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Overload. Storia di uno spettacolo

di Daniele Villa (Sotterraneo)

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Il teatro, si sa, fatica sempre di più a girare. Che in gergo vuol dire: fatica a fare repliche in diverse città per un periodo prolungato. Che in parole povere significa: fatica a produrre economie di sostentamento sufficienti per i teatranti. Ma significa anche (ed è il problema più profondo): fatica a incontrare il pubblico, i pubblici, persone diverse per età, estrazione sociale, background e consumi culturali. Diciamocelo: il teatro è economicamente oneroso – persone fisiche che si spostano lungo centinaia di chilometri e allestiscono un palco per eseguire un pezzo di 6090 minuti davanti a poche centinaia di spettatori –, e per questo non sempre è possibile farlo accadere. L’era digitale però ci offre strumenti per far sì che gli spettacoli possano arrivare in ogni angolo del continente almeno sotto forma di eco: foto di scena, trailer video e/o video integrali, recensioni della critica con tanto di commenti degli spettatori, dirette streaming eccetera.

Qui proviamo a farlo con un medium antico come la scrittura.

Ma andiamo per gradi. Anzitutto: cos’è Overload?

Uno spettacolo di teatro di ricerca di una compagnia indipendente che si chiama Sotterraneo.

Il tema dello spettacolo è essenzialmente l’ATTENZIONE.

Per introdurre le opere in teatro si usa il cosiddetto “programma di sala”, che in qualche modo anticipa al pubblico temi e forme toccati dallo spettacolo.

Noi Sotterraneo di solito facciamo due programmi di sala. Vediamoli.

Programma di sala “artistico” (ovvero quello che non si capisce bene di cosa parla lo spettacolo ma deve farlo sembrare interessante):

1 paragrafo. 199 parole. 1282 caratteri. Tempo previsto 110’’. Riesci a leggere questo testo senza interruzioni? L’attenzione è una forma d’alienazione: il punto è saper scegliere in cosa alienarsi. Per questo sembriamo sempre tutti persi a cercare qualcosa, anche quando compiamo solo pochi gesti impercettibili attaccati a piccole bolle luminose e non si capisce chi ascolta e chi parla, chi lavora e chi si diverte, chi trova davvero qualcosa e chi è solo confuso. Sei arrivato fin qui senza spostare lo sguardo? Davvero? E non è insopportabile questo sforzo di fare una cosa soltanto alla volta? Guardati attorno: quante altre cose attirano la tua attenzione? Ora guardati dall’alto: riesci a vederti? Le superfici dei territori più densamente abitati della Terra sono coperte da una fitta nebbia di messaggi, immagini e suoni in cui le persone si muovono, interagiscono, dormono. A volte si alzano rumori più intensi, che la nebbia riassorbe subito mentre lampeggia e risuona. Visto da qui il pianeta sembra semplicemente troppo rumoroso e distratto per riuscire a sopravvivere – persino i ghiacciai si sciolgono troppo lentamente perché qualcuno presti attenzione alla cosa. Torniamo al suolo e guardiamoci da vicino: stiamo tutti mutando… in qualcosa di molto, molto veloce.

Si capiva? A noi piace che a comunicare prima dello spettacolo sia una suggestione, invece che una spiegazione. Però, per quelli un po’ più pragmatici di noi prepariamo anche il secondo programma:

Programma di sala “analitico” (una sorta di comunicato stampa):

Fra distrazioni di massa e mutazioni digitali, ci muoviamo immersi in un ambiente aumentato dai media. Sovrastimolati dalle informazioni, viviamo in uno stato di allerta continua che gli antichi conoscevano solo in battaglia. Il rumore di fondo cresce in tutto il pianeta. Non dovremmo forse fare più silenzio e prestare più attenzione? Overload mette in scena lo scrittore americano David Foster Wallace nell’atto di pronunciare un discorso, che assume presto la struttura di un ipertesto dove link improvvisi innescano possibili azioni e immagini, creando una rincorsa continua a contenuti extra che solo il pubblico decide se attivare o meno. Il discorso di Wallace rischia di non compiersi mai, frantumato da un sistema di salti superficiali e interruzioni molto simile alla nostra esperienza quotidiana: è possibile usare questo stato confusionale per una riflessione sull’ecologia dell’attenzione?

Bene.

Ora dovreste sapere almeno di cosa parla Overload. Il passo successivo è provare a raccontarlo…

A te che non hai visto Overload ma che vorresti vederlo e forse un giorno ci riuscirai: allarme spoiler. Nel testo che segue molti dei passaggi dello spettacolo sono rivelati in modo esplicito.

A te che non hai visto Overload e però pensi che non riuscirai mai a vederlo: questo racconto, sommato a quanto trovi online, rappresenta forse un surrogato accettabile della visione.

A te che hai già visto Overload: questi sono appunti con cui ripercorrerlo (se ti va) e aiutarti a conservarne il ricordo (sempre se ti va).

A te che non hai visto Overload e che neanche ti interessa vederlo in futuro: questo riassunto potrebbe tornarti utile per mostrarti competente in materia pur senza aver visto lo spettacolo nel caso (improbabile) in cui ti venissi a trovare in una conversazione un po’ intellettuale che ha per oggetto gli spettacoli di ricerca della nuova scena teatrale italiana.

Partiamo.

Overload comincia così: un performer entra in scena con addosso una felpa blu e dei calzoncini corti e dice…

Io sono uno scrittore. Sono americano. Nordamericano. Stati Uniti. Porto gli occhiali. Ho giocato a tennis e ho scritto di tennis. Forse però queste informazioni non sono sufficienti. Sono morto nel 2008 – il che ovviamente vuol dire che io non sono davvero chi dico di essere ma vi chiedo di fare tutti finta che io lo sia… è anche per questo che parlo in italiano, così possiamo capirci meglio. Per la precisione sono morto suicida… anche se questo fra gli scrittori non restringe molto il campo. Un’altra informazione: indosso quasi sempre una bandana. Mi piace dire che la indosso perché ho la sensazione che i troppi pensieri mi facciano esplodere la testa, ma in realtà è perché sudo continuamente. Alcuni pensano che sia una trovata di marketing, per risultare più iconografico… ma se fosse vero forse a questo punto qualcuno di voi avrebbe capito chi sono… Se qualcuno pensa di aver capito chi sono può dire il mio nome a voce alta? Va bene, direi che è il momento di uscire da questo silenzio imbarazzante: sono David Foster Wallace… e magari non mi avete neanche mai sentito nominare. In effetti non sono così famoso… anzi, come vedete è solo l’insieme delle informazioni di cui disponiamo che definisce la nostra percezione della realtà. Ed è proprio di questo che vorrei parlarvi stasera, vorrei parlarvi della possibilità di una vita reale nell’era della saturazione delle informazioni… O più semplicemente vorrei raccontarvi di una giornata di settembre di qualche anno fa, in cui mi sveglio e ho in testa questa storiella: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano…” – tra l’altro non so se sapevate che i pesci rossi hanno una soglia d’attenzione di 10 secondi, ma studi recenti dimostrano che le nuove tecnologie hanno ridotto la soglia d’attenzione umana a 9 secondi… cosa stavo dicendo?

A questo punto del discorso, un secondo performer entra in scena e illustra il meccanismo di base dello spettacolo:

Benvenuti a Overload. Nel corso dello spettacolo vedrete comparire dei segnali come questo (espone un cartello con sopra una freccia): si tratta di collegamenti che attivano dei contenuti nascosti, che verranno sempre introdotti da questo suono (suono reverse). Ogni volta che vedrete uno di questi segnali avrete dieci secondi di tempo per decidere se continuare ad ascoltare David Foster Wallace oppure visualizzare altri contenuti. Per attivarli basterà che uno solo di voi si alzi in piedi, per non attivarli basterà che restiate tutti seduti. Cominciamo con un esempio semplice…

Wallace ricomincia a parlare, introducendo il suo celebre discorso Questa è l’acqua, che costituisce un riferimento metaforico costante di tutto lo spettacolo.

