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Premio della rivista “Gli asini”

Premio della rivista “Gli asini”

4 agosto 2018

Polo Biblio Museale Lecce

Convitto Palmieri – Biblioteca Bernardini

Il premio è nato nel 1992 su ideazione di Goffredo Fofi e ha attraversato nel tempo l’esistenza di quattro riviste: “Linea d’ombra”, “La terra vista dalla luna”, “Lo Straniero” e infine “Gli asinI”. Il premio originariamente aveva il nome “Scommesse sul futuro” e veniva assegnato a nuove realtà e a giovani artisti, ma in seguito si è trasformato in un riconoscimento volto a tracciare una mappatura di giovani talenti e dei grandi vecchi nel tentativo di stabilire un’area di resistenti a una visione omologante della cultura. A questo proposito viene nominata annualmente una giuria che si occupa di indicare personalità, figure, artisti, associazioni ed enti che si sono distinte nel loro campo per quello che la rivista stessa definisce una particolare “filosofia asinina”, ossia una particolare testardaggine nello sviluppo dei progetti nei rispettivi campi di appartenenza.

 

Premiati 2018

Banca Etica 

Mimmo Borrelli, poeta, drammaturgo, attore e regista teatrale

Maurizio Cecchetti, critico d’arte e editore della casa editrice Medusa

Jonas Carpignano, regista

Tano D’Amico, fotografo

Elena Ferrante, scrittrice

Damiano e Fabio D’Innocenzo, registi, autori de La terra dell’abbastanza

Bruno Maida, storico, Università di Torino

Lea Melandri, saggista, scrittrice e giornalista

Davide Orecchio, scrittore

Claudia Palmarucci, illustratrice

Mimmo Perrotta, sociologo e attivista

Carla Pollastrelli, studiosa dell’opera di Jerzy Grotowsky e organizzatrice teatrale

Stefano Savona, regista 

Enzo Traverso, storico

padre Fabrizio Valletti, fondatore del Centro Hurtado di Scampia a Napoli

 

Presidente della giuria: Piergiorgio Giacchè

 

Sabato 4 agosto ore 20,30-23

Cerimonia di premiazione

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Peppino Impastato, quarant’anni dopo

Quarant’anni fa, quando a Roma le losche Br lasciarono l’auto con il corpo di Moro da loro assassinato nel bagagliaio di una macchina in via Caetani, a due passi dalla sede del Pci in via Botteghe Oscure e a tre passi da quella della Dc in piazza del Gesù, a Cinisi, una bella e luminosa cittadina sul mare a due passi da Palermo e sulla strada per Punta Raisi, la mafia uccise il trentenne Peppino Impastato facendolo saltare in aria con una tremenda carica di tritolo e fingendo che stesse commettendo un attentato sulla linea ferroviaria. Furono l’ostinazione e la purezza d’idee e comportamenti dei suoi amici, e di sua madre, e di suo fratello, a stabilire definitivamente la verità, oltre le posizioni preconcette di parte della polizia, della magistratura della stampa, a fare infine condannare il capomafia Tano Badalamenti e gli esecutori del crimine. La mafia uccide quando le si dà fastidio per davvero, quando si denunciano fatti concreti e si fanno nomi precisi. Così è stato per Peppino, così fu anche, a non troppa distanza di tempo e di luogo, per Mauro Rostagno, dalle parti di Trapani. Peppino irrideva e provocava quotidianamente da una radio libera (Radio Aut) che aveva fondato insieme ai suoi amici, Mauro da una televisione. Egli si era rifugiato in Sicilia non per fuggire dalla vita pubblica dopo le radicali esperienze di lotta politica – cominciate nel Psi torinese, continuate nel movimento studentesco di Trento e in Lotta continua, negate e reinventate nelle rivendicazioni libertarie degli anni milanesi, centrate sull’invenzione di un luogo di incontro per i giovani, Macondo, che rappresentò una delle esperienze più libere e affascinanti nella crisi della politica e dei movimenti post-’68. Scendendo in Sicilia, Mauro conobbe e affascinò anche Peppino, che io non ho purtroppo conosciuto ma di cui ho saputo dai suoi amici che era un accanito lettore dei “Quaderni piacentini” e di “Ombre rosse”. Su Peppino, per chi non lo conoscesse, consiglio la visione del dvd del film di Marco Tullio Giordana I cento passi, che ricostruisce fedelmente, e con convinzione e commozione il suo breve passaggio nella vita. Di Peppino ci parla Serena Randazzo in questo numero de “Gli asini”, che idealmente gli dedichiamo, ma abbiamo voluto che a parlare fosse anche lui, con parole sue e anzi con versi suoi, presi dalla manciata di poesie che ha lasciato, pubblicate nel 1990 da Ila Palma, una piccola coraggiosa casa editrice palermitana oggi scomparsa, e riprese di recente da Navarra Editore in una plaquette che raccoglie anche foto che ritraggono Peppino, a cura dell’Associazione Impastato di Cinisi e in particolare di Guido Orlando (che ha scattato la foto qui accanto) e di Salvo Vitale. Dà il titolo al libro l’acrostico che lega i versi dedicati da Peppino a una ragazza amata, Anna: Amore Non Ne Avremo (info@navarraeditore.it) Ringraziamo di cuore editore e curatori e l’Associazione Peppino Impastato di Cinisi, e in particolare Carlo Bommarito e Giovanni Impastato. (Goffredo Fofi)

