poco di buono

Segre: l’ordine inquieto delle cose

di Gianfranco Bettin

illustrazione di Armin Greder

 

Le migrazioni sono il movimento reale che cambia lo stato di cose presente. Che lo cambia davvero, in profondità e in estensione, che lo cambia di natura. A volte in modo lento, nel tempo lungo e negli spazi dilatati della storia umana e del mondo intero. A volte in modo urgente, drammatico, come nell’attuale contingenza d’epoca e nel nostro specifico crocevia geografico, mediterraneo. È così da sempre, dalla notte dei tempi, e ciò malgrado, ogni volta i custodi dell’ordine delle cose reagiscono spiazzati e impauriti. Registrano e descrivono i movimenti migratori come meri fattori di disordine e minaccia, ignorando che tali distorsioni sono direttamente proporzionali all’incapacità di accettarli e gestirli con raziocinio e giustizia.

Si esercita in questo compito Corrado Rinaldi (Paolo Pierobon), in apparenza il personaggio centrale del film di Andrea Segre, intitolato appunto L’ordine delle cose. È un fedele e democratico servitore dello Stato, con una bella famiglia e una bella casa, con buoni studi e già eccellente schermidore olimpico. Forse è un “moderato”, forse è un “progressista”: nella tartufesca tipologia politica italiana capita che le due cose coincidano (e che, nel coincidere, distruggano il significato di entrambe). In certi casi, però, e in questo l’Italia odierna è fantastica, è proprio confondendosi che le due tipologie si esaltano. Il film di Segre ne dà un esempio preciso. Quando Rinaldi incontra una donna somala, maltrattata come tutti e (in particolare) come tutte nelle gabbie della vigilanza libica, il suo essere un “moderato” gli fa sentire appieno il disagio di uomo civile di fronte a quelle persone prigioniere come animali, mentre il suo voler fare qualcosa per lei, il suo provarci addirittura, gli insuffla un impeto “progressista” capace, in potenza, di modificare una situazione, un destino.

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Il nostro Nobel va a Ngugi

di Maria Paola Guarducci

 

Dato come uno dei cinque possibili vincitori del Nobel persino dalle pragmatiche agenzie di scommessa inglesi, il keniano Ngugi wa Thiong’o è rimasto ancora una volta nell’ombra, seppur quella di un bravo scrittore come Kazuo Ishiguro, sovrastimato, forse, nell’assegnazione di questo premio soprattutto se si pensa alla sua più recente produzione di genere futuristico-distopico. A leggere le motivazioni del Nobel, sembrerebbe invece proprio quella ad aver colpito l’accademia svedese, che premia la capacità di Ishiguro di “svelare l’abisso che si cela dietro la nostra ingannevole sensazione di essere in relazione con il mondo”. Peccato, dunque, che il Nobel non sia andato a un autore che non ha collocato quell’abisso nei contesti fittizi tanto amati dall’industria cinematografica, che dalle pagine di Ishiguro ha attinto a piene mani, ma lo ha invece infaticabilmente riportato alla storia, quella del Novecento nei suoi snodi fin troppo realistici tra imperi e colonie in Africa, una storia che ci si ostina a relegare in una posizione marginale rispetto all’ormai stucchevole racconto eurocentrico di come sono andate le vicende del mondo dall’antichità greco-romana in poi. Romanzi come Un chicco di grano (di recente ripubblicato da Jaca Book) o Petali di sangue rispondono in modo limpido e con costruzioni narrative di commovente bellezza e grande creatività, scavando nella storia, al perché oggi masse di africani pensano a buon diritto di avere accesso al benessere incarnato dall’occidente. E perché, soprattutto, questa cosa non è gradita ai più.

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Ecologia. La “Grande Cecità” secondo Amitav Ghosh

di Emanuele Dattilo

illustrazione di Alicia Baladan

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il  numero e abbonati per sostenere la rivista.

In materia ecologica, si sa, facciamo in tanti ciò che possiamo. Chi raccoglie diligentemente i rifiuti, chi va in bicicletta, chi controlla ossessivamente i consumi della propria stretta economia domestica. Tutto ciò, si intende, è giusto e necessario. Ma un senso di pervasiva impotenza accompagna i nostri gesti, la sensazione – qui, forse, più che altrove – che ciò che veramente accade non dipenda comunque da noi. Affinché tutto ciò non sia limitato alla nostra personale condotta, infatti, si tratterebbe anche, per tutti noi, di essere guidati da una potente immaginazione, che ci manca, altrettanto e più potente di quella che sporca e riempie di fumi il mondo. Che cosa significa? La serie di opinioni o di comportamenti giusti che ci sforziamo di seguire individualmente, ora come sempre, non basta; avremmo bisogno, per il clima come per molti altri ambiti della nostra vita, di una fantasia esatta e vera che accompagni i gesti, capace di farsi carne e aria e di permeare la nostra forma di vita collettiva. Affinché i temi ecologici non siano ridotti poveramente, come spesso accade, a un fatto di buone maniere e di buone intenzioni, c’è bisogno, insomma, non solo di una politica più sensibile e accorta, più giusta, ma di scrittori e poeti che sappiano dare voce e possibilità a ciò che silenziosamente ci circonda.

