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#NeverAgain: gli studenti americani contro la violenza armata

di Lorenzo Velotti

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Il 14 febbraio Nikolas Cruz, un ex studente della Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, è tornato nella sua scuola e con un fucile semi-automatico ha sparato indiscriminatamente a studenti e insegnanti, uccidendo diciassette persone. Una dinamica non particolarmente diversa rispetto alle molteplici stragi compiute nelle scuole e nelle università statunitensi con una certa frequenza, se non che questa volta la sparatoria ha generato, in pochi giorni, il più grande movimento contro la violenza armata da almeno due decadi. I giovanissimi studenti di Parkland, invece di limitarsi al lutto, alla solidarietà o alle preghiere, hanno messo l’accento sul fatto politico della tragedia: hanno denunciato l’enorme influenza della lobby delle armi, la National rifle association (Nra), sul Congresso degli Stati Uniti. Hanno creato, in gran parte grazie all’uso dei social networks, un movimento in grado di produrre, a un mese dall’accaduto, una collettiva “uscita dalle classi” in tutte le scuole del paese e, il 24 marzo, una “Marcia per le nostre vite”: una gigantesca manifestazione, celebratasi in oltre 800 città statunitensi, in opposizione alla violenza armata.

Il successo mediatico del movimento è indubbio e, per quanto riguarda la lotta alla violenza armata, inedito. Lo straziante discorso della studentessa sopravvissuta Emma Gonzalez ha fatto il giro del mondo. Il problema della violenza armata è diventato protagonista del dibattito pubblico americano. Inoltre, in poche settimane, diversi (cauti) passi avanti verso un maggiore controllo della vendita e del possesso di armi sono stati fatti tanto dai governi di alcuni stati federali quanto da alcune aziende private. Gli studenti sono riusciti a raccogliere diversi milioni di dollari attraverso il crowdfunding, le donazioni da parte delle celebrità e l’appoggio di società e fondazioni private. Secondo i sondaggi, l’opinione pubblica è sempre più a favore di leggi più restrittive sulla vendita delle armi. In questo contesto, ciò che è veramente interessante sono la natura, e le potenzialità, di questo movimento.

Un movimento radicale?

Un elemento in particolare, oltre al successo mediatico, differenzia questi studenti dai movimenti per il controllo delle armi esistiti finora – nati in quartieri bianchi e “bene” come reazione alle stragi. Questa volta, infatti, i ragazzi stanno cercando – come si è potuto ascoltare in alcuni dei discorsi della March for Our Lives – di dar voce al problema della violenza armata non solo nelle scuole, ma anche più in generale nei difficile contesti delle comunità povere, in particolare afroamericane, dove il tasso di omicidi è ben più alto che quello nelle scuole, ma i cui problemi non vengono ascoltati quanto quelli di bambini bianchi. In altre parole, il movimento sta cercando di legare la protesta contro le armi a problemi più profondi: la disuguaglianza e il razzismo. L’obiettivo è molto ambizioso. Ce la faranno? Il movimento contro le armi sarà ricordato come un movimento d’opinione di estremo successo – come il movimento antifumo, che trasformò il paese del cowboy Marlboro in quello dove il tabacco è quasi un tabù – o si tratta invece, come sostiene Sarah Jaffe su “The New Republic”, di “un movimento che chiede un nuovo senso comune, capace di portare nel dibattito nazionale idee radicali”? Il problema è che, di “radicale”, fino a questo momento, non c’è stato molto. Innanzitutto, completamente escluso dal dibattito è, naturalmente, il secondo emendamento della Costituzione – il diritto a possedere un’arma – considerato inalienabile dagli statunitensi. Gli studenti hanno addirittura bollato come calunnia l’accusa, mossa dalla destra americana, di sostenere il divieto totale del possesso di armi.

