primo piano, social network

Twitter depotenziato

di Nicola Villa

Dalla sua creazione, nel (lontano) 2006, Twitter è diventato uno dei social network più popolari al mondo, vivendo dei momenti di entusiasmo e di fortuna che non hanno precedenti nella (breve) storia di internet. Di Twitter si scrive, e si è scritto, molto tessendone le lodi, ma ancora una volta vanno sottolineate alcune caratteristiche uniche alla base del suo funzionamento: 1) è univoco, cioè ogni utente può decidere se seguire l’aggiornamento di altri utenti e non essere seguito, quindi è una rete basata sulla scelta individuale; 2) è essenziale, il limite di 140 caratteri per messaggio rappresenta un punto di forza e non una limitazione perché costringe alla sintesi di informazione e all’utilizzo di link esterni; 3) è democratico poiché attraverso l’uso delle hashtag, le parole chiave con davanti il cancelletto #, ospita flussi di notizie o di temi a cui tutti possono contribuire, orizzontali e non calati dall’alto, certamente caotici e non organizzati. Queste tre caratteristiche hanno reso Twitter il social network delle mobilitazioni per eccellenza, un modo per seguire in diretta lo svolgersi di una campagna, il procedere di una mobilitazione o di un movimento di protesta com’è accaduto per la Primavera araba nel Magreb o per la campagna per l’Acqua pubblica che ha portato al referendum abrogatorio in Italia. Anche se spesso il ruolo di Twitter in campo sociale è sopravvalutato – a discapito di altri media meno famosi e più vecchi ma ancora insuperabili e diffussisimi come la radio – è evidente che Twitter si sta imponendo come un modificatore della comunicazione tradizionale. Se, ad esempio, tra qualche anno scompariranno le agenzie di stampa o i giornalisti preferiranno twittare i loro articoli (magari pubblicati solo sul loro blog a discapito dei giornali), la causa sarà la diffusione e l’uso sempre più capillare di questo social network.

in evidenza, primo piano

Praticare l’obiettivo

di Pino Ferraris

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

Alcune riflessioni a caldo, prendendo spunto da due interventi all’interno del dibattito che si è sviluppato, all’inizio di dicembre, dai gruppi che si sono incontrati al Mammut di Napoli per discutere del “sociale”, della sua condizione, degli sviluppi che probabilmente prenderà e di quelli che sarebbe bene tentare di imprimergli.
Il primo è offerto dal racconto di Marina Galati della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme che ha confrontato due episodi di mobilitazione sociale (l’occupazione dell’Azienda sanitaria per ottenere diritti negati ai disabili) concentrati nella stessa località ma in epoche diverse. In esso si sottolineano con forza i mutamenti nella configurazione della questione sociale che sono venuti avanti in questi ultimi tempi e che richiedono nuovi modi del fare società.
L’esperienza riportata parla della transizione da una mobilitazione sociale di strati marginali e minoritari della società (i venti disabili che occuparono l’azienda trent’anni fa) a una recente iniziativa che ha coinvolto più ampie fasce sociali (comprese le famiglie, gli operatori sanitari stessi e addirittura una parte della polizia municipale che hanno occupato l’azienda alla fine dello scorso anno), frutto di nuove alleanze tra aree storiche di marginalità sociale e nuove figure sociali “vulnerate” dalla crisi in atto.

in evidenza, primo piano, ritorno alla terra

Sud e migranti

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

 

Non passa giorno che non ci venga detto che “ognuno deve fare la propria parte per uscire dalla crisi”. Il “monito del Capo dello Stato”, la “preoccupazione” espressa da qualche altro esponente istituzionale, il segretario del tal partito che dice, “assumendosi le proprie responsabilità”, di essere “pronto a fare la sua parte”. Cosa vuol dire questa frase dal sapore pirandelliano? Che, in realtà, buona parte della classe dirigente non sta facendo la “propria parte” (anche se afferma di essere disposta prima o poi a farla)? Proviamo a rovesciare la prospettiva. Proviamo a pensare che forse, per affrontare la crisi, è necessario proprio cambiare parte. Cambiare sceneggiatura. Entrare anche nelle “parti” degli altri e improvvisare un po’.
In questo articolo vorrei parlare di crisi partendo dall’agricoltura, dal Sud e dai migranti di origine africana, raccontando come alcune realtà che si occupano a vario titolo di queste questioni stiano facendo non (solo) la loro “parte”, ma qualcos’altro e di più. Non è un caso che alcune tra le prime risposte alla (o tentativi di attutire gli effetti della) crisi  economica vengano dall’agricoltura, dal Sud, dai migranti africani: si tratta di un settore economico, di una parte dell’Italia e di un “pezzo” della classe lavoratrice che da anni, da ben prima dell’attuale crisi finanziaria, risentono di varie “crisi”.

primo piano

Sul presunto coprifuoco a Scampia e la mobilitazione di Twitter

Con un comunicato stampa il Centro territoriale Mammut, che da anni porta avanti un lavoro di sperimentazione educativa e sociale nel quartiere, risponde alla mobilitazione sul presunto “coprifuoco” di Scampia. Senza programmarlo, il Mammut ha organizzato da tempo in coincidenza della manifestazione “OccupyScampia” (stesso luogo, stessa ora) un laboratorio di formazione per insegnanti e educatori sul tema della didattica della scienza. Due modi diversi di intendere il ruolo della società civile nei processi di liberazione della città e del suo immaginario. (Gli Asini)
del Centro Territoriale Mammut

