poco di buono

Claude Lanzmann giù dal piedistallo

di Enzo Traverso

traduzione di Giacomo Pontremoli

 

 

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Il regista di Shoah Claude Lanzmann, morto a luglio di quest’anno, ha cambiato per sempre la percezione universale dell’Olocausto – nel bene e nel male.

L’interminabile elenco di elogi che hanno celebrato Claude Lanzmann alla notizia della sua scomparsa – tra i quali un significativo numero di politici conservatori, di intellettuali e di ex ministri della cultura – suscita una riflessione critica sulla vita e il lavoro di questo grande cineasta. A dire il vero, la sua canonizzazione era già avvenuta più di trent’anni fa, quando realizzò il suo capolavoro Shoah; nei decenni successivi si dedicò soprattutto a promuovere la diffusione del film (e la propria iconica immagine) nell’era delle commemorazioni e della trionfante retorica dei diritti umani. Il suo lavoro ha grandemente contribuito a questo mutamento di sensibilità, che ha salvato le vittime dell’Olocausto dall’oscurità dell’oblio trasformandole negli autentici eroi del xx secolo. La personalità di Claude Lanzmann, tuttavia, era esattamente agli antipodi dallo stereotipo della vittima innocente.

Lanzmann era un lottatore che ha strenuamente difeso le sue convinzioni per tutta la vita e dedicato la sua impressionante energia a molteplici cause – non tutte nobili. L’arroganza, il narcisismo, la megalomania, così come l’intolleranza e il disprezzo per chi lo criticava erano tratti distintivi del suo carattere, noti quanto la sua passione divorante per la vita. Alcuni necrologi lo raffigurano come “un uomo di illimitati appetiti balzachiani” (“New York Times”), e “gargantuesco” (“Libération”). “Non sono né indifferente né stufo di questo mondo; avessi cento vite, so che non me ne stancherei”, ha scritto nella sua autobiografia La lepre della Patagonia (2009). “Ha fatto della sua vita un romanzo”, ha scritto pertinentemente il necrologio di “Le Monde”, e non c’è dubbio che abbia vissuto intensamente.

Al di là della sua evidente propensione all’autocelebrazione e all’esibizione delle sue avventure di combattente, giornalista, viaggiatore, regista, amante, sportivo, e consigliere di personalità importanti, le sue memorie compongono un libro affascinante. Si può legittimamente pensare che esageri il proprio ruolo nella Resistenza francese sotto il regime di Vichy e l’occupazione tedesca, ma è un fatto che sia entrato diciassettenne nella lotta antifascista e poco più grande nel Partito comunista. Nel 1952 incontrò Jean-Paul Sartre, che gli chiese di scrivere per “Les Temps Modernes”, una rivista che avrebbe diretto dopo la morte di Simone De Beauvoir. Da anticolonialista convinto, appoggiò l’Fln durante la guerra d’Algeria e nel 1960 firmò il famoso “Manifesto dei 121” che sosteneva la lotta per l’indipendenza, denunciando le torture sistematicamente perpetrate dall’esercito francese e incitando i coscritti all’ammutinamento. Un anno dopo organizzò un incontro a Roma fra Sartre e Frantz Fanon, già colpito dalla leucemia e prossimo alla morte, da cui nacque la violentissima, ardente prefazione del filosofo francese a I dannati della terra.

Un coraggioso combattente non poteva che essere un amante irresistibile, e le sue memorie raccontano con esplicito autocompiacimento le sue avventure e relazioni con numerose donne, da Simone De Beauvoir, con la quale convisse per diversi anni, a una bellissima infermiera nordcoreana il cui seno era stato bruciato dal Napalm durante la guerra, con la quale, ingannando le autorità, ebbe un rapporto effimero ma intenso durante un breve viaggio nel 1958 e alla quale dedicò il suo penultimo film, Napalm (2017). Politica, giornalismo e amore erano per lui inseparabili.

Il suo precoce anticolonialismo si combinò paradossalmente con un ardente sionismo, sposato nel 1952 al momento del suo primo viaggio in Israele e appassionatamente ribadito fino alla fine, soprattutto durante questi ultimi anni in cui si ostinava vergognosamente a negare l’oppressione dei palestinesi nei territori occupati. Come l’antifascismo e poi il comunismo negli anni del primo dopoguerra, il sionismo di Lanzmann non nasceva soltanto dalle sue origini di ebreo dell’Est, come per molti sopravvissuti all’Olocausto che trovarono rifugio in Palestina e costruirono Israele. Né si trattava di una scelta ideologica: egli si era laureato in filosofia, ma non si appassionò mai alle controversie teoriche. Come l’antifascismo e l’anticolonialismo, il suo sionismo era esistenziale, quasi fisico; nasceva dalla profonda empatia con una comunità di coloni e soldati che erano sfuggiti alla persecuzione ed erano pronti a ricostruire una nuova vita dopo l’Olocausto.

