poco di buono

Leoncillo a Verona

di Maurizio Cecchetti

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Chissà se Matisse quando cominciò a scolpire con le forbici – questo erano i suoi papiers découpé, sagome dai colori primari tagliate nella carta e incollate a formare un dipinto-scultura – aveva in mente l’esempio che Henri Bergson faceva per parlare dell’intelligenza? L’intelligenza è come le forbici del sarto che tagliano le parti di un abito partendo dalla forma intera del tessuto: il loro fine è pratico e il loro metodo fondato sulla razionalità e l’utilità. Ma, diceva Bergson, l’intelligenza non è l’unico accesso al reale, c’è una via più profonda e capace di comprendere in modo dinamico il nostro stare al mondo: è l’intuizione. Prima che vedessimo l’abito tagliato e cucito, quella stessa stoffa era parte di un tessuto intero e l’intuizione era già capace di cogliere in quel pezzo di stoffa la possibilità inespressa ma possibile. Un di più di realtà. Intuizione, lungi dall’essere sinonimo di irrazionalità, è una forma razionale che vede più in profondità, vede dentro l’oggetto e secondo una temporalità che è frutto della sintesi della percezione e della memoria che fonda la nostra coscienza. L’intuizione è “la simpatia per la quale ci trasportiamo all’interno di un oggetto”, dice Bergon, esprimendo in modo più figurato l’etimologia di quella parola stessa.

Negli ultimi anni della sua vita, Maurice Merleau-Ponty aveva accostato questo pensiero bergsoniano, e nel suo testamento filosofico, il breve saggio L’occhio e lo spirito, criticava quel razionalismo che, appunto, si presenta come “pensiero operatorio”, una razionalità che nella sua volontà analitica scompone l’oggetto e pretende di conoscerlo facendolo a pezzi su un tavolo operatorio; come aveva detto Bergson, questo metodo tende a “spazializzare” il tempo, che invece è irriducibile alla ragione che calcola, perché attraverso la memoria depositata in noi e nelle cose, impone una differenza fondamentale fra tempo esistenziale e tempo misurabile (ammesso che si possa dare una “metrica” effettiva al tempo, poiché mentre lo riduciamo in frammenti sembre più brevi esso si dilata o si comprime nella nostra esperienza sfuggendo a un controllo assoluto).

La metafora del sarto e del lembo di stoffa è simile a quella del blocco di marmo nel quale Michelangelo intuiva le forme della scultura che avrebbe ricavato sgrossando la materia e poi portandola poco alla volta alla luce nella sua presente bellezza. Il metodo di Michelangelo, non sembri irriverente o allusivo ciò che sto per dire, come “ostetrica” della forma, come mater che fa nascere ciò che la materia contiene. Testori avrebbe detto probabilmente: mater-materia. In ogni caso, non si tratta soltanto di neoplatonismo quanto dell’estasi della ragione.

Ho lungamente pensato a questo mentre alla Galleria dello Scudo di Verona mi trovavo davanti alle sculture realizzate negli ultimi anni di vita da Leoncillo Leonardi, che come ogni artista grande e anche per la felicità del suo nome, è semplicemente noto come Leoncillo. S’intitola Materia radicale questa retrospettiva che antologizza sedici sculture in terracotta con colori a smalto, e a chi abbia occhi per vedere dice l’immensa, eroica, finale, lotta con la materia che sembra rivivere il tormento dell’ultimo Michelangelo. E ultime sono, infatti, anche queste opere di Leoncillo, quasi nel presentimento di una fine precoce (morì nel 1968 a cinquantatré anni), che datano all’ultimo decennio della sua attività quando questo spoletino, schivo e forse anche troppo appartato, trova una maggiore notorietà grazie alla scoperta della sua opera da parte del collezionismo americano.

Ma non ci sarebbe bisogno di questo per poter dire che Leoncillo è uno dei maggiori scultori italiani del dopoguerra e del Novecento italiano. È proprio il rapporto esistenziale con la materia che connota e unisce la sua ricerca lungo i decenni, e tuttavia se non ci avesse lasciato le opere di quell’ultimo decennio forse potremmo confonderlo con un plasticatore di sublimi “soprammobili”, sculture da tavola o da arredo, cariche di valori lirici resi umanamente tragici dall’ideologia cui Leoncillo restò fedele sempre, quella comunista (ma senza sottomettere l’arte ai dogmi del realismo socialista); opere finite sotta la riduttiva e ingenerosa definizione longhiana di “barocchetto”, laddove invece la scultura ceramica policroma di Fontana sarebbe, come scrisse Sinisgalli, l “barocco”. Il quale Sinisgalli, su “Domus”, nel 1940 aveva parlato di due giovani dioscuri della scultura italiana, il sardo Salvatore Fancello e appunto Leoncillo, come di “enfants terribles”, dove il primo (ancora troppo misconosciuto dalla critica) aveva “un senso plastico meno ossessivo di Leoncillo”. Senso plastico, quindi forma, quindi lotta con la materia, e non simbolica espressione di contenuti dove l’ossessione produce visioni di revenant, di cauchemar o altre affezioni della mente, ovvero una poetica dell’assurdo come informale.

La vera ossessione di Leoncillo è nella sua ultimativa, oltranzista ricerca di far coincidere la propria percezione con la memoria del tempo, secondo la nota immagine bergsoniana del cono rovesciato il cui vertice incide il piano della realtà, non come propensione a tradursi in soluzione razionale e pratica di una intelligenza che vede solo ciò che può controllare, ma come punto nel quale si crea quella discontinuità del tempo che la libertà umana genera con la sua azione, nel “portarsi” dentro le cose. Ecco, l’arte è lo spazio di una libertà che nell’intuizione cerca di correggere la miopia della materia come prassi e come orizzonte, e Leoncillo ci offre una delle più potenti visioni di che cosa significhi “portarsi” dentro l’oggetto che ci chiama e resistere a ciò che vorrebbe dettarci la regola, alla sua ottusità logica.

