poco di buono

Da Kiev a Macerata, tra badanti e professori

di Sara Honegger

Osvaldo Licini

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Si svolge in due luoghi e più tempi, La lettrice di Čechov (Nottetempo 2018), grazie al quale incontriamo Nina e la sua creatrice, Giulia Corsalini: un romanzo molto bello di cui si fa fatica a parlare, tanto si caratterizza per la misura. Misura nelle parole, nella trama, nei personaggi. Dell’autrice sappiamo essere una docente, studiosa di Leopardi, al suo primo romanzo pubblicato. Ma va da sé che altro, e tanto, deve aver scritto: non sarebbe altrimenti possibile attraversare il tempo con questa sicurezza, restituendo, in uno stile pudico quanto la sua protagonista, i pensieri e le scelte di una donna come lei appassionata di letteratura, diversamente da lei badante e migrante.

Misura e pudore sono modi che in tempi di urla, di messe in scena, di chiasso continuo, hanno vita assai grama. Così, chiunque abbia desiderio di ritrovarne il senso e il gusto non ha che da aprire il libro e lasciarsi condurre dal passo sicuro di due donne (il personaggio e la scrittrice) che hanno raggiunto l’intesa necessaria a trasportare il lettore in una vicenda di ordinaria quotidianità, svelandone la melanconica ricchezza. L’intesa fra le due è così forte che a dirci della qualità della scrittura a cui Giulia Corsalini ha ambito – o della qualità che che dovrebbe avere il discorso critico sulla letteratura – è Nina, il personaggio: “Il narratore che aspira a una prosa čechoviana cerca di trovare il ritmo e la modulazione di una scrittura malinconica e interiore, di cui in Italia non si hanno modelli ottocenteschi nella prosa, ma solo in poesia”; “c’è un nucleo vitale nel discorso sulla letteratura; tutto sta a non impantanarsi in argomentazioni sofisticate; cogliere, e far cogliere, quanto un libro sa dire della vita di ognuno e quanto può aggiungervi, attingendo alle infinite possibilità e configurazioni dell’esistenza umana”. Il dialogo che entrambe instaurano con Čechov – attenzione: mai accademico, mai pesante, mai respingente – è continuo e manifesto. Al di là di Storia noiosa e Tre anni, i racconti a cui il lettore è invitato a confrontarsi in modo diretto, il legame si stringe soprattutto nella decisione di stare dalla parte di quella narrativa che non ha a cuore le grandi trame, i personaggi in grassetto e i finali a sorpresa, tesa com’è a cogliere la tinta azzurrina che accompagna i desideri di cambiamento, di riscatto, infine di vita. E tuttavia, quella malinconia che in Čechov a volte diviene insopportabile – dopo quanti racconti si inizia a sentire freddo? – qui è stemperata da qualcosa che non sono riuscita a decifrare del tutto. In una bella intervista rilasciata ad Alessandra Montesanto (https://www.edizioninottetempo.it/media/news/files/18/le-donne-dell-ucraina-intervista-a-giulia-corsalini-d3079.pdf) Giulia Corsalini chiama questo “qualcosa” la “predisposizione alla fiducia” che caratterizza, nonostante tutto, il suo personaggio. Mi piace pensare che sia una predisposizione necessaria alle donne.

Come spesso faccio quando alla fine di un libro provo gratitudine verso chi l’ha scritto, l’ho regalato e ne ho consigliata la lettura ad altri. Sono rimasta colpita dalla diversa percezione che i diversi lettori/lettrici ne hanno tratto, in particolare l’aggettivo “straziante” usato da una giovane amica. Perché a me lo strazio, che pure c’è, è sembrato mitigato o addirittura combattuto grazie a una capacità di resistenza e di opposizione allo squallore e all’essere morituri tutta femminile. Nina, che lascia Kiev, la sua città, per venire a Macerata come badante di una anziana piuttosto sola; Nina, che si attende dalla vita “una qualche forma di riscatto”, una pausa “dal bisogno e dalla fatica” in cui è stata sempre “immersa fino al collo”; Nina, che ama disperatamente una figlia con cui non riesce a parlare, ci sorprende a ogni pagina per la capacità intatta di pensare, di leggere le situazioni, di scovare bellezza e significato. Laureatasi quando già madre – ci pare di vederla studiare la notte, nel piccolo appartamento di via Anna Achmatova, l’orecchio teso al pianto improvviso della bambina – ormai quarantenne decide, in accordo con il marito molto malato, di venire in Italia per sostenere gli studi universitari della figlia.

Come si sa, i viaggi non sono mai quel che sembrano, le ragioni che ci spingono a partire più sottili e intricate delle apparenti. Macerata le offre inaspettatamente un’occasione – insegnare Lingua e Letteratura russa all’Università – e un incontro – Giulio De Felice, il professore a cui deve l’incarico. Un’altra penna e il romanzo sarebbe stato un disastro. Ci voleva misura – e tanta sapienza dell’animo umano – per rendere credibile il desiderio, e al contempo l’impossibilità, di Nina di afferrare ciò che la sorte – fosse anche solo una “felicità crepuscolare” – sembra srotolare finalmente ai suoi piedi; ci voleva misura per stare nella mente e nella vita di una donna colta nel momento forse più difficile, quando il passato diviene più profondo del futuro e il ventaglio delle possibilità si riduce senza pietà; ci voleva misura per cogliere i silenzi e la lingua – ora bloccata dalla paura, ora sciolta da un sospirato pezzo di carta – di una giovane badante giunta da poco in Italia; e ci voleva misura per chiudere il racconto lasciando al lettore decidere quali siano le questioni capitali alle quali siamo chiamati a rispondere.