Questa percezione di Israele corrispondeva probabilmente alla realtà nel 1952, quando scoprì un giovane stato di rifugiati europei, ma era diventata mitica quarant’anni dopo, quando realizzò Tsahal (1994), indubbiamente il suo film peggiore, un monumento a un esercito di occupazione e un’indecente, estatica celebrazione delle sue armi letali. In molte occasioni, Lanzmann difese con accanimento i più perversi e demagogici argomenti della propaganda sionista, dipingendo ogni critica alle politiche israeliane come una forma di antisemitismo, se non di una nuova forma di odio nazista per gli ebrei. Nel settembre del 2001, accusò gli intellettuali francesi ostili alla guerra americana contro l’Afghanistan di “tornare al loro odio originario, l’odio per Israele”.

poco di buono

Il martello e altre poesie

di Adelaide Ivánova
traduzione di Prisca Agustoni

Adelaide Ivánova, brasiliana (Recife 1982), è attivista, giornalista, poeta e dirige la casa editrice Bola Gato Edições. Ha letto queste poesie al recente Babel festival a Bellinzona, nell’edizione dedicata al Brasile.

 

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il martello

al papa quando muore

si dà

una martellatina

in testa io non ho mai

martellato

nessuno

né un papa né un principe né un re

quando la processione

deve continuare

il capo dà tre

martellate

al fercolo

e i portatori proseguono

martello

è un decasillabo eroico

con l’accento di

terza sesta e decima quando

l’atleta finisce

il mulinello tre giravolte

su se stesso

può lanciare

il martello

che pesa sette chili

duecentosettanta grammi

marx non ha mai menzionato

nessun martello

chi ha mai visto

una scuola di pensiero con

un simbolo quale sarebbe il simbolo

della scuola di francoforte se

adorno ne avesse scelto uno?

quando thor batte il suo

martello

è segno di pioggia e tuoni

ma è il fiore del mandacaru

che annuncia la pioggia nel

sertão per lo squalo martello il

martello

funziona come un’ala

stabilizzando i suoi

movimenti inoltre

il rituale di accoppiamento

degli squali martello

è molto violento

nella bandiera dell’albania

comunista sostituirono

il martello

con un fucile il

martello

è un ottimo oggetto

che serve per dormire bene

o piantare chiodi.

 

il gatto

la delegata non mi prese per nulla

sul serio e chiese di striscio

se volessi proprio

che si avviasse un’indagine indossava

un completino meraviglioso e

orribili pantaloni e camicia

jeans con jeans

poi nel leggere il processo

la delegata mi ricordò giano

il re romano dalle due facce

e il gatto dalle due facce che

morì a 15 anni

una rarità vivere tanto per un gatto

la delegata invece è ancora viva nel [completino

jeans con giano

 

la maiala

l’impiegata è una persona

ed è curiosa come sono

curiose le persone

mi chiede perché ho bevuto

tanto non ho risposto ma so

che si beve per morire

senza dover morire molto

mi chiede perché non ho

gridato visto che non ero

imbavagliata non ho risposto ma so

che si nasce già con il bavaglio

l’impiegata dalla camicia bianca

inamidata

è un’eccellente funzionaria e

dattilografa mi ricorda molto

una musica

un animale non ricordo quale.

 

i testicoli

in tedesco lo spioncino

è spia occhio magico in

portoghese peephole è come

si dice in pakistan

la cui lingua ufficiale

è l’inglese giuda è la parola

in francese che avvicina

la sorveglianza al tradimento

il che mi sembra frutto

di rassegnato buonsenso

i testimoni non sono

falene non videro nulla come

lo videro le falene ma difendono

con isteria l’innocenza

del principe servendosi di me

come misura come possono

essere chiamati testimoni

i testimoni che non videro nulla

un tempo non si facevano le cose

per paura della ghigliottina oggi

solo per paura di essere

colti in flagrante

(nel pakistan se la vittima

non trova quattro testimoni

oculari sarà lei che verrà

processata nell’inghilterra del

diciottesimo secolo se la vittima

non avesse gridato dimenandosi

si stabiliva che la denuncia

non valeva)

i testimoni inventarono

parentele amicizie un patrigno

citarono relazioni immaginarie e

che m’incontrai con il principe

nella sua stanza è tutto nella perizia

tante parole entrano in

mitica istanza diventano

documento poesia ufficiale

ma incompetente tutti i testimoni

lo sanno che mentono

ciò che non

sanno è che in latino

testimoni e testicoli

derivano dalla stessa base e che in

questo caso è un insulto ai testicoli

questa cosa così meravigliosa

che sono i testicoli

testis è il nome latino

dal quale dicono si ispirò

valéry per dare al monsieur

il nome di teste che Humboldt

mi ordinò di leggere e siccome Humboldt

ha dei bei testicoli faccio tutto

quello che chiede tutti i

testimoni mentono non dicono

un cavolo e se considerano

che lo stupro sia sesso è perché

a differenza di me non hanno

idea di cosa sia

una bella scopata.

