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Ricordo di Angela Pascucci

 

Questa notte se n’è andata Angela Pascucci, amica e preziosa collaboratrice degli Asini. Per le nostre edizioni ha pubblicato nel 2013 Potere e società in Cina una raccolta di inchieste sulle mutazioni sociali, culturali e politiche di quel paese. Ripubblichiamo la postfazione di questo importante lavoro. (Gli asini)

 

La speranza, in se stessa, non si può dire che esista o non esista, pensavo.
È come per le strade che attraversano la terra.
Al principio sulla terra non c’erano strade: le strade si formano quando
gli uomini, molti uomini, percorrono insieme lo stesso cammino
(Lu Xun, Villaggio natale, 1921)

Vi sono tempi e luoghi in cui la Storia fa irruzione nelle vite umane con una forza così dirompente che ogni singolo individuo si ritrova ad essere rappresentazione compiuta e protagonista a suo modo di quel processo, a prescindere dalla volontà, dal potere, dal ruolo sociale che gli appartengono. Ciò avviene soprattutto nel momento delle rivoluzioni e delle grandi trasformazioni che cambiano pelle a interi paesi. E’ quanto sta avvenendo in Cina, e le vite di cinesi che questo libro racconta lo testimoniano.

La grande trasformazione che le loro esistenze riflettono e testimoniano si sta dispiegando da oltre un trentennio, quello che più compiutamente ha catapultato la Repubblica popolare nel mondo, con un impeto tale che non solo è cambiato un paese delle dimensioni di un impero, ma il mondo medesimo non ha potuto più essere lo stesso.

In verità, il karma universale, o spirito della storia che dir si voglia, aveva già riservato alla Cina un ‘900 che, dall’inizio alla fine, non ha dato ai cinesi un attimo di tregua, quasi dovessero pagare lo scotto di quei 4000 anni di impero percepiti dall’esterno come immobile cosmogonia in eterna riproduzione di se stessa. E il dibattito è aperto su quanto le radici di quest’ultimo trentennio affondino dentro quel terreno travagliato dalla fine repentina dell’impero, da una guerra civile, da un conflitto atroce con l’invasore nemico e vicino, da una rivoluzione pressoché permanente. Un secolo di singolare “modernità”, in definitiva. Tale che non si può dire corretta l’immagine di un passaggio subitaneo dal Medioevo alla contemporaneità che taluni attribuiscono all’ultima Cina.

Ma non c’è dubbio che, arrivati senza fiato alla fine degli anni ’70, i cinesi siano stati di nuovo sospinti dal vortice accelerato di un’altra storia che non ha risparmiato neppure i recessi più periferici e isolati dell’antica Terra di Mezzo.

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Scrivere sulla frontiera. Ricordo di Alessandro Leogrande

di Albana Muco

disegno di Claudia Palmarucci

Si è tenuto l’11 aprile 2018, nella giornata di apertura del Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia, l’incontro in ricordo di Alessandro Leogrande. Emiliano Morreale (Università La Sapienza di Roma), Nicola Lagioia (scrittore e direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino), Lorenzo Pavolini (Radio 3), Mario Desiati (scrittore) hanno parlato della figura e del lascito di Leogrande. Quattro racconti qui riportati integralmente per conservarne la densità emotiva, che testimoniano l’attività d’intellettuale e di attivista di Leogrande, un unicum nel panorama italiano contemporaneo.

Il primo a intervenire, presente virtualmente, è Nicola Lagioia: Alessandro era un suo coetaneo di grandissimo valore e spessore intellettuale e morale, di grande importanza culturale sono tutta la sua attività e i libri che ha scritto, per le cose che è riuscito ad animare attorno a sé. Basti pensare alla rivista Lo Straniero, di cui è stato vicedirettore e uno dei principali artefici per anni. Questa è stata una rivista seminale centrale, forse non per diffusione ma sicuramente per importanza nel dibattito pubblico italiano.