Al di là della qualità narrativa, La lettrice di Čechov è un libro importante anche per come tratta un tema piuttosto attuale, ovvero sia la vita che conducono nel nostro paese le donne che dal 2002 (così afferma l’Accademia della Crusca) chiamiamo badanti. Il rischio di cadere in una trappola ideologica era altissimo e, ancora una volta, non si può che ammirare la misura con cui Corsalini lo ha affrontato nell’ultima parte del romanzo. Su invito del professore conosciuto anni prima, Nina torna a Macerata per partecipare a un convegno su Čechov. Il viaggio la sorprende ancora. È una nuova occasione, un lampo di luce; e invece, quasi non volendo, di controvoglia, invece di andare al convegno Nina decide di aiutare Lyzaveta, la nuova badante della vecchia di cui si era occupata, a districarsi nel ginepraio dei documenti necessari a ottenere un permesso di soggiorno. Sono pagine belle e importanti perché ci aiutano, senza manifesti, senza grida, a dare un nome, un volto e dei sentimenti a quel mondo di donne che popolano il nostro paese (1 milione e 650 mila, dati Censis http://www.retecaad.it/news/274), uscite talvolta da una clandestinità che non ha mai riempito il vociare dei media, grazie alle cosiddette “sanatorie”. Donne ombra, la cui presenza esprime una decisa contro tendenza rispetto al crollo del lavoro (53% in più di posti in dieci anni, 500 mila posti in più nei prossimi dieci) di cui non si sa e non si vuole sapere purché portino avanti quel welfare parallelo che fa comodo a tutti – compresa la scrivente – e che forse proprio per questo non riempie di sdegno né i paladini della giustizia né i feroci combattenti del nuovo ordine italico.

L’accettazione di ciò che è fa di Nina – obstinata mente, la chiama uno studente – una figura drammatica e insieme luminosa. La sua scelta ci appare libera e ineluttabile: una badante a un convegno? Quando, come si è infine integrati? E dove? Verranno altri rimpianti, ma un’appassionata di Čechov lo ha già messo in conto, come il lettore ormai sa che i rimpianti potranno sempre essere mitigati dalla possibilità, di ognuno e in ogni luogo, di soffermarsi su ciò che è, svelandone una qualche triste bellezza. Il duplice viaggio di Nina ci parla anche della capacità che ha la letteratura di svolgere un’educazione sentimentale. E di questo abbiamo tutti molto bisogno. Abbiamo bisogno di scrittori che siano capaci di farci fermare, di restituisci la capacità di comprendere l’animo di una donna, la natura di un uomo, lo strazio di una giovane madre separata dal figlio, la sottile richiesta di una figlia chiusa in un ostile mutismo, il silenzio di un marito che non c’è più, riportando alla memoria fatti quotidiani, fra cui anche la morte, e ciò che li ha accompagnati.

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Houellebecq 3: Florent-Claude nell’Europa del 2019

di Nicola Lagioia

JonOne

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Di Serotonina, settimo romanzo di Michel Houellebecq, si è molto parlato prima ancora che venisse pubblicato. Contagiati dall’ansia anticipatoria che governa la stampa quotidiana, molti giornalisti culturali hanno posto con faciloneria l’accento sulle facoltà divinatorie dello scrittore francese: così come Sottomissione aveva avuto la ventura di uscire nel giorno della strage di “Charlie Hebdo”, quest’ultimo romanzo (“naturalmente scritto prima che la rivolta dei gilet gialli esplodesse!”, notavano molti recensori con logica ferrea) arriverebbe in perfetto tempismo rispetto ai recenti fatti di cronaca. In Serotonina si parla a un certo punto di una rivolta di agricoltori contro le politiche UE, ma è solo l’occasione narrativa di un discorso più vasto. In caso contrario sarebbero guai: se si dovessero giudicare gli scrittori in base alla loro capacità di fotografare in anticipo il paesaggio sociale, Philip K. Dick, George Orwell e Aldous Huxley chiuderebbero per tutti la partita prima ancora del fischio di inizio.

Serotonina è la storia di Florent-Claude Labrouste e della sua battaglia persa con la vita. Quarantasei anni, un buon impiego al Ministero dell’Agricoltura, Florent-Claude si autoesilia in provincia dopo l’ennesimo rovescio sentimentale. Qui, incapace di trarre ogni residuo beneficio dal rapporto coi suoi simili, rischia letteralmente di morire di tristezza. Il racconto della sua vita, nelle mani di Houellebecq, è in realtà un inno compassionevole (tanto più compassionevole quanto più libero da orpelli e illusioni) all’incapacità dell’uomo medio di 30non restare orribilmente schiacciato dal mondo che lo sovrasta, un mondo pulito, decoroso, liberale, privo di troppi spargimenti di sangue, ancora sufficientemente opulento, relativamente ben amministrato, in tutto simile a un incubo.