Dunque, dicevo: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che li saluta e poi dice: Buongiorno ragazzi. Com’è oggi l’acqua? I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede: ma che diavolo è l’acqua?”

Sulla parola “acqua”, il performer con in mano il cartello offre una “catena” di contenuti nascosti. Se anche un solo spettatore si alza, altri due performer irrompono sulla scena: una reporter che descrive lo scenario di un’alluvione con un forte rumore di temporale; un pescatore che attraversa lo spazio con una canna in tensione sotto un suono scrosciante di fiume. Queste immagini si disattivano dopo pochi secondi e noi torniamo ad ascoltare Wallace, che nel frattempo ha continuato a raccontarci della sua giornata di settembre: naturalmente ci siamo persi tutto quello che ha detto…

un discorso po’ retorico forse ma che ho fatto in modo sincero. Il fatto è che senza che io lo sapessi qualcuno ha registrato il mio intervento e l’ha messo online e così questo discorso di appena 20 minuti è diventato una delle mie cose più famose e citate, tanto da farmi sembrare una specie di guru che vuole illuminare dei neolaureati sul loro futuro – io: un ex-alcolizzato, depresso cronico, con tendenze ossessivo-compulsive e dipendenza da psicofarmaci. Farmaci, appunto: mi sveglio e prendo la mia pasticche di Nardil. Nell’ultimo periodo avevo provato a sospendere gli antidepressivi. Mia moglie non era d’accordo e l’aveva chiarito dicendomi: vabbè, male che vada se ti ammazzi divento la Yoko Ono della letteratura… Poi ho ricominciato. E insomma mi alzo dal letto, mentre lei si rigira ancora nelle coperte – Karen, si chiama mia moglie – e mi metto a fare meditazione. È una cosa che faccio da diverso tempo ormai, da quando mi hanno detto che nel mio discorso al college sui pesci e l’acqua c’era dentro molto Zen senza che io ne sapessi nulla di Zen… quindi mi sono un po’ informato, perché la meditazione in teoria potrebbe aiutarmi a rallentare il lavorio della mia testa. Il problema è che non ricordo bene i mantra da pronunciare: garaom, faraom, raom… e oltretutto lo faccio seduto sulla tazza del cesso perché è l’unico posto in cui riesco ad assumere la corretta postura spinale, ma al tempo stesso avverto che c’è qualcosa di simbolicamente sbagliato che mi impedisce di silenziare davvero la mente… – il punto è: quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso, e la scrittura può al massimo tratteggiarne una piccolissima parte e io non riesco a stare dietro a tutta questa velocità. Mentre credo che se uno riuscisse a prestare attenzione alla cosa più mortalmente noiosa e poi a superare la noia, allora arriverebbero delle vere e proprie ondate di beatitudine, come acqua dopo giorni nel deserto. Mentre sono in bagno mia moglie si alza e dice che dobbiamo andare al mare, dice che mi farà bene e praticamente mi impone di andare a vestirmi. E io mi vesto, così come mi vedete ora – cioè come sempre… i miei studenti del Pomona College hanno persino istituito la giornata “Tutti vestiti come il Professor Wallace” e una volta al mese si presentano in aula vestiti così, che è una presa per il culo, ma anche una cosa tenera, no? Mia moglie mi trascina in macchina e si mette alla guida, capisco chiaramente che vuole allontanarmi per qualche ora da casa e dal lavoro. Sto scrivendo il nuovo libro. È un libro sulla noia, appunto. Si chiama Il re pallido e voglio che sia profondissimo e difficilissimo e ci dev’essere qualcosa di grande che minaccia di avverarsi tutto il tempo ma non si avvera mai… la verità è che non riesco ad andare avanti, tutto quello che scrivo mi fa schifo e ho paura di scrivere qualcosa che si discosti anche solo un po’ dalla perfezione… – il problema col perfezionismo però è che se vuoi essere davvero fedele alla tua idea di perfezione non farai mai nulla, perché qualunque cosa farai significherà sacrificare l’idea meravigliosa che hai nella tua testa, al cospetto della merda inaccettabile che ti è venuta fuori…

In questo preciso momento un performer offre una nuova catena di contenuti. Se anche un solo spettatore si alza in piedi, questi sono i contenuti che vengono attivati: un performer “vestito da Re di Svezia” entra in scena e premia Wallace col Nobel; una performer entra indossando un abito e una fascia da Miss Universe; un altro performer entra vestito da pilota di Formula 1 e festeggia la vittoria di un Gran Premio; un performer vestito da motociclista irrompe sul parco sbattendo al suolo come se si fosse verificato un incidente stradale. Non abbiamo idea di cosa Wallace abbia detto nel frattempo, ma ora non possiamo non tornare ad ascoltarlo…

Ecco, non ho mai detto questa cosa così, a un pubblico, ma mi piace come avete reagito nel sentirla, quindi grazie. Dov’ero rimasto? Karen capisce subito la situazione e dice che è ok, nessun problema, non andiamo al mare e propone di andare almeno a pranzo fuori. Siamo dalle parti della sua galleria d’arte – ah, scusate, forse non ve l’ho detto: mia moglie è una pittrice, una splendida pittrice. La sua galleria si chiama Beautiful Crap, Bella Merda, nome che ho sempre amato e che mi ha anche ispirato un racconto su un artista visivo geniale, dotato di una tale capacità di produrre capolavori da arrivare a defecarli. Il racconto si chiama Il canale del dolore – non perché voglio che lo leggiate, solo come informazione. A un certo punto Karen entra nel parcheggio di un centro commerciale, dice che vuole farmi un regalo e mi chiede di aspettarla lì fuori. E quindi io sto lì, fermo, nel parcheggio. La gente entra e esce coi carrelli. C’è una musichetta terribile nella filodiffusione. C’è un agente della sicurezza che mi guarda e temo venga a chiedermi che cazzo sto facendo. Che cazzo sto facendo? Sto pensando. Sto pensando che in questo momento dovrei essere a lavorare su Il re pallido, voglio che sia un libro che si leggerà anche fra mille anni, un libro che faccia palpitare le teste come i cuori. Qualcosa che metterebbero sulle sonde Voyager, avete presente?

Ricordate il motociclista che si era schiantato al suolo? Mentre gli altri uscivano, lui è rimasto lì, steso a terra, durante le parole dello scrittore. In questo momento si rialza e… sicuramente avete capito cosa fa. Se anche un solo spettatore si alza, tutto il cast irrompe in una danza hip-hop accompagnata da Still DRE, un bellissimo pezzo rap di Dr. Dre e Snoop Doggy Dogg. Di nuovo perdiamo Wallace… questo meccanismo governa più o meno tutto lo spettacolo e raccontarlo integralmente richiederebbe molto testo, più testo di quello che effettivamente è stato scritto per lo spettacolo. Le cose che succedono (o che possono succedere) sono le più disparate: un giocatore di football che travolge Wallace, due tenniste che giocano una partita, un Babbo Natale che attraversa il palco, un uomo-pesce che balla un lento con una spettatrice, due polli giganti che combattono, un talk-show con lo stesso Wallace protagonista, un lancio di verdure dal pubblico contro gli attori, a un certo punto compare persino Stephen King, un graffito di Banksy, una donna incinta cui si rompono la acque… insomma, di tutto. C’è solo una “pancia” più o meno a metà spettacolo in cui abbiamo lasciato un po’ di tempo a Wallace per dilungarsi senza interruzioni nei suoi pensieri e nel racconto della sua giornata, e quello che dice è più o meno questo…