 

l’avvoltoio

corpo del reato sarebbe

l’espressione usata

per i casi di

violazione in cui

le tracce dell’evento

sono localizzate

facendo del corpo

un luogo e del reato

un aggettivo l’esame

consiste nel vedere ed essere

visto (anche le feste

consistono in questo)

sdraiata in un lettino con

quattro medici attorno a me

discorrendo tutti insieme

di mucose dello sciopero

della mancanza di bicchierini di plastica

e decidendo davanti alle mie gambe

aperte se dopo il lavoro

sarebbero andati tutti al bar

il dottore dell’istituto

di medicina legale scrisse il suo referto

senza guardarmi in faccia

e parlando al cellulare

io e il medico abbiamo un corpo

e per lo meno un’altra cosa in comune:

ci piace telefonare e andare al bar

il dottore è una persona

ha a che fare con morti e con donne vive

(che lui chiama pezzi)

con cose.

 

la sentenza

due riletture di due odi di ricardo reis

 

I.

pesa il decreto atroce, la fine sicura.

pesa l’identica sentenza del giudice iniquo.

pesa come un’incudine sulla mia schiena:

oggi un uomo è stato assolto.

se la giustizia è cieca, solo lo shampoo è neutro:

così poca differenza tra innocenza

dell’uomo e delle iene. Lasciatemi in pace!

prima, riempitemi di vino

il calice, che pur se cattivo mi lasci

sbronza, mi consoli l’alcolica amnensia

e dimentichi ciò che la sentenza dice:

la donna è la colpevole.

 

II.

pesi del giudice fedel la stessa sentenza

su ogni pover’uomo, dato che non c’è motivo

per la condanna: non ho fatto del male alla donna

e fu enorme il mio spavento

quando s’è offesa. esagerata, adesso

si lamenta, denuncia e un dramma, ma allora

non si mosse. è sua la colpa: di cachaça

si è ubriacata.

se la giustizia è cieca, solo la talpa è saggia.

festeggio pacato l’evidente perdono

perché sono solo un uomo, non un mostro! [lasciate

alla donna il trauma.

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poco di buono

Chi era Vincino

di Enrico Deaglio

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Il ricordo di Vincino, al secolo Vincenzo Gallo, Palermo 1946 – Roma 2018, è per me legato al ‘68 palermitano, situazione certo secondaria nel quadro del movimento di quell’anno, ma significativo per la storia della città e di una generazione che doveva sopportare in loco una crescente offensiva della mafia, legata a loschi poteri nazionali e alla storia delle stragi. Il padre era un onesto dirigente, se ben ricordo, del porto. Diventammo facilmente amici, lo rividi spesso nei giri di Lotta continua che frequentavo, e fui io più tardi a fargli pubblicare nelle economiche Feltrinelli il suo primo libro, con la prefazione di Benni, anche se Benni apparteneva al campo del “manifesto”, L’importante è non vincere, vignette che formavano un diario di un altro anno rilevante, il 1977. In copertina, un Berlinguer in veste di olimpionico, che non si preoccupava di vincere perché, secondo il motto del barone di Coubertin, gli bastava partecipare. Vincino è stato una colonna di riviste e supplementi umoristici e ha fondato alcune testate di successo, la più nota delle quali “Il male”, fondata insieme a Vauro. Va detto che fu del tutto esente dalle tentazioni di volgarità che spesso vi albergarono. Da uno dei tanti supplementi che diresse fu sbattuto fuori perché aveva osato parlare di un’amante di Scalfari. Non ha prodotto molti libri, l’altro significativo è stato Mi chiamavano Togliatti. Calmo e sornione, il Pci e la sua linea non gli andavano proprio giù.