Prossimo a certi eroi imbelli della letteratura tra Otto e Novecento, a Florent-Claude manca la vita, con la differenza che il nostro universo emotivo e sociale, all’inizio del XXI secolo, è del tutto cambiato. Provo a offrire qualche spunto di riflessione, consapevole che – come per ogni bel romanzo – Serotonina contiene molte più sfumature di quelle che un piccolo testo critico può provare con successo a fissare.

1. L società in cui viviamo è brutale con chi sta ai margini. Ma tanto più si mostra inclusiva, umana, tollerante con gli integrati medi, tanto più li mette in competizione in nome di un ideale di successo irraggiungibile, pronta a divorare in questo modo le loro anime come un vampiro o un nume degno di un racconto di Lovecraft (non a caso tra gli autori preferiti di Houellebecq). Che ne è del confronto tra individuo e mondo quando il secondo ha minato in modo irreversibile il concetto di comunità e chiede ai singoli l’impossibile? È da questo che viene annichilito il protagonista di Serotonina. Per quanto Florent-Claude sia abbiente, di intelligenza e cultura lievemente superiori alla media, privo di handicap fisici o estetici, non è comunque sufficientemente ricco, bello, profondo, intelligente perché la sua epoca non lo condanni all’infelicità. La differenza rispetto al passato è l’aumento del coefficiente di difficoltà nella lotta per l’accesso a quei piaceri effimeri necessari a farci sentire, sia pure in modo falso, realizzati. Nella seconda metà del Novecento l’emancipazione economica, quella sociale, nonché la possibilità di un godimento negato alle generazioni precedenti, erano strutturati in modo da illudere i più di essere ancora spiritualmente vivi, o realizzati, o socialmente utili, o perlomeno non dei totali falliti. Dell’inganno si rendevano conto in pieno solo certi uomini eccezionali – il Roquentin di Sartre, gli arrabbiati di Osborne, gli emarginati di Burroughs e di Genet, i tanti eroi dell’esistenzialismo o del ribellismo letterario e cinematografico capaci di rendere epico il proprio fallimento, la propria sconfitta valorosa nella lotta contro l’orrore della vita moderna.

Nel XXI secolo, complice la crisi economica, ci è negata qualunque ubriacante salita nell’ascensore sociale, e – vista la distanza sempre più grande che separa il vertice della piramide da tutto il resto – il raggiungimento dei traguardi che potrebbero illuderci di essere dei privilegiati si è fatto proibitivo. Per quanti sforzi possiamo fare, non saremo mai ricchi quanto Steve Jobs, popolari quanto Cristiano Ronaldo, geniali quanto Bob Dylan, intelligenti quanto Stephen Hawking, affascinanti quanto Louis Garrel. Il problema è però che il mondo ormai, per darci l’illusione di essere felici e realizzati, ci chiede proprio questo, l’impossibile: non “semplicemente” di guadagnare il doppio del nostro vicino di casa, ma di fondare cioè come minimo la Apple, di vincere la Champions League, di avere scritto Blonde on Blonde, di avere venti milioni di follower, di spezzare centinaia di migliaia di cuori con uno sguardo o un click.

La consapevolezza dell’inganno è arrivata in definitiva all’altezza dell’uomo medio, o giusto un po’ più in su. Con la differenza che l’uomo medio (Florent-Claude, e noi lettori con lui) non ha certo la sprezzatura di un Roquentin, o l’energia selvaggia degli ragazzi di Genet. Non ha spalle sufficientemente larghe. Non è eccezionale, è normale. Concentrandosi compassionevolmente su di lui – sul genocidio della vita emotiva dell’intera classe media contemporanea – Houellebecq, campione di misantropia, presunto reazionario, si dimostra ben più democratico di tanti suoi colleghi.

2. Poco prima dell’uscita di Serotonina, Michel Houellebecq ha sollevato un piccolo vespaio scrivendo su “Harper’s Magazine” un articolo in cui, giocando molto sul paradosso, si rivolgeva al pubblico statunitense dichiarandosi un sostenitore di Donald Trump. Chi da sinistra e ancor di più dal centro ha gridato allo scandalo non ha colto il registro perfidamente semiserio di tanti passaggi (“con Trump sarete un po’ meno competitivi, ma almeno riscoprirete la gioia di vivere dentro i confini del vostro meraviglioso paese, praticando la virtù e l’onestà, condita con un po’ di infedeltà matrimoniale. Nessuno è perfetto”, per non parlare di certi lievi superamenti della linea di galleggiamento dove la presa per il culo inizia a farsi palese: “dovete accettare l’idea, cari americani: alla fine dei conti forse Donald Trump per voi è stato un male necessario. E sarete sempre benvenuti come turisti”), ma soprattutto non si è reso conto – fermandosi alla letteralità dell’intervento giornalistico, incapace di riconoscere il valore letterario di tanti suoi romanzi – che Michel Houellebecq è il più marxiano degli scrittori contemporanei. Non c’è scena, snodo narrativo, descrizione dei rapporti tra i personaggi di Serotonina che non tenga conto del rapporto tra struttura e sovrastruttura. La vicenda umana di Florent-Claude è legata a doppio filo (un filo non più invisibile di quello di un aquilone che ondeggi sotto il sole) al continuo gioco di rapporti economici che ne determinano, attraverso ogni momento di vita quotidiana, l’intera biografia.

