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Civiltà al declino: la nostra

di Jared Diamond

traduzione di Francesca Leardini

Ericailcane

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Con il suo ampio studio Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Einaudi 2005) lo storico e geografo statunitense Jared Diamond ha stimolato alcuni giovani francesi a riportare le sue convinzioni sul mondo contemporaneo. Ci sembra utile riproporre afli “Asini” alcune considerazioni di Diamond dal capitolo finale del suo libro.

La maggior parte dei problemi ambientali presenta aspetti che ancora non conosciamo completamente e di cui è legittimo discutere. Ma c’è chi, a mio avviso per scarsa informazione, tende a liquidare il tutto con obiezioni di principio e frasi lapidarie. Vediamo come rispondere alle più comuni.

– Non si può privilegiare l’ambiente a scapito dell’economia. Quindi le preoccupazioni ambientali sono un lusso, le soluzioni proposte sono una perdita netta da un punto di vista economico, dunque meglio risparmiare soldi. In realtà è l’esatto contrario. Un ambiente danneggiato costa enormi somme di denaro, a breve e a lungo termine; il risanamento o la prevenzione permettono invece di risparmiare molti soldi a lungo andare, e spesso anche nell’immediato. È meno costoso prendersi cura della salute dell’ambiente in cui viviamo, cosí come facciamo con il nostro corpo, ed è preferibile prevenire la malattia invece di cercare di curarla dopo che si è sviluppata. Basti pensare ai danni causati dalle erbe infestanti e dai parassiti come il giacinto acquatico e il mollusco bivalve d’acqua dolce Dreissena polymorpha, a quanto spendiamo ogni anno per sradicare queste specie nocive, al valore del tempo perduto bloccati nel traffico, ai costi finanziari delle malattie dovute all’inquinamento, ai costi di ripristino di ambienti inquinati da agenti chimici tossici, all’impennata dei prezzi del pesce per il grave impoverimento dei mari e al valore del terreno agricolo danneggiato o reso inservibile dall’erosione e dalla salinizzazione. Si tratta di sommare i costi di centinaia e centinaia di problemi diversi. Per esempio, il valore statistico di una vita umana negli Stati Uniti (ovvero il costo sopportato dall’economia del paese quando un cittadino medio, che la società ha allevato e istruito, muore prima di aver dato tutto ciò che può all’economia nazionale) si aggira attorno ai 5 milioni di dollari. Moltiplicando questa cifra per una stima prudenziale di 130mila morti annuali dovute all’inquinamento, il costo complessivo di queste perdite è di circa 650 miliardi. Questo dimostra perché il Clear air act (legge approvata nel 1970) ha fruttato un risparmio netto di circa mille miliardi di dollari all’anno, grazie alle vite umane salvate e alla riduzione della spesa in campo sanitario, nonostante gli alti costi del disinquinamento previsto dalla legge.

La tecnologia risolverà i nostri problemi. Questa fiducia nel futuro si basa sulla convinzione, tutta da dimostrare, che la tecnologia abbia risolto piú problemi di quanti ne abbia creati. Gli ottimisti danno anche per scontato che riusciremo a realizzare tutte quelle invenzioni che sono, al momento, ancora allo stadio progettuale, e che lo faremo cosi in fretta da dare ben presto una svolta alla situazione attuale. Due tra i piú famosi uomini d’affari americani da me intervistati hanno eloquentemente sostenuto questa tesi, parlandomi di nuove tecnologie e strumenti finanziari, profondamente diversi da quelli del passato, che risolveranno a loro avviso i nostri problemi ambientali.

La realtà, però, sembra smentirli. Soltanto alcune delle tecnologie che paiono in un primo momento rivoluzionarie giungono a piena realizzazione, mentre altre non superano lo stadio progettuale. In genere ci vogliono alcuni decenni prima che una nuova tecnologia sia realizzata e resa gradualmente operativa su grande scala: si pensi al riscaldamento a gas, alla luce elettrica, alle automobili e agli aerei, alla televisione, al computer e cosi via. Le nuove tecnologie creano sempre problemi imprevisti, anche se riescono a risolvere quelli per cui sono state progettate. Le soluzioni tecnologiche adottate per risolvere un problema ambientale sono di solito molto piú costose delle misure impiegate per prevenirlo: confrontiamo i miliardi di dollari di danni che accompagnano i naufragi delle petroliere con i costi modesti di pratiche sicure ed efficaci intese a minimizzare i rischi di queste catastrofi ambientali.

Il progresso tecnologico non fa che aumentare la nostra capacità di agire, in meglio o in peggio, e molti nostri problemi attuali sono conseguenze negative e non intenzionali della tecnologia esistente. Il rapido progresso del xx secolo, infatti, ha dato origine a problemi nuovi e complessi molto piú velocemente di quanto non abbia risolto quelli vecchi.

Tra i molti esempi possibili ne ricorderò due: i clorofluorocarburi (Cfc) e i veicoli a motore. I gas refrigeranti un tempo usati nei frigoriferi e nei condizionatori (come l’ammoniaca) erano tossici e potevano causare incidenti mortali in caso di guasto. Per questo la sintesi dei Cfc (o gas freon) fu proclamata a gran voce un progresso essenziale. I Cfc sono inodori, non tossici e molto stabili in condizioni normali sulla superficie terrestre, e perciò all’inizio non è stato notato alcun effetto collaterale negativo. Nel giro di poco tempo, i Cfc incominciarono a essere considerati una sostanza miracolosa e vennero adottati in tutto il mondo come refrigeranti, come agenti espandenti per le schiume isolanti, come solventi e come propellenti in bombolette spray. Nel 1974, però, si scopri che una volta arrivati nella stratosfera questi gas si decompongono a contatto con i raggi ultravioletti e liberano atomi di cloro molto reattivi che distruggono una porzione significativa dello strato di ozono. Questa scoperta provocò una violenta reazione tra i produttori, restii a perdere i 200 miliardi di dollari annui che i Cfc fruttavano. La loro messa al bando alla fine fu approvata, ma lentamente: la DuPont (la piú grande produttrice) ha deciso di interromperne la produzione soltanto nel 1988, nel 1992 i paesi industrializzati hanno sottoscritto un trattato per cessarne la fabbricazione entro il 1995, mentre la Cina e alcuni altri paesi in via di sviluppo continuano ancora a usarli. Purtroppo, anche quando sarà completamente cessata la loro produzione, i Cfc continueranno a costituire un problema per molti decenni, perché sono già nell’atmosfera in grosse quantità e si decompongono molto lentamente.