Persona generosa e civile, ma anche moralmente e politicamente coerente, Vincino non è mai cambiato, buon militante e ottimo palermitano, acuto osservatore della nostra storia da un punto di vista coerentemente minoritario. Non era difficile volergli bene. Lo ricordiamo riproponendo il bel ricordo che il giorno dopo la morte, il 22 agosto scorso, ne ha scritto su “Il foglio” Enrico Deaglio che, da militante e dirigente di Lc attivo sul fronte della stampa, lo ha conosciuto e frequentato senza interruzioni. (Goffredo Fofi)

Con Vincino diventammo subito amici. Io ero venuto da Torino a Roma, lui da Palermo (ma in realtà era nato a Cairo Montenotte). Erano i tempi di LC in via Dandolo 10, del gabbiotto, dei terribili molossi Cuba e Assassino, di Claudio Brunaccioli che ci dava le cinquemila, di Lionello Massobrio che riuscì a comprare, con una sottoscrizione gigante, una rotativa. Prima di Vincino, le vignette le faceva Roberto Zamarin, che era venuto da Pavia, aveva inventato il simbolo del pugno stilizzato e il carbonaio Gasparazzo di Bronte immigrato a Torino; Zamarin era morto in un incidente stradale per portare il giornale, che, come al solito, aveva chiuso in ritardo.

Vincino era un ragazzone, molto bello. Retaggio del servizio militare portava sempre un paio di scarponi e si svegliava alle sei di mattina, qualsiasi cosa avesse preso la sera prima. Io dicevo: “Ricordati di mettere nel testamento che lasci il tuo corpo alla scienza, perché sei un caso unico”. La storia della sua tesi di laurea in Architettura su un quartiere popolare, in cui la commissione non si accorse che la pianta era quella dell’Ucciardone, la sapete. La storia della sua galera a Gela, per militanza sindacale alle ditte del Petrolchimico, fatevela raccontare da Guelfo.

A quei tempi la satira non era come adesso. C’era solo la satira di partito, un ossimoro; quella che adesso ha ripreso piede. Vincino era diverso, era oltre. Un po’ di George Grosz, certo; un po’ Frans Masereel, un tocco del flaneur Walter Benjamin, uno del principe di Salina quando è in versione distopica anarchica, molta Palermo di Salvo Licata, un altro che scriveva disegnando. Andammo in vacanza, primi anni Settanta, a casa dei suoi genitori, alla tonnara di Scopello. Vincino era la persona più competitiva che abbia mai conosciuto, su tutto, a partire dalla “Settimana Enigmistica”. Facevamo a gara a chi arrivava primo allo scoglio della Funciazza, suo padre – il mitico direttore dei Cantieri Navali di Palermo, davanti ai quali il figlio andava a volantinare per lo sciopero – lo chiamava urlando dal terrazzo: “Viiin…cino!”. Le sue nipotine lo assediavano: “Ci fai il leofante? Ancora!”. E lui disegnava, disegnava: leofanti, tigri, gattoparadi, animali sonnacchiosi. Conosceva bene la Sicilia, e chi conosce la Sicilia, conosce assai.

Abbiamo passato, a casa sua a Roma, con Giovanna, molte sere impegnative per la salute, ma in genere gli altri cedevano e Vincino resisteva. Una volta c’erano Dario Fo e Dani Cohn-Bendit ed era appena successa la tragedia di Stammheim, il triplice suicidio (?) della Baader Meinhof. Dario ci fece vedere, come fosse in scena, l’impossibilità dei presunti gesti di Andreas Baader, Dani gli diceva: “Dario, non è vero, si sono davvero suicidati…”, e Vincino continuava a disegnare, serissimo, il braccio di Baader che avrebbe dovuto fingere l’omicidio, che girava dietro la scapola, si sviluppava lunghissimo alla nuca, il suo corpo che si contorceva, che diventava un pongo, un omino lagostina. Anche Dario, mi sembra, si convinse.

Con gli amici si hanno gli scazzi. Io con Vincino ne ho avuti due. Il primo avvenne durante il rapimento Moro, io ero il direttore di Lc e Vincino curava l’inserto satirico l’“Avventurista”. Dunque, nell’inserto c’era la famosa foto di Moro rapito dalle Br, in camicia bianca sbottonata e la didascalia diceva: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto”. Era bella, ma io, che sono un po’ bacchettone – e pur sempre il direttore! – dissi, toglila perché non mi sembra bello prendere per il culo un prigioniero. Vincino la tolse, ma tolse anche tutto l’“Avventurista” dal giornale e trasmigrò al “Male” che si avviava, sotto la sua creatività e inventiva, a vendere duecentomila copie. Il secondo scazzo è legato al primo. Il “Male” stampava con la nostra rotativa e lì aveva il suo deposito di carta. Una sera in cui, noi senza soldi e loro ricchi, avevamo bisogno di tre rotoli di carta per uscire, glieli rubai. Pensando che non se ne sarebbero neanche accorti, tanto erano distratti dal successo. E invece Vincino mi fece una scenata da vero tragediatore: proprio tu, un’amicizia tradita, non me lo sarei mai aspettato! E Giovanna a insistere: gli hai spezzato il cuore…Ma un po’ ci giocavano; e infatti un po’ dopo ridiventammo amici.

