poco di buono

Ricordo di Ermanno Olmi

di Goffredo Fofi

 

Nel 1961 a Venezia tre giovani registi esordivano nel lungometraggio con tre film ammirevoli: di Pasolini Accattone, di De Seta Banditi a Orgosolo, di Olmi Il posto. Avevano per sfondo la borgata romana, il Sopramonte di Orgosolo, Milano e il suo hinterland – tre luoghi forti e rappresentativi del nostro paese nel momento di una mutazione che sarebbe stata radicale, e tanto economica che antropologica: il ritardo e l’arcaico del sottosviluppo in De Seta, la periferia di una città capitale che non è mai riuscita a diventarlo davvero in Pasolini, e il cuore stesso della modernità, la capitale lombarda,”l’Italia cinque anni prima” come recitava un famoso slogan meneghino. Attraversavamo una grande stagione del nostro cinema, tale perché lo era anche del nostro paese. De Seta fu il regista che faticò più degli altri a stabilire un percorso esemplare, e soffrì come Pasolini di una trasformazione non amata; Olmi, che era cresciuto non ai margini dello sviluppo ma nel suo stesso cuore, da giovane documentarista della Edison, seppe affrontare di petto il “nuovo mondo” senza lasciarsene traumatizzare: I fidanzati (un capolavoro, sull’arrivo dell’industria in un Sud ancora lento e arcaico e sull’incontro possibile tra Nord e Sud); la trilogia intimista di Un certo giorno, Durante l’estate e La circostanza e le numerose inchieste televisive; il canto pieno dell’Albero degli zoccoli un mondo contadino che nessuno nel nostro cinema ha saputo amare e raccontare come lui, benché in un’ottica di accettazione e non di rivolta. Poi, via via, film sempre di grande originalità e coraggio, a volte forti e indovinati (Cammina cammina, una parabola sulla Natività, su una novità da cui gli intellettuali, i magi, non vengono davvero sconvolti; Il mestiere delle armi, una lezione di storia che individua nello sviluppo della tecnica la perdita del senso dell’umano e le responsabilità del potere verso la storia; il dolente e quasi rabbioso ultimo capolavoro, Torneranno i prati, il miglior film nostro sulla Grande Guerra), a volte, invece, per un estremo addentrarsi nel regno della metafora e della poesia, mostrando incertezze più ideologiche che estetiche, ma che hanno limitato i messaggi più ambiziosi, nonostante, sempre, l’assoluta onestà e l’alta moralità del regista.

Ci sono film che tuttavia sarebbe opportuno rivedere lontani dal contesto in cui sono nati, dalle polemiche e dai rifiuti o dai dubbi contingenti (Olmi era di questo consapevole e perfino felice, detestando gli entusiasmi, i luoghi comuni di scarsa visione). Quei film dimostravano comunque la sua vitalità, un’attenzione al nuovo e al nascosto rara nel nostro cinema e nella nostra letteratura, troppo legate al visibile e all’ovvio. L’aneddoto realistico si faceva allora fiaba o parabola, “esempio” significativo e provocatorio, lezione ora palese e ora nascosta, provocazione al pensiero, alla reazione dello spettatore, e non-considerazione per ogni sua banale acquiescenza.

Ci sono film e documentari di Olmi che bisognerebbe rivedere per verificarne l’originalità o profondità ( per esempio quello su don Mazzolari “profeta della Bassa”, che la nostra televisione ci nascose, del ‘67, o l’ampio quadro documentario della Milano del 1983), ma anche i film a soggetto più spericolati e a-realistici per capirne meglio limiti e azzardi (Lunga vita alla signora o Centochiodi o Il villaggio di cartone…). E si rimpiange che la malattia gli abbia impedito di realizzare il suo “romanzo” autobiografico che conosciamo solo nella versione letteraria, Ragazzo della Bovisa.

 

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Raccontare Marx 200 anni dopo

di Raoul Peck. Incontro con Cristina Battocletti

 

Forse per osmosi con la sua vita romanzesca, Raoul Peck è riuscito con Il giovane Karl Marx, a ricostruire con rispetto e profondità la complessa figura del più studiato, contestato, “sequestrato” filosofo contemporaneo. Nato a Port-au-Prince nel 1953, ingegnere e regista, fotografo e giornalista, Peck rimane in esilio volontario negli anni della dittatura del suo Paese per poi ritornarvi dal 1995 al 1997 come Ministro della cultura. Primo regista caraibico ad accedere al tempio dei grandi festival – fa ingresso a Cannes nel 1993 con L’homme sur les quais -, ha un suo ambiente naturale a Berlino, dove si è diplomato in regia.