Alessandro Leogrande è stato tante cose, è stato per esempio un gradissimo meridionalista del XXI secolo, uno che aveva capito che chi non comprende il sud non comprende il resto d’Italia e il resto d’Europa. Davvero il sud raccontato da Leogrande era la parte per il tutto. Sciascia diceva che la Sicilia era una metafora dell’Italia, e Leogrande ha fatto lo stesso con la sua regione, la Puglia, che fino a qualche anno fa non era una regione avvezza all’autorappresentazione. Eppure, lì sono successe cose che Alessandro ha documentato benissimo. Anche perché, qual è il centro dell’Europa? È Francoforte e Parigi oppure Lesbo, Lampedusa e Taranto? Ecco quest’ultime lo sono di più. Non perché siano dei centri di potere ovviamente, ma perché il centro è lì dove c’è la contraddizione, dove un problema che riguarda tutti viene al pettine ed esplode in certi casi con la sua drammatica forza, anche contradditoria. Quella è la cartina di tornasole che ti racconterà anche tutto il resto. Basti pensare a come Alessandro Leogrande raccontava Taranto. Lui non si limitava solo a questo, ma per esempio il disastro dell’Ilva era emblematico di un problema che riguarda ormai tutto l’occidente, perché è quello il luogo dove siamo costretti a scegliere fra salute e lavoro: se c’è l’una non c’è l’altro e se c’è l’altro non c’è l’una. Questo è un dramma del XXI secolo che in una città come Taranto si è presentato in una maniera enorme, invisibile soltanto per chi ha l’abitudine alla rimozione che non è tipica di Alessandro. Oppure quando con i reportage bellissimi raccontava Cito, un sindaco assai discutibile di Taranto che aveva anticipato per i suoi metodi Berlusconi. Cito era un fenomeno dei primi anni ’90, questo perché il sud riesce a essere al tempo stesso da una parte arretrato e dall’altra avanzatissimo. Da una parte sta qualche passo indietro rispetto al paese, dall’altra lì al sud succedono cose che nel resto del paese accadranno più tardi.

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Mai dimenticare Marx

Il prossimo 5 maggio saranno duecento anni dalla nascita di Karl Marx. È stato cacciato da tre nazioni, la Germania, la Francia, il Belgio. L’Inghilterra lo accolse senza concedergli la cittadinanza, infiltrando spie e leggendogli la corrispondenza. Visse molti anni in miseria e soppravvisse grazie all’amicizia di Engels. Ci ha dato una “concezione materialistica della storia”, ci ha spiegato l’origine del “plusvalore” e ha posto le basi alla Prima internazionale dei lavoratori. L’edizione critica della sua intera opera (volumi pubblicati, manoscritti, corrispondenza, quaderni di lavoro) è ancora in corso e verrà completata nel 2025. I brani qui riportati, tratti da opere giovanili e della maturità, sono un invito a leggerle per intero. Per le “some” che ha trasportato fino a noi, propongo di insignire Marx del titolo di “Asino onorario” (Nino Morreale)

Con l’economia politica stessa, con le sue proprie parole, abbiamo mostrato che l’operaio decade a merce, la più miserabile merce; che la miseria dell’operaio sta in rapporto inverso alla potenza e grandezza della sua produzione; che il risultato inevitabile della concorrenza è l’accumulazione del capitale in poche mani, dunque una restaurazione più spaventosa del monopolio; e che infine scompare la distinzione fra capitalista e proprietario fondiario, come quella fra contadino e operaio di fabbrica, e l’intera società deve sfasciarsi nelle due classi dei possidenti e dei lavoratori senza possesso. L’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Non ce la spiega. Essa esprime il processo materiale della proprietà privata, il processo da questa compiuto in realtà, in formule generali, astratte, che essa poi fa valere come leggi. Essa non comprende queste leggi, cioè non mostra come esse risultino dall’essenza della proprietà privata. L’economia politica non ci dà alcun chiarimento della ragione della divisione di lavoro e capitale, di capitale e terra. Quando, per esempio determina il rapporto del salario al profitto del capitale, vale per essa come ultima ragione l’interesse del capitalista: cioè suppone ciò che deve spiegare. Parimenti la concorrenza entra dappertutto: essa viene spiegata con condizioni esterne. Come queste condizioni esterne, apparentemente accidentali, siano soltanto l’espressione di uno sviluppo necessario, questo, l’economia politica non ce lo dice. (Manoscritti economico-filosofici 1844, Editori Riuniti 1966 p. 193).

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Educazione “truccata”, scuola da ripensare

di Goffredo Fofi

Questo articolo è uscito sulla rubrica Benchè giovani di “Avvenire”.

