuovamente Berlusconi, quattordici anni dopo la sua discesa in campo. Penso che nessuno uomo politico abbia stimolato in me tali e tanti pensieri di disprezzo e ripugnanza, talvolta di odio, eppure a molti anni di distanza credo che il suo sia stato un capolavoro di marketing politico. Ha perseguito politiche di destra e interessi particolari e aziendali raccogliendo il voto di disoccupati, di gente semplice, di persone che hanno proiettato su di lui la speranza di migliorare la propria esistenza. Ha dato loro un piccolo sogno, per quanto mai realizzato. Certamente li ha illusi, ma per qualche mese hanno avuto un appiglio, anche solo una fantasia. I miei leader di sinistra, a pensarci bene, nemmeno quello.
Oggi ho quarantacinque anni, due figlie da mantenere, un mutuo prima casa da onorare, un lavoro indipendente che per fortuna mi piace ancora e che mi fa campare in modo dignitoso ma mi costringe a essere estremamente prudente e oculato in ogni singola spesa. Però mi guardo attorno e vedo i disastri compiuti o avallati anche dalla sinistra di governo, ma non solo. Lo vedo in molti dipendenti dello Stato, che passano il tempo a lamentarsi pur avendo stipendi abbondanti e garantiti. Lo vedo nella sanità, che spesso spreca e che passa prestazioni gratuita anche a chi imbroglia, tanto nessuno controlla. Lo vedo nella scuola, incartata su se stessa e che ricorre a psicologi e poliziotti per spiegare cose che un buon insegnante dovrebbe sapere, ad esempio come usare correttamente i social network. Lo vedo nel nostro ambiente, sempre più inquinato. Lo vedo nelle truffe all’Inps dei ricongiungimenti famigliari per intascare assegni e sussidi, anche tanti stranieri hanno imparato il giochino. I miei, i nostri grandi temi politici, ambiente e diritti ad esempio, sono spariti dal radar della politica e traditi: se ne sono impossessati quattro ragazzotti senza arte né parte che, a forza di cavalcarli, hanno anche vinto le elezioni politiche. I miei leader politici di sinistra hanno perlopiù inseguito un industrialismo superato, inefficiente e inquinante (vedi Ilva di Taranto, trivellazioni nell’Adriatico, centrali a carbone) sostenendo solo in piccola misura un’idea di industria pulita e hi-tech. Quando osservo le immagini aeree della mia pianura padana, una gigantesca macchia grigia che ci soffoca, mi assale il senso vero della mia, della nostra sconfitta.
Il vero dramma lo percepisco quando guardo alla mia cerchia di relazioni. Ho visto una intera generazione, quella dei venticinque/trentenni, scappare all’estero per disperazione tentando di far valere i propri titoli di studio. Ho visto la mia generazione, quella dei quarantenni, perdere lavoro e riciclarsi in altri molto meno qualificati, ma almeno la sfangavano con uno stipendio, altri sono ancora alla ricerca. Vedo coetanei morire di tumore nel giro di pochi mesi, e i commenti ai funerali sono sempre gli stessi: “che peccato, era così giovane”. Nessuno che si interroghi sulla relazione che c’è fra l’ambiente che abbiamo creato e il “brutto male” che miete vittime?

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storie

Meglio che qua

di Nicola Ruganti

 

