poco di buono

I cani ci guardano

di Matteo Garrone

Incontro con Goffredo Fofi e Nicola Villa

disegno di Giovanna Durì

 

Il tuo cinema sembra oscillare tra un realismo quasi ottocentesco, che rimanda al naturalismo, Emilio Zola e il Seicento, con i suoi eccessi. E poi invece è predominante il favolistico, ci sono degli elementi di fiaba anche in questo film. Il modo in cui il protagonista Marcello chiude nella gabbia il cattivo, sembra Pollicino, sembra il piccolo che si vendica del mostro, dell’orco. Ha un legame con l’aspetto mitologico.

Mi interrogo spesso su cosa definisce una fiaba. Perché io penso sia qualcosa che caratterizza il modo di raccontare. Uso questa parola avendo la sensazione di non conoscerne a fondo il senso. Lo chiedo a te: cos’è che rende un film fiabesco?

Il fatto primo dell’elemento favolistico è che è pensato per un ascoltatore ingenuo, capace di meraviglia (i bambini di solito, capaci di meraviglia e di stupore). In secondo luogo quello di far ragionare ad esempio sui rapporti famigliari, sul padre e la madre. C’è un racconto, forse il più bello scritto sul cinema, di Delmore Schwartz, uno scrittore americano degli anni quaranta, che si chiama Nei sogni cominciano le responsabilità: tutto un flusso di coscienza alla Joyce, nel quale si parla di un ragazzino al cinema che vedendo un film costruisce la storia della sua famiglia… C’è questa proiezione, la capacità dello spettatore, del bambino, del proiettare, Buñuel diceva che nel momento in cui uno entra in sala, si spengono le luci in sala e si accende la luce dello schermo, entri nel sogno, entri in una dimensione parallela, che non è quella della realtà, è quella del tuo inconscio, entri nel mondo dell’inconscio, reagisci col tuo inconscio alla storia che vedi, credo che questo abbia a che fare con le strutture narrative della fiaba…

poco di buono

Cosa intendere oggi per poesia

di Durs Grünbein. Incontro con Davide Minotti

 

Partiamo da qui. Lo scorso 13 marzo Durs Grünbein è stato ospite al Kulturpalast di Dresda insieme allo scrittore Uwe Tellkamp per un incontro che ha generato molte polemiche. Muovendo da posizioni ideologiche opposte, i due sono stati invitati a parlare di libertà d’informazione, politiche sociali e immigrazione. Parliamo del contesto di riferimento, dell’umore dell’opinione pubblica tedesca su questi temi.

Una larga parte della società tedesca mette in discussione il senso della propria libertà: molti pensano che la libera opinione sia in pericolo perché controllata dai media. Ci sono addirittura teorie del complotto, secondo le quali i canali di informazione farebbero circolare false notizie. La tesi alla base di queste critiche è che un sistema di potere agisce sottotraccia per manipolare le opinioni dei cittadini. Queste tesi mi hanno colpito, ma non convinto. Penso infatti che la libertà d’opinione non sia in pericolo. Vedo però chiaramente che questa società e la sua stessa democrazia sono in crisi sotto molti aspetti. Una profonda crisi economica, culturale e politica, a cui si è arrivati per mezzo di un’estenuate guerra d’opinione: un conflitto che porta di nuovo al successo gli estremismi sia di destra che di sinistra e indebolisce il centro. Ci sono quindi delle forze che desiderano questa spaccatura a livello sociale e si attivano affinché diventi sempre più profonda, come nel caso dei comizi della destra populista a Dresda. So bene che è un problema diffuso dappertutto nel mondo occidentale, anche in Italia. Eppure mi ha sorpreso che esista una parte disagiata della società, che si interroga sul valore effettivo della libertà d’opinione o addirittura evita di informarsi. Il rischio è che questa incertezza generi nuove contrapposizioni. Non parlo della vecchia dicotomia tra sinistra e destra, ma piuttosto delle contraddizioni tra poteri locali e globali. Le proteste di Dresda sono la manifestazione locale di un fenomeno più grande, radicalizzato ormai in tutta Europa: come in Austria, dove la protesta è diventata lotta identitaria a difesa della patria e del regionalismo, in contrapposizione alla vastità del mondo, a quel processo imprevedibile che è la globalizzazione. La mia predisposizione, quella del cosmopolita o forse del pensatore di sinistra, mi porta a difendere questi mondi nel momento in cui vengono attaccati.

Che genere di attacchi? E chi sono le vittime?