I grandi teorici che si sono definiti o sono stati definiti anarchici hanno prediletto, come ordine di studio e riflessione e come loro attività pratica, il lavoro di urbanista (o architetto) e quello di educatore, e spesso, come nel caso dei due miei contemporanei che ho più amato, Paul Goodman (il suo La gioventù assurda, Einaudi, in originale Growing up in absurd, “Crescere nell’assurdo”, è più attuale che mai, nell’era di internet) e Colin Ward, che ho avuto la fortuna di conoscere e accompagnare in giro per l’Italia negli anni settanta. Mi sembrò un esempio di grande umanista del nostro tempo, che si occupava soprattutto di educazione (la trasmissione da una generazione all’altra, l’aiuto a crescere capire volere, il rapporto con gli altri e la natura, la coscienza di dover contribuire al bene comune e della felicità che ne deriva) e di urbanistica: la città, la comunità, la ricerca di armonia nello stare insieme in tanti e diversi. Di Colin Ward esce ora una scelta di testi da eleuthera, che ha un titolo chiaro e quasi provocatorio: L’educazione incidentale. Lo ha curato Francesco Codello, e il nome di Goodman vi compare spesso. Codello aggiunge a ogni testo dei brevi aggiornamenti, spesso amari. Non ci sono solo la famiglia e la scuola, ci dice Ward, a formare il bambino – e l’adulto che sarà. L’educazione “incidentale” finisce per essere spesso più importante – al positivo ma anche oggi al negativo – di quelle della famiglia e soprattutto della scuola. Io so di avere imparato di più dal quartiere, dalla strada, dal vicinato, dagli artigiani e dai contadini che ho frequentato nella mia infanzia, che dalla scuola, e la mia famiglia era al centro di una rete di rapporti assai vasta per via della bottega artigiana di mio padre in cui passavo parte della giornata, anche in veste di garzone, e di avere appreso tantissimo dal cinema e poi dai libri, ma soprattutto dalla banda di ragazzini che eravamo, dal cortile e dalla strada. Poi il mondo è cambiato e oggi l’ “educazione incidentale” è anzitutto il mercato ed è internet, ossessive presenze extra scolastiche ed extra familiari. La famiglia conta molto meno di un tempo, la “comunicazione” conta infinitamente più di un tempo, ed è una presenza ossessiva e “truccata”, una parte della merce e una forma di manipolazione delle coscienze. Quel che conta meno di tutto mi sembra proprio la scuola, una sopravvivenza inefficace la cui funzione andrebbe ristudiata e ridefinita da capo a fondo. Fu Colin Ward, scomparso nel 2010, a chiamare la sua idea di anarchia come “una forma di disperazione creativa”, una definizione che può valere per i modi affrontare il presente e il futuro di tanti che anarchici non sono.

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70 anni fa Ganhdi, 50 anni fa Martin Luther King

Il 3 gennaio di settanta anni fa, 1948, il mahatma Gandhi veniva ucciso a Nuova Delhi da un hindu come egli stesso era, contrario alla sua apertura verso i musulmani. Il 4 aprile di cinquanta anni fa, 1968, il pastore nero Martin Luther King veniva ucciso a Memphis, Tennessee, da un fanatico bianco. King era partito per le sue convinzioni di lotta dall’esempio gandhiano, ma alle spalle di entrambi c’erano le indicazioni di Thoreau sulla disobbedienza civile, quelle di Tolstoj sulla nonviolenza e altre ancora. Non c’è vera nonviolenza se non è accompagnata dalla sua applicazione pratica, la disobbedienza civile. Non c’è nonviolenza che incide sulla realtà collettiva se non si fa disobbedienza civile. È per aver portato la nonviolenza nella politica che sia Gandhi che King sono stati uccisi, per il loro messaggio universale contrario a ogni razzismo e settarismo, a ogni tipo di violenza militare, sociale, culturale, e ovviamente economica. Vogliamo ricordare i due grandi esempi di Gandhi e di King invitando a pensare a modi di lottare oggi, che possono trovare nelle loro esperienze e convinzioni i riferimenti più attuali e più necessari. In un mondo di ingiustizia e di violenze sempre più mostruose, in un’Italia sempre più ottusa, servile, egoista e ferina dobbiamo sperare in una ripresa di azioni nonviolente, di pratiche di disobbedienza civile, dobbiamo agire per il possibile perché si ritorni a lottare. Il solo modo per uscire dalle secche di un sistema politico in putrefazione e dalla miseria morale di un popolo che non è più niente e che si dimostra spesso e volentieri capace del peggio, c’è tanto da imparare da Gandhi, da King, e da tanti altri maestri e militanti del passato, di base religiosa o di base socialista. Ricordiamo Gandhi e King riportando brani significativi di entrambi, trovandoli per Gandhi nella vasta raccolta dei suoi scritti Teoria e pratica della nonviolenza, stabilita nel 1973 da Giuliano Pontara per Einaudi (erano apparsi nell’ordine su “Young India” dell’11 agosto 1920, del 10 novembre e del 4 agosto 1921) e per King da quella curata da Fulvio C. Manara per Memoria di un volto: Martin Luther King, una pubblicazione delle Acli di Bergamo nel 2002, Dipartimento per l’educazione alla nonviolenza. Il discorso di King è stato tenuto il 4 aprile 1967 nella chiesa di Riverside, N. Y. (Gli asini)

