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Usa dopo le elezioni di medio termine

di Paula Di Perna

traduzione di Giacomo Pontremoli

murale di John Fekner

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Paula Di Perna è esperta di politica ambientale globale. Corse per il Congresso degli Stati Uniti nello Stato di New York nel 1992 ed è autrice di numerosi libri e articoli, tra cui il recente Viaggio nel tempo di Trump (Endeavour Press 2018).

Da quando l’America ha stupefatto il mondo nel 2016 eleggendo presidente Donald Trump, la democraticità del suo sistema è stata vulnerata. Soprattutto il basilare sistema costituzionale di controllo ed equilibrio tra il potere esecutivo e quello legislativo, dedicato ad arginare la potenziale capricciosità personale del presidente impedendogli di governare il paese da solo e, contemporaneamente, vincolando il Congresso a non sopraffarlo. In quanto controllo di entrambi, la Corte Suprema dovrebbe gestire questioni centrali come il livello di libertà del popolo e la quota d’autorità di ogni ramo del governo, come tradizionalmente sancito dalla stessa Costituzione e dal corso dei suoi emendamenti. Imperfetta ma flessibile, questa politica statunitense di controlli e contrappesi incoraggia un ragionevole partitismo di fondo ed è stata strutturalmente stabile nello scongiurare sia i dispotismi che le derive della società.

Ma lo stile di Trump è quello di un governo egocentrico, per decreto, impulsivo, fondato sulla capitolazione del Partito repubblicano a ogni sua parola: ha distrutto qualsivoglia controllo ed equilibrio, con il risultato che più o meno tutto quello che Donald Trump dice accade. Il bipartitismo è stato inesistente e l’indisturbato Partito democratico è rimasto prevalentemente a lamentarsi.

Le elezioni a medio termine del 6 novembre erano state ampiamente pubblicizzate come un’opportunità per i democratici di recuperare ruolo e vantaggio, a causa dell’aumento dell’insoddisfazione diffusa per la brutalità di Trump e la direzione che stava prendendo il paese. Ma che lo stato si sia ripreso resta da vedere.

I democratici hanno “ribaltato il tavolo”, con una nuova maggioranza di 225 a 197: meno dell’annunciata “onda blu”, ma comunque una vittoria.

In termini intermedi, l’affluenza alle urne è infatti aumentata fino al 47% degli elettori, rispetto al 36,7% del 2014 e al 41% del 2010. Ma l’impatto della nuova maggioranza democratica sarà in gran parte determinato dalla capacità dei Democratici di non compiacersi, relativizzando la loro vittoria e impostando con precisione chirurgica le loro prossime mosse. Trump li ha battuti in astuzia quasi a ogni turno, forse trattenendo volutamente il peso dalle gare del 2018 e concedendo implicitamente alle tendenze popolari.

D’altronde aveva fatto un’energica campagna per i candidati repubblicani al Senato. Tutti i suoi favoriti hanno vinto, aumentando la maggioranza repubblicana in quello che è considerato il corpo più autorevole del Congresso, dove i termini del Senato durano per sei anni. Adesso, con i democratici a gestire l’Assemblea, dove i termini sono solo due anni, Trump potrà confliggere con la loro dirigenza nel 2020 – avendo buon gioco a dire: “vedete cosa succede quando i democratici hanno la maggioranza? Bloccano tutto!”.

Oppure, ostacolato dai Democratici e stufo delle suppliche repubblicane, Trump potrebbe addirittura minacciare un terzo ruolo, se scegliesse di candidarsi nuovamente alla presidenza, gettando entrambe le parti alle fiamme e ridicolizzando il sistema politico statunitense. È perfettamente credibile che l’autentico scopo finale di Trump sia quello di distruggere per sempre il sistema americano dei due partiti.

È anche importante capire dove le elezioni a medio termine del Congresso si inseriscano, nel più ampio teatro trumpiano della politica nazionale americana.

Quando Trump iniziò la sua scalata alla Presidenza, in un primo momento fu considerato soltanto un cialtrone: incapace di ottenere la stessa nomination repubblicana, per tacere della Presidenza. Ma poi un contendente repubblicano dopo l’altro rinunciò vigliaccamente, lasciandogli spazio. E Hillary Clinton non ha saputo connettersi con l’unica base elettorale che aveva sempre sostenuto i democratici: la classe lavoratrice. Durante la sua battaglia contro Trump non ha visitato nemmeno uno stato chiave, il Michigan, anche se l’aveva perso nelle primarie democratiche inaspettatamente contestate al senatore più vetusto del Vermont, Bernie Sanders. Clinton ha eluso l’allarme delle primarie del Michigan, con il risultato fatale che il Michigan è passato a Trump: per un soffio, ma sufficiente a costarle la Presidenza. Anche riconoscendo il peso e il ruolo delle “fake news” e dell’interferenza russa, lo scarto Trump-Clinton non avrebbe mai dovuto essere così fragile in stati tradizionalmente democratici.

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Una carovana da Nicaragua

di Lucia Capuzzi

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Pablo Delgado

Ha camminato per 148 chilometri sulle stampelle. Madre, padre e compagni di viaggio, a turno, l’hanno aiutato nei tratti più difficili. Poi, all’arrivo a Pijijiapan, in Chiapas, ha trovato ad attenderlo una sedia a rotelle. Dono del sindaco del paese. “Quasi piangevo quando l’ho vista. Ora sfreccio sul mio bolide”. In realtà, quando l’asfalto cede il passo a sterpi e sterrato, gli altri migranti devono spingere. Ma il più delle volte è Axel stesso a liberare le ruote dalla terra e ad andare avanti, senza mai perdere il sorriso. Questo ragazzino di 14 anni, nato a Diriamba in Nicaragua, è l’emblema della Carovana che, dal 13 ottobre, marcia per l’America centrale in direzione Nord. Obiettivo: raggiungere la frontiera statunitense e chiedere asilo.

Poche volte una “notizia” ha la struggente bellezza di un romanzo. La Carovana è una di queste. È difficile, anche per chi è assuefatto dal mainstream vorticoso dei lanci d’agenzia, restare indifferenti a quest’epopea contemporanea, in bilico tra disperazione e fede ostinata nel domani. Tra resa all’inevitabilità dell’esodo e resistenza nella marcia.