Yuri è intelligente e in gamba, guarda negli occhi segue e compila, è pure sornione, ha le occhiaie e mentre faccio l’appello devo soffermarmi un attimo in più. Esercita attrazione. Una classe di trenta ragazzi, ragazze bocciate tre volte che poi alla fine faranno il corso da estetista, il gruppo del parchetto e delle cannette, famiglie assenti o ansiosamente presenti, il resto non si capacita di non essere più alle medie. Il consueto caos scolastico: una sorda o gridata, comunque costante, richiesta di aiuto. In mezzo alla classe, silenzioso, ti guarda Yuri: quaderno a posto, occhi teneri, ma solo per il prof e per pochi altri. Nelle ricreazioni è schivo, non si lascia coinvolgere nelle scaramucce ed è rispettato. Forse gli altri pensano che quello sguardo così melanconico sia di un menagramo e che quindi è meglio non averci a che fare. La scuola è al centro di una piana produttiva, poca edilizia residenziale intorno, si arriva con i genitori in macchina oppure con i mezzi pubblici. Lui arriva in bicicletta. Ho scoperto che fa molta strada e pedala veloce. Un giorno preside e custodi gli hanno detto che non si può parcheggiare dentro per motivi di sicurezza. L’ho visto, era smarrito, sembrava lontanissimo.
Ha iniziato a venire poco a scuola e a scrivermi mail, che prima parlavano di scuola, poi, nel giro di pochi giorni, di sé: a casa tutto male. Yuri e il padre sono scappati dal loro appartamento sotto le minacce del nuovo compagno della madre. All’inizio sento un vago senso di confusione, cerco di capire meglio, chiedo a Yuri di tornare al più presto a scuola così posso farmi un’idea. Torna, il suo sguardo è cambiato, velato da un magone permanente. La sensazione che ricordo con maggiore nitidezza è la sofferenza sorda di Yuri e la mia necessità impellente di assegnare responsabilità e possibilmente colpe. Convoco i genitori sia telefonicamente, sia con la lettera spedita dalla segreteria della scuola (strumento ufficiale, micidiale, pressoché inutile) per trovare una data in cui poter parlare contemporaneamente con tutti e due i genitori del loro figlio. Il giorno del ricevimento arriva la madre con il compagno, del padre nessuna notizia; lo cerco, nessuna risposta. Nemmeno Yuri è a scuola. Non so perché, ma il compagno mi spaventa. Sento il sollievo di essere tra le mura scolastiche, non mi era mai capitato, ho sempre dato tanto valore alle situazioni informali, ma sono inquieto e desidero un luogo protetto, sono intimorito da quegli occhi spiritati. All’improvviso mi rendo conto di sentirmi vulnerabile e mi chiedo come possa stare la mamma di Yuri, in quale situazione quella giovane donna straniera sia precipitata. Parlo con la coppia e li informo che preferisco avere un colloquio solo con la madre. Lo scatto negli occhi del compagno è quello del fastidio per la perdita del controllo e di nuovo ho paura. La madre entra nella stanza dei ricevimenti, non sa come comportarsi; vuole attaccare, ci prova, “mio marito mi ha sottratto il figlio”, “non lo manda a scuola”. La osservo, sembra disconnessa, sale dentro di me una profonda pena, le domando se ho capito bene che “suo figlio non la vede da più di un mese?”, “cosa le impedisce di incontrarlo?”. La giovane donna che ho davanti inizia a piangere, sembra un crollo a rallentatore, il suo volto diventa sofferenza e impotenza. La ascolto e poi fisso con lei appuntamenti con lo sportello di assistenza del Comune, le do appuntamento una mattina dopo pochi giorni. Insisto sul fatto che, davvero, è possibile chiedere aiuto e riceverlo. Quando saluto la coppia che se ne va ho come la sensazione che sia finita l’ora di libertà della donna, la prima ora di libertà dopo tanto tempo. Mi rimane da ascoltare il padre, non si è fatto vedere, anche se i racconti di Yuri spingono a considerarlo una vittima; questa assenza è molto negativa: perché non si è fatto vivo? Lo cerco di nuovo, giura di venire al nuovo appuntamento.
Mettere insieme i ricordi della mattina dell’incontro con il padre è stato uno sforzo. Evidentemente capita di fare resistenza, di rimuovere momenti che costringono a cambiare con forza punto di vista. Mi viene messa a disposizione la presidenza, più tardi ci avrebbe raggiunto il preside.
Il padre di Yuri è un uomo mite, con idee precise e la tempra per dirle. Ormai da mesi il nuovo compagno della madre ha iniziato a spadroneggiare, la madre è andata via da casa e vive con lui. È italiano e quando entra in casa del padre di Yuri tira fuori la pistola e pretende che il ragazzo vada con lui dalla madre; minaccia, urla, fa il matto. Yuri mestamente le prime volte lo segue. Il padre racconta che vede Yuri stare sempre peggio dopo le visite forzate alla madre, al ritorno è sempre profondamente scosso e anche malmenato. La soglia di pazienza del padre è superata, decide di cambiare casa: sottrae il figlio da questa violenza e si nasconde. Sembra che non sia sufficiente, con grande preoccupazione scopre che il compagno della madre non si muove da solo, lo segue, si fa accompagnare da altri stranieri e all’inizio lo minaccia; poi passa alle via di fatto: lo aspetta sul posto di lavoro, lo fa scendere dalla macchina, lo prende a sassate, continua a cercarlo, gli mette la faccia a terra, gli dice che il figlio della sua compagna deve stare con lui.
