pianeta

Gilet gialli 1: Asini siate e non pecore matte

di Francesco Ciafaloni

DOT DOT DOT

 

 
 Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.
 
 

L’asino è un animale notoriamente ostinato, disobbediente. Non esegue gli ordini che non gli piacciono, recalcitra. Qualche volta, oltre a recalcitrare, scalcia contro chi lo tormenta. Non si lascia condurre al macello senza resistere. Ma non carica in gruppo giù per un vallone come qualche volta fanno i montoni. Sa trovare una giusta misura. Gli asini umani, capaci di ragione, di previsione, di collaborazione, fanno benissimo a disobbedire a leggi ingiuste (si chiama disobbedienza civile). Fanno benissimo a ribellarsi contro chi li opprime, a scalciare in gruppo, se necessario. Ribellarsi a governi oppressivi è giusto. Ma danneggiare altri, o gli spazi pubblici, quando ci si ribella produce un danno immediato per i colpiti, e può causare vittime, come è capitato, perché ci sono casi in cui non ci si può fermare.

 

Le forme di lotta e di espressione

Per chi le osservi dall’Italia, le manifestazioni dei gilet jaunes (GJ) sono soprattutto un sintomo, un segnale di tensioni e di possibili sviluppi della società francese; un segnale molto forte anche per le barricate, gli incendi, le vittime, tre fino a oggi. Non è fuori luogo perciò cominciare dalle forme di lotta dei GJ, che sono state talora distruttive e hanno fatto parlare alcuni commentatori non troppo precisi di “colpo di stato”.

A fine novembre (vedi “Le Monde” del 26/11) i portavoce nominati si sono dissociati dalle violenze, dagli incendi, dai morti. Ma sappiamo tutti che di assalti alle zone rosse si può morire. Non è una predica a casa d’altri, è una riflessione sul nostro passato, l’aggiornamento di discussioni cui abbiamo partecipato. Per ora la polizia francese non ha fatto nulla di simile alla macelleria della caserma di Bolzaneto, e forse, per quel che se ne capisce, ha bastonato anche i casseurs, non solo i normali manifestanti. E Macron ha dovuto cedere. Ma gli sviluppi della protesta e le alleanze destra/sinistra in Italia obbligano a preoccuparsi delle evoluzioni possibili, a guardare ai primi atti istituzionali, alle dichiarazioni, alle forme di rappresentanza.

Ho usato come fonte “Le Monde”, “Libération” e qualche notizia attendibile in rete.

Il linguaggio, le affermazioni, le prime richieste (vedi link 26/11) non sono confortanti. Al di là di ciò che si legge sulla composizione sociale, sulla distribuzione geografica, sulle tendenze politiche, i primi atti istituzionali fanno pensare a una replica transalpina dei 5stelle. Se è vero, non è confortante. Non hanno eletto o nominato dei rappresentanti, noti al movimento, ma otto comunicatori, messaggeri, di cui fanno parte Eric Drouet, l’autista che ha promosso la manifestazione del 17 novembre, e Priscillia Ludosky, promotrice della petizione contro l’aumento dei prezzi del gasolio. Non sono i nomi, quasi tutti ignoti, a far trasalire; né l’opposizione alla tassa sul carbone, su cui tornerò. È il modo oscuro, e contestato da molti nelle rispettive aree, della nomina. Non si sa chi abbia votato né come. Il comunicato ripreso da “Le Monde” parla di “Consultazione di circa 30mila persone”, ma non spiega quando realizzata né come. In ogni caso si tratta di numeri modestissimi, paragonabili a quelli dei 5S, mentre i numeri dei manifestanti sono grandi, come le richieste. La volontà del movimento viene rappresentata come univoca, mentre è frammentata. I portavoce dicono di non voler essere né dirigenti né leader, ma intanto avanzano richieste rivoluzionarie – dissoluzione dell’Assemblea nazionale, del Senato, costituzione di una Assemblea dei cittadini, dimissioni del Presidente della Repubblica – che dovrebbero essere sottoposte a referendum popolare. Sembra di essere in Italia. I portavoce sembrano pensare che le costituzioni si possano cambiare a pezzi, con un referendum, senza coerenza e senza transizione giuridicamente definita; che organi costituzionali si possano abolire o creare su richiesta da Facebook e senza un percorso garantito. Rispetto ai GJ i 5S hanno avuto in più la forza aggregante della rete Rousseau, e la intollerabile dipendenza da essa: la disciplina, la gerarchia mascherata da democrazia diretta.

Anche la tecnica dei blocchi delle strade e delle pompe di benzina mi ricorda precedenti italiani. I blocchi dei GJ, in quanto distinti dalle manifestazioni, non sono stati effettuati da cortei numerosi, con cartelli e slogan, che occupano materialmente la strada, e perciò impediscono il passaggio, ma da poche persone che occupano la sede stradale e impediscono di passare, senza che nulla spieghi all’automobilista chi e perchè lo sta bloccando. A spiegarlo c’è solo la divisa, il gilet giallo. Mi è capitato di essere bloccato, a una rotonda molto frequentata, all’epoca dei “forconi”. Pensai subito che si trattava dei forconi perché si sapeva che c’erano blocchi in corso, ma non c’erano cartelli o slogan a ricordarmelo. L’uomo in mezzo alla strada ogni tanto faceva passare qualcuno per non creare code infinite e rivolte, ma sceglieva lui chi far passare e quando. Che si trattasse di una manifestazione politica e non di una follia personale o di una rapina, lo dovevo sapere io. Che criterio usasse il manifestante per lasciar passare o bloccare – la lunghezza della coda, la simpatia o antipatia per me o per chi mi precedeva, se ne lasciava passare due – era impossibile da capire. Chi ha motivi realmente gravi per passare naturalmente prova a forzare il blocco. Davanti a una manifestazione si può parlare, farsi strada spiegando il motivo, se c’è un’urgenza. L’ho visto fare più di una volta. Davanti a uno che ti si para davanti senza neppure spiegarti chi è, che cosa fai?

