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La crisi brasiliana e il ruolo della classe media

di Sávio M. Cavalcante

Sávio M. Cavalcante insegna nel dipartimento di Sociologia della Universidade Estadual di Campinas. Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Il 31 agosto del 2016 ha segnato la fine anticipata del secondo mandato di Dilma Rousseff e del periodo in cui, per 13 anni, il Partido dos Trabalhadores (Pt) ha governato il Brasile. Qualsiasi tentativo di spiegazione dell’accaduto costituisce una enorme sfida, a causa della complessità dei fenomeni e della peculiarità dei fatti dalla cui analisi possiamo provare a desumere i tratti più decisivi di quello che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo qui in Brasile.

Il primo e maggior ostacolo per la comprensione della crisi politica brasiliana è attribuire al tema della corruzione un ruolo sbagliato. Anche se non sorprende, è stato questo il tema centrale della narrativa costruita dai partiti dell’opposizione – ora al governo – dai mezzi di comunicazione egemonici e da buona parte della popolazione brasiliana, come cercherò di dimostrare in seguito, e dalla classe media del paese, la base sociale più importante delle grandi manifestazioni del 2015 e 2016 favorevoli all’impeachment della presidente.

Riconosco che l’affermazione può sembrare fragile, persino ardita, alla luce delle centinaia di denunce e delle confessioni di politici e impresari degli ultimi anni, principalmente legate all’operazione Lava Jato che coinvolge diversi organi del potere giudiziario e del potere federale. Nel marzo del 2017 dopo tre anni dalla sua comparsa, l’operazione già contava 170 inquisiti arrestati e 24 già detenuti. Secondo fonti giudiziarie sarebbero stati recuperati più di 3 miliardi di reais. La sensazione era che il paese sarebbe stato ripulito, che la politica sarebbe stata ripulita e che il bene avrebbe finalmente regnato. Non sono mancati profeti per annunciare la buona novella, con tanto di gregge vestito di verde-giallo come accompagnamento per le strade.

In questo scenario idilliaco, segnalo solo due fatti che ritengo più significativi per il lettore che segue da lontano i fatti. Il mandato di Dilma è stato ritirato non per comprovati atti di corruzione ma per un ipotetico mancato rispetto delle leggi fiscali (definite “pedalate fiscali”) e per l’apertura di crediti supplementari senza autorizzazione del Congresso Nazionale, il che configurerebbe, secondo una interazione per nulla automatica, un crimine di “responsabilità”. Non si tratta di un espediente nuovo in altri governi, e gruppi favorevoli alla deposizione di Dilma, come il giornale “Folha de São Paulo, hanno considerato gli argomenti troppo fragili per annullare il voto di 54 milioni di elettori. Come ha ben osservato il politologo Luís Felipe Miguel, diversamente da quanto successo con Fernando Collor nel 1992 quando non c’era alcun dubbio sulla veridicità delle accuse contro il presidente e il fatto che esse costituivano un crimine, nel caso di Dilma, quello a cui si è assistito non è stato un “processo di impeachment basato su un crimine, ma piuttosto la ricerca di un crimine che servisse a giustificare l’impeachment”. Con la crisi economica che cominciava e con la popolarità della Presidente in discesa, con le denunce del Lava Jato contro Lula e il Pt, annunciate con un timing che farebbe invidia allo sceneggiatore di House of Cards, con un presidente della Camera dei deputati (attualmente in prigione, Eduardo Cunha) e molti altri parlamentari contro il governo con l’obbiettivo di ottenere un cambio alla presidenza come unica soluzione per sfuggire alle accuse contro di loro, Dilma si è trovata di fronte a un voto di sfiducia di un’alleanza parlamentare messa su per l’occasione.

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Scoprire il Canada: Il “migliore dei mondi possibili”?

di Lucio Castracani

“Non mi chiamano per sapere come sto. Come se l’incidente fosse capitato a un cane, ormai non sono più funzionale per loro” mi dice mestamente Edinson, seduto su una poltrona dove passa gran parte delle sue giornate, perché in seguito a un incidente sul lavoro non può stare in piedi senza avere dolore alla schiena. Edinson è venuto in Canada dal Guatemala per lavorare come stagionale in un’azienda agricola, come altre migliaia di persone ogni anno (circa 56 000 secondo i dati statistici del 2016), provenienti dall’America centrale, dal Messico, dalle Antille, dal Sud-Est asiatico, grazie a dei programmi di migrazione temporanea stipulati dal governo canadese. Purtroppo la situazione di Edinson non è rara. Nelle diverse province canadesi, e in particolare nelle province che fanno maggior ricorso al lavoro migrante temporaneo come l’Ontario, il Québec e la Columbia Britannica ormai i casi di mancato rispetto dei diritti del lavoro, di deportazioni forzate e di maltrattamenti nei confronti dei partecipanti e delle partecipanti ai programmi non si contano, senza però che l’immagine internazionale del Paese sia scalfita.