La storia ha tutte le caratteristiche del capolavoro letterario. I protagonisti sono straordinari: diecimila persone in marcia per restare vive. Le quali, però, a differenza del solito, hanno l’ardire di sbattere in faccia al mondo la crudeltà della loro fuga. Non si nascondono per evitare gli sguardi famelici delle varie polizie migratorie. Marciano loro accanto, non cedono alle minacce e alle lusinghe, alle promesse illusorie di permessi temporanei e futuri visti. Proseguono, inarrestabili.

I “camminanti” condividono la scena con altri personaggi, usciti progressivamente dallo sfondo per irrompere nella narrazione. Le genti incontrate nel viaggio. Uomini e donne per lo più poveri quasi come i migranti. I quali, però, fanno una scelta assolutamente “fuori moda”: portano acqua, cibo, coperte e il loro affetto al “popolo dell’esodo”. Ovunque, la Carovana riceve i mezzi di sussistenza non dai governi ma dalle comunità e dalle Chiese, in prima linea nell’assistenza. Alla generosità imprevista dei piccoli, si contrappone l’egoismo dei grandi. Il presidente Usa Donald Trump, anche per il suo stile politico, è il perfetto “cattivo” della saga della Carovana. Il Golia-Washington non ha lesinato pressioni sui governi di America centrale e, soprattutto, Messico per fermare il “Davide mobile”. Finora, però, non c’è riuscito. La Carovana macina chilometri con una costanza sorprendente. Pur sapendo di non avere la chiave per aprire la “Gabbia dorata” statunitense. La loro speranza è trovarla nel cammino. Insieme.

Già insieme. In un’era in cui collettività e spazio politico si frammentano fino a polverizzarsi, la Carovana riporta all’attenzione globale la forza dell’agire insieme. Purtroppo, l’esodo dei centroamericani attraverso il Messico non è una novità. Ogni anno, mezzo milione di salvadoregni, honduregni, guatemaltechi parte per inseguire la “chimera americana”. Soli, in terre spesso dominate dai signori del narcotraffico, la maggior parte si “perde” per strada. Specie negli ultimi tempi, in cui la situazione è ulteriormente peggiorata. Colpa del deteriorarsi delle condizioni socio-politiche in Centroamerica. La violenza politica degli anni Ottanta ha mutato pelle ma non ferocia. Gli squadroni della morte, rimasti disoccupati dalle fine delle guerre civili, sono andati a ingrossare le file delle gang giovanili. Queste, da bande di quartiere, sono diventate “maras” e tengono in ostaggio interi pezzi di territorio, grazie all’assenza o alla complicità di istituzioni fragili e a volte infiltrate dalla criminalità organizzata. Le estorsioni a tappeto sono tra i principali motori dell’esodo. Insieme al reclutamento forzato, la pressione dei megaprogetti e del cambiamento climatico. Il mix s’è fatto particolarmente esplosivo in Honduras. Dove, il 26 novembre di un anno fa, la vittoria dell’ex presidente Juan Orlando Hernández in un’elezione contestata e non riconosciuta dall’opposizione, ha provocato una stretta repressiva

Fino al 13 ottobre, però, la fuga era stata “un fatto privato”. A cambiare le carte in tavola è stato un “personaggio minore”, l’honduregno Bartolo Fuentes, attivista e militante dell’opposizione. È stato lui a suggerire ai connazionali, su Facebook, di non partire soli bensì di farlo in gruppo. Si è anche offerto di accompagnarli. Il 12 ottobre, all’appuntamento a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras, si sono presentati in 170. Il giorno dopo, alla partenza, erano già il doppio. Ora superano i diecimila. E alla prima carovana se n’è aggiunta una seconda di 1.500 persone. Naturale che Fuentes sia diventato, agli occhi del governo honduregno, lo “stratega della Carovana”, organizzata per “screditare Hernández”. La sua lunga militanza nella sinistra ne sarebbe una prova. Sarebbe da ingenui pensare che Fuentes non avesse previsto un “impatto politico” sul governo honduregno. Come pure che non abbia pensato all’approssimarsi del voto Usa di midterm quando ha suggerito l’iniziativa. Ma sarebbe ancor più ingenuo – o ideologico – credere che un attivista abbia potuto spingere all’esodo oltre diecimila persone. O che non meglio precisati poteri occulti finanzino questa marcia della disperazione fatta – è sufficiente guardarli e parlare con loro – da esseri umani poveri, spaventati e coraggiosi. Al di là dell’evidente strumentalizzazione politica in chiave midterm, forse non ha tutti i torti Donald Trump quando ha definito questa colonna umana “un’emergenza nazionale”. La Carovana, con il suo pellegrinare dolente e resistente – smaschera gigabite di fake news diffuse dagli “esperti da tastiera”. Possiamo trumpianamente definirli “bad hombres”, “criminali”, “invasori”. Ma essi si mostrano per ciò che sono: donne, uomini, bambini decisi a reclamare collettivamente il diritto all’esistenza dei nati dalla parte sbagliata del mondo. Una prerogativa negata dai grandi della terra e riconosciuta spontaneamente da altri ultimi, come dimostra la solidarietà ricevuta dalla Carovana nel cammino. “Sa chi ha organizzato la marcia?”, mi ha chiesto Rodrigo Abeja di Pueblo sin fronteras che “assiste” i nuovi arrivati in Messico. “Due signore che di nome fanno fame e morte”. La Carovana è il rifiuto di entrambe. E per questo è un meraviglioso inno alla vita.

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Nel labirinto della Catalogna

