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Le difficoltà della pace in Colombia

di Lucia Capuzzi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

La pace di inchiostro è stata scritta, riscritta, firmata non una, ma due volte. Non poteva andare diversamente nella culla del realismo magico e di Cent’anni di solitudine.

La prima, in un tripudio di entusiasmo, il 26 settembre di un anno fa, nella magnifica Cartagena de Indias, alla presenza di decine di leader internazionali. La seconda, a poco meno di due mesi di distanza, il 24 novembre, quasi in sordina, nella più austera Bogotà. Nel mezzo, la “batosta” della mancata ratifica popolare quando, al referendum del 2 ottobre, il “no” all’accordo si è imposto per una manciata di 50mila voti. Ci è voluta la ferma determinazione della comunità mondiale – espressa con il Nobel per la pace al presidente e figura chiave delle trattative con la guerriglia – perché il patto tra le Fuerzas armadas revolucionarias de colombia (Farc) e il governo potesse passare, dopo quasi quattro anni di negoziati all’Avana. E diventare operativo lo scorso primo dicembre.

Anche le stirpi condannate a cent’anni di solitudine – si potrebbe dire, parafrasando García Márquez – hanno diritto, ora, a una seconda opportunità sulla terra. Il conflitto – in corso da oltre sessant’anni – non è più una “calamità” naturale con cui fare i conti, come il diluvio su Macondo o l’invasione delle formiche a casa Buendía, per restare nella metafora del famoso romanzo. Per la prima volta dopo decenni, la nazione si trova di fronte una possibilità di pace. Coglierla, però, non è né facile né scontato. Lo abbiamo visto in questi primi dieci mesi di dopoguerra. Ci sono i “problemi tecnici” di implementazione. I circa 7mila guerriglieri delle Farc sono usciti dalla giungla a gennaio per concentrarsi in ventisei aree ad hoc – le zonas veredales – in vista del disarmo e della reintegrazione.

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Lettera dalla Russia

di Maria Chiara Franceschelli

 

Questa è una lettera dall’Università statale di Mosca Lomonosov, l’università più antica e prestigiosa della Russia. Più precisamente, dal sesto piano dell’ obščezhitie, pittoresco studentato ex-sovietico dentro cui il 1989 pare non essere mai arrivato, presso la sede centrale dell’Università, in uno degli edifici architettonicamente più rilevanti della capitale. Si tratta di una delle cosiddette “sette sorelle di Stalin”, grattacieli in stile classicista-socialista costruiti fra il 1947 e il 1957. Lì ho vissuto e studiato per un semestre, e solo ed esclusivamente in questo ambiente hanno potuto formarsi le impressioni che mi hanno accompagnato nello scambio.

La presa di coscienza che fa da sfondo a tutte le considerazioni fatte giorno dopo giorno è quella di aver vissuto in un ambiente elitario. Alla base di questa elitarietà c’è innanzitutto il fatto stesso di aver vissuto a Mosca. Il profondo divario socioeconomico che caratterizza la Russia post-sovietica non separa solamente gli strati sociali più alti dai più bassi, bensì allontana anche la capitale dal resto della Russia. I russi stessi sono soliti dire che “Mosca non è Russia”, perché vi sono caratteristiche comuni a tutte le altre città maggiori che non appartengono in nessun modo alla capitale e viceversa. Ciò crea un profondo squilibrio tra la vita a Mosca e la vita in altre città. Per citarne alcune: Nizhnij Novgorod, Novosibirsk, Kazan’, Samara, Ekaterinburg. Tutte queste città contano svariati milioni di abitanti e un’intensa attività economica e industriale, e presentano alcune caratteristiche comuni. I centri storici sono spesso di dimensioni ridotte e sono accerchiati da grigie periferie sconfinate che talvolta fanno sembrare queste città dei paesoni sovrappopolati. Nel migliore dei casi, come a Nizhnij Novgorod e Kazan’, i siti di interesse culturale sono ben preservati. Altre volte, come a Smolensk (città dalle dimensioni più ridotte, ma comunque di notevole interesse perché capoluogo della omonima oblast’ e di fondazione antichissima, 863 d.C.), ci si ritrova innanzi allo sconfortante spettacolo di un consistente patrimonio culturale lasciato cadere in rovina. Nello specifico caso di Smolensk si tratta dell’imponente cinta muraria cinquecentesca, la più grande di tutta la Russia: privata di qualsivoglia opera di manutenzione, è ormai adibita a discarica ufficiosa e cimitero di siringhe.