Vincino ha disegnato i potenti per cinquant’anni. Mi ricordo, ai tempi, quanto si incazzarono Bettino (“digli che lo denuncio”) e la Nilde Iotti, “The Queen”, che lo fece addirittura espellere dalla tribuna di Montecitorio. Ma non è mai stato cattivo, né maramaldo. Quando ci fu la strage di “Charlie Hebdo”, Vincino pensò naturalmente che sarebbe potuto succedere a lui. Ma pensò anche a tante altre cose, che riguardano l’offesa e il diritto di portarla avanti; il pregiudizio, lo stereotipo, la libertà interiore, il calcolo degli effetti di un’azione. Una matita e un giornale sono il massimo della libertà, e questo è stato vero per tutto il Novecento; ma il Novecento è finito appunto con la strage dei disegnatori di Parigi.

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Stelio Mattioni, a Trieste

di Cristina Battocletti

Quella che segue è l’introduzione a un romanzo di uno scrittore che abbiamo molto amato, riproposto dalle edizioni Vydia di Montecassiano (Macerata).

 

Un neonato con le sembianze di un adulto, “che esiste nell’inesistente”: Stelio Mattioni in Di sé con gli altri ci pone di fronte a un nuovo antieroe del suo immaginario spiazzante e corrosivo. Una creatura collodiana, un Pinocchio, ma in car-ne e ossa, privo di tentazioni e di propensione al male, come al bene. Estremamente docile, “uno smemorato che deve imparare tutto”, imita gli altri, cercando di conoscere il senso del tempo che non possiede. È un inetto, di sveviana o musiliana memoria, impreparato all’assurdità della vita.

Già uomo fatto, viene alla luce in una casa ai limiti del bosco di un paese in cui le città prendono il nome delle lettere dell’alfabeto. Ad accompagnarlo nei primi passi è una donna, tutt’altro che madre, Annina, la pazza, deforme, il capro espiatorio su cui tutti possono addossare i mali della società. Annina lo accudisce con una generosità istintuale e, con altrettanta forza lo espelle, quando vede che è in grado di proseguire da solo, proprio come fanno gli animali con i cuccioli, a conferma dell’amara concezione leopardiana che l’uomo è uno sbaglio della Natura.

L’uomo nuovo non possiede nulla, nemmeno un nome: glielo darà il Partito, entità onnipresente e onnivora, che lo battezza Giorgio Di Giorgio, e lo alleva e istruisce senza amore, come una cavia umana, un contenitore vuoto da riempire, una spugna che si imbeve di saperi senza che in lui fiorisca il vero apprendimento. Di cibo Giorgio non parla mai, e anche il sesso è una stancante pratica, cui lo sottopone la segretaria, infiltrata segretamente dall’opposizione, di fatto per controllarlo e sfinirlo, o perché non sviluppi un suo pensiero autonomo. Come invece comincia a fare: in lui nascono osservazioni e reazioni, il rifiuto e il desiderio.

Questo romanzo è stato scritto da Mattioni nel 1996, un anno prima di morire, e stupisce l’estrema attualità della riflessione sull’uomo, che oggi potrebbe essere traslata nel di-battito sull’intelligenza artificiale, sui confini dell’emotività robotica.

Scrittore tardivo, scoperto dall’editore Roberto Bazlen sulla soglia dei quarant’anni, Mattioni con questo romanzo torna alla lingua primigenia, figlia della vena poetica che Baz-len non gli riconobbe. Mattioni esordì infatti con una raccol-ta di versi, La città perduta (Schwarz, 1956). La forma letteraria contratta di quest’ultimo romanzo, povera di verbi e imperniata sull’uso di participi, riporta infatti alla poesia. Una lirica che deve molto alla città, Trieste, in cui Mattioni nacque e visse, in cui necessariamente l’espressione non poteva cedere alla loquacità, intersecata tra tedesco, sloveno e italia-no: bisognava farsi capire, e la comunicazione, tutt’altro che filosofica, soprattutto commerciale, era spiccia, pratica, veloce. Eppure aulica e sognante, e perfino buffa.

Il protagonista di Di sé con gli altri deve molto poi alla cosiddetta triestinità degli anni in cui l’autore crebbe: l’attendismo nefasto del fortwurtsteln che impedisce di fare un passo in autonomia, aspettando la manna dall’alto come gli impiegati delle assicurazioni che avevano appunto “la vita assicurata”, per dirla alla Bazlen. E Trieste era e rimane il luogo di molte creazioni letterarie di Mattioni, in maniera esplicita in Vita col mare (Adelphi, 1973), La stanza dei rifiuti (Adelphi, 1976), Il richiamo di Alma (Adelphi, 1980); è anche nell’ombra in Dolodi (Zandonai, 2011), in cui è presente senza mai essere citata.