Karen dice che ha pensato a un posto dove andare a mangiare, è un po’ lontano ma è ancora presto e potremmo andarci a piedi. E quindi eccoci a braccetto lungo un viale alberato californiano. Camminiamo in silenzio per un po’. A un certo punto lei mi chiede a cosa penso. A tutto, dico. Allora mi propone di pensare insieme. E insieme pensiamo a dove potremmo arrivare camminando, a quanto ci vorrebbe ad attraversare l’intero stato a piedi fino al confine. Così ci viene da pensare insieme alle storie di lunghi cammini e pellegrinaggi: Malcolm X alla Mecca, Marina Abramovic e Ulay che si incontrano sulla muraglia cinese o Werner Herzog che quando gli dicono che la sua amica Lotte Eisner sta morendo cammina da Monaco a Parigi per allungarle la vita. Si mette uno zaino in spalla, un videocamera per filmare tutto, e parte. Attraversa il centro Europa, mangia pochissimo e male, dorme pochissimo e male. È uno degli inverni più rigidi del secolo. La natura è del tutto indifferente al suo cammino, che procede tra paesaggi industriali e campi remoti, finché arriva nella stanza di Lotte. Posa lo zaino. Si distende accanto a lei e le dice: tu non puoi morire. E Lotte non muore: vivrà per altri nove anni, lavorando fino all’ultimo giorno… Ah: la storia sulla soglia d’attenzione di 10 secondi dei pesci rossi è una stronzata che gira su internet: è impossibile misurare l’attenzione di un pesce rosso così come è ovviamente impossibile che un pesce rosso si domandi cos’è l’acqua…

Per la verità, qui, una performer ricompare a offrire un contenuto nascosto ma Wallace la ferma – nell’unico momento di contrapposizione diretta fra lo scrittore e il meccanismo. E dice queste parole, che sono prese in parte dal suo capolavoro Infinite Jest

No, aspetta un momento, fammi finire questo punto: cos’è l’acqua è una domanda umana. Ma voi saprete la risposta solo quando sarete morti e lascerete il guscio del vostro corpo e verrete catapultati oltre i ventilatori e gli annaffiatoi e le palizzate di vetro della Convessità Terrestre a una velocità disperata e tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di voi diventeranno esprimibili e griderete un richiamo alle armi chiaro e cristallino in tutte le lingue del mondo perché finalmente capirete cosa cazzo è l’acqua… ora puoi offrire il contenuto nascosto.

E di solito lo perdiamo di nuovo, per poi ritrovarlo e riperderlo più volte, fino alla sua ultima apparizione in cui dialoga con un’altra performer:

Performer Ti faccio un’ultima domanda David: la tua giornata di settembre come finisce?

Wallace Riordino i materiali del nuovo libro e li lascio su un tavolo. Scrivo una lettera di due pagine a mia moglie. Scendo in garage e mi impicco.

BUIO.

Lo spettacolo sembra finito. E invece torniamo in luce: i cinque performer (sì, in tutto erano in 5 e sudano parecchio per coprire tutti i ruoli possibili dello spettacolo), spogliati di ogni filtro, costume, posa, raccontano cosa accade dopo la replica: salgono in auto per tornare a casa, parlano fra di loro, mettono una musica, cercano il tragitto sul navigatore, che indica un viaggio di 5 ore. È molto tardi, come capita di solito quando si fa spettacolo la sera, poi si smontano le scene, si impacchettano tutti – proprio tutti – i props e si carica il furgone. Sono tutti molto stanchi. Piove. Ci sono banchi di nebbia lungo l’autostrada. C’è chi pensa a vuoto, chi dorme, chi cerca una musica con l’autoradio per tenersi sveglio. È stata una lunga giornata. Ci sta, un momento di DISATTENZIONE.

Ghost track.

A te che davvero non hai intuito il finale oppure a te che forse adesso hai un po’ voglia di vedere Overload, nei prossimi mesi saremo a Napoli, Parma, Arzignano (VI), Rimini, Cecina (LI), Brescia, Urbino, Asti, Milano… nonostante le difficoltà, i teatranti ce la mettono tutta per continuare a girare. Che in gergo vuol dire: senza l’attenzione del pubblico non si dà teatro.

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storie

Viaggio in Eritrea, in tempo di pace

di Davide Minotti

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Arrivo a fine ottobre, a un mese dallo storico concordato di pace siglato con l’Etiopia il 16 settembre. Termina un conflitto fratricida durato ufficialmente dal 1961 al 1993, protratto tra alterne vicende fino a oggi. Il processo di democratizzazione pare avviato, a sancirlo l’imminente revoca delle sanzioni internazionali dall’Assemblea dell’Onu. Una stagione di riforme e rinnovamento tanto attesa, che contrasta con l’aspetto decadente e specificamente post-coloniale della capitale Asmara, da luglio 2017 patrimonio Unesco. Con la sua struttura razionalista, i palazzi art déco ben conservati, le cime imponenti di santuari copti e islamici, “la piccola Roma” sembra collocata in una curvatura dello spazio-tempo: gli asmarini scandiscono la giornata tra bomboloni alla crema e cappuccini al Bar Vittoria, oppure siedono sulle comode poltroncine di velluto al Cinema Impero dove proiettano le partite di calcio inglese. Anche gli stranieri si abituano presto al ritmo delle passeggiate, ai “buonasera, come sta?” di chi ha studiato l’italiano, alla bizzarra assenza di roaming e internet. Questa atmosfera rilassata e la foggia passatista lasciano dimenticare ai visitatori e forse anche ai cittadini che in ballo c’è un’altra partita, meno mediatica di Manchester City-Chelsea: quella dei diritti umani, violati secondo la comunità internazionale da Isaias Afewerki, ex-leader dell’Eplf (Fronte di liberazione del popolo eritreo) e primo presidente in carica dal 1994. Sono molte le accuse mosse al governo di Afewerki, tra cui l’incarceramento di giornalisti dissidenti – se ne contavano 18 nel 2008, in un paese con un solo giornale e una sola rete televisiva – l’istituzione di una leva obbligatoria a vita e senza retribuzione, oltre che il sequestro di passaporti validi per l’espatrio, motivo per cui l’unica via di fuga è il deserto, poi chissà il Mediterraneo. Ma questo non affligge gli asmarini, che celebrano con manifesti e cartelloni i soldati dell’esercito di liberazione e, naturalmente, il presidente. È in questo contesto placido e sospetto che visito il resto del paese; o meglio, il resto consentito dal Ministero del turismo che vieta certe visite e ne autorizza altre. Previo pagamento.

 