Tuttavia, sarebbe ingenuo individuare o meno l’elemento radicale del movimento a partire da questo fattore, senza considerare l’importanza che questo diritto ha, e ha sempre avuto, nello spirito americano. In effetti, il diritto alla proprietà delle armi è radicato tanto nel giovane studente di sinistra – che lo sostiene in quanto eredità dell’originale spirito anarchico americano, garanzia del diritto di ribellione del popolo e mezzo per sottrarre allo Stato il monopolio della forza legittima – quanto nel vecchio cowboy repubblicano che cercò di persuadermi dicendo che, “quando hai un’arma in tasca, e sai che tutti quelli intorno a te ne hanno una, ti senti sicuro, ti senti libero”.

Il nome che i media italiani hanno dato alla protesta, “movimento contro le armi”, non è dunque corretto. Traducendo alla lettera Movement against gun violence, il nome rispecchia più fedelmente i suoi obiettivi reali: “Movimento contro la violenza armata”. Il manifesto del movimento, infatti, non accusa le armi in quanto tali o il possesso delle stesse, ma propone diverse misure preventive nei confronti della violenza armata, come vietare il possesso di armi semiautomatiche e gli accessori che simulano armi automatiche, creare un registro delle vendite di armi e un registro universale degli antecedenti penali, cambiare le leggi sulla privacy affinché gli istituti di salute mentale comunichino con la polizia, vietare le ferie di armi e la vendita di armi di seconda mano, alzare l’età minima per comprare armi ai 21 anni e aumentare i fondi per la sicurezza nelle scuole. Tutte proposte molto pragmatiche, volte alla prevenzione delle stragi mediante un maggior controllo della popolazione.

#NeverAgain nel contesto dei movimenti sociali dell’era Trump

“Il movimento studentesco contro la violenza armata è inseparabile dalla più ampia serie di movimenti sociali sorti nell’era di Trump”, sostiene Nicolaus Mills su “Dissent”. È vero, a partire dalla notte stessa delle elezioni del 2016, una nuova stagione di movimenti studenteschi e di protesta ha invaso gli Stati Uniti. La sinistra radicale è tornata, dopo diversi decenni, ad acquisire un peso all’interno della vita politica americana. Non solo grazie a personaggi come Bernie Sanders, che in campagna elettorale non ha avuto paura a definirsi socialista – un tabù negli Stati Uniti – ma anche grazie alla nascita, per esempio, del movimento Antifa, che si propone di praticare un antifascismo militante, sostenitore dell’azione diretta spesso anche violenta, e che per questo è minacciato di essere inserito nella lista dei gruppi terroristi dal governo federale. In generale, secondo uno schema classico, lo spostamento a destra del partito repubblicano ha provocato una parziale rinascita della sinistra radicale nel fronte dell’opposizione. Inoltre, le Women March – nate come reazione al maschilismo presidenziale – hanno riportato all’ordine del giorno il femminismo e la lotta al patriarcato in tutti i suoi aspetti. In questo senso Trump ha il merito di aver resuscitato, grazie al suo estremismo di destra, importanti temi di sinistra che erano spariti dal dibattito quotidiano.

Ciò nonostante, tanto la Women March e la rinascita del femminismo in America, quanto la March for our lives, non possono certo essere considerati movimenti di sinistra radicale, ma fanno parte delle classiche battaglie della sinistra democratica liberale: i diritti civili. L’uguaglianza di genere nel primo caso e il diritto civile per eccellenza, il diritto alla vita, nel secondo. Infatti, come sottolinea Mills su “Dissent”, la protesta contro la violenza armata non ha, negli intenti degli organizzatori, un “finale aperto”, come aveva Occupy Wall Street nel 2011, ma si richiama invece al movimento per i diritti civili degli anni ’60, che lottava per cambiare le leggi, non il sistema. Nelle parole di uno dei giovani protagonisti di #NeverAgain: “se i politici non cambiano le leggi, li cacceremo votando”. Considerate dunque le differenze esistenti tra i movimenti di protesta, la cui nascita o il cui rinvigorimento sono dovuti alla presidenza Trump, non è affatto scontata la visione secondo cui questi, radicali o liberali che siano, possano essere considerati una sola forza e possano davvero cambiare, in senso radicale, gli Stati Uniti. Conosciamo bene quella sensazione – che la mia generazione ha vissuto con Berlusconi – dell’avere un nemico comune e di cercare un filo che unisca tutte le lotte, per poi ritrovarsi ben lontani dal trovarlo non appena questa forma così evidente di nemico scompare.