In effetti, l’immagine positiva del Canada per quanto riguarda le politiche migratorie si è ormai andata consolidando nel corso dei decenni ed è difficile metterla in discussione. La svolta risale agli inizi degli anni sessanta quando il Paese nordamericano mise fine a una politica migratoria fondata su criteri razziali (1962) e iniziò a ritagliarsi internazionalmente l’immagine di Paese modello per la gestione dell’immigrazione. Questa reputazione si è basata fondamentalmente su due scelte: innanzitutto, sulla creazione nel 1967 di un sistema a punti per selezionare le persone destinate all’immigrazione permanente. Tale sistema rimpiazzerà di fatto quello basato sui criteri razziali, si vorrà oggettivo e finalizzato alla ricerca di profilli qualificati in grado di rispondere ai bisogni, soprattutto economici, dello Stato canadese.

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Mia unica patria, la lingua

di Aslı Erdoğan. Incontro con Övgü Pınar

illustrazione di Mara Cerri

Le brillano gli occhi quando le dico “Questo mondo è anche il nostro!”, e con una voce mite e nello stesso tempo ribelle mi dice “Che bella frase. Si, è anche nostro questo mondo!” Nei suoi 50 anni di vita si è sempre sentita estranea, anche nel suo paese di origine, la Turchia, e anche nel mondo della letteratura. Solo in carcere dice di non essersi sentita da sola. E solo alla sua madre lingua si sente legata. Aslı Erdoğan ha passato più di quattro mesi in carcere nel 2016, con l’accusa di “fare propaganda terroristica” per aver fatto parte del comitato consultivo di “Özgür Gündem”, il giornale filocurdo chiuso su ordine del tribunale ad agosto 2016. Il processo contro di lei è ancora in corso e la prossima udienza si terrà nelle prossime settimane. Lei vive adesso in Germania, ma dice di voler tornare in Turchia. Anche se i suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue, il suo nome è diventato noto nel mondo in seguito alla sua incarcerazione. Il “New York Times” l’ha dichiarata una delle “11 donne più forti che abbiamo incontrato in tutto il mondo nel 2017”. A gennaio ha ricevuto a Parigi il premio Simone de Beauvoir. Il suo ultimo libro, Neppure il silenzio è più tuo (Garzanti), una raccolta dei suoi articoli, è stato tradotto in 20 lingue. Ma lei si dice a disagio per questa nuova identità politica.

Noi l’abbiamo conosciuta per la letteratura ma prima della letteratura lei si occupava di fisica e ingegneria. Come è avvenuto il passaggio dalla scienza alla letteratura?

Studiavo ingegneria informatica all’università di Bogazici ma volevo studiare anche fisica, solo che nel frattempo studiavo pure balletto classico e il tempo non mi bastava mai. Poi ho fatto il mio master in fisica e al terzo anno sono andata al Cern (Centro europeo per la ricerca nucleare di Ginevra) per un corso estivo. E quell’anno il Cern concesse una borsa di studio di sei mesi a due dei centoventi corsisti. Io ero una di quei due. Sono stata fortunata e ho lavorato con una squadra fantastica. Ho scritto una tesi su Higgs, il fisico. Negli anni novanta Higgs era una cosa molto nuova. E avevo già preso il mio primo premio letterario nel 1990, il premio Yunus Nadi.

 

Quindi non c’è stata una transizione lineare dalla fisica alla letteratura, portava insieme tutte e due…

In realtà no. Volevo essere una fisica e amavo tanto la letteratura, ma non sognavo di diventare una scrittrice. Avevo solamente scritto una storia e l’avevo mandata per il premio e l’ho vinto. Ero rimasta molto sorpresa anch’io di averlo vinto.