In Di sé con gli altri lo scenario è orwelliano, molto simile alla burocrazia disumanizzante dell’impero sovietico (certo più vicino a Trieste che ad altri luoghi d’Italia, anche per la prossimità alla terza via socialista dell’ex Jugoslavia). L’uomo come nei gulag, è costretto a lavori inutili in un tempo dilatato, in modo che abbia sempre consapevolezza della sua inutilità, su cui si innesta la vigliaccheria e il desiderio di prevaricazione del sé sugli altri.

Mattioni ha una visione politica profetica di quello che sa-rebbe successo in Italia negli anni dopo la sua morte: la creazione di una corrente politica basata sulla figura di un capo carismatico, come Forza Italia, che allora era appena “scesa” in campo: su Giorgio Di Giorgio si investe, infatti, esclusivamente per la sua somiglianza a Lui, il capo del Partito. Profeticamente si individua una spaccatura nel Partito che preconizza quello che sarebbe accaduto di lì a qualche anno alla sinistra italiana. L’abilità dell’artista sta infatti nell’afferrare e delineare nettamente le pulsioni e le increspa-ture appena si manifestano nella società.

Di sé con gli altri è un libro anomalo nella produzione di Mattioni, in cui però si ravvisano tematiche care all’autore: l’eco dell’esasperata burocratizzazione mitteleuropea e kafkiana, grazie a cui Giorgio Di Giorgio sale i piani del Palazzo, come la pedina di un ingranaggio in cui ogni mansione individuale è irrazionale, una dispersione di forze, utile solo a mantenere il potere altrui.

L’universo femminile continua a essere un mondo a parte, sia come archetipo romantico della ricerca dell’anima – l’Alma che cambia ogni volta –, specchio misterioso dell’interiorità; sia come fonte di rinascita – Sisina e il lupo (Spirali, 1997) –, sia co-me mera compagna di sessualità, spesso usata come macabro strumento di sottomissione, secondo reminiscenze freudia-ne.

Di sé con gli altri è una favola nera come Il re ne comanda una, dove una donna fugge con le figlie dalla casa coniugale e incontra un incubo peggiore di quello che ha lasciato. Un fantasticare sempre di un’altra vita (Il sosia), che da un’inquietudine ne spalanca un’altra. Ambiti conchiusi e au-tosufficienti, come la Stanza dei rifiuti dove Alberto macina la propria vita famigliare, in preda a forze malefiche e autocomburenti. Situazioni paradossali, che Mattioni si immaginava nella sua stanzetta-studio della casa triestina, in cui si rinchiudeva dopo il lavoro alla raffineria Aquila: lì poteva cambiare pelle e diventare “altro da sé”, richiamando il titolo di questo romanzo rimasto troppo a lungo inedito.

Di sé con gli altri trasmette una visione inquietante e surreale, spinge al parossismo la ribellione contro il formalismo della quotidianità lavorativa, attraverso la scrittura, come fe-cero prima di lui Svevo e Kafka. Nascono allora personaggi impensabili, assolutamente imprevedibili, in cui il dipanarsi della storia è oscuro, mai prono alla logica commerciale del lieto fine. Ma piuttosto folle, triste, tranchant, senza bisogno di preparare il lettore a un terreno condiviso, “massaggiandolo” di attenzioni propedeutiche alla comprensione del finale. Il lettore, al pari dello scrittore, deve aspettarsi tutto dalla vita come da un romanzo, pertanto è naturale che si trovi spiazzato, smarrito, abbandonato d’un tratto da una storia da cui era rimasto avvinto. Bazlen aveva definito la scrittura di Mattioni “invasata”, volendogli fare un complimento, intendendola come “necessaria e intensa”, senza rinunciare allo “humor grottesco e straziato”. Mattioni, re della sottrazione, fedele solo alla sua fantasia, ha una comicità sinistra e accanita, capace di creare il mistero che non abbandona nemmeno sul finale, quando lascia il lettore pensoso a riflettere su un mondo di formiche sotto cui si nasconde lo sguardo del gigante.