di Jordi Borja

traduzione di Sara Papini e Giada Poggianti

murale di Ze Carrion

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Tra coesione e frattura

La società catalana è varia e contraddittoria. Come tutte le società. Ma non è corretto semplificare dicendo che una metà è a favore dell’indipendentismo e l’altra contro. Le elezioni catalane recenti (dicembre 2017) e quelle precedenti, sebbene circa un 50% dei voti sia andato ai partiti pro indipendenza e l’altro 50% ai contrari, non equivalgono a una consultazione popolare o a un referendum. È molto probabile che una parte di quelli che votano i partiti indipendentisti esprima quel voto per indignazione verso il governo del Partito popolare (Pp) e degli altri partiti statali come Ciudadanos e Partito socialista operaio spagnolo (C’s e Psoe) e che in un referendum faccia marcia indietro. L’indipendentismo di fronte all’attuale direzione del Psoe non si esprime allo stesso modo che con il Pp, infatti oggi non supera il 40% ed è possibile che si avvicinerebbe al 30% se venisse istituita una commissione bilaterale per rafforzare l’autogoverno senza pregiudicare la Costituzione. Come dice il proverbio: “meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Tra chi vota i partiti che non difendono l’indipendenza c’è una grande varietà di individui: quelli che voterebbero l’indipendenza se fosse fattibile, quelli che votano a sinistra per altre ragioni, come per esempio le politiche sociali o per fedeltà al partito e quelli che difendono o accettano una consultazione popolare, o un referendum, e accetterebbero una miglioria significativa del quadro normativo catalano. Questi individui rappresentano all’incirca il 2030% dei votanti. Anche coloro che sono radicalmente contrari all’indipendenza, gli “unionisti” per origini o ideologia, rappresentano il 2030%. Si tratta di numeri aleatori perché dipendono dagli attori politici. L’immagine suggerita è che non esiste una maggioranza indipendentista dura e pura in grado di imporre un referendum e che, anche in caso contrario, sarebbero già state create le condizioni per garantire il NO all’indipendenza, perché lo Stato e il governo spagnoli avrebbero provveduto a dialogare e ad accettare migliorie a livello di autonomia. Ma non è nemmeno scontato che la maggioranza dei catalani si voglia adattare all’attuale relazione con lo Stato centralista che, a partire dal novembre del 2017, ha distrutto lo Statuto di Autonomia con la sentenza del Tribunale costituzionale, messo in questione la lingua e l’istruzione catalane, mortificato economicamente la Catalogna, applicato a sua discrezione l’articolo 155 per trasformare la regione in una “colonia” e incarcerato i leader politici indipendentisti.

Su alcune resistenze della società catalana. Le organizzazioni sociali e culturali, i partiti politici e i leader indipendentisti si comportano come se la maggioranza stesse dalla loro parte o comunque accettasse l’indipendenza. Ma non è così. Esistono settori della società che rifiutano o provano disgusto verso il catalanismo politico, lo statuto di autonomia e le espressioni dell’indipendentismo. Si tratta di una parte dei funzionari dello Stato centrale, dei collettivi di estrema destra “spagnolista” e di alcuni settori ultraconservatori, mossi da sentimenti “spagnolisti” strettamente vincolati allo Stato. È impossibile farne una stima ma rappresentano un’esigua minoranza, molto eterogenea. Inoltre esistono due collettivi, molto più importanti, che si oppongono all’indipendentismo: i grandi gruppi economici e una nutrita frangia di classi popolari di origine non catalana. I potenti gruppi economici danno lavoro a una cospicua parte della popolazione e ai settori professionali che dipendono direttamente o indirettamente da tali gruppi, e la stragrande maggioranza di loro accetta lo Statuto catalano e di sicuro anche un maggiore autogoverno, purché venga pattuito con lo Stato centrale. Tuttavia, gli stessi gruppi rifiutano l’indipendenza perché temono i disordini che potrebbe generare, le difficoltà che potrebbero venire a crearsi nelle relazioni con la Spagna e, soprattutto, la probabile esclusione dall’Ue per un lungo periodo. Il governo catalano indipendentista non ha saputo o non ha potuto stabilire complicità con questi gruppi economici. Quando è stata proclamata la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, varie centinaia di imprese, tra cui alcune molto potenti, come La Caixa e il gruppo Planeta, hanno trasferito le loro sedi fuori dalla Catalogna. L’impatto economico non è stato importante, ma lo sono stati quello politico e quello simbolico. Tuttavia, a sembrare più significativo è il comportamento delle classi popolari.

 

La questione delle classi popolari

Di sicuro uno dei grandi errori del governo catalano indipendentista. Le sue idee, espresse sempre in catalano, non sono arrivate a una parte importante delle frange popolari che, pur comprendendolo nella quasi totalità, utilizza quotidianamente la lingua castigliana. Dubito anche che il riconoscimento del bilinguismo castigliano/catalano nel contesto di una Catalogna indipendente li abbia in qualche modo toccati. Esistono dei motivi di ordine pratico, come la paura del cambiamento e dei suoi effetti, per esempio, sulle pensioni o sulla perdita dei posti di lavoro. Insieme alla paura che, in una Catalogna indipendente, i cittadini di origine non catalana possano essere considerati o possano sentirsi “cittadini di secondo grado”. E ancora l’idea che l’indipendenza possa rendere difficili o impossibili le relazioni con i familiari residenti in altre parti della Spagna, che possa creare un distacco con le proprie origini, o quelle dei padri o dei nonni, con la propria cultura, che comunque è già sbarcata in Catalogna (si pensi soprattutto al flamenco: alcuni dei migliori cantanti e ballerini, sia uomini che donne – come Mayte Martin, Antonio Poveda, Carmen Amaya o La Chunga –, sono catalani). Ma permettetemi un cenno storico più esplicativo.

Noi catalani d’origine saremmo meno della metà della popolazione attuale. Poi però arrivarono gli “altri catalani”, “els altres catalans”, come li definì lo scrittore Paco Candel, immigrato da bambino e vissuto in una baraccopoli sulla montagna di Montjiuc. Dall’inizio del xx secolo, si sono riversati in Catalogna una moltitudine di uomini e donne, famiglie intere, provenienti da altre regioni della Spagna, spinti dalla povertà e dalla disoccupazione, portando con sé una lingua (il castigliano), una cultura e una propria ambivalenza. Hanno trovato lavoro e con molti sacrifici sono rimasti, crescendo figli e nipoti. L’immigrazione è stato un processo lungo, che però si è praticamente esaurito negli anni ’70. Certo, una piccola percentuale di immigrati è tornata alla sua terra d’origine, soprattutto pensionati. Ma la maggior parte è rimasta in Catalogna, dove ha appunto figli e nipoti. Non esistono catalani da un lato e castigliani dall’altro, né minoranze estreme. Quasi tutti capiscono il catalano e molti sono più o meno bilingui. Si sono, in un modo o nell’altro, mescolati con i catalani d’origine. I loro figli e nipoti hanno imparato il catalano, la storia e la geografia della Catalogna, molti di loro hanno acquisito una mobilità sociale positiva e diversi sono arrivati all’Università. La maggior parte si considera sia catalana che spagnola, alcuni nella stessa misura, altri più spagnoli che catalani, addirittura una minoranza si definisce esclusivamente catalana e indipendentista e un’altra più esigua minoranza si definisce solo spagnola. Non c’è apartheid, non ci sono due opposti, né cittadini con pieni diritti e altri con minori diritti. Se ciò esiste, è nei confronti degli immigrati arrivati a partire dalla fine del xx secolo, da paesi del resto del mondo.