Gli ultimi dieci anni di Leoncillo sono una rappresentazione del conatus come gesto rivelatore, apocalisse-epifania, che sembra venirci incontro nelle steli-corpi di San Sebastiano (fil rouge della sua intera opera), talvolta alti anche più della misura umana: corpi, costati, ventri che si lasciano colpire, aprire, trafiggere, ferire dalla ricerca, animale e furiosa, disperata, dell’artista, come se con le sue mani aprisse il costato di un corpo per farne uscire il suo umore vitale. Ma da quelle materie “radicali”, intese nella loro originaria protervia, sgorgano sangue, umori, pus, e il fiele di un crocifisso che diventa immagine universale del “non finito”. Non una mera questione estetica, poiché l’arte è sempre finita e non finita, ma il grido che qualcosa resiste, dura, oltre le nostre passioni distruttive. E la luce che si sprigiona da queste sculture è il testimone sacro di Leoncillo.

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Tre vicende italiane

di Nicola Villa

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Filippo Palizzi (1818-1899)

Sogni e favole di Emanuele Trevi

Quanto è difficile oggi tracciare dei legami culturali con l’esperienza umana nel Novecento? Un’epoca tanto vicina, quanto lontana dal nostro presente dominato dall’effimero e dalla cronaca? Emanuele Trevi ci è riuscito in questo “libro strano” (Ponte alle grazie) a metà tra l’autobiografia e il saggio per parlare del suo “apprendistato” all’arte, in un luogo e tempo, la Roma degli anni Ottanta, in cui era ancora possibile un rapporto con essa intenso e duraturo. “Non delle cazzate di cui si parla per qualche mese fino all’arrivo di nuove cazzate”. Il filo rosso che lega questa flânerie tra presente e passato è un sonetto di Metastasio sulla verità e l’illusione dell’arte e il suo rapporto con l’esperienza umana che dà il titolo al libro: “Sogni, e favole io fingo; e pure in carte / mentre favole, e sogni orno, e disegno, / io lor, folle ch’io son, prendo tal parte, / che del mal che inventai piango, e mi sdegno.” E sono tre le biografie raccontate sotto questa luce, tre vite di “esseri umani investiti da una vocazione”: Arturo Patten, un fotografo ritrattista americano espatriato a Roma; Amelia Rosselli, una delle più grandi poetesse del secolo scorso; e Cesare Garboli, il grande critico letterario. L’aspetto straordinario è che Trevi riesce a raccontare questi maestri, cruciali per la sua formazione, senza ricorrere alla nostalgia, semmai alla disperazione, con un’opera pienamente calata nel presente e attuale, sperimentando un linguaggio rischioso e ambiguo che non sempre aveva convinto nelle sue prove precedenti come in Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie 2012) dedicato a Laura Betti (e a Pasolini). Anche questo Sogni e favole è, coerentemente per la poetica di Trevi, un ritratto di un artista da giovane in cerca dei propri maestri, e questo dialogo, fatto di ricordi, digressioni, ricerche e riflessioni (con ampia bibliografia finale) è testimoniato nell’oggi ma non ha futuro. Dopotutto il libro di Trevi testimonia la fine dell’autonomia dell’opera d’arte nell’esperienza degli uomini, da qui la disperazione, con l’unico appiglio, come in un circolo, sull’assurdità della realtà. “Qualunque cosa tu guardi con un grado adeguato di intensità, diventa letteralmente sovrannaturale, inizia a vivere di una vita propria e imprevedibile”.

 

Un giorno verrà di Giulia Caminito

La tentazione giornalistica di paragonare i nostri anni venti con quelli del Novecento, in una facile e affascinante circolarità della Storia, ha dato vita a un certo numero di romanzi storici su quel periodo. Il caso più noto di questi mesi è M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani 2018), un romanzone-fiction giornalistico, appunto, pieno di luoghi comuni, a cui seguiranno altre puntate come in una serie. La seconda prova narrativa di Giulia Caminito, dopo La Grande A (Giunti 2016), si intitola Un giorno verrà (Bompiani) e sembrerebbe rientrare in questa voga se non fosse per alcune determinanti differenze: il recupero di una storia cruciale per i destini del paese, ma troppo spesso dimenticata, quella della “Settimana rossa”, partita da Ancona e diffusasi in tutte le Marche e il centro Italia, che ebbe tra i suoi ispiratori l’anarchico Errico Malatesta, padre eretico del movimento antagonista nazionale. L’altro aspetto di unicità è il tentativo di incrociare nell’invenzione narrativa racconti famigliari con eventi storici documentati, sia programmaticamente che nella trama con al centro le vicende di due fratelli così diversi, Lupo e Nicola, con l’esistenza di suor Clara, chiamata “Moretta” perché originaria del Sudan (personaggio realmente esistito), testimoni di eventi più grandi di loro: la Grande Guerra, la Spagnola e appunto la Settimana rossa. Se da una parte il romanzo è notevole nella sua programmatica volontà di dare voce a chi nella storia non l’ha mai avuta, proprio questa ideologia dell’opera non giova a uno stile troppo spesso irrigidito e piano. Tuttavia l’aspetto formale è congruo con un romanzo che prova a innovare il genere abusato della fiction storica.

