primo piano

L’epoca dei cretini intelligenti

di Goffredo Fofi

Illustrazione di Fabian Negrin

Fu Leonardo Sciascia a coniare, molti anni fa, la definizione di “cretini intelligenti” che sembrò valida per tanti intellettuali o aspiranti tali o sedicenti tali o banalmente tali (per collocazione professionale). Non ricordo più i termini del suo giudizio e della polemica, ma non credo ci si sbagli applicando la sua definizione a tanta gente che conosciamo o non conosciamo, a un mare di italiani vecchi e giovani; e i giovani di questo tipo sono oggi legione, a causa della scolarizzazione di massa che non si ferma più alle elementari ma va avanti per una decina o ventina d’anni successivi.

Anche se non faceva nomi, Sciascia aveva certamente in mente persone precise, ma le vedeva come punte di un iceberg, vedeva alle loro spalle una categoria, una massa. Oggi potremmo essere più precisi parlando di “cretini laureati”, ma non solo. L’ostilità di Sciascia a questi saccenti ignoranti (giusta l’antica distinzione tra i sapienti, che “sanno” perché hanno studiato, i saggi, che “sanno” perché hanno vissuto, e i saccenti, che “non sanno” ma orecchiano e sbandierano accanitamente il loro non-sapere e non-vivere entrando in rapporto con quelli come loro, con quelli noti e discussi o amati da quelli come loro) è decisamente attuale, è più attuale che mai. E ha molto a che fare, io credo, con quella degli “stupidi” coniata da Dietrich Bonhoeffer in un saggio sugli effetti del nazismo scritto pochissimo tempo prima che il nazismo lo facesse impiccare. Bonhoeffer diceva, in sostanza, che uno dei maggiori problemi del nostro tempo (parlava “dieci anni dopo” il trionfo elettorale hitleriano) era diventato quello degli “stupidi”, con i quali in futuro si era dovuto confrontarsi e sarebbe stato, in futuro, ancora più obbligato confrontarsi. Chi erano gli “stupidi” di quegli anni e dei nostri? Erano coloro che credono di pensare con la propria testa nel mentre che pensano quello che gli si fa pensare, quello che il potere li induce a pensare. Bonhoeffer parlava pensando a una dittatura, ma sembrava già prevedere una democrazia, diciamo così, totalitaria, dove non c’era più bisogno, per governare, del manganello fascista o nazista e dove invece sarebbero stati sufficienti, in regimi di relativo benessere, i mezzi di comunicazione di massa.

primo piano

Nuovi femminismi: Non una di Meno

di Camilla VeneriIncontro con Gabriele Vitello

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

 

Il movimento “Ni Una Menos”(“Non Una di Meno”) nasce nel 2015 in Argentina a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste per dire basta ai femminicidi e alla violenza maschile sulle donne. Presto si diffonde in tutto il paese come spazio politico di autodeterminazione delle donne, per la costruzione di una società libera dal sessismo e dalla violenza.

Lo slogan coniato dal movimento – “se non valiamo, allora non produciamo” – evoca piani politici molto interessanti già elaborati dal femminismo degli anni Settanta. A partire da questo slogan, le donne argentine sono riuscite a dar luogo a una mobilitazione di massa che si è espressa nella forma dello sciopero, inteso come sottrazione dalle funzione produttive e riproduttive all’interno della società, ma anche come strumento che permette di rendere visibili, riconoscibili e pubblici i corpi e le vite delle donne, in una dimensione di indisponibilità e di sottrazione dai meccanismi di cattura, di dominio e di valorizzazione del capitale neoliberista. Non è una novità. In Italia e in Spagna, in ambito femminista e queer è già da dieci anni che si tenta di ragionare sulla forma dello sciopero con lo stesso obiettivo: evidenziare il ruolo delle donne all’interno della società, non solo denunciandone la posizione subalterna nel mercato del lavoro, ma anche – allacciandosi al dibattito sul lavoro gratuito domestico – il ruolo nel campo della riproduzione sociale.

Il senso del nome scelto è chiaro: “Non Una di Meno”, perché nessuna dovrà più essere uccisa, sfregiata, picchiata, annichilita e isolata; “Non Una di Meno”, perché tutte insieme ci riprenderemo gli spazi, i tempi e il reddito che ci spetta. Il movimento unisce, dunque, questioni di carattere culturale a temi sociali. La lotta contro la violenza sulle donne è strettamente legata alla lotta contro il neoliberismo.

primo piano

Scrittori, se i morti sono più vivi dei vivi

 di Goffredo Fofi

Questo articolo è uscito sull”Avvenire” del 3 marzo scorso.

