poco di buono

Giovani e lavoro. un romanzo

di Francesco Targhetta. Incontro con Nicola De Cilia

disegno di Armin Greder

Francesco Targhetta, classe 1980, si era fatto notare nel 2012 con un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), ritratto di una generazione in bilico tra attese e frustrazioni, tra una post adolescenza che sembra non finire mai e una maturità dai contorni chimerici: precari sospesi in un limbo di impossibilità. Nel nuovo romanzo, Le vite potenziali (Mondadori 2018), quei giovani sono cresciuti, uscendo dalla situazione di stallo per entrare nel vortice del mondo del lavoro, più precisamente, quello informatico dell’e-commerce.

L’e-commerce, ti spiego, si basa sulla delocalizzazione e sulla desincronizzazione, cioè: rende possibili acquisti immediati di oggetti lontani che non puoi avere tra le mani subito. Ti fa pagare all’istante, ma lasciandoti godere solo in un secondo momento di quanto hai comprato. Comprare è stato un flash, ma non gli ha fatto seguito niente che tu possa toccare con mano, e mentre il corriere ti recapita alcuni articoli, tu, nel frattempo ne hai già ordinati altri, in un garbuglio caotico che è il vero nocciolo del godimento, o dell’angoscia, vedi tu. È come stare sempre dentro un negozio, in un certo senso. E così accumuli ipotesi e opzioni di consumo, dicono, ammucchi potenzialità, mica altro, possibilità di esperienza, perché poi finisce quasi sempre che ti manca il tempo per godere davvero di quello che hai comprato, e allora si crea quel vuoto che ti spinge a comprare ancora, e intanto in cambio hai la sensazione di una vita ricca, una vita pronta a diventare più intensa, sempre sul punto di esplodere, di farsi più vasta e desiderabile. Vedi, noi diamo soprattutto questo, a prescindere dal prodotto specifico che vende il nostro cliente: diamo la sensazione di avere una vita che merita in continuazione, anzi, sempre di più, di essere vissuta. C’è di peggio, no?

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L’hip hop premiato. Kendrick Lamar e l’America nera

di Simone Caputo

 

Il 22 agosto 1974 il Governo Federale degli Stati Uniti d’America approvò l’Housing and Community Development Act, decreto che diede avvio, dopo lunghissima attesa, al Section 8, provvedimento teso a tutelare le condizioni abitative delle fasce più basse della popolazione, garantendo appartamenti all’interno di nuovi condomini che dovevano sorgere quanto più possibile vicino ai centri cittadini. Il decreto aveva il fine di evitare la creazione di ghetti, integrando le minoranze nere e ispaniche in un momento in cui l’America aveva bisogno del contributo di tutti per rialzarsi dalla Guerra del Vietnam. Il Section 8 fu un fallimento pressoché totale, generando un sistema ancora più ghettizzato, come racconta la miniserie della HBO Show Me a Hero, scritta da David Simon, già autore della notissima The Wire sulla città di Baltimora. Un fallimento che andò di pari passo con l’ascesa della “Ronald Reagan Era”, la più odiata dai rapper afroamericani; non è un caso, dunque, che nel 2011 un ragazzo di colore nato a Compton, piccola città della California nota per l’elevatissimo tasso di criminalità, decise di intitolare il suo primo album in studio Section.80, e che tra i pezzi di quel disco ve ne fosse uno intitolato Ronald Reagan Era: quel ragazzo era il rapper e musicista Kendrick Lamar. L’album è una sorta di concept su Compton, non lontano dalle atmosfere di Lola Darling e Do the right thing di Spike Lee: vi trovano spazio storie intime (spesso tragiche e femminili, come in Keisha’s Song), generazionali (un’intera comunità dilaniata dalla droga che scorre a fiume nei ghetti) e la questione razziale. Nel video del singolo HiiiPoWeR compaiono numerosi estratti da telegiornali dell’epoca, un’epoca in cui Osama Bin Laden era il nemico americano numero uno, e Lamar canta: “Non capirai mai la mia vita e il mio mondo. Hai mai visto un bambino appena nato uccidere un uomo?”. Section.80 condensa, in una forma ancora grezza, ideali musicali, lingua e urgenza narrativa che hanno poi fatto di Lamar uno dei rapper più influenti della generazione nata tra gli anni ottanta e novanta, oggi al vertice delle classifiche di vendita, primo artista pop a essere premiato col Pulitzer per la musica.

