poco di buono

Anna nel Cinema Zenit

di Andrea Bruno. Incontro con Nicola Ruganti

illustrazione di Andrea Bruno

Cinema Zenit 3 (Canicola 2016) un fumetto di avventura

Cinema Zenit è una storia uscita in tre volumi, il primo nel 2014 e il secondo nel 2015 sempre pubblicati per i tipi di Canicola. È un fumetto che ha avuto una lunga elaborazione; non solo perché ci ho messo tre anni a farlo, ma perché ce ne sono voluti altri due per pensarlo, prima di iniziare a disegnare. C’è stata una lunga gestazione alle spalle: ho provato a visualizzare molte cose, ho preso appunti, fatto ricerche, raccolto materiali; poi però al momento di cominciare davvero, si parte da zero. Tutte queste ricerche e questo lavoro è come se diventassero una sorta di substrato che ogni tanto affiora. Cinema Zenit è nato così. Ciascuno dei tre volumi è nato così. Questo per me è importante perché c’è anche una dimensione avventurosa, nel fare questi fumetti, oltre alla dimensione avventurosa che c’è nella storia. Uno degli obiettivi che avevo in mente, su cui mi sono chiarito col tempo, era regolare i conti con un certo tipo di fumetto, che mi ha formato come lettore: il fumetto che leggevo da ragazzo, che all’epoca veniva chiamato fumetto d’autore (e che spesso era fumetto di avventura di qualità). Ed è, in ultima analisi, il motivo per cui faccio fumetti. Questo Cinema Zenit è anche un omaggio a questi autori, Pratt, Toppi e tutti gli altri, e forse anche un risolvere la questione; penso che adesso io sia pronto per fare cose diverse.

poco di buono

Il mondo è del diavolo. A proposito di “Bruciare tutto”

di Walter Siti. Incontro con Giacomo Pontremoli

Lucifero di Gustave Doré

               

Lo scandalo

Non ho capito che cosa voleva fare “La Repubblica”. Hanno fatto di tutto per essere i primi, il giorno stesso dell’uscita del libro. Un pattugliamento letterario preposto a dire come andava letto il romanzo. Anche scegliere, per recensirlo, non un critico letterario o uno scrittore, ma una filosofa morale, Michela Marzano, era significativo: volevano che il libro venisse letto in quella direzione; non mi risulta che Marzano abbia scritto altre recensioni di testi letterari. Poi l’intervista a “Repubblica” che mi hanno fatto era chiaramente un interrogatorio; io sinceramente non so cosa rispondere a domande come “Ha scritto queste cose per diventare un martire come Pasolini?”. Illazione per illazione, ero tentato di chiedere: “Lei dirige le pagine culturali del più importante giornale italiano perché vuole diventare un sex symbol come Belén Rodrìguez?”; avrebbe avuto lo stesso tasso di pertinenza. Oppure: “Un critico ha detto che il suo libro fa schifo, lei è d’accordo?”. Se fossi stato d’accordo non l’avrei pubblicato. Non sono riuscito a capire la ragione di questo tasso di aggressività. Anche perché fino a quel momento loro mi consideravano “un prezioso collaboratore”, per cui veramente non ho capito. Soprattutto non ho capito se ci fosse la volontà di sollevare la polemica in quanto tale, o se considerassero davvero intollerabile il libro e quindi volessero subito dare una direzione di lettura; non so scegliere tra queste due possibilità. Quanto a ciò che è venuto dopo, i primi giorni mi ha fatto stare molto male; soprattutto due cose mi hanno molto ferito: primo, la gratuità di dire che la mia fosse una “cinica operazione commerciale” (io so come vivo, so come faccio letteratura, questo è il mio decimo libro e anche la gente più o meno dovrebbe saperlo, anche dai miei nove libri precedenti, che non c’è niente di commerciale nella mia opera); ma è la seconda la più importante, e dimostra quale sia la ricezione dei libri oggi in Italia. Le persone che ne parlavano o non l’avevano letto, anche dicendolo apertamente, o erano poco attrezzate circa gli strumenti che di solito si usano per la letteratura. Sostenere che è un libro a tesi significa scavalcare almeno tutti i primi quattro capitoli e arrivare subito al quinto, che è a metà. I libri a tesi non sono fatti come il mio, hanno personaggi più stilizzati. La supposta “tesi” è stata tirata fuori con la forza da un libro che invece contiene molte altre cose. Sarebbe come dire che siccome Misha Karamazov dà il meglio di sé quando fa il viaggio in Siberia, allora gli errori giudiziari servono. Sostanzialmente mi è sembrato che mancassero alcune cose di base: per esempio attribuire a me, come se le avessi dette io, le parole di un mio personaggio, significa non conoscere l’abc della critica letteraria.

