poco di buono

Vladimir Makanin nell’underground

di Sergio Rapetti

illustrazione di Moebius

 

È morto ottantenne poche settimane fa a Mosca un grande scrittore, Vladimir Makanin, autore di molti romanzi editi a suo tempo in Italia da e/o e di un’opera ampia, quasi 600 pagine in grande formato, tradotta da Sergio Rapetti, Underground. Makanin ha saputo raccontare come pochi la sua generazione, che ha vissuto gli anni di Stalin e di Breznev, quelli più tranquilli di Kruscev, quelli della fine del bolscevismo e dell’Urss, delle speranze gorbacioviane e degli incubi eltsiniani e putiniani. Appassionato giocatore di scacchi, Makanin sapeva e diceva che esistono pedine bianche e pedine nere nel gioco della vita e della storia, e ha saputo mescolare ora con pazienza ora con insofferenza l’attenzione ai valori quotidiani delle esistenze comuni e gli stravolgimenti nevrotizzanti e spesso criminali della politica. Ha saputo partire da Cechov ma anche da Dostevskij, anche da Gogol. Lo ricordiamo con un passaggio della postfazione di Rapetti a Underground, ringraziando il nostro amico e la casa editrice Jaca Book, che coraggiosamente lo propose ai pigri lettori italiani nel 2012. (g. f.)

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

(…) Il protagonista di Underground Petrovic è un marginale, scrittore mai pubblicato, bomi (“senza fissa dimora”, homeless), il quale si adatta per vivere a fare la guardia agli appartamenti degli altri; quella della marginalità è per lui una scelta di vita e di filosofia (e anche una scelta estetica) volontariamente e ostinatamente sommersa, e costituisce l’humus nel quale è radicato l’“io narrante” Petrovic (connotato dal solo patronimico, lui e gli altri non ricordano più il suo primo nome). L’umanità brulicante e variopinta con la quale Petrovic si pone in rapporto per lo più abita o comunque frequenta l’obšcaga. I corridoi si intersecano con altri corridoi, le porte sono chiuse e rinserrate su segreti, slanci ideali, miserie e abiezioni, e il tutto è figura del mondo e della contraddittoria condizione umana. Gli uomini che ne abitano i recessi gli confidano i propri problemi, anche i più intimi, le donne gli si danno un po’ e/o per un po’ (lui le attrae come scrittore sia pure presunto, le delude come disadattato che non vuole saperne di “sistemarsi” in una vita ordinata), quasi tutti lo disprezzano come fannullone e parassita. Nonostante ciò lui “si sente amato, e più di quanto non si debba”.

È un paradosso solo apparente. Il fatto è che alla base del rapportarsi con gli altri di Petrovic (del suo criterio) c’è l’“aver cura” di loro, come il “prendersi cura” delle cose (“i metri quadrati” da essi abitati e vissuti) è alla base del suo povero mestiere (cui però lui tiene moltissimo) di custodia-guardiania. Il lasciarsi “curare” da lui, magari poi anche ripagandolo col disprezzo e l’indifferenza, è quanto basta a Petrovic per sentirsi comunque corrisposto.

La sua solitudine è alleviata da solide, e libere, letture: filosofiche, dagli antichi greci a Berdjaev, Heidegger e Sartre; quanto alla letteratura, un critico che “frequenta” da anni Makanin ha scritto: “Del fatto che il romanzo dovesse essere non solo un’enciclopedia della vita russa, ma anche della sua letteratura, Makanin era fermamente convinto” (Andrej Nemzer).

