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Essere giovani in Cina

di Maria Rita Masci

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Niente meglio del linguaggio esprime lo spirito del tempo, e la giovane generazione descritta da Alec Ash nel suo Lanterne in volo (edito da Add) è una notevole creatrice di lingua, neologismi e giochi di parole che segnano la svolta epocale intrapresa dalla Cina sulle ceneri della Rivoluzione culturale. I protagonisti sono sei ragazzi nati a metà degli anni ottanta, oggi trentenni, seguiti nelle varie fasi – infanzia, studi, lavoro – che ne contraddistinguono il passaggio all’età adulta in una società così lontana da quella dei loro genitori che sembrano vissuti non in un’altra epoca, ma in un altro paese. Appartengono a nuove categorie, da loro coniate conformemente all’inesauribile vocazione classificatoria dei cinesi: la “gioventù normale”, formata dai colletti bianchi, quelli che si confondono con la massa; la “gioventù artistica”, persone di tendenza, non omologate; la “gioventù cazzona”, gli irresponsabili erranti. Attraverso le vite di un ingegnere, un aspirante star del rock, una stilista di moda ex-skinhead, un giovane campagnolo che sviluppa una dipendenza da un gioco su internet, una ragazza che cambia vari lavori alla ricerca della sua strada, la figlia di un alto quadro del partito, Ash descrive il percorso della generazione dei figli unici, frutto della politica demografica di Deng Xiaoping. Tenuti nella bambagia da piccoli, secondo la formula “421” (quattro nonni e due genitori a occuparsi di un unico bambino) e poi messi sotto pressione per passare il temibile esame d’ingresso all’università, trovarsi un buon lavoro e sposarsi, per riuscire a ribaltare quella formula in “124” (un unico figlio che deve garantire la vecchiaia a due genitori e quattro nonni). Scopriamo che si suddividono in varie tribù: i “manovali” e gli “stressati”, coloro che timbrano il cartellino e conducono una vita anonima; le “fragole”, quelli belli fuori ma che mancano di sostanza, passano da un lavoro all’altro ed evitano le responsabilità; i “chiari di luna”, che sperperano soldi nello shopping, mentre gli “spremivecchi” vivono ancora alle spalle dei genitori. E poi ci sono i tipi umani, o meglio “sociali”. Fra le donne si trovano le “adoratrici del denaro”, le “Du Lala” o carrieriste; fra i maschi i “vagabondi di Pechino”, i giovani di provincia che vagano per la capitale, o gli “sfigati”. Rispetto al problema abitativo si distinguono gli “schiavi del mutuo”, la “tribù dei topi”, coloro che vivono negli scantinati a buon mercato che poi vengono promossi a “formiche”, se riescono a trovare una sistemazione in un appartamento normale, ma ovviamente molto fuorimano. A proposito del matrimonio, ci sono le “donne scarto”, quelle con un alto livello d’istruzione che non si sposano entro i venticinque anni (le donne non sono più la “metà del cielo”); i “rami spogli”, i maschi che non trovano moglie perché la politica del figlio unico ha prodotto un gap fra uomini e donne, con oltre 23 milioni di uomini destinati al celibato.

