pianeta

Afghanistan, una guerra troppo lunga

di Giuliano Battiston

illustrazione di Lorenzo Mattotti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Più violenza, più conflitto, più vittime. Il 2018 per l’Afghanistan è già segnato. Sarà la violenza il tratto distintivo con cui l’Afghanistan celebrerà il “quarantennale” del 2018. Un anniversario particolare: quarant’anni di guerra, una guerra intermittente e a macchia di leopardo, che colpisce in zone e in tempi diversi, ma comunque una guerra: ogni anno 3.500 nuove vittime civili. Inaugurato dal crollo dell’edificio statuale e dal colpo di Stato del 1978, il conflitto ha assunto forme diverse. L’occupazione sovietica dal 1979 al 1989, la guerra civile tra i mujahedin tra il 1992 e il 1996, l’Emirato islamico dei talebani dal 1996 al 2001. E, ultima parentesi di una storia che andrebbe letta tutta intera, la guerriglia dei talebani contro il governo di Kabul. Considerato illegittimo dagli “studenti coranici”, sostenuto dagli Stati Uniti e dagli alleati della Nato, dipendente dalle risorse esterne, oggi è retto da due uomini che sono stati a lungo antagonisti, poi costretti a condividere il potere in un governo di unità nazionale: strano esperimento di ingegneria istituzionale voluto da Washington, il governo bicefalo del presidente Ashraf Ghani e del quasi primo ministro Abdullah Abdullah ha finito per istituzionalizzare l’impasse politica che voleva sanare. Risultato? Inerzia e continui attriti, inefficienza ed elezioni parlamentari più volte rinviate. E nel 2019 nuove elezioni presidenziali che i talebani cercheranno di sabotare. Quei talebani che una volta erano al governo e che oggi fanno opposizione armata, perché nessuno ha pensato di reintegrarli, negli anni successivi al rovesciamento del loro Emirato, alla fine del 2001.

pianeta

Crisi ecologica e crisi della politica

di Marino Ruzzenenti

illustrazione di Fabian Negrin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Nonostante tutto torniamo ad affrontare il grande tema della crisi ecologica: nonostante il negazionismo sfacciato di Trump utilizzato da troppi potenti come alibi per gridare allo scandalo, continuando, nel contempo, sulla vecchia strada di uno sviluppo distruttivo degli umani e dell’ambiente; nonostante una campagna elettorale nel nostro Paese pressoché afona su questo tema, in modo così sconcertante da apparire incredibile; nonostante siamo sommersi da una miriade di messaggi suggestivi, con un profluvio di prefissi eco e di suffissi green, con promesse di sostenibilità e circolarità dello sviluppo, che illudono lo sprovveduto di trovarsi ormai oltre la crisi ecologica, abbondantemente lasciata alle spalle.

E invece la crisi ecologica, inscindibilmente intrecciata con la crisi sociale, si va sempre più approfondendo, minando le basi su cui poggiano gli equilibri naturali del Pianeta e le condizioni di vita, o addirittura di sopravvivenza, dell’umanità.

Vi sono segnali ogni giorno più inquietanti che non sempre vengono colti dall’opinione pubblica, anche se riguardano i cosiddetti “fondamentali”, non tanto dell’economia, quanto delle basi della nostra esistenza. L’acqua, come tutti sanno, è all’origine della vita sul Pianeta ed è una matrice ambientale preziosissima per la conservazione della nostra specie. L’importanza di questo bene naturale comune l’hanno colta anche gli italiani quando nel 2011 sostennero il referendum per la proprietà e la gestione pubblica dell’acqua (meno gran parte della politica che in omaggio agli affari privati sta facendo l’impossibile per aggirare quel referendum). Ebbene, sappiamo di situazioni di inquinamento acuto di questa risorsa e di penuria per interi popoli. Poco risalto ha invece avuto sui media una recente scoperta, davvero sconvolgente, sui guasti che l’industrializzazione novecentesca ha provocato. Uno dei simboli della moderna società dei consumi è la plastica, prodotta dalla rivoluzione petrolchimica di metà del secolo scorso, che ha contribuito a cambiare profondamente le condizioni di vita nei paesi sviluppati. Negli ultimi sessant’anni si valuta siano state prodotti nel mondo ben 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, temporaneamente utilizzata dagli umani per essere in gran parte scaricata come rifiuto nell’ambiente, per terminare infine nelle acque e nei mari. Qui, ed è un fenomeno abbastanza noto, le plastiche sospinte dalle correnti si sono in certi casi agglomerate in vere e proprie grandi isole artificiali, orribili monumenti della stupidità umana. Ma – e questo fenomeno è meno conosciuto – micro residui di plastica si sono diffusi in tutte le acque superficiali e di falda fino a contaminare la stessa acqua che beviamo. Giunge a questa inquietante conclusione uno studio condotto a livello mondiale da Orb Media, un’organizzazione no-profit specializzata in giornalismo d’indagine, la quale ha condiviso i risultati dell’analisi pubblicati in esclusiva da “The Guardian” (www.theguardian.com/environment/2017/sep/06/plastic-fibres-found-tap-water-around-world-study-reveals).