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Le macerie della sinistra, tra nazionalismo e neoliberismo

di Bruno Montesano

disegno di Marco Corona


Il voto delle comunali ci restituisce un paese che continua nella sua discesa a destra. La sinistra si dibatte tra prosecuzione della linea neoliberale e ripensamenti nazionalisti. Intellettuali e movimenti politici radicali non sono esenti da ciò. Così, mentre i “sovranisti” di sinistra di
Senso Comune si perdono in richiami alla patria e in tentativi maldestri di risemantizzare il linguaggio del nuovo tempo populista, il governo giallo-verde porta sempre più in là la provocazione xenofoba, negando fattualmente ogni possibilità di dare un senso altro a idee e pratiche proprie della destra peggiore. Sulla pagina Facebook di questo collettivo alfiere del populismo di sinistra, animato da diversi ricercatori universitari – spesso ance molto bravi -, recentemente è uscito un fotomontaggio caricaturale di una prima pagina di Repubblica, con cui si sostiene che il progetto dei liberal cosmopoliti sarebbe quello di svendere il paese a potenze straniere – come se le élite nazionali fossero invece una garanzia -, di sostituire diritti sociali con diritti civili – perché evidentemente si crede che i lavoratori siano tutti maschi eterosessuali bianchi – e di favorire la perdita e la sostituzione della cittadinanza nazionale con quella europea – identificata con la sottomissione diretta al potere delle odiate élite finanziarie e di Bruxelles. Nel frattempo, alcuni vecchi esponenti della sinistra e del centrosinistra riemergono dalle macerie con nuovi vessilli. Da ultimi Freccero, che dal situazionismo è passato al nazionalismo di sinistra con grande disinvoltura (sublimemente dileggiato da Alessandro dal Lago sul manifesto) e Lannuti, approdato dalla difesa dei consumatori contro il potere delle banche al cospirazionismo della destra radicale accusando le Ong di essere al soldo di Soros e del progetto di sostituzione di popolo, il c.d. Piano Kalergi di cui parlano oltre ai vari neofascisti e al pessimo Fusaro, anche alcuni grillini. Similmente, tra gli economisti il tema dell’euro ha creato gravi fratture e riassestamenti: l’economista Bagnai dal manifesto è arrivato alla Lega, che lo ha premiato con la presidenza della Commissione Finanza al Senato, e per le critiche rivolte alla moneta unica ha attirato le simpatie e il consenso di molti altri economisti “di sinistra”- a dire il vero da tempo piuttosto nazionalisti-, come Sergio Cesaratto o Stefano Fassina di LEU. Questi ultimi, in nome del contrasto dell’euro, sono disposti a chiudere un occhio sulla flat tax, arrivando all’assurdo logico per cui l’esito dell’avversione alle politiche antipopolari di Bruxelles è quello di politiche ancora più antipopolari ma determinate in sovrana autonomia. Sul lato debole della coalizione di governo, ovvero sui Cinque Stelle, oltre all’esigenza di notare con preoccupazione il grado di rischio insito in una forza al 30% incapace di avere una linea politica indipendente dalla Lega, che pur dovrebbe essere il socio di minoranza, bisogna ancora una volta criticare i troppi che hanno abboccato al nuovismo grillino – alcuni, magari, dopo esser transitati per quello renziano, in una consumistica ricerca di novità sul mercato politico. Tanti attivisti e