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L’Africa vista da Lagos

di Alessandro Jedlowski

disegno di George Lilanga

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Lagos è una città tentacolare. Per lungo tempo capitale amministrativa della Nigeria, oggi questa città nata nel Settecento dal commercio transatlantico di schiavi tocca i venti milioni di abitanti e, vista dall’alto, durante le fasi di atterraggio di un qualsiasi volo internazionale, sorprende per la sua estensione, che si allunga a perdita d’occhio oltre i limiti dell’orizzonte. Sin dalle prime fasi di sviluppo urbanistico nell’Ottocento, Lagos si è contraddistinta per la sua dimensione cosmopolita, una specificità rara in un contesto come quello nigeriano, dove nel corso degli anni la questione etnica è divenuta di particolare peso politico, e dove le cicatrici della guerra civile del Biafra di fine anni Sessanta fanno molta fatica a rimarginarsi. Lagos è stata sin dai primi decenni della sua esistenza luogo di incontro e fusione di civiltà diverse: gli awori originari della regione di Lagos; gli edo provenienti dall’interno, che di Lagos fecero un’estensione marittima della splendente capitale del regno del Benin (il regno da cui provengono le impressionanti statue di bronzo e di avorio conservate al British museum di Londra); gli yoruba discendenti dai regni di Ife e Oyo nell’entroterra; e ancora i saro e gli aguda, élite intellettuale discendente dagli schiavi liberati ai primi dell’Ottocento e provenienti dalle colonie britanniche e portoghesi d’oltreoceano dell’epoca. A questi negli anni si sono aggiunti amministratori coloniali britannici e commercianti europei e mediorientali (fra cui primi fra tutti i britannici, ma poi anche francesi, italiani, greci, libanesi e siriani) e oggi, in numero sempre più consistente, cinesi e indiani. Ricca di questo passato oggi Lagos è una città che si contraddistingue per il suo orgoglio identitario forte: gli abitanti di Lagos si sentono parte di un’avanguardia intellettuale, politica e artistica in grado di disegnare le tappe per lo sviluppo futuro dell’intero paese. Tuttavia, ciò che affascina di quest’identità è il fatto che si tratti di un’identità che, contrariamente a quanto avviene in molte altre regioni del continente e della Nigeria stessa, non si fonda su ambigui concetti di autenticità culturale, autoctonia o integrità religiosa. Ciò che gli abitanti di Lagos rivendicano e ciò di cui sono fieri è il fatto di avere un’identità aperta, inclusiva. Lagos è la città di tutti, dicono, a patto che si sia pronti ad accettarne le regole, ovvero ad abbandonare qualsivoglia ossessione di appartenenza a un gruppo dall’identità religiosa, culturale o razziale chiusa. Come in altre regioni del mondo in cui si sono sviluppate forme di identità così aperte, a Lagos questo processo si è svolto sulla base di un crimine primigenio: la quasi totale marginalizzazione della popolazione che originariamente abitava sulle piccole isole lagunari dove sono sorti i primi quartieri della città. Una specie di violenza fondativa che ha però creato una società che ha molto da insegnare al nostro mondo fatto di crescenti isterie identitarie e religiose. Con i suoi venti milioni di abitanti, appartenenti a centinaia di etnie diverse e frammentati in una miriade di declinazioni religiose differenti, Lagos è più popolosa di diverse nazioni europee. Se la sua crescita urbana non è certo un modello, ha molto da insegnarci la resilienza della sua popolazione e la grande capacità di restare unita e pacifica nonostante l’afflusso costante di nuovi migranti, la violenza delle classi politiche e militari che l’ha amministrata, le condizioni economiche drammatiche che le politiche di neoliberalizzazione forzata introdotte dalle istituzioni internazionali a partire dagli anni Ottanta hanno imposto alla popolazione.

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Colombia: un conflitto tutt’altro che risolto

di Sara Ballarini

illustrazione di Mariana Chiesa

 

Oltre cinquant’anni di violento conflitto armato, più di cinque milioni di persone sfollate, almeno sessantamila desaparecidos, un indice di impunità che pone il Paese al terzo posto a livello mondiale. Questo il riassunto drammatico di un contesto in realtà molto più complesso: la Colombia. Con i suoi quasi cinquanta milioni di abitanti, la Colombia racchiude mille volti, tra cui quello di tante vittime che rivendicano un ruolo protagonista e attivo nel loro essere Difensori di Diritti Umani (Human Rights Defenders HRDs); persone che, portando avanti attività di promozione e difesa dei diritti umani, sono esposte a quei rischi di cui parlano le risoluzioni ONU, anche per bocca del suo relatore speciale, Michel Forst, recentemente in visita in Italia.