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Futurologia minima del teatro 2018-2033

di Daniele Villa/Sotterraneo

dettaglio della cattedrale di Salamanca

Sotterraneo è un collettivo di ricerca teatrale nato a Firenze nel 2005. Le produzioni del gruppo replicano in diversi dei più importanti contesti nazionali e internazionali. Numerosi i riconoscimenti ricevuti negli anni, tra cui Premio Lo Straniero, Premio Speciale Ubu, BeFestival First Prize. Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory curato da Centrale Fies e ha residenza artistica presso l’Associazione Teatrale Pistoiese (N.d.R.).

 

Nella serie tv Louie, scritta diretta e interpretata dallo stand-up comedian newyorkese Louis C.K., c’è una puntata che si apre in un teatro. Siamo a Broadway. Il 50enne Louis C.K. porta Lilly, la figlia tredicenne, ad assistere a uno spettacolo impegnativo dove riconosciamo attori più o meno celebri che si scambiano complesse battute sul senso della vita. Al culmine di un dialogo sulla morte Louie, col volto segnato dall’emozione, si gira verso la figlia che sta digitando qualcosa sul cellulare. Il genitore si indigna, sebbene in silenzio. La pièce va avanti. Si chiude il sipario. Il pubblico applaude. Una volta fuori dal teatro Louie ordina alla figlia di consegnargli il telefono, perché “in the most devastating moment of the play you were texting with your friends”. La figlia, con estrema calma, risponde che non è così: si stava documentando sullo spettacolo, che trovava meraviglioso. Lilly dimostra poi di aver ascoltato (persino memorizzato) le battute cruciali del dialogo in questione e informa il padre su cose che lui stesso ignorava: il contesto storico della piéce, cenni biografici dell’autore, alcune sue affermazioni pubbliche. La 13enne stava guardando e googlelando la pièce nello stesso momento e la sua conclusione rivolta al padre è chirurgica: “il fatto che diversamente da te io possa apprezzare qualcosa su due livelli non implica che non debba tenere il mio telefono”. Il padre infatti finisce per lasciarglielo. 

La puntata è la numero 6 della 5° stagione. Titolo Sleepover. Questo episodio sintetizza al meglio la condizione in cui mi trovo nel pensare alle trasformazioni teatrali dei prossimi 15 anni: lo stato confusionale. 

Non lo so. Tutto è molto contraddittorio. Tutto è molto statico. Però di una stasi elettrostatica, come se qualcosa dovesse per forza accadere e certe trasformazioni fossero già in atto.

Quindi preferisco stare su un piano narrativo, secondo un principio caro alla science-fiction per cui il miglior modo per conoscere il futuro è inventarlo. 

Suddivido la narrazione in due piani: futuro distopico vs. futuro utopico, pur sapendo che la realtà finirà per collocarsi nello spettro intermedio fra i due.

Una premessa: quando parliamo di futuro dovremmo tutti tenere presente che volenti o nolenti siamo immersi in una sorta di narrazione catastrofica collettiva. Ne parlava già anni fa Marco Belpoliti nel suo Crolli: il nostro tempo è come “un tempo penultimo, una finisce che non finisce di finire”, scandita via via dal crollo del Muro di Berlino, dal crollo delle Twin Towers, dalla crollo (temporaneo) della finanza globale, eccetera. Per uscire da questa bolla catastrofica bisogna focalizzare anzitutto che si tratta di una narrazione manipolatoria, mirata a sollecitare le forze più conservative della società. Come sostiene Stefano Laffi nel suo La congiura contro i giovani, l’idea di vivere nella catastrofe ci spinge al godimento immediato e al saccheggio, invece che al progetto, fa di noi degli eterni adolescenti votati al consumo, incapaci di generare un’idea di futuro. Per questo è meglio togliere dal tavolo l’idea della catastrofe, del collasso dell’Occidente, della Fine, per dirci piuttosto che stiamo vivendo un vero e proprio passaggio epocale – per la crisi, i flussi migratori, i cambiamenti nello scacchiere geopolitico, i conflitti diffusi, la rivoluzione digitale, l’avanzata delle macchine, il conto alla rovescia climatico eccetera. Mi sembra che la nozione di passaggio epocale conservi un portato di allarme, senza però l’effetto paralizzante prodotto dalla narrazione catastrofica.

E in tutto questo, il teatro…?