 

Addio fantasmi di Nadia Terranova

Seconda prova di una delle autrici più promettenti della nostra letteratura che, proprio con questo romanzo (Einaudi), sembra aver trovato una voce originale e matura, libera dalla politica che invece era molto presente nel primo Gli anni al contrario (Einaudi 2015). La trama è semplice: è il racconto di una doppia scomparsa, quella del padre rielaborata in un ritorno a casa, e quello della scomparsa del desiderio in un matrimonio. Il gioco di sdoppiamento c’è anche tra la narratrice, Ida Laquidara, e la madre che la richiama a Messina per sgomberare la “loro” casa delle cianfrusaglie accumulate e per fare dei lavori sul tetto a causa di un’infiltrazione. La scomparsa è un tema molto siciliano: Sebastiano Laquidara è il nome, il corpo e la voce di questa assenza. Il motivo della sua fuga è una grave forma di depressione. Il non sapere se sia vivo o sia morto, se si sia rifatto un’altra vita, è l’elemento fantasmatico, ma è anche alla radice del conflitto con la madre, una madre senza nome. Ida affronta questo ritorno a casa per congedarsi dai suoi fantasmi. Ma il suo percorso non è traumatico o un confronto duro con il passato. Si può dire che la protagonista, che ricorda tutto, faccia un viaggio nei ricordi, nei sogni (ben otto nel libro sono i capitoli notturni) e sia in grado di affrontare il dolore degli altri. E inoltre c’è Messina, un vero e proprio emblema: una città poco raccontata, tra due mari, adagiata sullo stretto, la sua passeggiatamare, la sua assenza di storia per via del terremoto. La scrittura della Terranova dialoga chiaramente con una certa narrativa del Novecento, una narrativa famigliare, personale, intima, ma anche molto sicura di sé, molto assertiva: la Ginzburg citata in esergo, ma anche Lalla Romano e Giuseppe Pontiggia sono i maestri, neanche troppo nascosti, che richiamano questo romanzo.

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“La Storia” di Morante tra politica e ideologia

di Gianfranco Bettin

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Ha a che fare anche con alcuni snodi cruciali del presente, il ponderoso studio che Angela Borghesi, saggista e docente alla Bicocca, ha dedicato al libro più famoso di Elsa Morante e alla corale e prolungata discussione che ha infiammato: L’anno della Storia. 19741975. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante. Cronaca e Antologia della critica. (Quodlibet).

Il libro mantiene davvero ciò che il sottotitolo promette. Si tratta infatti di una ricostruzione dettagliata e ragionata di quel dibattito memorabile, corredata di un’attenta e completa raccolta degli interventi di quel periodo, innumerevoli. Si apre con una specie di giallo letterario, la ricostruzione della posizione su La Storia di un uomo chiave della cultura di sinistra del tempo, Franco Fortini, un po’ elusiva e tortuosa, ricostruita da Borghesi con una forse divertita precisione. Prosegue con il resoconto delle principali discussioni, da quelle iniziali di natura più letteraria a quelle che seguiranno, fortemente segnate da polemiche politico-ideologiche (specie a sinistra, in parte anche nell’area anarchica), specialmente dopo l’esplosione dell’enorme successo del libro. Soprattutto, però, Borghesi propone una convincente e profonda chiave di lettura dell’opera della Morante. E, in modo elegante e nitido, mostra quanto fossero miopi o pretestuosi o fuorviati da rigidità ideologiche e politiche e quanto, perciò, risultino oggi datati, molti degli interventi più critici, a volte dall’intento demolitorio, o perfino sprezzanti, compreso quello sul “Manifesto” che Luigi Pintor definirà “una mascalzonata, o un segno di fascismo intellettuale”, verso quel grande romanzo. La cui autrice guardava altrove rispetto ai punti cardinali dei suoi critici, più fedeli alle credenze prevalenti all’epoca e spesso sacerdoti, o chierichetti, delle medesime.

Borghesi allude invece a una sorta di “religiosità dell’umano”, che starebbe a fondamento dell’intera opera morantiana, non rinchiusa in visioni della storia dogmatiche, e che “si alimenta delle convergenze tra messaggio evangelico e tradizione spirituale orientale, convergenze che avevano trovato riscontri anche negli studi di Simone Weil”. Ai rapporti tra Morante e Weil (e Ortese; ma anche a un possibile nesso con il pensiero di Nicola Chiaromonte) Angela Borghesi ha dedicato studi specifici e sottolinea come questa relazione, con pochissime eccezioni (come Fofi), venga ignorata. Il motivo è presto detto: “Non si fanno davvero i conti con la visione del mondo di Morante perché ciò significherebbe farli anche con Weil, filosofo insieme geniale e ingrato per la radicalità delle analisi sull’organizzazione sociale e politica, sui fenomeni culturali e religiosi (…) di cui diffidare perchè in odore di misticismo e antimarxismo”. Idem per la tradizione filosofica orientale.

Tutto questo terreno di coltura di La Storia è ignorato o guardato con sospetto dall’intellighenzia di sinistra, che storce il naso, chiude occhi e orecchi alla raffigurazione di un’umanità derelitta, sofferente, schiacciata, e pur talora allegra” scrive Borghesi qui echeggiando Garboli – “nella furia di un conflitto mondiale, e ne fa una questione di classi sociali rappresentate o no, di ideologia. Tale disegno narrativo nasce da una riflessione profonda su concetti weiliani quali passività e azione, attenzione, pazienza, oppressione, rivoluzione, progresso. E sventura, attesa, umiltà, compassione”. Queste idee non conducono Morante alla resa, all’annichilimento, come le verrà rinfacciato con supponenza. Al contrario, come nella filosofia zen e come in Weil, conducono piuttosto alla resistenza, al risveglio, al riconoscimento delle cose come sono, tanto più necessario in un’epoca “in cui si è perduto tutto”, nel grandioso e tremendo Novecento. Proprio nel cuore più devastato del secolo, Morante ambienta il suo romanzo, mentre lo scrive nei successivi anni Sessanta e Settanta (ma con idee iniziali ancora precedenti in una tensione che l’accompagna a lungo), anni di pax occidentale e di ripresa della vitalità e curiosità intellettuale e politica.

