poco di buono

Cinema. L’eredità di Rossellini

di Bernardo Bertolucci, Jonas Carpignano, Roberto De Paolis, Leonardo Di Costanzo, a cura di Emiliano Morreale

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Di Roberto Rossellini le Edizioni dell’asino hanno ripubblicato di recente Il mio dopoguerra, uno scritto bellissimo, e quest’anno fanno quarant’anni dalla morte di Rossellini. I registi italiani migliori delle ultime generazioni hanno ben presenti l’eredità e il modello rosselliniani, e credo anzi che in questo momento stiamo assistendo a un piccolo trionfo di Rossellini. Forse finalmente il cinema italiano è diventato un po’ rosselliniano; può sembrare paradossale, perché Rossellini è uno dei padri del nostro cinema, però io credo che il nostro cinema sia stato troppo poco rosselliniano. È stato tante cose, è stato zavattininano, agescarpelliano, è stato commedia all’italiana, è stato neorealismo, è stato cinema politico e declamatorio eccetera. Forse è stato perfino più rosselliniano il cinema francese dell’italiano. Il titolo che abbiamo dato a questo incontro è una frase di Prima della rivoluzione, il film di Bertolucci del 196364, “Non si può vivere senza Rossellini”, una frase detta tra il serio e il faceto da uno dei personaggi del film, che era poi Gianni Amico, lui stesso un rosselliniano di ferro. A un certo punto questo amico cinefilo del protagonista si congeda dicendo: “Vi ricordo che non si può mica vivere senza Rossellini”. Partiamo da Bernardo Bertolucci, e da questa frase. In quell’anno ’63-’64 che cos’era Rossellini per te?

Bertolucci Rossellini in Italia è stato riscoperto grazie ai “Cahiers du cinéma” dopo i film meravigliosi che aveva fatto, da Roma città aperta a Germania anno zero e poi a Francesco (che a capire meglio di tutti fu Ingrid Bergman). Rossellini io l’avevo imparato sui “Cahiers”, e avevo visto allora i film sublimi che aveva fatto, che in Italia non erano stati abbastanza apprezzati. Quando nel mio film dico “non si può vivere senza Rossellini”, nel film, mi viene in mente la prima volta che entrai nella Cinémathèque (ero stato invitato da Langlois con Prima della rivoluzione), e avevo visto lo schermo che stava sul muro di fondo della Cinémathèque, e chiesi a Langlois: “Come mai questo schermo così grande?”. E lui: “È per i film di Rossellini, per le sue inquadrature. Non si sa mai: potrebbero espandersi in basso, in alto, a destra, a sinistra!” Ma Rossellini ha ancora la capacità di mandare vibrazioni come quelle che fanno dire a Langlois che le sue inquadrature potrebbero espandersi in qualsiasi direzione e momento? Cosa ne pensano i nostri giovani registi?

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Film italiani a Venezia

di Emiliano Morreale

particolare del poster di Nico, 1988, di Susanna Nicchiarelli

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Tanti film italiani a Vanezia, troppi. Contando anche i documentari, quasi una trentina di lungometraggi, più un buon numero di corti. Abolito anni fa il ghetto degli italiani (un tempo era la famigerata sezione “De Sica”), ci si è trovati però davanti a un numero esorbitante di titoli piccoli e grandi, dei quali una metà sarebbe forse potuta rimanere a casa. Eppure il panorama che veniva fuori dalla Mostra era tutt’altro che sconsolante, soprattutto per la varietà. Da Cannes, era venuta fuori un’immagine un po’ parziale del nostro cinema: i migliori film sembravano appartenere a una scuola ben determinata, quella del dramma sociale sulla periferia o su mondi marginali, con protagonisti adolescenti o ragazzi, girato facendo tesoro del metodo documentario, con attori spesso non professionisti: Cuori puri, L’intrusa, A Ciambra rappresentavano non solo il meglio del nostro cinema, ma anche l’ipotesi di una scuola, con i rischi eventuali dell’imitazione e della ripetizione.