Ma gli “altri catalani”, molti di loro, vivono in quartieri e in città alla periferia di Barcellona (Hospitalet, Cornellà, Badalona, Santa Coloma, Tarragona, Manresa, Sabadell, Terrassa, Mataró, Gerona, eccetera). In queste aree il castigliano è la lingua più diffusa, anche se molti parlano catalano (a scuola o al lavoro) o per lo meno lo capiscono. La cultura catalana in senso stretto è poco presente in queste zone, quartieri più o meno distanti dal “centro” e per anni marginali, ma la situazione è migliorata considerevolmente grazie alle politiche dei municipi, perché quasi tutti hanno avuto giunte di sinistra. Tutti, o quasi, si sono integrati nel mercato del lavoro e hanno migliorato le proprie condizioni di vita, diventate analoghe a quelle dei catalani d’origine. Ma in gran parte sono meno integrati nel territorio e nella cultura catalana, politica inclusa. Un segnale importante è dato dalla tipologia di voto. Alla fine degli anni ’70 e negli anni ’80, prima tappa della democrazia, nelle zone abitate da quelli che un tempo erano stati immigrati, dai loro figli e nipoti, votavano tutti per i socialisti e i comunisti. Quando il Pce-Psuc (Partito comunista catalano) implose, perdendo una consistente fetta di elettorato, una parte dei voti passò al Pp e addirittura, per tendenza al conservatorismo, a Convergencia (centro destra catalano), perché c’era un bel po’ da conservare, come diceva Juan de Mairena (alter ego di Antonio Machado). Il Psc(partito socialista catalano) invece, manteneva gran parte del voto popolare nelle elezioni municipali e statali. Mentre il voto catalanista aveva la meglio nelle elezioni della regione autonoma. Non è un segreto: alle elezioni per il Parlament de Catalunya una fetta importante della popolazione non originaria non votava.

Perché spesso le popolazioni originarie di altre parti della Spagna e il loro discendenti si astengono dal partecipare alle elezioni del governo catalano e delle due consulte? Alle recenti elezioni (dicembre 2017) c’è stata un’affluenza al voto di massa, compreso nei quartieri e municipi dove predomina il castigliano. In pochi hanno votato i socialisti e ancora meno “Los Comunes” (il blocco delle sinistre). Hanno votato contro l’indipendenza e dal momento che Pp e Psoe erano stati delegittimati a causa delle loro politiche neoliberali, il voto è andato a Ciudadanos, che non aveva mai governato e si era fatto principale portavoce dell’anti indipendentismo. Ho avuto modo di constatare personalmente un segnale. A Nueve Barrios, un’area a maggioranza proletaria e popolare, con una popolazione di 180mila abitanti che tendenzialmente votava a sinistra, ci hanno detto: “ora votiamo Ciudadanos perché non vogliamo l’indipendenza della Catalogna, ma alle municipali (che saranno a maggio del 2019) voteremo voi”. Qualcosa di simile è successo in occasione del referendum illegittimo del 1 ottobre. Nei municipi e nei quartieri più “castiglianizzati” la partecipazione è stata decisamente minore. Mentre nelle aree centrali urbane e rurali ha votato il 6070% della popolazione, nelle aree periferiche l’affluenza è stata del 30%. In conclusione: il catalanismo, malgrado i propositi, non è riuscito a integrare gran parte degli “altri catalani” non tanto nella cultura catalana “originaria” quanto mediante la stessa, dando risalto alla (o alle) cultura (culture) delle popolazioni originarie del resto della Spagna. Ovviamente, non tutta la popolazione di origine non catalana si comporta allo stesso modo, specialmente i nati in Catalogna. Molti di loro tendono a comportarsi in modo simile ai catalani d’origine, ci sono sia indipendentisti che gente di sinistra, che si considera catalana e più o meno spagnola. Tuttavia, gran parte degli “altri catalani” ha mantenuto un forte attaccamento alle proprie origini, pur non nascendo nelle regioni dei loro padri o dei loro nonni. Allo stesso modo, il concentrarsi in quartieri e aree periferiche, così come in ampie zone delle città dove la cultura catalana arriva come qualcosa di estraneo, ha favorito il recupero delle proprie culture d’origine. Forse si sarebbero dovuti promuovere progetti urbanistici ed edilizi che, invece di creare agglomerati extra cittadini, favorissero l’integrazione sul territorio degli “altri catalani”. Si tratta in gran parte di un’eredità del franchismo, ma sono passati 40 anni e di tempo ce n’è stato per ricostruire città, centri e agglomerati adatti a tutti. Una maggiore integrazione socio-culturale avrebbe contribuito a rinforzare le relazioni tra le popolazioni catalane, sia autoctone che non, con quelle del resto della Spagna.

La manipolazione spagnolista contro la Catalogna del Pp e di C’s ha instillato un veleno perverso: dividere e mettere a confronto spagnoli del resto della Spagna e catalani, siano essi indipendentisti o non dichiaratamente spagnolisti. I partiti statali, rivolgendosi ai cittadini di origine non catalana, hanno diffuso paure, disconoscimento, sfiducia nei conforti dei politici indipendentisti, incitandoli a mobilitarsi contro i catalani. E per farlo si sono serviti di gruppi e organizzazioni di estrema destra, incitando alla violenza e attirando a sé minoranze, ma non la maggior parte della popolazione radicata in Catalogna. Di certo c’è che hanno creato inquietudine e timori nei confronti dell’indipendenza. Sono state istituite campagne per convincere i cittadini di origine castigliana che i governi di origine catalana sono per loro una minaccia, e che lo sarebbero ancora di più in caso di indipendenza, perché verrebbero trattati da immigrati, non potrebbero più usare il castigliano e perderebbero le proprie radici e le relazioni con altre regioni della Spagna, dove sono nati i loro padri e i loro nonni. Ma nonostante il moltiplicarsi degli attriti e delle spaccature nella vita quotidiana, non esiste né è probabile che si sviluppi una frattura sociale che porti a uno scontro politico-culturale o etnico. Tuttavia, uno dei grandi errori dell’indipendentismo catalano è stato il non aver attuato una politica di riconoscimento degli “altri catalani” e della società spagnola. Ma il raggiungimento di un tale obiettivo avrebbe richiesto un processo graduale, lento e profondo. Invece si è optato per prendere una scorciatoia avventata, irresponsabile e senza mezzi termini, per andare avanti e culminare con l’indipendenza. Lo Stato spagnolo possedeva tutti i mezzi per impedire questo processo e reprimerlo. Ma non ha trovato sostenitori, né in una parte di Catalogna né nel resto della Spagna. Vediamo come si è arrivati al disastro. Enormi errori sono stati commessi, da parte degli uni e degli altri.