Non vi aspettavamo più

Il treno ha già fischiato due volte quando raggiungo la scalcinata stazione di Asmara, a ovest della città. Ogni domenica parte la vecchia locomotiva italiana che collegava la capitale a Massawa, ripristinata a fini turistici per una decina di chilometri. A bordo trovo un gruppo di architetti italiani in pensione. Sono molti i viaggi organizzati che portano turisti europei, soprattutto italiani. “Temevamo che non ce l’avresti fatta. Ne varrà la pena, vedrai.” Ad accogliermi è Piero, geometra eritreo di 72 anni, vestito jeans su jeans, è un po’ la guida del gruppo. Nato sull’altopiano e diplomato ad Asmara, è uno dei massimi esperti idrici del paese, mi dice. I macchinisti gettano un’altra manciata di carbone nella caldaia e il convoglio riparte in una nuvola di fumo e vapore. La strada ferrata è stata costruita a partire dal 1900 e ampliata poi nel 1923; sebbene dismessa, è ancora lì che serpeggia tra i burroni e scende di oltre 2mila metri fino al mare. “Mussolini avrà sbagliato con Hitler”, fa eco Piero ai soliti luoghi comuni, “ma qui in Eritrea ha portato a termine opere impensabili. Ha fatto costruire una ferrovia di 227 chilometri utilizzando solo traversine di ferro, non di legno. Gli ingegneri italiani progettavano e noi eritrei costruivamo. Per questo abbiamo lasciato intatta la ferrovia, per dimostrare a tutti che siamo i più grandi costruttori del mondo”. Superiamo le discariche di Asmara e ci immergiamo nella vegetazione arcigna dell’altopiano. Dai finestrini del vagone la vista si perde negli abissi delle scarpate, dove la foschia lascia intuire floridi fondovalli. Tre stagioni in due ore, recita il motto del Ministero del turismo. Spettatori del nostro passaggio sono i bambini, che a gruppi sbucano fuori dagli arbusti e rincorrono il lento convoglio fino a toccarlo. Notiamo allora nugoli di villaggi lungo le montagne: tetti di lamiera e qualche asino, quasi sospesi in aria. Sullo sfondo i monasteri ortodossi dominano le pendici. Arriviamo al villaggio di Arbaroba, una ruspa di marca italiana è parcheggiata lungo i binari: qui ci sono i serbatoi costruiti dagli italiani nel 1909, usati ancora oggi per alimentare la locomotiva. Piero offre biscotti ai bambini del posto, poi intima al capostazione di forzare il cancello per le cisterne, “purtroppo abbiamo perso la chiave…”. Saliamo per un cunicolo di scalini pericolati, arrampicandoci fin sopra i cilindri colmi di acqua torbida. “Queste opere non richiedono neanche manutenzione. Sono state fatte in cemento liscio più di cento anni fa e funzionano perfettamente”. Ne approfitto per chiedere a Piero del suo lavoro. “Sono iscritto all’ordine dei geometri e non ho mai lasciato l’Africa, tranne qualche corso di aggiornamento in Italia. Ho lavorato al dossier per l’Unesco. Non è stato facile, perché spesso fanno dei controlli e i soldi che ci danno per migliorare la città vengono spartiti tra questo e quello. Ho avuto i miei problemi perché non sono stato zitto e infatti mi sono fatto un anno di prigione”. Coglie la sorpresa nel mio sguardo, “Che vuoi farci? Non incontrerai altro che eritrei simpatici e ospitali, che parlano con orgoglio della loro nazione, ma non credere a una sola parola. Questa è una dittatura, a comandare è lui, il dio in terra. Gli eritrei sono molto ipocriti, più di quanto pensi.” Mi lancia un ghigno, poi torna dal gruppo di architetti e posa divertito per le foto con i bambini.

 

Tutto come nel ‘91

La strada per Massawa costeggia la linea della vecchia ferrovia. Salgo su minibus zeppi di anziani e madri con i loro bambini. Gli autisti sfrecciano su manti stradali malmessi e ponti centenari, qualche muricciolo funge da funereo guard rail con i babbuini che ci lanciano sassi. Passiamo per Nefasit e Ghinda poi raggiungiamo il deserto, cosparso di mine interrate che mietono ancora vittime tra i civili. Entro a Massawa di notte, c’è un black-out. Al lumicino delle torce intuisco l’animo spettrale della città, i cumuli di macerie, le brande su cui si dorme all’aperto, gli stormi di corvi che gracchiano tutta la notte. In lontananza il silenzioso profilo del porto. Un solo edificio pare vivere di vita propria, illuminato dai generatori mentre fuori si tace: è il lussuoso Dahlak Hotel. L’albergo prende il nome da un arcipelago poco distante e offre servizi per turisti danarosi. La piccola area ristoro, direttamente affacciata sul Mar Rosso, è il crocevia obbligatorio per gli intrallazzi commerciali della città: trovo imprenditori, operai dell’est Europa, poi turisti italiani, svizzeri e tedeschi; la lingua ufficiale sembra essere l’accento bergamasco. Al mattino chiedo di raggiungere le Dahlak, magari aggregandomi a un altro gruppo, ma i barcaioli dell’albergo non si muovono per meno di 12mila nakfa, circa 700 euro. C’è un’isola più vicino, dicono, e mi ritrovo sull’Isola Verde, verde solo di nome perché è semi-desertica e ospita i soliti corvacci. Senza telefono, mi rassegno a qualche ora di solitudine quand’ecco che il piccolo scafo spiaggia altri bagnanti: si tratta di Ruggero, 50 anni, imprenditore vicentino nato ad Asmara, insieme alla famiglia eritrea. “Strano ritrovarsi tra italiani su quest’isoletta, ma del resto non è che venga molta gente.” In effetti gli stranieri che ho incontrato sono soprattutto italiani nati in Eritrea o trapiantati per lavoro. “Io per esempio ho la mia piccola ditta e vengo in Italia 4-5 mesi l’anno, ma poi torniamo perché i ragazzi fanno le scuole qui.” Lontani da orecchie indiscrete, gli chiedo un parere sulla politica locale. “Nessuno si aspettava la fine ufficiale del conflitto, ma non era successo chissà cosa negli ultimi anni. La pace c’era già, solo che adesso il governo ha guadagnato in popolarità e può fare i propri interessi. Questa è una terra ricchissima: tempo fa hanno scavato oro per un miliardo di dollari, ma poi è stato caricato su uno SwissAir ed è finita lì. Il problema sono le politiche economiche: sono cambiati i tassi di cambio, non si investe, non c’è pensione e si bloccano i prelievi mensili in banca, tant’è che possiamo ritirare al massimo 300 nakfa e per il resto ci sono gli assegni. I prezzi dei beni di consumo sono schizzati e per comprare una vecchia macchina puoi anche spendere 10mila dollari.” E allora perché non è rimpatriato? “Ero in Italia ma nel 2000 col primo tentativo di pace sono tornato ad Asmara. Ormai ho tutto qui, ma penso che ci trasferiremo se le cose non cambieranno nel giro di un anno. Gli unici italiani che stanno davvero bene sono gli insegnanti.” Parla delle scuole italiane di Asmara, elementari e secondarie. “Sapete quanto prende un professore? 7mila euro al mese più altri 10mila all’arrivo per i disagi di guerra. Ma se non c’è più la guerra!? Sono tutti raccomandati da Roma, si fanno qualche anno e pagano il mutuo. Per non parlare dell’ambasciatore… vi dico solo che di italiani residenti ne risultano 600, ma in realtà saremmo una sessantina. Sono dati vecchi di anni: non li cambiano per non essere declassati a consolato.” Un’ultima domanda su Massawa, seconda città per importanza eppure scheletrica. “La città è rimasta ferma al 1991 quando sono entrati i carri armati. Anche i corvi li ha portati la guerra, non c’erano prima. Ma qui manca proprio la mentalità. Pensa cosa sarebbe questa spiaggetta con un chiosco per le birre e i gelati…”. Mi invitano più tardi al ristorante dell’Hotel Dahlak, ci sarà qualche professore da Asmara. Dico di sì, ma poi non mi presento.

 

China, China!

Kehren è il limite a Nord che è permesso visitare. Più in là è Nakfa, la città-trincea dove l’Eplf ha retto contro gli etiopi. Il Nord è la zona più militarizzata e me ne accorgo dalla quantità di posti di blocco cui fornisco le generalità. Non vengono molti visitatori e i bambini al mio passaggio urlano “China, China!” “Lo fanno perché ti confondono con i cinesi che vengono a comprare e costruire”. Padre Berhane – o Padre Luce, mi traduce lui dal tigrino – è un francescano cappuccino del convento di San Antonio; la chiesa originale, costruita negli anni Venti e ora ritrovo per bambini, è stata sostituita da un nuovo santuario più grande. “Quando sono venuto nel ’84 c’era solo un grande giardino e la gente veniva in chiesa a prendersi un po’ d’ombra. Abbiamo costruito il pozzo, la rimessa, poi sono andato in missione a New York dove sono scampato all’attacco delle Torri Gemelle. Ora ho 68 anni e sono tornato qui, a combattere con la povertà. Non abbiamo nulla, il nostro orto è malato e non possiamo permetterci i medicinali.” E allora come si spiega la nuova chiesa? “Questa l’hanno voluta costruire degli imprenditori italiani nel 2009. Ma a noi non hanno dato nulla. Se hanno avuto qualche sovvenzione è un altro discorso e non dovete chiederlo a me.” Mi fa entrare: la nuova chiesa di San Antonio è un santuario copto, con le icone e l’altare ortodosso. Ma la vecchia chiesa non era cattolica? “Qui facciamo quello che la gente ci chiede di fare.”