E Petrovic interroga, in modo sommesso e insieme imperioso, la realtà e lo fa mettendosi in gioco, rischiando sempre molto, con la propria vita, con le proprie qualità (anzitutto un’ardente dedizione a chi soffre e piange, ma solo finché questi “umiliati e offesi” restano tali, quando conquistano una posizione sociale anche piccola Petrovic tende a tagliare i ponti; l’odio per qualsiasi compromesso col potere e il disinteresse per il denaro e i beni materiali; una fierezza e un’onestà intellettuale senza compromessi) e gli speculari difetti (un amor proprio ipertrofico per il quale uccide una prima volta; l’ossessione di finire negli ingranaggi della delazione e provocazione poliziesche, per la quale di nuovo uccide). E in folgoranti istanti di verità sceglie e ribadisce che per congiungersi all’esistenza, alla “dolce prosa della vita” si deve rinunciare alla “vanagloria della letteratura”, non solo allo status di scrittore, ma proprio allo scrivere e a ciò che si è scritto.

Ma lo scrittore che non vuole esserlo Petrovic ci assicura di non aver conservato nulla dei suoi scritti e comunque di non voler scrivere più, e in che modo ce lo dice – a noi che qui e ora lo leggiamo? –: scrivendone!

E che cos’ha dunque da dirci il “non-più-scrittore”?: deve raccontarci di sé stesso, vulnerabile e spietato, tenero e cinico, che assimila in sé confessioni, destini, anime, vicende e personaggi incontrati, carpiti in un’ora, un minuto, un istante cruciali facendosi esso stesso testo.

 

Questo gioco di rimandi, di specchi, di una complessità e perizia talvolta vertiginose (a – rifiuto di farsi complice e addetto della cultura-letteratura dell’establishment; b – opzione per la “dolce prosa della vita” in cui si stempera l’io ; c – “io narrante” che, carico di vita e di vissuto, si fa testo, e racconta anche questo suo farsi testo) crea lungo tutto il romanzo una vibrazione di un’intensità che non finisce di stupire, anche per la sua tenuta, dall’inizio alla fine, quasi senza cadute di tensione.

Petrovic-Makanin avrà anche rinunciato a scrivere, ma considera uno strumento sempre attuale, per comprendere la vita e l’esistenza delle persone, e anche quella propria, la letteratura russa; essa è certo una fonte di autosuggestione magari vana, ma anche di conoscenza utile e presa di coscienza.

Col sottotitolo e l’epigrafe il romanzo Underground si muove sotto il segno di Lermontov e del suo eroe Peforin. Il già citato Nemzer osserva: “Makanin dice: ‘Petrovic sono io!’ non però come Flaubert di Emma Bovary, bensì come Lermontov di Peforin. Io, cioè non io. Io, tutti noi. Solo perdendo il nome, puoi diventare testo”.

Che cosa ha portato alla cultura e alla coscienza del popolo russo (a tutti noi) dopo l’eroe cinico e morbosamente ripiegato su se stesso di Lermontov e il quasi a lui contemporaneo Gogol’ e poi Dostoevskij, questi ultimi particolarmente vicini a Makanin-Petrovic? Semplificando: la compassione (nel senso etimologico di “soffrire la sofferenza dell’altro”). Nei cosiddetti racconti pietroburghesi di Gogol’ e in molto Dostoevskij – tra altri romanzi, Umiliati e offesi e Delitto e castigo – risaltano motivi come l’attenzione per i diseredati, la purificazione morale, personale e sociale, il pentirsi delle proprie colpe, il reciproco perdonarsi.

A differenza di quello atrofizzato di Pecorin, il cuore di Petrovic (l’abbiamo già accennato) batte generoso e impulsivo. Si riporta qui lo stralcio di un episodio significativo, ambientato nella metropolitana di Mosca:

Petrovic ha detto una buona parola e offerto una sigaretta a una ragazza sconosciuta male in arnese che singhiozzava nell’angolo di un vagone, poi lui la saluta per scendere e lei lo segue e a un tratto: “ (…) lei mi si è precipitosamente gettata sul petto. Un abbraccio del tutto fuori luogo che per giunta sembrava non dover finire mai. Siamo rimasti così abbracciati senza muoverci. Non era un semplice addio, era un addio grandioso, come se il mio transatlantico fosse sul punto di salpare dal molo (mentre invece stavo semplicemente aspettando il metrò direzione Taganka). (…) E, soprattutto, lei non diceva niente, paga di abbandonarsi sul mio petto finché non fosse arrivato il treno. Di notte i treni non passano di frequente. Siamo rimasti così per otto o dieci minuti, un abbraccio che si è protratto fin quasi allo sfinimento”.