In quel contesto, in quel clima, “Morante pensò fosse bene ricordare in quale orizzonte di senso ultimo andassero collocate quelle speranze”. E di cosa, anche, valesse la pena raccontare, di quali personaggi (come la dedica da César Vallejo ad apertura di romanzo: “Por el analfabeto a quien escribo”). Lo capì forse meglio di tutti Cesare Garboli: “Eccoli, quelli che passano inosservati su questa terra, e che il romanticismo narrativo di Tolstoj e di Manzoni aveva elevato a protagonisti, relegandoli tuttavia nella vaga astrattezza di personaggi di testa, o se si preferisce, ‘simbolici’. Questa gente anonima, la Morante la individua, la identifica. Solo di costoro, ormai, la vita è raccontabile e interessante. Per il resto poche righe in corpo minore, premesse a ogni capitolo, bastano a sbarazzarci da un funereo intreccio di assurdità da cui la vita è assente”.

Gli astri che guidavano la strada di Elsa Morante appartenevano a una speciale costellazione eterodossa, illustrata nella Canzone degli F.P. e degli I.M. del Mondo salvato dai ragazzini, del 1968. Insieme a Spinoza (definito la festa del tesoro nascosto), a Giordano Bruno (la grande Epifania), a Giovanni Bellini (la salute dell’occhio che illumina il corpo), a Platone di Atene (la lettura dei simboli), a Rembrandt (la luce), ad Arturo Rimbaud (l’avventura sacra) e a Volfango A. Mozart (la voce), troviamo già Simona Weil (l’intelligenza della santità). Troviamo anche Antonio Gramsci (la speranza di una Città reale), la cui voce poi chiuderà La Storia: “Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so che cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia”, firmato: Matricola n.7047 della Casa Penale di Turi. Gramsci, nella lettera a Tatiana del 3 giugno 1929, da cui è la citazione è tratta, parla di un giardino e di un orto veri e propri, di un “bilancio floreale consuntivo”, parla di dalie, rose e cicoria, ma la forza suggestiva e metaforica della sua frase, le parole di un uomo in carcere nell’inverno del secolo, sono evidenti.

Elsa Morante non aveva nessuna intenzione di rinunciare al pensiero e alla figura di chi, nella stessa tradizione marxista, sapeva guardare alla realtà con occhi non condizionati da ideologie, rimettendosi a studiarla e a interpretarla con libertà e onestà intellettuale, oltre a provare a cambiarla. È questo intento, questo atteggiamento, a ispirare il romanzo ed è ciò che vi sentono risuonare gli innumerevoli lettori che vi cercheranno anche una spinta, idee e illuminazioni per guardarsi intorno con più lucidità, e anche con più sentimenti (compresa la commozione, compresa la disperazione, compreso il vituperato patetico). Lo faranno, spesso, da dentro la realtà concreta in cui vivono e in cui a volte proveranno ad agire. Non a caso, moltissimi giovani che avevano attraversato il ’68 o erano stati raggiunti dalla sua onda lunga, o dalle onde ancora più lunghe che lo stesso ’68 avevano preceduto e generato, leggeranno La Storia con passione e fervore e parteciperanno alla discussione che dal romanzo prenderà le mosse.

Una discussione, come Borghesi dimostra, fortemente condizionata da polemiche e letture che oggi ci appaiono inesorabilmente “datate”, davvero da lasciare alla critica roditrice dei topi, al contrario di un romanzo che resta invece vivissimo, che continua a essere cercato da nuove generazioni, da migliaia di lettori ogni anno, capaci di vedere e capire “l’edifico grandioso costruito da questa scrittrice: in cui l’audacia intellettuale e morale non è stata inferiore al genio letterario” (Alfonso Berardinelli). Un’opera utile anche per comprendere certi nodi del presente. La faccenda spinosa e controversa del “populismo”, ad esempio. L’idea che se ne ha in Italia deve molto, purtroppo, allo sguardo foderato di ideologia e di settaria concezione politica che aveva stroncato il libro della Morante in nome di una supposta scienza marxista e di una teoria ferrea della lotta di classe guidata dal Partito onnisciente. Una visione che aveva cercato di ridimensionare, non a caso, lo stesso Gramsci e la sua idea più ricca e articolata della società italiana e della lotta politica e culturale e poi alimentato, saldandosi con le cosiddette avanguardie, il disprezzo per le presunte “Liale” della letteratura italiana (salvo innamorarsi, in seguito, del successo di massa e ricercarlo con l’uso spregiudicato e manipolatorio non solo delle tecniche narrative tradizionali rese appena più smerigliate dall’abilità commerciale ma di strumenti nuovi e di potenza inaudita come la televisione).

