poco di buono

Ecologia. La “Grande Cecità” secondo Amitav Ghosh

di Emanuele Dattilo

illustrazione di Alicia Baladan

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In materia ecologica, si sa, facciamo in tanti ciò che possiamo. Chi raccoglie diligentemente i rifiuti, chi va in bicicletta, chi controlla ossessivamente i consumi della propria stretta economia domestica. Tutto ciò, si intende, è giusto e necessario. Ma un senso di pervasiva impotenza accompagna i nostri gesti, la sensazione – qui, forse, più che altrove – che ciò che veramente accade non dipenda comunque da noi. Affinché tutto ciò non sia limitato alla nostra personale condotta, infatti, si tratterebbe anche, per tutti noi, di essere guidati da una potente immaginazione, che ci manca, altrettanto e più potente di quella che sporca e riempie di fumi il mondo. Che cosa significa? La serie di opinioni o di comportamenti giusti che ci sforziamo di seguire individualmente, ora come sempre, non basta; avremmo bisogno, per il clima come per molti altri ambiti della nostra vita, di una fantasia esatta e vera che accompagni i gesti, capace di farsi carne e aria e di permeare la nostra forma di vita collettiva. Affinché i temi ecologici non siano ridotti poveramente, come spesso accade, a un fatto di buone maniere e di buone intenzioni, c’è bisogno, insomma, non solo di una politica più sensibile e accorta, più giusta, ma di scrittori e poeti che sappiano dare voce e possibilità a ciò che silenziosamente ci circonda.

poco di buono

Musée des beaux-arts e altre poesie

di W. H. Auden

traduzione di Carlo Izzo

Ci sembra utile riproporre, a quei lettori che non le conoscano, alcune poesie di W. H. Auden (1907-73), a nostro parere uno dei maggiori poeti del Novecento, e certamente uno di quelli che i più vecchi tra noi hanno più amato. Auden non invecchia, al contrario. Abbiamo scelto quattro poesie dalla raccolta che ne fece per Guanda, nel 1961, un grande conoscitore e traduttore della sua opera, Carlo Izzo. Auden era ancora vivo, e frequentava spesso l’Italia. Da qualche anno il suo editore (anche per le prose) è Adelphi, che ha saputo diffondere con autentica passione, come meritava, tutto il suo lavoro. Auden rimane ancora un autore “nostro”, una guida all’interno della complessa e tragica storia del Novecento, come lo sono stati Orwell e Silone, la Weil e la Arendt, Machado e Pasternak, Anders e Camus e tanti altri, ma anche, come molti di loro, ci è di ausilio a muoverci, oggi, in un presente cupo e inetto. (Gli asini)

 

Quanto a sofferenza non si sbagliavano mai,

I Vecchi Maestri: come capivano bene

La sua posizione umana; come accada

Mentre qualcun altro mangia o apre una finestra

O cammina ignaro per la sua strada;

Come, quando i vecchi attendono reverenti, ansiosi,

La nascita miracolosa, ci debbano sempre essere

Bambini, che non vedevano in essa niente di straordinario, a pattinare

Sul laghetto presso il limitare del bosco:

Non dimenticavano mai

Che perfino il tremendo martirio deve compiere il suo corso

Come che sia in un angolo, in qualche sordido luogo,

Dove i cani trascinano la loro vita da cani, e il cavallo del torturatore

Si gratta l’innocente deretano contro un albero.

 

NelI’Icaro di Brueghel, per esempio: come ogni cosa volge le spalle

Con assoluta indifferenza al disastro; forse l’aratore

Ha udito il tonfo, il grido solitario,

Ma per lui non fu una catastrofe importante; il sole splendeva,

Come su ogni cosa, sulle gambe bianche che sparivano nell’acqua

Verde; e la nave costosa e sottile, che doveva pure aver visto

Qualche cosa di prodigioso, un giovanetto cadere dal cielo,

Aveva un porto da raggiungere, e continuò calma la sua rotta.

poco di buono

Cinema. Raccontare il Salento

di Piergiorgio Giacché

una scena del film La vita in comune, di Edoardo Winspeare

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

C’è qualcosa nello sguardo del regista salentino Edoardo Winspeare che forse non si invidia ma che francamente si ammira. Una serenità solida e intanto un’ironia leggera con cui si aggira nel suo Territorio e si specchia nel suo Popolo: due parole corrotte, la prima dal turismo e la seconda dal populismo, ma ancora magicamente “salve” grazie agli occhi e ai film di Edoardo, da sempre girati “a chilometro zero”.