Si tratta di uno studio che ha analizzato un totale di 159 campioni, con il più alto tasso di contaminazione registrato negli Stati Uniti, pari al 94%, con fibre di plastica trovate nell’acqua del rubinetto degli edifici del Congresso, della Trump Tower e del quartier generale dell’Agenzia Usa per la protezione ambientale. Leggermente migliore la situazione in Europa, con il 72% della nostra acqua potabile contaminata, e dove, per ogni bottiglietta da mezzo litro, ingeriamo in media 1,9 fibre di plastica. Il fatto di bere quotidianamente queste micro fibre di plastica, sostanza di sintesi per sua natura estranea al vivente, non è dato sapere che effetti possa avere sulla salute, anche se sembra difficile possa essere benefica al nostro organismo. Di certo ha un valore altamente simbolico di come l’inquinamento ambientale abbia assunto una diffusione ubiquitaria e irreversibile, intaccando la fonte primaria della nostra vita.

Sull’aria che respiriamo è superfluo soffermarsi perché sui danni alla salute indotti dallo smog che attanaglia le nostre città l’informazione passa abbastanza, anche se poi non si fa nulla per porvi rimedio.

Ma oggi, sempre più, diventa estremamente critica anche l’altra base su cui poggia la nostra vita, l’alimentazione e quindi la terra naturalmente fertile. Dopo tanta ubriacatura sulle mirabili promesse di artificializzare una grande tecnosfera capace di sovrapporsi e sostituire la stessa biosfera, molti stanno riscoprendo il valore primario dell’agricoltura. Recentemente papa Francesco, nel corso del suo ultimo viaggio in America Latina, ha detto: “Non c’è sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra”. Ebbene la moderna agroindustria ha voltato le spalle alla terra, ridotta a puro supporto fisico, illudendosi di sostituirne la fertilità naturale con la chimica, con i fertilizzanti di sintesi, con gli ogm e i relativi antiparassitari inevitabilmente tossici anche per l’uomo. Il cortocircuito, a ben vedere, è impressionante: da un canto ci si rende conto che forse l’agrochimica ha il fiato corto e che non si può fare a meno di una terra integra, ricca di vita e fertile, spingendo paesi sviluppati e grandi potenze emergenti come la Cina all’accaparramento di immense estensioni di terra in Africa e in generale nel cosiddetto Sud del mondo; dall’altro ci si illude di poter ulteriormente rilanciare ampliando i confini dell’artificiale, producendo cibo a prescindere addirittura dalla terra. In verità non si tratta di una novità assoluta, anche se ora l’operazione si ripresenta con maggiori ambizioni e investimenti da capogiro. Già agli inizi degli anni settanta seriamente si progettò di produrre bistecche a partire dai cascami del petrolio: gli animali, invece di nutrirsi con fieno e vegetali provenienti da pascoli o da colture dedicate, sarebbero stati alimentati con mangime di bioproteine ottenute da colture di microrganismi su frazioni commercialmente povere del cracking del petrolio. Vennero costruiti, con finanziamenti pubblici, due grandi impianti per la produzione di bioproteine, la Liquichimica a Saline Joniche in Calabria e l’Italproteine del gruppo Eni a Sarroch in Sardegna, i quali avrebbero dovute produrne 100mila tonnellate l’anno. Di fatto non entrarono mai in attività perché si scoprì l’inevitabile tossicità di questi “mangimi” sintetici, mentre l’oil shock del 1973 ne aveva addirittura fatto schizzare i costi ben al di sopra dei mangimi tradizionali (Le bioproteine: esperienze e ricerche per una fonte alimentare alternativa di Paolo Bellucci, Feltrinelli 1980).

pianeta

Messico, una candidata india

di Juan Villoro. Traduzione di Cecilia Raneri

illustrazione di Fabian Negrin

 

Una ragazzina di 13 anni vende semi di zucca a Ciudad Guzmán, Jalisco. È la terza di undici fratelli. A casa sua, nella comunità nahua di Tuxpan, a un’ora di camion, ci sono le tortillas, ma non c’è niente da metterci dentro. La cena dell’intera famiglia dipende dal fatto che María de Jesús Patricio Martínez riesca a vendere un sacchetto di semi. La scena si svolge nel 1976. Oggi, quella ragazzina aspira alla Presidenza della Repubblica.

L’impresa di Marichuy, o Chuy, come la chiamano i più intimi, è cominciata al modo delle cosmogonie preispaniche: in mezzo al mais. “Mio padre era un agricoltore; io andavo con lui nei campi, di pomeriggio studiavo e di sera aiutavo mia madre con i miei fratelli più piccoli”, commenta nella sede del Concejo Indígena de Gobierno, nella colonia Doctores di Città del Messico. Ci riuniamo mentre il resto della giunta fa colazione poco prima di un’assemblea. Sono le 9 di mattina di sabato 4 novembre. Nel pomeriggio, Marichuy riprenderà il suo intenso itinerario attraverso le comunità indigene, questa volta in direzione del Golfo. Suo marito, l’avvocato Carlos González, difensore delle terre comunali, la ascolta rispettosamente e interviene solo quando lei gli domanda una data o il nome di un’organizzazione. Carlos è una precisa banca dati. Ecco che suona il cellulare di Marichuy; lei vede il prefisso e chiede a quale stato corrisponda. “Guerrero”, risponde immediatamente Carlos.