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Un tecno-mito made in Kenya

di Vincenzo Cavallo

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

L’Africa dei geni informatici e degli attivisti dei diritti umani, l’Africa che cambia e va avanti, nonostante la perpetua immagine proposta dai media occidentali, focalizzati solo sulle guerre civili e le catastrofi che spingono i disperati verso le nostre coste. L’Africa innovativa che cambierà il mondo, l’innovazione dal basso, l’innovazione low-cost, l’innovazione del Global South. Dopo la Sillicon Valley, ecco a voi la Savana Valley!
La storia è perfetta, appetibile, vendibile. Dopo le elezioni del 27 dicembre 2007 il Kenya precipita nel caos: attacchi, incendi, omicidi e saccheggi, con un bilancio impressionante di 2000 morti e 300 mila sfollati. Viene dichiarato lo stato di emergenza e ordinato un black out dell’informazione radio e tv. È proprio allora che a Nairobi succede un piccolo miracolo, una novità assoluta non solo per l’Africa ma per il mondo intero. Giornalisti free-lance e bloggers si organizzano e approfittano della rete per fornire comunque, e in tempo reale, informazioni su quanto stava succedendo nel Paese. Tre ragazzi coraggiosi fondano un sito interattivo che chiamano “Ushahidi”, ovvero “Il Testimone” in lingua swahili, che sorpassa i media tradizionali e dimostra che un’altra Africa è possibile.
Cosa è successo in questi dieci anni? Cosa è diventato “Ushahidi”? Come ha cambiato il modo di fare politica e informazione in Kenya e nel resto del mondo? E soprattutto cosa stanno facendo oggi quei tre ragazzi che hanno dato vita a questa storia? Saranno loro a salvare il Kenya dal baratro dell’ennesima guerra civile? La risposta è: non credo proprio.
“Ushahidi” è praticamente uscito di scena, il gruppo che ne ha dato vita si occupa ora di altro, ha smesso di interessarsi di politica e libertà di informazione, un altro gruppo ha preso le redini di quello che appare un fantasma del passato, gente meno famosa, personaggi meno in vista, amministratori razionali di fondi internazionali erogati senza alcun senso. Professionisti del non-profit. I riflettori si sono spenti, ma i fondi continuano ad arrivare lo stesso, anche se non come prima. Quest’anno niente articoli trionfanti, né documentari. Di Ushahidi non si sente più parlare, almeno sui media mainstream, e anzi molti, in ambito prima professionale e poi accademico, ne iniziano a scrivere. Qualcuno inizia a sollevare dei seri dubbi. Forse “Ushahidi” e le sue diverse implementazioni non hanno avuto alcun impatto sulla democrazia keniana, forse è tutta una bufala? Ma com’è possibile che persone intelligenti e di vasta cultura si siano lasciati ingannare?
La storia di questo tecno-mito post moderno e post coloniale, inizia a vacillare nonostante le autorevoli fonti ne abbiano ampiamente legittimata sia la nascita che l’esistenza. Soprattutto fonti accademiche nordamericane. Un mito che si basa sul semplice postulato della cara e vecchia “modernità”, il progresso, la civiltà contro i barbari, le nuove frontiere tecnologie al servizio della democrazia, il mito della trasparenza, il modello weberiano di opinione pubblica e società civile che veglia sul buon operato del governo, ecco a voi una nuova ricetta occidentale, il rimedio giusto per l’Africa, un modello infallibile e non questionabile.
La mia personale svolta di pensiero è avvenuta nel 2013, quando sono stato ingaggiato come coordinatore/ricercatore dalla Pennsylvania University per comprendere chi sono e come si comportano questi cittadini che utilizzano “Ushahidi”, i famosi “citizen journalists”.
È così che mi sono imbattuto in una serie di problemi etici e metodologici che ritengo sia importante condividere per capire come nasce, cresce e muore un mito postmoderno africano. Non è la tecnologia in sè l’oggetto di questo racconto, ma l’ideologia, la narrazione, il discorso, che genera e alimenta il mito della modernità e del progresso. Miti che nonostante tutto continuano a esistere e persistere con il supporto non solo del settore produttivo ma anche di quello accademico.
“Ushahidi” è una piattaforma per la raccolta, la visualizzazione e la geolocalizzazione delle informazioni: chiunque, attraverso email o messaggi di testo, può contirbuirvi.
Facendo ricerca mi sono reso conto che di “Ushahidi” non si puo’ conoscere il reale impatto, visto che è impossibile capire chi lo abbia usato sia nel 2007 che successivamente durante il referendum del 2010 (Uchaguzi) e quindi anche durante le ultime elezioni 2013 e ancora durante le ultime due elezioni del 2017. Il sistema giustamente tutela la privacy degli end-users (gli utenti finali) e quindi non è possibile comprendere se ci siano cittadini che lo usano davvero o se questi post siano in realtà l’opera di organizzazioni finanziate e soggetti pagati per fare questo lavoro. Non possiamo fare a meno che limitarci all’analisi dei testi e la quantizzazione dei post. A tal proposito quello che abbiamo potuto constatare è che la piattaforma è stata utilizzata soprattutto per ri-postare informazioni comparse su Twitter e altri social media. Dunque, sembra che piuttosto che alimentare il citizen journalism queste piattaforme vengano utilizzate da personale pagato per aggregare dati e poterli visualizzare su una mappa. Questo avviene quando ci sono fondi a disposizione, altrimenti tutto tace.
Esistono associazioni, gruppi di volontari e altre ong che hanno ricevuto molti fondi dalla comunità internazionale e che hanno usato con intelligenza il sistema, di questo non abbiamo alcun dubbio, hanno fatto un gran lavoro, con questi soggetti possiamo interagire e alcuni tra questi si firmano o utilizzano altre forme di riconoscimento, ma dei cittadini comuni, gli individui che da soli hanno usato il sistema in modo disinteressato, di questi ultimi, non abbiamo alcuna traccia.
Eppure sono loro ad aver reso questa piattaforma un fenomeno mondiale. Il cavallo di battaglia, lo slogan è di “Ushahidi”, il testimone, è sempre stato lo stesso, dare voce a chi non ha voce, al cittadino comune, e fare in modo che tutti possano partecipare al dibattito democratico, a mappare i conflitti e le infrazioni, per cercare di risolverle insieme, attraverso un azione comunitaria dal basso, ma se necessario anche con l’aiuto delle forze dell’ordine.
Non avendo alternativa, ho deciso di comprendere come alcuni ricercatori prima di me abbiano affrontato il problema. Come possiamo dimostrare la validità di questo sistema? La diretta correlazione tra questi progetti e il rafforzamento della società civile, della democrazia dal basso?
Mi sono così imbattuto in alcune ricerche pubblicate da autorevoli università nordamericane, tra queste Harvard, le quali concludono sempre la stessa cosa, che questa piattaforma ha avuto un effetto positivo e sia stata utilizzata da molte persone.
Analizzando la metodologia di ricerca e raccolta dati, con mio enorme stupore, ho scoperto che le ricerche in questione sono basate sul nulla, e che chi le ha supervisionate e sovvenzionate è coinvolto nello sviluppo degli stessi progetti che dovrebbe imparzialmente valutare.
Le analisi si basano su campioni che vanno dalle 20 alle 50 persone massimo e non esiste nessun modo per verificare che abbiano realmente usato il sistema.
In molti potrebbero semplicemente dire di averlo usato per entrare in contatto con ricercatori o altri soggetti che in futuro potrebbero essere utili, o semplicemente per parlare, non è raro qui in Kenya che le persone abbiano questo tipo di approccio quando si trovano difronte a dei ricercatori, i sistemi di verifica sono fondamentali per comprovare la verdicità delle informazioni ricevute.
La più ridicola di tutte queste ricerche è basata su un campione di interviste che non hanno alcun senso, un piccolo gruppo di donne, circa dieci, tutte legate a una ong e a una mediatrice culturale, tutte provenienti da baraccopoli. Ho ottenuto queste informazioni direttamente dalle autrici della ricerca, che a dir il vero non hanno accettato con grande entusiasmo di collaborare e rispondere alle mie domande.