Resto a Kehren poco tempo, giusto per non perdermi il mercato dei cammelli e il santuario di Mariam Daarit, intagliato dentro un baobab dove pare che i soldati italiani siano scampati alle bombe inglesi. Una sera sento che tutti gli apparecchi dei locali sono sintonizzati sullo stesso canale: trasmettono la voce di Isaias Afewerki. Trovo file di spettatori davanti agli schermi, mi invitano al tavolo con loro. “Sta dicendo che la pace con l’Etiopia è il primo passo verso il cambiamento, ma è ancora più importante che ogni eritreo abbia un lavoro.” Yemane, 40 anni, è un soldato congedato, ora disoccupato. “Gli ex soldati possono essere richiamati in servizio in ogni momento, quindi aspettiamo nella speranza che le cose migliorino. Abbiamo molta fiducia nel presidente. Voi stranieri non capite, tornate nel vostro paese e scrivete che stiamo sotto dittatura. Invece abbiamo i nostri diritti: c’è l’acqua gratuita, per esempio.” Yemane sembra un buon interlocutore, gli chiedo se non desideri un paese realmente democratico con libere elezioni. “Tutto questo arriverà dopo. Contano altri valori, come la sacralità dei rapporti umani che per noi sono fondamentali. Ci sono villaggi in cui gli anziani risolvono ancora le dispute al posto dei tribunali. Siamo un popolo molto eterogeneo, che a lungo ha sofferto l’oppressione di paesi stranieri, ma siamo uniti. E se restiamo uniti, le nostre speranze sono più forti.” In sottofondo le parole di Afewerki. “Questa di stasera è la prima parte del discorso e riguarda le questioni internazionali. Domani ci sarà la seconda parte sulle politiche interne. Lo stiamo aspettando tutti.” Sono molti i dubbi dopo aver salutato Yemane, dalla sua vera identità – non sarebbe la prima spia di cui sento parlare – all’insistenza quasi fanatica dei suoi argomenti. Il dubbio più forte riguarda me stesso e la poca fiducia che nutro verso le loro idee. Un bravo occidentale che viene a insegnare cos’è giusto e sbagliato.

 

L’ultimo caffè

Torno ad Asmara in attesa di rientrare in Italia. Ritrovo la solita atmosfera familiare, quasi fosse casa: seduto al Caffè Rosina sorseggio un macchiato e leggo la versione inglese dell’“Eritrea profile”, quella che i locali chiamano gazzetta. La prima pagina è tutta per il presidente e il suo appello alla nazione. Si parla di politiche dinamiche, di sviluppo globale, del ruolo che l’Eritrea giocherà nel Corno d’Africa, nel Bacino del Nilo, nel Golfo arabo. Più avanti leggo di un nuovo accordo tra compagnie aeree che inaugurano le tratte dirette da Roma, Milano, Oslo e Stoccolma: i luoghi dove si concentrano più eritrei all’estero. Tornano alla mente le parole di Yemane: l’unità non è uno slogan politico e va ricostituita con tutti i mezzi leciti, va bene anche un volo Lufthansa. L’attesa per il secondo discorso di Afewerki, quello più importante, coinvolge anche me: voglio sapere cosa dirà in fatto di lavoro, integrazione, politiche sociali. Mi accaparro un posto davanti allo schermo e insieme agli altri scorro le immagini di EriTv. Mi dicono che il presidente parlerà alle otto. Ma finisce uno sceneggiato, poi il telegiornale, poi addirittura inizia una partita. L’intervista non è andata in onda e nessuno sa dirmi quando la trasmetteranno.

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storie

La puzza dalle parti di Roma

di Nicola Ruganti

William Kentridge

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Da anni indossa la stessa giacca a vento bianca. Ha i capelli color fieno, gli occhi cerulei e se ci parli sembra sempre che la cosa non la riguardi. Ride, ma di rado e solo se te lo meriti.
Si chiama Ariel, ha diciannove anni; la sua mamma fa la commessa in un discount, un tempo si appassionava ai cartoni della Walt Disney e le piaceva La sirenetta.
È appena rientrata in casa e trova sua madre, Marina, che ha cenato da sola, sta uscendo: “Ariel non ti ho aspettato per cena. Vado alla riunione della spazzatura. Faccio tardi, non mi aspettare sveglia.”
Da quando l’impianto dei rifiuti ha iniziato a fare puzza sua mamma è cambiata. È sempre stata secca e piena di rughe, ma asciutta e signorile. Da quando è iniziata la puzza, la mamma non è più la stessa, uguale dignità, ma adesso è nervosa e triste.
Ariel ricorda il periodo delle elementari come il suo periodo più felice, sua madre lavorava tantissimo, anche più di adesso, ma era felice e rideva.
Si ricorda che quando tornavano da scuola c’era papà che faceva le coccole, prima a lei, poi dava un bacio a mamma e le diceva: “Marina, mi piace ridere con te!”.
Con l’arrivo della puzza, tutto è iniziato a precipitare. Con l’arrivo del maledetto Tmb, il Trattamento meccanico biologico dei rifiuti di Roma, Marina ha iniziato a ridere sempre meno.
Mamma e papà hanno iniziato a litigare.
Papà le diceva che doveva stare calma, che le cose sarebbero andate a posto.
Poi papà ha iniziato a urlarle in faccia: “Basta! Sei fissata! Basta Marina!”
Ariel era in camera, sentiva la mamma che tossiva e piangeva, ascoltava suo padre che diceva: “Marina non sei più la stessa!”
Dopo quel giorno, Ariel faceva le medie, suo padre è tornato sempre meno a dormire e nel giro di un anno si è ritrovata in cucina davanti alla tavola con i suoi che le dicevano: “I tuoi genitori ti amano. Papà va a stare in un’altra casa perché mamma e papà non vanno più d’accordo. L’amore di mamma e papà per te non cambia.”
Per il primo periodo è andata qualche fine settimana a casa di papà, poi ha smesso e non ha più avuto voglia di vederlo. Non è convinta, le manca, ma preferisce così.
La mamma, tutte le volte che tornava dalla casa del padre, le domandava: “Da lui la puzza non si sente, vero?”
Ariel le rispondeva di non preoccuparsi, che non avrebbe deciso con chi stare in base alla puzza, che lei voleva stare con mamma.
Ci sono cose che non riesce a spiegarsi, come è possibile che quella donna così sorridente e forte sia diventata l’ombra di se stessa. Ariel se lo domanda sempre più spesso: “Perché succedono cose che ci fanno smettere di ridere?”.
Anche Ariel sente la puzza, le brucia spesso la gola, ma non lo dice a sua madre perché pensa che non la possa reggere. La vede fragile, come appesa a un filo.
Quando Marina va alle riunioni della spazzatura sente di essere capita, sente che lì non la prenderanno per matta, si sente capita. Lì tutti vogliono fare qualcosa per chiudere quella discarica calamitosa travestita da impianto per il trattamento dei rifiuti.
Ariel per questa sera decide di rimanere a casa, è triste per sua madre, cerca di non pensare alla puzza. In famiglia, riflette, basta mamma.
La gola ormai le brucia da anni. Non ne può più di avere la sensazione di dormire dentro un cassonetto.