 

È scoppiata la crisi e hanno sciolto i piromani

I governi, quello spagnolo e la Generalitat de Catalunya, così come i partiti politici, statali e unionisti come il Pp, C’s e con loro il Psoe, gli indipendentisti, Junts por Catalunya (Convergencia e Indipendentes), Esquerra Republicana e i Cup (Comitati di unione popolare) si sono giocati le loro carte e responsabilità nella peggior maniera possibile. Ogni blocco include destra, centro e sinistra, cosa che, quando è scoppiato il confronto tra “nazionalisti”, ha messo fuori gioco le forze moderate o pattiste, privilegiando la passione invece che la ragione, lo scontro invece che la politica. Vediamo ora in che modo si possa dire che la crisi esplosa negli ultimi mesi del 2017 abbia cominciato a prendere piede a partire dalla consultazione illegale del 2014.

Il successo della consultazione illegale del 2014 fu una sorpresa per il governo spagnolo convinto, insieme agli organi dello stato, che si sarebbe trattato di una buffonata. Che sarebbe stato sufficiente servirsi dei mezzi di comunicazione e di un miscuglio di minacce, e affermare, oltre all’illegalità, la totale inutilità di tale ricorso per far sì che solo un’esigua minoranza scendesse per strada. Ne erano certi, sia per le ragioni di cui sopra, sia per le difficoltà tecniche necessarie a organizzare una consultazione: locali, mobilitazione di migliaia di organizzatori, censimento e controllo dei potenziali votanti. Ma si mobilitarono, e votarono, in 2milioni e 300mila. Il 90% votò a favore di uno Stato catalano. Bisogna tener presente che la popolazione catalana supera i 7 milioni, ma più di un milione sono immigrati extracomunitari e non votarono per mancanza di consapevolezza, sebbene fosse stato offerto loro il diritto. Ovviamente, i contrari all’indipendenza e alla consultazione si astennero dal voto. Così come altri, che lo fecero per paura o per difficoltà pratiche. Tuttavia è stata la più grande e la più importante mobilitazione contro il governo spagnolo della storia catalana. Un esercizio del diritto di espressione e di manifestazione. Però, su richiesta del governo, i tribunali avviarono processi civili e penali a carico dei leader catalani, Presidente della Generalitat compreso, per aver favorito la consultazione senza ripercussioni giuridiche. Vennero condannati a multe pecuniarie straordinarie e interdetti da qualsiasi incarico politico. Così prese avvio la repressione. Se la tensione nel panorama politico era già alta, il governo spagnolo attuò da piromane.

La Generalitat e le organizzazioni indipendentiste, Asemblea nacional catalana (Anc), e Omnium cultural (Oc), avevano acquisito un considerevole capitale politico e sociale. L’Anc, nata agli inizi del 2012, nel 2015 aveva già 80mila affiliati, più della metà attivi. E continua a crescere tuttora. Oc supera i 100mila soci, e anche se probabilmente non dispone di molti attivisti, tutti pagano la propria quota. Sommati formano un gruppo di membri attivi che supera quelli di tutti i partiti politici messi insieme. L’Anc è composta da individui provenienti dai ceti medi e popolari, oltre che da molti giovani. Una fetta importante è composta da gente di sinistra. Ai suoi albori, negli anni ’60, la base di Oc era finanziata da élite di imprenditori e professionisti della classe medio-alta, e comprendeva individui dei ceti medi, molti dei quali provenienti dall’ambiente universitario, letterati ed élite culturali. Negli ultimi 5 anni è cresciuta molto e ha differenziato la propria composizione, comprendendo ora tutti i ceti sociali. Queste organizzazioni possiedono un’enorme capacità di mobilitare i cittadini, molto più delle istituzioni e dei partiti politici.

La Generalitat assunse la leadership del processo indipendentista, ma furono Anc e Oc a sostenere e organizzare la mobilitazione, specialmente per quanto riguarda le enormi manifestazioni di piazza della Diada, la giornata nazionale della Catalogna, l’11 settembre 2015, 2016 e 2017, in cui parteciparono un milione e mezzo di persone. Sulla base “legittimante” della consultazione del 2014, il governo catalano stabilì una tabella di marcia di un anno e mezzo che avrebbe portato alla dichiarazione d’indipendenza. Il miraggio di una Repubblica di Catalogna fomentò la mobilitazione e generò grandi speranze in un’ampia fetta di cittadinanza composta da oltre 2 milioni di indipendentisti. Ma non fu tenuto conto che le grandi manifestazioni di strada, come modalità di espressione, non sono esattamente la stessa cosa di un’istituzione come la Generalitat, con il suo governo e il suo parlamento. Si legiferò quindi e vennero presi accordi di governo per dichiarare l’indipendenza ed elaborare il passaggio a stato indipendente. I cittadini indipendentisti vissero due anni di speranze e il governo catalano deve aver pensato che prima di raggiungere il punto di rottura, lo Stato spagnolo avrebbe aperto un dialogo o, se si fosse dichiarata unilateralmente l’indipendenza, sarebbe stata accettata in ambito internazionale e lo Stato spagnolo non avrebbe esercitato la repressione di fronte a un popolo pacifico, in strada e all’interno dell’Unione Europea.