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L’Africa vista da Lagos

di Alessandro Jedlowski

disegno di George Lilanga

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Lagos è una città tentacolare. Per lungo tempo capitale amministrativa della Nigeria, oggi questa città nata nel Settecento dal commercio transatlantico di schiavi tocca i venti milioni di abitanti e, vista dall’alto, durante le fasi di atterraggio di un qualsiasi volo internazionale, sorprende per la sua estensione, che si allunga a perdita d’occhio oltre i limiti dell’orizzonte. Sin dalle prime fasi di sviluppo urbanistico nell’Ottocento, Lagos si è contraddistinta per la sua dimensione cosmopolita, una specificità rara in un contesto come quello nigeriano, dove nel corso degli anni la questione etnica è divenuta di particolare peso politico, e dove le cicatrici della guerra civile del Biafra di fine anni Sessanta fanno molta fatica a rimarginarsi. Lagos è stata sin dai primi decenni della sua esistenza luogo di incontro e fusione di civiltà diverse: gli awori originari della regione di Lagos; gli edo provenienti dall’interno, che di Lagos fecero un’estensione marittima della splendente capitale del regno del Benin (il regno da cui provengono le impressionanti statue di bronzo e di avorio conservate al British museum di Londra); gli yoruba discendenti dai regni di Ife e Oyo nell’entroterra; e ancora i saro e gli aguda, élite intellettuale discendente dagli schiavi liberati ai primi dell’Ottocento e provenienti dalle colonie britanniche e portoghesi d’oltreoceano dell’epoca. A questi negli anni si sono aggiunti amministratori coloniali britannici e commercianti europei e mediorientali (fra cui primi fra tutti i britannici, ma poi anche francesi, italiani, greci, libanesi e siriani) e oggi, in numero sempre più consistente, cinesi e indiani. Ricca di questo passato oggi Lagos è una città che si contraddistingue per il suo orgoglio identitario forte: gli abitanti di Lagos si sentono parte di un’avanguardia intellettuale, politica e artistica in grado di disegnare le tappe per lo sviluppo futuro dell’intero paese. Tuttavia, ciò che affascina di quest’identità è il fatto che si tratti di un’identità che, contrariamente a quanto avviene in molte altre regioni del continente e della Nigeria stessa, non si fonda su ambigui concetti di autenticità culturale, autoctonia o integrità religiosa. Ciò che gli abitanti di Lagos rivendicano e ciò di cui sono fieri è il fatto di avere un’identità aperta, inclusiva. Lagos è la città di tutti, dicono, a patto che si sia pronti ad accettarne le regole, ovvero ad abbandonare qualsivoglia ossessione di appartenenza a un gruppo dall’identità religiosa, culturale o razziale chiusa. Come in altre regioni del mondo in cui si sono sviluppate forme di identità così aperte, a Lagos questo processo si è svolto sulla base di un crimine primigenio: la quasi totale marginalizzazione della popolazione che originariamente abitava sulle piccole isole lagunari dove sono sorti i primi quartieri della città. Una specie di violenza fondativa che ha però creato una società che ha molto da insegnare al nostro mondo fatto di crescenti isterie identitarie e religiose. Con i suoi venti milioni di abitanti, appartenenti a centinaia di etnie diverse e frammentati in una miriade di declinazioni religiose differenti, Lagos è più popolosa di diverse nazioni europee. Se la sua crescita urbana non è certo un modello, ha molto da insegnarci la resilienza della sua popolazione e la grande capacità di restare unita e pacifica nonostante l’afflusso costante di nuovi migranti, la violenza delle classi politiche e militari che l’ha amministrata, le condizioni economiche drammatiche che le politiche di neoliberalizzazione forzata introdotte dalle istituzioni internazionali a partire dagli anni Ottanta hanno imposto alla popolazione.

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Colombia: un conflitto tutt’altro che risolto

di Sara Ballarini

illustrazione di Mariana Chiesa

 

Oltre cinquant’anni di violento conflitto armato, più di cinque milioni di persone sfollate, almeno sessantamila desaparecidos, un indice di impunità che pone il Paese al terzo posto a livello mondiale. Questo il riassunto drammatico di un contesto in realtà molto più complesso: la Colombia. Con i suoi quasi cinquanta milioni di abitanti, la Colombia racchiude mille volti, tra cui quello di tante vittime che rivendicano un ruolo protagonista e attivo nel loro essere Difensori di Diritti Umani (Human Rights Defenders HRDs); persone che, portando avanti attività di promozione e difesa dei diritti umani, sono esposte a quei rischi di cui parlano le risoluzioni ONU, anche per bocca del suo relatore speciale, Michel Forst, recentemente in visita in Italia.

Parte attiva di un ampio e variegato movimento di base, tanti HRDs hanno riposto molte speranze nel processo di pace cominciato nel 2012, ma fin da subito hanno anche espresso delle preoccupazioni, quando, in un contesto in cui la violenza non accennava a diminuire, al tavolo dei negoziati si stentava ad entrare nel merito delle questioni chiave del conflitto.