militanti della sinistra radicale e non, dopo aver passato la primavera in compagnia del Movimento Cinque Stelle e della peggior destra nazionale contro il progetto renziano di riforma della Costituzione, oggi tacciono. Allora, la riforma fu salutata come un attentato alla democrazia, non senza alcune buone ragioni, ma con troppa disinvoltura nella lettura della fase e nella compagnia scelta, in nome della condivisione del nemico. Oggi, ci si divide tra il terrore per il mostro che si è contribuito ad evocare e il silenzio per le sciocchezze in cui si è creduto. All’interno dell’insofferenza per un orizzonte politico depoliticizzato, schiacciato sulla tecnica neoliberale, unica politica possibile per la destra come per la sinistra, da tanti il Movimento Cinque Stelle è stato visto come un’enorme forza potenzialmente emancipatrice, vagamente ambigua, ma positiva in quanto portatrice di alcune battaglie storiche della sinistra di movimento, dall’acqua alla TAV. Certo, erano molto giustizialisti e sovente spuntavano toni xenofobi e nazionalisti (dall’”antifascismo non mi compete” di Grillo, all’accostamento tra topi e migranti nel descrivere Roma, alla gestione del Baobab, fino alla famigerata espressione “taxi del mare”, usata da Di Maio). Ma questi elementi passavano in secondo piano rispetto al sogno di tirare giù dal governo il centrosinistra neoliberale, da troppo tempo al potere. Passavano in secondo piano anche gli elementi di democrazia interna, di controllo privatistico, di demagogia tecnologica. E così, anche sotto questo benevolo sguardo della sinistra più attiva, il voto di protesta contro Renzi, da sinistra, non è andato né a LEU né a Potere al popolo. Dal 4 marzo, LEU si dibatte come un animale morente in attesa di capire se nel Pd cambierà qualcosa o meno, così da potersi finalmente tornare a dividere. Mdp da un lato, Sinistra Italiana dall’altro (Possibile ha già abbandonato). Il Pd timidamente inizia ad attaccare su flat tax e xenofobia, ma sorge spontaneo chiedersi con quale coerenza ciò avvenga. Mirabile esempio della miseria della sinistra istituzionale veniva offerto da Repubblica il 5 giugno di quest’anno. La tesi del quotidiano era che i giallo-bruni vogliano quanto il Pd ha già fatto: Ape social come temperamento della Fornero, anticipatore della riforma del governo Conte, abbattimento delle tasse sulle imprese come predecessore della flat tax, Minniti come apristrada per Salvini. Quindi, qualche giorno dopo, si sono rialzati i toni e, con il caso Aquarius e l’uscita sul censimento etnico, da Calabresi a Mauro è aumentato il livello dell’attacco al governo. In questo contesto, Martina in un’intervista recente, tra alcune affermazioni condivisibili, non è riuscito a risparmiarsi di rivendicare il fatto che il Pd abbia ridotto del 80% gli sbarchi. Dal centrosinistra, non giungono autocritiche sulle aperture al nuovo corso xenofobo avviate da vent’anni. Addirittura, Livia Turco, sul manifesto non fa nessun passo indietro sulle politiche adottate precedentemente e indica nel sindacalista ivoriano dell’USB Aboubakar Soumahoro, compagno di Soumayla Sacko nella lotta per l’emancipazione delle campagne calabre dal caporalato, il modello di lotta politica e democratica da avviare. Nonostante questi avesse criticato aspramente la Bossi-Fini, tanto quanto la Turco-Napolitano.