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Perché i “collassologi” vanno presi sul serio

di Laura Centemeri

BUSTART

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Avete aderito alle teorie del collasso, raccontateci come lo vivete”. Con questo appello lanciato sul suo sito online, il quotidiano “Le Monde” ha recentemente promosso un’inchiesta sul movimento della “collassologia”, nato in Francia sulla scia della pubblicazione, nel 2015, del libro di Pablo Servigne e Raphaël Stevens Come tutto può crollare (Comment tout peut s’effondrer. Petit manuel de collapsologie à l’usage des générations présentes, Edition du Seuil): sessantamila copie vendute, prevalentemente in Francia e Belgio.

Per “collassologia” – termine scelto dagli autori “con una certa volontà di autoderisione” ammettono – si intende “l’esercizio transdisciplinare di studio del collasso della nostra civiltà industriale, e di ciò che le potrà accadere, appoggiandosi ai due modi cognitivi che sono la ragione e l’intuizione e sui lavori di scienziati riconosciuti”.

Il libro è organizzato in tre parti. La prima traccia un quadro diagnostico dei gravi squilibri che il modello economico dominante, di cui si discute la natura sempre più globalizzata e finanziarizzata, non cessa di aggravare. Consumo di risorse non rinnovabili, riscaldamento globale, perdita di biodiversità, aumento di disuguaglianze sociali: gli indicatori sono tutti su livelli di allarme. Se ne deduce che la crescita fisica delle nostre società non può continuare, che abbiamo alterato il funzionamento del sistema-Terra in modo irreversibile, e che ci attendono periodi di ancora più forte instabilità sociale. La seconda parte riporta in auge l’esercizio della futurologia (Raphaël Stevens è un esperto di studi prospettivi) e affronta la questione dei modelli di previsione, discutendone alcuni, tra cui il modello World3 che fu utilizzato nel celebre rapporto su I limiti dello sviluppo. Apprendiamo, da questa sezione, che il sistema collasserà, come correttamente previsto già da Meadows e gli altri autori del rapporto, anche se non sappiamo cosa scatenerà il crollo e quando. La terza parte, che si intitola Collassologia, si interessa in modo più diretto al “fattore umano”, cercando di rispondere a domande come: “Quanti saremo alla fine del secolo? (demografia del collasso)”, “Ci uccideremo tra di noi (sociologia del collasso)?”, “Perché i più non ci credono (psicologia del collasso)?”, “Ora che ci crediamo, che facciamo? (politica del collasso)”. Rassicurati dal fatto che no, il crollo delle istituzioni non ci condurrà a ucciderci tra di noi, i lettori sono incoraggiati, nelle conclusioni, a prendere atto “delle catastrofi che già hanno luogo” (sottolineatura degli autori) e a “fare il lutto di tutto ciò di cui questi avvenimenti ci priveranno”. In particolare, gli autori ci tengono a precisare che “pensare che tutti i problemi saranno risolti dal ritorno della crescita economica è un grave errore strategico”. Evitando il pessimismo, l’invito è a unirsi alle “numerose iniziative che si situano già nel mondo del dopo”, per esempio gli ecovillaggi o le ZAD, cioè le Zones à défendre, occupazioni che si moltiplicano sui siti di grandi opere inutili o altri progetti a forte impatto ecologico.

Oltre 300 testimonianze sono arrivate a “Le Monde” nel giro di poche ore dalla pubblicazione dell’appello, lasciando stupite perfino le due giornaliste all’origine dell’iniziativa. A rispondere, in prevalenza, uomini che esercitano una professione intellettuale e vivono in ambito urbano. Le loro storie sono accomunate dal momento epifanico dell’incontro con la collassologia, che provoca la caduta del velo di ignoranza sull’insostenibilità di quella che Servigne & Co. definiscono come la “nostra civilizzazione termo-industriale fondata sulle energie fossili”, fondendo pericolosamente insieme modernità, produttivismo e capitalismo. Superata una prima fase di sconforto, ha luogo una rinascita, attraverso delle decisioni concrete di cambiamento che coinvolgono la sfera del lavoro (lo si riduce, lo si abbandona, lo si reinventa), dell’abitare, dei consumi (con la scelta di una loro riduzione volontaria), ma anche quella relazionale e affettiva, e sociale, con il coinvolgimento in modo attivo in reti locali impegnate sui temi della transizione ecologica, dell’economia alternativa, della solidarietà.

L’inchiesta di “Le Monde” ha così contribuito a portare all’attenzione del pubblico la realtà di un movimento difficile da quantificare ma che sembra incontrare il favore di molti francesi. La collassologia ha ricevuto però anche molte critiche tese principalmente a evidenziarne i limiti concettuali e i rischi politici in cui si incorre nel fare del collasso la nozione chiave per comprendere il presente e motivare all’azione. Ne è nata una nutrita letteratura in cui ritroviamo molti degli argomenti mossi a critica di un’altra nozione controversa, quella di Antropocene, abbondantemente utilizzata dai collassologi.

Della collassologia si denuncia l’antropocentrismo; il suo essere occidentalocentrica, com’è rivelato dall’insistente e disturbante uso del “noi” come sinonimo di umanità; il suo essere un ambientalismo dei ricchi; il suo effetto depoliticizzante nel rappresentare il cambiamento come frutto di dinamiche sistemiche inesorabili, a cui adattarsi con resilienza.

Alcuni commentatori, pur dando atto agli accoliti francesi del collasso di sforzarsi di far esistere una “collassologia di sinistra”, sottolineano come questa nozione sia intrecciata a doppio filo, e inesorabilmente, con posizioni tecnocratiche, razziste, neo-malthusiane, apocalittico-reazionarie che da sempre attraversano il campo dell’ecologia. Secondo alcune letture, la collassologia avrebbe allora successo perché tutto sommato innocua, inducendo al rafforzamento di tendenze ampiamente alimentate dal neoliberismo imperante: la precarietà, il senso di insicurezza, la paura dell’invasione, il ripiegamento su se stessi.

Queste critiche sono fondate e ne riprenderò diverse. Al tempo stesso, mi sembra importante interrogare, come cerca di fare “Le Monde”, non solo la collassologia come quadro concettuale, ma anche quello che la collassologia sembra concretamente capace di far fare alle persone.