Un movimento generazionale?

Nonostante l’entusiasmo tipico dell’età in cui si pensa davvero di poter cambiare il mondo, a ben vedere questo non sembra un movimento che si lascia trasportare dall’utopia, come facevano in gran misura i loro coetanei di mezzo secolo fa’. Al contrario, si tratta di un movimento che si fonda su concrete proposte legislative da realizzare attraverso un’incredibile campagna mediatica per portare dalla propria parte la maggioranza dell’opinione pubblica. Degli obiettivi così concreti, insieme all’abilità con cui questi giovani si destreggiano tra le strategie di marketing contemporanee, sono gli elementi nuovi di questo movimento, che rispecchiano le caratteristiche di questa generazione. Secondo alcuni, siamo infatti di fronte alla politica fatta dalla “Generazione Z” (i veri nativi digitali, successivi ai “Millennials”). Pragmatici, concreti, informati, benestanti, abili esperti di informatica e di marketing online, con il quale ottenere risultati tangibili, seppur non rivoluzionari. I protagonisti della protesta hanno voluto dare un’impronta generazionale al dibattito, dichiarando di voler riparare “i danni fatti dagli adulti”. Nonostante ciò, i sondaggi mostrano che i giovani statunitensi non sono necessariamente più sfavorevoli alle armi che i loro genitori. Forse, quella del movimento non è altro che un’intelligente strategia politica e comunicativa per convincere i propri coetanei facendo leva sulle fratture generazionali, reali o meno che siano. Eppure, non è del tutto convincente l’identificazione della protesta come un movimento generazionale, perché la lotta è perfettamente conforme alle regole e ai mezzi forniti dal sistema liberale costruito dai loro padri. Visto da questo punto di vista, il movimento non può certo essere considerato né generazionale né radicale, ma piuttosto un efficace movimento d’opinione che agisce come un gruppo di pressione.

Tuttavia, se questi giovani riuscissero veramente a rendere la battaglia contro la violenza armata la causa occasionale per un più ampio movimento che identificasse e combattesse le radici socioeconomiche – come la disuguaglianza economica e il razzismo – del problema delle armi e non solo, allora avrebbe veramente delle vere potenzialità, radicali. Superare questa linea di confine è fondamentale. Una linea di confine che non determina solo le sorti del movimento, ma in qualche modo il futuro del concetto di sinistra. La politica contemporanea negli Stati Uniti e in gran parte del mondo occidentale vede la sinistra e la destra come concetti ormai offuscati e confusi, i cui elementi classici vengono mescolati a piacere dai politici di turno, con una forte tendenza ad adottare il seguente modello: da una parte una sinistra liberale che si batte per i diritti ma che in campo economico e sociale ha sposato il neoliberismo selvaggio, nutrendosi principalmente dei voti dei benestanti istruiti che vivono in contesti urbani, mentre la destra maschilista, intollerante e xenofoba, oggi vive e si nutre della classe operaia, dei contadini, e di tutti coloro che sono stati dimenticati dalla società globale. Tra i dimenticati parliamo dei bianchi. I neri, i latinos e i migranti in generale, non hanno alcuna rappresentanza politica. Senza addentrarci in un’analisi che non sarebbe possibile approfondire in questa sede, questo divario è rappresentato dagli ex candidati presidenziali Clinton e Trump, che hanno spaccato in due la società statunitense come mai lo era stata nell’ultimo secolo. Da una parte le belle parole, i bei princìpi, i diritti civili – insomma, il politically correct – a fare da copertina a un neoliberismo selvaggio, alla guerra, eccetera. Dall’altra la capacità di parlare (seppur, in gran parte, mentendo) a coloro che da questo neoliberismo sono stati massacrati, e che sono oggi vittime della società urbana e globale che per questo rifiutano, rifugiandosi in vecchie certezze: un’America grande, bianca, lavoratrice, armata. È questa destra che, infatti, ha accusato la protesta di non essere spontanea, ma di essere finanziata dai “miliardari che odiano le armi”.