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Franco Fortini, un’eredità senza testamento

di Luca Lenzini

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Luca Lenzini, che è il massimo studioso dell’opera di Fortini, ne ha scritto un breve e denso “profilo militante” per i “Quaderni dell’Italia antimoderata” del Centro di documentazione di Pistoia (pp. 78, € 10). In un sapiente impasto di notizie biografiche ed excerpta da lettere, prose, poesie, delinea la figura di “ospite ingrato” del poeta, che si sente in partibus infidelium rispetto alle miserie del ceto intellettuale e politico italiano, camaleontico, sordo alle istanze provenienti dal basso e compiacente nei confronti dei poteri del momento. Fortini proponeva – come scrisse nel 1961 nella Lettera agli amici di Piacenza, Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi – l’unione di una scelta ideologico-pratica radicalmente anticapitalistica e di una scelta morale intransigente, unione che a suo avviso non dà garanzia di successo, e forse nemmeno di speranza, “ma di autenticità; spezza per un attimo più o meno lungo la necessità storico-biologica: lascia il segno e l’esempio” di una “azione sul mondo e sugli uomini che è l’unica via per giungere al più vero sé stessi”. Spezzare il continuum stabilito dai vincitori a cui si dà il nome di Progresso, senza vederne la catastrofe, arrestare la continuità del sempre-eguale attraverso l’irruzione dell’elemento “messianico”: giustamente Lenzini evoca in conclusione le tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin. Quel Benjamin da cui era attratto con molte riserve l’amico e sodale di Fortini in tante imprese della sinistra critica – da “Discussioni” ai “Quaderni piacentini” – Renato Solmi, che fece conoscere in Italia nel 1962 il pensatore ebreo-tedesco, per il quale, come scriveva nella introduzione a Angelus Novus, “la fuoruscita dal capitalismo […] si configura nei termini di un’alternativa estrema e catastrofica, e quindi nelle luci e nei colori di una salvezza religiosa”. Ancora nel 1998 – lasciatosi alle spalle il magistero di Lukács e arrivato a considerare come vero maestro Adorno – Solmi avvertiva il bisogno di sciogliere l’ambiguità dell’ “ermetismo” del pensiero di Benjamin, e cioè “del suo carattere allegorico e figurativo” (si vedano i testi nell’Autobiografia documentaria, Verbarium-Quodlibet). Operazione difficile, e forse impropria, come sarebbe quella di sciogliere il carattere allegorico/figurativo di Kafka e vederci finalmente chiaro. Solmi era comunque sensibile alla potenza del messaggio cifrato, laico-religioso, di redenzione proveniente da Benjamin e non rinunciò fino alla fine a pensare che “un filo deve esserci, che esiste una specie di chiesa invisibile, nella quale la grande maggioranza dell’umanità – che non si identifica certamente con le classi dirigenti del mondo capitalistico – si possa riconoscere” (così in una conversazione con Antonio Gnoli, “La Repubblica”, 26 marzo 2000), e in questo era molto vicino a Fortini.

Nella introduzione a Tutte le poesie (Oscar Mondadori 2014), Lenzini mette in guardia dalla riduzione dell’imponente corpus fortiniano alla dimensione utopico-religiosa. Ma osserva anche che nell’uso così frequente di lessico e metafore di provenienza biblica, Fortini “incrocia la novità più sovversiva e radicale del Cristianesimo (anch’essa oscurata e rimossa), appropriandosi dell’immaginario apocalittico e accogliendo in sé una forma di profetismo per sua natura inconciliabile con ogni genere di dogma; e si spiega così, anche, la stessa accezione fortiniana di comunismo, tanto più incrollabile in quanto legata a quel messaggio”. Tra l’altro Lenzini ricorda che i versi di Fortini sono spesso prossimi al genere profetico della “lamentazione”, dove si esprime, secondo Spitzer, “una protesta costante contro la ‘storia’, contro il mondo che non è Sion”. Il rapporto di Fortini con il protestantesimo valdese (cui si convertì nel 1939) e più in generale con la cultura biblica è stato esplorato a fondo da Davide Dalmas (La protesta di Fortini, Stylos 2006). Ma qui interessa solo ricordare un tratto dell’intellettuale Fortini che lo differenzia dai suoi più vicini sodali.

