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I tedeschi risvegliati

di Piero Salabè

illustrazione di Mari Kanstad Johnsen

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“Prima di integrare gli stranieri, dovrebbero integrare noi” dice un abitante di Willsdurff, una cittadina nella periferia di Dresda, 14mila abitanti e dieci rifugiati, dove il partito dell’estrema destra Afd ha raggiunto quasi il 40 per cento. La chiave per leggere il risultato che più di tutto ha fatto scalpore alle elezioni tedesche, l’avanzata della destra nazionalista in Germania, si trova nello sviluppo a due velocità del paese più influente d’Europa: quasi trent’anni dopo la riunificazione, le Germanie sono ancora due, e il ressentiment degli ultimi arrivati, un misto di invidia e rancore, non tanto dissimile a quello che fu alla base dell’antisemitismo negli anni Venti, spiega l’enorme successo – nella Sassonia per un soffio non è diventato primo partito – di questo raggruppamento xenofobo, strillone e confuso, popolato da personaggi degni di un circo.

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Un premio nobel contro il nucleare

di Enzo Ferrara

illustrazione di Gipi

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Lo scorso 6 ottobre è stata una gran giornata per chi opera per la pace, in particolar modo per l’eliminazione delle armi nucleari. L’associazione Ican (International campaign to abolish nuclear weapons) ha ricevuto il premio Nobel per la Pace come riconoscimento per il “prezioso e perseverante lavoro svolto nell’ambito della campagna di messa al bando delle armi nucleari”, bando sancito dalle Nazioni Unite lo scorso 7 luglio a New York. Ican ha sede a Ginevra e rappresenta 440 composite agenzie non governative in cento diverse nazioni. La sua azione è sostenuta da milioni di persone in tutto il mondo e anche in Italia da numerosissimi gruppi e comitati.

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Birmania: storia tragica di una minoranza

di Emanuele Giordana

illustrazione di Joohee Yoon

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La maggior parte delle volte le storie di confine sono drammatiche. Dove un cartografo disegna una frontiera, approfittando di un fiume, di una catena montuosa o semplicemente tracciando una linea retta su un territorio che la mappa geografica rende asettico, vivono persone e animali e si dipana la storia infinita della biodiversità. La geopolitica tiene poco in conto le persone (gli animali e la biodiversità) ed è semmai attenta alla proprietà (se è in mano a uomini potenti) o ai prodotti della terra, siano essi agricoli o fossili. Le vicende che in questi giorni hanno a che vedere con la fuga dal Myanmar verso il Bangladesh di 500mila rohingya, una minoranza musulmana che vive (o meglio viveva) nello Stato birmano del Rakhine, hanno molto a che vedere con la storia di un confine – quello tra il mondo birmano e quello bengalese – che nei secoli si è spostato, cambiando di mano e di segno in seguito a guerre, dispute, cambi della guardia al vertice dei poteri che, di volta in volta, hanno comandato su questi territori.

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Il turista nudo

di Marco D’Eramo, a cura di Fabiano Mari

illustrazione di Blutch

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L’industria di questo secolo
Si è cominciato a parlare di “industria turistica” seguendo la traccia di “industria culturale”, formula sintetica che Adorno e Horkheimer coniano per definire il prodotto culturale come oggetto standardizzato, destinato al consumo di massa. Industria culturale ha avuto da subito un’accezione tendenzialmente negativa: la cultura è storicamente una cosa elitaria e artigianale. Industria culturale era quasi un ossimoro, che però riguardava l’oggetto e non la produzione. Nel mio libro (Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, Feltrinelli 2017)  dico che il turismo è un’industria nel senso in cui Marx e Engels parlavano di industria a Manchester, cioè nella materialità dei modi di produzione. In astratto il turismo fornisce servizi, ma è al punto-cerniera di tutte le industrie materiali più importanti: se non ci fosse il turismo sarebbe quasi scomparsa l’industria aeronautica, quindi dall’industria turistica dipende la produzione di aerei (elettrotecnica, elettronica, metallurgia avanzata); la rete delle infrastrutture spesso è stata costruirita in funzione del turismo: autostrade, porti, aeroporti; l’industria navale con le navi da crociera; l’industria automobilistica, che in buona parte deve la sua esistenza al turismo (se la gente non dovesse spostarsi in macchina per andare in vacanza probabilmente userebbe l’auto molto meno); basti pensare a tutte le residenze secondarie, tutte le case sorte sulle nostre coste e su quelle spagnole e turche, le case costruite in montagna. Tutto quest’insieme ha una materialità immane, tanto è vero che si calcola che il turismo contribuisca per l’8% circa all’inquinamento mondiale, ed è un dato in aumento. Per questo si fanno sul turismo gli stessi discorsi ipocriti che si facevano in passato sull’industria chimica: come cianciavamo dell’industria eco-compatibile, così ora auspichiamo il turismo eco-compatibile, il turismo sostenibile.

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Il papa a Bogotà

di Iacopo Scaramuzzi

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C’è una guerra nella guerra che Papa Francesco ha cercato di portare a conclusione nel corso del suo viaggio in Colombia, ed è la guerra interna alla Chiesa cattolica, una guerra tanto più scandalosa perché ha accompagnato, e a volte sostenuto, la guerra fratricida che ha insanguinato un paese cattolicissimo.

Jorge Mario Bergoglio ha visitato Bogotà, Villavicencio, Meddelin e Cartagena, dal sei all’11 settembre, con il motto “fare il primo passo” – il primo passo, ha spiegato, “su una strada diversa da quelle già percorse”. A fine dell’anno scorso la Colombia ha faticosamente raggiunto un accordo tra il Governo di Juan Manuel Santos e i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc) – inizialmente bocciato da un referendum popolare – che ha posto fine a oltre mezzo secolo di guerra civile. E il Pontefice argentino, che ha sostenuto l’accordo con pubblici appelli e moral suasion diplomatica dietro le quinte, ha finalmente accettato l’invito a visitare il paese, consapevole che tradurre l’accordo di carta e inchiostro nella vita concreta è la sfida cruciale.

“La Colombia continua a essere un paese diviso, anche la Chiesa è divisa. La penosa realtà sfociata nel risultato del referendum di ottobre dell’anno scorso ne è la riprova”, ha scritto l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), secondo gruppo guerrigliero dopo le Farc, che in vista dell’arrivo del Papa ha annunciato uno storico cessate-il-fuoco. Tra i fondatori del gruppo, negli anni Sessanta, Camilo Torres, prete e teologo della liberazione.