poco di buono

Ebeti e contenti con Overload

di Rodolfo Sacchettini

Secondo un recente studio americano l’attenzione umana si starebbe avvicinando in modo preoccupante alla cosiddetta soglia del “pesce rosso”. Sostengono gli scienziati che il pesce rosso riesca a rimanere concentrato su un singolo stimolo o oggetto o azione, per non più di otto secondi. L’essere umano in questo momento storico raggiungerebbe una media di circa nove secondi. O per meglio dire, le nuove tecnologie (smartphone e computer) hanno predisposto i loro software per offrire impulsi ogni nove secondi, abbassando enormemente la soglia minima. Hanno scelto questo intervallo di tempo così breve, per avere più possibilità che il cervello, e il corpo umano, non si stacchi dalla macchina (smartphone o computer che sia). Può essere un segnale sonoro, un video, una finestra pop up, un messaggio o una notifica dai social, una mail eccetera. Ogni nove secondi accade qualcosa, in modo non così dissimile da quanto si sosteneva nei manuali di sceneggiatura dei film hollywoodiani. L’attenzione dello spettatore deve essere sollecitata continuamente, attraverso effetti speciali o colpi di scena narrativi o battute particolarmente spiritose, tutto questo perché il pubblico non si distragga. Adesso la differenza è che invece di manciate di minuti, si parla di secondi, e che al posto del consumo culturale si è sostituita la vita quotidiana. Si potrebbe poi aggiungere che non si vuole più intrattenere lo spettatore dentro una storia o una narrazione, ma si cerca di creare interruzioni al flusso del pensiero e di evitare la possibile sedimentazione della memoria. Già, ma cosa stavamo dicendo?

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Stig Dagerman nel mondo dei vinti

di Nicola Villa

 

Nel 1946 furono molti i giornalisti che visitarono la Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto. Tra questi c’era un giovane scrittore svedese, di ventitré anni, inviato dal giornale “Expressen”, che viaggiò due mesi per il paese realizzando una serie di reportage. Il suo nome era Stig Dagerman e quei reportage furono poi raccolti in un libro, Autunno tedesco, considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario e da poco ristampato dalla casa editrice Iperborea (tradotto da Massimo Ciaravolo, curato da Fulvio Ferrari e con una postfazione di Giorgio Fontana). Dagerman non era ancora l’autore riconosciuto di Bambino bruciato, di Il viaggiatore e di Il nostro bisogno di consolazione – opere di culto di uno scrittore che concluse la propria esistenza suicidandosi a soli trentun’anni – ma, nonostante la giovane età, aveva già formata una forte coscienza politica tramite il padre che l’aveva introdotto giovanissimo negli ambienti dell’anarchismo e del sindacalismo svedese.

Proprio grazie alla sua militanza libertaria, il giovane Dagerman-giornalista inviato in Germania è un osservatore atipico, diverso dagli altri, senza pregiudizi o preconcetti ideologici, interessato soprattutto a raccontare la sofferenza dei vinti senza cedere a quell’“apatia e cinismo” che trova dominante nella popolazione tedesca, avendo il coraggio di “scendere in basso a occhi aperti”, nel cuore della “malata d’Europa”. Un atteggiamento simile a quello che spinse Roberto Rossellini, pur partito da premesse morali religiose, a girare Germania anno zero tra le macerie di Berlino un anno dopo la fine del conflitto. “Scendere in basso a occhi aperti” voleva dire mettersi allo stesso livello di miseria della popolazione incontrata, tra empatia e pietà non accettando le rappresentazioni dominanti di un paese in ginocchio e conscio di esserlo per gli errori commessi. Voleva dire, come fece tra l’altro Rossellini, interrogarsi sul rapporto tra giovani e vecchi, su che ne è di un’educazione totalitaria dura a morire e di una trasmissione autentica e come rifondarla, sui conflitti generazionali in atto in un paese devastato.

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Memorie e storie afroamericane

di Gabriele Vitello

L’epoca di Obama ci aveva illuso che quella americana fosse una società postrazziale, nella quale i conflitti legati al colore della pelle erano ormai roba passata. Questa visione ottimistica, rafforzata dalla presenza di un nero alla Casa Bianca, dimenticava però le fortissime disuguaglianze che colpiscono tuttora la popolazione nera. Un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello dei bianchi, una percentuale di detenuti da spavento (il 37%) e, infine, l’istruzione: oltre un terzo degli adolescenti maschi neri non finisce la scuola dell’obbligo.

