poco di buono

I libri per l’infanzia. 2

di Nadia Terranova

illustrazione di Maurice Sendak

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Proverò a riflettere sul segmento dell’editoria e della letteratura per ragazzi, sperando il più possibile di far cadere questa dicitura che sempre si deve apporre, “per ragazzi”, di lasciare scivolare un’etichetta che di questo tipo di letteratura racconta qualcosa ma non tutto. È un ambito di cui mi occupo sia come autrice che come lettrice, ed è una chiave per capire molti aspetti che riguardano quello che accade alla nostra editoria, soprattutto cartacea, ci aiuta a interrogarci sul perché l’iperproduzione che la affligge riguarda anche questo settore, che è in un momento di grande fertilità. Si dice che l’editoria per ragazzi sta bene, e in effetti sta bene, nel senso che si pubblica molto e si vende molto: proprio per questa ragione abbiamo il dovere di analizzare questo “benessere” e vedere cosa c’è dietro, perché il fatto che stia bene in termini di numeri e vendite non significa necessariamente che stia bene in termini di salute letteraria.

Ho portato gli ultimi dati disponibili dell’Associazione italiana editori, relativamente ai lettori che vanno dai 2 ai 19 anni. Dunque: innanzitutto, la media italiana è del 40% di lettori, cioè di persone che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno. È una media bassissima, che si alza vertiginosamente nella fascia di bambini dai 2 ai 5 anni: hanno letto un libro fuori dall’ambito scolastico, quindi ha sfogliato un libro, non necessariamente comprandolo, il 63,3% di questi bambini in età prescolare. Il che significa che i principali lettori in Italia sono quelli che di solito non sanno ancora leggere e tengono in mano in mano un libro come un giocattolo, di solito un libro fatto di illustrazioni. Il che non delegittima quell’oggetto-libro, anzi, il fatto che sia un libro illustrato non significa che sia un libro che non possa o non debba comunicare qualcosa, a partire dall’educazione all’immagine, su cui è importante riflettere proprio perché dai due ai cinque anni i bambini cominciano a vedere e a toccare i libri: i libri devono essere belli a partire dalle copertine, prima ancora di quello che c’è scritto dentro, anche dal punto di vista dall’immagine e dell’illustrazione.

poco di buono

Un giornale per i piccoli. Un’esperienza napoletana

di Giovanni Zoppoli

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Caro Goffredo, peggio di un brutto giornale, di un brutto spettacolo, di una brutta mostra d’arte c’è forse solo un brutto giornale, un brutto spettacolo, una brutta mostra d’arte che gli autori “adulti” “sani” e “bianchi” tentano di far passare per lavoro fatto “dai bambini”, “dai matti”, “dai migranti”… Penso che al brutto in questi casi si aggiunga l’abominio. Siamo anche noi convinti che una volta che l’opera si separa da chi l’ha fatta e viene proposta come “prodotto” non c’è altro che la bontà del prodotto stesso per attestarne la qualità. Come se qualcuno volesse convincerti a mangiare una mela che fa schifo motivando la sua offerta con il fatto che l’albero che l’ha generata, poverino, ha passato un sacco di guai.

Il mondo dei bambini strasborda di maestre e maestri, educatori e pseudoartisti frustrati che ci riprovano, costringendo ogni anno migliaia (forse milioni?) di bambini e adulti a prendere parte a percorsi e prodotti assimilabili più alla tortura che all’arte, cercando in suffissi del tipo “etti”, “ini” e soprattutto dietro al “l’hanno fatto loro” il lasciapassare per un mai arrivato successo personale. Questi percorsi “creativi” penso possano fare molti più danni di una normale lezione frontale, avendo implicazioni più profonde perché legate a narcisismo e emozioni.

poco di buono

Un giornale per i piccoli. Lettera a Giovanni Zoppoli

di Goffredo Fofi

Little Nemo in Slumberland

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Caro Giovanni, ho tra le mani l’ultimo numero del “Barrito” e ho appena visto, ieri, l’ultimo numero del giornaletto domenicale del “Sole” e gli ultimi supplementi per bambini di “Avvenire”. E ti confesso una insoddisfazione radicale nei confronti di quel che la grande stampa fa in questo settore ma anche qualche perplessità sul vostro lavoro, anche se la differenza è enorme tra chi opera dall’interno dei grandi giornali e chi, come voi, parte da una condizione di volontariato e precariato radicati in una marginalità che impone il confronto con una condizione infantile che è tutto fuorché tranquilla, protetta, privilegiata.

