poco di buono

Un giornale per i piccoli. Lettera a Giovanni Zoppoli

di Goffredo Fofi

Little Nemo in Slumberland

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Caro Giovanni, ho tra le mani l’ultimo numero del “Barrito” e ho appena visto, ieri, l’ultimo numero del giornaletto domenicale del “Sole” e gli ultimi supplementi per bambini di “Avvenire”. E ti confesso una insoddisfazione radicale nei confronti di quel che la grande stampa fa in questo settore ma anche qualche perplessità sul vostro lavoro, anche se la differenza è enorme tra chi opera dall’interno dei grandi giornali e chi, come voi, parte da una condizione di volontariato e precariato radicati in una marginalità che impone il confronto con una condizione infantile che è tutto fuorché tranquilla, protetta, privilegiata.

Nei primi, si deve immediatamente constatare che chi idea e riempie quei fogli è (“Avvenire”) piuttosto giornalista che educatore, e ha idee e conoscenze limitate della condizione infantile odierna, e prende sostanzialmente per buona la morale corrente, diciamo pure “buonista”, dichiarando esplicitamente la sua appartenenza a un mainstream cattolico generalmente conformista, anche se con punte moralmente salde su temi invero decisivi come l’ecologia e la convivenza e compenetrazione interetniche e interculturali. Ha, diciamo, un super-io morale e sociale che è poi quello del cattolicesimo contemporaneo, preoccupato del peggio, della deriva delle cose del mondo, che ben conosce e sulle quali ha idee chiare, ma anche eccessivamente convinto del proprio essere nel giusto, portatore di valori consolidati e di massa, e in definitiva veicolatore di un conformismo “protetto”, anche se lodevole perché, contrariamente ai politici della sinistra e agli altri loro simili, si preoccupa ancora dello stato di salute del prossimo. Mentre chi progetta il supplemento domenicale del “Sole 24 ore” non sembra avere preoccupazioni troppo pedagogiche, e, anche non volendo, pensa e scrive in funzione di adulti che hanno a che fare coi bambini, non in funzione dei bambini (anche se a volte qualche bella pagina di fumetto una sua carica in quella direzione ce l’ha). I suoi collaboratori scrivono insomma per lettori adulti (il nostro Lorenzoni pensa, egregiamente, ai suoi colleghi maestri) e non per bambini.

poco di buono

Cechov tra i deportati. Un reportage che sembra di oggi

di Sara Honegger

la colonia penale di Sachalin

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In un breve ritratto autobiografico risalente al 1899, Anton Cechov sorvolò con impressionante disinvoltura sulla sua opera letteraria. Aveva già pubblicato racconti e vinto il premio Puskin. Eppure, a parte il suo lavoro come medico, citò per esteso solo il viaggio sull’isola di Sachalin, compiuto nel 1890, segno che i mesi trascorsi in quella remota colonia penale zarista avevano avuto, nella sua storia di scrittore e di intellettuale russo, un significato speciale. Dal viaggio nacque un libro che vide la luce nel 1895: non un racconto, non un romanzo, non un trattato. Piuttosto, un reportage che consente al lettore di situarsi alle spalle dello scrittore seguendone passo passo lo spirito di ricerca, l’attenzione al dettaglio, il rifiuto del pathos come strumento del pensiero, l’utilizzo scrupoloso dei dati raccolti. Riproposto ora da Adelphi nella curatela di Valentina Parisi, cui si deve anche un’interessante postfazione, L’isola di Sachalin (Adelphi 2017) è insomma un testo ribelle alle etichette, la cui attualità, qualora il nome di Cechov non fosse ritenuto sufficiente, va ricercata a distanza di centotrent’anni almeno in tre ragioni.

