poco di buono

Maurice Sendak il ritorno dei mostri

di Nadia Terranova

illustrazione di Maurice Sendak

Torna finalmente in libreria il capolavoro di Maurice Sendak Nel paese dei mostri selvaggi, pubblicato per la prima volta nel 1963 in America da Harper & Row, tradotto in Italia da Emme Edizioni nel 1981 e poi da Babalibri nel 1999, sempre nella versione di Antonio Porta, quindi scomparso dagli scaffali italiani con costernazione di quei maestri, genitori, librai e operatori culturali che per anni si sono visti privati dello strumento più efficace per raccontare ai bambini il loro lato selvaggio, ovvero la parte più interessante di ogni essere umano. Torna dunque Sendak nella nuova traduzione di Lisa Topi, stavolta per la collana “i cavoli a merenda” dell’Adelphi, che stampa pochissimi libri e non ammicca né ai grandi né ai piccoli, mostrando anzi una passione nera per il finale non lieto – basti pensare che in catalogo ci sono testi come Greta la matta di Geert de Kockere in cui la protagonista è una ragazzina che a causa della propria diversità si suicida e I piccini di Gashlycrumb di Edward Gorey che altro non è se non un gotico elenco di decessi di bambini in ordine alfabetico. Fa sorridere, perciò, che ci si affanni a salutare il ritorno di Nel paese dei mostri selvaggi sciorinando le interpretazioni più varie e rassicuranti sulla buona pedagogia di cui dovrebbe essere portatore, come se ancora si dovesse rispondere a Bruno Bettelheim, che all’uscita del libro ordinò spaventato di boicottarlo (confessò in seguito di non averlo mai letto). Quanta paura può fare un albo illustrato che ruota tutto intorno a ciò che non è addomesticabile, ovvero alla parola “wild”?

poco di buono

“Avevo vent’anni…” Paul Nizan e i giovani d’oggi

di Sara Honegger

illustrazione di Paolo Bacilieri

Forse questa lettura avrebbe dovuto farla un ventenne, un coetaneo di quel Paul Nizan (1905-1940) che si recò a Aden nel 1926 e ne tornò pronto a scrivere un pamphlet rigurgitante rabbia. Perché, andando avanti con gli anni, ai più capita di perderla, quella rabbia; e il grido di odio che chiude questo piccolo libro rischia di infrangersi contro il disincanto, che avvolge tiepido e lattiginoso come certe nebbie di tarda estate. Dico ventenne pensando a qualcuno colmo di quell’ansia di vocazione che tanto caratterizza la giovinezza, quando, ancora capaci di rifiutarsi di ridurre tutto alla modesta scala di un’inquietudine privata, si cerca qualcosa di assoluto che dia la forza di rivoltare il mondo. Molti lamentano che ventenni così oggi non ne esistano quasi più – da troppi anni, fin dalla facile infanzia, ci vanno addestrando a una docile schiavitù. Di certo, non risultano molti libri agguerriti come questo, capaci di leggere la realtà grazie a un’analisi spietata della propria classe socio-culturale.

Nizan ha ventun anni quando s’imbarca per raggiungere Aden. Viene da studi di eccellenza, a partire dal prestigioso liceo Enrico IV, dove insegnava, fra gli altri, il filosofo Alain, maestro anche di Simone Weil. Difficile sapere se avesse già chiaro che la sua avrebbe potuto essere una delle possibili fughe – l’altra, il suicidio – da una situazione di privilegio intellettuale e di rifiuto del mondo. Quel che sappiamo è che proprio in quella città serrata fra il mare e le rocce vulcaniche, dove il tanto mitizzato Oriente si mescola all’Impero britannico, l’Europa si fa via via più nitida e quel che c’era da capire viene capito e scritto. Nasce così Aden Arabia. Pubblicato una prima volta nel 1931, riproposto in pieno boom economico da Sartre, suo compagno di studi all’École Normale, il libro è stato pubblicato varie volte anche in Italia, sempre suscitando fastidio e polemiche. Ora lo si può ri-leggere nella Universale dei poveri delle Edizioni dell’asino, con la traduzione originale di Daria Menicanti: lo scritto di un giovane per i giovani, lapidario e irritante nel chiudere, una dopo l’altra, le porte per non andare in nessun luogo, a partire dal viaggio. Se gli altri continenti fornivano una parte dei mondi immaginari che gli uomini s’inventano di notte per dimenticare la severità del proprio purgatorio e abbellire d’illusione la propria miseria e la propria oppressione, la realtà è infatti una terra messa sotto torchio, dove i paradisi sono imprese commerciali di cobalto e caucciù, gli indigeni selvaggi clienti o schiavi. Aden, insomma, è un concentrato di Europa. Con la differenza, di non poco conto, che ad Aden non ci sono i fronzoli di secoli di civiltà che tanto ottundono e permettono di non vedere: la protervia (coloniale, ma non solo, dell’uomo è uguale dappertutto) si palesa per quel che è; la forza si manifesta senza intermediari; l’oppressione è evidente: l’Europa è un ceppo che ha lasciato cadere un po’ dappertutto delle radici aeree, come un fico bengalese: prima di tutto, attacchiamo il ceppo. Tutti muoiono all’ombra delle sue foglie.