D’accordo essere marxiani. Naturalmente però Michel Houellebecq, nato nel 1956, lo stesso anno dei “fatti d’Ungheria”, è anche un anticomunista.

3. Nello stesso articolo citato di “Harper’s Magazine”, Houellebecq si diceva fieramente contrario all’UE (“credo che noi, in Europa, non abbiamo né una lingua comune, né valori comuni, né interessi comuni; credo che, in poche parole, l’Europa non esista”), arrivando, qualche riga dopo, a definirsi addirittura nazionalista. Serotonina è piena di tipi-umani-europei da barzelletta continuamente derisi (i francesi depressi, i belgi inconsistenti, gli olandesi infidi e materialisti, gli spagnoli inutilmente vitali, i tedeschi pedofili), i quali tuttavia, messi in fila uno dietro l’altro, si rivelano pian piano i tasselli di una storia della cultura europea degli ultimi tre secoli ben più drammatica, sofferta e complessa di quanto potrebbe sembrare. A leggerla nemmeno troppo tra le righe si capisce come Houellebecq detesti la dabbenaggine del secolo dei lumi, consideri il romanticismo la vera occasione mancata del continente, il Novecento il punto di non ritorno, fino a una meravigliosa impennata sui massimi talenti letterari dei due paesi più progrediti e brillanti del nostro continente (Marcel Proust per la Francia, Thomas Mann per la Germania) i quali al tempo stesso sarebbero i vertici insuperabili della loro specialità (il romanzo) e i traditori di un pensiero ormai al collasso. Se per due geni di quella statura il massimo a cui si può aspirare è il brivido di una scopata vera o mancata (e forse meglio il suo ricordo, il ricordo di una scopata mancata) purché con un fanciullo o una fanciulla in fiore, be’, è chiaro che qualcosa è andato storto e stiamo messi male già sulla strada di Swann.

L’Europa è un continente freddo e amministrativo, una civiltà in cui ci si può riorganizzare da cima a fondo la vita in meno di una giornata, non si può più fumare in pubblico, si è così formalmente pieni di diritti (lo strombazzamento dei diritti genera un esercito di prescrizioni) da non essere più liberi di fare niente, una landa piena di istituti di credito dove i ristoranti biologici e il politicamente corretto sono la maschera sempre meno credibile per il più feroce darwinismo dello spirito che si riesca a immaginare.

4. Scriveva William Burroughs negli anni Cinquanta del Novecento che essere molto paranoici poteva semplicemente voler dire essere realisti, guardare le cose con la dovuta lucidità. Oggi – che anche la paranoia è utilizzata dal potere come strumento di consenso – si può forse dire la stessa cosa della depressione. In certi casi essere molto depressi significa essere realisti. Oppure essere depressi come Florent-Claude (essere depressi in un mondo inumano) significa essere ancora, tutto sommato, pienamente umani.

5. Dopo la tragedia, come una conseguenza, inizia il tempo del comico. Serotonina è anche un romanzo comico. Lo è al modo di Bouvard e Pécuchet, con l’infinito catalogo di You Porn al posto dell’Enciclopedia. Ma sotto la comicità da fine di un mondo, sotto il suicidio della cultura continentale, qualcosa brucia ancora. Per Michel Houellebecq il comunismo non avrebbe mai potuto salvarci spiritualmente, e cosa c’è di peggio della morte spirituale? Non può certo salvarci il capitalismo (che Houellebecq detesta più di ogni bravo socialdemocratico respirante sulla terra), e chi forse avrebbe potuto riscattarci simbolicamente in tempi relativamente recenti (i Pound? gli Eliot? gli Hamsun?) ha lasciato che il mondo scivolasse verso un altro tipo di follia.

Ma perché contemplare ancora una volta le ceneri del Novecento? Se scaviamo più a fondo (“scavare meglio” come il “fallire meglio” di Beckett) alla ricerca delle radici della cultura europea e occidentale, possiamo trovare qualcosa di ancora credibile al di là del comunismo e del fascismo, del nazionalismo e del capitalismo, qualcosa che sta prima di Freud e di Darwin, di Nietzsche e di Wagner, di Marx e, naturalmente, dell’odiato Voltaire. La prima radice. Ancora intatta, la possibilità di un’isola. Nell’ultima pagina di Serotonina c’è la più vertiginosa torsione della dottrina di un romanzo nel suo opposto che la letteratura degli ultimi anni riesca a offrire. La cosiddetta lucidità lenticolare cede il passo al mistero. L’autopsia diventa rivelazione. L’ombra del Figlio, un’altra volta ancora, si allunga oltre una porta chiusa.

