poco di buono

Giovanni Comisso sulle strade d’italia

di Sara Honegger

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Dalle parti di casa mia c’è una statale chiamata da tutti La Saronnese. In più di cinquant’anni di vita credo di non averla mai percorsa a piedi. Nata per la percorrenza veloce attraverso quei tratti di brughiera che resistevano, fra un paese e l’altro, lungo la rotta per Milano, non ha mai avuto marciapiede. Quando ero ragazza era una strada di piccole fabbriche e di prostituzione – dal sedile posteriore dell’auto guardavo con grande curiosità i piccoli falò a cui si scaldavano le donne in attesa dei clienti. Poi è diventata una via unicamente commerciale. In meno di un chilometro, nel corso del tempo si sono succeduti negozi mamma e bambino, arredo bagno, luminarie e caminetti, rivestimenti e parquet, fino agli Obi tutto per il bricolage, i Gran Casa, le Esselunga, i Gigante, i Tigros, i ristoranti con steak, hamburger e patatine fritte (menù scontato per i piccoli), i sushi all you can eat. Non manca il gioco d’azzardo. Nello spazio di cinquecento metri, cinque edifici con le finestre oscurate o addirittura senza vetri chiamano i clienti nella loro oscurità con réclame rosse e nere. Sono invece scomparsi da poco (forse per una delle tante storie di ’ndrangheta locale) i tre Compro-vendo oro che si facevano pubblicità, e finta concorrenza, parcheggiando di fronte alle vetrine delle limousine rosa confetto.

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Sciascia, i gialli, Maigret

di Marcello Benfante

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Leonardo Sciascia, com’è noto, nutriva una spiccata predilezione per il romanzo giallo, sia come lettore che come scrittore. Va pure aggiunto che nella sua vasta produzione saggistica e giornalistica egli dedicò una particolare attenzione alla narrativa poliziesca. Né va trascurato l’interesse per questo genere che mostrò anche come consulente editoriale.

Tutto ciò gli procurò un controverso attestato di sdoganatore del romanzo poliziesco, ossia di autorevole garante della sua dignità letteraria e del suo transito al mainstream culturale.

È forse in questa direzione che si orienta il recupero di una serie di suoi “scritti sul giallo” proposta ora da Adelphi con il titolo di Il metodo di Maigret e la curatela di Paolo Squillacioti.

A quest’ultimo si deve una esauriente e dettagliata postfazione che si apre proprio rievocando la passione di Sciascia come lettore di centinaia e centinaia di gialli in un’epoca in cui “il romanzo poliziesco non godeva di buona stampa in Italia” ed era considerato come “un mero sottobosco rispetto alle realizzazioni della cultura alta”.

In questa propensione dello Sciascia lettore, che avrà poi un preciso riscontro nella sua attività di scrittore e di critico, Squillacioti individua però una contraddizione: due fondamentali “figure di riferimento per il giovane Sciascia”, ossia Vitaliano Brancati e Albero Savinio, scrissero “in termini riduttivi del giallo”, come di una letteratura mediocre e volgare.

Squillacioti ne deduce una sorta di rispettosa obiezione da parte di Sciascia:

“Verrebbe quasi da pensare che lo sforzo critico di Sciascia sul romanzo poliziesco, testimoniato in particolare dagli scritti degli anni Cinquanta, nascesse anche dal desiderio, beninteso mai espresso, di smentire due scrittori peraltro venerati”.

In realtà, se è vero che Sciascia ne corregge il tiro e il tono, non si discosta però sostanzialmente dall’opinione dei suoi maestri, di cui dirotta lo sdegno, pressoché col medesimo gusto e gli stessi argomenti, soprattutto verso quel filone del giallo d’azione sadico e semi-pornografico che a suo avviso consiste in una degradazione e corruzione dei canoni classici.

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Il gekiga, un altro modo di fare fumetto

di Alessio Trabacchini

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Per quei fumetti giapponesi che vengono raccolti sotto il nome di gekiga – alla lettera, “immagini drammatiche” – lo spaesamento non è solo il portato di una distanza storico-geografica, ma anche una caratteristica intrinseca, una posizione esistenziale. Ora che molte di queste storie, spesso risalenti agli anni sessanta e settanta, vengono infine tradotte in italiano, questo spaesamento può diventare una porta d’accesso. Si tratta, senza imbarazzo, di trasformare il germe dell’esotismo, sempre in agguato, in qualcosa di sano e di produttivo. Ovvero di andare incontro a un altrove seducente, ma abbastanza scomodo da costringerci a trovare nuove posizioni, a riflettere sul nostro modo di raccontare.

La narrativa per immagini giapponese si dispiega in un sistema così vasto e articolato che il tentativo di riassumerlo, ammesso di possederne la competenza, produrrebbe semplificazioni disastrose. Quanto alla storia del manga, il suo impatto sociale e la sua collocazione nel sistema culturale non sono assimilabili a quelle del fumetto occidentale.

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P.t. Anderson. Il genere, la coppia

di Emiliano Morreale

illustrazione di Lorenzo Mattotti

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In mezzo a un cinema che bada ormai quasi solo alla narrazione o con autori spesso privi di progetto estetico, anche quando magari sostenuti dal talento, si resta ammirati dai risultati di Il filo nascosto, uno di quei film che immediatamente ci fanno riscoprire la forza del cinema. Eppure, il rischio è di prenderlo per un esercizio di stile, il pezzo di bravura di quello che è probabilmente il maggior regista americano di oggi. Il film di Paul Thomas Anderson, con il suo tema così distante, può sviare: storia di un sarto d’alta moda negli anni cinquanta, e del suo rapporto con una giovane musa, è un’opera conchiusa e perfetta, quasi fuori dal tempo, che non vuole innovare o proporre nuove strade; in dialogo con la storia del cinema precedente, più che con il presente. E non cerca di sedurre, nemmeno con la forza comica del film precedente, il grandissimo Vizio di forma.