 

La “novità” della collassologia

Partiamo dalla presunta novità della collassologia. È innegabile che i collassologi francesi siano i figli degli esperti di teoria dei sistemi che partorirono, nel 1972, il già citato criticatissimo e insieme epocale rapporto su I limiti dello sviluppo. Come loro, sono spesso ingegneri o biologi o ecologi. Delle visioni sistemiche continuano a perpetuare le ambiguità e i limiti, le oscillazioni tra utopia e tecnocrazia. Sono anche i figli dei movimenti che, più di quarant’anni fa, presero sul serio quel rapporto e le tendenze al collasso che già vi erano delineate, per aprire un nuovo fronte di impegno ambientalista, imperniato sulla nozione di design. Convinti dell’inefficacia di agire unicamente a livello della contestazione, questi movimenti, nati nel mondo anglosassone ma precocemente trasnazionali (di cui i più noti sono il movimento della permacultura e quello degli ecovillaggi), hanno promosso lo sviluppo e la diffusione di pratiche concrete di trasformazione in senso ecologico (ecodesign) dei sistemi organizzativi di risposta, individuali e collettivi, ai bisogni di base.

Nella collassologia, dunque, c’è in realtà poco di sostanzialmente nuovo, specie nella parte descrittivo-diagnostica, trattandosi di discorsi che circolano da anni nell’ambito del movimento della permacultura, poi delle “Città in transizione” (che della permacultura sono un prolungamento) ma anche nella nebulosa dei diversi movimenti della decrescita.

Quello che i collassologi rivendicano come originalità è in realtà la pretesa di fornire “un quadro teorico per dare ascolto, comprendere e accogliere tutte le piccole iniziative che vivono già nel mondo ‘post-carbone’ e che emergono con incredibile rapidità”.

E qui c’è un problema. Perché i collassologi fanno come se queste iniziative non fossero già ampiamente impegnate, a livello locale e trasnazionale, a fabbricare quadri teorici adeguati a rappresentarle. Diverse tradizioni di movimento (ecologista, femminista, anarchista, marxista, cattolica) sono all’origine di iniziative che si ritrovano oggi riunite in una comunanza di pratiche, in una condivisa volontà di promuovere un cambiamento radicale ma ancora in difetto di un immaginario politico capace di combinare ecologismo, femminismo, pacifismo, giustizia sociale, e legame alla terra, inteso come recupero del senso dell’interdipendenza tra umani e altri esseri viventi.

Lungi dall’essere “piccole iniziative” isolate, queste realtà che “prefigurano” dei modi di funzionamento che si vogliono non solo espressione del mondo di domani ma soprattutto sovversivi del mondo di oggi, sono spesso riunite in reti e contribuiscono ad alimentare innumerevoli coalizioni, locali e globali, che vedono coinvolte anche le amministrazioni pubbliche. Che ci sia poi una difficoltà a ritrovarsi su un quadro comune non ci piove. Ma da qui a risolvere il tutto con il collasso ce ne passa.

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La salute e la sicurezza dei lavoratori in Italia

di Franco Carnevale

Boris Hoppek

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 61 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Preambolo

L’industria attua e ostenta le sue rivoluzioni. Ad oggi se ne contano almeno quattro: la prima, con l’introduzione della macchina a vapore, ha interessato, verso la fine del Settecento, in particolare il settore tessile e quello metallurgico; la seconda convenzionalmente inizia negli ultimi decenni dell’Ottocento grazie all’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio; alla metà del Novecento l’elettronica e le telecomunicazioni fanno scattare la terza rivoluzione industriale. L’industria 4.0 (o Impresa 4.0) caratterizza la quarta rivoluzione industriale la quale si fonda su processi che porterebbero a una produzione industriale automatizzata e interconnessa; essa ha come paradigmi l’utilizzo di dati, il calcolo e la connettività, il ricavo da essi di “valore”, l’interazione tra uomo e macchina e quindi il passaggio dal “digitale” al “reale” e cioè la manifattura additiva, la stampa 3D, la robotica, le comunicazioni, le interazioni tra machina e machina, l’immagazzinamento e l’utilizzazione dell’energia capace di “razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni”.

Come ognuna delle rivoluzioni industriali che si rispetti anche quella digitale oltre che mostrare una storia, un background, annuncia cambiamenti e quindi timori e aspettative di vario genere sui quali molti, ormai da alcuni anni, discutono o mostrano di discutere animatamente. Meno indagato, oppure oggetto di caute proposizioni, limitate a temi generali, appare, anche da parte degli addetti ai lavori, l’impatto della digitalizzazione sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, quelli coinvolti nelle sue varie fasi evolutive, spesso imprecise, e poi nella sua condizione florida, ancora da individuare con maggiore precisione e nella sua estensione.

A proposito del progresso tecnico, sicura fonte di “lavoro attraente”, un generoso quanto imprevidente anarchico militante, nei primi anni del Novecento, scriveva:

Scopo dunque di una società anarchica è di rendere tutti i lavori attrattivi di togliere maggiori fatiche col progresso crescente della meccanica e di far si che il lavoro, vita dell’umanità, sia anche la salute degli uomini. […] E noi risponderemo che la meccanica oggi matrigna e nemica degli operai diventerebbe allora madre benevola e verrebbe ad allievare tante fatiche. E i lavoratori, soli padroni dell’opifici saprebbero portarvi tutti quei provvedimenti utili per la propria salute, e la scienza abbracciando un concetto più umanitario verrebbe a perfezionare l’officina e a renderla pari al laboratorio del professore. Salve, o divina scienza, o anfesibene dei desposti, te saluteranno li scarni operai che sudando nelle officine o nelle miniere, te saluteranno, spirito umanitario, i girovaghi disoccupati che oggi giustamente t’imprecano. Salve, o lavoro umano, che ritemprerai li animi, che rinvigorirai le menti, salve, o ginnastica sublime, te canteranno le future generazioni nella nuova Arcadia della vita (Anonimo, Il lavoro attraente, pubblicato a cura della Redazione del giornale “Il Risveglio”, Firenze, Tip. Guttemberg, s.d., ma circa 1910).

Appare ragionevole assumere il dubbio che si reitererebbe il vaticinio del nostro anonimo anarchico se ci si limitasse a sostenere che la “digitalizzazione” sarà foriera di vantaggi per tutti i lavoratori o almeno per coloro (ma si chiameranno o si vorranno ancora chiamare operai o lavoratori?), pochi, più direttamente coinvolti nel più recente processo di trasformazione tecnologica.