Abbiamo ricordato Solmi; ancora più stretti furono i legami con Cases. L’amicizia di una vita nacque durante la guerra, quando si trovarono a Zurigo tra gli esuli ebrei e antifascisti e Fortini frequentava Cases che leggeva in tedesco Storia e coscienza di classe di Lukács e si abbeverava alla critica della reificazione del pensatore ungherese, con la mediazione di Lucien Goldmann, rifugiato anche lui in Svizzera. Ne parlarono, Fortini e Cases, all’affollato convegno che si tenne a Milano nel 1985, con la regia di Costanzo Preve, per celebrare il centenario della nascita di Lukács e di Bloch (gli atti furono pubblicati in Filosofia e prassi. Attualità e rilettura critica di György Lukács e di Ernst Bloch, a cura di Rosario Musillami, Diffusioni ‘84 1989). Il libro si apre con ampie considerazioni dei due intellettuali sui diversi periodi di Lukács e sulla sua attualità e inattualità, ma Fortini racconta anche della prossimità con Cases (li univa la disperazione sul tempo presente) e della loro distanza ideologico-caratteriale. Se nell’Ospite ingrato Solmi è “da empie verità straziato giglio”, Cases è l’“equo coerente inquieto cauto Cases”. Coerente e inquieto, ma per lui anche eccessivamente equo e cauto. Dice Fortini negli atti del convegno: “è proprio nella gamma delle speranze e nei modi delle speranze che Cases e io ci separiamo. (…) Prima che si pronunci l’ultima nostra estrema disperazione posso soltanto dare a Cases la risposta che dà Margherita a Faust nel celebre colloquio: ‘Non c’è cristianesimo in te. Non sei cristiano!’”. Per cui prova nei confronti dell’amico “una certa ruggine”. Cases ha combattuto, come Fortini, la svendita delle speranze comuniste ridotte a goffa e brutale menzogna, però l’ha fatto soprattutto con la sua ironia: “ma come dimenticare che l’ironia concede fin troppo all’avversario?”; Cases scrive cose divertentissime e bellissime, “ma è stato troppo il sangue per ridere con te” (Fortini si riferiva alle vittime del ‘56 in Ungheria).

La mia idea è che in Cases confluivano due eredità: dell’illuminismo lombardo e della ironia e autoironia ebraica, che gli impedivano entrambe di assumere il corruccio adirato di Fortini, e di credere fino in fondo alla confluenza delle tre narrazioni – cristiana, umanistica e socialista – cui Fortini teneva tanto, come dice nel volume citato. Anche di Benjamin, cosa apprezzava di più Cases? “Non per nulla prediligo il Benjamin giornalista, radiofonico, quello che prendeva le cose alla leggera e non pretendeva di dar fondo all’universo (…)” (Intervista a Cases, a cura di Luigi Forte, Edizioni dell’Orso 2006).

Le cose non sono mai semplici quando si parla di uomini e bisogna circostanziare. Anche Fortini amava l’ironia, sicché il sottotitolo dell’Ospite ingrato reca Testi e note per versi ironici, e, dal canto suo, Cases non rideva affatto della “speranza di una vera Terra Promessa in cui sia possibile essere miti senza essere vittime, la felicità senza sopraffazione, la religiosità senza Dio, l’attività senza maledizione del lavoro, l’attaccamento alle cose senza il denaro, la cultura senza il suo ruolo repressivo” (Cosa fai in giro?, forse lo scritto più bello di Cases, ne Il testimone secondario). Ma sentivano gli stessi doveri in modo diverso: Fortini è più militante, è più “persuaso”, Cases inclina al dubbio e una punta di scetticismo non manca mai nel suo impegno.

Si ritrovarono sui “Quaderni piacentini” nel maggio-agosto 1965 a discutere di limiti dell’umano, di malattia e di morte, appena dopo la scomparsa di Ernesto De Martino. Cases – grande amico di Timpanaro e del suo materialismo leopardiano – diceva che la fine prematura di un individuo è una ingiustizia irreparabile, ma confidava, col Marx dei Manoscritti, nel comunismo come realizzazione dell’essere generico dell’uomo e riconciliazione dell’individuo con la specie. A questo punto le parti si invertono: Cases è il persuaso e Fortini il dubbioso, perché “è di morte che Cases ci sta parlando, di quella oscura cosa di cui i marxisti non hanno saputo parlarci perché sembrava riserva dell’irrazionalismo e della decadenza”; Cases rimanda a ere future: “chissà quanto probabili. Chi di noi sa? Chi corre la ‘tentazione religiosa’?”, chiede Fortini. In un punto, interpretando Ernesto De Martino, Fortini dice: la miseria e la perdita individuale possono non essere assoluta negatività nella misura in cui altri ne assumono l’eredità e il senso, e più avanti cita Marcuse: “Gli uomini possono morire senza angoscia se sanno che ciò che amano è protetto dalla miseria e dall’oblio”, affidandosi – conclude però Fortini – a “ciò che crediamo o vogliamo sia in un avvenire inverificabile alla nostra esperienza biografica”.

Proteggete le nostre verità”: è l’ultimo verso di Composita solvantur. Nella introduzione a Tutte le poesie Lenzini ricorda molto opportunamente l’aforisma di René Char caro a Hannah Arendt: “Notre héritage n’est précédé d’aucun testament”. Di questa eredità di liberazione collettiva balenata a tratti nelle rivoluzioni – aggiunge – “la poesia di Fortini non ha mai smesso di parlare, anche quando ha discorso di rose e di magnolie, di mulini e di colorifici, volpi o rondini”. E non ha mai smesso di parlare anche a chi condivide lo scetticismo e l’ironia di Cesare Cases.

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