Tre circostanze hanno segnato forse più d’altre la vita di Lamar, indirizzando la complessità della sua scrittura. La prima risale al 29 aprile del 1992, quando il piccolo Kendrick vide una coltre di fumo, generata dai disordini scatenati dal pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, alzarsi da South Central: uno degli episodi più citati nella storia dell’hip hop, che ha condizionato la carriera di molti rapper e di quanti hanno avuto poi parte nella diffusione del Black Lives Matter, movimento antirazzista internazionale sorto dopo le uccisioni da parte della polizia di Michael Brown a Ferguson ed Eric Garner a New York. La seconda circostanza è identificabile nell’incontro con Dio, il grande tema da analizzare quando si interpreta la discografia di Lamar, nelle cui storie il tormento assume spesso una dimensione intima e umanissima, prima di aggrapparsi a un’ancora di salvezza religiosa. L’ultima circostanza ha a che fare col Compton Swap Met, uno dei luoghi più iconici del rap della East Coast: lo spazio, riconvertito a mercato dagli immigrati coreani nel 1983, aveva ospitato uno dei più celebri video di Tupac Shakur, California love. Sul quel set c’era anche Lamar che sulle spalle del padre Kenny ammirava il suo idolo; qualche anno più tardi, alla ricerca di una location per il video di King Kunta (in To Pimp a Butterfly, 2015), scelse proprio quel posto, certificando la devozione per il rapper assassinato nel 1996, ai suoi occhi novello Malcolm X.

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Ricordo di Ermanno Olmi

di Goffredo Fofi

 

Nel 1961 a Venezia tre giovani registi esordivano nel lungometraggio con tre film ammirevoli: di Pasolini Accattone, di De Seta Banditi a Orgosolo, di Olmi Il posto. Avevano per sfondo la borgata romana, il Sopramonte di Orgosolo, Milano e il suo hinterland – tre luoghi forti e rappresentativi del nostro paese nel momento di una mutazione che sarebbe stata radicale, e tanto economica che antropologica: il ritardo e l’arcaico del sottosviluppo in De Seta, la periferia di una città capitale che non è mai riuscita a diventarlo davvero in Pasolini, e il cuore stesso della modernità, la capitale lombarda,”l’Italia cinque anni prima” come recitava un famoso slogan meneghino. Attraversavamo una grande stagione del nostro cinema, tale perché lo era anche del nostro paese. De Seta fu il regista che faticò più degli altri a stabilire un percorso esemplare, e soffrì come Pasolini di una trasformazione non amata; Olmi, che era cresciuto non ai margini dello sviluppo ma nel suo stesso cuore, da giovane documentarista della Edison, seppe affrontare di petto il “nuovo mondo” senza lasciarsene traumatizzare: I fidanzati (un capolavoro, sull’arrivo dell’industria in un Sud ancora lento e arcaico e sull’incontro possibile tra Nord e Sud); la trilogia intimista di Un certo giorno, Durante l’estate e La circostanza e le numerose inchieste televisive; il canto pieno dell’Albero degli zoccoli un mondo contadino che nessuno nel nostro cinema ha saputo amare e raccontare come lui, benché in un’ottica di accettazione e non di rivolta. Poi, via via, film sempre di grande originalità e coraggio, a volte forti e indovinati (Cammina cammina, una parabola sulla Natività, su una novità da cui gli intellettuali, i magi, non vengono davvero sconvolti; Il mestiere delle armi, una lezione di storia che individua nello sviluppo della tecnica la perdita del senso dell’umano e le responsabilità del potere verso la storia; il dolente e quasi rabbioso ultimo capolavoro, Torneranno i prati, il miglior film nostro sulla Grande Guerra), a volte, invece, per un estremo addentrarsi nel regno della metafora e della poesia, mostrando incertezze più ideologiche che estetiche, ma che hanno limitato i messaggi più ambiziosi, nonostante, sempre, l’assoluta onestà e l’alta moralità del regista.