Entrare non è stato difficile. Marco sa da che parte arrivarci.
Abbiamo preso un gozzo, una piccola barchetta abbandonata. Lo abbiamo rimesso a posto segretamente, lo abbiamo tenuto nascosto per mesi in un anfratto della riva del Tevere.
Stanotte abbiamo risalito la corrente.
Marco sa che c’è un canale di scolo che dal Tevere arriva all’impianto dei rifiuti. Abbiamo attraccato, siamo entrati in un’insenatura putrescente invasa da alghe e fango. Ci siamo attrezzati con chantilly e tute impermeabili, prese da un armadio con la roba da moto lasciata da papà, e abbiamo risalito l’argine del Tevere.
È freddo, ci muoviamo lenti con una scala, dobbiamo portare dentro dieci taniche che abbiamo preparato con benzina e pece. Ce le passiamo faticosamente, ogni tanto inciampo, non penso a niente, procedo e basta.
Le ultime notizie che ho sentito sono che la chiusura di questa fabbrica di puzza e veleno è rinviata. La verità è che quel giorno non arriverà mai.
Abbiamo pianificato tutto per mesi e stanotte abbiamo deciso di procedere. Sappiamo che le telecamere dell’impianto sono spente da mesi.
Marco lo ha scoperto perché a cena suo padre, che lavora al Tmb, ha raccontato che ha denunciato i malfunzionamenti dell’impianto: la mancanza di sicurezza, le telecamere spente, l’enorme accumulo di rifiuti non trattati. Il risultato è che non è successo niente.
Marco mi ha raccontato che suo padre è triste. I primi anni della puzza era anche furibondo, adesso non più.
“Ariel sbrigati!” Marco mi chiama. Accelero, portiamo le taniche vicino ai grossi nastri che trasportano i rifiuti.
Cospargiamo tutto di pece e benzina.
Marco odia questo impianto quanto me. Non ne può più di vedere suo papà tornare con quello sguardo spento e con quella puzza addosso.
Suo padre gli ripete continuamente che la cosa importante è il lavoro, gli dice fino allo sfinimento che lui quel lavoro se lo tiene stretto.
Marco non è d’accordo. Lo vede ogni giorno più infelice e ha paura che si ammali.
Là dentro respirano qualcosa che non può più essere chiamato aria. È veleno.
Il naso sente la puzza, la gola rimane strozzata, nei polmoni entra acido.
Ci guardiamo, un attimo, nel buio: serve a farci forza. Abbiamo preparato le micce, le accendiamo una dietro l’altra.
Scappiamo verso la scala, appoggiata al muro dell’impianto, per la nostra ritirata veloce. Sentiamo dietro di noi scoppiare i bidoni con dentro roba chimica. Ho paura. Vedo l’aria che si illumina di una fosca luce purpurea.
Ci tiriamo dietro la scala e sprofondando nel fango puzzolente – con i conati di vomito e questa maledetta tosse secca – ci buttiamo sul gozzo e iniziamo a remare.
Solo in quel momento ci voltiamo: le fiamme sono già alte.
Il Tevere ci butta aria umida addosso, sentiamo il freddo nelle ossa e la puzza dentro i polmoni, adesso, per l’incendio, è ancora più acre.
Arriviamo arrancando all’attracco da dove eravamo partiti.
Rimaniamo acquattati per un po’. Sono esausta. Ci spogliamo e ci mettiamo i vestiti che abbiamo chiuso dentro a un sacco della spazzatura. Sono tutti bagnati, fa niente. Ci cambiamo, lasciamo tute e chantilly nella barca. Dobbiamo filare.
“Adesso mamma sarà contenta.” Penso solo a questo, soltanto a questo.
Appena raggiungiamo la strada. Non capisco da dove arrivi, ma sento una botta forte sulla testa. Qualcuno mi afferra. Urlo forte. Sento Marco che bestemmia. Si accendono dei fari altissimi, mi sento accecare.
Capisco dai lampi blu che sono guardie. Mentre sono sbattuta a terra, e picchio la testa, vedo la riga rossa della divisa dei Carabinieri.
“Vaffanculo! Arrestate chi ci avvelena! Bastardi!” Urlo a squarciagola “Avete rovinato la mia mamma!” Mi piegano in due e mi spingono in una macchina “Maledetti! Voi e i vostri padroni! L’ho distrutto! Alla faccia vostra!”