Ridere, irridere, stroncare la rappresentazione del popolo in La Storia, esattamente come era stato fatto nei confronti dei populisti storici (dai russi a Pisacane, o, stando agli scrittori italiani, da Carlo Levi a Pasolini) considerati indegni di stare al pari con gli interpreti autorizzati della teoria e prassi rivoluzionaria, ha significato accumulare un ulteriore ritardo nella comprensione, certo dialettica, della reale condizione anche emotiva oltre che materiale del “popolo”, cioè della società italiana, della dinamica reale del conflitto di classe, molto più variegata e articolata di quanto costoro non vedessero. Non a caso, hanno capito tardi e malamente il ’68, e non a caso hanno capito ancor meno il più scomodo e scabroso ’77, ridotto a contrasto tra “due società”. Sta in questa incomprensione, di cui quella per La Storia è un episodio rivelatore, la radice della lontananza dei ceti dirigenti intellettuali e politici di gran parte della sinistra, non solo italiana, dalla condizione reale del suo popolo di riferimento. Per fortuna, altri hanno continuato a cercare, a guardare fuori da quegli schemi datati e chiusi. Minoranze, certo, ma feconde, a cui si deve ancora oggi la possibilità di riannodare dei fili, di tenere aperte delle vie, forse solo dei sentieri peraltro non agevoli, tuttavia ancora distinguibili nel caos e nella cupezza del presente.

Il libro di Angela Borghesi, un grande e raffinato lavoro di critica letteraria e di storia culturale, ci riporta a questa vicenda con il rigore di una ricostruzione documentaria impeccabile, in una lettura che, mentre ci fa rivivere quegli anni di temperie, davvero ci torna utile anche per l’oggi. A conferma, come l’autrice scrive infine, che La Storia “non sembra passata invano”.

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Giovannesi e Ferrente, due film da Napoli

di Paolo Mereghetti

disegno di Miguel Angel Valdivia

 

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Con approcci diversi – la finzione per Giovannesi, una specie di “auto-diario” per Ferrente – ma anche con ambizioni non paragonabili, La paranza dei bambini e Selfie (che il caso ha fatto selezionare in contemporanea al Festival di Berlino, il primo in Concorso dove ha vinto l’Orso d’argento per la sceneggiatura, e il secondo nella sezione collaterale Panorama) cercano di arrivare allo stesso obiettivo, quello di raccontare la Napoli di oggi e di ragionare sulle sue contraddizioni e tentazioni.

Affrontare Saviano e il suo romanzo omonimo, per Claudio Giovannesi, ha voluto dire, dopo Fiore, un salto di qualità per prima cosa produttivo e spettacolare. E non aver ceduto alla tentazione di “gomorrizzare” la storia, soprattutto dopo aver diretto un paio di episodi della serie televisiva (Divide et impera e Il principe e il Nano), è il suo primo titolo di merito. Perché, se la tela di fondo è quella della guerra per bande alla conquista del territorio, piuttosto che privilegiare l’ostentazione della forza o il fascino del potere il film punta a dare concretezza espressiva alla perdita dell’innocenza di tutta una generazione, a quella ricerca identitaria che spinge i giovani di Napoli a identificare la propria vita e il proprio destino con la lotta per la conquista dei simboli dell’abbondanza.

J’ aggia fatica’” Io devo lavorare. La frase che il giovane protagonista Nicolò dice al boss Copacabana e poi ribadisce all’amico Agostino segna la svolta drammatica del film e sintetizza perfettamente l’universo in cui si muovono i personaggi di La paranza dei bambini: lavorare per guadagnare, trasformarsi da “fottuto” a “fottitore” (come mostra senza bisogno di molti discorsi la doppia visita al negozio di felpe e scarpe griffate), e quindi entrare nella logica della malavita, dello spaccio, del controllo del territorio, della legge delle armi. Altro tipo di lavoro non è contemplato, anche se evidentemente esiste (la madre del giovane protagonista fa la stiratrice, il mercato sotto casa dimostra che esistono modi diversi di fatica’). Ma per il gruppetto di amici del rione Sanità al centro del film l’unica possibilità è quella di imboccare la strada che dovrebbe portarli a diventare loro stessi boss, a sfidare la legalità e dimostrare la loro supremazia territoriale.

Che altro potrebbero fare quando i loro quindici anni li spingono a far bella figura con le ragazzine che frequentano i locali alla moda e si vestono griffate? Il loro “fatica’” non può essere altro che fare soldi più in fretta che si può. Nel film questo percorso passa attraverso lo spaccio, la cocaina, le armi, l’ostentazione della ricchezza, ma diversamente da certa logica seriale e televisiva, si capisce che Giovannesi vuole prima di tutto evitare ogni tipo di spettacolarizzazione, anche a rischio di costruire il film rispettando un andamento “all’americana”, dove ogni scena è costruita per comunicare un “messaggio” allo spettatore e la verità sulla città rischia di attenuarsi. Quello che interessa al regista è scavare nei comportamenti dei suoi ragazzi, mostrare la discesa verso un Male sempre più invasivo, un gradino dopo l’altro, sempre più giù. Perché il film sta dalla parte dei suoi giovani antieroi nonostante tutto: nonostante i loro errori, nonostante la loro violenza, nonostante i loro miti sbagliati. Non li assolve, non li giustifica, ma ce ne mostra le ingenuità, le debolezze, i momenti di sorprendente candore (il litigio tra Nicola e il fratellino per le merendine). Giovannesi sa fermarsi prima di cadere nel sociologismo (anche se sa descrivere l’ambiente sociale in cui si muove: la visita al negozio di mobili), si tiene lontano dal meccanicismo causa-effetto, evita la retorica e il ricatto. Non ci sono “scene madri”, discorsi magniloquenti o programmatici. C’è solo lo squallore quotidiano di un mondo dove sono importanti i soldi e le armi. E dove alla fine il disordine morale non potrà che produrre violenza e morte.