I vantaggi, come si sostiene dai più, ma in primo luogo da parte di consulenti aziendali della prima ora, sarebbero rappresentati sostanzialmente dalla liberazione da compiti pericolosi, monotoni e ripetitivi, dalle nuove forme di cooperazione e di rafforzamento dell’autonomia d’azione, di auto-regolazione decentrata, di “partecipazione” se non di protagonismo. Il dubbio non può essere fugato che da “previsioni” non interessate e poi da dati, fatti e testimonianze frutto di un monitoraggio adeguato, di lungo periodo (le “malattie professionali” per definizione hanno lunghi “periodi di latenza”) che è sperabile si preoccuperà, in tempo reale, di correggere o integrare le sentenze dei vaticinatori di oggi, ma al solito, come è puntualmente successo per le altre rivoluzioni industriali, per qualcuno e per certe cose sarà troppo tardi.

 

Lo stato di salute e di sicurezza dei lavoratori oggi in Italia

Il fenomeno infortunistico e quello delle malattie “professionali” o meglio delle patologie correlabili con le attività lavorative, rappresentato attraverso numeri o indici spesso mutevoli, assurgono ciclicamente all’onore delle cronache, forse più in Italia che in altri paesi, per esprimere, sinceramente da parte di qualcuno, indignazione, insofferenza e anche voglia di cambiamento rispetto a un inossidabile “zoccolo duro” fatto di mutilazioni e di morti.

I dati sugli infortuni che accadono nel nostro paese, nel bene e nel male, provengono quasi esclusivamente da un’unica fonte e sono tenuti principalmente a fini assicurativi, dall’Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro (INAIL); volerli indirizzare ad altri fini (di conoscenza, di prevenzione e di vigilanza/controllo) comporta varie criticità e richiede conseguenti cautele e adattamenti.

Pur dovendo considerare dei limiti originari ai più è apparso e appare necessario utilizzare questi dati che nella versione più aggiornata informano che la serie storica del numero complessivo degli infortuni denunciati prosegue un andamento decrescente. Sono state registrate circa 637 mila denunce di infortuni nel 2015; rispetto al 2014 si ha una diminuzione di circa il 4%; sono circa il 22% in meno rispetto al 2011. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono circa 416 mila, di cui il 18% “fuori dell’azienda” (cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere”). Delle 1.246 denunce di infortunio mortale (erano 1.152 nel 2014, 1.395 nel 2011) quelli accertati “sul lavoro” sono 694 (di cui 382, il 55% “fuori dell’azienda”). Esaminando la suddivisone per dimensione aziendale del complesso degli infortuni riconosciuti (esclusi quelli “in itinere”) accaduti nel 20002015 in “Industria e Servizi”, si conferma la prevalenza di eventi nelle imprese entro i dieci addetti, con qualche punta per le imprese fino a cento addetti relativamente al complesso degli infortuni, punta che si nota meno nel caso degli eventi mortali: il 60% di questi si verifica ogni anno nelle microimprese. Si assiste inoltre a una progressiva tendenza all’aumento del numero di infortuni nelle donne rispetto agli uomini, di entità molto più rilevante negli eventi “in itinere”. Relativamente agli eventi mortali si evidenzia come la distribuzione per comparto, nel periodo 20102015, abbia le costruzioni nettamente in testa con un quarto degli eventi, seguite da agricoltura, trasporti e metalmeccanica. Considerando i dati disponibili, in riferimento agli altri paesi europei, la posizione dell’Italia non appare peggiore considerando gli infortuni totali mentre è pessima se si considerano gli infortuni mortali.

Le denunce di malattia “professionale”, nonostante l’importante riduzione di quelle classiche che hanno imperversato nel “secolo del lavoro”, sono state nel 2015 circa 59 mila (quasi mille e 500 in più rispetto al 2014), con un aumento di circa il 24% rispetto al 2011; ne è stata riconosciuta la causa “professionale” nel 34% dei casi; il 63% delle denunce è per malattie del sistema osteomuscolare, principalmente a carico della colonna e degli arti superiori (cresciute del 46% rispetto al 2011), quelle stesse che avrebbero dover avuto un contenimento con la disseminazione di alcune misure “ergonomiche”. I lavoratori deceduti nel 2015 con riconoscimento di malattia professionale sono stati 1.462 (il 27% in meno rispetto al 2011), di cui 470 per silicosi/asbestosi, principalmente per tumori correlati con l’amianto (l’85% è con età al decesso maggiore di 74 anni); un numero questo che in assoluto è superiore a quello dei deceduti per infortuni. I disturbi psichici riconosciuti nel 2013, in qualche modo relazionabili con lo “stress da lavoro”, nonostante il gran parlare che se ne fa, sono pochissimi (37 casi nel 2013, di cui 20 “disturbi dell’adattamento cronico” e 4 “disturbi post traumatici da stress cronico”. Ci sono differenze “normali” nella denuncia e nel riconoscimento delle malattie “professionali” e sono legate alle diversa distribuzione delle attività produttive e quindi dei rischi ma alcune differenze hanno entità e caratteristiche tali da far pensare che in alcuni territori si “cercano” patologie che in altri vengono invece ignorate o sottovalutate. La “provenienza lavorativa” delle malattie “professionali” riconosciute è prevalentemente industriale (16.544 casi, 77,2%) così distribuite: costruzioni: 3.067 (14,3%); servizi: 1.558 (7,3%); metalmeccanica: 1.469 (6,9%); sanità: 797 (3,7%); industria tessile: 605; commercio: 534; trasporti: 403; industria del legno: 301; industria chimica: 225. In riferimento al genere risulta di gran lunga più frequente quello maschile (72,9%) mentre i nati fuori di Italia sono rappresentati con il 6,3%.

È indubbio che si è verificata una progressiva riduzione delle “classiche” malattie “professionali” tra i lavoratori nativi dei paesi a economie di mercato forte, dove per altro sono cessate molte attività manifatturiere con impiego di metalli e di solventi. Ciò non ha significato la definitiva scomparsa di danni alla salute, ma solo una ennesima modifica del profilo nosografico di queste popolazioni con forme di sofferenza.