La Generalitat commise tre gravi errori. Lo Stato spagnolo optò per una soluzione giuridica del problema, che il Tribunale costituzionale attuò sistematicamente annullando tutti gli atti del processo indipendentista, e, quando necessario, intraprese una politica di repressione in strada, oltre a sospendere le istituzioni catalane. Secondo errore, la mobilitazione indipendentista fu ed è stata totalmente pacifica e appassionata, ma non era organizzata per prendere il controllo del territorio e, inoltre, non aveva tenuto conto che in Catalogna almeno un terzo della popolazione era assolutamente contrario, e si sarebbe potuto mobilitare, e un altro terzo o più sarebbe rimasto a casa. Terzo errore, era assolutamente prevedibile che l’Ue e l’ambito internazionale non avrebbero accettato una dichiarazione unilaterale d’indipendenza e che avrebbero appoggiato lo Stato spagnolo, paese formalmente democratico, che fa parte dell’Ue e della Nato, e che se si fosse accettata l’indipendenza un effetto domino avrebbe potuto toccare altri territori (Italia, Baviera, Fiandre, Scozia, Corsica, eccetera).

Lo Stato spagnolo ha dimostrato grande incompetenza e, guidato dalla superbia, dall’ignoranza e dalla mancanza di consapevolezza di stato democratico che lo caratterizza, ha moltiplicato gli errori. Il primo fu di sottoporre all’esame del Tribunale costituzionale la modifica dello Statuto catalano approvato dal Parlamento spagnolo e dal referendum catalano. Manipolò il tribunale affinché compisse tagli aggressivi e fece un’ampia campagna anti catalana. Il secondo errore fu di non voler riconoscere il sentimento maggioritario in Catalogna che sfociò nella consultazione (tra il 70 e l’80%) e poi nell’indipendentismo (quasi al limite del 50%). Non concesse spazio al dialogo con la Generalitat, non riconobbe rimostranze, non propose competenze o concessioni tipiche della nazionalità o che altre comunità possedevano. Il terzo errore fu quello di moltiplicare le minacce di fronte alla possibile dichiarazione d’indipendenza e, invece di aprire una commissione bilaterale con lo scopo di trovare un compromesso previsto dalla Costituzione, fece dei tribunali una “polizia politica”. Nel frattempo il processo catalano avanzava spedito verso il fatidico 1 ottobre 2017.

La Generalitat raggiunge il bordo del precipizio… Inizialmente aveva deciso di considerare valida la consultazione del 2014 e, come prima cosa, dichiarare l’indipendenza e la repubblica catalana, e poi durante la transizione indire un referendum, avviare negoziati con lo Stato spagnolo e rimanere nell’Ue, non come parte della Spagna, ma come stato indipendente. Atteggiamento che ricorda il racconto della lattaia, che immagina tutto ciò che avrebbe comprato una volta venduta l’intera brocca di latte. Alcuni mesi prima del 1 ottobre, per offrire un’immagine più democratica, si decise di indire un referendum, legalizzato dal Parlament catalano. Subito dopo, sarebbe stata dichiarata l’indipendenza unilaterale. In realtà gli indipendentisti speravano, senza esplicitarlo, che il governo spagnolo, come aveva proposto la Generalitat in pubblico e in privato, si aprisse al dialogo. Osserviamo ora gli errori degli indipendentisti. Primo errore, non puoi lasciare l’iniziativa all’avversario, e meno che mai dipendere dall’apertura in extremis di un dialogo negato dal 2012 e ancora di più dopo il 2014. In realtà era abbastanza ovvio che il governo spagnolo e la magistratura non vedessero l’ora di aver l’opportunità di sospendere la Generalitat (articolo 155 della Costituzione) e di mettere sotto accusa i leader politici catalani. Secondo errore, promuovere un referendum illegale secondo le istituzioni spagnole, anche se, per la Costituzione, al contrario di quanto affermato dal governo e dal Tribunale costituzionale, è sicuramente legale, ma di natura non vincolante, e quindi non determinante. Cosa che lo penalizza. Inoltre, bisognava tener presente che oltre la metà del Parlament (di uno o due voti), non soltanto le destre spagnoliste (Pp e C’s) ma anche i socialisti e il blocco delle sinistre, si era opposta al referendum illegale. E, cosa più grave, non ci fu un dibattito previo con la cittadinanza, così il 1 ottobre del 2017 la metà della popolazione si astenne dal partecipare al referendum. È necessario precisare che molti cittadini, compreso l’autore di questo articolo, pur non essendo indipendentisti, votarono convinti che, con il consenso del governo spagnolo, il referendum avrebbe potuto essere legale. Terzo errore, il giorno dopo il referendum, elaborare e approvare un insieme di leggi e normative per mettere in marcia il processo indipendentista: “Legge di disconnessione dallo Stato spagnolo” e “Legge di transazione giuridica e costitutiva della repubblica catalana”. Il tutto dibattuto e approvato durante una sessione durata soltanto alcune ore. I partiti statali abbandonarono il Parlamento (Pp, C’s e socialisti) e il blocco delle sinistre intervenne con durezza e votò a sfavore. Non era difficile supporre che la storia sarebbe finita molto presto e molto male per il processo catalano.

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Tempesta in arrivo in Argentina

di Lucia Capuzzi

murale di El Marian

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Per prima cosa, scompaiono le etichette dei prezzi nei supermercati: è il cassiere a dire l’importo, in base al valore di giornata del dollaro. Nella guida non scritta alle crisi argentine, questo è il segnale di “tempesta in arrivo”. La gente lo sa. L’ha imparato con l’esperienza dei tracolli repentini accumulati dal Paese nell’ultimo mezzo secolo. Alla ricomparsa dei cartellini, al contrario, segue un sospiro di sollievo collettivo. È quanto accade in questi giorni a Buenos Aires e dintorni. Chissà quanto durerà, si domandano le persone. Almeno, per ora, però, il dollaro ha smesso di crescere e s’è assestato intorno ai 40 pesos.

Il dollaro, già. A parte gli Usa, l’Argentina è l’unica nazione in cui il biglietto verde è l’ossessione nazionale. Appena svegli, i cittadini non controllano la propria valuta, ovvero il peso, bensì le quotazioni del dollaro. Quando questo sale, i prezzi lo seguono e l’economia comincia a scricchiolare; quando impenna, la rottura s’avvicina. Il perché di tale circolo vizioso non è immediatamente comprensibile agli osservatori stranieri. “Da noi, una variazione del cambio ha un impatto immediato sui prezzi. È una peculiarità argentina che deriva dalla sua crescita irregolare” – spiega il sociologo Gabriel Puricelli del Laboratorio de políticas públicas di Buenos Aires. “Dati i continui tonfi dell’economia e relativa distruzione del valore della moneta nazionale, i cittadini hanno smesso di considerarla come una riserva. Chi può risparmia in dollari. Al minimo accenno di crisi, la maggioranza degli attori economici calcola i propri costi futuri in biglietti verdi, non in pesos. I supermercati, dunque, si precipitano ad attualizzare, cioè ad aumentare, i prezzi in base al rialzo del dollaro, anche se il costo di produzione della merce resta invariato”.