L’approccio di Agostino Ferrente e di Selfie (che arriverà nei cinema italiani verso aprile-maggio) è completamente diverso. All’origine c’è la morte, nell’estate del 2014, di un sedicenne del rione Traiano, Davide Bifolco, ucciso durante un inseguimento da un carabiniere che l’avrebbe scambiato per un latitante in fuga. Per capire non tanto quel tragico fatto ma piuttosto il contesto in cui quella tragedia si era consumata, Ferrente decide di cercare nello stesso quartiere un sedicenne che possa raccontare la sua vita e lo trova in Alessandro, un ragazzo che lavora come inserviente in un bar del rione, a cui propone di filmarsi con uno smartphone: nessun soggetto particolare, solo l’impegno a tenersi sempre all’interno dell’inquadratura. Il giorno dopo, con Alessandro si presenta il suo più caro amico Pietro, anche lui sedicenne, anche lui “nemico” della scuola (Alessandro dice di averla lasciato dopo che una professoressa l’aveva obbligato a imparare a memoria L’infinito di Leopardi, Pietro non dàparticolari spiegazioni se non un generico disinteresse). Il sogno di Pietro è quello di fare il parrucchiere, ma non trova l’occasione per trasformare questa passione in lavoro retribuito.

L’estate lascia molta libertà ai due ragazzi (il padre di Alessandro ha lasciato da tempo la famiglia e si è trasferito altrove, quello di Pietro fa il pizzaiolo fuori città mentre la madre è in vacanza con gli altri due figli) e dopo le prime titubanze, i due smartphone che Ferrente ha dato loro diventano delle specie di appendici dei loro occhi: quello che vedono filmano, sempre con loro all’interno dell’inquadratura, protagonisti di un “diario quotidiano” che prende forma giorno dopo giorno, quasi a loro insaputa (anche se il regista non si limita a montare il materiale dei due ragazzi, ma lo organizza e lo indirizza, lo sollecita e lo stimola, stando però sempre fuori quadro).

Compiendo un ulteriore passo in avanti rispetto al precedente Le cose belle (dove tornava a filmare dopo dodici anni quattro ragazzi, registrando la fine dei sogni e delle ambizioni e rimarcando la sconfitta delle loro speranze), Selfie diventa così una specie di spontaneo e grezzo stream of consciousness dove si mescolano desideri e delusioni, voglie e frustrazioni di due sedicenni che hanno scelto di non seguire la strada di chi ha abbracciato l’illegalità. Ne esce una Napoli purgatoriale, lontana da ogni folclore nella sua normalità quotidiana, dove la quotidianità dei due ragazzi dà forma ai “valori” su cui possono costruire una vita. La loro e quella degli altri, perché Ferrente aggiunge alle riprese di Alessandro e Pietro anche alcuni “provini” che ha fatto quando stava ancora cercando i protagonisti del film, così da far interagire l’innocenza dell’adolescenza con l’agghiacciante “normalità” dei valori condivisi (Antonella: “Se mi innamoro di un uomo che finisce in carcere? Se lui mi vuol bene e io gli voglio bene lo aspetto. Se ho un padre che fa questa vita posso avere anche un marito”).

Pur lontana e assente dalle intenzioni dei due sedicenni, colpisce la realtà al cui interno si muovono i due protagonisti, la contiguità con chi ha fatto scelte diverse e la semplicità senza retorica di chi invece ha preso altre strade, sia che ne subisca in qualche modo il fascino (come Pietro che finisce per cedere alla curiosità di intervistare uno spacciatore o di riprendere le pistole in mano a degli amici), sia che invece, come Alessandro, pensa che la loro sola presenza possa sporcare quello che sta riprendendo. Ma soprattutto impressiona la loro tristezza sconsolata, la mancanza di un qualche sorriso sui loro visi, dove sembra trovare spazio solo la fatica quotidiana e la delusione per le speranze che non si concretizzano.

E alla fine, scandito dalle riprese impersonali delle telecamere di sorveglianza con cui Ferrente punteggia l’auto-diario dei due amici, a uscire è l’altra faccia della Paranza dei bambini, una normalità fatta di tempi morti, giri in motorino, festicciole di quartiere e minime occasioni sociali (la “serenata” che un padre ha organizzato per la figlia adolescente!), capaci però di mostrare – se non proprio di spiegare – l’abbandono cui è condannato chi è più debole e sta più in basso nella scala sociale, aspirante barbiere o fattorino di bar, a cui il silenzio della politica e la latitanza delle istituzioni ha tolto anche la voglia di sperare in un domani diverso.

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poco di buono

Da Cuba a Mompracem

di Fabian Negrin

Riprendiamo dall’ultimo bellissimo numero di “Hamelin” (Parole d’autore. Voci sul mondo dell’infanzia) il racconto di Fabian Negrin sulla sua infanzia argentina, tra Salgari e Guevara…

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In quei giorni lontani tutta la mia famiglia era di estrema sinistra, in un modo così furibondo che messo vicino a noi Curcio sarebbe sembrato un agente della Cia. Gli avremmo urlato “Renato, eres un vendido al imperialismo yanky!” chiudendogli la porta in faccia. I miei genitori, le mie zie, i miei zii, gli amici di famiglia si contendevano ogni sottocategoria possibile della lotta armata: guevaristi, leninisti, comunisti ortodossi, trotskisti, peronisti di sinistra, vietcong, e nel mio piccolo anch’io ero marxista, un marxista-salgariano, vivevo per Sandokan e Sandokan viveva in me.