Negli ultimi vent’anni il capitalismo è diventato più aggressivo in maniera quasi impercettibile. Il tanto celebrato progresso dei nuovi media, delle economie alternative e della sharing economy non ha fatto altro che accrescere la forza del capitalismo, la cui aggressività si è estesa a tutti i livelli della vita privata, persino all’intimità. A pagarne le conseguenze sono i cittadini, sempre più a disagio e confusi, ma sono stati loro che hanno alimentato questo meccanismo in quanto consumatori. È come ritrovarsi con una malattia auto-infetta e prendersela con le proprie immunodeficienze. Dunque il capitalismo è dappertutto, agevolato da un impoverimento generale e dalla feroce distribuzione delle ricchezze. L’immagine che fa da sfondo è quella degli ultimi miliardari che hanno ormai soverchiato gli ultimi milionari. Sembra uno scherzo, ma più o meno è questo il processo: sono rimasti un paio di miliardari e non c’è più niente nel mezzo, nessuna forma di produzione alternativa. Sono queste le conseguenze storiche del capitalismo, soprattutto nel nord-est europeo. I governi occidentali appoggiano infatti i grandi modelli capitalistici, tant’è che si sente spesso parlare di salvataggio dell’industria pesante, di quella automobilistica o di altre grosse attività. In stallo rimangono sempre i settori minori, quelli che stanno nel mezzo, come i servizi al cittadino. Questo è lo scenario di riferimento, che ha comportato una profonda insicurezza e un forte squilibrio a livello locale, come in Sassonia.

poco di buono

Madri e figlie

di Roberta Mazzanti

disegno di Mariana Chiesa

 

“Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginati, il sogno alla storia”, scrive Annie Ernaux ne Gli anni (L’orma, 2015). Astuta e seducente trappola quella operata dalla memoria, che popola la nostra esistenza di fantasmi accanto agli esseri in carne e ossa, li sovrappone gli uni agli altri e carica gli oggetti più banali di una potenza incomprensibile a chi non sia coinvolto in quel circuito affettivo.

In Una donna (L’orma, 2018), il libro in cui Annie Ernaux viene a patti con la vita e la morte di sua madre, uno degli oggetti così circonfusi di memoria e desiderio è un “piccolo spazzacamino savoiardo, souvenir di Annecy”; è una delle poche cose, raccolte in un sacchetto di plastica, che le sopravvivono nel reparto di lunga degenza dove finisce i suoi giorni e ci raccontano di un gusto, di una provenienza sociale.

Ernaux ha sempre la capacità di illuminare il dettaglio pregnante e di evocare, per mezzo di materialità banali e al tempo stesso intensamente personali, il carattere e la storia di una persona. Sua madre, la vediamo e la comprendiamo anche per i colori e le fogge dei vestiti che porta dall’infanzia fino alla vecchiaia, per i gesti “semplici e precisi” che compie sul corpo del marito morto, ben diversi dai gesti confusi, inutili e strazianti per la figlia che la osserva – “voleva cucire a ogni costo, attaccando tra loro foulard e fazzoletti con punti sbilenchi” – che tenta quando perde la memoria. La demenza senile la svia e la svuota, trasformandola in un essere “che non aveva più niente di suo”, tanto diversa dalla persona ambiziosa e fiera, forte sino alla violenza, che era stata fino a pochi anni prima. Sgomenta, la figlia vede che la donna bella, esuberante e sgargiante che l’aveva messa al mondo sta sul letto di morte come “una piccola mummia”; non prova sollievo pensando che “era meglio che fosse morta”, anzi le è insopportabile, pochi giorni dopo, il pensiero che l’assale: “Non sarà mai più in nessun luogo al mondo”.

poco di buono

Giovani e lavoro. un romanzo

di Francesco Targhetta. Incontro con Nicola De Cilia

disegno di Armin Greder

Francesco Targhetta, classe 1980, si era fatto notare nel 2012 con un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), ritratto di una generazione in bilico tra attese e frustrazioni, tra una post adolescenza che sembra non finire mai e una maturità dai contorni chimerici: precari sospesi in un limbo di impossibilità. Nel nuovo romanzo, Le vite potenziali (Mondadori 2018), quei giovani sono cresciuti, uscendo dalla situazione di stallo per entrare nel vortice del mondo del lavoro, più precisamente, quello informatico dell’e-commerce.