Parte attiva di un ampio e variegato movimento di base, tanti HRDs hanno riposto molte speranze nel processo di pace cominciato nel 2012, ma fin da subito hanno anche espresso delle preoccupazioni, quando, in un contesto in cui la violenza non accennava a diminuire, al tavolo dei negoziati si stentava ad entrare nel merito delle questioni chiave del conflitto.

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C’è metodo nella follia della Corea del Nord

di Fulvio Scaglione

immagine da Dragon ball

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Quando si parla della Corea del Nord e del suo leader, Kim Jong-Un, si vira con facilità verso un linguaggio di tipo clinico-sanitario. Follia, fobie, paranoia, patologia, complottismo, ecco alcune delle parole più usate per bollare le azioni del vertice nordcoreano. Sempre che non si vada dritti sul termine globale e risolutivo: pazzia. D’altra parte la tentazione è forte. Non è da pazzi avere uno dei regimi più chiusi e centralizzati per ritrovarsi agli ultimi posti del mondo (213esimo su 230) per ricchezza pro-capite? Che senso ha un servizio militare obbligatorio di dieci anni per i maschi e sei per le donne a partire dai diciassett’anni d’età?

Perché tormentare la popolazione con le carestie e spendere somme enormi per avere la bomba atomica? Per non dire degli ultimi sviluppi: Kim Jong-Un, in sei anni di presidenza, ha lanciato 80 missili, di cui 18 nella prima metà del 2017, minacciando il Giappone che non solo è ipersensibile al tema dell’attacco nucleare (e chi potrebbe dargli torto) ma vive a sua volta, con il premier Shinzo Abe, una stagione politica di riarmo politico e militare, con sei anni consecutivi di aumenti per il budget della Difesa.

Eppure c’è del metodo in questa follia nordcoreana. E una volta tanto converrebbe analizzare gli elementi razionali di una crisi che ci ha portati sull’orlo di una nuova guerra, che molti temono atomica. Tanto per cominciare, è chiaro che Kim Jong-Un scommette sul fatto che la guerra non ci sarà. Lui sa che la Corea del Nord verrebbe spazzata via dalla macchina bellica americana. Ma i generali di Trump a loro volta sanno che, nel frattempo, la Corea del Sud patirebbe crudeli rappresaglie per le quali non ci sarebbe nemmeno bisogno della bomba atomica, basterebbe l’artiglieria convenzionale. Americani e giapponesi non possono permettere che questo accada. Mentre l’enfasi nordcoreana sul nucleare esprime, più che il desiderio di arrivare allo scontro, la volontà di evitarlo. Kim Jong-Un ha in mente gli esempi dell’Iraq di Saddam Hussein e della Libia di Muhammar Gheddafi, spazzati via proprio perché non avevano la bomba. L’Iran perseguiva lo stesso tipo di protezione anti-Usa e, proprio perché era sulla buona strada e aveva alleati importanti, è riuscito a strappare un buon accordo con Usa, Russia, Europa e Onu.

Quindi: nel mare tumultuoso e pieno di squali della politica internazionale, la bomba serve. Serve però non solo a tenere a bada i “nemici” ma anche a soddisfare gli “amici”. La Corea del Nord mobilita sotto le insegne dell’Armata del popolo quasi 2,5 milioni di uomini e donne, cioè il 10% circa della popolazione. Ai quali vanno aggiunti i 4 milioni della Guardia rossa dei lavoratori e dei contadini, la riserva. Da molti anni, è uno dei primi cinque paesi al mondo per numero di soldati. È un apparato mostruoso che, come succedeva in altri regimi (per esempio, quello sovietico), non serve solo alla difesa (dall’esterno) e al controllo (dell’interno) ma è pure un volano di sviluppo sociale. Vuol dire impieghi, salari, alloggi, famiglie sfamate e sistemate. Vuol dire, quindi, anche consenso. A patto, però, di continuare a investire senza mollare la presa. Ecco quindi la necessità di espandere l’armamento, costruire nuovi missili, immaginare pericoli più pressanti per avere bombe più potenti. Con la corsa al nucleare, il regime esprime soprattutto la volontà di conservare la stabilità interna e, dunque, di conservare se stesso.

Per dare un futuro alla dinastia di famiglia (suo nonno, Kim Il-Sung, fondò la Repubblica popolare democratica di Corea nel 1948), avendo un’economia in stato comatoso e forze armate pletoriche e costose, Kim Jong-Un ha anche bisogno di amici forti e fedeli. Il primo fra questi è la Cina, che da decenni sostiene con ogni mezzo la Corea del Nord e di fatto la tiene in vita. Oggi, mentre afferma le proprie ragioni in modo sempre più assertivo sulla scena internazionale e attua una politica di forte espansione in Africa, Europa e nel Mar cinese meridionale (da dove passa un terzo del traffico commerciale marittimo del globo), la Cina di tutto avrebbe bisogno tranne che di un vento di guerra sulla soglia di casa. Proprio per questo, invece, Kim Jong-Un fa montare la tensione. Perché la Cina si preoccupi e, per disinnescare la crisi, corra al suo soccorso, mediando con gli Usa e inviando alla Corea del Nord aiuti sempre più corposi. Che è esattamente ciò che sta avvenendo. Perché c’è una logica in questa follia.