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Film da Oscar, quindi brutti

di Paolo Mereghetti

illustrazione di Marco Smacchia

La scadenza dell’Oscar e le strategie della distribuzione internazionale che concentra in uno o due mesi i titoli che possono aspirare a premi, permettono di dare uno sguardo un po’ meno frammentario sulla produzione “di qualità” che ci arriva dall’America. E la prima cosa che si nota in molti di questi titoli – come Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, The Post di Steven Spielberg o La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro – è il loro debito verso un’idea antica di cinema. E antica perché sicura, capace di ritrovare quella narrazione forte e accattivante che nei blockbuster con super-eroi sembra ormai svanita. Una trama coinvolgente è lo strumento migliore per indirizzare gli sguardi degli spettatori sull’oggi e le sue contraddizioni e per distinguere quei film dalla massa di prodotti standardizzati che affollano le programmazioni. Così balza subito all’occhio il ritratto “trumpiano” della provincia di McDonagh, con la sua violenza diffusa, il razzismo quotidiano, la sfiducia in tutto ciò che non sia interesse individualistico ed egoistico. O l’orgoglio per il proprio dovere che innerva The Post, dove il “destino manifesto” americano si colora di valori democratici e progressisti perché attacca il potere e la sua protervia (con un Nixon molto “trumpiano” che Spielberg ha voluto parlasse, almeno nell’edizione originale, proprio con la sua vera voce, quella conservata nelle registrazioni). O ancora la poetica vittoria degli ultimi e dei diversi nella rilettura fantasy della favola della Bella e la bestia che Del Toro ambienta negli anni sessanta della Guerra fredda ma che non può non rimandare alle politiche anti-immigrazione che vanno per la maggiore.

Questo non vuol dire che i tre film in questione non siano a loro modo godibili. Con quello che si vede, rischiano di assomigliare a dei capolavori! Ma la generale arretratezza della qualità, ormai adeguatasi al prodotto medio Netflix (attori di fama e regia professionale per un tema da dibattito) non deve far dimenticare che potremmo chiedere al cinema qualcosa di più e di meglio. Come lo stesso cinema americano ci aveva mostrato in decenni ormai lontani quando gli Arthur Penn, i Robert Altman e i Sam Peckinpah ci avevano illuso che Hollywood potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a mostrarci un cammino possibile e condivisibile. Oggi invece bisogna accontentarsi, contenti che nei film si possa almeno leggere un qualche attacco alle ideologie dilaganti, che poi sono quelle di un populismo egoistico e autoreferenziale, contenti – noi spettatori – di sentirci almeno dalla parte giusta.

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Simon reynolds e i miti del glam rock

di Simone Caputo

Il critico musicale britannico Simon Reynolds, dopo aver scritto di post-punk, techno e rave culture, hip-hop e fenomeni retromaniaci che hanno caratterizzato gli anni zero, indaga con Polvere di stelle (pubblicato da minimum fax) la traiettoria artistica e sociale del glam rock, tra Inghilterra e Stati Uniti, senza tentazioni agiografiche e utilizzando la musica – come suo solito – come una lente per leggere un intero periodo storico, gli anni settanta. Il glam rock fu il primo fenomeno musicale a sfruttare la forza della televisione: quando Marc Bolan, gli Sweet, Gary Glitter, Alice Cooper, gli Sparks e i Roxy Music comparvero sugli schermi britannici durante le puntate di “Top of the pops”, apparvero ai giovani inglesi, persino a quanti ancora guardavano la tv in bianco e nero, come dei guerrieri venuti dallo spazio, con le loro strambe zazzere, i lustrini sulle guance, i vestiti che parevano di metallo. Reynolds riconosce a Marc Bolan dei T. Rex il ruolo di primo artificiere che innescò la miccia del glam rock e a David Bowie, e al suo alter-ego Ziggy Stardust, quello di dominatore del decennio, novello Beatles degli anni settanta, con Space Oddity, pubblicato nel 1969 e ristampato nel 1975 a lasciare un’impronta indelebile su un’intera generazione di giovani.