 

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Ricordo di Angela Pascucci

 

Questa notte se n’è andata Angela Pascucci, amica e preziosa collaboratrice degli Asini. Per le nostre edizioni ha pubblicato nel 2013 Potere e società in Cina una raccolta di inchieste sulle mutazioni sociali, culturali e politiche di quel paese. Ripubblichiamo la postfazione di questo importante lavoro. (Gli asini)

 

La speranza, in se stessa, non si può dire che esista o non esista, pensavo.
È come per le strade che attraversano la terra.
Al principio sulla terra non c’erano strade: le strade si formano quando
gli uomini, molti uomini, percorrono insieme lo stesso cammino
(Lu Xun, Villaggio natale, 1921)

Vi sono tempi e luoghi in cui la Storia fa irruzione nelle vite umane con una forza così dirompente che ogni singolo individuo si ritrova ad essere rappresentazione compiuta e protagonista a suo modo di quel processo, a prescindere dalla volontà, dal potere, dal ruolo sociale che gli appartengono. Ciò avviene soprattutto nel momento delle rivoluzioni e delle grandi trasformazioni che cambiano pelle a interi paesi. E’ quanto sta avvenendo in Cina, e le vite di cinesi che questo libro racconta lo testimoniano.

La grande trasformazione che le loro esistenze riflettono e testimoniano si sta dispiegando da oltre un trentennio, quello che più compiutamente ha catapultato la Repubblica popolare nel mondo, con un impeto tale che non solo è cambiato un paese delle dimensioni di un impero, ma il mondo medesimo non ha potuto più essere lo stesso.

In verità, il karma universale, o spirito della storia che dir si voglia, aveva già riservato alla Cina un ‘900 che, dall’inizio alla fine, non ha dato ai cinesi un attimo di tregua, quasi dovessero pagare lo scotto di quei 4000 anni di impero percepiti dall’esterno come immobile cosmogonia in eterna riproduzione di se stessa. E il dibattito è aperto su quanto le radici di quest’ultimo trentennio affondino dentro quel terreno travagliato dalla fine repentina dell’impero, da una guerra civile, da un conflitto atroce con l’invasore nemico e vicino, da una rivoluzione pressoché permanente. Un secolo di singolare “modernità”, in definitiva. Tale che non si può dire corretta l’immagine di un passaggio subitaneo dal Medioevo alla contemporaneità che taluni attribuiscono all’ultima Cina.

Ma non c’è dubbio che, arrivati senza fiato alla fine degli anni ’70, i cinesi siano stati di nuovo sospinti dal vortice accelerato di un’altra storia che non ha risparmiato neppure i recessi più periferici e isolati dell’antica Terra di Mezzo.

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Scrivere sulla frontiera. Ricordo di Alessandro Leogrande

di Albana Muco

disegno di Claudia Palmarucci

Si è tenuto l’11 aprile 2018, nella giornata di apertura del Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia, l’incontro in ricordo di Alessandro Leogrande. Emiliano Morreale (Università La Sapienza di Roma), Nicola Lagioia (scrittore e direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino), Lorenzo Pavolini (Radio 3), Mario Desiati (scrittore) hanno parlato della figura e del lascito di Leogrande. Quattro racconti qui riportati integralmente per conservarne la densità emotiva, che testimoniano l’attività d’intellettuale e di attivista di Leogrande, un unicum nel panorama italiano contemporaneo.

Il primo a intervenire, presente virtualmente, è Nicola Lagioia: Alessandro era un suo coetaneo di grandissimo valore e spessore intellettuale e morale, di grande importanza culturale sono tutta la sua attività e i libri che ha scritto, per le cose che è riuscito ad animare attorno a sé. Basti pensare alla rivista Lo Straniero, di cui è stato vicedirettore e uno dei principali artefici per anni. Questa è stata una rivista seminale centrale, forse non per diffusione ma sicuramente per importanza nel dibattito pubblico italiano.

Alessandro Leogrande è stato tante cose, è stato per esempio un gradissimo meridionalista del XXI secolo, uno che aveva capito che chi non comprende il sud non comprende il resto d’Italia e il resto d’Europa. Davvero il sud raccontato da Leogrande era la parte per il tutto. Sciascia diceva che la Sicilia era una metafora dell’Italia, e Leogrande ha fatto lo stesso con la sua regione, la Puglia, che fino a qualche anno fa non era una regione avvezza all’autorappresentazione. Eppure, lì sono successe cose che Alessandro ha documentato benissimo. Anche perché, qual è il centro dell’Europa? È Francoforte e Parigi oppure Lesbo, Lampedusa e Taranto? Ecco quest’ultime lo sono di più. Non perché siano dei centri di potere ovviamente, ma perché il centro è lì dove c’è la contraddizione, dove un problema che riguarda tutti viene al pettine ed esplode in certi casi con la sua drammatica forza, anche contradditoria. Quella è la cartina di tornasole che ti racconterà anche tutto il resto. Basti pensare a come Alessandro Leogrande raccontava Taranto. Lui non si limitava solo a questo, ma per esempio il disastro dell’Ilva era emblematico di un problema che riguarda ormai tutto l’occidente, perché è quello il luogo dove siamo costretti a scegliere fra salute e lavoro: se c’è l’una non c’è l’altro e se c’è l’altro non c’è l’una. Questo è un dramma del XXI secolo che in una città come Taranto si è presentato in una maniera enorme, invisibile soltanto per chi ha l’abitudine alla rimozione che non è tipica di Alessandro. Oppure quando con i reportage bellissimi raccontava Cito, un sindaco assai discutibile di Taranto che aveva anticipato per i suoi metodi Berlusconi. Cito era un fenomeno dei primi anni ’90, questo perché il sud riesce a essere al tempo stesso da una parte arretrato e dall’altra avanzatissimo. Da una parte sta qualche passo indietro rispetto al paese, dall’altra lì al sud succedono cose che nel resto del paese accadranno più tardi.