poco di buono

Un’insolita intellettuale. Ricordo di Giacometta Limentani

di Luca Zevi

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Nell’incontrare Giacometta Limentani si percepivano immediatamente due delle sue qualità più preziose: la leggerezza e l’accoglienza. Una leggerezza che metteva da parte, temporaneamente, le ragioni contingenti dell’incontro stesso, per lasciar trionfare la gioia del contatto fra due esseri umani. Un’accoglienza che si esprimeva nella creazione, da parte sua, di uno spazio specifico che quell’interlocutore – e nessun altro – avrebbe potuto occupare. Lo spazio si attivava allo scattare di una condivisione di idee, sentimenti, esperienze. Altrimenti svaniva, perché non c’era posto per rapporti non significativi. Parafrasando Benjamin, si potrebbe sostenere che per Giacometta ogni incontro – foss’anche l’ennesimo con lo stesso/a amico/a “… era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia” (Walter Benjamin, Angelus novus, Einaudi 1976).

Questa modalità originale ha partorito rapporti affettivi e intellettuali numerosi e personalizzatissimi, che hanno accompagnato Giacometta fino alla recente conclusione della sua vita, immediatamente dopo il compimento dei novant’anni. C’è stato spazio per celebrarli, quei novant’anni, con un’affollata festa in casa di amici – nel corso della quale non si è risparmiata al canto e alla danza – e con due incontri, intellettuali ma anche musicali, alla Casa della Memoria e alla Casa delle Donne di Roma.

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Giovanni Comisso sulle strade d’italia

di Sara Honegger

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Dalle parti di casa mia c’è una statale chiamata da tutti La Saronnese. In più di cinquant’anni di vita credo di non averla mai percorsa a piedi. Nata per la percorrenza veloce attraverso quei tratti di brughiera che resistevano, fra un paese e l’altro, lungo la rotta per Milano, non ha mai avuto marciapiede. Quando ero ragazza era una strada di piccole fabbriche e di prostituzione – dal sedile posteriore dell’auto guardavo con grande curiosità i piccoli falò a cui si scaldavano le donne in attesa dei clienti. Poi è diventata una via unicamente commerciale. In meno di un chilometro, nel corso del tempo si sono succeduti negozi mamma e bambino, arredo bagno, luminarie e caminetti, rivestimenti e parquet, fino agli Obi tutto per il bricolage, i Gran Casa, le Esselunga, i Gigante, i Tigros, i ristoranti con steak, hamburger e patatine fritte (menù scontato per i piccoli), i sushi all you can eat. Non manca il gioco d’azzardo. Nello spazio di cinquecento metri, cinque edifici con le finestre oscurate o addirittura senza vetri chiamano i clienti nella loro oscurità con réclame rosse e nere. Sono invece scomparsi da poco (forse per una delle tante storie di ’ndrangheta locale) i tre Compro-vendo oro che si facevano pubblicità, e finta concorrenza, parcheggiando di fronte alle vetrine delle limousine rosa confetto.

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Sciascia, i gialli, Maigret

di Marcello Benfante

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Leonardo Sciascia, com’è noto, nutriva una spiccata predilezione per il romanzo giallo, sia come lettore che come scrittore. Va pure aggiunto che nella sua vasta produzione saggistica e giornalistica egli dedicò una particolare attenzione alla narrativa poliziesca. Né va trascurato l’interesse per questo genere che mostrò anche come consulente editoriale.

Tutto ciò gli procurò un controverso attestato di sdoganatore del romanzo poliziesco, ossia di autorevole garante della sua dignità letteraria e del suo transito al mainstream culturale.

È forse in questa direzione che si orienta il recupero di una serie di suoi “scritti sul giallo” proposta ora da Adelphi con il titolo di Il metodo di Maigret e la curatela di Paolo Squillacioti.

A quest’ultimo si deve una esauriente e dettagliata postfazione che si apre proprio rievocando la passione di Sciascia come lettore di centinaia e centinaia di gialli in un’epoca in cui “il romanzo poliziesco non godeva di buona stampa in Italia” ed era considerato come “un mero sottobosco rispetto alle realizzazioni della cultura alta”.

In questa propensione dello Sciascia lettore, che avrà poi un preciso riscontro nella sua attività di scrittore e di critico, Squillacioti individua però una contraddizione: due fondamentali “figure di riferimento per il giovane Sciascia”, ossia Vitaliano Brancati e Albero Savinio, scrissero “in termini riduttivi del giallo”, come di una letteratura mediocre e volgare.

