scuola

Un po’ stitica, per essere in seicento

di Federica Lucchesini

illustrazioni tratte da "Lemming", di Armin Greder (Else edizioni)

illustrazioni tratte da “Lemming”, di Armin Greder (Else edizioni)

Le pagine face book, la programmazione di Radio tre e svariati blog e siti di critica culturale pullulano in questi giorni di risposte e controanalisi alla Lettera aperta dei 600 docenti universitari riguardo le carenze linguistiche degli studenti italiani – un appello del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”.

La maggior parte di questi contributi sono radicalmente critici e indignati in merito al suddetto contributo, giustamente. La povertà culturale e scientifica dell’appello, il suo classismo reazionario, la sua vecchiaia gretta sono lampanti e sono stati ben denunciati. Del resto “merito” è oggi una parola pericolosa e per chiunque stia cercando di capire l’ossessione valutativa e le nuove politiche di governamentalità suona come un allarme: “merito” copre una certa ferocia nel perseguire la distribuzione iniqua delle risorse della conoscenza. Molti dei seicento firmatari hanno potere, sicurezza e distanza da qualsiasi impegnata partecipazione intergenerazionale alla produzione e trasmissione culturale democratica. Inevitabilmente la loro lettera ha avuto eco nella comunicazione mainstream e ciò offre un buon pretesto per discutere assieme della elaborazione culturale delle grandi trasformazione sociali e per riflettere pubblicamente sulla scuola sganciati dall’urgenza dell’ultima riforma.

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I cancelli delle elementari

di Giovanni Zoppoli

Questo pezzo è uscito, sotto la voce  “scuola”, sull’ultimo numero de “Lo straniero”. Ultimo in tutti i sensi. “Lo straniero”, 20 anni e 200 numeri, ha fatto quello che si proponeva di fare: descrivere il presente desiderando di cambiarlo; segnalare il meglio delle iniziative sociali e culturali e collegarle tra loro; raccontare pezzi di Italia o pezzi del nostro passato meno conosciuti ma capaci di mostrare come saremmo potuti diventare, come potremmo ancora diventare; scoprire, studiare e proporre opere e autori realmente necessari; connettere la ricerca del bello a quella del bene. Ai suoi lettori la rivista ha chiesto di intervenire non principalmente polemizzando, denunciando, scrivendo o partecipando a un dibattito pubblico che negli anni di pubblicazione si faceva via via più mortifero e inutile, ma cercando di mettere alla prova dei fatti le idee di cui si discuteva sulla rivista. 

Salto

illustrazione di Mara Cerri

Pietro si aggrappa alle sbarre del cancello. No! Grida forte, no, non voglio entrare! Non voglio! La mamma cerca di tirarlo via da quelle sbarre. Ma lui piange e grida forte il suo no. Addirittura scende la maestra dalle scale di quel primo giorno di scuola, arriva proprio dove c’è il piccolo Pietrino aggrappato alle sbarre e al vestito della mamma. Ma niente. Per quella mattina Pietro ha vinto, torna a casa con sua mamma, e niente scuola.

Che succederà domani? Pietro ci andrà a scuola? Dipende.

Prima che Casati (1859) e Coppino (1877) decretassero l’obbligatorietà della scuola elementare in Italia, Pietro probabilmente non avrebbe nemmeno conosciuto tanto accanimento da parte degli adulti. Cresciuto con i suoi sette fratelli senza conoscere asilo o cose del genere, passando dalle braccia di zia a quelle di nonna fin che era piccino. E appena sufficientemente grande ci sarebbe stato il lavoro e i ritagli di svago con altri ragazzini. Certo, se a scuola Pietro ci sarebbe andato o no, in quel tempo molto dipendeva dal ceto della sua famiglia e dal destino che gli avevano riservato. Aspettativa di vita circa 36 anni.

Per un Pietro più recente, un Pietro del 1970 poniamo, le cose non sarebbero andate così. Nessuno avrebbe messo in dubbio la perentoria obbligatorietà della scuola. Con le buone o con le cattive Pietro il giorno dopo a scuola ci sarebbe andato. E piano piano se ne sarebbe fatto una ragione, lui e pure la mamma, anche se dal figlio non avrebbe voluto staccarsi. Il maestro è un’autorità, lo Stato è l’autorità, mamma e figlio non possono che trovare un adattamento (più o meno sano) davanti all’autorità. Aspettativa di vita settant’anni circa.

Se il primo giorno di scuola di Pietro fosse oggi, 2016, in una qualsiasi città d’Italia. Di nuovo molto dipenderebbe dal ceto di provenienza.