disegno di Andrzej Klimowski

disegno di Andrzej Klimowski

Lo storico e benemerito Gabinetto Vieusseux di Firenze, molto importante in una città piuttosto passiva dopo essere stata in passato una vivacissima “capitale della cultura”, organizza per le prossime settimane una serie di incontri con scrittori di oggi che parleranno di scrittori di ieri: diciamo pure di scrittori in piena attività che diranno la loro su scrittori che non ci sono più. L’abbinamento dei nomi dipende ovviamente dalle scelte dei vivi, sulle quali i morti non possono intervenire, e in taluni casi (pochi) incuriosisce e intriga. Perché? Perché – senza far nomi, per non offendere nessuno – si avverte nelle opere di alcuni di questi vivi una tensione positiva, non solo narcisistica. Ma resta tuttavia impressionante il dislivello tra le figure dei morti (le loro opere, la loro statura di artisti, ma anche la loro statura civile e morale) e quelle dei vivi: al punto che si potrebbe anche dire per alcuni dei vivi che i morti sono molto più vivi di loro. Torna alla mente la drastica distinzione di Elsa Morante tra “scrittori” e “scriventi” di fronte a certe opere di scrittori di successo (ma anche di insuccesso) suoi contemporanei, perché anche lei è tra i morti onorati dall’iniziativa fiorentina.

Orbene, si ha l’impressione che i morti considerati dall’iniziativa siano stati più o meno tutti dei veri “scrittori” e che i vivi siano quasi tutti degli “scriventi”, che insomma, pur con tutta la loro convinzione e il loro entusiasmo, gli scrittori di oggi siano piuttosto degli scriventi che degli scrittori, tanto grande appare il dislivello tra le opere dei primi e dei secondi. E ci si chiede perché, ci si interroga sui motivi storici della decadenza della nostra cultura rispetto a quella di trenta, quaranta, cinquant’anni fa.

Personalmente mi do alcune spiegazioni, che so provvisorie e approssimate. La prima è di natura storica. La grande letteratura italiana (il “romanzo italiano”) è davvero fiorita con un gran numero di autori di grande o media statura, dopo tanti casi isolati e alcuni momenti di vitalità generale, soltanto quando l’Italia risorgeva dopo la seconda guerra mondiale, e s’interrogava, sperava, proponeva, lottava. La seconda è la grande mutazione economica mondiale e di conseguenza sociale e politica anche italiana, esplosa con gli anni Ottanta, la finanza, il digitale, la globalizzazione: crisi dei modi di produzione tradizionali e dunque “precariato giovanile”, mentre aumentava il numero dei frequentatori dell’università e la cultura e le arti diventavano una valvola di sfogo per una generazione altrimenti disoccupata. La terza è la funzione che questo nuovo sistema di potere attribuisce alla cultura, mito e valvola di sfogo, ma anche circolazione di denaro. E soprattutto manipolazione delle coscienze. La quarta è la diffusione abnorme di uno pseudo individualismo e protagonismo giovanile mentre in realtà gli individui non sono mai stati così massificati come oggi, e contano sempre di meno nei processi storici, influiscono sempre meno sulla gestione del potere, in mano a pochissimi. Dunque, tantissimi recitano disegnano filmano e scrivono, come in un venefico acquario privo di ossigeno, e di confronto attivo con la storia, e dunque col pensiero, e dunque con una ispirazione non truccata, non superficiale.

Ma ci sono certamente anche altre spiegazioni al fatto che i morti, nelle nostre lettere, siano molto più vivi dei vivi. Sarebbe utile che i vivi ne discutessero, per diventare un po’ più vivi come scrittori: quelli che ne avrebbero le capacità, e sono molti.

primo piano

Ricordo di Davide De Carolis

di Giorgio Villa

de_carolis

La montagna è nell’anima
spessa, nebbiosa, inaccessibile
ma quando il desiderio ci assale
saliamo per i ripidi sentieri della mente
verso la Stella Polare
verso la nostra natura di lumaca e di aquila.

 

Davide è morto, nell’incidente dell’elicottero di martedì 24 gennaio a Campo Felice, sulla montagna che tanto amava durante una operazione di soccorso in alta quota, settore in cui si era specializzato recentemente, ma la sua vita è un esempio di quello che potremmo definire civile eroismo.

Ho conosciuto Davide come un giovane laureato in psicologia, mentre svolgeva il suo tirocinio presso il Centro Diurno e la Comunità Terapeutica di via Montesanto in Roma, dove vengono seguite persone affette da gravi disturbi mentali.

Davide era uno psicologo nato, come si suole dire, ma la psicologia in quanto professione gli stava stretta dal momento che non solo amava essere utile agli altri e soprattutto a chi era in difficoltà, ma amava anche la montagna e tutto ciò che potesse valorizzarla.

Quasi da subito è cominciata la nostra frequentazione attraverso le attività del Club Alpino col quale avevamo stabilito una collaborazione. Davide aveva voluto tornare alle sue montagne, dopo una serie di esperienze di volontariato che l’avevano portato anche in Guatemala, tramite il Servizio Civile, grazie a un progetto volto al recupero dei bambini di strada. La presenza di Davide era forte e dolce a un tempo e in grado di occuparsi, sommessamente, soprattutto delle persone più emarginate.