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Houellebecq 2: Un romanzo depresso

di Piergiorgio Giacché

JonOne

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La Francia sembra messa meglio dell’Italia quanto a letteratura contemporanea. Forse è sempre stato così, o forse è la nostra esterofilia che è più aperta del loro sciovinismo che fa concessioni – troppe – soltanto agli americani “a Parigi”… Sta di fatto che loro pubblicano poco e scelgono male gli scrittori italiani, mentre i loro best-seller vengono e vendono bene anche da noi: in particolare i nomi e i libri di Emmanuel Carrère e di Michel Houellebecq sono anche in Italia di casa e bottega, e capita spesso di leggerli in contemporaneità per la coincidenza delle loro date di edizione. Questo, ma anche molto altro, dà l’occasione di un confronto e, ferma restando l’ammirazione per entrambi, anche di maturare una preferenza “da lettore”: questione di gusti o c’è anche una questione “morale”?

Qualche anno fa, al tempo de Il Regno e di Sottomissione, mi sono trovato a preferire l’islam fantapolitico di Houellebecq per la sua scelta morale, laica e cinica e però limpida, rispetto alla dotta lezione e contorta conversione di un Carrère che – malgrado tutto il libro – “non poteva davvero non dirsi cattolico”. La differenza e la divisione non era però una faccenda di fede ma di libertà, anzi di fantasia, perché infine Houellebecq descrivendo una Francia felicemente mussulmana non solo ha rischiato la profezia (appena uscito il suo libro, si ricorderà, sono arrivati gli attentati dell’islamismo cattivo), ma ha anteposto l’immaginazione alla dea ragione, mentre Carrère preferisce sempre il documento o il documentario all’invenzione e alla provocazione, restando prigioniero della sua intelligente riflessione da philosophe – un habitus o peggio un’abitudine che comincia a essere un insopportabile mal francese. Una seconda distinzione è quella del rapporto fra letteratura e autobiografia: troppa autobiografia prima convince ma alla fine stucca, come capita anche nel leggere e rileggere i corsi e ricorsi dei romanzi generazionali di Annie Ernaux (altra scrittrice da leggere e amare, s’intende). Così, mentre Carrère spesso si racconta e troppo spesso si confessa, Houellebecq si regala e ci regala un personaggio ogni volta diverso, da mettere in mezzo – fra l’autore e il lettore – costruito con competenza e indossato con ironia e disincanto: magari è sicuramente in linea con la sua biografia, ma il suo “io” – come gli è venuto da spiegare – resta pur sempre “un argomento”.

La spiega la si trova a metà del suo ultimo romanzo, Serotonina, in mezzo al cammino di un’ennesima nostra vita: quella di un ignavo impotente in cui di questi tempi ogni lettore onesto potrebbe davvero identificarsi, se guardasse al proprio io o argomento che – per dirla con Houellebecq – “non è mai particolarmente interessante”. Dalla stessa pagina dello stesso romanzo – ma è una coincidenza e non per pigrizia – si può rubare una citazione che riguarda e spiega anche il tema della fede ovvero della morale del personaggio e dunque dell’autore e infine di ogni onesto ignavo lettore: “Dio è uno sceneggiatore mediocre, è questa la convinzione che quasi cinquant’anni di esistenza mi hanno portato a maturare, e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice…”. Ovviamente ci sono eccezioni -si aggiunge subito dopo- e c’è anche la felicità, e capita perfino di viverla per un po’, ma è ancora peggio perché diventa un ricordo malato, un peso morto nella vita morta del protagonista di un intero romanzo “depresso”.

La “serotonina” è una pillola antidepressiva, che chiaramente non funziona. Fa da titolo al libro ma non se ne parla molto, al punto da sembrare una scusa… Poi, andando avanti a fatica fra le pagine di una non-storia, si capisce a cosa serve e soprattutto a chi serve: al lettore. Il Captorix non so se è un medicinale che davvero esiste, ma è vero che cattura: lentamente e inesorabilmente lo si respira pagina dietro pagina e contamina il lettore molto di più di quanto non funzioni con il personaggio. Il trucco o il merito di Serotonina è forse tutto qui: il romanzo va assunto poco per volta per poi scoprire che non è poco, ma un’overdose che ci fa “morire di tristezza” molto prima che questa diagnosi sia svelata al protagonista; anche lui – proprio come il lettore – sempre in attesa di una soluzione che lo salvi dalla dissoluzione e che non arriva mai.

Ecco, l’ultima opera di Houellebecq non tradisce le attese ma le esaspera e ci spinge in ogni senso sino in fondo. Il filo della scrittura è meno forte del solito, ma forse questo stimola la tenacia del lettore che dunque, a corda doppia, si arrampica per pagine e pagine di impotenze sia sociali che sessuali (ma c’è differenza?), inseguendo un personaggio che, in continua e pigra fuga, alla lettera e per tutto il romanzo “non sa dove andare a nascondersi”.

Non si sa nemmeno bene da dove viene, ma solo che si occupava di formaggi e ha già smesso di lavorare: un pensionato a vita o dalla vita, ma è meglio chiamarlo retraité, (in Francia – sia detto tra parentesi – la “ritirata” non è una festa come da noi la quota cento, perché lì si festeggia piuttosto la rentrée del primo settembre, almeno quanto da noi si celebra il ferragosto), cioè un tizio che, appena alla mezza età, si è già ritirato da tutto e da tutti, e finge o addirittura spera di essere deluso. Non ha problemi economici: vive di rendita in tutti i sensi e costringe anche il lettore a fargli credito per tutta una non-storia, a tratti condita da un erotismo tanto più spinto quanto più spento.