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Film stranieri a Venezia

di Paolo Mereghetti

una scena di Ex libris – New York public library, di Frederick Wiseman

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Abbiamo imparato qualcosa da questa edizione di Venezia, una delle migliori degli ultimi anni? Vere scoperte non ce ne sono state (sarebbe stato ingenuo aspettarsele: i “grandi” festival consacrano l’esistente, non lo anticipano) e gli applausi sono andati soprattutto a film piuttosto lineari e tradizionali nel loro raccontare una realtà continuamente alla ricerca di qualcosa. Persino il film più bello di tutti e naturalmente non premiato, Ex libris – New York public library di Frederick Wiseman, ha confermato la predilezione dell’anziano documentarista – 87 anni compiuti – per una narrazione non particolarmente complicata, attenta soprattutto ad accostare con un certo gusto della sorpresa attività diverse tra loro – conferenze, lezioni, attività per utenti con vari tipi di problemi, direttivi – per restituire in maniera il più viva possibile lo straordinario impegno di un’istituzione pubblica a favore dell’alfabetizzazione e della cultura in generale.

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I libri per l’infanzia. 1

di Emilio Varrà

illustrazione di Antonio Rubino

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All’inizio c’è una figura sola, una donna che sembra perplessa, tra l’attesa e la ricerca; dopo due pagine ecco comparire l’altra, un bambino minuscolo, come i pollicini delle fiabe. Sono disegnate con tratto sintetico, sapiente, capace di catturare con poco l’empatia del lettore. I due si abbracciano – accompagnati da un testo talmente superfluo che sembra non saper cosa dire – per tutte le pagine successive, come in un flip book, uno di quei libri che danno vita a una piccola animazione se sfogliati rapidamente. Il libro in realtà chiede lentezza, vuole che ci soffermiamo sui dettagli, sulla grammatica dei gesti, dei volti, delle posture. Progressivamente il bambino diventa uomo, la relazione della coppia cambia, e cambierà ancora quando la donna si rimpicciolirà e sarà il bambino diventato uomo a doverla sostenere. Un andamento circolare, che ha la pretesa di mettere in scena la vita, le sue variazioni, gli equilibri mutevoli.

C’è una bambina che si muove in ambienti ogni volta diversi: onde, grotte, nuvole, creati da una scrittura tipografica a carattere piccolissimo, ma che a ben guardare è composta da brevi estratti di romanzi. Lei è la “bambina dei libri”, caratterizzata da un segno a china pittorico ma sintetico anch’esso, e si rivolge a un bambino che siamo noi, piccola divinità delle storie, pronunciando frasi brevissime, che mirano a essere evocative: “Vengo da Paese delle Storie e sulle onde della Fantasia scivolo veloce. Ho attraversato oceani di parole per chiederti: vieni via con me?”.

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I libri per l’infanzia. 2

di Nadia Terranova

illustrazione di Maurice Sendak

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Proverò a riflettere sul segmento dell’editoria e della letteratura per ragazzi, sperando il più possibile di far cadere questa dicitura che sempre si deve apporre, “per ragazzi”, di lasciare scivolare un’etichetta che di questo tipo di letteratura racconta qualcosa ma non tutto. È un ambito di cui mi occupo sia come autrice che come lettrice, ed è una chiave per capire molti aspetti che riguardano quello che accade alla nostra editoria, soprattutto cartacea, ci aiuta a interrogarci sul perché l’iperproduzione che la affligge riguarda anche questo settore, che è in un momento di grande fertilità. Si dice che l’editoria per ragazzi sta bene, e in effetti sta bene, nel senso che si pubblica molto e si vende molto: proprio per questa ragione abbiamo il dovere di analizzare questo “benessere” e vedere cosa c’è dietro, perché il fatto che stia bene in termini di numeri e vendite non significa necessariamente che stia bene in termini di salute letteraria.

Ho portato gli ultimi dati disponibili dell’Associazione italiana editori, relativamente ai lettori che vanno dai 2 ai 19 anni. Dunque: innanzitutto, la media italiana è del 40% di lettori, cioè di persone che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno. È una media bassissima, che si alza vertiginosamente nella fascia di bambini dai 2 ai 5 anni: hanno letto un libro fuori dall’ambito scolastico, quindi ha sfogliato un libro, non necessariamente comprandolo, il 63,3% di questi bambini in età prescolare. Il che significa che i principali lettori in Italia sono quelli che di solito non sanno ancora leggere e tengono in mano in mano un libro come un giocattolo, di solito un libro fatto di illustrazioni. Il che non delegittima quell’oggetto-libro, anzi, il fatto che sia un libro illustrato non significa che sia un libro che non possa o non debba comunicare qualcosa, a partire dall’educazione all’immagine, su cui è importante riflettere proprio perché dai due ai cinque anni i bambini cominciano a vedere e a toccare i libri: i libri devono essere belli a partire dalle copertine, prima ancora di quello che c’è scritto dentro, anche dal punto di vista dall’immagine e dell’illustrazione.