I giornali vogliono esaurire un romanzo nei primi dieci giorni dell’uscita: qualcuno cavandosela semplicemente con un’intervista all’autore, altri con una recensione che però cerca artificialmente la polemica, oppure schematizza subito “sì-no”… Marco Belpoliti, senza aver letto il libro, disse: “Con un argomento come questo, o è un capolavoro o è una schifezza”. Adesso ho visto che nel suo boxino uscito sull’“Espresso” ha capito che tertium dabatur, perché dice che il romanzo non è un capolavoro ma io so scrivere: evidentemente c’era anche una via di mezzo possibile. Però si inducono anche le persone che sarebbero più attrezzate culturalmente a esprimersi subito su un libro che non hanno letto, e tutto rimane molto aleatorio. Spesso poi l’attenzione dopo quindici giorni si spegne (è bastata l’allusione alla Boschi nel libro di De Bortoli perché di Bruciare tutto non gliene fregasse più niente a nessuno), quindi è tutto un po’ fantasioso. Comunque su questo libro è uscito tutto e il contrario di tutto: è stato detto che è inaccettabile e che gli italiani mi dovrebbero ringraziare, che è scritto in un modo stereotipo e assolutamente di merda e che invece è scritto benissimo, che è un libro a tesi e che è un libro con personaggi tridimensionali… A questo punto il mio atteggiamento è di lasciare che dicano, e aspettare che fra un po’ di tempo il libro venga letto per quello che è.

Quella che una volta era la critica accademica, fatta dagli universitari, è rimasta fra alcuni quarantenni chiamati “giovani critici” – Simonetti, Bazzocchi – che hanno fatto alcune letture approfondite del libro, ma che non hanno voce in capitolo nel bazar informatico; quelli che danno la linea su un libro sono i giornalisti, oppure persone non specializzate di quella materia. Invece la critica militante, cioè interventi di critici non accademici che però siano attrezzati ad analizzare la letteratura e capaci di fondare dei dibattiti magari anche stroncatori ma sul testo, entrando nello specifico letterario, non esiste più; i critici militanti non ci sono più.

Ho abbastanza riflettuto in questo periodo, avendo tempo e modo, su tutto questo. Ora credo che in realtà il vero motivo di scandalo sia stato che in Bruciare tutto non ci sono speranze e il mondo è del diavolo. Il mondo è il male. Ho dipinto un bambino talmente disperato che addirittura si uccide. Questo è ciò di cui vengo incolpato. L’unica speranza per tutti sono i bambini, perché sono per definizione il futuro. Nel romanzo, invece, il bambino muore, si suicida. Peraltro del suo suicidio è stata data un’interpretazione molto restrittiva, a proposito di forzare una tesi: si ucciderebbe perché il prete non ha abusato di lui. A parte il fatto che lui non chiedeva affatto al prete di abusare di lui; ma è evidente che si uccide perché ha dei genitori di merda e perché lui stesso non riesce a integrarsi con gli altri bambini. Si uccide perché è solo e soffre. È un romanzo che infastidisce la delirante positività coatta, obbligatoria, che domina tutti i media di oggi.

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Fa ‘afafine o la rivolta dei bigotti

di Rodolfo Sacchettini

 

Fa

 

Scandaloso teatro

A teatro lo scandalo ha una storia lunga: dall’antica Grecia in poi, ha creato scontri furibondi. Luogo privilegiato del consenso, il teatro ha saputo covare allo stesso tempo sacche di dissenso, di protesta. Pure in tempi recenti il teatro ha generato problemi, diventando protagonista di alcuni scandali amplificati dai media generalisti. Anche se il problema vero è forse che i media generalisti dedicano ampio spazio al teatro solo quando questo entra nel campo di ciò che è reputato scandaloso.

Nel 2007 le repliche milanesi di Accidens-Matar para comer dell’argentino Rodrigo Garcia furono in parte bloccate, per effetto di molti clamori: il perfomer, denunciando le multinazionali dei pesci in scatola, in scena uccideva, cucinava e si mangiava un astice. Pochi anni dopo Sul concetto del volto del Figlio di Dio di Romeo Castellucci venne accusato da una frangia di fondamentalisti cattolici, in buona parte lefevriani, di essere blasfemo. Sulla scena l’enorme volto di Gesù, dipinto da Antonello Da Messina, subiva l’ira di un attore che gli si scagliava contro, in preda alle disperazioni della vita (un padre anziano e incontinente, al quale doveva cambiare più volte il pannolone). A Santarcangelo il caso del danzatore completamente nudo che orina per strada, imitando il Manneken Pis di Bruxelles, arriva in parlamento. Di recente a Terni una danzatrice con fallo di lattice interpreta una coreografia nella quale si propone sulla scena la prolungata penetrazione anale del partner maschile.

Quando scoppia la polemica, dai media locali a quelli nazionali, il processo di approssimazione cresce esponenzialmente. Lo scontro si scatena tra frange opposte che solitamente non hanno visto lo spettacolo e sono anche piuttosto aliene da questioni teatrali e artistiche. Dall’ambito culturale il discorso scivola subito nelle dinamiche della battaglia politica, da salotto tv: c’è l’esperto, l’opinionista, la gara a chi la spara più grossa… Di solito da una parte si grida alla degenerazione morale e allo sperpero di soldi pubblici dall’altra alla censura e al fascismo. Quando la polemica scoppia sui grandi media, per un motivo o per un altro, scatta la recita dell’indignazione, dei moralismi e delle difese della libertà d’espressione. Di solito chi ci rimette è soprattutto il ragionamento critico, ricattato da una polarizzazione ideologica, non priva di echi pubblicitari.