Lo stesso Houellebecq – si suppone – aspetta che succeda qualcosa e, dopo pagine di inutili stimoli porno-postumi, gli rimette in testa il ricordo di un vero amore, lo fa andare alla ricerca di un quasi amico in costante solitario fallimento, lo rende testimone di una lotta di contadini allevatori che finisce in scontri con la polizia (una strana jacquerie armata che ancora una volta la dice lunga sull’intuito profetico di Houellebecq, visto che, all’uscita del romanzo, non erano ancora calzati e vestiti i gilet gialli!). Alla lunga, sembra che anche l’autore non sappia bene che farsene né come disfarsene, e noi lettori con lui, giacché l’inconcludenza e l’impotenza ci si appiccica come una penitenza da scontare, “senza ridere e senza piangere”.

Lo strano è che non avviene nessuna identificazione ma si diventa per così dire deuteragonisti di uno stesso annientamento, che è nell’aria come la serotonina, che non è esistenziale ma ambientale, che non è individuale ma universale o almeno occidentale. Un annichilimento che è il contrario del nichilismo, che è sempre un po’ incazzato e infine fallico. No, niente filosofia per favore, neanche quando Houellebecq tira le conclusioni per sé e per tutti, o almeno ci prova: “ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé, cosa mai poteva propormi la socialdemocrazia, evidentemente niente, solo una perpetuazione della mancanza, un invito all’oblìo.”

Infine, ma veramente all’ultima pagina, si trova qualcosa di più e forse di meglio. Non lo riveliamo a chi non l’ha letto o a chi non c’è arrivato, ma non è un lieto fine ma appena un fine che giustifica tutto quello che c’è stato in mezzo. Non una assoluzione ma appena un’accettazione della “vita morta”, che è pur sempre una vita.

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Houellebecq 1: Come restare soli, nonostante tutto di Marco Gatto

di Marco Gatto

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 Meno riuscito di Sottomissione, di non all’altezza del romanzo-saggio messo in campo da Estensione del dominio della lotta e da Le particelle elementari, quasi privo della capacità narrativa di Piattaforma – col quale però intrattiene un dialogo sotterraneo –, un romanzo probabilmente transitorio o indecidibile, forse non impeccabile per molti, troppi aspetti: eppure, Serotonina (traduzione di Vincenzo Vega, La nave di Teseo), al netto delle sue discutibili imperfezioni, è un ulteriore tassello di quell’analisi spietata e lucida che Michel Houellebecq va compiendo da sempre sui costi emotivi e sociali del mondo individualista e globalizzato, e che lo designa – con buona pace dei detrattori – come uno degli osservatori più profondi della civiltà occidentale e del suo irreversibile declino.

Il lettore non troverà, in Serotonina, un affresco delle più aggiornate dinamiche geopolitiche e sarà forse deluso dalla quasi totale assenza di rimandi allo scontro fra identità sociali. Chi ha voluto vedere nel testo una sibillina prefigurazione delle rivolte in atto in Francia ha peccato di fantasia. Del resto, l’immagine di Houellebecq come visionario profeta della dissoluzione occidentale è assai trascurabile e rientra nel novero della pubblicistica a buon mercato. Piuttosto, il realismo dello scrittore francese consiste in un esibito tentativo di comprensione della radicale mercificazione dell’individuo – fino alla distorsione della sua biologia e del suo corpo emozionale – in un mondo che, rendendo i rapporti sociali alla stregua di mere economie del piacere, dissolve qualsivoglia pretesa di reale e genuino benessere. Serotonina è un romanzo sulla felicità impossibile, sulla necessaria resa di fronte a un “mondo sociale” che è anzitutto macchina per distruggere l’amore, sulla fallibilità dell’ingannevole pretesa di trasformare la vita in destino. È un romanzo sul “come sparire”, come ritirarsi da tutto il resto, nel momento in cui il corpo si è ridotto a una macchina poco funzionante, che ha bisogno dei farmaci per poter obbedire a un principio di prestazione socialmente accettabile. Ma è anche un romanzo sul “come reagire”. Florent, il protagonista, è sì un uomo senza qualità, che non crede nel suo lavoro, che si dimostra consapevole di una sconfitta prima di tutto individuale, che medita il suicidio come unica alternativa a un’esistenza che è solo e soltanto sopravvivenza, ma è pure un uomo ampiamente consapevole della realtà che lo ha reso inerme e lo ha costretto all’estraneità sociale (non avendo più fratello, altro prossimo, altro amico, altra società che me stesso, o al crollo di una speranza condivisa.

