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C’è metodo nella follia della Corea del Nord

di Fulvio Scaglione

immagine da Dragon ball

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Quando si parla della Corea del Nord e del suo leader, Kim Jong-Un, si vira con facilità verso un linguaggio di tipo clinico-sanitario. Follia, fobie, paranoia, patologia, complottismo, ecco alcune delle parole più usate per bollare le azioni del vertice nordcoreano. Sempre che non si vada dritti sul termine globale e risolutivo: pazzia. D’altra parte la tentazione è forte. Non è da pazzi avere uno dei regimi più chiusi e centralizzati per ritrovarsi agli ultimi posti del mondo (213esimo su 230) per ricchezza pro-capite? Che senso ha un servizio militare obbligatorio di dieci anni per i maschi e sei per le donne a partire dai diciassett’anni d’età?

Perché tormentare la popolazione con le carestie e spendere somme enormi per avere la bomba atomica? Per non dire degli ultimi sviluppi: Kim Jong-Un, in sei anni di presidenza, ha lanciato 80 missili, di cui 18 nella prima metà del 2017, minacciando il Giappone che non solo è ipersensibile al tema dell’attacco nucleare (e chi potrebbe dargli torto) ma vive a sua volta, con il premier Shinzo Abe, una stagione politica di riarmo politico e militare, con sei anni consecutivi di aumenti per il budget della Difesa.

Eppure c’è del metodo in questa follia nordcoreana. E una volta tanto converrebbe analizzare gli elementi razionali di una crisi che ci ha portati sull’orlo di una nuova guerra, che molti temono atomica. Tanto per cominciare, è chiaro che Kim Jong-Un scommette sul fatto che la guerra non ci sarà. Lui sa che la Corea del Nord verrebbe spazzata via dalla macchina bellica americana. Ma i generali di Trump a loro volta sanno che, nel frattempo, la Corea del Sud patirebbe crudeli rappresaglie per le quali non ci sarebbe nemmeno bisogno della bomba atomica, basterebbe l’artiglieria convenzionale. Americani e giapponesi non possono permettere che questo accada. Mentre l’enfasi nordcoreana sul nucleare esprime, più che il desiderio di arrivare allo scontro, la volontà di evitarlo. Kim Jong-Un ha in mente gli esempi dell’Iraq di Saddam Hussein e della Libia di Muhammar Gheddafi, spazzati via proprio perché non avevano la bomba. L’Iran perseguiva lo stesso tipo di protezione anti-Usa e, proprio perché era sulla buona strada e aveva alleati importanti, è riuscito a strappare un buon accordo con Usa, Russia, Europa e Onu.

Quindi: nel mare tumultuoso e pieno di squali della politica internazionale, la bomba serve. Serve però non solo a tenere a bada i “nemici” ma anche a soddisfare gli “amici”. La Corea del Nord mobilita sotto le insegne dell’Armata del popolo quasi 2,5 milioni di uomini e donne, cioè il 10% circa della popolazione. Ai quali vanno aggiunti i 4 milioni della Guardia rossa dei lavoratori e dei contadini, la riserva. Da molti anni, è uno dei primi cinque paesi al mondo per numero di soldati. È un apparato mostruoso che, come succedeva in altri regimi (per esempio, quello sovietico), non serve solo alla difesa (dall’esterno) e al controllo (dell’interno) ma è pure un volano di sviluppo sociale. Vuol dire impieghi, salari, alloggi, famiglie sfamate e sistemate. Vuol dire, quindi, anche consenso. A patto, però, di continuare a investire senza mollare la presa. Ecco quindi la necessità di espandere l’armamento, costruire nuovi missili, immaginare pericoli più pressanti per avere bombe più potenti. Con la corsa al nucleare, il regime esprime soprattutto la volontà di conservare la stabilità interna e, dunque, di conservare se stesso.