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Afghanistan, una guerra troppo lunga

di Giuliano Battiston

illustrazione di Lorenzo Mattotti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Più violenza, più conflitto, più vittime. Il 2018 per l’Afghanistan è già segnato. Sarà la violenza il tratto distintivo con cui l’Afghanistan celebrerà il “quarantennale” del 2018. Un anniversario particolare: quarant’anni di guerra, una guerra intermittente e a macchia di leopardo, che colpisce in zone e in tempi diversi, ma comunque una guerra: ogni anno 3.500 nuove vittime civili. Inaugurato dal crollo dell’edificio statuale e dal colpo di Stato del 1978, il conflitto ha assunto forme diverse. L’occupazione sovietica dal 1979 al 1989, la guerra civile tra i mujahedin tra il 1992 e il 1996, l’Emirato islamico dei talebani dal 1996 al 2001. E, ultima parentesi di una storia che andrebbe letta tutta intera, la guerriglia dei talebani contro il governo di Kabul. Considerato illegittimo dagli “studenti coranici”, sostenuto dagli Stati Uniti e dagli alleati della Nato, dipendente dalle risorse esterne, oggi è retto da due uomini che sono stati a lungo antagonisti, poi costretti a condividere il potere in un governo di unità nazionale: strano esperimento di ingegneria istituzionale voluto da Washington, il governo bicefalo del presidente Ashraf Ghani e del quasi primo ministro Abdullah Abdullah ha finito per istituzionalizzare l’impasse politica che voleva sanare. Risultato? Inerzia e continui attriti, inefficienza ed elezioni parlamentari più volte rinviate. E nel 2019 nuove elezioni presidenziali che i talebani cercheranno di sabotare. Quei talebani che una volta erano al governo e che oggi fanno opposizione armata, perché nessuno ha pensato di reintegrarli, negli anni successivi al rovesciamento del loro Emirato, alla fine del 2001.

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Crisi ecologica e crisi della politica

di Marino Ruzzenenti

illustrazione di Fabian Negrin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Nonostante tutto torniamo ad affrontare il grande tema della crisi ecologica: nonostante il negazionismo sfacciato di Trump utilizzato da troppi potenti come alibi per gridare allo scandalo, continuando, nel contempo, sulla vecchia strada di uno sviluppo distruttivo degli umani e dell’ambiente; nonostante una campagna elettorale nel nostro Paese pressoché afona su questo tema, in modo così sconcertante da apparire incredibile; nonostante siamo sommersi da una miriade di messaggi suggestivi, con un profluvio di prefissi eco e di suffissi green, con promesse di sostenibilità e circolarità dello sviluppo, che illudono lo sprovveduto di trovarsi ormai oltre la crisi ecologica, abbondantemente lasciata alle spalle.

E invece la crisi ecologica, inscindibilmente intrecciata con la crisi sociale, si va sempre più approfondendo, minando le basi su cui poggiano gli equilibri naturali del Pianeta e le condizioni di vita, o addirittura di sopravvivenza, dell’umanità.

Vi sono segnali ogni giorno più inquietanti che non sempre vengono colti dall’opinione pubblica, anche se riguardano i cosiddetti “fondamentali”, non tanto dell’economia, quanto delle basi della nostra esistenza. L’acqua, come tutti sanno, è all’origine della vita sul Pianeta ed è una matrice ambientale preziosissima per la conservazione della nostra specie. L’importanza di questo bene naturale comune l’hanno colta anche gli italiani quando nel 2011 sostennero il referendum per la proprietà e la gestione pubblica dell’acqua (meno gran parte della politica che in omaggio agli affari privati sta facendo l’impossibile per aggirare quel referendum). Ebbene, sappiamo di situazioni di inquinamento acuto di questa risorsa e di penuria per interi popoli. Poco risalto ha invece avuto sui media una recente scoperta, davvero sconvolgente, sui guasti che l’industrializzazione novecentesca ha provocato. Uno dei simboli della moderna società dei consumi è la plastica, prodotta dalla rivoluzione petrolchimica di metà del secolo scorso, che ha contribuito a cambiare profondamente le condizioni di vita nei paesi sviluppati. Negli ultimi sessant’anni si valuta siano state prodotti nel mondo ben 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, temporaneamente utilizzata dagli umani per essere in gran parte scaricata come rifiuto nell’ambiente, per terminare infine nelle acque e nei mari. Qui, ed è un fenomeno abbastanza noto, le plastiche sospinte dalle correnti si sono in certi casi agglomerate in vere e proprie grandi isole artificiali, orribili monumenti della stupidità umana. Ma – e questo fenomeno è meno conosciuto – micro residui di plastica si sono diffusi in tutte le acque superficiali e di falda fino a contaminare la stessa acqua che beviamo. Giunge a questa inquietante conclusione uno studio condotto a livello mondiale da Orb Media, un’organizzazione no-profit specializzata in giornalismo d’indagine, la quale ha condiviso i risultati dell’analisi pubblicati in esclusiva da “The Guardian” (www.theguardian.com/environment/2017/sep/06/plastic-fibres-found-tap-water-around-world-study-reveals).