L’e-commerce, ti spiego, si basa sulla delocalizzazione e sulla desincronizzazione, cioè: rende possibili acquisti immediati di oggetti lontani che non puoi avere tra le mani subito. Ti fa pagare all’istante, ma lasciandoti godere solo in un secondo momento di quanto hai comprato. Comprare è stato un flash, ma non gli ha fatto seguito niente che tu possa toccare con mano, e mentre il corriere ti recapita alcuni articoli, tu, nel frattempo ne hai già ordinati altri, in un garbuglio caotico che è il vero nocciolo del godimento, o dell’angoscia, vedi tu. È come stare sempre dentro un negozio, in un certo senso. E così accumuli ipotesi e opzioni di consumo, dicono, ammucchi potenzialità, mica altro, possibilità di esperienza, perché poi finisce quasi sempre che ti manca il tempo per godere davvero di quello che hai comprato, e allora si crea quel vuoto che ti spinge a comprare ancora, e intanto in cambio hai la sensazione di una vita ricca, una vita pronta a diventare più intensa, sempre sul punto di esplodere, di farsi più vasta e desiderabile. Vedi, noi diamo soprattutto questo, a prescindere dal prodotto specifico che vende il nostro cliente: diamo la sensazione di avere una vita che merita in continuazione, anzi, sempre di più, di essere vissuta. C’è di peggio, no?

poco di buono

L’hip hop premiato. Kendrick Lamar e l’America nera

di Simone Caputo

 

Il 22 agosto 1974 il Governo Federale degli Stati Uniti d’America approvò l’Housing and Community Development Act, decreto che diede avvio, dopo lunghissima attesa, al Section 8, provvedimento teso a tutelare le condizioni abitative delle fasce più basse della popolazione, garantendo appartamenti all’interno di nuovi condomini che dovevano sorgere quanto più possibile vicino ai centri cittadini. Il decreto aveva il fine di evitare la creazione di ghetti, integrando le minoranze nere e ispaniche in un momento in cui l’America aveva bisogno del contributo di tutti per rialzarsi dalla Guerra del Vietnam. Il Section 8 fu un fallimento pressoché totale, generando un sistema ancora più ghettizzato, come racconta la miniserie della HBO Show Me a Hero, scritta da David Simon, già autore della notissima The Wire sulla città di Baltimora. Un fallimento che andò di pari passo con l’ascesa della “Ronald Reagan Era”, la più odiata dai rapper afroamericani; non è un caso, dunque, che nel 2011 un ragazzo di colore nato a Compton, piccola città della California nota per l’elevatissimo tasso di criminalità, decise di intitolare il suo primo album in studio Section.80, e che tra i pezzi di quel disco ve ne fosse uno intitolato Ronald Reagan Era: quel ragazzo era il rapper e musicista Kendrick Lamar. L’album è una sorta di concept su Compton, non lontano dalle atmosfere di Lola Darling e Do the right thing di Spike Lee: vi trovano spazio storie intime (spesso tragiche e femminili, come in Keisha’s Song), generazionali (un’intera comunità dilaniata dalla droga che scorre a fiume nei ghetti) e la questione razziale. Nel video del singolo HiiiPoWeR compaiono numerosi estratti da telegiornali dell’epoca, un’epoca in cui Osama Bin Laden era il nemico americano numero uno, e Lamar canta: “Non capirai mai la mia vita e il mio mondo. Hai mai visto un bambino appena nato uccidere un uomo?”. Section.80 condensa, in una forma ancora grezza, ideali musicali, lingua e urgenza narrativa che hanno poi fatto di Lamar uno dei rapper più influenti della generazione nata tra gli anni ottanta e novanta, oggi al vertice delle classifiche di vendita, primo artista pop a essere premiato col Pulitzer per la musica.

Tre circostanze hanno segnato forse più d’altre la vita di Lamar, indirizzando la complessità della sua scrittura. La prima risale al 29 aprile del 1992, quando il piccolo Kendrick vide una coltre di fumo, generata dai disordini scatenati dal pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, alzarsi da South Central: uno degli episodi più citati nella storia dell’hip hop, che ha condizionato la carriera di molti rapper e di quanti hanno avuto poi parte nella diffusione del Black Lives Matter, movimento antirazzista internazionale sorto dopo le uccisioni da parte della polizia di Michael Brown a Ferguson ed Eric Garner a New York. La seconda circostanza è identificabile nell’incontro con Dio, il grande tema da analizzare quando si interpreta la discografia di Lamar, nelle cui storie il tormento assume spesso una dimensione intima e umanissima, prima di aggrapparsi a un’ancora di salvezza religiosa. L’ultima circostanza ha a che fare col Compton Swap Met, uno dei luoghi più iconici del rap della East Coast: lo spazio, riconvertito a mercato dagli immigrati coreani nel 1983, aveva ospitato uno dei più celebri video di Tupac Shakur, California love. Sul quel set c’era anche Lamar che sulle spalle del padre Kenny ammirava il suo idolo; qualche anno più tardi, alla ricerca di una location per il video di King Kunta (in To Pimp a Butterfly, 2015), scelse proprio quel posto, certificando la devozione per il rapper assassinato nel 1996, ai suoi occhi novello Malcolm X.