Houellebecq è un maestro nel mostrare fino a che punto possa giungere l’annichilimento imposto dalla scomparsa dei legami sociali. Da sempre, per lo scrittore francese, manifestazione di tale dissolvimento è la gestione, diremmo capitalistica, del rapporto sessuale, dal quale è espunta la capacità di comune godimento, e nel quale traspare in modo chiaro la logica del profitto che anima le relazioni tra individui (Yuzu, l’amante giapponese di Florent, è un ritratto indimenticabile di questa degradazione plastica del sesso – una donna lontana mille miglia dalla Valérie di Piattaforma, ancora obbediente a una moderna nozione di dépense). Serotonina conferma questa diagnosi, ma sposta il punto di vista: l’osservazione non è più diretta verso i rapporti di dominio e sottomissione inscenati da un atto sessuale mercificato, bensì ha come oggetto di analisi la resa, la corsa verso l’annientamento, che promana dall’impotenza, dalla perdita di qualsiasi desiderio. Ed è qui che il romanzo – soltanto dopo trecento pagine, con un balzo di tigre al quale Houellebecq ci aveva abituato sin da La carta e il territorio – ci consegna una neppure tanto imprevedibile impennata: Florent è uno scomparso volontario che, sul punto di non esistere, persiste; si abbandona a una notte senza fine, si arrende a sperare contro ogni speranza. Perché, nonostante tutto, e per via contraddittoria, ambivalente, si dà, in una condizione di consapevole anomia e di rassegnata dissoluzione, un momento in cui vengono a presentarsi zone della psiche umana che restano pressoché ignote, perché sono state poco esplorale, perché fortunatamente poche persone si sono trovate nella situazione di doverlo fare. A dire, cioè, che un’alienazione completa tardi a realizzarsi non tanto perché il sistema di annientamento non sia perfetto, quanto perché esso ambisca a fondarsi sulla meccanica e semplicistica illusione di una piena libertà individuale – che prevede persino il completo azzeramento della vita o una sua manutenzione solo e soltanto farmacologica –, la quale si svela comunque irrealizzabile, comunque incapace di obbedire a una complessità che resta ancora da sondare.

C’è un noi oltre l’io che non è facilmente cancellabile. Ed è il sentimento della resa, o forse della pietà, a inscenare questo dato di fatto. Bisogna cioè giungere a un profondissimo carotaggio degli anfratti più scuri dell’umano per rendersi conto di questo grado zero, che consiste in uno slancio d’amore o persino di carità. Non vedrei una metafisica o una teologia in tutto ciò – il richiamo al Cristo, pure poeticissimo, che chiude Serotonina, non va letto nel senso di un abbraccio religioso –, bensì solo la necessità di segnalare una faglia, uno spiraglio, una possibilità ulteriore, uno sguardo rivolto all’insensibilità dei cuori, al netto di un orizzonte complessivo che resta, per Houellebecq, infestato dal nichilismo di una civiltà occidentale ormai sul punto di collassare.

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poco di buono

Kepler-452: teatro per la città

di Rodolfo Sacchettini

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Con la sua ultima opera, Il giardino dei ciliegi, Cechov canta la fine di un’epoca. L’aristocrazia decadente e frivola, attaccata a radici secolari, e bloccata nell’idea di palazzi aviti e giardini d’infanzia, viene spazzata via da contadini arricchiti e spregiudicati. Cechov la scrive come una farsa, da ridere. Stanislavskij ne fa una tragedia, da piangere. Il Novecento si apre così, con questa discrasia. Ridere o piangere: ecco lo sgomento di fronte all’albeggiare di un secolo che correrà sempre più forte.

Oggi, se pensiamo a Il giardino dei ciliegi, oltre al testo vien fuori l’archetipo. E il giovane gruppo bolognese Kepler-452 lo capisce molto bene, trasformandolo in Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso. Il rumore di ieri della scure che abbatte gli alberi può facilmente trasformarsi nel fracasso delle ruspe di oggi. Dramma ecologico, oltreché culturale e umano. Il discorso però si fa ancor più complicato perché, al posto della decadente aristocrazia russa, si racconta della famiglia Bianchi, Giuliano e Annalisa, che per trent’anni hanno vissuto in una casa colonica concessa in comodato d’uso gratuito dal Comune nella periferia di Bologna. In cambio si sono occupati del controllo della popolazione dei piccioni e dell’accoglienza di animali esotici o pericolosi, abbandonati da padroni irresponsabili. Nel 2015, avvicinandosi l’apertura della nuova Fabbrica Italiana Contadina, F.i.co, il più grande parco a tema agroalimentare del mondo, una sorta di museo della biodiversità, edificato proprio davanti al loro casolare, arriva lo sfratto. Poi segue la permanenza al residence Galaxy, insieme a decine di famiglie di migranti o di senza casa. Insomma al posto dell’aristocrazia russa adesso c’è una coppia anziana, senza un soldo, che ha vissuto a lungo con un babbuino, un lupo, un boa, una tarantola, un’ara e poi mucche, piccioni, cani, gatti… La loro nobiltà è di altra natura. Giuliano e Annalisa sanno parlare con gli animali. Conoscono tutti i nomi dei fiori, degli alberi, delle piante, degli insetti, delle bestie. È un attimo perché dalla Russia di fine Ottocento si scivoli nell’Antico Testamento. Altro che fattoria degli animali, qui sembra di stare sull’arca di Noè. Non c’è nemmeno la nostalgia per un passato agricolo, il rapporto con la natura appartiene a un’altra era geologica, è quasi preistoria.