In Italia, come in altri paesi permangono dei rischi “sociali” per la salute che si intrecciano o esaltano quelli prettamente lavorativi, gli infortuni e le malattie da lavoro. Negli ultimi decenni si è assistito al miglioramento della salute della popolazione generale, l’aspettativa di vita è aumentata, la mortalità si è ridotta, così come la morbosità che è diminuita per buona parte delle patologie in termini di incidenza, di prevalenza e di impatto sulla qualità della vita. Non tutti i cittadini però hanno beneficiato nella stessa misura di questi progressi; persistono importanti differenze: quanto più si è ricchi, istruiti, residenti in aree non deprivate, e in generale dotati di risorse e opportunità socioeconomiche, tanto più si tende a presentare un profilo di salute più sano. Povertà materiale e povertà di reti di aiuto, disoccupazione, lavoro poco qualificato, basso titolo di studio sono tutti fattori, spesso correlati tra loro, che minacciano la salute di individui di alcuni strati sociali che così risultano doppiamente “svantaggiati”. Mano a mano che si risale lungo la scala sociale gli indicatori di salute migliorano secondo quella che viene chiamata legge del “gradiente sociale”; tra gli uomini in Italia, negli anni Duemila, si osservano più di cinque anni di differenza nella speranza di vita tra chi ha continuato a fare l’operaio non qualificato per tutta la sua vita lavorativa rispetto a chi è diventato dirigente, con aspettative di vita crescenti salendo lungo la scala sociale; il rischio di morire cresce con l’abbassarsi del titolo di studio; chi ha un diploma ha un rischio di morire maggiore del 16% rispetto a un laureato, chi ha la licenzia media del 46%, chi ha quella elementare del 78%. In Italia le disuguaglianze di salute sono più intense nelle regioni del Sud che in quelle del Nord e questa variabilità indica che c’è qualcuno che ha saputo o potuto far meglio di qualcun altro e quindi che queste diseguaglianze sono modificabili e quindi “evitabili” (G. Costa, Cosa sappiamo della salute disuguale in Italia? http://www.disuguaglianzedisalute.it/?p=2616).

È da segnalare inoltre che secondo alcune indagini comparative svolte a livello europeo negli ultimi anni la situazione dell’Italia appare più favorevole di quella di altri paesi in tema di disuguaglianze sociali nella salute. Per spiegare questo risultato vengono invocate alcune risorse “protettive” tipiche del paese, come la dieta mediterranea, il sostegno della rete familiare, il ruolo del servizio sanitario nazionale, qualche altro vantaggio conquistato nei decenni passati sul campo e poi divenuto “diritto acquisito”. Ma viene anche facilmente ipotizzato che questi “privilegi” relativi possano venir meno a causa della crisi economica, per la diffusione e cronicizzazione della disoccupazione e della precarietà lavorativa, per l’impoverimento delle persone e delle famiglie e per le conseguenze delle misure di austerità che contemplano in primo luogo il ridimensionamento dello stato sociale, soprattutto nel campo dei servizi alla persona bisognosa.

I fenomeni appena delineati sono di tendenza, di carattere generale e possono in ogni momento escludere o far retrocedere gruppi o singoli lavoratori anche in società apparentemente strutturate o considerata solide e solidali. Molte sono tuttavia le nubi all’orizzonte e tra queste la patologia del “non-lavoro”, della disoccupazione che colpisce in misura sempre maggiore gli strati più deboli della popolazione ma non solo queste.

 

Cosa è successo ai lavoratori delle precedenti rivoluzioni industriali?

Giovanni Berlinguer (19242015) discutendo del processo che indubbiamente ha portato al miglioramento delle condizioni di lavoro individua tre periodi storici di più intenso significato. Quello caratterizzato dall’opera di Bernardino Ramazzini (16331714) da collocare temporalmente alle origini del secolo dei Lumi che tutto sommato inaugura una fase durante la quale si accrescono le conoscenze del problema, ma risultano carenti le iniziative per farvi fronte. Questo periodo nel nostro paese arriva e oltrepassa gli eventi legati all’Unità d’Italia. Un secondo che si colloca tra la fine del XIX e il primo decennio del secolo successivo che vede come protagonisti alcuni studiosi “appassionati e valorosi”, alcuni pubblici amministratori e quindi, direttamente, dei lavoratori e organizzatori sindacali. Un terzo periodo i cui prodromi sono da ricercare agli inizi degli anni Sessanta del Novecento con decisivi movimenti “dal basso” e realizzazioni “non rituali” che si sviluppano in maniera travolgente per un decennio e oltre.

Una valutazione esclusivamente “tecnica” o per lo meno in carenza di immediati riferimenti “politici” del rapporto tra progresso tecnico e salute dei lavoratori la aveva proposta Enrico Vigliani (19071992), all’epoca influente direttore della Clinica del Lavoro di Milano e consulente di importanti aziende produttive. L’occasione è il torrenziale Congresso internazionale di studio sul progresso tecnologico e la società italiana in trasformazione tenutosi a Milano dal 28 giugno al 3 luglio del 1960 promosso dal Comune di Milano e dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale (CNPDS) sotto il patrocinio del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR) i cui atti verranno pubblicati in 8 volumi, alcuni dei quali in più tomi. L’ultimo di questi volumi raccoglie i contributi sugli aspetti igienico-sanitari; nella sintesi svolta in quella occasione da Vigliani si argomenta come non solo esista uno stretto parallelismo fra le curve esprimenti il progresso tecnologico di un paese e l’allungamento della vita media dei suoi abitanti, ma come esista pure un rapporto fra il progresso tecnologico raggiunto e la distribuzione percentuale delle cause di malattia e di morte; quindi l’autore asserisce:

Nel passato molti progressi sono stati compiuti senza alcun riguardo per l’igiene e senza alcun pensiero per le possibili conseguenze dannose delle innovazioni tecnologiche. Ne sono un triste esempio le epidemie di silicosi occorse dopo l’introduzione dei sistemi di perforazione pneumatica delle rocce, i casi di berilliosi nelle fabbriche di tubi fluorescenti, le dermatiti e i cancri cutanei dei primi radiologi. Oggi la coscienza igienica è molto più diffusa e la tossicità di nuove sostanze o nuovi composti viene studiata prima che essi vengano prodotti o lavorati in scala industriale. Vi sono quindi le condizioni per ritenere che in generate il progresso tecnologico avrà una benefica influenza sulle condizioni di igiene ambientale e sulla frequenza delle malattie professionali. Nella semi-automazione e nella automazione gli operai non verranno quasi più a contatto con macchine o con sostanze tossiche; le condizioni ambientali necessarie per l’automazione escludono inoltre che vi possano essere nell’atmosfera polveri o vapori o gas tossici in quantità da nuocere alle persone. L’igiene e la sicurezza saranno quindi aumentate. Tuttavia sarà possibile l’insorgenza di nuove malattie professionali, in concomitanza con l’inizio di nuove tecniche lavorative. La medicina del lavoro deve rimanere vigilante e orientarsi sempre di più in senso preventivo, studiando e combattendo per tempo ogni pericolo, cosa che del resto si sta già facendo largamente nel settore della produzione e impiego delle radiazioni ionizzanti.