Il Centro territoriale Mammut  fa parte del Comitato Spazio Pubblico, che ha tra le sue principali finalità quella di liberare lo spazio di tutti, innanzitutto dalla paura e dalla logica securitaria che vede nei luoghi “non privati” il pericolo del nostro tempo. Finalità perseguita con la mediateca, con i laboratori fatti insieme ai bambini, ai ragazzi e ai migranti, con le giornate d’arte, di sport e di vita varia che il Mammut e le altre associazione del territorio organizzano quotidianamente in piazza Giovanni Palo II e in altre strade e vialoni della città.
Per questo è benvenuto chiunque decide di uscire dalle vie virtuali e, anche se per un giorno solo, decide di vivere le vie della sua città a Scampia. Scampia non è di nessuno, tantomeno delle associazioni e dei gruppi che la popolano. E chiunque voglia aggiungersi nel quotidiano avrà la nostra accoglienza.
Invitiamo tuttavia chi ha il “potere” della comunicazione di massa (includendo nella massa anche il popolo di Twitter) a fare molta attenzione, soprattutto in momenti delicati come questi. È fatto noto che nell’area nord di Napoli ci sono giorni di tensione, dovuti ad un assestamento tra i poteri camorristici locali. Ma seminare panico e paura, diffondendo notizie infondate su “coprifuoco” e diktat della camorra, può servire solo ad “occupare” Scampia e Napoli con la paura che nasce dalla menzogna, seminando panico e false illusioni sulla forza della camorra stessa. Affrontare la “questione Scampia” in questo modo denota soprattutto ignoranza rispetto a questo territorio, e ai meccanismi stessi con cui funziona la criminalità organizzata.
Rispettiamo nella maniera più assoluta la buona fede di chi si è aggiunto al popolo della rete, pensando di fare del bene nell’onda mediatica del momento. E condividiamo l’idea che non sia accettabile, in alcun modo, che in nessun quartiere di Napoli, Scampia compresa, le persone debbano avere paura a uscire di casa. A qualsiasi ora del giorno e della notte.
Lo stesso rispetto chiediamo a chi, in buona fede, sta contribuendo alla costruzione mediatica che vuole Scampia divisa in buoni e cattivi, alimentando l’immagine di questo quartiere come quartiere del male. Ripetiamo, la divisione della realtà in buoni e cattivi, non serve ad altro che a una costruzione letteraria e giornalistica, per rendere più interessante le storie da raccontare. Tutto questo non è niente di nuovo, e fino ad oggi non è servito che ad alimentare la spirale di criminalità, miseria, abbandono in cui vive il quartiere.
Ci auguriamo che le belle energie che si sono mobilitate in questi giorni, riescano invece a svincolarsi dall’onda mediatica e dall’entusiasmo del momento, aggiungendosi con discrezione e nel rispetto di chi a Scampia ci vive, a quanto di vivo e forte nel quartiere si muove da anni. Invitiamo tutti a riprendersi strade e piazze di Scampia con il Carnevale del Gridas che si terrà domenica 19 febbraio 2012 (www.felicepignataro.org). E a chi vuole dedicare qualche ora in più, a rinforzare le fila di chi si impegna nelle strade e negli altri spazi del quartiere e della città. Invitiamo ad indignarsi per la chiusura dei tanti progetti che non hanno più fondi e che, inevitabilmente, porterà all’azzeramento dei presidi che sul territorio sono nati in questi anni. Invitiamo tutti ad aggiungersi alle tante richieste di associazioni e cittadini, perché sul territorio possa nascere un’altra economia di vita (unica vera alternativa al sistema camorra), a partire da piccole misure di ripresa degli spazi pubblici del quartiere e dalla condivisione quotidiana delle gioie, delle paure e dell’esistenza di bambini, ragazzi e adulti di Scampia e del resto del mondo.

primo piano

Inventare il futuro

di Goffredo Fofi

Lettera aperta per la tavola rotonda Il sociale al tempo della crisi  

Napoli,7 dicembre 2011.

 

Le leggi buone sono in genere il risultato di lotte popolari vaste lunghe irruenti, e vengono conquistate a duro prezzo. Ma oggi, in assenza di grandi movimenti di lotta, almeno per il momento, la democrazia elettorale funziona attraverso l’elezione di “rappresentanti del popolo” che si affermano grazie a varie forme di manipolazione del consenso e varie forme di corruzione, attraverso l’uso e abuso della propaganda mediatica e attraverso il ricorso a complesse e ramificate reti clientelari. Alla generale corruzione del ceto politico (senza dimenticare l’insipienza e le complicità dei piccoli partiti che si dicono di sinistra, di cui ci siamo fidati anche troppo in passato), nella crisi presente le nostre classi dirigenti si sono accorte che occorreva prendere in mano le redini della situazione per evitare i disastri maggiori. In questi giorni, le leggi che verranno varate dal nostro parlamento per reagire alla crisi, sono di tutta evidenza quelle che la classe dirigente si dà per la propria salvezza e per la continuità di un sistema. Queste leggi, si dice, tutti sono chiamati a rispettarle, ma esse non cambiano affatto il vecchio gioco dei “due pesi e due misure”: colpiscono soprattutto chi sta in basso, valgono per chi non ha i mezzi e non conosce le astuzie per evaderle. Non è detto peraltro che siano migliori i “tecnici” dei “politici”, o per meglio dire, come in questi giorni molti per fortuna hanno detto, non è detto che i rappresentanti diretti dei “poteri forti” (per esempio finanza, consorterie consolidate e poco visibili che possiamo anche chiamare massonerie, e gerarchia cattolica) siano meno pericolosi dei “politici”.