Il padre di Yuri ha cambiato cinque case in affitto in otto mesi, si aggira per la piana industriale, si nasconde, nasconde il figlio; ha paura a mandarlo a scuola: finché è in casa, o con il padre, non possono portarlo via. Yuri è stato seguito ed è scappato, e non una volta sola, come un animale braccato.
Arriva il preside e porta con sé anche Yuri. Penso “adesso è il momento in cui facciamo valere la scuola; se non ora quando…”. Il preside è in gamba e ascolta con attenzione; faccio il riassunto e poi, garantito da un po’ di esperienza nel sociale e da un sincero affetto per questa vicenda, inizio con tono calmo a elencare ciò che deve essere fatto. Inizio con il suggerire gli sportelli di ascolto, l’importanza della frequenza a scuola, racconto l’intelligenza e la bellezza di Yuri, parlo dell’importanza di rivolgersi ai servizi sociali, chiedo se qualcuno può “scortare” Yuri a scuola la mattina, mi offro di riaccompagnarlo a casa; il preside si rende disponibile a far sì che i custodi possano accogliere Yuri anche prima dell’apertura della scuola. Infine mi rivolgo con intensità al padre e spiego l’importanza di credere nelle istituzioni, nella rete di servizi alla persona che garantisce contro il sopruso, contro la violenza, in sostanza che impedisce ai prepotenti di essere forti con i più deboli. Lo strumento che forse il padre di Yuri non conosce è la denuncia: “è necessario che lei trovi la forza e il coraggio di denunciare queste violenze”. Il discorso progressista è stato pronunciato. Dentro di me sento che ce la facciamo.
Il padre di Yuri mi guarda, ha seguito con attenzione, io parlavo lentamente e lui ascoltava.
Prende un esile zainetto, fino ad allora rimasto nascosto sotto la sedia, e tira fuori un pacco, un pacco consistente di fogli di carta; appoggia il pacco sulla scrivania della presidenza. Sono fogli con i timbri e le firme della polizia, dei carabinieri, della finanza: è un pacco di denunce. Il padre di Yuri ci chiede di leggerle, sono piene di dettagli, da mesi ogni volta che viene aggredito denuncia, descrive e, soprattutto chiede aiuto. Prendo tempo per leggere, non capisco, sinceramente non voglio neanche capire, neanche nel far west. Perché Yuri e suo padre sono soli, soli davvero? Perché il compagno della madre di Yuri si aggira indisturbato per mesi?
Yuri racconta l’infinita tristezza dentro e i lividi fuori; il compagno e la mamma lo picchiano e quando non lo picchiano si fanno di coca. Nel racconto di Yuri tutto è detto con un misto di timore e fermezza: sa che sta dicendo cose pesanti, spera che vengano raccolte, sa che ogni parola può essere usata contro di lui, riversa dagli occhi speranze ineffabili sugli interlocutori, il prof, il preside e anche il padre. Lui ha scelto di stare col padre e lo dice come qualcosa che nessuno deve azzardarsi a toccare. Ascoltandolo, sembra che quelle flebili parole possano disegnare davvero il suo destino e che lui stia dicendo ciò che è giusto per lui. Quando qualcuno prova a spiegare che la frequenza a scuola e la sua possibilità di stare con il padre sono connesse – perché altrimenti il rischio è che il padre possa essere denunciato per “inosservanza dell’obbligo di istruzione” e il figlio allontanato – lui chiarisce, come un adulto, che vorrebbe venire a scuola, ma se questo significa essere “rapito” dal compagno della madre allora non c’è dubbio che è meglio rimanere a casa, in una delle tante case.
Se ne vanno, il colloquio è finito. Nella stanza rimane il silenzio, per niente irreale, che segue lo scoppio di un petardo. Con il preside in gamba nessun commento, ho le gambe molli. Alzo lo sguardo, mi accorgo che per tutto il tempo, guardando Yuri e suo padre, ho avuto sullo sfondo due enormi bandiere: quella italiana e quella europea. Non arriva la rabbia, e neppure un borghessissimo sdegno. Sono assediato dalle domande, immagino il padre di Yuri in fila per le denunce, vedo tutte le volte che ha ripetuto la processione, immagino il crescere e il deflagrare del delirio d’onnipotenza del compagno della madre, se nessuno lo aiuta a uscirne; penso a Yuri e gli occhi lucidi sbiadiscono e fanno scomparire le bandiere. Lasciamo stare la giustizia, ma provare pena, ricordarsi della tenerezza, è possibile? La madre piangeva e piangeva chiusa in un enorme dolore senza uscita. Le bandiere sono rimaste buone per coprire le bare, degli italiani, e basta. Nel frattempo gli eversivi usano le armi, si scherza sempre meno, le canzoni di rivolta le cantano tutti i ragazzi e si tengono stretti i versi che inneggiano all’insoddisfazione, sono versi per niente internazionalisti, sono versi sovranisti, fanno i fascisti, nonostante se stessi, inneggiano alla prepotenza. Accuso le ragazze e i ragazzi? No, ma non posso fare a meno di vedere. Di spiegoni sono pieni i siti radical chic, il padre aveva già fatto tutto, si era già comportato da progressista e con coraggio. L’hanno lapidato e non c’era nessuno. Yuri tornerà in Ucraina. Ci tornerà con suo padre. Certo che pedalava veloce. Yuri e suo padre in Ucraina staranno meglio… meglio che qua.