Quando Petrovic sale finalmente sul treno, senza poter far altro per lei, le infila una banconota in mano (lei sperava che lui fosse in grado di tenerla con sé):

“Lei ha messo il denaro in una piccola tasca della gonna senza ringraziarmi. Non ha neppure guardato quanto era. Attraverso la porta vetrata del vagone l’ho spiata spasmodicamente cercando di cogliere almeno un barlume di luce nel suo sguardo, possibile non si rendesse conto di quanto le avevo dato (dell’entità della cifra)? … I suoi occhi erano vuoti e incolori” .

poco di buono

Troppi libri tutti (o quasi) brutti

di Giulia Caminito

illustrazione di Gabriella Giandelli

“Il panorama vede innanzitutto una folla di editori, 2315, che pubblicano più o meno 30mila nuovi titoli all’anno e cioè 82 al giorno. Un’infinità. Ci sono opere di qualità, naturalmente, in questa massa di volumi. Best seller popolari e saggi di alto livello e scarso successo di pubblico. Romanzi eccellenti. E pagine buone solo per il macero. Al macero, d’altra parte, finisce più o meno un libro su tre. Si pubblicano più libri. Ma nel frattempo è diminuito il numero dei lettori. E dunque gran parte di quella crescita del fatturato dipende dall’aumento dei prezzi di copertina, mentre la situazione complessiva del settore continua a restare tutt’altro che soddisfacente. Pesanti squilibri, infatti, travagliano l’editoria libraria”. Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Gli editori sono troppi, i nuovi titoli aumentano ogni anno, i lettori diminuiscono, le case editrici falliscono o vengono inglobate, i prezzi di copertina dei piccoli editori lievitano diventando meno competitivi. Niente di nuovo appunto, un quadro piuttosto bieco di una condizione nota e non solo agli addetti ai lavori. Peccato. Peccato perché queste sono le parole con cui Antonio Calabrò e Sergio Luciano descrivevano la condizione editoriale, l’articolo si intitolava Piccoli editori molti titoli e pochi soldi, sulle pagine dalla “Repubblica”. Peccato che fosse il 1990, il 23 febbraio per essere più precisi.

Siamo nel 2017, sono passati quasi trent’anni e nulla sembra essersi mosso, anzi per meglio dire nulla sembra essere cambiato in meglio. I dati rilevati dall’articolo infatti sono drammaticamente aumentati, le stime dei titoli, il numero degli editori, la diminuzione dei lettori di libri. Ma se i dati peggiorano c’è qualcosa che non cambia mai: i piccoli editori producono valanghe di titoli e non hanno mai un soldo.

poco di buono

2010-2020: alcuni dati

di Bruno Mari

illustrazione di Franco Matticchio

 

Nel 2016, rispetto al 2010, si sono venduti 17,4 milioni di libri in meno, con una perdita a copie del 17,6%. Nel 2016, sempre rispetto al 2010, si sono persi ricavi per 173,3 milioni di euro, con una perdita a valore del 13,84% (Elaborazione su dati Gfk). Sono numeri che possono mandare a gambe all’aria qualsiasi tipo di impresa, ma in particolare in un settore come quello editoriale hanno un impatto pesantissimo. Infatti se da un lato l’editoria ha barriere all’ingresso relativamente basse, dall’altro per le sue caratteristiche peculiari (alti costi commerciali e di distribuzione, diritto di resa) ha una bassa marginalità commerciale e il confine tra perdere e guadagnare è molto labile.

