pianeta

Il papa a Bogotà

di Iacopo Scaramuzzi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

C’è una guerra nella guerra che Papa Francesco ha cercato di portare a conclusione nel corso del suo viaggio in Colombia, ed è la guerra interna alla Chiesa cattolica, una guerra tanto più scandalosa perché ha accompagnato, e a volte sostenuto, la guerra fratricida che ha insanguinato un paese cattolicissimo.

Jorge Mario Bergoglio ha visitato Bogotà, Villavicencio, Meddelin e Cartagena, dal sei all’11 settembre, con il motto “fare il primo passo” – il primo passo, ha spiegato, “su una strada diversa da quelle già percorse”. A fine dell’anno scorso la Colombia ha faticosamente raggiunto un accordo tra il Governo di Juan Manuel Santos e i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc) – inizialmente bocciato da un referendum popolare – che ha posto fine a oltre mezzo secolo di guerra civile. E il Pontefice argentino, che ha sostenuto l’accordo con pubblici appelli e moral suasion diplomatica dietro le quinte, ha finalmente accettato l’invito a visitare il paese, consapevole che tradurre l’accordo di carta e inchiostro nella vita concreta è la sfida cruciale.

“La Colombia continua a essere un paese diviso, anche la Chiesa è divisa. La penosa realtà sfociata nel risultato del referendum di ottobre dell’anno scorso ne è la riprova”, ha scritto l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), secondo gruppo guerrigliero dopo le Farc, che in vista dell’arrivo del Papa ha annunciato uno storico cessate-il-fuoco. Tra i fondatori del gruppo, negli anni Sessanta, Camilo Torres, prete e teologo della liberazione.

pianeta

La “nuova” classe operaia cinese. Incontro con Pun Ngai

di Diego Gullotta e Lin Lili 

illustrazione di JooHee Yoon

Abbiamo incontrato Pun Ngai a Hong Kong, dove vive e insegna (HKU). Nota a livello internazionale per le sue ricerche e il suo impegno sulla nuova classe operaia cinese, in Italia è stata presentata grazie ad Angela Pascucci su Il Manifesto, da Gambino e Sacchetto ( si vedano i testi di riferimento in fondo).

Nel 2016 per la Polity Press è uscito il volume Migrant Labor in Post-Socialist China, qui Pun Ngai ha condensato due decenni di studi, i temi dei sette capitoli hanno fornito lo spunto per una lunga conversazione sull’accademia, il neoliberismo cinese, la formazione e la condizione della nuova classe operaia cinese, la composizione sociale cinese attuale, il passaggio dal made in China al created in China riportati in estrema sintesi di seguito. Alla base delle analisi di Pun Ngai non c’è l’accademia con l’astratta autoreferenzialità imperante, né una vaga missione dell’intellettuale che pensa di avere sulle spalle la responsabilità delle sorti della Cina intera ma che, per restrizioni e/o per comodo, resta confinato nei recinti della conoscenza.

Lo spazio che l’università offre per contribuire a una reale trasformazione della società è ormai minimo o assente, grazie al modello aziendale che domina la produzione del sapere, a cui bisogna poi aggiungere la particolare condizione di controllo e auto-censura nel caso della Cina continentale. La prospettiva, o meglio il posizionamento di Pun Ngai è intimamente legato alla nuova classe operaia formatasi nell’ “economia socialista di mercato” degli ultimi trent’anni, da una parte la ricercatrice ha fin da subito svelato come la nuova divisione internazionale del lavoro abbia spostato, e non dematerializzato, la classe operaia nei nuovi spazi aperti sulle macerie del socialismo con la creazione della cosiddetta fabbrica del mondo nel Guangdong e nelle zone costiere della Cina, dall’altra si è spesa e si spende come attivista per i diritti degli operai (per esempio con l’organizzazione Students and Scholars against Corporate Misbehaviour, fondata nel 2005) e per rafforzare la capacità di trasformazione sociale che questa classe, secondo lei, esprime con sempre maggiore coscienza.

In questo senso, le analisi di Pun Ngai partono e tornano in relazione agli interessi degli operai, esse sono inserite dentro un discorso strategico e organizzativo e non separate dall’azione politica quotidiana. Quando gli argomenti si fanno astratti, già nell’uso del linguaggio, immediatamente li riporta al livello della vita materiale e quotidiana degli operai e dei subalterni, pur rischiando consapevolmente una eccessiva semplificazione. Proprio il termine gramsciano “subalterni”, valorizzato dalla critica postcoloniale (diceng in cinese) fornisce un esempio utile, possiamo utilizzarlo nella discussione teorica, dice Pun Ngai, ma nel lavoro concreto di organizzazione delle lotte operaie nella sfera della produzione e della riproduzione sociale, non ha alcuna presa.