Perché ritiene che Marx oggi, a duecento anni dalla nascita, sia ancora attuale?
Negli anni Settanta e Ottanta ho studiato in Germania, dove era impossibile intavolare una discussione senza conoscere Marx. Ho frequentato quattro anni di seminario sul Capitale e tuttora utilizzo quei preziosi strumenti. Quando non capisco una situazione la prima domanda che mi faccio è: dove è il profitto? chi sta guadagnando? chi è il dipendente, chi è il proprietario? Donald Trump non vuole statistiche né numeri, perché parlano. Si possono interpretare differentemente ma non mentono e Thomas Piketty ha avuto un grande riscontro perché è tornato a ragionarci sopra.

La sua carriera cinematografica è contrassegnata dall’impegno politico: Lumumba (2000), sul primo presidente della Repubblica democratica del Congo, paese dove lei ha vissuto, Moloch Tropical (2009) sul terremoto ad Haiti, I Am Not Your Negro (2016) su James Baldwin e sul movimento per i diritti civili negli anni Cinquanta e Sessanta in America. Marx s’inserisce in questo cammino?
Ho iniziato questo progetto dieci anni fa, perché avvertivo che intorno a me cresceva l’ignoranza, la stampa degenerava adeguandosi, spesso senza accorgersene, alle necessità dei poteri forti che guidano i giornali. Ugualmente noi cittadini non abbiamo avvertito il mutamento in atto nelle società capitalistiche in cui viviamo. Non possiamo continuare a non reagire di fronte al degrado ecologico, alle discriminazioni, alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi Paesi ricchi, al rifiuto degli immigrati che hanno legittimità di essere accolti quando fuggono dalla guerra, ma anche dalla povertà. Noi tendiamo a rapportarci sempre a un periodo di breve durata, ma se dobbiamo ragionare sul voto dato a Trump dobbiamo rifarci a cambiamenti in atto già all’epoca dei governi di Berlusconi e di Sarkozy, fratelli di una corrente più generale probabilmente nata con Reagan e Thatcher. Ovvero un approccio molto capitalistico e populista, che nega autorità alla scienza e alla logica. La nostra è una società in difficoltà, in cui manca la solidarietà e le relazioni tra colleghi si indeboliscono perché ciascuno ha paura di perdere il proprio benessere. Marx oggi è ancora più urgente e attuale di prima.

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Steven Spielberg come maestro di nuovo conformismo

di Emiliano Morreale

Nel giro di pochi mesi, sono arrivati in Italia due film di Steven Spielberg diversissimi tra loro: un film “civile”, liberal, classicamente costruito sulla libertà d stampa, The Post, e uno spettacolone frastornante e apocalittico, anarcoide e rivolto agli adolescenti, Ready Player One, certo più nuovo e in fondo anche più “politico” del primo. Due film che, messi allo specchio, mostrano tutte le contraddizioni di uno dei più astuti creatori dell’immaginario cinematografico, ma rivelano soprattutto l’impasse di un’intera industria culturale.

Spielberg ha sempre alternato un filone “adulto” e uno spettacolare, ma da oltre venti anni quest’ultimo è sempre più insincero, puerile, spompato. Film come Il GGG o Tintin saccheggiavano senza ispirazione Hergé o Roald Dahl, e prima ancora la fantascienza seriosa si confrontava in maniera improba con Dick o Spielberg (Minority Report, A.I.). Sull’altro versante, invece, Spielberg aveva trovato alcune storie di forte potenziale metaforico, che a volte addomesticava (Prova a prendermi,The Terminal), e, negli ultimi anni, ha prediletto vicende che si prestavano all’allusione politica diretta, e soprattutto di politica interna: Lincoln, Il ponte delle spie (il suo miglior film degli ultimi vent’anni, forse anche per merito dei fratelli Coen che ne hanno scritto la sceneggiatura), appunto The Post.

In questo caso la doppia anima di Spielberg funziona abbastanza in entrambi i casi, ma in maniera particolarmente schizofrenica. The Post è un film dall’impianto tradizionale, ed è esattamente come uno se lo aspetta, dalla prima sequenza all’ultima, compresa la meravigliosa prova di Meryl Streep. Ed è soprattutto un film che, pur modellato con gli efficaci schematismi delle serie tv (da lì viene lo sceneggiatore), trova calore visivo nella rievocazione del mondo passato dei giornali di carta, ovviamente idealizzati, che sono in fondo anche un genere hollywoodiano. Potremmo anche dire che The Post e Ready Player One mostrano anche un diverso atteggiamento verso il passato, anzi una diversa nostalgia. Nel primo c’è un rimpianto esplicito, la rievocazione di un’epoca (che il regista ha conosciuto davvero), un senso di perdita e la voglia di offrire un modello. Insomma, una nostalgia vecchio stampo. Ma, come diceva Simone Signoret, “la nostalgia non è più quella di una volta”, e l’altro film mostra proprio questo: un vintage perfettamente postmoderno, in cui le epoche del passato sono soprattutto immagini mediali, senza un referente storico reale, senza un legame con il presente.