Ci sono film che tuttavia sarebbe opportuno rivedere lontani dal contesto in cui sono nati, dalle polemiche e dai rifiuti o dai dubbi contingenti (Olmi era di questo consapevole e perfino felice, detestando gli entusiasmi, i luoghi comuni di scarsa visione). Quei film dimostravano comunque la sua vitalità, un’attenzione al nuovo e al nascosto rara nel nostro cinema e nella nostra letteratura, troppo legate al visibile e all’ovvio. L’aneddoto realistico si faceva allora fiaba o parabola, “esempio” significativo e provocatorio, lezione ora palese e ora nascosta, provocazione al pensiero, alla reazione dello spettatore, e non-considerazione per ogni sua banale acquiescenza.

Ci sono film e documentari di Olmi che bisognerebbe rivedere per verificarne l’originalità o profondità ( per esempio quello su don Mazzolari “profeta della Bassa”, che la nostra televisione ci nascose, del ‘67, o l’ampio quadro documentario della Milano del 1983), ma anche i film a soggetto più spericolati e a-realistici per capirne meglio limiti e azzardi (Lunga vita alla signora o Centochiodi o Il villaggio di cartone…). E si rimpiange che la malattia gli abbia impedito di realizzare il suo “romanzo” autobiografico che conosciamo solo nella versione letteraria, Ragazzo della Bovisa.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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Raccontare Marx 200 anni dopo

di Raoul Peck. Incontro con Cristina Battocletti

 

Forse per osmosi con la sua vita romanzesca, Raoul Peck è riuscito con Il giovane Karl Marx, a ricostruire con rispetto e profondità la complessa figura del più studiato, contestato, “sequestrato” filosofo contemporaneo. Nato a Port-au-Prince nel 1953, ingegnere e regista, fotografo e giornalista, Peck rimane in esilio volontario negli anni della dittatura del suo Paese per poi ritornarvi dal 1995 al 1997 come Ministro della cultura. Primo regista caraibico ad accedere al tempio dei grandi festival – fa ingresso a Cannes nel 1993 con L’homme sur les quais -, ha un suo ambiente naturale a Berlino, dove si è diplomato in regia.

Perché ritiene che Marx oggi, a duecento anni dalla nascita, sia ancora attuale?
Negli anni Settanta e Ottanta ho studiato in Germania, dove era impossibile intavolare una discussione senza conoscere Marx. Ho frequentato quattro anni di seminario sul Capitale e tuttora utilizzo quei preziosi strumenti. Quando non capisco una situazione la prima domanda che mi faccio è: dove è il profitto? chi sta guadagnando? chi è il dipendente, chi è il proprietario? Donald Trump non vuole statistiche né numeri, perché parlano. Si possono interpretare differentemente ma non mentono e Thomas Piketty ha avuto un grande riscontro perché è tornato a ragionarci sopra.