 

Sulla disobbedienza civile

di MOHANDAS K. Gandhi

1. Credo che nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. ad esempioquando mio figlio maggiore mi chiese quello che avrebbe dovuto fare se fosse stato presente quando nel 1908 fui aggredito e quasi ucciso, se avrebbe dovuto fuggire e vedermi uccidere oppure avrebbe dovuto usare la sua forza fisica, come avrebbe potuto e voluto, e difendermi, io gli risposi che sarebbe stato suo diritto difendermi anche facendo ricorso alla violenza. In base a questo stesso principio ho partecipato alla guerra contro i boeri, alla cosiddetta ribellione degli zulu e all’ultima guerra. E sempre per questo stesso principio mi sono dichiarato favorevole all’addestramento militare di coloro che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il suo onore piuttosto che, in modo codardo, divenisse o rimanesse testimone impotente del proprio disonore.

Tuttavia sono convinto che la non-violenza è infinitamente superiore alla violenza, che il perdono è cosa più virile della punizione. La clemenza nobilita il soldato. Ma si ha vera clemenza soltanto quando esiste il potere di punire; essa è priva di senso quando proviene da una creatura impotente. È difficile che un topo perdoni un gatto mentre viene fatto a pezzi da questo. Perciò io comprendo i sentimenti di coloro che chiedono la giusta punizione del generale Dyer e dei suoi pari. Essi lo farebbero a pezzi, se potessero. Ma io non credo che l’India sia una nazione impotente. E non credo che io sia una creatura impotente. Voglio soltanto usare la forza dell’India e la mia per un fine migliore.

Non vorrei essere frainteso. La forza non deriva dalla capacità fisica. Essa deriva da una volontà indomabile. Un qualsiasi zulu fisicamente sarebbe più che in grado di affrontare un inglese. Ma egli fugge anche davanti a un ragazzo inglese, perché ha paura della pistola del ragazzo o di coloro che potrebbero usarla per lui. Malgrado il suo aspetto imponente, egli teme la morte e non ha coraggio. Noi in India prima o poi comprenderemo che non è possibile che centomila inglesi incutano timore a trecento milioni di esseri umani. E il perdono significherà il riconoscimento della nostra forza. Un illuminato perdono produrrà in noi sicuramente una potente ondata di forza, che renderà impossibile a un Dyer o a un Frank Johnson di ricoprire di ingiurie un’India remissiva. Per me non ha molta importanza che per il momento le mie opinioni non vengano ascoltate. Ci sentiamo troppo calpestati per non essere infuriati e desiderosi di vendetta. Ma non posso fare a meno di affermare che l’India può ottenere di più rinunciando al diritto di punire. Abbiamo un compito migliore da svolgere, una missioni migliore da compiere nel mondo.

Non sono un visionario. Sostengo di essere un idealista pratico. La religione della non-violenza non è concepita soltanto per i rishis e santi. Essa è concepita anche per la gente comune. La non-violenza è la legge della nostra specie come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito nel bruto è addormentato, ed egli non conosce altra legge che la forza fisica. La dignità dell’uomo richiede l’obbedienza a una legge più elevata, alla forza dello spirito.

Mi sono risolto dunque a riproporre all’India l’antica legge dell’auto-sacrificio. Infatti il satyagraha e ciò che da esso deriva, la non-collaborazione e la resistenza civile, non sono altro che nuovi nomi per indicare la legge della sofferenza. I rishis che, in mezzo alla violenza, scoprirono la legge della non-violenza furono dei geni più grandi di Newton. E furono anche dei guerrieri più grandi di Wellington. Avendo conosciuto l’uso delle armi, essi compresero la sua inutilità, e insegnarono a un mondo stanco che la sua salvezza non era nella violenza ma nella non-violenza.

La non-violenza nella sua dimensione dinamica significa sofferenza cosciente. Essa non significa docile sottomissione alla volontà del malvagio, ma significa l’impiego di tutte le forze dell’anima contro la volontà del tiranno. Agendo guidati da questa legge, è possibile anche a un solo individuo sfidare l’intera potenza di un impero ingiusto per salvare il proprio onore, la propria religione e la propria anima, e porre le basi per il crollo o la rigenerazione di tale impero.