poco di buono

LA POESIA. Responsabilità

di Grace Paley, a cura di Paolo Cognetti

Grace Paley

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Grace Paley (1922) era figlia di ebrei ucraini emigrati in America all’inizio del secolo. Fu profondamente legata alla città di New York, dove passò tutta la vita: cresciuta nel Bronx ebraico, italiano, latino, afroamericano, fulcro di quella irripetibile esperienza di emigrazione e convivenza tra culture che fu New York nel primo Novecento. Dopo il matrimonio e la maternità andò a vivere nel Greenwich Village, dove partecipò ai movimenti politici che dagli anni Sessanta in poi agitarono il quartiere, la città e l’America intera. Pacifista, femminista, ecologista, madre di due figli e moglie di due mariti, diceva sempre di aver troppo da fare per scrivere, eppure le bastarono tre raccolte di racconti per essere riconosciuta come maestra della forma breve: in Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all’ultimo momento (1974) e Più tardi nel pomeriggio (1985) diede vita a una voce unica, che univa l’oralità e l’ironia del racconto yiddish allo sperimentalismo postmoderno. Il suo primo amore, però, era la poesia: la intendeva come diario personale e politico, la praticò fino all’ultimo giorno. Morì nel 2007 dopo una vita appassionata, tutta spesa per le idee in cui aveva creduto e le persone che aveva amato. (P. C.)

poco di buono

Anna nel Cinema Zenit

di Andrea Bruno. Incontro con Nicola Ruganti

illustrazione di Andrea Bruno

Cinema Zenit 3 (Canicola 2016) un fumetto di avventura

Cinema Zenit è una storia uscita in tre volumi, il primo nel 2014 e il secondo nel 2015 sempre pubblicati per i tipi di Canicola. È un fumetto che ha avuto una lunga elaborazione; non solo perché ci ho messo tre anni a farlo, ma perché ce ne sono voluti altri due per pensarlo, prima di iniziare a disegnare. C’è stata una lunga gestazione alle spalle: ho provato a visualizzare molte cose, ho preso appunti, fatto ricerche, raccolto materiali; poi però al momento di cominciare davvero, si parte da zero. Tutte queste ricerche e questo lavoro è come se diventassero una sorta di substrato che ogni tanto affiora. Cinema Zenit è nato così. Ciascuno dei tre volumi è nato così. Questo per me è importante perché c’è anche una dimensione avventurosa, nel fare questi fumetti, oltre alla dimensione avventurosa che c’è nella storia. Uno degli obiettivi che avevo in mente, su cui mi sono chiarito col tempo, era regolare i conti con un certo tipo di fumetto, che mi ha formato come lettore: il fumetto che leggevo da ragazzo, che all’epoca veniva chiamato fumetto d’autore (e che spesso era fumetto di avventura di qualità). Ed è, in ultima analisi, il motivo per cui faccio fumetti. Questo Cinema Zenit è anche un omaggio a questi autori, Pratt, Toppi e tutti gli altri, e forse anche un risolvere la questione; penso che adesso io sia pronto per fare cose diverse.

poco di buono

Il mondo è del diavolo. A proposito di “Bruciare tutto”

di Walter Siti. Incontro con Giacomo Pontremoli

Lucifero di Gustave Doré

               

Lo scandalo

Non ho capito che cosa voleva fare “La Repubblica”. Hanno fatto di tutto per essere i primi, il giorno stesso dell’uscita del libro. Un pattugliamento letterario preposto a dire come andava letto il romanzo. Anche scegliere, per recensirlo, non un critico letterario o uno scrittore, ma una filosofa morale, Michela Marzano, era significativo: volevano che il libro venisse letto in quella direzione; non mi risulta che Marzano abbia scritto altre recensioni di testi letterari. Poi l’intervista a “Repubblica” che mi hanno fatto era chiaramente un interrogatorio; io sinceramente non so cosa rispondere a domande come “Ha scritto queste cose per diventare un martire come Pasolini?”. Illazione per illazione, ero tentato di chiedere: “Lei dirige le pagine culturali del più importante giornale italiano perché vuole diventare un sex symbol come Belén Rodrìguez?”; avrebbe avuto lo stesso tasso di pertinenza. Oppure: “Un critico ha detto che il suo libro fa schifo, lei è d’accordo?”. Se fossi stato d’accordo non l’avrei pubblicato. Non sono riuscito a capire la ragione di questo tasso di aggressività. Anche perché fino a quel momento loro mi consideravano “un prezioso collaboratore”, per cui veramente non ho capito. Soprattutto non ho capito se ci fosse la volontà di sollevare la polemica in quanto tale, o se considerassero davvero intollerabile il libro e quindi volessero subito dare una direzione di lettura; non so scegliere tra queste due possibilità. Quanto a ciò che è venuto dopo, i primi giorni mi ha fatto stare molto male; soprattutto due cose mi hanno molto ferito: primo, la gratuità di dire che la mia fosse una “cinica operazione commerciale” (io so come vivo, so come faccio letteratura, questo è il mio decimo libro e anche la gente più o meno dovrebbe saperlo, anche dai miei nove libri precedenti, che non c’è niente di commerciale nella mia opera); ma è la seconda la più importante, e dimostra quale sia la ricezione dei libri oggi in Italia. Le persone che ne parlavano o non l’avevano letto, anche dicendolo apertamente, o erano poco attrezzate circa gli strumenti che di solito si usano per la letteratura. Sostenere che è un libro a tesi significa scavalcare almeno tutti i primi quattro capitoli e arrivare subito al quinto, che è a metà. I libri a tesi non sono fatti come il mio, hanno personaggi più stilizzati. La supposta “tesi” è stata tirata fuori con la forza da un libro che invece contiene molte altre cose. Sarebbe come dire che siccome Misha Karamazov dà il meglio di sé quando fa il viaggio in Siberia, allora gli errori giudiziari servono. Sostanzialmente mi è sembrato che mancassero alcune cose di base: per esempio attribuire a me, come se le avessi dette io, le parole di un mio personaggio, significa non conoscere l’abc della critica letteraria.