La sua carriera cinematografica è contrassegnata dall’impegno politico: Lumumba (2000), sul primo presidente della Repubblica democratica del Congo, paese dove lei ha vissuto, Moloch Tropical (2009) sul terremoto ad Haiti, I Am Not Your Negro (2016) su James Baldwin e sul movimento per i diritti civili negli anni Cinquanta e Sessanta in America. Marx s’inserisce in questo cammino?
Ho iniziato questo progetto dieci anni fa, perché avvertivo che intorno a me cresceva l’ignoranza, la stampa degenerava adeguandosi, spesso senza accorgersene, alle necessità dei poteri forti che guidano i giornali. Ugualmente noi cittadini non abbiamo avvertito il mutamento in atto nelle società capitalistiche in cui viviamo. Non possiamo continuare a non reagire di fronte al degrado ecologico, alle discriminazioni, alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi Paesi ricchi, al rifiuto degli immigrati che hanno legittimità di essere accolti quando fuggono dalla guerra, ma anche dalla povertà. Noi tendiamo a rapportarci sempre a un periodo di breve durata, ma se dobbiamo ragionare sul voto dato a Trump dobbiamo rifarci a cambiamenti in atto già all’epoca dei governi di Berlusconi e di Sarkozy, fratelli di una corrente più generale probabilmente nata con Reagan e Thatcher. Ovvero un approccio molto capitalistico e populista, che nega autorità alla scienza e alla logica. La nostra è una società in difficoltà, in cui manca la solidarietà e le relazioni tra colleghi si indeboliscono perché ciascuno ha paura di perdere il proprio benessere. Marx oggi è ancora più urgente e attuale di prima.

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Steven Spielberg come maestro di nuovo conformismo

di Emiliano Morreale

Nel giro di pochi mesi, sono arrivati in Italia due film di Steven Spielberg diversissimi tra loro: un film “civile”, liberal, classicamente costruito sulla libertà d stampa, The Post, e uno spettacolone frastornante e apocalittico, anarcoide e rivolto agli adolescenti, Ready Player One, certo più nuovo e in fondo anche più “politico” del primo. Due film che, messi allo specchio, mostrano tutte le contraddizioni di uno dei più astuti creatori dell’immaginario cinematografico, ma rivelano soprattutto l’impasse di un’intera industria culturale.

Spielberg ha sempre alternato un filone “adulto” e uno spettacolare, ma da oltre venti anni quest’ultimo è sempre più insincero, puerile, spompato. Film come Il GGG o Tintin saccheggiavano senza ispirazione Hergé o Roald Dahl, e prima ancora la fantascienza seriosa si confrontava in maniera improba con Dick o Spielberg (Minority Report, A.I.). Sull’altro versante, invece, Spielberg aveva trovato alcune storie di forte potenziale metaforico, che a volte addomesticava (Prova a prendermi,The Terminal), e, negli ultimi anni, ha prediletto vicende che si prestavano all’allusione politica diretta, e soprattutto di politica interna: Lincoln, Il ponte delle spie (il suo miglior film degli ultimi vent’anni, forse anche per merito dei fratelli Coen che ne hanno scritto la sceneggiatura), appunto The Post.

In questo caso la doppia anima di Spielberg funziona abbastanza in entrambi i casi, ma in maniera particolarmente schizofrenica. The Post è un film dall’impianto tradizionale, ed è esattamente come uno se lo aspetta, dalla prima sequenza all’ultima, compresa la meravigliosa prova di Meryl Streep. Ed è soprattutto un film che, pur modellato con gli efficaci schematismi delle serie tv (da lì viene lo sceneggiatore), trova calore visivo nella rievocazione del mondo passato dei giornali di carta, ovviamente idealizzati, che sono in fondo anche un genere hollywoodiano. Potremmo anche dire che The Post e Ready Player One mostrano anche un diverso atteggiamento verso il passato, anzi una diversa nostalgia. Nel primo c’è un rimpianto esplicito, la rievocazione di un’epoca (che il regista ha conosciuto davvero), un senso di perdita e la voglia di offrire un modello. Insomma, una nostalgia vecchio stampo. Ma, come diceva Simone Signoret, “la nostalgia non è più quella di una volta”, e l’altro film mostra proprio questo: un vintage perfettamente postmoderno, in cui le epoche del passato sono soprattutto immagini mediali, senza un referente storico reale, senza un legame con il presente.