 

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Come sopravvivere a Rio de Janeiro

di Giuseppe Orlandini

 

A Jacarezinho c’è la guerra ma Juliana non ha intenzione di rinunciare alla festa del suo trentasettesimo compleanno. Per arrivare a casa sua bisogna inoltrarsi a fondo nella grande favela situata nella zona nord di Rio de Janeiro. Superati i binari della linea ferroviaria Central-Belford Roxo percorriamo un centinaio di metri lungo la strada principale fino a una piazzetta che forma un bivio, ma all’imbocco di un gomitolo di vicoletti transitabili solo a piedi o in motocicletta il mio orientamento si perde rapidamente. Ma sono con i nipoti della festeggiata, non c’è da preoccuparsi. Gran parte del quartiere è al buio. Qualche “cortesia” di piombo tra i narcotrafficanti e la polizia ha colpito alcuni trasformatori di energia disposti lungo le strade su pali di legno da cui partono matasse caotiche di cavi elettrici. Ci facciamo strada con le torce dei cellulari, qualche scarno esercizio commerciale è illuminato da generatori. Lungo il percorso, baracche di legno coperte da teloni di plastica blu riparano dalla pioggia di questi giorni i banchi di vendita di marijuana, crack, loló e cocaina. Motociclette e adolescenti armati di fucili mitragliatori e radiotrasmettitori ci passano accanto in piena attività. Giriamo un angolo e l’allegria della festa ci travolge, siamo giunti a destinazione.