Alcune delle considerazioni del famoso medico del lavoro, sia quelle precedenti che alcune di quelle che seguono, sembrano ripercorrere concetti espressi dall’anonimo anarchico di sopra, ma quelli positivi si riferiscono a situazioni non certo numerose di qualche industria che invece, come è noto, risultano ben distanti dall’esperienza della maggioranza dei lavoratori di piccole e medie industrie che sono risultati protagonisti del “boom economico” italiano. È da notare come in tutti questi casi, quelli più antichi e anche quelli attuali, non vengono nominate le organizzazioni sindacali e che i lavoratori risultano essere soggetti passivi in processi dominati da aziende e tecnici.

A causa delle numerose innovazioni comportanti impiego di mano d’opera specializzata, più rigide misure di igiene, maggiore interesse per i problemi psicologici, il medico del lavoro e lo psicologo avranno, nelle industrie del futuro, una importanza ancora maggiore dell’attuale, poichè si tratterà di conservare in perfetta salute fisica e mentale un personale altamente qualificato, al quale sono affidati compiti di elevata responsabilità. Per conseguire questo scopo, la collaborazione dei medici e degli psicologi con i dirigenti, i tecnici e i lavoratori dovrà essere tanto più stretta, quanto più il progresso tecnologico sarà avanzato. […] In questo complesso cambiamento di sistemi di lavoro, di ambienti di lavoro, di preparazione tecnica di lavoratori e di dirigenti, di rapporti umani, di clima sociale e morale della azienda, i medici e gli psicologi del lavoro possono avere una parte assai importante, a fianco dei tecnici e dei dirigenti. Essi possono consigliarli e indirizzarli a trovare quelle condizioni e quegli accorgimenti che rendono l’innovazione tecnologica bene accetta ai dipendenti e al tempo stesso ne salvaguardano e ne migliorano la salute fisica e mentale e quindi il benessere e la produttività.

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Le manipolazioni della ricerca scientifica e la salute pubblica

di Enzo Ferrara

Harald Naegeli

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Il glifosato, “Le Monde” e il marketing

La difesa della salute di tutti e di ciascuno si sta facendo piuttosto complicata se siamo giunti al punto in cui nella letteratura scientifica si coniano definizioni con prerogativa immorale come quelli di “scienza in difesa del prodotto” e “manipolazione del dubbio scientifico”. La strategia consiste soprattutto nel gettare discredito sulle affermazioni di nocività di sostanze pericolose, costruendo insiemi di dati artefatti ma capaci di introdurre volutamente visioni contraddittorie nel dibattito. È usata con grande successo dai principali inquinatori e dai produttori di sostanze pericolose su scala mondiale per opporsi alle leggi nazionali e internazionali di protezione dell’ambiente e della salute pubblica. L’ultimo caso è stato quello del glifosato prodotto dalla Monsanto, il pesticida più usato in assoluto in agricoltura, classificato come genotossico, cancerogeno per gli animali e probabile cancerogeno per gli umani dalla Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro – la Iarc di Lione – ma che viene ancora sparso sui campi d’Europa e del mondo; l’Italia lo ha bandito solo in parte. L’industria ha sferrato un attacco addirittura contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità, coadiuvata dalla Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) e dalla Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (Echa). Queste ultime hanno prodotto rapporti meno problematici sul glifosato, ma con intere parti identiche ai documenti industriali (si vedano i dossier di Le Monde del 2017 sui Monsanto papers), addirittura rimestando accuse di parzialità e scorrettezza del comitato Iarc che si era occupato della monografia sul glifosato. In caso di pericolo per il commercio di un prodotto sospetto, occorre mettere in discussione la validità delle prove scientifiche che spingono il legislatore a prevenirne l’uso e se questo non è possibile va anche bene gettare discredito sugli autori di quelle stesse prove.

Ci volle molto tempo per ridurre a ragionevolezza il mondo occidentale sulla nocività del fumo di tabacco – la principale causa singola di morte al mondo. L’industria (Camel, Marlboro, Philip Morris), che ha spostato le vendite nei paesi emergenti, è riuscita per decenni a impedire serie restrizioni legislative usando tecniche di marketing, di finanziamento mirato e di denigrazione degli studi contrari ai propri interessi. In particolare, l’attività “scientifica” in difesa del tabacco riuscì a lungo a confutare gli effetti nefasti del fumo passivo (Lisa A. Bero, Tobacco industry manipulation of research, in Late lessons from early warnings, Eea Report 1/2013).

La stessa strategia è tuttora usata da produttori e utilizzatori di amianto, benzene, berillio, cromo, piombo, plastiche e dai costruttori di autovetture diesel: tutti prodotti non solo pericolosi ma cancerogeni conclamati.

La pratica negazionista è stata ed è ancora un ostacolo centrale nel dibattito sul riscaldamento globale; è così comune che è in pratica impossibile che una ricerca scientifica sfavorevole alla grande industria non trovi una contro-risposta all’avvicinarsi di un iter legislativo. La produzione di incertezza è anche un business: sono numerose le organizzazioni di consulenza che offrono attività di scienza “in difesa del prodotto” o “a sostegno della controversia”. Come implicano i termini usati dagli stessi consulenti, queste attività di scientifico e disinteressato hanno poco, non producono conoscenze a favore della salute pubblica, anzi le confutano per proteggere gli interessi delle corporation.

Lo scorso 10 ottobre, “Le Monde” ha raccolto alcuni articoli su questi argomenti in occasione della pubblicazione di Lobbytomie, di Stéphane Horel (La Découverte, Parigi 2018) un libro che descrive le tecniche manipolatorie usate dall’industria: una sorta di lobotomia collettiva condotta dalle lobby, per mantenere sul mercato prodotti nocivi. Il quotidiano francese riporta episodi significativi come quello del professor Michel Aubier, pneumologo, primo cattedratico condannato per aver mentito davanti a una commissione parlamentare e per aver celato il proprio conflitto di interessi. Nel 2015 era stato designato dal direttore degli ospedali parigini a rendere davanti al Senato francese un parere tecnico sui costi dell’inquinamento atmosferico. L’impatto dei motori diesel, secondo Aubier, sarebbe trascurabile, valutabile fra i 2 e i 5 milioni di euro a fronte di un costo totale annuo causato dall’inquinamento atmosferico variabile da 69 a 97 miliardi di euro. Un’indagine congiunta di “Libération” e “Le canard enchaîné” ha però rivelato un accordo di consulenza continuativa di Aubier con la Total, che durava dal 1997, mentre dal 2007 lo stesso Aubier era componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Total. Il cattedratico ha ribadito l’indipendenza del suo giudizio, mai inficiato dall’essere stato per più di vent’anni stipendiato da un’azienda petrolifera: “è scientificamente provato che il 90 % dei tumori polmonari sono dovuti al fumo” – si è difeso. È vero, ma fra quel 10 % che resta, vi sono anche da 40mila a 42mila decessi prematuri attribuiti all’inquinamento atmosferico in Francia. Il procuratore gli ha ricordato che la sua testimonianza aveva instillato seri dubbi nel Senato sulla pericolosità dei motori diesel, mentre era palese che la Total, pagandolo per decenni, avesse fatto un investimento redditizio.