Reynolds non si limita a raccontare l’epopea di cantanti e gruppi (coi loro strambi costumi, hits, fans, successi e insuccessi) che, pur se animati da spirito di rivalità, collaboravano tra loro, condividendo managers e pubblico: individua un continuum tra alcuni esponenti del rock (Rolling Stones e Velvet Underground, ad esempio) e il glam; descrive una sensibilità emersa all’inizio degli anni settanta e fiorita prepotentemente per alcuni anni prima di esaurirsi a ridosso dell’esplosione del punk; interpreta il genere in maniera ampia e inclusiva, lasciandosi guidare da storie e musica, più che dai confini storici comunemente riconosciuti. Al fondo di tutta la ricostruzione operata da Reynolds vi è un interrogativo: cosa distinse lo sfarzo del glam da quello tipico del pop? In fondo lusso e lustrini sono propri del pop e dello show business più in generale. Scrive Reynolds: “una differenza importante sta nella profonda autoconsapevolezza con cui gli artisti glam utilizzavano costumi, teatralità ed elementi scenici, spesso rasentando una parodia del glamour più che abbracciarlo senza riserve. Il glam rock voleva essere percepito come finzione e i suoi esponenti erano tiranni che dominavano il pubblico, come tutti i veri intrattenitori. Allo stesso tempo, però, intraprendevano una sorta di beffarda decostruzione del proprio personaggio e atteggiamento, alimentando ulteriormente l’assurdità della performance”. Secondo Reynolds il carattere glamour del glam fu anche – e forse soprattutto – una reazione al recente passato, una provocazione pacchiana contro il rock della fine degli anni sessanta, adulto e malvestito, che considerava immagine e spettacolarità puerili, conformisti e commerciali. Il glam fu una sorta di dietrofront sonoro rispetto al rock duro, sperimentale o impegnato dell’epoca, che attraverso il pastiche recuperava estetiche della musica del passato, in particolar modo il rock’n’roll (ma non come semplice revival). Per ottenere un impatto significativo, il glam, flirtando coi contemporanei fremiti androgini, decadenti e omoerotici, adottò soluzioni sceniche provocatorie; al contrario dei rockettari capelloni in barba e jeans, gli eroi del glam (che furono soprattutto uomini) volevano sottomettere il pubblico e non dialogare con esso. Ciò si rifletté ovviamente sulla musica, progettata “per gli occhi, non soltanto per le orecchie” (Mike Chapman), fusione di primitivismo e artificio, nuove tecnologie di registrazione e modi di far suonare chitarre e batterie.

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Ebeti e contenti con Overload

di Rodolfo Sacchettini

Secondo un recente studio americano l’attenzione umana si starebbe avvicinando in modo preoccupante alla cosiddetta soglia del “pesce rosso”. Sostengono gli scienziati che il pesce rosso riesca a rimanere concentrato su un singolo stimolo o oggetto o azione, per non più di otto secondi. L’essere umano in questo momento storico raggiungerebbe una media di circa nove secondi. O per meglio dire, le nuove tecnologie (smartphone e computer) hanno predisposto i loro software per offrire impulsi ogni nove secondi, abbassando enormemente la soglia minima. Hanno scelto questo intervallo di tempo così breve, per avere più possibilità che il cervello, e il corpo umano, non si stacchi dalla macchina (smartphone o computer che sia). Può essere un segnale sonoro, un video, una finestra pop up, un messaggio o una notifica dai social, una mail eccetera. Ogni nove secondi accade qualcosa, in modo non così dissimile da quanto si sosteneva nei manuali di sceneggiatura dei film hollywoodiani. L’attenzione dello spettatore deve essere sollecitata continuamente, attraverso effetti speciali o colpi di scena narrativi o battute particolarmente spiritose, tutto questo perché il pubblico non si distragga. Adesso la differenza è che invece di manciate di minuti, si parla di secondi, e che al posto del consumo culturale si è sostituita la vita quotidiana. Si potrebbe poi aggiungere che non si vuole più intrattenere lo spettatore dentro una storia o una narrazione, ma si cerca di creare interruzioni al flusso del pensiero e di evitare la possibile sedimentazione della memoria. Già, ma cosa stavamo dicendo?