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Un premio nobel contro il nucleare

di Enzo Ferrara

illustrazione di Gipi

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Lo scorso 6 ottobre è stata una gran giornata per chi opera per la pace, in particolar modo per l’eliminazione delle armi nucleari. L’associazione Ican (International campaign to abolish nuclear weapons) ha ricevuto il premio Nobel per la Pace come riconoscimento per il “prezioso e perseverante lavoro svolto nell’ambito della campagna di messa al bando delle armi nucleari”, bando sancito dalle Nazioni Unite lo scorso 7 luglio a New York. Ican ha sede a Ginevra e rappresenta 440 composite agenzie non governative in cento diverse nazioni. La sua azione è sostenuta da milioni di persone in tutto il mondo e anche in Italia da numerosissimi gruppi e comitati.

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Birmania: storia tragica di una minoranza

di Emanuele Giordana

illustrazione di Joohee Yoon

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La maggior parte delle volte le storie di confine sono drammatiche. Dove un cartografo disegna una frontiera, approfittando di un fiume, di una catena montuosa o semplicemente tracciando una linea retta su un territorio che la mappa geografica rende asettico, vivono persone e animali e si dipana la storia infinita della biodiversità. La geopolitica tiene poco in conto le persone (gli animali e la biodiversità) ed è semmai attenta alla proprietà (se è in mano a uomini potenti) o ai prodotti della terra, siano essi agricoli o fossili. Le vicende che in questi giorni hanno a che vedere con la fuga dal Myanmar verso il Bangladesh di 500mila rohingya, una minoranza musulmana che vive (o meglio viveva) nello Stato birmano del Rakhine, hanno molto a che vedere con la storia di un confine – quello tra il mondo birmano e quello bengalese – che nei secoli si è spostato, cambiando di mano e di segno in seguito a guerre, dispute, cambi della guardia al vertice dei poteri che, di volta in volta, hanno comandato su questi territori.

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Il turista nudo

di Marco D’Eramo, a cura di Fabiano Mari

illustrazione di Blutch

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L’industria di questo secolo
Si è cominciato a parlare di “industria turistica” seguendo la traccia di “industria culturale”, formula sintetica che Adorno e Horkheimer coniano per definire il prodotto culturale come oggetto standardizzato, destinato al consumo di massa. Industria culturale ha avuto da subito un’accezione tendenzialmente negativa: la cultura è storicamente una cosa elitaria e artigianale. Industria culturale era quasi un ossimoro, che però riguardava l’oggetto e non la produzione. Nel mio libro (Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, Feltrinelli 2017)  dico che il turismo è un’industria nel senso in cui Marx e Engels parlavano di industria a Manchester, cioè nella materialità dei modi di produzione. In astratto il turismo fornisce servizi, ma è al punto-cerniera di tutte le industrie materiali più importanti: se non ci fosse il turismo sarebbe quasi scomparsa l’industria aeronautica, quindi dall’industria turistica dipende la produzione di aerei (elettrotecnica, elettronica, metallurgia avanzata); la rete delle infrastrutture spesso è stata costruirita in funzione del turismo: autostrade, porti, aeroporti; l’industria navale con le navi da crociera; l’industria automobilistica, che in buona parte deve la sua esistenza al turismo (se la gente non dovesse spostarsi in macchina per andare in vacanza probabilmente userebbe l’auto molto meno); basti pensare a tutte le residenze secondarie, tutte le case sorte sulle nostre coste e su quelle spagnole e turche, le case costruite in montagna. Tutto quest’insieme ha una materialità immane, tanto è vero che si calcola che il turismo contribuisca per l’8% circa all’inquinamento mondiale, ed è un dato in aumento. Per questo si fanno sul turismo gli stessi discorsi ipocriti che si facevano in passato sull’industria chimica: come cianciavamo dell’industria eco-compatibile, così ora auspichiamo il turismo eco-compatibile, il turismo sostenibile.

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Il papa a Bogotà

di Iacopo Scaramuzzi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

C’è una guerra nella guerra che Papa Francesco ha cercato di portare a conclusione nel corso del suo viaggio in Colombia, ed è la guerra interna alla Chiesa cattolica, una guerra tanto più scandalosa perché ha accompagnato, e a volte sostenuto, la guerra fratricida che ha insanguinato un paese cattolicissimo.

Jorge Mario Bergoglio ha visitato Bogotà, Villavicencio, Meddelin e Cartagena, dal sei all’11 settembre, con il motto “fare il primo passo” – il primo passo, ha spiegato, “su una strada diversa da quelle già percorse”. A fine dell’anno scorso la Colombia ha faticosamente raggiunto un accordo tra il Governo di Juan Manuel Santos e i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc) – inizialmente bocciato da un referendum popolare – che ha posto fine a oltre mezzo secolo di guerra civile. E il Pontefice argentino, che ha sostenuto l’accordo con pubblici appelli e moral suasion diplomatica dietro le quinte, ha finalmente accettato l’invito a visitare il paese, consapevole che tradurre l’accordo di carta e inchiostro nella vita concreta è la sfida cruciale.