Sullo stesso numero di “Le Monde”, il danese Philippe Grandjean – fra i più autorevoli studiosi al mondo sugli impatti dell’inquinamento sulla salute – spinge oltre il proprio ragionamento, arrivando a definire la tendenza attuale al pari di un vero e proprio utilizzo della scienza come strumento di marketing. L’inquinamento delle acque in Veneto per il rilascio dei cosiddetti Pfas (Sostanze Perfluoro Alchiliche come il téflon, usate per i rivestimenti impermeabilizzanti e antiaderenti presenti anche negli utensili da cucina) preoccupa per la loro diffusione e persistenza, con pericoli per l’equilibrio endocrino-ormonale della popolazione colpita, soprattutto dei più giovani. Negli Usa Grandjean è stato perito tecnico in una causa sull’inquinamento da Pfas fra lo stato del Minnesota e la multinazionale chimica 3M. Secondo la 3M l’esposizione agli Pfas non è nociva, affermazione sostenuta da pubblicazioni relative a studi condotti su operai esposti a dosi elevate di perfluorati. Al processo tuttavia Grandjean ha mostrato i dati completi degli studi osservando che per le pubblicazioni erano stati selezionati solo quelli favorevoli all’industria. Fra le carte, è emerso un documento aziendale che invitava a fare pubblicazioni, ma soltanto nel caso in cui i risultati non portassero pregiudizio alle politiche d’impresa sulla sicurezza dei propri prodotti.

Che i risultati della ricerca siano fortemente condizionati dalle attese di chi li commissiona è indubbio. Poiché la ricerca scientifica è in gran parte in mano ai privati e poiché questi prima di ogni altro preliminare fanno firmare ai ricercatori documenti giuridici con obbligo di riservatezza sui risultati acquisiti – che significa impossibilità di pubblicare risultati senza consenso del committente – è chiaro lo squilibrio che si determina nel numero di pubblicazioni favorevoli o contrarie alla definizione di nocività di un prodotto. L’interpretazione dei dati sperimentali da parte di scienziati che hanno un conflitto di interessi deve essere evidenziata non per creanza ma per non trasformare, come temuto da Grandjean, l’attività di studio in marketing.

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Salute e sicurezza: una prospettiva internazionale

di Laurent Vogel

Olek

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Riprendiamo l’intervento di Laurent Vogel, ricercatore a Bruxelles presso l’European Trade Union Institute – Etui (Research Unit Health and Safety, Working Conditions), sulle sfide che attendono il mondo del lavoro in materia di sicurezza e prevenzione con una prospettiva sovranazionale, registrato il 27 novembre 2018 al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Brescia durante il convegno: “Nuovi spazi per la cultura della sicurezza sul lavoro. I linguaggi della prevenzione”, organizzato da Osmer (Osservatorio sul mercato del lavoro e sulle relazioni collettive) e Musil (Museo dell’industria e del lavoro). È necessario continuare a riflettere su tutti i luoghi in cui è possibile promuovere la cultura della sicurezza e della prevenzione così come sui linguaggi attraverso cui diffondere la sensibilità su di essi, superando i toni emergenziali usati nei casi di infortuni e delle troppe morti sul lavoro. Fra questi luoghi devono necessariamente esserci le scuole di ogni ordine e grado e, in particolare, le università. I temi della sicurezza e della prevenzione fanno parte a pieno titolo del bagaglio culturale moderno e, perciò, devono essere integrate nella didattica, nella ricerca e nelle attività che correlano i luoghi di studio innanzitutto con il territorio e le comunità e poi con le istituzioni, le imprese e le parti sociali – trascrizione di Enzo Ferrara.

Grazie per avermi invitato a Brescia a parlare in un’aula dell’Università a studenti di Giurisprudenza e di Economia. Sono particolarmente felice di trovami con voi per due ragioni: la prima è che quando ero io a studiare giurisprudenza, tanti anni, fa rimanevo sempre frustrato per il fatto che le questioni di salute e sicurezza fossero considerate come un’appendice molto piccola del diritto del lavoro. Sembravano un’appendice tecnica, senza nessuna teoria, senza nessuna ricerca, come se si trattasse di materia amministrativa che si doveva studiare per superare gli esami e che però non aveva vera importanza. Invece, nella vita reale, il fatto di non perdere la vita per ciò che accade sui luoghi di lavoro è qualcosa di tremendamente importante e che purtroppo vede ogni giorno nuove vittime e nuove malattie. Questa mia considerazione può sembrare, tristemente, una banalità, eppure le risposte del diritto che noi stavamo studiando all’università erano veramente povere. Si diceva in sostanza: “C’è una legislazione che si deve applicare e che sfortunatamente non è sufficientemente applicata”. Non c’era mai una riflessione sul perché la legislazione – che esisteva e continua a esistere e svilupparsi – non era pienamente applicata. Purtroppo, il fatto che esista una legislazione dedicata alla sicurezza sul lavoro, che è spesso perfino ambiziosa, ma che non viene applicata integralmente dalle imprese o è applicata in modo poco efficace, rimane una questione reale, sia in Italia, sia negli altri paesi europei, come anche nel resto del mondo.

La seconda ragione che mi rende felice di essere qui è che quando ho cominciato a studiare e poi a lavorare sugli argomenti di salute e sicurezza, mentre all’università ho imparato pochissimo ho poi imparato quasi tutto dall’Italia. Perché dalla fine degli anni ‘60 fino ad almeno metà degli anni ‘80 dello scorso secolo, l’Italia è stata sicuramente il paese più all’avanguardia sulle tematiche di salute e sicurezza. Lo è stata per le lotte sindacali e sociali, non è stata un’iniziativa dello Stato né dei giuristi. Lo è stata perché nelle fabbriche e nelle strade la questione della salute sul lavoro era diventata una priorità. In questi giorni, domenica scorsa per esempio, ci sono state in diversi paesi europei manifestazioni centrate sul tema della violenza contro le donne. Lo slogan usato oggi è “non una di meno”. In quell’epoca l’idea che dovesse esserci “non uno di meno” era legata alle morti sul lavoro.