Ecco perché le recenti “montagne russe del peso” hanno cominciato a pesare non poco sulle tasche dei settori popolari, con un incremento della povertà del’1,6 per cento nel primo semestre del 2018. E la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi mesi.

Per capire come la Repubblica del Plata – terzo produttore mondiale di miele, soia, aglio e limoni, il quarto di pere, mais e carne, il quinto di mele, il settimo di mais e olii, l’ottavo di anacardi – si sia infilata nell’ennesimo vicolo cieco, è necessario fare un passo indietro al 2015 quando l’attuale presidente, il liberale Mauricio Macri, vinse le elezioni con la promessa di “rimettere i conti in ordine”. Quello precedente, guidato da Cristina Fernández de Kirchner, gli aveva lasciato un’eredità difficile, con alta inflazione – per quanto i dati ufficiali non venissero diffusi – e il deficit al 7 per cento. La gestione macrista, però, ha finito per aggravare la crisi invece che risolverla. A causa di un “eccesso di ottimismo”. O di leggerezza. Una lezione importante, anche fuori dall’America Latina.

Prima, c’è stata la liberalizzazione improvvisa del cambio peso-dollaro, appena entrato in carica Macri, che ha fatto schizzare l’inflazione al 40 per cento. Poi, s’è aggiunto il crescente indebitamento con l’estero, nella convinzione che l’inizio di un ciclo espansivo avrebbe consentito il pagamento di far fronte alle pendenze. Ciò non è accaduto. Al contrario, l’aumento dei tassi di interesse negli Usa ha prosciugato gli investimenti nei mercati emergenti.

L’Argentina, così, si è trovata a dover ricorrere al Fondo monetario internazionale, l’unico possibile finanziatore relativamente a buon mercato. E l’ha fatto non una ma due volte. La prima a giugno, per ottenere un prestito di 50 miliardi di dollari in tre anni. La seconda a fine agosto, per accelerare i pagamenti e ottenere un bonus di 7 miliardi extra.

Un’arma a doppio taglio. Per gli argentini, il ricorso al Fmi rievoca l’incubo del 2001, quando il Paese non riuscì a pagare il conto di anni e anni di debiti contratti con il beneplacito del Fondo. In cambio dell’aiuto, inoltre, Macri ha promesso un rigido piano di austerità per fare ordine nelle finanze pubbliche. Il drastico pacchetto si muove su due direttrici. Primo, tagliare il tagliabile. Dai ministeri, passati da 22 a 11, agli investimenti pubblici, dai sussidi per elettricità e trasporto, ai salari degli statali, alle assunzioni nella pubblica amministrazione. L’altro pilastro è l’aumento del gettito fiscale, ovvero delle tasse, in primis quelle sulle esportazioni, abolite sull’onda dell’ottimismo post-elettorale.

Tali misure saranno sufficienti a evitare un “corralito-bis?”. Difficile rispondere ora: a differenza del 2001, le banche sono solide. L’Argentina, dunque, potrebbe resistere alla bufera. Di certo, però, a pagare il conto della crisi, sono e saranno i settori più fragili. Una parte importante della popolazione. Al terzo dei cittadini poveri, si somma un ulteriore 10 per cento che rischia di diventarlo alla prima congiuntura negativa. Oltretutto, gli effetti maggiori delle oscillazioni del cambio sui prezzi si vedranno nel corso dei prossimi mesi – almeno 12 –, in cui si prevede una contrazione del pil del 2,4 per cento. Per gli analisti, dunque, la povertà si incrementerà di almeno 34 punti percentuali. Al contrario, per l’1 per cento più ricco della popolazione – i cui capitali sono in dollari -, la svalutazione rappresenta una straordinaria opportunità: in pratica i proventi moltiplicheranno di valore senza alcuno sforzo. Insomma, la crisi – in Argentina ma non solo – non è democratica.

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Raqqa e Daesh, un anno dopo

di Domenico Chirico

murale di Murad Subay (Yemen)

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Raqqa era una delle due capitali dell’Isis (che chiameremo con l’acronimo arabo Daesh). Era una città di circa mezzo milione di abitanti nel cuore della Mesopotamia. Bagnata dal fiume Eufrate e circondata da terre fertili. Raqqa è stata una delle prime città a liberarsi da Assad, insorgendo contro la dittatura. Ma nel giro di poco tempo sono stati i gruppi più radicali a prendere il sopravvento, finché non è stato Daesh che ha scalzato tutti e ha reso la città una delle capitali del Califfato.

Raqqa è stata rasa al suolo, come Berlino durante la seconda guerra mondiale. La coalizione internazionale ha voluto punire il luogo da dove sono state pianificate molte battaglie e dove sono stati ideati alcuni attentati in Europa, come quelli di Parigi.

Durante la battaglia c’erano sotto le bombe solo tre ong che prestavano aiuto ai civili feriti, tra cui Un ponte per… con la Mezza Luna Kurda. Le persone fuggivano sulle due strade principali di uscita dalla città e trovavano una villa trasformata in una clinica in cui c’erano medici e infermieri pronti a stabilizzare i feriti, dare le prime cure e caricare le ambulanze per chi aveva bisogno del più vicino ospedale. Cinque ambulanze erano al fronte, pronte a evacuare i civili feriti subito. Vita e morte si avvicendavano velocemente in quei giorni. A volte si riuscivano a salvare vite umane, altre se ne constatava la fine, senza avere il tempo di pensarci. Come sempre donne, anziani e bambini erano in fuga. Dall’alto costantemente si sentivano gli spari e i bombardamenti. Un giorno un intero palazzo abitato dai pochissimi cristiani rimasti in città durante Daesh è stato evacuato. Operazione complicatissima da svolgersi durante la battaglia. Le ambulanze in prima linea portarono via 10 famiglie. Fantasmi di Raqqa salvati. Un altro giorno miliziani di Daesh travestiti da militari delle forze regolari sono arrivati alle porte della villa-ospedale da campo ed hanno aperto il fuoco contro pazienti e medici. Un famoso giornalista kurdo è morto così, mentre provava a raccontare quel pezzo di storia. Gli altri, per fortuna si salvarono. I medici che erano lì quel giorno hanno ancora gli occhi pieni di orrore.