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Ho perso la mia voce

di Dag Solstad
incontro con Alessandro Leogrande. Traduzione di Siv Lakou

 

Questa è, crediamo, l’ultima intervista fatta da Alessandro Leogrande in occasione di un suo viaggio a Oslo. Grazie alla cortesia della redazione di Iperborea, che ha fatto conoscere in Italia l’opera di Dag Solstad, Alessandro ha potuto contattare Solstad e dialogare con lui di Norvegia, politica, letteratura. Consideriamo da tempo Solstad come uno dei maggiori intellettuali europei del nostro tempo, coraggiosamente critico della sua società e tra i pochi a non aver rinnegato un passato di attivo militante politico. Lo si è paragonato non a torto a scrittori come Sartre, come Grass, come Boll. Se lo avessero conosciuto, avrebbe certamente instaurato un serio dialogo con i nostri Pasolini, Calvino, Fortini. Iperborea ha pubblicato di Solstad molti romanzi: La notte del professor Andersen, da cui consigliamo di cominciare, Timidezza e dignità, Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Romanzo 11, libro 18… (Gli asini)

 

Amnesty International ha recentemente condannato il governo norvegese per aver rimpatriato molti rifugiati in Afghanistan e in Somalia. In tutta Europa, e anche in Norvegia, la crisi dei rifugiati ha avuto per reazione la crescita di partiti neofascisti o identitari. Qual è il suo punto di vista sulla Norvegia contemporanea? è un paese più chiuso rispetto al passato davanti al dolore degli altri?

Nelle elezioni del 2013 si è realizzato qualcosa che molti di noi credevano impossibile. Il Partito del progresso, il partito più a destra, quello a cui era vicino Breivik, è entrato nel governo. Questo è stato criticato dai giornali e dai giornalisti, un po’ dappertutto in Europa. Ma la Norvegia ufficiale si è meravigliata di queste critiche. E a sua volta ha criticato i giornali e i giornalisti che avevano criticato il Partito del Progresso definendolo un partito fascista. Chi afferma che è un partito fascista può avere problemi con il governo, e io stesso so bene che una tale dichiarazione susciterebbe scandalo sui giornali. Allora non lo dico. Quando mi chiedono che tipo di governo c’è oggi in Norvegia, io dico che si tratta di un governo blu-blu, invece di dire blu-bruno…

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Nel paese di Garcìa Màrquez

di Susana Moreira Marques

Nell’aprile del 2017, Susana Moreira Marques ha visitato la costa caraibica della Colombia con una borsa di studio della Gabriel García Márquez Foundation, viaggiando nella terra di Cent’anni di solitudine a cinquant’anni dalla pubblicazione del libro. Questo articolo ne è il risultato. Susana Moreira Marques è stata ospite all’ultima edizione di Babel, Festival di Letteratura e traduzione. Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”. L’articolo originale è consultabile online su “Specimen. The Babel review of translations”.