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Musée des beaux-arts e altre poesie

di W. H. Auden

traduzione di Carlo Izzo

Ci sembra utile riproporre, a quei lettori che non le conoscano, alcune poesie di W. H. Auden (1907-73), a nostro parere uno dei maggiori poeti del Novecento, e certamente uno di quelli che i più vecchi tra noi hanno più amato. Auden non invecchia, al contrario. Abbiamo scelto quattro poesie dalla raccolta che ne fece per Guanda, nel 1961, un grande conoscitore e traduttore della sua opera, Carlo Izzo. Auden era ancora vivo, e frequentava spesso l’Italia. Da qualche anno il suo editore (anche per le prose) è Adelphi, che ha saputo diffondere con autentica passione, come meritava, tutto il suo lavoro. Auden rimane ancora un autore “nostro”, una guida all’interno della complessa e tragica storia del Novecento, come lo sono stati Orwell e Silone, la Weil e la Arendt, Machado e Pasternak, Anders e Camus e tanti altri, ma anche, come molti di loro, ci è di ausilio a muoverci, oggi, in un presente cupo e inetto. (Gli asini)

 

Quanto a sofferenza non si sbagliavano mai,

I Vecchi Maestri: come capivano bene

La sua posizione umana; come accada

Mentre qualcun altro mangia o apre una finestra

O cammina ignaro per la sua strada;

Come, quando i vecchi attendono reverenti, ansiosi,

La nascita miracolosa, ci debbano sempre essere

Bambini, che non vedevano in essa niente di straordinario, a pattinare

Sul laghetto presso il limitare del bosco:

Non dimenticavano mai

Che perfino il tremendo martirio deve compiere il suo corso

Come che sia in un angolo, in qualche sordido luogo,

Dove i cani trascinano la loro vita da cani, e il cavallo del torturatore

Si gratta l’innocente deretano contro un albero.

 

NelI’Icaro di Brueghel, per esempio: come ogni cosa volge le spalle

Con assoluta indifferenza al disastro; forse l’aratore

Ha udito il tonfo, il grido solitario,

Ma per lui non fu una catastrofe importante; il sole splendeva,

Come su ogni cosa, sulle gambe bianche che sparivano nell’acqua

Verde; e la nave costosa e sottile, che doveva pure aver visto

Qualche cosa di prodigioso, un giovanetto cadere dal cielo,

Aveva un porto da raggiungere, e continuò calma la sua rotta.

poco di buono

Cinema. Raccontare il Salento

di Piergiorgio Giacché

una scena del film La vita in comune, di Edoardo Winspeare

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

C’è qualcosa nello sguardo del regista salentino Edoardo Winspeare che forse non si invidia ma che francamente si ammira. Una serenità solida e intanto un’ironia leggera con cui si aggira nel suo Territorio e si specchia nel suo Popolo: due parole corrotte, la prima dal turismo e la seconda dal populismo, ma ancora magicamente “salve” grazie agli occhi e ai film di Edoardo, da sempre girati “a chilometro zero”.

Se però lo spazio ovvero il set è sempre lo stesso, molto tempo è passato e il sentimento è cambiato anche per Winspeare: lo si è visto nascere, e poi lo si è visto crescere e adesso ha perfino preso il volo. Che si vuol dire? Che ai tempi di Pizzicata era appena un innamorato del Salento ma poi si è trasformato in amante adulto e attento e aperto fino ad arrivare In grazia di dio. Adesso, con Vita in comune, il film presentato alla Mostra di Venezia nella sezione “Orizzonti”, ha incominciato a volar via portandosi dietro discendenze ma soprattutto trascendenze salentine. Così, dall’innamoramento all’amore è salito ancora, fino a un rapporto capovolto: adesso, secondo me, è lui l’Amato ovvero l’eletto figlio di una terra che è stata invasa dalla moda, soffocata dal successo, traviata dal turismo. Oggi che in terra d’Otranto la taranta pizzica pizzica centomila persone per volta nei concertoni di mezza estate, oggi che le spiagge e le calette e perfino gli scogli sono al tutto esaurito, che le città salentine si gonfiano di soldi e di case e nelle campagne non ci sono più paesi “sperduti”… oggi davvero le storie e le scelte di Edoardo fanno insolita meraviglia e incantata critica, nel mare e nella terra di una Puglia ormai tutta da bere e mangiare e ballare…