Se la linea divisoria che oggigiorno tiene separata la sfera dei diritti civili da quella dei diritti sociali ed economici non verrà spezzata, il movimento non farà altro, nel migliore dei casi, che rendere più severa la legislazione sulle armi. Se invece questi giovani riusciranno a coinvolgere gli esclusi e a unire la causa civile con quella socioeconomica, allora questo movimento passerà alla storia come una radicale rivolta generazionale.

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Chiediamoci perché Putin piace ai russi

di Fulvio Scaglione

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Nell’eterna polemica tra l’Occidente e la Russia non si capiscono tante cose. Ma una, in particolare, pare assurda: perché i politici e i media “nostri” siano così refrattari ad ammettere che Vladimir Putin gode di un consenso reale nel suo Paese, che vincerebbe le elezioni presidenziali anche se avesse di fronte avversari politici veri e non figurine come quelle dell’ultima tornata elettorale, che gli ha regalato il quarto mandato presidenziale con il 76,6% dei voti scrutinati su un’affluenza di circa il 68% degli aventi diritto.

L’affermazione di cui sopra non viene smentita dalle considerazioni che, a mo’ di litania, ricorrono con grande frequenza sui media europei e americani. Giornalisti scomodi e oppositori fanno spesso una brutta fine? Vero. Ma la coraggiosissima Anna Politkovskaja, trattata da star all’Ovest, era semi-sconosciuta alla grande maggioranza dei russi e famosa solo presso la borghesia illuminata di Mosca e San Pietroburgo. Dal punto di vista elettorale poca roba. E Boris Nemtsov, l’ex ragazzo prodigio della politica russa, vice-premier nel 1997 a 38 anni, ucciso a Mosca nel 2015, strenuo oppositore del Cremlino, era ormai solo un elenco di belle speranze mai realizzate.

Poi, certo, c’è Aleksej Navalnyj, il blogger che mobilita i giovani, un altro oppositore che l’Occidente magnifica e che non ha partecipato alle presidenziali perché tagliato fuori dalle liste da una condanna per corruzione. La condanna sarà stata pure pretestuosa (ma non è obbligatorio che sia così), resta il fatto che Navalnyj ha partecipato a una sola corsa elettorale, quella del 2013 per la carica di sindaco di Mosca, quando era all’apice della popolarità, perdendo clamorosamente contro Sergej Sobyanin, sindaco in carica e personaggio detestato dai moscoviti. O forse crediamo che Putin vinca perché sono finiti in galera il petroliere Khodorkovskij e le Pussy Riot?

È vero, il sistema dei media è ossequiente e controllato. Ma per diventare Presidente basta il 50,1% dei voti. E Putin ne prende il 76%, con un indice di popolarità che per tutto il 2017 è stato sopra l’80%.

A dire cose come queste ci si prende subito del “filoputiniano” o quando va peggio, del “rossobruno”. Ma se non si parte da lì diventa quasi impossibile capire non tanto il putinismo e il suo successo, che sarebbe il meno, ma non si capiscono i russi. Il che è un po’ più rischioso.

In primo luogo la Russia, da quando è lecito chiamarla così, ovvero più o meno da quando la Rus’ di Kiev si affermò come entità statale intorno all’880, ha sempre avuto una tradizione di centralismo e di potere forte e verticale. Il “fenomeno Putin”, in sostanza, risponde perfettamente a quella lunga e coerente storia. A noi non piace, ovvio. E fin qui ci sta. Il problema è che, per ragioni tuttora misteriose, crediamo non tanto e non solo che il nostro sistema sia migliore (e fin qui, ci sta) ma che tutti gli altri popoli non facciano altro che desiderarlo, che vogliano solo diventare come noi. Quando questo non succede, come in Russia, pensiamo in automatico che la colpa sia di qualcuno che lo impedisce. Nel caso specifico, che sia Putin a impedire ai russi di mettersi sulla retta via. Non è così e faremmo bene a rendercene conto.

E non è così non solo perché la storia ha il suo peso. Putin ha un forte e vero consenso interno, ha promesso ai russi di realizzare i loro desideri e in buona parte ha mantenuto la promessa.