Per dare un futuro alla dinastia di famiglia (suo nonno, Kim Il-Sung, fondò la Repubblica popolare democratica di Corea nel 1948), avendo un’economia in stato comatoso e forze armate pletoriche e costose, Kim Jong-Un ha anche bisogno di amici forti e fedeli. Il primo fra questi è la Cina, che da decenni sostiene con ogni mezzo la Corea del Nord e di fatto la tiene in vita. Oggi, mentre afferma le proprie ragioni in modo sempre più assertivo sulla scena internazionale e attua una politica di forte espansione in Africa, Europa e nel Mar cinese meridionale (da dove passa un terzo del traffico commerciale marittimo del globo), la Cina di tutto avrebbe bisogno tranne che di un vento di guerra sulla soglia di casa. Proprio per questo, invece, Kim Jong-Un fa montare la tensione. Perché la Cina si preoccupi e, per disinnescare la crisi, corra al suo soccorso, mediando con gli Usa e inviando alla Corea del Nord aiuti sempre più corposi. Che è esattamente ciò che sta avvenendo. Perché c’è una logica in questa follia.

 

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Giovani in Russia

di Ekaterina Binokurova (traduzione di Ilaria Pittiglio)

illustrazione di Magda Guidi

 

Una delle caratteristiche più evidenti delle ultime azioni di protesta è stato il grande numero di giovani, anche studenti delle scuole, che hanno partecipato alle manifestazioni in tutto il Paese. La loro mobilitazione pone in maniera drastica una questione sull’immagine del futuro: cosa può promettere il Cremlino a quella gente che da anni subisce l’azione della più recente generazione di politici? Manca un anno alle presidenziali in Russia, anche se la campagna non è stata annunciata ufficialmente: per quale motivo il Paese ha bisogno di rinnovare il mandato a Putin? Che beneficio darà ai cittadini, in primo luogo a chi ha meno dei suoi 65 anni di età?

Putin ha accolto nel suo staff Valerij Fadaeev, caporedattore della rivista “Expert”, con il compito di programmare le politiche giovanili. Ho rispetto per Fadaeev, ma il problema è che negli ultimi anni non ho conosciuto nessun esponente dell’establishment o della maggioranza politica che abbia letto la sua rivista. Nessun articolo ha fatto notizia o creato dibattito. Fadaeev è un uomo molto rispettato, che ha avuto un sacco di riconoscimenti e gratifiche da parte del regime. È stato ospite d’onore in eventi significativi e ha ricevuto un tal numero di premi e onoreficenze, che scriverne ora diventerebbe noioso.

Se già Fadaeev ha fatto fatica a interessare il pubblico di “Expert”, cosa potrà offrire ai giovani?

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L’età del turismo

di Nicola De Cilia

Illustrazione di Luigi Bicco

Una visita a Oświęcim

Credo non tornerò più a Oświęcim. Oświęcim è il nome di un paese polacco, noto al mondo come Auschwitz. Ci sono stato tre volte, sempre accompagnando studenti, ma l’ultima visita mi ha lasciato un senso di amarezza e prostrazione da cui fatico a risollevarmi.

Nelle due occasioni precedenti, nonostante le mie perplessità, la visita al più noto dei lager d’Europa non mi aveva lasciato simili sensazioni. Anzi, l’ultima volta, nel 2014, avevo assistito a una sorta di epifania: il viaggio era stato preparato con gli studenti di due classi quinte in modo rigoroso, avevamo visto il film di Resnais Notte e nebbia, qualche sequenza di Shoah di Claude Lanzmann; era poi venuto uno storico a parlare di una giovane di Conegliano Veneto morta a Auschwitz. Eravamo partiti a metà febbraio, sotto un cielo grigio che ci aveva accompagnato fin dentro il campo di concentramento. Il comportamento dei ragazzi era stato ineccepibile: silenziosi e concentrati, seguivano nelle cuffie le spiegazioni delle guide; quando i diversi gruppi in cui eravamo divisi si incrociavano, gli sguardi rimanevano bassi, al massimo qualche sguardo fuggitivo, certo non ridente. A Birkenau, nella grande fabbrica dello sterminio a cielo aperto, camminavamo attraversando i resti delle baracche, sotto le nuvole che si ispessivano; le voci, come al termine di un funerale, avevano ritrovato un po’ di forza, ma non si sentiva berciare. Quel giorno, non c’erano molti visitatori, ne trovammo un gruppetto alla fine del percorso, al monumento che, tra i resti dei due forni crematori, sorge in memoria di tutte le vittime che hanno trovato la morte a Auschwitz: una collinetta di pietra e terra, con degli alberi piantati sopra. Mentre osservavo i boschi di betulle e querce che si ergono a ridosso del filo spinato, notai che il gruppetto di studenti stranieri si metteva in posa. Pensai a una foto ricordo e sibilai all’orecchio di chi mi stava vicino: “Che imbecilli!” Ma improvviso, si levò un canto a cappella, delicato, perfetto, una melodia che mi parve dolcissima. Per il breve tempo di una canzone, che sembrava sfidare il male del mondo, lì palpabile, tutto sembrò immobilizzarsi. Nulla ruppe l’incantesimo: non uno starnuto, non un commento, non un applauso. Il coro improvvisato si sciolse silenziosamente, ognuno riprese il suo percorso. Non condivisi con nessuno la profonda commozione provata; ritornati a casa, durante una lezione, ritornai su quegli attimi, ragionando con gli studenti su quella sorta di miracolo di cui eravamo stati testimoni.