 

L’evoluzione delle condizioni di lavoro; determinanti sociali, politici e tecnologici

In Italia si è creata anche una terminologia che continua a essere molto significativa: si parla per esempio di “omicidi bianchi” per indicare i morti sul lavoro. Non è una questione tecnica. Non è una questione di fatalità. Le morti e le malattie causate dal lavoro dipendono invece da un rapporto sociale che va cambiato con diversi strumenti. Per questo, fra i tanti possibili, vorrei focalizzare l’attenzione su tre elementi principali. Il primo elemento è quello della evoluzione delle condizioni di lavoro in Europa che hanno un impatto immenso sulle crescenti disuguaglianze sociali di salute nelle diverse parti del mondo. In Europa abbiamo disponibili moltissime inchieste, possiamo provare a fare degli studi e possiamo vedere come le condizioni di lavoro sono una condizione determinante, direi anzi strutturale, delle condizioni di salute. Un elemento insomma molto importante per le nostre vite. Viviamo in una società dove ci sono tante diseguaglianze, nella scuola, nell’abitazione, nel carcere, nei redditi e in tante altre questioni, ma una di queste diseguaglianze è quella che si esplica addirittura con un maggiore rischio di morte e di danni alla salute derivanti dalle condizioni di lavoro, che sono perciò un fattore determinante delle diseguaglianze sociali.

Fra i determinanti sociali delle condizioni di salute vi è anche un fattore politico, molto importante. Non è qualcosa in più che si sovrappone ai determinanti sociali della salute; il fattore politico fa parte di questo insieme multifattoriale e interagisce permanentemente con gli altri determinanti. Vista l’attuale tendenza reazionaria dell’Europa, credo che se si vuole fare prevenzione, si deve anche pensare criticamente ai fattori politici, all’assetto politico della società europea. Questo pensando di dover necessariamente fare i conti con ipotesi di riattivazione delle mobilitazioni sociali attorno al tema fondamentale del lavoro.

Tutti voi avrete a breve qualche esperienza nel mondo del lavoro. Ne avrete sempre di più negli anni prossimi. Allora la questione che dovrete affrontare è come fare per proteggere le vostre vite su un luogo di lavoro che condizioni politiche e sociali rendono non solo non facilmente accessibile ma addirittura sfavorevole al benessere. La questione insomma è cosa si può fare per rilanciare la tutela del mondo del lavoro nel campo della salute.

Si può partire da una rappresentazione della situazione, mostrando i risultati di un lavoro collettivo che abbiamo raccolto tre anni fa, quando abbiamo pubblicato con più di quaranta colleghi un volume sui rischi nel mondo del lavoro a livello internazionale (A. Thébaud-Mony, P. Davezies, L. Vogel, S. Volkoff, Les risques du travail. Pour ne pas perdre sa vie à la gagner, La Découverte, Paris 2015). Si può partire da ricerche collettive come questa sull’evoluzione delle condizioni di salute e sicurezza nel mondo del lavoro per proporre strategie politiche e sociali tali da poter migliorare la prevenzione sul continente europeo e anche a livello mondiale.

Partiamo dalle diseguaglianze sociali di salute. Un elemento fondamentale, quando si parla di salute e sicurezza, è che non si tratta di materia tecnica, non è una questione biometrica. Certamente, ci sono aspetti tecnici e ci sono aspetti medici e altri ancora ma l’elemento principale da cui partire è che salute e sicurezza sui luoghi di lavoro sono un fattore di diseguaglianza nella società. Se prendiamo i tumori professionali, sappiamo perfettamente che il rischio non è lo stesso in funzione della categoria sociale, del posto occupato nella gerarchia dell’impresa. Per un manager i rischi di tumore professionale sono bassi, invece per un operaio dell’edilizia o per una donna che fa le pulizie i rischi sono alti e a volte altissimi. Così l’elemento dal quale dobbiamo partire è che se non si presta attenzione alla sicurezza, se non c’è una tutela efficace della salute, qualunque cosa facciamo non potrà che contribuire alla creazione e al mantenimento di un mondo diseguale su un terreno fondamentale che è quello della vita. Non è una cosa da poco essere diseguali quando si tratta delle nostre vite.

Per analizzare meglio questo dato, per calcolare come il lavoro contribuisce alle diseguaglianze sociali di salute, ci sono almeno tre dimensioni da considerare. Purtroppo, troppo sovente la prevenzione si ferma alla prima dimensione che è quella delle condizioni di lavoro materiali in senso stretto. Oltre ai fattori materiali – come l’interazione con dei prodotti chimici o con un macchinario – ci sono poi anche quelli immateriali, legati per esempio a un certo orario o a una certa intensità del lavoro. In genere si fa buona prevenzione sui primi, sui fattori materiali – non abbastanza ma su questi almeno si fa prevenzione – mentre sui secondi, i fattori immateriali, la prevenzione si fa ma è già più complicata.

Poi ci sono le condizioni di occupazione, che non sono elementi neutrali rispetto alla salute e alla sicurezza. Se io sono interinale o, peggio ancora se sono un bracciante africano in Italia senza documenti di soggiorno, anche se conosco i rischi lavorativi la mia possibilità di difendermi è bassissima. Alcuni anni fa viaggiavo in Sicilia su un treno dove ho incontrato alcuni ragazzi senegalesi; abbiamo incominciato a parlare, erano diplomati, uno era infermiere. Facevano la raccolta delle arance, così siamo arrivati a discutere dell’esposizione ai pesticidi, e mi hanno raccontato che non era successo a loro ma che ad alcuni dei loro compagni era accaduto di subire conseguenze molto gravi. Così ci siamo poi incontrati sui loro luoghi di lavoro e siamo andati insieme a parlare con il loro padrone, che era un piccolo produttore italiano. Gli abbiamo spiegato la storia dei pesticidi e della loro pericolosità. Per lui tutto era nuovo, il prodotto però gli sembrava efficace per far crescere bene le arance. Così i ragazzi gli hanno spiegato i rischi che correvano, soprattutto il ragazzo diplomatosi da infermiere spiegava che si trattava di sostanze pericolose, che contaminavano anche l’acqua che dovevano bere. Insomma che in quei campi le condizioni di lavoro erano drammatiche. Mi hanno poi detto che dopo la mia partenza il proprietario è tornato in casa poi è uscito di nuovo ma con un fucile in mano e ha detto loro “cosa volete, il lavoro o che vi ammazzo?”. Questo è un esempio piccolo e parzialissimo, ma drammaticamente dimostra come le condizioni di occupazione possono aumentare o ridurre la possibilità di difendere la propria salute nel lavoro.