Raúl, mio padre, chiamato dai suoi amici El negro e dai suoi fratelli maggiori Negrito, era un rivoluzionario professionista e ci aveva abbandonato per fare La Revolución. Io sospetto che c’entrasse un’altra donna e conoscendo bene mia madre glielo auguro, ma comunque era andato a Cuba ad addestrarsi come guerrigliero. In quell’epoca non era un viaggio semplice, dall’Argentina bisognava andare fino in Europa, attraversare la cortina di ferro e solo da lì (da Praga, Berlino Est o qualche dogana disponibile a non lasciare sul passaporto il pericoloso timbro che denunciasse il viaggio nel paradiso comunista) mio padre aveva volato verso l’isola di Cuba, Primer territorio libre de América! In qualche punto del tragitto El negro aveva comperato una cartolina e me l’aveva inviata, da un lato c’era la fotografia di un cervo in mezzo al bosco e dall’altro l’annuncio dell’acquisto dell’animale per regalarmelo. Ricordo il misto di gioia e incredulità. Come avrebbe fatto mio padre a trasportare il cornuto animale dall’altro lato del mondo? La menzogna è il modo che noi adulti abbiamo trovato per comunicare con l’infanzia. Fortunatamente, come dice Remy Charlip, il mio animale preferito era la tigre. Il mondo è il posto che i bambini hanno inventato per salvarsi dagli adulti.

Per gli stessi motivi – diciamo di formazione – zio Manolo era andato a Cuba. Un aneddoto che circola in famiglia racconta che lui e altri rivoluzionari argentini avessero avuto un fugace incontro con el Che Guevara in persona e che costui avesse detto loro “Tutti noi che siamo in questa stanza saremo uccisi, ma La Revolución trionferà!”. Quanto intrinsecamente salgariana suona quest’affermazione. Se col senno di poi è facile dire che l’ultima parte della frase era sbagliata, el Che aveva ragione sulla prima, lui morì, zio Manolo morì, molto probabilmente lo stesso successe agli altri presenti e pure al Negro lo uccisero.

Così come io appartengo all’ultima generazione dei suoi lettori voraci, prima Salgari era stato divorato da altre due o tre generazioni dalla Patagonia fino al Messico. Sono incline a pensare che la figura di Sandokan si fosse annidata nelle menti di tanti giovani latinoamericani in modo tale che quando, sul finire degli anni Cinquanta, el Che ha fatto la sua comparsa sulle scene, questi abbiano potuto riconoscere immediatamente il loro capo, come se la Tigre malese fosse stato il Giovanni Battista annunciante l’arrivo del Cristo Che: gli stessi lunghi capelli neri e selvaggi, la stessa determinazione ribelle A vencer o morir! nella lotta contro l’imperialismo, bisognava solo sostituire il basco al turbante, il fucile al kriss, gli inglesi agli americani, la giungla era la stessa, la bandiera sempre rossa.

Mi spingerei a dire che in ogni paese dove Salgari è stato letto con amore prima o poi è nata una guerriglia guevarista, pardon, salgariana. L’Inghilterra e la Francia se la sono persa questa storia, salvate da Conrad e Dumas coi loro eroi in apparenza più ubbidienti e pettinati.

Le copertine argentine dei libri di Salgari che leggevo erano ancora quelle disegnate da Pablo Pereyra negli anni Quaranta-Cinquanta. Erano, sono ancora, meravigliose:

 

In Italia in quegli anni – in realtà un po’ dopo – con il grande Alberto Della Valle e gli altri della sua generazione morti o inattivi, direi che l’unico illustratore a fare di meglio sia stato Carlo Jacono per le Edizioni Accademia Grandi classici:

Oggi la situazione, visibilmente regredita deborda frigidità e sciatteria:

L’interno di quei vecchi Salgari che leggevo erano corredati da disegni al tratto blu o rosso invariabilmente piazzati lontanissimo dal punto narrativo che descrivevano, questa stramba disposizione delle immagini è stata un altro dei misteri della Giungla nera su cui mi arrovellavo: perché il Tremal-Naik disegnato mentre lotta coi Thug è a qualche decina di pagine dal corrispettivo brano di testo?! Oggi anch’io faccio disegni per libri e conosco la risposta, ma ahimè, too late, non trovo più la via per Mompracem.

A comperarmi questi libri erano Carozo e Chela, i miei zii peronisti di sinistra con vaga simpatia maoista. Architetti e cinefili, con Carozo guardai centinaia di film mentre devo a Chela Pink Floyd e Crosby, Stills & Nash. Casa loro era un coagulo della cultura pop dell’epoca, poster di Aubrey Beardsley e Peter Max, le riviste “Domus” e “L’Architecture d’Aujourd’hui”, libri di semiotica e Marcuse, e quando gli squadroni della morte non trovando i miei zii a casa gliela incendiarono, fra la loro camera da letto e il bagno rimase una coltre di romanzi di fantascienza metà carbonizzati dai fascisti e metà bagnati dai pompieri. Spesso il profumo di bruciato mi porta in mente Bradbury, non per il suo romanzo Fahrenheit 451, ma perché era l’autore che stavo iniziando a leggere all’epoca e che l’incendio cancellò in una notte. Si potrebbe dire che anche i fascisti indirizzarono le mie letture.

Nelle riviste italiane e francesi di architettura che sfogliavo (soprattutto per la stravaganza di vedere pagine stampate in altre lingue in un paese dove nessuno sapeva una sola parola straniera) si trovavano i lavori di quei gruppi radicali come Archigram e Superstudio che a un bambino curioso sapevano dire molto. I loro progetti di città che camminavano o che continuavano a vivere nel lusso anche se sommerse dalle acque, non erano tanto lontani dai vecchi fumetti di Flash Gordon o dalla sensazione di mistero che davano le copertine della collana Minotauro (negli anni Settanta la cosa più moderna nelle librerie argentine):

Oggi credo che queste immagini fossero per me pregne di arcani solo perché la gran parte delle immagini in circolazione erano l’opposto, più classiche, figurative, disegnate bene (come minimo alla Pablo Pereyra, ma via, anche una ben più moderna copertina dei Beatles era tratteggiata – da Klaus Voormann – coi fiocchi).