La sfida di Kepler-452 è molto alta. Dopo aver costruito con La rivoluzione è facile se sai come farla una sorta di autoritratto generazionale delle aspirazioni e delle frustrazioni di giovani creativi, adesso si sporge su un mondo diverso, marginale, ai confini della città, su un terzo paesaggio, direbbe Gilles Clément. Si sposta il tema, ma si tiene al centro la relazione, cioè il proprio punto di vista in rapporto all’“altro”. Tutto nasce dal desiderio di trovare una realtà più autentica? Di scoprire un luogo dove i conflitti si manifestano con più forza? Sì, sicuramente. Ma c’è anche la sensazione fortissima di vivere in un cambiamento d’epoca radicale, dove le differenze sono condannate a sparire. Il paradosso è che il museo commerciale della biodiversità spazza via la biodiversità reale e casuale (anche bizzarra, estrema, grottesca…). Kepler-452 si tuffa così nella cosiddetta “realtà” con quella “fame” tipica di una certa scena di questi anni. Poi però arrivano le questioni più difficili, in fin dei conti sempre le stesse: come fare a tornare a galla e raccontare tutto quel che è successo, scegliendo il teatro come medium? Come dare forma adeguata a una materia così viva e complessa?

Nicola Borghesi, Enrico Baraldi, Paola Aiello e Lodo (Lodovico Guenzi) gettano la loro rete con la chiara idea di trattenere quello che sta per scomparire, tirare fuori qualcosa che è già andato a fondo e rischia di essere dimenticato per sempre. A loro modo cercano una storia autentica, ma quando tornano in superficie, dalla rete non esce fuori una storia, ma un intero pezzo di mondo bene aggrovigliato in cento implicazioni differenti. Decidono di tenere tutto, a costo di apparire incongruenti e sbilanciati. D’altronde in questo caso gli esploratori erano fin dal principio solo degli attori, la ricerca “etnografica” si è trasformata presto in amicizia e i soggetti dello studio hanno finito per indossare sulla scena i panni dei protagonisti (lunghe pellicce da freddo siberiano). Il teatro diventa così ibrido e si srotola in un lungo ritratto di città.

Bologna è infatti la vera protagonista con tutte le contraddizioni di oggi. C’è F.i.co, il turismo, l’ossessione del cibo, gli sgomberi, la speculazione sulla street art, Blu e i murales cancellati. Si fotografa una città in rapido mutamento, mettendo il dito nella piaga: cosa rimane? Cosa scompare? Cosa sta accadendo? (A questo proposito si legga il recente A che punto è la città? Bologna dalle politiche del “buon governo” alle politiche del marketing, Edizioni dell’Asino, 2018).

Lo spettacolo tiene assieme materiali eterogenei, passando dal testo di Cechov da mettere in scena a momenti autobiografici della famiglia Bianchi, a Lodo, che è  un ottimo Lopachin, oltre ad essere diventato, dopo il trionfo di Sanremo, un volto noto al grande pubblico. E anche l’essere dentro a un ingranaggio di celebrità entra come materia di riflessione autobiografica e autocritica, con una complicazione crescente dei piani. C’è la recitazione dei non professionisti o “esperti di vita”, come direbbero i Rimini Protokoll, c’è qualche brano cechoviano, ci sono spazi ampi alla recitazione a canovaccio e molti racconti. Si vuol dare voce a chi voce, in questo caso, non ha avuto e allo stesso tempo si vuole fare un resoconto anche dell’esperienza vissuta, con il tentativo perciò di trasmettere sensazioni, di far immaginare allo spettatore il mondo di prima, i fatti salienti. Intanto sulla scena si proiettano video che aiutano a capire il contesto, in mezzo a una scenografia composta dalle autentiche voliere e gabbie, ora rimaste vuote, e il mobilio reale della casa sotto sfratto. Non tutto vive con la medesima forza. A volte il testo di Cechov diventa ombra, altre volte il ritmo rischia di smagliarsi. Non è facile tenere il giusto equilibrio tra la forte personalità della famiglia Bianchi e la dinamicità e il talento dei tre attori. La scena a volte stride, ma si tratta di uno di quei rari casi in cui la vivacità è tale che il disorganico trova piena cittadinanza. Assistere allo spettacolo acquista un sapore particolare, sembra davvero di partecipare a un rito cittadino, interrogarsi su domande che riguardano il vivere comune. È una percezione acuta e molto chiara. Il teatro riscopre la sua inimitabile capacità di raccogliere attorno a sé un gruppo di persone, in carne e ossa, di fare comunità, di porre domande scomode, di scegliere un punto di vista forte. E il teatro si riempie di nuovo e si riattiva il più sano ed efficace strumento di marketing del teatro: il passa-parola. Qualche insistenza sulla sincerità dell’esperienza viene riequilibrata dalla struttura drammaturgica, che abilmente tiene assieme il piano biografico-emozionale, la realtà della cronaca, la profondità della narrazione cechoviana.

Una certa sfrontatezza attoriale e l’ostinata volontà di capire qualcosa in più dei nostri giorni confusi appaiono così autentici e densi di interesse che l’attenzione dello spettatore è tutta tesa a scoprire dove ci vuol portare questo spettacolo, che è un giardino dei ciliegi, ma anche un ritratto di città e in fin dei conti potrebbe essere pure semplicemente la storia di un’amicizia.

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