Nessuno sembra rendersi conto di che cosa sia successo ai russi nel periodo che va dalla morte di Leonid Brezhnev (1982) alle dimissioni di Boris Eltsin (1999). Un ventennio scarso di scossoni e colpi di scena, con la fine di un mondo noto e l’avvio di un mondo nuovo, sconosciuto e imprevedibile. Perestrojka, oligarchi… Per noi sono categorie politiche. Per i russi, a prescindere da qualunque altra valutazione, furono incertezza, miseria, disoccupazione, malattie, precarietà in una misura mai vista prima. In quegli anni, la speranza di vita dei russi, soprattutto dei maschi, crollò a livelli tragici. Per gli uomini, passò da 65 a 57,5, tredici anni sotto la media dell’Europa occidentale, per la donne da 74,5 a 71,2. In poche parole, fu una strage.

Per dire quant’acqua è passata sotto i ponti, possiamo ricordare questo. Nell’estate del 1999, quando il semi-sconosciuto (agli elettori, almeno) Vladimir Putin fu nominato primo ministro, la Russia post-sovietica era reduce da uno dei suoi momenti più drammatici: pochi mesi prima, infatti, aveva dichiarato il default, ovvero l’impossibilità di onorare i debiti contratti con gli altri Paesi. Nel 2017 lo stesso Putin ha annunciato che la Russia aveva estinto il proprio debito estero, compreso quello contratto ai tempi dell’Urss.

Altra storia: due mesi dopo essere diventato primo ministro, Putin dovette confrontarsi con l’invasione del Daghestan da parte delle milizie islamiste uscite dalla Cecenia e con l’incubo della disonorevole pace firmata da Mosca nel 1996, alla fine della prima guerra. Certo, per noi è facile provare disgusto per quella campagna militare crudele e senza scrupoli. Ma alla luce di quanto è successo in Siria e in Iraq, o di quanto succede nel Sinai e in Libia, ci sentiamo davvero di giudicare assurdi i timori della Russia di allora, che vedeva nell’islamismo caucasico un progetto di disgregazione territoriale dello Stato?

Solo un paio di esempi per raccontare che Putin ha dato ai russi ciò che loro più chiedevano dopo i “torbidi” del 1982-1999: stabilità, ordine, gerarchia. Se volete, anche prevedibilità e noia. È facile, per noi, fare ironia sui treni che arrivavano in orario quando c’era lui. Ma se ad arrivare puntuali, dopo anni di stenti, sono i salari degli operai e dei dipendenti pubblici, le pensioni e gli stipendi dei militari, il discorso cambia non di poco. Soprattutto in un Paese in cui la piccola e media borghesia delle arti e dei mestieri è meno diffusa che da noi.

Stabilità, ordine e gerarchia che hanno poi permesso al Cremlino di condurre un’altra operazione graditissima ai russi: ricostruire l’orgoglio nazionale riportando la Russia al centro del dibattito politico internazionale. Non più zimbella di tutti, accattona che andava chiedendo prestiti portando sulle spalle l’onta di un fallimento storico, ma nazione potente e combattiva. Con il vantaggio, per Putin, di innestare un meccanismo infernale dal nostro punto di vista ma assai virtuoso per il suo rating. Quella “nuova Russia” (in realtà mai così “antica”) dà molto fastidio all’Occidente e ogni nostro segnale di fastidio si trasforma in un sorriso di trionfo per i russi, che detestano essere guardati dall’alto in basso e quindi premiano chi, nel nostro caso Putin, dall’alto in basso non si fa guardare da nessuno.

Sono queste le ragioni per cui Putin raccoglie in patria un largo consenso. Possiamo anche fregarcene e contare sulla potenza economica, politica e militare, che certo non ci mancano. Ma ce ne sono stati altri, in passato, che ragionavano così e hanno raccolto solo grane. Con la Russia è sempre meglio provare a capire prima. Dopo è spesso tardi.