Allo stesso modo, il rifiuto delle elaborazioni che qui per brevità racchiudiamo col termine postmoderne, non deriva solo dal rifiuto del portato ideologico di questa corrente che ha imperato a lungo a sostegno della smaterializzazione del lavoro e della classe, ma dal fatto che la maggior parte di questi concetti sono inutili sul terreno pratico. Se nelle attività di organizzazione operaie ha un valore strategico l’uso, poniamo, di strumenti concettuali foucaultiani (come in diversi momenti dei suoi studi Pun Ngai ha fatto) allora ben vengano. Ma al momento la questione pressante per l’attivista è aumentare le forze della ricerca sul campo e dell’organizzazione, a partire dal lavoro delle diverse ONG che si occupano della difesa dei diritti degli operai, la partecipazione alla vita degli operai oltre lo spazio della fabbrica e oltre il Guangdong, le campagne internazionali contro lo sfruttamento del lavoro, fino alla ricerca partecipata in settori ancora poco battuti come la logistica e, insieme e oltre il mondo dei nuovi operai, il settore dei servizi.

pianeta

Le difficoltà della pace in Colombia

di Lucia Capuzzi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

La pace di inchiostro è stata scritta, riscritta, firmata non una, ma due volte. Non poteva andare diversamente nella culla del realismo magico e di Cent’anni di solitudine.

La prima, in un tripudio di entusiasmo, il 26 settembre di un anno fa, nella magnifica Cartagena de Indias, alla presenza di decine di leader internazionali. La seconda, a poco meno di due mesi di distanza, il 24 novembre, quasi in sordina, nella più austera Bogotà. Nel mezzo, la “batosta” della mancata ratifica popolare quando, al referendum del 2 ottobre, il “no” all’accordo si è imposto per una manciata di 50mila voti. Ci è voluta la ferma determinazione della comunità mondiale – espressa con il Nobel per la pace al presidente e figura chiave delle trattative con la guerriglia – perché il patto tra le Fuerzas armadas revolucionarias de colombia (Farc) e il governo potesse passare, dopo quasi quattro anni di negoziati all’Avana. E diventare operativo lo scorso primo dicembre.

Anche le stirpi condannate a cent’anni di solitudine – si potrebbe dire, parafrasando García Márquez – hanno diritto, ora, a una seconda opportunità sulla terra. Il conflitto – in corso da oltre sessant’anni – non è più una “calamità” naturale con cui fare i conti, come il diluvio su Macondo o l’invasione delle formiche a casa Buendía, per restare nella metafora del famoso romanzo. Per la prima volta dopo decenni, la nazione si trova di fronte una possibilità di pace. Coglierla, però, non è né facile né scontato. Lo abbiamo visto in questi primi dieci mesi di dopoguerra. Ci sono i “problemi tecnici” di implementazione. I circa 7mila guerriglieri delle Farc sono usciti dalla giungla a gennaio per concentrarsi in ventisei aree ad hoc – le zonas veredales – in vista del disarmo e della reintegrazione.

pianeta

Lettera dalla Russia

di Maria Chiara Franceschelli

 

Questa è una lettera dall’Università statale di Mosca Lomonosov, l’università più antica e prestigiosa della Russia. Più precisamente, dal sesto piano dell’ obščezhitie, pittoresco studentato ex-sovietico dentro cui il 1989 pare non essere mai arrivato, presso la sede centrale dell’Università, in uno degli edifici architettonicamente più rilevanti della capitale. Si tratta di una delle cosiddette “sette sorelle di Stalin”, grattacieli in stile classicista-socialista costruiti fra il 1947 e il 1957. Lì ho vissuto e studiato per un semestre, e solo ed esclusivamente in questo ambiente hanno potuto formarsi le impressioni che mi hanno accompagnato nello scambio.

La presa di coscienza che fa da sfondo a tutte le considerazioni fatte giorno dopo giorno è quella di aver vissuto in un ambiente elitario. Alla base di questa elitarietà c’è innanzitutto il fatto stesso di aver vissuto a Mosca. Il profondo divario socioeconomico che caratterizza la Russia post-sovietica non separa solamente gli strati sociali più alti dai più bassi, bensì allontana anche la capitale dal resto della Russia. I russi stessi sono soliti dire che “Mosca non è Russia”, perché vi sono caratteristiche comuni a tutte le altre città maggiori che non appartengono in nessun modo alla capitale e viceversa. Ciò crea un profondo squilibrio tra la vita a Mosca e la vita in altre città. Per citarne alcune: Nizhnij Novgorod, Novosibirsk, Kazan’, Samara, Ekaterinburg. Tutte queste città contano svariati milioni di abitanti e un’intensa attività economica e industriale, e presentano alcune caratteristiche comuni. I centri storici sono spesso di dimensioni ridotte e sono accerchiati da grigie periferie sconfinate che talvolta fanno sembrare queste città dei paesoni sovrappopolati. Nel migliore dei casi, come a Nizhnij Novgorod e Kazan’, i siti di interesse culturale sono ben preservati. Altre volte, come a Smolensk (città dalle dimensioni più ridotte, ma comunque di notevole interesse perché capoluogo della omonima oblast’ e di fondazione antichissima, 863 d.C.), ci si ritrova innanzi allo sconfortante spettacolo di un consistente patrimonio culturale lasciato cadere in rovina. Nello specifico caso di Smolensk si tratta dell’imponente cinta muraria cinquecentesca, la più grande di tutta la Russia: privata di qualsivoglia opera di manutenzione, è ormai adibita a discarica ufficiosa e cimitero di siringhe.