Questo contesto ha spinto molti editori nell’ultimo biennio a ricorrere alla leva del prezzo per recuperare profittabilità (è sempre il modo più rapido per migliorare i conti). Ed è solo a causa di ciò che nel 2016 i ricavi a valore sono rimasti quasi stabili mentre il numero delle copie vendute ha continuato a decrescere (-4,8%). Per questa ragione chi coltiva l’illusione che la “tempesta perfetta” sarebbe ormai alle nostre spalle, non solo legge male il dato congiunturale, ma soprattutto travisa completamente le vere cause di questo complesso fenomeno che, se da un lato si intreccia con la crisi economica, dall’altro è collegato ai profondi cambiamenti delle modalità di “consumo” culturale, alla sempre più forte concorrenza del tempo legata alla diffusione dei dispositivi che consentono la connessione al web in mobilità – che è per l’appunto dilagata a partire dal 2011 – e infine alla profonda crisi di alcuni canali di vendita (rateale, Vpc e Gdo) attraversati da cambiamenti, tanto profondi quanto difficilmente reversibili.

poco di buono

Fatti e misfatti dell’editoria italiana

di Roberta Mazzanti

illustrazione di Chris Ware

“La democrazia non fa soltanto penetrare il gusto delle lettere nelle classi industriali, ma introduce lo spirito industriale nella letteratura.

Nelle aristocrazie i lettori sono assai poco numerosi e di gusto difficile; nelle democrazie sono moltissimi ed è nel tempo stesso meno difficile piacere. Ne risulta che, mentre presso i popoli aristocratici non si può sperare di riuscire che con sforzi immensi, i quali, se possono dare molta gloria, non potrebbero mai procurare molto denaro, presso le nazioni democratiche uno scrittore può illudersi di ottenere a buon mercato una mediocre rinomanza e una grande fortuna. Per raggiungerla non è necessario essere ammirato, basta piacere.

Il numero sempre crescente dei lettori e il bisogno continuo del nuovo che essi sentono, assicurano lo smercio di un libro anche scarsamente stimato.

Nei tempi di democrazia il pubblico agisce spesso con gli autori come i re con i loro cortigiani: li fa ricchi e li disprezza. (…)

Le letterature democratiche formicolano sempre di questi autori, che vedono nelle lettere solo un’industria e, per pochi grandi scrittori che si trovano, si contano migliaia di venditori di idee”.

Così scriveva, visitando gli Stati Uniti negli anni Trenta dell’Ottocento, il nobile Alexis de Tocqueville nel suo famoso e corposo saggio La democrazia in America (a c. di Giorgio Candeloro, cap. XIV, Rizzoli 1982.1992, in ediz. BUR a p. 477).

Sarebbe facile citare qualche noto “venditore di idee” odierno – o venditrice? Le scrittrici di successo sono in genere più bersagliate dall’accusa di compiacere le masse dei lettori con versioni aggiornate dei romanzi d’appendice e compiacenti sentimentalismi o pseudo erotismi – e concludere che poco è mutato, dopo quasi duecento anni di industria letteraria.

poco di buono

Lettori selvaggi. Un manifesto

di Giuseppe Montesano

Lettori selvaggi (Giunti, 2017) è stato uno dei pochi grandi avvenimenti nell’editoria italiana recente, un massiccio volume in cui un appartato scrittore che vive insegnando lettere in un liceo della più caotica provincia campana, ha raccolto e messo insieme le sue considerazioni e presentazioni dei grandi nomi della storia della cultura mondiale, non solo di filosofi e scrittori, anche di pittori, di musicisti, di registi. Su questa grande impresa ha riflettuto per “Gli asini” Emanuele Dattilo nel n. 38 della rivista. È uscito da poco per Bompiani (una casa editrice che è stata acquisita da Giunti) una sorta di aggiunta teorica a quella “antologia personale” di eccezionale utilità collettiva, un agile volume che spiega Come diventare vivi. Attraverso i libri e attraverso una storia selettiva e radicale della cultura, attraverso un panorama del nostro presente che né lui né noi esitiamo a giudicare alienante e drammatico, rifacendosi quando appare utile a quegli artisti e pensatori che hanno ancora qualcosa o tanto da insegnarci. Da questo libro abbiamo estratto una sorta di sintesi in forma di manifesto (un promemoria per tutti i nostri lettori) stabilita dallo stesso autore, che ringraziamo e che ci auguriamo possa intervenire in futuro sulle nostre pagine così come in passato è assiduamente intervenuto su quelle di “Lo straniero”.