I giornali vogliono esaurire un romanzo nei primi dieci giorni dell’uscita: qualcuno cavandosela semplicemente con un’intervista all’autore, altri con una recensione che però cerca artificialmente la polemica, oppure schematizza subito “sì-no”… Marco Belpoliti, senza aver letto il libro, disse: “Con un argomento come questo, o è un capolavoro o è una schifezza”. Adesso ho visto che nel suo boxino uscito sull’“Espresso” ha capito che tertium dabatur, perché dice che il romanzo non è un capolavoro ma io so scrivere: evidentemente c’era anche una via di mezzo possibile. Però si inducono anche le persone che sarebbero più attrezzate culturalmente a esprimersi subito su un libro che non hanno letto, e tutto rimane molto aleatorio. Spesso poi l’attenzione dopo quindici giorni si spegne (è bastata l’allusione alla Boschi nel libro di De Bortoli perché di Bruciare tutto non gliene fregasse più niente a nessuno), quindi è tutto un po’ fantasioso. Comunque su questo libro è uscito tutto e il contrario di tutto: è stato detto che è inaccettabile e che gli italiani mi dovrebbero ringraziare, che è scritto in un modo stereotipo e assolutamente di merda e che invece è scritto benissimo, che è un libro a tesi e che è un libro con personaggi tridimensionali… A questo punto il mio atteggiamento è di lasciare che dicano, e aspettare che fra un po’ di tempo il libro venga letto per quello che è.

Quella che una volta era la critica accademica, fatta dagli universitari, è rimasta fra alcuni quarantenni chiamati “giovani critici” – Simonetti, Bazzocchi – che hanno fatto alcune letture approfondite del libro, ma che non hanno voce in capitolo nel bazar informatico; quelli che danno la linea su un libro sono i giornalisti, oppure persone non specializzate di quella materia. Invece la critica militante, cioè interventi di critici non accademici che però siano attrezzati ad analizzare la letteratura e capaci di fondare dei dibattiti magari anche stroncatori ma sul testo, entrando nello specifico letterario, non esiste più; i critici militanti non ci sono più.

Ho abbastanza riflettuto in questo periodo, avendo tempo e modo, su tutto questo. Ora credo che in realtà il vero motivo di scandalo sia stato che in Bruciare tutto non ci sono speranze e il mondo è del diavolo. Il mondo è il male. Ho dipinto un bambino talmente disperato che addirittura si uccide. Questo è ciò di cui vengo incolpato. L’unica speranza per tutti sono i bambini, perché sono per definizione il futuro. Nel romanzo, invece, il bambino muore, si suicida. Peraltro del suo suicidio è stata data un’interpretazione molto restrittiva, a proposito di forzare una tesi: si ucciderebbe perché il prete non ha abusato di lui. A parte il fatto che lui non chiedeva affatto al prete di abusare di lui; ma è evidente che si uccide perché ha dei genitori di merda e perché lui stesso non riesce a integrarsi con gli altri bambini. Si uccide perché è solo e soffre. È un romanzo che infastidisce la delirante positività coatta, obbligatoria, che domina tutti i media di oggi.