Se però lo spazio ovvero il set è sempre lo stesso, molto tempo è passato e il sentimento è cambiato anche per Winspeare: lo si è visto nascere, e poi lo si è visto crescere e adesso ha perfino preso il volo. Che si vuol dire? Che ai tempi di Pizzicata era appena un innamorato del Salento ma poi si è trasformato in amante adulto e attento e aperto fino ad arrivare In grazia di dio. Adesso, con Vita in comune, il film presentato alla Mostra di Venezia nella sezione “Orizzonti”, ha incominciato a volar via portandosi dietro discendenze ma soprattutto trascendenze salentine. Così, dall’innamoramento all’amore è salito ancora, fino a un rapporto capovolto: adesso, secondo me, è lui l’Amato ovvero l’eletto figlio di una terra che è stata invasa dalla moda, soffocata dal successo, traviata dal turismo. Oggi che in terra d’Otranto la taranta pizzica pizzica centomila persone per volta nei concertoni di mezza estate, oggi che le spiagge e le calette e perfino gli scogli sono al tutto esaurito, che le città salentine si gonfiano di soldi e di case e nelle campagne non ci sono più paesi “sperduti”… oggi davvero le storie e le scelte di Edoardo fanno insolita meraviglia e incantata critica, nel mare e nella terra di una Puglia ormai tutta da bere e mangiare e ballare…

poco di buono

Cinema. L’eredità di Rossellini

di Bernardo Bertolucci, Jonas Carpignano, Roberto De Paolis, Leonardo Di Costanzo, a cura di Emiliano Morreale

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 de “Gli Asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Di Roberto Rossellini le Edizioni dell’asino hanno ripubblicato di recente Il mio dopoguerra, uno scritto bellissimo, e quest’anno fanno quarant’anni dalla morte di Rossellini. I registi italiani migliori delle ultime generazioni hanno ben presenti l’eredità e il modello rosselliniani, e credo anzi che in questo momento stiamo assistendo a un piccolo trionfo di Rossellini. Forse finalmente il cinema italiano è diventato un po’ rosselliniano; può sembrare paradossale, perché Rossellini è uno dei padri del nostro cinema, però io credo che il nostro cinema sia stato troppo poco rosselliniano. È stato tante cose, è stato zavattininano, agescarpelliano, è stato commedia all’italiana, è stato neorealismo, è stato cinema politico e declamatorio eccetera. Forse è stato perfino più rosselliniano il cinema francese dell’italiano. Il titolo che abbiamo dato a questo incontro è una frase di Prima della rivoluzione, il film di Bertolucci del 196364, “Non si può vivere senza Rossellini”, una frase detta tra il serio e il faceto da uno dei personaggi del film, che era poi Gianni Amico, lui stesso un rosselliniano di ferro. A un certo punto questo amico cinefilo del protagonista si congeda dicendo: “Vi ricordo che non si può mica vivere senza Rossellini”. Partiamo da Bernardo Bertolucci, e da questa frase. In quell’anno ’63-’64 che cos’era Rossellini per te?

Bertolucci Rossellini in Italia è stato riscoperto grazie ai “Cahiers du cinéma” dopo i film meravigliosi che aveva fatto, da Roma città aperta a Germania anno zero e poi a Francesco (che a capire meglio di tutti fu Ingrid Bergman). Rossellini io l’avevo imparato sui “Cahiers”, e avevo visto allora i film sublimi che aveva fatto, che in Italia non erano stati abbastanza apprezzati. Quando nel mio film dico “non si può vivere senza Rossellini”, nel film, mi viene in mente la prima volta che entrai nella Cinémathèque (ero stato invitato da Langlois con Prima della rivoluzione), e avevo visto lo schermo che stava sul muro di fondo della Cinémathèque, e chiesi a Langlois: “Come mai questo schermo così grande?”. E lui: “È per i film di Rossellini, per le sue inquadrature. Non si sa mai: potrebbero espandersi in basso, in alto, a destra, a sinistra!” Ma Rossellini ha ancora la capacità di mandare vibrazioni come quelle che fanno dire a Langlois che le sue inquadrature potrebbero espandersi in qualsiasi direzione e momento? Cosa ne pensano i nostri giovani registi?

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Film italiani a Venezia

di Emiliano Morreale

particolare del poster di Nico, 1988, di Susanna Nicchiarelli

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Tanti film italiani a Vanezia, troppi. Contando anche i documentari, quasi una trentina di lungometraggi, più un buon numero di corti. Abolito anni fa il ghetto degli italiani (un tempo era la famigerata sezione “De Sica”), ci si è trovati però davanti a un numero esorbitante di titoli piccoli e grandi, dei quali una metà sarebbe forse potuta rimanere a casa. Eppure il panorama che veniva fuori dalla Mostra era tutt’altro che sconsolante, soprattutto per la varietà. Da Cannes, era venuta fuori un’immagine un po’ parziale del nostro cinema: i migliori film sembravano appartenere a una scuola ben determinata, quella del dramma sociale sulla periferia o su mondi marginali, con protagonisti adolescenti o ragazzi, girato facendo tesoro del metodo documentario, con attori spesso non professionisti: Cuori puri, L’intrusa, A Ciambra rappresentavano non solo il meglio del nostro cinema, ma anche l’ipotesi di una scuola, con i rischi eventuali dell’imitazione e della ripetizione.