 

Quando non ci sentiamo vivi ci visita l’orrendo incubo di essere asserviti a potenti immaginari che sono analfabeti emotivi e mentali, spettri presuntuosi che sanno leggere solo i propri tweet. Ma i lettori selvaggi leggono per vivere, e sono liberi dall’incubo.

Gli schermi menzogneri rendono noiosa l’intelligenza e allegra la stupidità, e ci illudono di essere amici di chiunque, mentre siamo rivali persino di noi stessi. I lettori selvaggi spengono dolcemente gli schermi e leggono il mondo con tutti i sensi spalancati.

La cultura che ignora di essere fasulla è ottusa perché crede di conoscere tutto: l’ignoranza che sa di essere ignoranza è meravigliosa perché vorrebbe conoscere tutto. Socrate sapeva di non sapere, e desiderava la conoscenza. Guidati dalla passione che cerca ciò che ignora, i lettori selvaggi leggono per vivere.

Il narcisista di massa legge, vede, ascolta e ama solo se stesso, e si dibatte angosciato nello specchio che riflette il suo odio per il mondo. I lettori selvaggi leggono se stessi nel mondo imparando la pazienza impaziente e il desiderio silenzioso, e vivono tutte le vite che riescono ad amare: sanno che io e l’altro siamo unici e uguali.

Se hai poco tempo per leggere non credere al tempo. La lavastoviglie ronza, è tarda sera e sei allo stremo? I lettori selvaggi non si accasciano sul divano, ma si lavano, mettono una goccia di profumo ai lobi e leggono Catullo: con tutto il corpo, e senza difese. Allora cominciano a sentirsi vivi. E chi mai conta il tempo quando è vivo?

La scuola della buona noia vuole produrre analfabeti funzionali che credono in un pensiero unico, in una sola realtà: contro i nemici dell’emozione e dell’intelligenza i lettori selvaggi pensano molte realtà diverse, e leggono poesia, scienza, arte, diritto, sogno. Nessun nemico è onnipotente se smettiamo di essere suoi complici.

Se ami leggere, guardare e ascoltare il mondo, troverai le parole giuste per trasmettere la tua passione: chi ti ascolta aprirà occhi e orecchi e entrerà dentro le tue parole come tu entri dentro le parole che ami. I lettori selvaggi sanno che ogni amore profondo trova le parole per essere vissuto.

Per scoprire chi sei devi smarrirti. È per questo che non devi adorare un solo libro, una sola immagine, una sola canzone: una passione unica è un falso dio che ti chiede il sacrificio di te stesso. I lettori selvaggi non temono di smarrirsi nelle molte vite in cui trovano infinitamente più che se stessi.

Non leggere vuol dire privarsi dei molti nomi dell’amore: ignorarli ci costringe a ripetere le parole di odio sui muri della nostra prigione. Ma fuori della prigione c’è la vita che vuole essere inventata in ogni momento. I lettori selvaggi sanno che leggere è anche imparare ad amare.

Allora presto, beviamo e mangiamo con tutti i sensi la bellezza e la verità che ci sono in Platone, Mozart, Leopardi, Van Gogh, Einstein, Bob Dylan, o saremo grassi di bugie come oche da sgozzare nelle cucine del futuro: i lettori selvaggi sanno che nessuno si salva da solo, che il tempo per salvarsi non c’è mai stato, che il tempo per salvarsi è ora.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.