Così per quindici anni è stato costantemente presente nel “Progetto Montagna”, dedicato ai pazienti gravi attraverso le gite mensili sull’Appennino organizzate dal Gruppo Escursionistico Montesanto. Davide ne forniva la base logistica e la guida, ne conservava le immagini fotografiche che mi spediva ogni mese e che andavano a illustrare il nostro “Calendario della Montagna”. Anche in queste occasioni Davide era sempre accanto ai nostri pazienti che avevano maggiori difficoltà.

Da qualche anno si era trasferito vicino a L’Aquila, nel paese di Santo Stefano in Sessanio di cui era diventato consigliere comunale e del quale aveva contribuito ad un recupero accurato e gentile.

Ma l’energia e il coraggio di Davide lo portavano a essere sempre sui luoghi nei quali il soccorso era più urgente, come, ad esempio, in occasione del terremoto de L’Aquila e in tutte le altre emergenze di questi ultimi dieci anni, fino alla tragedia di Rigopiano dove, scavando per una notte intera, era riuscito a portare in salvo alcuni dei sopravvissuti.

Ricordo con affetto ed emozione una giornata di pochi anni fa quando festeggiammo, a fine giugno, la conclusione del ciclo annuale di gite. La giornata era cupa e piovosa, ma l’accoglienza di Davide, della moglie Teresa e della piccola figlia Sole l’ha resa subito speciale. Davide aveva cucinato per noi e anche sotto la pioggia avevamo fatto una passeggiata al paese. Il resto della giornata l’abbiamo trascorso insieme,  parlando dei progetti futuri, coinvolgendo i nostri pazienti nella calda atmosfera della sua casa. Abbiamo portato con noi l’immagine splendida degli occhi luminosissimi della bambina e della gentilezza amorevole che Davide era in grado di stimolare in tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

primo piano

Cattivi maestri: Rocca e IL

di Matteo Moca

 

Lucien de Rubempre, illustrazione da ”Le Illusioni perdute” di Honore de Balzac

All’interno della cattedrale costruita da Honoré de Balzac intitolata Commedia Umana, e quindi all’interno di un labirinto complesso e tortuoso composto da capolavori, personaggi memorabili e saggi pungenti, uno dei volumi maggiori dal punto di vista della narrazione e dei protagonisti è anche forse quello che oggi parla di più a chi si trova a lavorare, frequentare o osservare il mondo della cultura, ovvero quel grande recipiente dove ormai rientrano svariate professioni e molteplici declinazioni delle stesse. Si tratta di Illusioni perdute, volume che non a caso, e vedremo perché, rientra nelle cosiddette Scene di vita di provincia. La storia è il racconto del fallimento professionale ed esistenziale di Lucien Rubempré (Oscar Wilde ebbe modo di dire che la sua morte sancì «one of the greatest tragedies of my life»), un giovane ragazzo di provincia bramoso di amore ma, soprattutto, di gloria. Per trovarla, Lucien, che si porta dietro la sua immagine di uomo di provincia con tutte le sue debolezza, decide di trasferirsi a Parigi per tentare di pubblicare i suoi romanzi, ma incontra solo rifiuti o inganni degli editori. Impossibilitato ad attendere il raggiungimento della gloria tramite la composizione di una grande opera letteraria, cede alla tentazione di darsi al giornalismo, inizia a scrivere di teatro e a frequentare quel mondo corrotto dove non esistono legami amicali che oltrepassino le leggi del mercato. Lucien ha successo ma la sua ambizione lo spinge a scelte sbagliate (come ad impersonare la parte del trasformista politico, pronto sempre, davanti ad una buona offerta, a passare da una parte all’altra della barricata), finché anche quelli che sembravano suoi amici lo tradiscono e lui, solo e povero, non può che tornare nella provincia da cui era venuto. Non è un caso infatti che Balzac scriva che «il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio» oppure che «se la Stampa non esistesse, bisognerebbe non inventarla; ma ormai c’è, e noi ne viviamo». Ciò che rende Lucien un personaggio grandioso è che, stretto sempre tra due fuochi, quello della mondanità e quello della letteratura, si distingue sempre per la sua malleabilità e per il suo mimetismo (esempio perfetto quando l’editore Lousteau spiega a Lucien quali sono le motivazioni, non estetiche, per stroncare un libro). All’interno di questa parabola, Balzac non fa altro, per lui che, come scrisse Proust, vita e opera erano una sola storia, tratteggiare con sagacia e in maniera pungente il mondo dell’editoria parigina dell’Ottocento. Il critico Francesco Fiorentino, ha scritto che Illusioni perdute «costituisce la prima e più terribile requisitoria romanzesca contro il potere della stampa. Ha emesso una condanna che non avrà appello», ciò che a noi qui interessa è invece un aspetto adiacente a questo, quello che permette di leggere Illusioni perdute come un romanzo che racconta, anche, l’editoria di oggi.