Se Pietro venisse da una famiglia rom, per esempio, non avrebbe molte scelte perché la frequenza scolastica è usata per ricattare mamma e papà. Ma facciamo il caso che la famiglia di provenienza sia una di quelle di fascia medio-alta. Pietro, che non ha fino ad allora fatto nemmeno un giorno di asilo, già prima di mettere piede in classe sarebbe bollato come bambino un po’ “strano”. Il giorno dopo ci sarebbe andato a scuola, ma con genitori e maestri dotati ormai di armi affilate. La mamma (e anche il papà) sa quanto possa essere nociva una scuola come quella dove è stata costretta a iscrivere suo figlio. La maestra sa molte parole di psicologia, sa dei bambini con bisogni speciali di apprendimento. La mamma va a casa e si sfoga col papà, con la nonna e con altri intimi caccia il suo sdegno per una scuola tanto disumana. Non ci può pensare, non ci dorme la notte. Passano giorni, settimane, la famiglia è distrutta da un impatto così grave. La maestra si consulta con le colleghe più anziane, vede se può avere una diagnosi, sola con ventiquattro bambini in una classe! Ma come fa a stare appresso a uno che ancora piange a novembre? E comunque un sostegno sarebbe molto utile. La mamma (e pure il papà) sa di avere più di una possibilità. La prima che le viene in mente è intentare una causa legale contro una scuola tanto disumana col suo povero bambino. Potrebbe iscriverlo a quell’altra scuoletta dove ci sono pochi alunni, e la maestra appena la chiami addirittura ti risponde a telefono. Anche perché alcuni dicono che di bambini quella scuola ne ha talmente pochi, che il terrore di perdere la classe l’anno prossima porta le insegnanti a fare qualsiasi cosa chieda un genitore.

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Montessori prèt-a-porter

di Alberto Delpero

Illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Illustrazione di Nikolaus Heidelbach


Doppio sacramento! Il primo mi era scappato, e mi scuso per entrambi con i cattolici osservanti, alla lettura di un articolo su un quotidiano locale che riportava l’impegno da parte della Provincia Autonoma di Trento a favorire l’introduzione nel proprio sistema scolastico (questa provincia, forse non tutti sanno, ha competenza primaria sulla scuola) di esperienze improntate alla pedagogia montessoriana.

Massì, mi ero detto, le solite dichiarazioni d’intenti, belle parole, massima disponibilità, apertura a tutto quel che c’è di buono, si vede che si deve accarezzare qualcuno che è o si dice montessoriano. E poi la Maria con le sue scuole “fa molto in” e Trento è un paradiso radical chic. Da quando poi la principessa d’Inghilterra ha annunciato che manderà il suo augusto pargolo in una scuola montessoriana, ciao bambina. Insomma i soliti pensieri dell’inguaribile scettico. Ma poi si sono susseguiti articoli che confermavano l’intento della Giunta provinciale e informavano circa la capillare opera di informazione che un’associazione pedagogica stava facendo per valli e paesi. Sicché sullo scettico è prevalso il curioso. E mi sono andato a leggere il documento ufficiale che sanciva l’interessamento della politica per la nostra pedagogista più grande.

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Voti a perdere

della segreteria nazionale del Movimento di cooperazione educativa

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Da quando è stata lanciata a gennaio 2015 la campagna “Voti a perdere” ha raccolto circa 2000 firme. I firmatari sono di diversa provenienza: insegnanti di tutti gli ordini scolari, compresa la secondaria di II grado e l’università, dirigenti scolastici, genitori, impiegati della pubblica amministrazione, pensionati ex insegnanti, ricercatori, educatori, rappresentanti di associazioni… tutti coloro che si sono ritrovati per diverse ragioni a dover fare i conti con questo sistema di valutazione degli allievi e ne hanno compreso la dannosità.
La raccolta non è ancora conclusa, proseguirà fino a quando verrà assunta da parte del versante politico, cioè da parlamentari che condividano tema ed obiettivi e siano davvero disponibili a farsene carico e a prendere le necessarie iniziative istituzionali.
Richiamiamo brevemente quanto scritto nel documento della campagna:
“..I docenti si muovono in contesti molto sfavorevoli, sia dal punto di vista dei vincoli che possiedono, sia dal punto di vista delle indicazioni presenti nelle leggi, come nel caso della Legge sulla Valutazione, in forte contraddizione con finalità e obiettivi della pedagogia delle Indicazioni Nazionali per il curricolo. La valutazione sommativa è in evidente contrasto con le Indicazioni nazionali che fanno riferimento esplicitamente a una valutazione formativa.
Tempi ristretti, rapidità delle forme di compilazione, mal si conciliano con un’idea di individualizzazione degli apprendimenti, di rispetto dei diversi stili e ritmi di apprendimento, di comunità docente riflessiva, di motivazione intrinseca.”
Ma perché questa campagna? Quale scuola ha in mente il MCE? Da dove esce fuori il “fuoco pedagogico” che ci muove?
Riportiamo qui alcuni passi significativi dell’articolo di G. Cavinato pubblicato il 14 marzo “Mal di scuola…quando non c’è cooperazione” che ben descrive la nostra idea di scuola.
“Sogniamo una scuola della RICERCA, della NARRAZIONE, della DISCUSSIONE, dell’AVVENTURA. Una scuola che affronti l’imprevisto e non si trinceri nella routine della lezione e della ripetitività. Una scuola così considera gli alunni, qualunque sia la loro età, soggetti ISTITUENTI e non ISTITUITI. Una scuola dell’AUTOGESTIONE di tempi, spazi, ritmi, progetti. L’autonomia senza autentica autogestione è puramente tecnica e amministrativa…
È una scuola in cui si costruiscono gli apprendimenti attraverso la negoziazione dei significati, la multi modalità degli insegnamenti, il dialogo pedagogico per il riconoscimento e la valorizzazione degli stili di apprendimento personali e delle strategie di elaborazione, che solo nel gruppo trovano la loro valorizzazione e possibilità di espressione…
Ma una scuola così ha bisogno di un’IDEA DI SCUOLA inclusiva, aperta al sociale, laica, liberatrice di creatività, purtroppo assente dai pensieri dei nostri riformatori. Ha bisogno di una pedagogia della lentezza, di tempi di ascolto, di sospensione del giudizio, di osservazione partecipante di un sano impianto artigianale e laboratoriale. Ha bisogno di riconoscimento sociale della sua funzione.”