È il suo incubo ricorrente. Si sveglia sudata e piena di rabbia. Sta ancora stringendo i denti e i pugni.
Quando le succede rimane un po’ a piangere nel letto, di rabbia.
Sogna di dare fuoco al maledetto Tmb. Sempre nello stesso modo, sempre passando dal Tevere e sempre con Marco, il suo amico del cuore.
Si è addormentata vestita sul divano. Sua madre non è ancora tornata dalla riunione. Vorrebbe abbracciarla forte, dirle che c’è un modo per uscire da questo inferno. La verità è che non ci crede neanche lei.
Non ha più sonno e decide di scendere in strada per una passeggiata.
È inutile tenere la finestra chiusa, la puzza entra ugualmente, le zaffate arrivano ovunque.
Ariel si mette la sua mascherina e inizia a passeggiare; non ha voglia di usare il telefono. Non ha nessuna intenzione di rompere il silenzio notturno delle chat, nessun desiderio di infrangere la tregua dagli aggiornamenti e dalle storie pubblicate sui social.
Inizia a camminare, si rende conto che nella sua zona la puzza ha cambiato il modo di vivere, anche la notte.
Le persone sono così segnate dalla puzza, dalla rabbia e dalla frustrazione per quel dannato Tmb, che c’è meno paura di camminare la notte per le strade.
Le finestre sono chiuse, le luci delle case sono accese.
La mamma di Ariel glielo ha raccontato diverse volte: dieci anni fa l’aria poteva essere chiamata aria, le aziende facevano a gara a prendere le proprie sedi sulla via Salaria. C’era Sky e tanti uffici, ma via via hanno chiuso e adesso ci sono enormi edifici, tutti deserti.
Era un posto normale, la puzza non entrava in tutte le discussioni.
Negli anni le persone che hanno avuto la possibilità di fuggire dal Tmb se ne sono andate.
Ci sono amiche che Ariel non ha mai più rivisto, né sentito.
Le persone si trasferiscono, vogliono dimenticare l’esasperazione, la paura di ammalarsi e di marcire a ogni respiro.
Ariel cammina e raggiunge una piazza; trova due persone che discutono animatamente. Si ferma in disparte, fa finta di usare il telefono e ascolta. Dopo un po’ arrivano altre persone e capisce meglio che uno è il prete della zona e l’altro il presidente del municipio. Le viene da sorridere, non sa perché. Vede che hanno voglia di cambiare le cose, sente che non si arrendono, ma sente anche che la rabbia è tanta. Intorno a loro alcuni cittadini discutono a voce alta, altri, e sono quelli che le fanno passare il sorriso, stanno zitti. Hanno lo sguardo dell’insofferenza. Esasperati e svegli di notte.
Ariel decide di rientrare a casa, le è venuto sonno e vuole rintanarsi sotto le sue coperte. Forse stasera si metterà una pezza bagnata sulla bocca e sul naso, così sentirà solo l’umido del suo fiato.
Marina entra in camera di Ariel mentre sta albeggiando: “Dobbiamo andarcene!”, dice con la voce alta, ma senza strillare, “Non possiamo stare qua. Guarda fuori!”
L’odore è più aggressivo e putrescente del solito; la pezza umida è ormai inutile.
Guarda sua madre e vede che non è in crisi.
Vede la mamma che le parla in modo deciso, intuisce qualcosa di diverso. Mamma non sta pensando solo alla puzza, la vuole proteggere.
Le dice “Ariel guarda fuori!” Ariel si affaccia e il Tmb è in fiamme, ma soprattutto vede un fumo nero, così denso e scuro che fa paura.
Ariel trema forte e abbraccia sua madre e sente un abbraccio forte che non sentiva da anni. Ascolta una voce che aveva scordato: “Ariel il Tmb è pieno di veleni, dobbiamo andarcene. Ho sentito il padre di Marco, dice che possiamo andare dai suoi genitori in campagna. Quella nube tossica va verso Roma. Noi andiamo verso Rieti”.
Ariel si mette a piangere, le viene così, di colpo stringe mamma e dice sì. Dice tanti sì e singhiozza.
La puzza è peggio del solito.
Mamma e figlia prendono tre cose al volo e corrono al bar dove Marco e Gianni, il padre, le stanno aspettando.
Fuori dal bar un gruppo di persone discute animatamente, tra loro c’è anche Gianni. Sta difendendo i dipendenti dell’azienda dei rifiuti. Sta difendendo il suo lavoro.
C’è un signore anziano che lo attacca con forza e il padre di Marco si difende e risponde con agitazione. “Noi ci lavoriamo! Non c’è un piano alternativo! Chissà dove ci mandano a lavorare!”
Insiste: “Quale interesse avremmo avuto noi a incendiarlo!”
Il signore anziano è bilioso e fuori di sé: “Te lo dico io cos’è che te lo fa fare! Che entrate in un posto che puzza di acido e di morte, che non ne potete più! Che l’azienda non vi ascolta!”
Gianni è furibondo: “Ora basta! Siamo in mezzo a un nube tossica! Chi più di noi sa che è roba pericolosa e mortale questa?!?” Nessuno lo aveva mai visto così. “L’azienda ci fa rispettare dei protocolli nel vestiario e nella pulizia e siamo monitorati. Non sappiamo cosa respiriamo, questo è vero. Ma ti dico una cosa sola, e poi vado via. Qui a respirare questa roba che brucia non ci sto!
Tra questo lavoro e niente tutti noi preferiamo lavorare. Te lo ridico La-vo-ra-re !!!”
Il signore anziano rimane zitto, poi dice a mezza voce: “E allora chi l’ha fatto questo disastro ambientale?!? Chi ci vuole ammazzare?!?” Mentre si allontana tossisce di una tosse secca e maligna.
Gianni ha la macchina vicino, salgono tutti e quattro in macchina e partono per la campagna. La strada sale e a una curva Gianni accosta per vedere il Tmb dall’alto. “Se non si sbrigano a spegnere è una sciagura. Là dentro ci sono dei serbatoi di acido solforico e soda caustica che potrebbero scoppiare da un momento all’altro.” Detto questo Gianni diventa silenzioso.
Non ha idea, pensa tra sé, di chi possa aver fatto una roba del genere, gli viene alla mente una visione profetica. Si immagina di essere su un camion – inserito dall’azienda a fare turni di notte perché non sanno come altrimenti reimpiegarli – mentre porta i rifiuti a Rocca Cencia, un impianto a Roma est. E immagina anche altri camion che partono per impianti di trattamento rifiuti nel Lazio, e anche più lontano. Immagina qualcuno che si sfrega le mani. Qualcuno che si sfrega le mani non abita sulla Salaria e neppure ci lavora. Non sa chi è, ma qualcuno c’è che si sfrega le mani sulla pelle degli altri. Verrà fuori, pensa fra sé.
Ariel invece ha smesso di guardare la nube tossica, si è persa negli odori. Su quel ciglio della strada, lontano dal Tmb, non sente più la puzza.
Quasi non se lo ricorda più il suo incubo, ricorda solo le sue urla: “Avete fatto diventare triste mamma!” Ricorda di aver pensato che era un incubo: era un incubo d’amore. Prima della puzza non credeva che fossero possibili gli incubi d’amore.
Ariel spera che piova e che il cielo si ripulisca. In tutti questi anni c’è una cosa che l’ha tirata su di morale. Una cosa che faceva di nascosto da tutti.
Ogni tanto si fermava guardare il cielo nitido, seguiva incantata gli stormi – macchie nere proteiformi – e, vergognandosi di dirlo soprattutto a mamma, Ariel pregava segretamente il cielo celeste di Roma di mettere fine alla puzza.
Marina è in piedi, guarda anche lei l’orizzonte e ha voglia di piangere, di stringere Ariel.
Succeda quel che succeda inizia qualcosa di nuovo, senza veleno.
Marina ripensa a quel fetido odore di bruciato che sa di morte, che la prendeva dentro, che la faceva stare male. È donna di vita, sa bene che nessuno le renderà indietro dieci anni di infelicità.
Dieci anni in cui chi abitava – o governava – altrove li faceva sentire dei pazzi isterici. Dieci anni in cui la differenza era tra chi sentiva la puzza e chi non la sentiva, o non la voleva sentire.
Adesso ha una sensazione diversa. Non si sente orfana di battaglia. Sa che cosa vuole fare.
Questa alba tossica ha dentro di sé qualcosa che, dopo tanti anni, le fa sperare una vita.
Stringe sua figlia. Le asciuga i lacrimoni.
La bocca le accenna una smorfia, è un sorriso, per Marina è ora di piangere.

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storie

Vento sul Sulcis

di Michela Calledda

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Conta le gocce del mare,

Conta i granelli di sabbia:

Avrai contato i nostri sospiri

Nel cuore della terra.

Manlio Massole

Dicono che la pazienza sia la virtù dei forti. Invece no, non è vero: la memoria è la virtù dei forti. La memoria che racconta, che ammonisce, la memoria di chi sa perché c’era. Ed è oggi che me ne rendo conto, oggi che il tempo e la morte la rendono lontana e confusa quella memoria, sfumata.

Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento, dice la canzone. Per me quel posto si chiama Sulcis, il posto che meglio di tutti racconta la parabola della lotta per il lavoro in Sardegna. Ed è da qui, da questo angolo di terra violentata, insultata, incompresa e abbandonata che mi piacerebbe partire. Dall’occupazione delle miniere del 1992, raccontata ancora oggi con toni epici; e da due dei protagonisti di quell’occupazione: Manlio Massole, maestro, minatore e poeta, e Silvestro Papinuto, minatore fornellista e appassionato speleologo.

Tra settembre e ottobre 2018 Il Sottosopra, audio-documentario di Giuseppe Casu e Gianluca Stazi, diretto da Stazi con la collaborazione dei minatori del Sulcis Iglesiente, ha vinto il 70° Prix Italia 2018 nella categoria Radio Documentary e Reportage (cosa che non accadeva dal 1964 per la categoria audio-doc); e per la prima volta in assoluto per un prodotto italiano, si è aggiudicato il Prix Europa 2018 come Best European Radio Documentary.

Il Sottosopra è un viaggio sonoro tra le miniere del Sulcis Iglesiente. Un viaggio potente che con suoni, rumori e voci ci trascina per quarantacinque minuti nel buio delle gallerie con la forza dolce di una memoria mai del tutto pacificata e l’eco ancora vibrante delle vite spese nelle viscere della terra.

Le storie di Silvestro e Manlio sono raccontate in parallelo. I ricordi e le versioni si inseguono e si distinguono, si distanziano per poi incrociarsi e convergere. I ritratti che ne vengono fuori sono quelli di due uomini profondamente diversi per estrazione, carattere e cultura, ma accomunati dall’amore e dall’orgoglio per il proprio lavoro e per quella battaglia.

Silvestro è il più giovane tra i due. Comincia a lavorare in miniera a 23 anni: la sua intenzione era lavorare per qualche mese e racimolare i soldi per comprare una macchina. Rimarrà in miniera per ventotto anni e la miniera diventerà per lui scuola di vita e palestra politica, al punto da sentire per essa una sorta di gratitudine filiale: “La chiamo babbo la miniera, la chiamo padre perché mi ha dato da mangiare, mi ha dato da vivere, la miniera, mi ha insegnato a vivere. Il babbo non ti coccola, il padre non ti coccola, ti pesta, se fai una cosa che non va bene ti rimprovera; e la miniera è lo stesso. Stai attento, devi rigare dritto, perché se non righi dritto quella ti fa male. Politicamente”, continua Papinuto, “mi ha insegnato tante cose, mi ha dato tutto quello che mi serviva e perciò la chiamo padre. Nos naraus unu fueddu: a ki mi ‘ona pani du tzerriaus babbu. Chi mi dà pane lo chiamiamo babbo.”