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Cina, la fantascienza in un paese di fantascienza

di Maria Rita Masci

disegno di JooHee Yoon

La pubblicazione in Italia del romanzo Il problema dei tre corpi (San ti de wenti) (Mondadori 2017) di Liu Cixin offre l’occasione per parlare del revival della fantascienza in Cina e del ruolo che sta ricoprendo nel rivitalizzare la narrativa cinese contemporanea. Costituisce anche un volano per riflettere sullo stato della letteratura nell’era di Xi Jinping, attraverso altri due casi, il romanzo di Fang Fang Ruan mai (Sepoltura molle, 2016) e l’opera di Chen Xiwo che, invece di occuparsi di mondi lontani e invasioni di extraterrestri, sono alle prese con le ansie dei terrestri, subendo fortune avverse.

 

Il problema dei tre corpi

L’autore del romanzo, Liu Cixin, è considerato uno dei principali scrittori di fantascienza cinese, premiato in patria ma anche in America, dove ha ottenuto il premio Hugo nel 2015. Da noi arriva appunto dall’America ed è stato purtroppo tradotto dall’inglese.

La storia narra di Ye Wenjie, figlia del fisico Ye Zhetai, professore all’università Tsinghua, che vede morire il padre per mano delle Guardie rosse nel corso di una sessione di critica durante la Rivoluzione culturale. A quell’orrore seguono l’impazzimento della madre e il suicidio di un’amica.

Mandata a lavorare in campagna, un collega le fa leggere Silenziosa primavera di Rachel Carson, un testo relativo agli effetti negativi sull’ambiente dell’uso eccessivo dei pesticidi, che la fa riflettere sul fatto che, dal punto di vista della natura, l’uso dei veleni non è diverso dalla Rivoluzione culturale, ha lo stesso effetto distruttivo sul mondo. A quel punto si convince che le azioni dell’uomo sono malvage e che sia impossibile aspettarsi il risveglio di una coscienza morale da parte dell’umanità. “Conseguire il risveglio di una coscienza morale richiede l’intervento di una forza esterna a quella della razza umana”.

Tradita dal collega che le aveva dato il libro, Ye Wenjie viene accusata di essere una controrivoluzionaria e finisce in carcere. Tuttavia, essendo una valente astrofisica, un ex allievo del padre la inserisce in un centro di ricerca segreto e isolato – Costa rossa – dove dovrà passare il resto della sua vita.

Il centro invia messaggi nello spazio, grazie a una tecnologia inventata dalla stessa Ye Wenjie. Un giorno riceve un messaggio dal cosmo, Ye risponde di nascosto dagli altri, segnalando la posizione della Terra e invitando gli extraterrestri a invaderla e colonizzarla, poiché essa non è in grado di risolvere da sola i suoi problemi.

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Notizie dal Cairo e dalle sue prigioni

di Costanza Spocci

disegno di Joann Sfar

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Non ci sarà un secondo turno delle presidenziali egiziane. La vittoria del presidente Abdel Fattah Al Sisi è già data per certa alla prima tornata elettorale, ancora prima dell’apertura delle urne. Questo non depone in favore di Moussa Moustafa Moussa, il secondo e unico sfidante che, presentandosi gli ultimi quindici minuti prima che l’Autorità Nazionale per le Elezioni chiudesse le candidature, aveva detto: “entro in una competizione leale e onorevole per vincere”. Moussa, membro del partito filo-governativo El-Ghad, fino a quel momento è stato un politico di basso profilo. Tanto che a metà gennaio, quando evidentemente non pensava ancora di candidarsi, si era pubblicamente pronunciato in favore di un’elezione di Al Sisi. Non è la prima volta che Moussa si presta alle esigenze di un uomo forte: l’intelligence l’aveva già utilizzato per indebolire lo sfidante di Mubarak alle presidenziali del 2005, l’ex leader del Ghad Ayman Nour. Allora Moussa aveva creato un movimento scissionista che aveva spaccato il partito in due. Il fatto che oggi proprio lui sia stato ripescato, dà un’informazione utile per riordinare i tasselli della politica egiziana: nessun altro si è prestato al gioco.