Célio è il marito di Juliana, ci accoglie sorridente e ci invita a metterci a nostro agio. Una tavola è colma di pietanze preparate, frutta a volontà e grandi casse di polistirolo piene di birra gelata: “solo non abbiamo contattato il garçon, per cui dovrete servirvi da soli” ci dice ilare. La strada è interamente occupata da una cinquantina di parenti di tutte le età riuniti attorno a tavoli di plastica da bar, i bambini si divertono a saltare su una piccola rete a molla disposta sul fondo. L’odore del churrasco, la carne alla brace, ci avvolge insieme ai ritmi ossessivi del funk carioca sparati a tutto volume da due grandi casse stereo. Sirene, tamburi e testi discutibili mi inchiodano il cervello: mulher que não chupa perde o marido para outra, baile do Jaca, baile do Jaca, traca traca traca!

Juliana è incontenibile nella sua allegria. Danza sfrenata insieme a sorelle, cugine e nipoti; offre da bere, scambia sorrisi e abbraccia tutti affettuosamente. In un locale sulla strada con le pareti addobbate di fiori, festoni e palloncini dorati a forma di numeri tre e sette, di volta in volta porta gli invitati a fare la foto attorno a una torta di tre piani in mostra su un tavolo agghindato. È una donna valente, un metro e ottanta per novanta chili di forme, sprigiona potenza e determinazione, “lei è la mia forza, senza di lei non sarei nulla” mi confida Célio.

storie

Delitto a Scandicci

di Stefano Massini

disegno di Marco Smacchia

Al numero 9 c’è uno che ha fatto fuori la moglie, poi s’è tagliato le vene”. L’uomo col cappuccio in testa, vestito da jogging, non mi degna di uno sguardo mentre butta là queste parole: sono probabilmente uno dei tanti che nell’ultima mezz’ora gli ha chiesto “Ma cos’è successo? Perché la strada è chiusa?”. E lui, appostato in prima fila, risponde a tutti la stessa frase. Ma a colpirmi è più che mai l’intonazione: nel suo proclama, l’uomo usa un tono sorprendentemente polemico, perfino inaudito, come se quel geyser di sangue in un condominio di periferia fosse in fondo la conseguenza naturale e prevedibile di un malessere diffuso di cui tutti – a partire da lui stesso – avvertiamo l’eco, e dunque perché stupirsi se la miccia incendia l’esplosivo? È come il padre che rimprovera il bambino per aver mangiato talmente tanti hot-dog da farsi venire il mal di stomaco: era un dolore evitabile. Ed è davvero così, mi chiedo? Perché mai questa strage familiare poteva essere “evitata”?

Scendo dalla bicicletta: il mio giro dicembrino verso le colline per oggi si fermerà qui, in una strada come tante, piena di luci natalizie sui terrazzi e di scatole vuote di panettoni ammassate intorno a un bidone della nettezza. Mi guardo attorno: la curiosità richiama le api a sciami, e io non faccio differenza. Tanto più se la curiosità diventa in questo caso un corpo a corpo con quel profondo strato del nostro umano magma che ha a che fare con l’esperienza del terrore. Già, il terrore: letteralmente “ciò che fa tremare”, ed è in questo del tutto analogo al senso del gelo, che ci intorpidisce gli arti fino a farceli sentire estranei. Non è in fondo la stessa cosa? Anche il terrore annulla parti di noi, ci scompone, ci destabilizza, ci priva di quella illusione di compattezza che è fragilissima condizione di ogni provvisoria serenità. Non è dunque solo una sete di sapere a tenerci qui a decine: il contatto con la violenza estrema fa affiorare in noi superfici inesplorate e taglienti, dalle quali siamo a un tempo attratti e respinti. E poi in questa strada, oggi, c’è lo spettacolo obbrobrioso e solenne di una normalità tragicamente infranta, ridotta in brandelli – e questo è il punto – non per un’esplosione ma per un’implosione.