Dopo gli scontri di Dallas, Ferguson, Baltimora eccetera, dopo l’elezione di Trump sostenuta dalla destra xenofoba e razzista e benedetta dal Ku klux klan, è ormai evidente che la società americana sta attraversando un lungo e difficile confronto con i problemi che l’affliggono da sempre. All’origine dei recenti conflitti razziali non c’è soltanto il suprematismo bianco, quel razzismo sempre presente nel cuore dell’America profonda e che Donald Trump ha in qualche modo sdoganato. C’è dell’altro. Qualcosa alle radici della storia americana, nei secoli della schiavitù e della segregazione. Non c’è da stupirsene. La schiavitù non è così lontana: risale a solo un secolo e mezzo fa, appena tre generazioni. Se poi consideriamo che il regime schiavista ha avuto una durata di 246 anni, fissando, come suggerisce la storica americana Daina Ramey Berry, la sua data di inizio nel 1619, quando venti africani arrivarono in Virginia su una nave olandese, e il suo termine nel 1865 con la fine della guerra civile, possiamo concludere che “gli afroamericani sono stati liberi per meno tempo di quanto non siano stati in schiavitù”.

Il problema non è solo il becero suprematismo bianco, ma anche una politica miope che si vuole postrazziale e che ha rimpiazzato la lotta al razzismo con una generica lotta alla povertà, dimenticando il senso profondo delle famose parole di Lyndon Johnson, pronunciate nel suo storico discorso sui diritti civili: “la povertà dei neri non è la povertà dei bianchi”. La differenza fra le due povertà è soprattutto di tipo, non solo di grado, come afferma con forza Ta-Nehisi Coates nel suo breve saggio Un conto ancora aperto (Codice edizioni 2016) – un atto d’accusa contro le politiche neoliberiste dell’era Obama che si sofferma in particolare sugli effetti perversi e duratori del redlining (una diffusa pratica discriminatoria volta a escludere i neri da determinati servizi, come ad esempio i mutui in ambito immobiliare).

poco di buono

Elena Ferrante ha fatto scuola

di Mirella Armiero

Illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Un piccolo esercito di amiche geniali si è messo in marcia. Dopo il gomorrismo, a Napoli e dintorni si apre l’era del ferrantismo. Come fenomeno narrativo è un po’ più sfuggente del primo, eppure si va delineando con sempre maggiore nitidezza. Se gli scrittori che seguono le orme di Roberto Saviano si muovono nel territorio ben definito di una letteratura di genere, centrata sul racconto della criminalità organizzata, i romanzi che invece riecheggiano stilemi e temi di Elena Ferrante attraversano un campo più ampio. Con due costanti: la narrazione di un percorso di formazione, spesso faticoso, e la centralità della figura della madre. 

Prendiamo Palazzokimbo di Piera Ventre (Neri Pozza). Più di quattrocento pagine di racconto al femminile in una Napoli appena più vicina a noi, cronologicamente, rispetto a quella dell’Amica geniale. Lo stesso orizzonte geografico, che si spinge alla periferia industriale oltre la Stazione centrale, rimanda al mondo di Elena e Lila. Anche qui il luogo dove si svolgono i fatti è “il rione”, così genericamente definito. Ma non si tratta solo di parentele lessicali; le assonanze riguardano più in generale temi e scrittura. Non è questione di plagio o di imitazione: l’autrice di Palazzokimbo sembra aver assorbito in pieno la poetica della Ferrante tanto da non poter raccontare Napoli se non alla sua maniera. Il risultato? Un romanzo ben costruito, che porta però impresso l’eco persistente delle voci di Lila e Lena. La Ferrante fever brucia, evidentemente provoca ustioni anche tra i nuovi scrittori.

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Andare fuori tema. Le persuasioni di lea melandri

di Maria Nadotti

illustrazione di Mara Cerri

Alfabeto d’origine. È il titolo che la teorica femminista Lea Melandri ha voluto per un piccolo e prezioso libro (Neri Pozza 2017) in cui ha raccolto le sue riflessioni sul tema della “scrittura d’esperienza”, uno dei punti nodali di una ricerca condotta con tenacia su testi propri e altrui. E uno dei vertici del pensiero politico che ha costruito nel tempo, agendo insieme ad altre donne, leggendo, insegnando (dai corsi delle 150 ore negli anni settanta e ottanta, alla scuola di Affori, alla Libera università delle donne di Milano), creando riviste (“A Zig Zag”, “Lapis”) e luoghi d’incontro dove scambiare pensieri, esperienze, ricordi, desideri e ripensare collettivamente le idee ricevute che bloccano il pensiero e dunque ogni ipotesi di espressione autentica.

Coesa come una monografia e tuttavia variegatissima, l’antologia di Melandri copre un arco temporale che va dal 1983 al 2017 e si articola in una serie diversificata di interventi liberi o d’occasione. I primi svariano da alcuni appunti estrapolati da un diario poetico tenuto con la fedeltà ossessiva di un cercatore d’oro a esegesi testuali che somigliano a dei veri corpo a corpo con gli scrittori e le scrittrici che Melandri sente più affini. “I fanciulli, poeti, sognatori” che, come lei, non hanno saputo, potuto, voluto scostarsi dalla materia d’origine sublimandola in ragionamento astratto o semplicemente negandola.