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Macron e quel che resta dei socialisti

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Franco Matticchio

illustrazione di Franco Matticchio

Pubblichiamo oggi un commento di Francesco Ciafaloni sulle elezioni francesi scritto tra il primo turno e il ballottaggio di ieri. Visti i risultati di questa notte, si possono aggiungere alcune considerazioni.
– Debrè, che è considerato il padre dell’attuale sistema istituzionale francese, sapeva il suo mestiere. Il sistema ha retto molto bene a uno scossone molto forte. Il vincitore Macron è stato votato, per scelta o per opposizione alla Le Pen, dal 44% degli aventi diritto al voto, non dei voti validi. Ci può piacere o no, ma è legittimo. Gli astenuti sono stati più del solito: i voti bianchi o nulli due o tre volte il solito, ma non siamo all’orribile 40% (che qualcuno vuole abbassare) dei voti validi richiesti dal sistema italiano per avere il 55% dei seggi.
– Come era chiaro dalla settimana scorsa, la barriera antifascista che aveva dato più dell’80% dei voti a Chirac contro Le Pen padre, non ha retto. E non basta chiamare populista anziché fascista la Le Pen per sterilizzarla.
– Ora ci sono le legislative, su cui ha puntato Melenchon rifiutandosi di appiattirsi su Macron, con un apprezzabile consenso misurato dai voti nulli. Macron avrà il seguito che si presume per il vincitore. Bisogna vedere se sarà più bravo Melenchon a stringere alleanze con ciò che resta dei socialisti, attraverso candidati bravi e condivisi, e a comunicare a tutti che non è chiuso al mondo ma solo ai monopoli, o la Le Pen a stringere alleanze con i repubblicani. Speriamo nei francesi.
Certo,  di ricatto in ricatto (se vince Berlusconi…, se vince la Lega…, se vince il candidato camorrista alle regionali…, se vince la Le Pen…) rischia di venire giù tutto. A cominciare dal buon senso e dal senso critico. Per non parlare di quel po’ di welfare che avevamo costruito. Votare sta diventando ormai solo scommettere di quale morte morire. (Gli asini)

 

I giornali italiani sono, per lo più, pieni di lodi del “doppio turno alla francese”, e in generale del maggioritario, mentre gli elettori italiani sembrano di nuovo favorevoli al proporzionale.

Certo, il doppio turno è meno iniquo (quello francese, alle legislative, ammette tutti quelli che hanno preso più del 20%), falsa meno, del cosiddetto premio di maggioranza, che trasforma la maggiore delle minoranze in maggioranza assoluta e, insieme alla elezione assicurata dei capolista, consegna il parlamento al segretario del partito vincitore, che, a suo tempo, ha nominato i capolista. Il maggioritario è sempre un po’ bolscevico, come si diceva una volta, incluso il modesto difetto che chi ha addentato la maggioranza, potendo, non la molla, se ha il controllo dell’economia o della forza. “La guardia è stanca,” disse Lenin per troncare la discussione parlamentare e porre fine al Governo Kerenskij.