Le copertine salgariane riuscivano a svegliare in me la voglia di imparare a disegnare, mentre quelle della collana Minotauro (più razionaliste, munariane, definiamole come volete) erano capaci d’altro, ma non di quello. Forse per gli eventuali disegnatori di domani sarebbe più proficua la varietà di proposte di allora che non la dittatura moderna di oggi, perché il passaggio di torcia da una generazione di disegnatori all’altra – una sorta di contagio – si è sempre effettuato attraverso l’esempio, prima da imitare, poi da superare, dunque più alti e vari gli esempi, più sfolgorante sarà il fuoco. Come fa un bambino o un ragazzo che ha la mano oggi a educare l’occhio? Guardando cosa?

Oltre alle tigri di Sandokan, gli uccelli erano gli animali che amavo di più, anche se può essere impreciso chiamare amore la perenne smania di intrappolarli, te lunghe passeggiate per la pampa con una fionda e le tasche piene di sassi cercando di colpirli o di rubar loro nidi e nidiate. Ma poi chi sa veramente cos’è l’amore. Frutto di questa passione, nell’anno di grazia di 1973, anno che vide un Gobierno del Pueblo amnistiare i detenuti politici, mio zio Sidel frequentò largamente la nostra casa, dedito a costruire (e a qualcuno potrà sembrare paradossale per uno appena uscito di prigione) una gigantesca voliera. Aveva partecipato alla più grande rapina a mano armata dell’Argentina, lo svuotamento della banca permise al Partido Revolucionario de los Trabajadores di preparare la lunga e sanguinosa guerra de guerrillas che seguì e che lo tenne in cella per diversi anni. Carozo, sempre propenso a romanzare (ma non direi a mentire), mi raccontò che dopo il successo della rapina Sidel fu catturato dalla polizia perché, nonostante sapesse che un suo compagno era stato arrestato e che sotto tortura avrebbe probabilmente denunciato i complici, decise di farsi un bagno. Con lusso di dettagli Carozo ricreava una comica di Charlot (della quale lui non era stato testimone oculare) dove la polizia faceva irruzione mentre il rapinatore si insaponava la schiena seduto nella vasca. O raccontava come la cellula rivoluzionaria preparasse il colpo andando a vedere film polizieschi. O come nell’azione fosse stato invischiato anche El negro, che Sidel non denunciò quando a sua volta fu torturato. Era l’anno in cui mio zio costruì la voliera e mia sorella ne aveva sei ed è lì che successe. Lei cercò di raccontare l’accaduto al compimento del diciottesimo compleanno, ma nostra madre le chiese di stare zitta. Quando finalmente, molti anni dopo, la notizia circolò in famiglia i parenti si divisero fra credenti e increduli. Carozo mi disse di sospettare che Sidel avesse in qualche strano senso recuperato il debito che nostro padre (già morto) aveva con lui per non averlo denunciato. Anni dopo Carozo diventò incredulo: “Tua sorella è sempre stata
una bugiarda”. Solo Salgari insegna a sopravvivere a una famiglia di estrema sinistra.

L’amnistia liberò anche mio zio Manolo e io gli chiesi di farmi entrare nel suo gruppo guerrigliero. “Devi aspettare di compiere quindici anni” rispose. Era l’epoca in cui i miei soldatini erano contaminati dalle manifestazioni e dagli omicidi che facevano dell’Argentina una sudamericana repubblica di Weimar. Disegnavo piccoli striscioni con pugni chiusi e sigle delle organizzazioni guerrigliere che preferivo, di solito le più minoritarie e misteriose: l’Erp (Estrella Roja) oppure le Fuerzas Armadas de Liberación (e anche nella guerra del Vietnam preferivo i compagni del Pathet Lao che non i troppo alla moda vietcong). Comunista sì, ma snob anche.

La mia infanzia finì quando i miei soldatini di plastica si negarono di continuare a parlarmi e Cuba si presentò per l’ultima volta nella mia adolescenza. All’epoca io e mia zia Delis effettuavamo ogni sera una lunga preparazione per andare a dormire e a turno ci scoprivamo l’un l’altra. Col senno di poi trovo nei fatti più gentilezza che malizia, una specie di mutuo soccorso che non riesco a separare dalla mia educazione visiva. Una sera in cui uscivo dal bagno travestito/svestito da Thug, un asciugamano alla vita e uno in testa, mi chiamò: “C’è Fidel alla radio!”. Un miracolo delle onde corte ci portava la sua voce barbuta e accendeva un fuoco sovversivo in mezzo alla stanza mentre i vampiri graffiavano la porta. Mi sedetti ad ascoltare per terra in modo che lei potesse apprezzare da vicino la mia revolución trionfante, forse non proprio quella predetta dal Che, ma che Delis, ipnotizzata, capiva. “Com’è cresciuto suo nipote, compagna!” cantava Fidel ai microfoni di Radio Mompracem.

Quando i militari invasero le Malvinas/Falkland io ero già lontano, appena in tempo schivata la naia, così loro furono, per me, soltanto un altro racconto guerriero e col tempo finirono per raggiungere le altre due isole e diventare una sola, perduta e irraggiungibile, isola che non Che.

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