“A scuola mi piaceva partecipare, ma non tanto parlare”. Questa frase descrive bene Marichuy: ha fiducia in quello che dice, ma si fida di più di quello che le dicono gli altri. Ribatte con facilità agli scherzi e risponde alle domande con la tranquilla spontaneità di chi non si perde nel labirinto delle parole. L’ho vista dialogare a tavola con intellettuali, sbrigare pratiche negli uffici, assistere a una riunione collettiva a Oventic, tornare da un lungo cammino o prepararsi a intraprenderlo. In ogni circostanza ha agito con una naturalezza difficile da associare alla vita politica. Marichuy non cerca di essere un “personaggio”; in tempi di post-verità, non ha bisogno di mentire.

pianeta

Un cimitero in tunisia

di Taddeo Mecozzi

disegno di Fabian Negrin

A Zarzis, in Tunisia, a pochi chilometri dalla Libia, c’è un cimitero. Se così lo si può chiamare. È un cimitero di cui, se solo si trovassero tutti i possibili candidati ad abitarlo, si parlerebbe moltissimo. Se ne discuterebbe ovunque perché non ci sarebbe già più spazio per tenere i corpi di tutti quelli che gli sono destinati. Se ne parlerebbe con angoscia perché sarebbe senz’altro uno dei cimiteri cresciuti di più negli ultimi venti anni. Se ne parlerebbe con orrore perché i corpi che vi vengono sepolti non sono quasi mai interi, a volte non hanno i vestiti, sono mutilati e già decomposti. E invece in pochi sanno che esiste e che ogni giorno, seppur non come dovrebbe, perché si recuperano con fatica i suoi ospiti, cresce, cresce e cresce, fino a non bastare più il poco spazio che ha. Tra qui e l’Italia il numero di questi cimiteri aumenta di anno in anno.

A Zarzis c’è una lunghissima spiaggia. La sabbia è molto fine e si fa fatica, pur camminando verso il mare, a immergersi completamente nell’acqua. Il sole è forte e la sua luce è brillante e chiara. Gli occhi e la fronte sono sempre corrugati e si proteggono dal sole.

Lungo la spiaggia sono diversi i ristoranti e i caffè. Anche d’inverno i tavoli di plastica e le sedie colorate sono gettate sulla spiaggia. La gente del posto mangia e beve sotto gli ombrelloni di paglia e un cameriere in ciabatte porta cibo e bevande. Tutt’intorno immondizia, case abbandonate, case in costruzione, palazzi mai completati e montagne di detriti completano lo scenario.

Si sa che il mare, prima o poi, restituisce tutto quello che gli uomini vi gettano. In particolare, quando finiscono le mareggiate, lungo il bagnasciuga si forma un’ondeggiante striscia di detriti che, quando il mare si ritira, rimane lì a far da confine tra l’ultimo punto in cui battono le onde e il primo in cui la sabbia rimane asciutta.

pianeta

Caro presidente Trump

di Stefano Massini

disegno di Fabian Negrin

Caro Presidente Trump,

chiuda gli occhi e si immagini per un attimo un vegetariano che fa pubblicità alla caccia. è questo più o meno il brivido da ottovolante che ho provato apprendendo che lei, proprio lei, il Donald del turpiloquio e del machismo da camerata, avrebbe emesso un verdetto sulle nuove parole tabù. Ovvero: “feto”, “transessuale”, “diversità”, “vulnerabile”, e via dicendo, con una vera e propria messa al bando del cosiddetto dizionario gender.

Ora, è più che ovvio non aspettarsi dal divo del “Millionaire” una conoscenza antropologica di cosa sia una parola tabù. Ma per la stima affettuosa che le porto, mi preme qui riepilogarglielo: il tabù è una definizione giunta in Europa da una cultura lontanissima come quella polinesiana. Fu Cook nel XVIII secolo a insegnare al Vecchio Continente che per la religione di quelle remote terre esisteva appunto un cosiddetto taboo, ovvero qualcosa che era talmente prossimo alla divinità da non poter essere toccato. Come dire: una quintessenza di purezza, tale da risultare perfino rischiosa per i limitati normali umani. Ripeto: il tabù in origine era ciò che era troppo in alto, non ciò che si sprezzava in quanto deteriore. Il punto fu che nei secoli a venire, lentamente, la sfera religioso-apotropaica – dentro cui ogni tabù di fatto alberga – spostò il valore del termine facendolo diventare “ciò che va evitato”. Ed ecco allora che spesso e volentieri la parola-tabù ha finito per coincidere con ciò che fa paura, e come tale va eliminato perfino dal linguaggio (è noto il caso di molti animali che incutevano terrore, come l’orso: molte lingue germaniche e slave lo definiscono senza un sostantivo preciso, ma con perifrasi come “il bruno peloso” o addirittura “il mangia-miele”).