Un anno fa Raqqa è stata liberata. Del circa mezzo milione di abitanti che vivevano in città e nell’area sono rientrate subito centomila persone. Meglio parlare di centomila anime stanche di sfollare e vivere nei campi profughi. Stanche di errare disperatamente tra un fronte e l’altro di una guerra che si trascina da 8 anni. E tutte hanno sfidato il divieto di rientrare nonostante le autorità locali avessero avvertito che Daesh aveva lasciato la città piena di mine e trappole esplosive. Così i mesi dell’autunno sono passati a ricostruire case e rifugi di fortuna e a contare le persone che saltavano sulle mine. E i medici hanno spostato la clinica dalla villa di periferia al cuore della città. Ogni giorno 300 persone, per lo più donne e bambini, sono in fila per avere cure di base che non dà più nessuno gratuitamente. Ci sono un paio di centri privati che chiedono tanti soldi e non esiste più un servizio sanitario pubblico. Ci si ammala per la guerra e ci si ammala semplicemente perché non ci sono più medici da cui andare quando se ne avrebbe bisogno. E poi molti sono fuggiti all’estero o altrove. La classe media in queste guerre è la prima ad avere possibilità e risorse per scappare. E spesso per non tornare. Così le infermiere e gli studenti di medicina vengono promossi medici sul campo. Paziente dopo paziente migliorano le loro capacità operative. Non c’è tempo per studiare e per fermarsi.

A Raqqa da mesi ogni giorno si spara. Il nuovo ordine egemonizzato da kurdi con alcuni clan arabi e protetto da americani e francesi non va bene a tutti. Alcuni gruppi sparano ogni giorno ai militari che presidiano la città. Alcuni leader politici sono stati uccisi a sangue freddo. Gli equilibri sono molto fragili e ci sono forze come i turchi e il regime di Damasco che non hanno nessun interesse a che si stabilizzi l’area. E soffiano sul fuoco. Come se i siriani non ne avessero visto già abbastanza di fuoco.

A Raqqa abbiamo aperto un ospedale il 16 Settembre. È sorto sulle macerie del vecchio complesso ospedaliero pubblico, usato da Daesh come base e raso al suolo dagli aerei americani. In uno stabile ancora parzialmente in piedi abbiamo ricostruito un intero reparto di maternità e pediatria. Perché a Raqqa continuano a nascere bambini e a crescerci. E sono centinaia, nonostante la guerra, la fame, la violenza e l’incertezza. E ogni giorno arrivano le statistiche della vita che rifiorisce. E della vita che viene strappata alla morte perché spesso un parto sicuro può salvare madri e figli.

Da qui bisogna partire per fermarsi e ragionare. In queste terre c’è stato Daesh e prima la mano violentissima della dittatura di Assad. E poi tonnellate di bombe per cancellare tutto e tutti. I giovani sono pochi, chi ancora al fronte, chi fuggito, chi sfollato in luoghi più sciuri. Mentre appunto migliaia sono i bambini. La vita rinasce ma i frutti e i segni di anni di violenza sono tutti ancora presenti.

Nella narrativa internazionale sembra invece che, finita la battaglia contro Daesh, sia finita anche l’emergenza. E invece comincia esattamente ora l’emergenza. Quella di ricostruire un tessuto di dialogo, civile, di vita comune. Quella di ridare luce alle strade e futuro alle migliaia di minori che continuano a nascere e a crescere. Su questo pochi ascoltano. Investire in cultura, educazione, sanità in Siria sembra troppo rischioso. O è troppo presto. O gli equilibri sono troppo fragili. C’è sempre un buon motivo per rimandare. Ma quando avranno diritto queste persone a ricostruirsi una vita? Solo nell’aldilà o è possibile anche per loro avere una scuola decente e non bombardata dove portare i loro figli?

Ed è qui che a Raqqa ma anche a Mosul la comunità internazionale sta venendo meno. Sta pensando che non sia urgente lavorare sulle speranze di una vita nuova e migliore. Daesh sembra sconfitto, anche se in realtà la battaglia è ancora in corso nella città di Deir el-Zor. E in realtà il fuoco cova ancora sotto la cenere. Magari ha un nome diverso ma il risultato è lo stesso. Ancora c’è violenza.

Dopo la seconda guerra mondiale il Piano Marshall permise, per sostenere il dominio delle super potenze, di far ripartire l’Europa. E anche di lavorare su alcuni dei principi base della riconciliazione e della pace: gli scambi culturali, il perdono, la lettura (più o meno) comune della storia. Non tutto ha funzionato, evidentemente. Dopo 60 anni i fantasmi del fascismo sono di nuovo alle porte, più violenti e disumani che mai. Ma in Siria nessuno sta pensando a un piano Marshall e si pensa solo al contenimento del danno. E alle bombe ancora da sganciare per poi negoziare eventuali accordi di pace tra le superpotenze che dirigono il conflitto: Russia, Iran, Israele, Stati Uniti, paesi del Golfo e altre comparse minori.

E negli occhi dei siriani a Raqqa, delle persone normali che ci vivono, invece vedi solo il desiderio di pace. Di urlare: basta! Pace e convivenza per vinti e vincitori, vittime e carnefici. I siriani più intelligenti sanno che dopo 8 anni di conflitto sono tutti vittime. Un medico mi diceva che aveva curato tanti miliziani di Daesh anche se gli avevano sparato spesso addosso e avevano perseguitato lui e la sua famiglia perché sono di una minoranza religiosa. Ma mi ha detto che era suo dovere curare e intervenire. Sempre. Era suo dovere essere umano. Non servono i milioni di un piano di aiuti. Serve poter accompagnare queste persone nella loro capacità di dialogo e nella loro voglia di ricostruire. Lì a casa loro e non in Germania da rifugiati. Molti tornerebbero subito se la guerra sulla pelle dei siriani finisse. Sembra un’utopia la pace, ma i peggiori conflitti sono finiti.

Di nostro, ora, possiamo solo continuare ad aiutare gli eserciti di professori, medici e persone comuni che stanno ripopolando Raqqa. E offrirgli spazio, ascolto e tempo per ritrovare la vita comune che cercano.

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