pianeta

Futurologia minima del teatro 2018-2033

di Daniele Villa/Sotterraneo

dettaglio della cattedrale di Salamanca

Sotterraneo è un collettivo di ricerca teatrale nato a Firenze nel 2005. Le produzioni del gruppo replicano in diversi dei più importanti contesti nazionali e internazionali. Numerosi i riconoscimenti ricevuti negli anni, tra cui Premio Lo Straniero, Premio Speciale Ubu, BeFestival First Prize. Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory curato da Centrale Fies e ha residenza artistica presso l’Associazione Teatrale Pistoiese (N.d.R.).

 

Nella serie tv Louie, scritta diretta e interpretata dallo stand-up comedian newyorkese Louis C.K., c’è una puntata che si apre in un teatro. Siamo a Broadway. Il 50enne Louis C.K. porta Lilly, la figlia tredicenne, ad assistere a uno spettacolo impegnativo dove riconosciamo attori più o meno celebri che si scambiano complesse battute sul senso della vita. Al culmine di un dialogo sulla morte Louie, col volto segnato dall’emozione, si gira verso la figlia che sta digitando qualcosa sul cellulare. Il genitore si indigna, sebbene in silenzio. La pièce va avanti. Si chiude il sipario. Il pubblico applaude. Una volta fuori dal teatro Louie ordina alla figlia di consegnargli il telefono, perché “in the most devastating moment of the play you were texting with your friends”. La figlia, con estrema calma, risponde che non è così: si stava documentando sullo spettacolo, che trovava meraviglioso. Lilly dimostra poi di aver ascoltato (persino memorizzato) le battute cruciali del dialogo in questione e informa il padre su cose che lui stesso ignorava: il contesto storico della piéce, cenni biografici dell’autore, alcune sue affermazioni pubbliche. La 13enne stava guardando e googlelando la pièce nello stesso momento e la sua conclusione rivolta al padre è chirurgica: “il fatto che diversamente da te io possa apprezzare qualcosa su due livelli non implica che non debba tenere il mio telefono”. Il padre infatti finisce per lasciarglielo. 

La puntata è la numero 6 della 5° stagione. Titolo Sleepover. Questo episodio sintetizza al meglio la condizione in cui mi trovo nel pensare alle trasformazioni teatrali dei prossimi 15 anni: lo stato confusionale. 

Non lo so. Tutto è molto contraddittorio. Tutto è molto statico. Però di una stasi elettrostatica, come se qualcosa dovesse per forza accadere e certe trasformazioni fossero già in atto.

Quindi preferisco stare su un piano narrativo, secondo un principio caro alla science-fiction per cui il miglior modo per conoscere il futuro è inventarlo. 

Suddivido la narrazione in due piani: futuro distopico vs. futuro utopico, pur sapendo che la realtà finirà per collocarsi nello spettro intermedio fra i due.

Una premessa: quando parliamo di futuro dovremmo tutti tenere presente che volenti o nolenti siamo immersi in una sorta di narrazione catastrofica collettiva. Ne parlava già anni fa Marco Belpoliti nel suo Crolli: il nostro tempo è come “un tempo penultimo, una finisce che non finisce di finire”, scandita via via dal crollo del Muro di Berlino, dal crollo delle Twin Towers, dalla crollo (temporaneo) della finanza globale, eccetera. Per uscire da questa bolla catastrofica bisogna focalizzare anzitutto che si tratta di una narrazione manipolatoria, mirata a sollecitare le forze più conservative della società. Come sostiene Stefano Laffi nel suo La congiura contro i giovani, l’idea di vivere nella catastrofe ci spinge al godimento immediato e al saccheggio, invece che al progetto, fa di noi degli eterni adolescenti votati al consumo, incapaci di generare un’idea di futuro. Per questo è meglio togliere dal tavolo l’idea della catastrofe, del collasso dell’Occidente, della Fine, per dirci piuttosto che stiamo vivendo un vero e proprio passaggio epocale – per la crisi, i flussi migratori, i cambiamenti nello scacchiere geopolitico, i conflitti diffusi, la rivoluzione digitale, l’avanzata delle macchine, il conto alla rovescia climatico eccetera. Mi sembra che la nozione di passaggio epocale conservi un portato di allarme, senza però l’effetto paralizzante prodotto dalla narrazione catastrofica.

E in tutto questo, il teatro…?