“La Colombia continua a essere un paese diviso, anche la Chiesa è divisa. La penosa realtà sfociata nel risultato del referendum di ottobre dell’anno scorso ne è la riprova”, ha scritto l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), secondo gruppo guerrigliero dopo le Farc, che in vista dell’arrivo del Papa ha annunciato uno storico cessate-il-fuoco. Tra i fondatori del gruppo, negli anni Sessanta, Camilo Torres, prete e teologo della liberazione.

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La “nuova” classe operaia cinese. Incontro con Pun Ngai

di Diego Gullotta e Lin Lili 

illustrazione di JooHee Yoon

Abbiamo incontrato Pun Ngai a Hong Kong, dove vive e insegna (HKU). Nota a livello internazionale per le sue ricerche e il suo impegno sulla nuova classe operaia cinese, in Italia è stata presentata grazie ad Angela Pascucci su Il Manifesto, da Gambino e Sacchetto ( si vedano i testi di riferimento in fondo).

Nel 2016 per la Polity Press è uscito il volume Migrant Labor in Post-Socialist China, qui Pun Ngai ha condensato due decenni di studi, i temi dei sette capitoli hanno fornito lo spunto per una lunga conversazione sull’accademia, il neoliberismo cinese, la formazione e la condizione della nuova classe operaia cinese, la composizione sociale cinese attuale, il passaggio dal made in China al created in China riportati in estrema sintesi di seguito. Alla base delle analisi di Pun Ngai non c’è l’accademia con l’astratta autoreferenzialità imperante, né una vaga missione dell’intellettuale che pensa di avere sulle spalle la responsabilità delle sorti della Cina intera ma che, per restrizioni e/o per comodo, resta confinato nei recinti della conoscenza.

Lo spazio che l’università offre per contribuire a una reale trasformazione della società è ormai minimo o assente, grazie al modello aziendale che domina la produzione del sapere, a cui bisogna poi aggiungere la particolare condizione di controllo e auto-censura nel caso della Cina continentale. La prospettiva, o meglio il posizionamento di Pun Ngai è intimamente legato alla nuova classe operaia formatasi nell’ “economia socialista di mercato” degli ultimi trent’anni, da una parte la ricercatrice ha fin da subito svelato come la nuova divisione internazionale del lavoro abbia spostato, e non dematerializzato, la classe operaia nei nuovi spazi aperti sulle macerie del socialismo con la creazione della cosiddetta fabbrica del mondo nel Guangdong e nelle zone costiere della Cina, dall’altra si è spesa e si spende come attivista per i diritti degli operai (per esempio con l’organizzazione Students and Scholars against Corporate Misbehaviour, fondata nel 2005) e per rafforzare la capacità di trasformazione sociale che questa classe, secondo lei, esprime con sempre maggiore coscienza.

In questo senso, le analisi di Pun Ngai partono e tornano in relazione agli interessi degli operai, esse sono inserite dentro un discorso strategico e organizzativo e non separate dall’azione politica quotidiana. Quando gli argomenti si fanno astratti, già nell’uso del linguaggio, immediatamente li riporta al livello della vita materiale e quotidiana degli operai e dei subalterni, pur rischiando consapevolmente una eccessiva semplificazione. Proprio il termine gramsciano “subalterni”, valorizzato dalla critica postcoloniale (diceng in cinese) fornisce un esempio utile, possiamo utilizzarlo nella discussione teorica, dice Pun Ngai, ma nel lavoro concreto di organizzazione delle lotte operaie nella sfera della produzione e della riproduzione sociale, non ha alcuna presa.

Allo stesso modo, il rifiuto delle elaborazioni che qui per brevità racchiudiamo col termine postmoderne, non deriva solo dal rifiuto del portato ideologico di questa corrente che ha imperato a lungo a sostegno della smaterializzazione del lavoro e della classe, ma dal fatto che la maggior parte di questi concetti sono inutili sul terreno pratico. Se nelle attività di organizzazione operaie ha un valore strategico l’uso, poniamo, di strumenti concettuali foucaultiani (come in diversi momenti dei suoi studi Pun Ngai ha fatto) allora ben vengano. Ma al momento la questione pressante per l’attivista è aumentare le forze della ricerca sul campo e dell’organizzazione, a partire dal lavoro delle diverse ONG che si occupano della difesa dei diritti degli operai, la partecipazione alla vita degli operai oltre lo spazio della fabbrica e oltre il Guangdong, le campagne internazionali contro lo sfruttamento del lavoro, fino alla ricerca partecipata in settori ancora poco battuti come la logistica e, insieme e oltre il mondo dei nuovi operai, il settore dei servizi.