Si tratta di uno studio che ha analizzato un totale di 159 campioni, con il più alto tasso di contaminazione registrato negli Stati Uniti, pari al 94%, con fibre di plastica trovate nell’acqua del rubinetto degli edifici del Congresso, della Trump Tower e del quartier generale dell’Agenzia Usa per la protezione ambientale. Leggermente migliore la situazione in Europa, con il 72% della nostra acqua potabile contaminata, e dove, per ogni bottiglietta da mezzo litro, ingeriamo in media 1,9 fibre di plastica. Il fatto di bere quotidianamente queste micro fibre di plastica, sostanza di sintesi per sua natura estranea al vivente, non è dato sapere che effetti possa avere sulla salute, anche se sembra difficile possa essere benefica al nostro organismo. Di certo ha un valore altamente simbolico di come l’inquinamento ambientale abbia assunto una diffusione ubiquitaria e irreversibile, intaccando la fonte primaria della nostra vita.

Sull’aria che respiriamo è superfluo soffermarsi perché sui danni alla salute indotti dallo smog che attanaglia le nostre città l’informazione passa abbastanza, anche se poi non si fa nulla per porvi rimedio.

Ma oggi, sempre più, diventa estremamente critica anche l’altra base su cui poggia la nostra vita, l’alimentazione e quindi la terra naturalmente fertile. Dopo tanta ubriacatura sulle mirabili promesse di artificializzare una grande tecnosfera capace di sovrapporsi e sostituire la stessa biosfera, molti stanno riscoprendo il valore primario dell’agricoltura. Recentemente papa Francesco, nel corso del suo ultimo viaggio in America Latina, ha detto: “Non c’è sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra”. Ebbene la moderna agroindustria ha voltato le spalle alla terra, ridotta a puro supporto fisico, illudendosi di sostituirne la fertilità naturale con la chimica, con i fertilizzanti di sintesi, con gli ogm e i relativi antiparassitari inevitabilmente tossici anche per l’uomo. Il cortocircuito, a ben vedere, è impressionante: da un canto ci si rende conto che forse l’agrochimica ha il fiato corto e che non si può fare a meno di una terra integra, ricca di vita e fertile, spingendo paesi sviluppati e grandi potenze emergenti come la Cina all’accaparramento di immense estensioni di terra in Africa e in generale nel cosiddetto Sud del mondo; dall’altro ci si illude di poter ulteriormente rilanciare ampliando i confini dell’artificiale, producendo cibo a prescindere addirittura dalla terra. In verità non si tratta di una novità assoluta, anche se ora l’operazione si ripresenta con maggiori ambizioni e investimenti da capogiro. Già agli inizi degli anni settanta seriamente si progettò di produrre bistecche a partire dai cascami del petrolio: gli animali, invece di nutrirsi con fieno e vegetali provenienti da pascoli o da colture dedicate, sarebbero stati alimentati con mangime di bioproteine ottenute da colture di microrganismi su frazioni commercialmente povere del cracking del petrolio. Vennero costruiti, con finanziamenti pubblici, due grandi impianti per la produzione di bioproteine, la Liquichimica a Saline Joniche in Calabria e l’Italproteine del gruppo Eni a Sarroch in Sardegna, i quali avrebbero dovute produrne 100mila tonnellate l’anno. Di fatto non entrarono mai in attività perché si scoprì l’inevitabile tossicità di questi “mangimi” sintetici, mentre l’oil shock del 1973 ne aveva addirittura fatto schizzare i costi ben al di sopra dei mangimi tradizionali (Le bioproteine: esperienze e ricerche per una fonte alimentare alternativa di Paolo Bellucci, Feltrinelli 1980).