Ci si può certo sbizzarrire alla ricerca delle parentele e delle fonti, tutte ben presenti al regista. Hitchcock, ovviamente, e Max Ophüls (Il piacere anzitutto); ma anche un altro grande film sulla moda, il Falbalas di Jacques Becker, che, come ha scritto qualcuno, conteneva in sé già qualcosa della Donna che visse due volte. Il confronto diretto però è con Stanley Kubrick. Le scene in auto di notte sono girate come quelle di Arancia meccanica, durante una sfilata c’è lo stesso trio schubertiano di Barry Lyndon, e soprattutto la visione del mondo sembra ripartire da Eyes Wide Shut. Che però buttava la sua coppia borghese nel mondo, ordiva una parabola esplicitamente politica sul potere e sul dominio dei corpi. Tutto questo è lasciato fuori campo da Anderson, ma non è completamente assente, anzi sembra premere sordamente dietro l’inquadratura. Pur avendo eliminato la sottotrama che chiariva la provenienza della protagonista femminile (un’ebrea profuga), l’attenzione agli intrecci di sesso e di classe torna di quando in quando, come nella scena in cui lei, tornata di nuovo semplice lavoratrice, osserva le clienti ricche e cerca di essere da loro riconosciuta. Come i classici hollywoodiani degli anni quaranta, il film parla dei fondamenti della società umana (ed è, in questo senso) ambiziosissimo, da un punto di vista teorico eppure, come vedremo, non intellettualistico.

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La terra dell’abbastanza: crimine e amicizia in Un film su Roma

di Damiano e Fabio D’Innocenzo. Incontro con Dario Zonta

 

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Dei fratelli D’Innocenzo non sapevamo nulla, neanche che esistessero. Eppure per diversi anni, nonostante la loro giovane età, hanno frequentato il bosco e sottobosco del cinema italiano e romano provando in tutti i modi a farsi accreditare presso questo o quel produttore, regista, sceneggiatore, attore, critico…. Non hanno fatto scuole di cinema. Non hanno voluto sperimentare il purgatorio dei corti e neanche la palestra dei documentari. Non hanno percorso la triste carriera dentro la macchina cinema come runner, facchini, assistenti, aiuto regista al servizio di chi sa quale regista bolso e dittatoriale. Quel che hanno fatto è resistere e scrivere, questo sì, molte sceneggiature, ma mai accreditati, anzi tenuti ben sotto il tappetino con ancora qualche credito da esigere, ma finanziario. Li abbiamo scoperti a Berlino improvvisamente proiettati nella sezione Panorama con un esordio potente e raro il cui titolo, La terra dell’abbastanza, già definisce poetica e stile. Storia di due ragazzetti in una periferia romana; storia di una piccola formazione criminale al servizio del solito gruppo di banditi locali tra prostituzione, spaccio e resa dei conti con questo e quel nemico; storia di una parabola morale in una terra di sconfinata tristezza e abbandono dove vige la legge del più forte; ancora storia di un’amicizia tra due adolescenti che non conoscono l’alfabeto delle emozioni se non quelle urlate offese tra dolore e paura. Sì, abbiamo visto una quantità esagerata di film sulle suburre romane e criminali, ma questo è diverso per la grande maturità dei due giovani esordienti, per lo stile preciso e limpido (lontano dalle tendenze pur migliori del cinema italiano contemporaneo) che propone una idea di cinema classico, per la capacità di far emergere un gruppo di attori straordinario e ancora per quella scrittura che si intuisce ormai raffinata da anni di esercizi, pratiche, prove nascoste e non accreditate.Sentiremo molto parlare di loro nella speranza che il cinema italiano dei produttori scaltri non li deturpi, non li assorba, non spenga quella fiamma che oggi brilla forte, luminosa e pulita.

 

Da dove venite, dove siete cresciuti, in che ambiente?

Damiano. Siamo nati a Tor Bella Monaca, ma i nostri genitori ci hanno portati via quando eravamo ancora piccoli. Era un posto insano. Abbiamo avuto dei problemi, dei lutti: nostro padre aveva perso suo fratello. Era nei primi anni ottanta. Tor Bella Monaca a quel tempo era un posto invivibile, ci siamo tornati poi, ma da grandi. A quattro anni ci siamo trasferiti a Campo Jemini, a Torvaianica. Ricordo che a casa la luce elettrica andava e veniva. Forse mancava ogni tanto, ma per noi bambini sembrava che non ci fosse mai. Ricordo il rumore del cassetto che si apriva e mamma che prendeva la candela per fare luce. Ecco in quella condizione – anche se detta così sembra un fumetto perché è una cosa archetipica – abbiamo iniziato a raccontare le storie, incitati da nostra sorella. Lei è molto più grande di noi, ora ha 44 anni ed è super comunista; abbiamo anche un fratello di 47 anni che vive a Praga e fa lo chef (lui ci è riuscito a fare lo chef!). I miei genitori li hanno avuti quando erano molto giovani. Adesso vivono in campagna a Latina con gli animali in questa casetta di legno, un prefabbricato, stupendo. Mia madre ha 63 anni e papà 64. A Campo Jemini siamo rimasti poco tempo, forse un paio di anni, poi ci siamo trasferiti ad Anzio, e ancora dopo a Lavinio, a Nettuno… tutto il litorale laziale!