 

La situazione è questa: arrivi in una nuova città, in un paese diverso, dall’altra parte del mondo. Cerchi di comprenderli nello spazio di pochi giorni, di scriverne, di riassumerli. Vuoi al tempo stesso costruire un ponte e attraversarlo, ma la cultura e la storia ti ostacolano. Vuoi goderti il caldo e i tropici. Ma anche farti un’idea più lucida della condizione di un popolo.

Immagina di arrivare con un romanzo come tua unica guida, sapendo che un romanzo può far luce, ma anche indurre in errore. Ti lasci prendere per mano da uno scrittore scomparso che dall’aldilà è ancora capace di trasmettere lo sgomento e la meraviglia di un’eredità, di un individuo quanto di una comunità.

Ti serve un punto di partenza, per capire come fanno cento anni a trasformarsi in altri cento anni e in altri cento ancora, mentre la natura umana resta inspiegabilmente riconoscibile.

La piazza (la ciudad):

Come qualunque altro punto del centro storico di Cartagena de Indias, Plaza de los Coches è perfetta per iniziare a parlare di lasciti e dei misteriosi ingranaggi che regolano il trascorrere del tempo.

Su un lato della piazza c’è la Torre dell’orologio, il Big Ben colombiano, sull’altro stupendi edifici antichi in stile coloniale, ottimamente conservati, dipinti nei toni del giallo e del rosso.

È difficile tenere traccia di tutti i nomi assegnati nei secoli alla piazza: Plaza del Juez, in onore del giudice che condannò e rimpiazzò Pedro de Heredia, fondatore della città; Plaza del Esclavo, per il mercato degli schiavi africani; Plaza de la Hierba, per il mercato del fieno per i cavalli, gli asini e altri animali; Plaza del Puente, per il passaggio sull’acqua che la collega a Bocagrande; Plaza del Rollo, per la colonna su cui venivano affissi gli annunci pubblici: per lo più elenchi di accusati dal Tribunale dell’Inquisizione e di schiavi messi all’asta, uomini, donne e bambini.

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Dal Sud Sudan

di Daniele Moschetti

Daniele Moschetti è missionario comboniano. Da sei anni provinciale della congregazione del Sud Sudan.

Qualche giorno fa, Amnesty international, l’organizzazione non governativa che si occupa di monitorare i diritti umani in giro nel mondo, ha stilato un report sulle atrocità che il conflitto in Sud Sudan ha causato a milioni di persone. Il 9 luglio 2017, abbiamo celebrato il 6° anniversario della nascita di questo nuovo stato, ma quasi quattro di questi anni sono stati passati dalla popolazione nella guerra civile, che ha visto milioni di rifugiati all’estero, quasi la totalità nei paesi vicini, e migliaia di morti dei quali non si saprà mai il numero preciso. Fame, colera e gruppi ribelli di varie etnie sono il frutto delle continue divisioni interne al paese, dell’esercito governativo e anche dei ribelli stessi che lottano contro il presidente Salva Kiir. Prendo spunto proprio da questo report per informarvi e cercare di condividere con voi il dramma di un popolo sempre più alla deriva e abbandonato da tutti, anche da una comunità internazionale molto confusa, che invece di intervenire con misure decise, tergiversa a causa dei propri interessi politici e economici nella zona,oltre che a causa di strategie regionali e di alleanze geopolitiche.

Amnesty ha denunciato che un nuovo fronte del conflitto del Sud Sudan ha causato atrocità, terrore e fame e costretto nell’ultimo anno centinaia di migliaia di persone ad abbandonare la fertile regione dell’Equatoria.

Le ricercatrici di Amnesty hanno visitato la zona nel mese di giugno 2017, documentando come le forze governative ma anche quelle dell’ opposizione abbiano commesso crimini punibili secondo il diritto internazionale, compresi quelli di guerra, contro la popolazione civile.