Più complessa e originale risulta la storia di Manlio Massole. Manlio nasce nel 1930, prende il diploma magistrale e diventa maestro elementare. Insegna prima a Iglesias, poi riesce a ottenere una cattedra a Buggerru, suo paese natale. Buggerru è un paese di mare circondato dalle miniere con un’economia esclusivamente mineraria. Manlio si trova a insegnare in una classe di figli di minatori. I suoi alunni hanno, come unica prospettiva futura, la miniera; tutti i suoi amici, tutte le persone che frequenta fuori dalla scuola, lavorano nelle miniere. In questo modo si rende conto che gli è necessaria un’altra prospettiva, una nuova coscienza. Così decide di scendere in miniera: dapprima con l’intenzione di scrivere un saggio, fino a maturare la consapevolezza di voler diventare minatore. La proprietà gli offre un lavoro in amministrazione, e lui lo rifiuta. Per poter scendere in galleria si ritrova costretto a fare quello che i suoi compagni considerano il più infame tra i lavori: il cronometrista.

storie

Una domenica di Kasava

di Djarah Kan

murale di Ever

 

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Circa tre anni fa due giovani di Castelvolturno hanno dato vita a un blog www.kasavacall.wordpress.com, da Kasava come gli africani che ci vivono chiamano questo pezzo di Domiziana a pochi chilometri da Napoli. Venuto meno il sogno di creare una cittadina costiera da raggiungere facilmente dal capoluogo campano per permettere alla piccola e media borghesia urbana di avere la casa al mare, questa è stata gradualmente ripopolata da africani venuti soprattutto, ma non soltanto, da Nigeria e Ghana. Il sottotitolo del blog è “vulesse veré”, vorrei vedere, vedere Castelvolturno, raccontarne cioè le storie oltre quello che la televisione racconta, con parole e foto dal punto di vista di due giovani italiani, di cui una, Djarah Kan è di origine ghanese. Castelvolturno è una strada che somiglia agli stradoni di una qualunque città africana, ci si può passare senza attraversarne le storie, senza neanche immaginare che oltre quella strada più grande ce ne sono tante più piccole, dove nelle ormai quasi rovine di villette abbandonate vivono persone, e che c’è una pineta e poi il mare. Djarah Kan scrive da questa frontiera e allarga il suo sguardo a quello che succede in Italia e nel mondo. (Livia Apa)

Ho delle amiche che battono da queste parti, sulla Domiziana. Non ne fanno un caso di Stato, è un lavoro di merda ma la domenica si deve andare in chiesa. Queen mi racconta che per togliersi dalla pelle la puzza di un italiano ci vogliono almeno due bagni caldi e mezza bottiglia di olio Johnson’s Baby perché con la puzza di un bianco addosso, lei, in una Chiesa evangelica non ci entra nemmeno con un dito. Poi oggi la incontro sull’autobus e mi fa: “Hai visto la storia di quei carabinieri?”.
Io le dico: “Sì, certo che l’ho sentita. Passeranno guai grossi se tutto va bene”.
Queen mi guarda e ride, si è messa la parrucca storta, probabilmente oggi alla sua Chiesa avrà ballato e cantato fino a smontarsi le ossa da capo a piedi e mi piace immaginarla mentre danza e si scatena quando, improvvisamente comincia a parlarmi di giustizia divina e roba simile.
Le dico subito: “Queen ti prego… ti ho già detto che nella tua Chiesa non ci voglio venire. Io non vado in chiesa”, ma lei, con un gesto che non saprei descrivere, mi dà della stupida mumu girl e mi dice: “Ascoltami, tu lo sai questi qui come sono fatti. Alcuni sono bravi, sì, ma altri sono troppo cattivi. Ho paura di loro, troppa paura. Se sei brutta ti portano subito in Questura, ma se sei bella ti portano prima in pineta e poi in Questura, lo sanno tutti. Allora io ogni domenica prego e prego. Prego Dio che non succeda niente, che tutti i carabinieri che prendono le ragazze di notte vadano in galera. Ti ricordi cosa mi ha fatto la polizia qualche anno fa?”. Faccio di sì con la testa. Come potrei non ricordarlo? Queen non sa piangere quando racconta le sue storie di merda. Sulla fronte ha come un piccolo buchetto, un regalo della polizia durante una delle tante retate contro i clandestini.
Ha la voce ferma la mia Queen, la stessa voce di un pastore esaltato che non vede l’ora di compiere non un miracolo qualunque ma il Miracolo.
È stata molestata dalle forze dell’ordine e come lei centinaia di ragazze che ogni notte, senza uno straccio di documento o permesso di soggiorno sono esposte alla violenza di qualunque essere umano valga più di 15 euro per 20 minuti. Ma le molestie subite da Queen non sono vere molestie perché le prostitute non sono davvero donne, almeno non sul piano morale.
A Castel Volturno sono note le libertà che le forze dell’ordine si prendono coi migranti, specie se irregolari. È scientificamente provato che uno schiaffo o un pugno dato a un clandestino abbia una lunghezza sonora ridotta rispetto a quello dato a un cittadino con regolari documenti di riconoscimento.

È come se il suono di una violenza fatta a un clandestino non si propagasse nell’ambiente circostante e non creasse quel fenomeno fisico altresì conosciuto come Ingiustizia. E Queen, bella come una Lady Diana dei negri e arrogante come solo una venticinquenne di Lagos City può essere, non aveva le carte a posto per fare in modo che la giustizia si propagasse anche nel suo umile spazio vitale.
“Carabiniere… Carabiniere il cazzo! Quei vestiti di polizia non sono i vestiti di Dio. Loro sono solo uomini and me too, I’m a human being, capito? God will punish them nawaoo” mi ha detto alla fine.

Ho pregato e pregato, ho pregato. E prego sempre quando esco sulla strada. Dio ascolta le preghiere delle puttane and this is enough for me, my babygirl”.

 

Mamma

Mia madre ha una passione per le piante che non ho mai compreso fino in fondo. D’inverno se fa troppo freddo le sradica dal giardino e le sistema in vasi grossi come la mia testa e per tutta la stagione fredda quelle se ne stanno lì in soggiorno ad aspettare tempi migliori. E mia madre gli gironzola attorno, le tocca, a volte ci parla, nulla di complesso però, appena una o due parole per far sapere loro che lei c’è. Che le tiene d’occhio.
Stamattina, come ogni giorno si è svegliata alle sei e ha preso il pullman per andare al lavoro. Mi ha detto: “Mi raccomando non lasciarle senza acqua, hanno sete”.
Come le persone, mi sono detta.
Sono scesa in giardino con un po’ di uallera e ho cominciato ad annaffiare qui e lì. C’erano almeno otto alberi di banano di cui uno in fiore, una ventina di garden eggs che non so come si chiamano in italiano, almeno quattro germogli di albero di baobab, cinque piante di manioca e sette di papaya. Africa in poche parole.
Mentre aprivo il tubo, tormentata da api chiatte e altri insetti molesti e pieni di pelo, pensavo a come fosse stato possibile che una donna negra di Castel Volturno senza particolari conoscenze botaniche avesse radicate nel suo giardino piante che, con qualche fortuna, era possibile veder sfilare in anonimato solo tra le scene di quegli insopportabili documentari naturalistici sull’Africa.
Le nostre piante erano belle, parecchio alte e verdi e il sole le illuminava senza paura e tutto quello che vedevo non aveva alcun senso, perché ero ancora a Castel Volturno che, sulla carta fa schifo in ogni sua manifestazione fenomenica e non nel paradiso di una Vedova di ferro che vede ancora il suo riscatto in queste terre sabbiose del Litorale domizio.
Lei che tutta la merda di queste strade a casa sua non ce la fa entrare nemmeno per sogno. Lei che ha messo a difesa della sua serenità le radici di casa e un fiore di banano che cresce e fiorisce esule e bello e senza permessi che lo possano fermare.