Quest’idea di scuola mal si concilia con l’uso dei voti e quindi motiva di per sé questa campagna, al di là del momento contingente che stiamo vivendo.

Petizione: per firmare clicca qui
Il MCE ha stilato una lettera per le scuole che dovrebbe servire per stimolare la riflessione su questi temi e invitare tutti a firmare la petizione.

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La cattiva scuola

di Mauro Boarelli 

immagine di Roland Topor

immagine di Roland Topor

È uscito oggi (20 marzo) il disegno di legge sulla scuola approvato dal Governo Renzi, su cui dovrà esprimersi, presumibilmente in tempi rapidi, dato “il ricatto” della stabilizzazione dei precari, il Parlamento italiano. Iniziamo a discuterne con un commento a caldo di Mauro Boarelli. (Gli asini)

 

1. Il metodo è il merito
Il progetto “La buona scuola” presentato con grande enfasi nel mese di settembre da Renzi in persona inizia a diventare realtà attraverso una serie di provvedimenti legislativi. Il primo è un disegno di legge sulla cui natura è bene soffermarsi, perché il metodo e il merito sono strettamente intrecciati.
La prima parte del disegno è quella che sarà di immediata applicazione una volta concluso l’iter parlamentare. Riguarda l’autonomia scolastica e i poteri dei dirigenti, il sistema di reclutamento dei docenti, la stabilizzazione dei precari (drasticamente ridimensionata rispetto ai roboanti proclami iniziali), l’alternanza scuola-lavoro, l’estensione del “cinque per mille” alle istituzioni scolastiche e l’introduzione di una nuova forma di finanziamento alle scuole private sotto forma di detassazione delle erogazioni liberali. Nelle intenzioni del Governo questa parte doveva essere oggetto di un decreto legge, e l’obiettivo era stato illustrato con i consueti toni sprezzanti: “Lo strumento del decreto ci consente di fare tutto in fretta, perché siamo stanchi di queste riforme annunciate ad inizio legislatura, e poi vanno in Parlamento e si perdono nella palude parlamentare e quindi non si conclude mai una riforma utile della scuola. Faremo un decreto, ci sta dentro tutto quello che reputiamo essere utile per la scuola in Italia [….].” (Davide Faraone, sottosegretario all’istruzione, alla trasmissione di RadioTre “Fahrenheit” del 13 febbraio 2015). La retromarcia non deve stupire. Le proteste contro questo vero e proprio colpo di mano non devono avere impensierito più di tanto il Presidente del consiglio, abituato ad abusare della decretazione d’urgenza in misura ancora più marcata rispetto ai suoi predecessori. Stavolta, però, ha deciso con cinismo e spregiudicatezza di scaricare le responsabilità sul Parlamento, al quale è stato rivolto un vero e proprio ricatto: se non sarà in grado di approvare il disegno di legge in tempi brevissimi si assumerà la responsabilità di compromettere l’assunzione di centomila precari e di impedire che, finalmente, la scuola “cambi verso”, e a quel punto il governo sarà costretto – suo malgrado, naturalmente – a sostituirsi a un organo inaffidabile e inadempiente adottando un decreto legge.