 

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Giovani in Russia

di Ekaterina Binokurova (traduzione di Ilaria Pittiglio)

illustrazione di Magda Guidi

 

Una delle caratteristiche più evidenti delle ultime azioni di protesta è stato il grande numero di giovani, anche studenti delle scuole, che hanno partecipato alle manifestazioni in tutto il Paese. La loro mobilitazione pone in maniera drastica una questione sull’immagine del futuro: cosa può promettere il Cremlino a quella gente che da anni subisce l’azione della più recente generazione di politici? Manca un anno alle presidenziali in Russia, anche se la campagna non è stata annunciata ufficialmente: per quale motivo il Paese ha bisogno di rinnovare il mandato a Putin? Che beneficio darà ai cittadini, in primo luogo a chi ha meno dei suoi 65 anni di età?

Putin ha accolto nel suo staff Valerij Fadaeev, caporedattore della rivista “Expert”, con il compito di programmare le politiche giovanili. Ho rispetto per Fadaeev, ma il problema è che negli ultimi anni non ho conosciuto nessun esponente dell’establishment o della maggioranza politica che abbia letto la sua rivista. Nessun articolo ha fatto notizia o creato dibattito. Fadaeev è un uomo molto rispettato, che ha avuto un sacco di riconoscimenti e gratifiche da parte del regime. È stato ospite d’onore in eventi significativi e ha ricevuto un tal numero di premi e onoreficenze, che scriverne ora diventerebbe noioso.

Se già Fadaeev ha fatto fatica a interessare il pubblico di “Expert”, cosa potrà offrire ai giovani?

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L’età del turismo

di Nicola De Cilia

Illustrazione di Luigi Bicco

Una visita a Oświęcim

Credo non tornerò più a Oświęcim. Oświęcim è il nome di un paese polacco, noto al mondo come Auschwitz. Ci sono stato tre volte, sempre accompagnando studenti, ma l’ultima visita mi ha lasciato un senso di amarezza e prostrazione da cui fatico a risollevarmi.

Nelle due occasioni precedenti, nonostante le mie perplessità, la visita al più noto dei lager d’Europa non mi aveva lasciato simili sensazioni. Anzi, l’ultima volta, nel 2014, avevo assistito a una sorta di epifania: il viaggio era stato preparato con gli studenti di due classi quinte in modo rigoroso, avevamo visto il film di Resnais Notte e nebbia, qualche sequenza di Shoah di Claude Lanzmann; era poi venuto uno storico a parlare di una giovane di Conegliano Veneto morta a Auschwitz. Eravamo partiti a metà febbraio, sotto un cielo grigio che ci aveva accompagnato fin dentro il campo di concentramento. Il comportamento dei ragazzi era stato ineccepibile: silenziosi e concentrati, seguivano nelle cuffie le spiegazioni delle guide; quando i diversi gruppi in cui eravamo divisi si incrociavano, gli sguardi rimanevano bassi, al massimo qualche sguardo fuggitivo, certo non ridente. A Birkenau, nella grande fabbrica dello sterminio a cielo aperto, camminavamo attraversando i resti delle baracche, sotto le nuvole che si ispessivano; le voci, come al termine di un funerale, avevano ritrovato un po’ di forza, ma non si sentiva berciare. Quel giorno, non c’erano molti visitatori, ne trovammo un gruppetto alla fine del percorso, al monumento che, tra i resti dei due forni crematori, sorge in memoria di tutte le vittime che hanno trovato la morte a Auschwitz: una collinetta di pietra e terra, con degli alberi piantati sopra. Mentre osservavo i boschi di betulle e querce che si ergono a ridosso del filo spinato, notai che il gruppetto di studenti stranieri si metteva in posa. Pensai a una foto ricordo e sibilai all’orecchio di chi mi stava vicino: “Che imbecilli!” Ma improvviso, si levò un canto a cappella, delicato, perfetto, una melodia che mi parve dolcissima. Per il breve tempo di una canzone, che sembrava sfidare il male del mondo, lì palpabile, tutto sembrò immobilizzarsi. Nulla ruppe l’incantesimo: non uno starnuto, non un commento, non un applauso. Il coro improvvisato si sciolse silenziosamente, ognuno riprese il suo percorso. Non condivisi con nessuno la profonda commozione provata; ritornati a casa, durante una lezione, ritornai su quegli attimi, ragionando con gli studenti su quella sorta di miracolo di cui eravamo stati testimoni.