Se Moussa non si fosse presentato, quelle del 26-28 marzo non sarebbero state delle elezioni, la formalità della democrazia egiziana sarebbe saltata e il voto si sarebbe trasformato in un plebiscito, con il rischio di diventare un referendum sull’operato degli ultimi quattro anni di Al Sisi. Date le premesse, i risultati del voto non sono fondamentali, considerando che nessun organismo indipendente ha monitorato un processo elettorale che Human Rights Watch ha definito senza mezzi termini “né libero, né corretto”. Però queste elezioni sono importanti, perché per la prima volta hanno mostrato una spaccatura evidente all’interno dell’apparato militare-securitario e, soprattutto, che la vera lotta politica si gioca al suo interno.

 

Lotta interna all’apparato

Sebbene Sisi sia in una posizione forte, non tutti nelle Forze Armate egiziane sono entusiasti dell’attuale presidente. La maggior parte dei candidati ha un trascorso nell’establishment militare e, proprio perché considerati una minaccia interna, sono stati tutti brutalmente esclusi dalla corsa. “Mi candido contro Al Sisi”, aveva detto a gennaio l’ex-Capo di Stato Maggiore Sami Anan, “per risollevare un paese che è in declino a causa di difettose strategie di governo che hanno sovraccaricato di responsabilità le forze armate e indebolito il settore civile”.

Il giorno dopo la sua dichiarazione, Anan è stato arrestato ed è tuttora rinchiuso in un carcere militare, in attesa di comparire di fronte alla Corte Marziale con accusa di sedizione. Per lui ha pagato anche l’ex capo dell’audit Hisham Genina: se qualcosa fosse successo ad Anan, minacciava, “pubblicherò 350 pagine di documenti che provano gravi accuse di corruzione di alcuni membri dell’esercito”. Non ha fatto in tempo: prima è stato aggredito e picchiato da uomini mascherati e poco dopo è stato arrestato.

Una fine simile ad Anan l’aveva già fatta lo scorso dicembre il Colonnello Ahmed Konsowa, che per essersi presentato dovrà scontare sei anni di carcere militare. Persino Ahmed Shafiq, ex-generale dell’aviazione, è stato prelevato dalla sua casa di Abu Dhabi per essere deportato al Cairo, dove è stato “trattenuto” in un hotel per diversi giorni senza possibilità di comunicare con l’esterno. Il 7 gennaio si è ufficialmente ritirato dalla corsa elettorale. Anche l’ultimo “insider” della lista, il nipote dell’ex presidente Sadat, Mohamed Anwar Sadat, ha ceduto alle pressioni e ha deciso di abbandonare la corsa, nonostante i suoi forti legami con l’intelligence.

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La questione razziale al tempo di Lula e Dilma

di Cidinha da Silva

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Cidinha da Silva è prosatrice e drammaturga e ha organizzato due opere di riferimento sui rapporti razziali in Brasile: Ações afirmativas em educação: experiências brasileiras (2003) e Africanidades e relações raciais: insumos para políticas públicas na área do livro, leitura, literatura e bibliotecas no Brasil (2014).

Le strategie di istituzionalizzazione della questione razziale in Brasile risalgono all’inizio degli anni ottanta. Pur nella sua complessità e diversa portata, come nei suoi successi e insuccessi, tali strategie sono state capaci di portarci al livello in cui siamo oggi, ossia ammettere finalmente che esiste razzismo nella società brasiliana, ma questo non si traduce nell’ammettere quanto il suo ruolo sia strutturante dei rapporti umani e istituzionali. Il razzismo strutturale è, per questo, un fenomeno che deve essere decodificato, compreso e affrontato.

In questo senso, dopo dodici anni di istituzionalizzazione della promozione dell’uguaglianza razziale nella sfera federale (2003-2014), sarebbe necessario pensare la questione in un modo più ampio, come componente integrale di un progetto di paese. Il Brasile non potrà mai svilupparsi lasciando fuori più della metà della sua popolazione, cioè il 53% di neri. La maggioranza demografica è poco rappresentata negli spazi del potere e della decisione e soprattutto non ha reale accesso a quelle opportunità considerate più socialmente valide.