Nei primi, si deve immediatamente constatare che chi idea e riempie quei fogli è (“Avvenire”) piuttosto giornalista che educatore, e ha idee e conoscenze limitate della condizione infantile odierna, e prende sostanzialmente per buona la morale corrente, diciamo pure “buonista”, dichiarando esplicitamente la sua appartenenza a un mainstream cattolico generalmente conformista, anche se con punte moralmente salde su temi invero decisivi come l’ecologia e la convivenza e compenetrazione interetniche e interculturali. Ha, diciamo, un super-io morale e sociale che è poi quello del cattolicesimo contemporaneo, preoccupato del peggio, della deriva delle cose del mondo, che ben conosce e sulle quali ha idee chiare, ma anche eccessivamente convinto del proprio essere nel giusto, portatore di valori consolidati e di massa, e in definitiva veicolatore di un conformismo “protetto”, anche se lodevole perché, contrariamente ai politici della sinistra e agli altri loro simili, si preoccupa ancora dello stato di salute del prossimo. Mentre chi progetta il supplemento domenicale del “Sole 24 ore” non sembra avere preoccupazioni troppo pedagogiche, e, anche non volendo, pensa e scrive in funzione di adulti che hanno a che fare coi bambini, non in funzione dei bambini (anche se a volte qualche bella pagina di fumetto una sua carica in quella direzione ce l’ha). I suoi collaboratori scrivono insomma per lettori adulti (il nostro Lorenzoni pensa, egregiamente, ai suoi colleghi maestri) e non per bambini.

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Cechov tra i deportati. Un reportage che sembra di oggi

di Sara Honegger

la colonia penale di Sachalin

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In un breve ritratto autobiografico risalente al 1899, Anton Cechov sorvolò con impressionante disinvoltura sulla sua opera letteraria. Aveva già pubblicato racconti e vinto il premio Puskin. Eppure, a parte il suo lavoro come medico, citò per esteso solo il viaggio sull’isola di Sachalin, compiuto nel 1890, segno che i mesi trascorsi in quella remota colonia penale zarista avevano avuto, nella sua storia di scrittore e di intellettuale russo, un significato speciale. Dal viaggio nacque un libro che vide la luce nel 1895: non un racconto, non un romanzo, non un trattato. Piuttosto, un reportage che consente al lettore di situarsi alle spalle dello scrittore seguendone passo passo lo spirito di ricerca, l’attenzione al dettaglio, il rifiuto del pathos come strumento del pensiero, l’utilizzo scrupoloso dei dati raccolti. Riproposto ora da Adelphi nella curatela di Valentina Parisi, cui si deve anche un’interessante postfazione, L’isola di Sachalin (Adelphi 2017) è insomma un testo ribelle alle etichette, la cui attualità, qualora il nome di Cechov non fosse ritenuto sufficiente, va ricercata a distanza di centotrent’anni almeno in tre ragioni.

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LA POESIA. Responsabilità

di Grace Paley, a cura di Paolo Cognetti

Grace Paley

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Grace Paley (1922) era figlia di ebrei ucraini emigrati in America all’inizio del secolo. Fu profondamente legata alla città di New York, dove passò tutta la vita: cresciuta nel Bronx ebraico, italiano, latino, afroamericano, fulcro di quella irripetibile esperienza di emigrazione e convivenza tra culture che fu New York nel primo Novecento. Dopo il matrimonio e la maternità andò a vivere nel Greenwich Village, dove partecipò ai movimenti politici che dagli anni Sessanta in poi agitarono il quartiere, la città e l’America intera. Pacifista, femminista, ecologista, madre di due figli e moglie di due mariti, diceva sempre di aver troppo da fare per scrivere, eppure le bastarono tre raccolte di racconti per essere riconosciuta come maestra della forma breve: in Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all’ultimo momento (1974) e Più tardi nel pomeriggio (1985) diede vita a una voce unica, che univa l’oralità e l’ironia del racconto yiddish allo sperimentalismo postmoderno. Il suo primo amore, però, era la poesia: la intendeva come diario personale e politico, la praticò fino all’ultimo giorno. Morì nel 2007 dopo una vita appassionata, tutta spesa per le idee in cui aveva creduto e le persone che aveva amato. (P. C.)