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Il capitalismo fa male alla salute

di Stefano Laffi

Quando leggi Realismo capitalista di Mark Fisher (2018, edito dalla neo casa editrice Nero, simbolico primo volume della collana di saggistica Not) ti rammarichi di non averlo incontrato prima, di non averlo intervistato o ascoltato in una occasione pubblica, di non aver frequentato il suo blog K-punk… Perché forse questi anni, nel loro inganno di fondo, si sarebbero svelati prima, l’ideologia latente del presente avrebbe perso la maschera, e un’idea sul da farsi ti sarebbe venuta. Dal 2017 purtroppo Mark Fisher non c’è più, morto suicida a 48 anni, ma per fortuna questo libro ci lascia una testimonianza importante di un pensiero radicale, fortemente ancorato al contesto britannico e alla critica dello stesso, con le armi della cultura tutta (cinema, musica, psicoanalisi, letteratura…) al servizio di uno sguardo non indulgente su quello che ci succede.

La tesi di fondo è fortemente inscritta in quel titolo, sulle premesse e sulle conseguenze che ne derivano: viviamo un’epoca di ammutinamento di massa a una nostra possibilità antropologica in cui si è rinunciato a pensare che le cose possano andare diversamente da come vanno, di accettazione remissiva di un imperativo economico che ha corroso la nostra salute mentale e ha corrotto la gioventù, le istituzioni, la vita civile, la produzione culturale. L’assenza di alternative, predicata da Margaret Thatcher negli anni ottanta, è passata, ci è entrata in circolo, è stata assunta come situazione normale, e a differenza del socialismo reale che si imponeva con la violenza di un regime manifestamente antidemocratico, il capitalismo è dolce, seduttivo, ispirato al codice materno, emotivo (“la televisione non ti dice cosa devi pensare, ma cosa devi sentire”). È una tesi che questa rivista più volte ha denunciato, nel ricordare che un regime vige anche nell’Occidente che si crede e si predica libero, perché il capitalismo è più subdolo, più adattivo, più furbo a esternalizzare i suoi costi, fuori dai nostri confini e dentro la nostra psiche.

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Un mondo nuovo secondo Mark Fisher

di Simone Caputo

 

Mark Fisher, morto suicida a quarantotto anni nel gennaio 2017, è stato uno scrittore, giornalista, critico musicale, blogger e agitatore culturale. Alla notizia della scomparsa, molti di quelli che l’avevano conosciuto, ma anche semplici lettori e lettrici, sentirono il bisogno di dire qualcosa sull’uomo e l’intellettuale, a testimonianza della lucidità, del rigore e dell’esuberanza con cui Fisher è stato capace “di connettere idee fra campi remoti del sapere, concentrandosi con vivida attenzione su particolari estetici e allargando lo sguardo a contesti il più possibile generali” (Simon Reynolds).

Insieme a musicisti (Kode9, fondatore dell’etichetta Hyperdub), romanzieri (Hari Kunzru), filosofi (Ray Brassier e Robin Mackay), teorici (Kodwo Eshun) e collettivi (Orphan Drift), Fisher visse a pieno, tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, le stagioni sperimentali della Ccru (Cybernetic culture research unit), una sorta di gruppo di ricerca voluto dalla filosofa Sadie Plant dell’Università di Warwick e interessato alle implicazioni teoriche e politiche della Rete. La Ccru adottò un atteggiamento critico e provocatorio nei confronti della vecchia sinistra marxista, accusata di essere nostalgicamente attaccata ai “monumenti” di un passato spazzato via violentemente dalla rivoluzione digitale. I membri della Ccru condivisero un forte senso di eccitamento per il futuro; in particolare, Fisher avvertiva come potenzialmente fervida “la musica che negli anni novanta stava trasformando l’underground dance inglese in un concentrato senza precedenti di desiderio macchinico/post-umano; in particolare nel suono jungle e drum&bass Fisher individuava le tracce di un futuro capace di operare già nel presente, fino al punto di modificarlo” (Valerio Mattioli).