Squillacioti ne deduce una sorta di rispettosa obiezione da parte di Sciascia:

“Verrebbe quasi da pensare che lo sforzo critico di Sciascia sul romanzo poliziesco, testimoniato in particolare dagli scritti degli anni Cinquanta, nascesse anche dal desiderio, beninteso mai espresso, di smentire due scrittori peraltro venerati”.

In realtà, se è vero che Sciascia ne corregge il tiro e il tono, non si discosta però sostanzialmente dall’opinione dei suoi maestri, di cui dirotta lo sdegno, pressoché col medesimo gusto e gli stessi argomenti, soprattutto verso quel filone del giallo d’azione sadico e semi-pornografico che a suo avviso consiste in una degradazione e corruzione dei canoni classici.

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Il gekiga, un altro modo di fare fumetto

di Alessio Trabacchini

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Per quei fumetti giapponesi che vengono raccolti sotto il nome di gekiga – alla lettera, “immagini drammatiche” – lo spaesamento non è solo il portato di una distanza storico-geografica, ma anche una caratteristica intrinseca, una posizione esistenziale. Ora che molte di queste storie, spesso risalenti agli anni sessanta e settanta, vengono infine tradotte in italiano, questo spaesamento può diventare una porta d’accesso. Si tratta, senza imbarazzo, di trasformare il germe dell’esotismo, sempre in agguato, in qualcosa di sano e di produttivo. Ovvero di andare incontro a un altrove seducente, ma abbastanza scomodo da costringerci a trovare nuove posizioni, a riflettere sul nostro modo di raccontare.

La narrativa per immagini giapponese si dispiega in un sistema così vasto e articolato che il tentativo di riassumerlo, ammesso di possederne la competenza, produrrebbe semplificazioni disastrose. Quanto alla storia del manga, il suo impatto sociale e la sua collocazione nel sistema culturale non sono assimilabili a quelle del fumetto occidentale.

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P.t. Anderson. Il genere, la coppia

di Emiliano Morreale

illustrazione di Lorenzo Mattotti

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In mezzo a un cinema che bada ormai quasi solo alla narrazione o con autori spesso privi di progetto estetico, anche quando magari sostenuti dal talento, si resta ammirati dai risultati di Il filo nascosto, uno di quei film che immediatamente ci fanno riscoprire la forza del cinema. Eppure, il rischio è di prenderlo per un esercizio di stile, il pezzo di bravura di quello che è probabilmente il maggior regista americano di oggi. Il film di Paul Thomas Anderson, con il suo tema così distante, può sviare: storia di un sarto d’alta moda negli anni cinquanta, e del suo rapporto con una giovane musa, è un’opera conchiusa e perfetta, quasi fuori dal tempo, che non vuole innovare o proporre nuove strade; in dialogo con la storia del cinema precedente, più che con il presente. E non cerca di sedurre, nemmeno con la forza comica del film precedente, il grandissimo Vizio di forma.

Ci si può certo sbizzarrire alla ricerca delle parentele e delle fonti, tutte ben presenti al regista. Hitchcock, ovviamente, e Max Ophüls (Il piacere anzitutto); ma anche un altro grande film sulla moda, il Falbalas di Jacques Becker, che, come ha scritto qualcuno, conteneva in sé già qualcosa della Donna che visse due volte. Il confronto diretto però è con Stanley Kubrick. Le scene in auto di notte sono girate come quelle di Arancia meccanica, durante una sfilata c’è lo stesso trio schubertiano di Barry Lyndon, e soprattutto la visione del mondo sembra ripartire da Eyes Wide Shut. Che però buttava la sua coppia borghese nel mondo, ordiva una parabola esplicitamente politica sul potere e sul dominio dei corpi. Tutto questo è lasciato fuori campo da Anderson, ma non è completamente assente, anzi sembra premere sordamente dietro l’inquadratura. Pur avendo eliminato la sottotrama che chiariva la provenienza della protagonista femminile (un’ebrea profuga), l’attenzione agli intrecci di sesso e di classe torna di quando in quando, come nella scena in cui lei, tornata di nuovo semplice lavoratrice, osserva le clienti ricche e cerca di essere da loro riconosciuta. Come i classici hollywoodiani degli anni quaranta, il film parla dei fondamenti della società umana (ed è, in questo senso) ambiziosissimo, da un punto di vista teorico eppure, come vedremo, non intellettualistico.