pianeta

Ury Avnery, Pacifista israeliano

di Bruno Montesano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Stava per recarsi a un corteo contro la legge sullo stato nazione ebraico, Uri Avnery, quando è stato colto da un malore che in poco tempo lo ha portato a morire il 20 agosto scorso. Così se ne è andato, a 94 anni, uno tra i più importanti pacifisti israeliani, impegnato fino all’ultimo a contrastare la radicalizzazione nazionalista del suo paese. Nato in Germania, fuggì nel 1933 in Palestina con la famiglia, dove da adolescente si unì all’Irgun, l’organizzazione clandestina della destra revisionista di Jabotinsky che compiva attacchi armati contro inglesi e palestinesi. La lascerà perché troppo antiaraba e inizierà a sviluppare il sogno di un’alleanza con i nazionalisti arabi contro i lasciti del colonialismo europeo. Avnery, dopo la guerra del 1948, scrisse un memoir in due parti, raccolto in inglese solo recentemente in 1948. A Soldier’s Tale, dove sono affrontate anche le violenze arbitrarie compiute dall’esercito israeliano. Di questi episodi tornò a parlare nel suo Israele senza sionisti, dove compie diverse acute – quanto a volte discutibili – analisi della società e della politica israeliana (entrambi i testi si possono trovare in inglese gratuitamente qui: http://uriavnery.com/en/publications.html). Pubblicato nel 1968, l’anno dopo la Guerra dei Sei Giorni, Israele senza sionisti è l’unico libro tradotto in Italia (Laterza 1970).

Nel libro Avnery si dichiara non sionista, o antisionista, pur riconoscendo la necessità di uno stato per gli ebrei, che però immagina pluralista, non etnicamente omogeneo e con una marcata divisione tra religione e stato. Si definisce però nazionalista, ritenendo che nella cultura politica moderna sia un ideale difficilmente sradicabile – erano i tempi della decolonizzazione delle ex colonie –, pur consapevole delle violenze estreme prodotte in Europa in suo nome. Convinto che né il nazionalismo palestinese, né quello israeliano appartenessero al passato, rimane un oppositore dell’ipotesi di uno stato binazionale. In ogni modo, in Israele senza sionisti, Avnery oltre a criticare duramente l’establishment sionista-laburista di David Ben Gurion e Moshe Dayan, propone una coraggiosa soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi. L’iniziativa dovrebbe venire da Israele e dovrebbe contemplare il ritorno dei profughi espulsi e fuggiti durante la guerra del 1948. Il cuore della proposta parte dal riconoscimento di un’identità semitica comune a ebrei e arabi, grazie alla quale si potrebbe sviluppare un’integrazione regionale economica e politica. Il pacifista israeliano sostiene una soluzione basata su due stati delimitati dai confini precedenti alla guerra del ’67, da integrare secondo scambi reciproci di territori volti a realizzare i rispettivi desideri. I due stati, con Gerusalemme capitale di entrambi, si dovrebbero unire in una federazione stabilendo il divieto di restrizioni all’insediamento dei palestinesi in Israele o degli israeliani in Palestina, siglando una difesa comune e vietando la possibilità di patti militari senza il consenso dell’altro.
Avnery, oltre che attivista e scrittore, è stato un giornalista militante. Nel 1950 aveva acquistato “HaOlam HaZeh” (Questo mondo), popolare rivista di cui ampliò la diffusione con contenuti di radicale critica verso la politica del paese, accompagnati da articoli sensazionalistici. La sede del periodico, e lo stesso Avnery, subì diversi attacchi armati. Nel 1965, contro una legge bavaglio destinata a contrastare il suo giornale varata dai laburisti, riuscì a farsi eleggere con un piccolo partito, HaOlam HaZeh – Koah Hadash (Nuova forza). Sarà rieletto parlamentare altre due volte, nel ’69 e nel ’79, rivendicando l’originalità della sua formazione non sionista rispetto all’intero arco politico.
Famosa è la sua intervista ad Arafat a Beirut nel 1982, allora considerato come un violento terrorista da molti israeliani, che uscì su “Libération” sdegnando molti suoi concittadini – tra cui sua madre. Nel 1993, fonderà il “Gush Shalom” (Blocco per la pace) continuando a stimolare il dibattito pubblico con i suoi editoriali feroci che si possono ritrovare nell’archivio dell’associazione (http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery). Organizzò manifestazioni con Marwan Barghouti, da anni nelle carceri israeliane, chiamandolo “Mandela palestinese”, oltre che per il ruolo svolto nella lotta di liberazione nazionale, per la condivisione con il leader sudafricano della giustificazione della violenza contro i propri oppressori. Avnery riconosceva in entrambi la radicalità e la lungimiranza di chi lotta ma capisce quando viene il tempo della pace. Non è difficile immaginare che ci fosse un elemento di immedesimazione con il suo passato nell’Irgun, all’interno del quale, secondo le sue stesse parole, compì delle azioni terroristiche.
Successivamente, durante la Seconda Intifada, farà da scudo umano assieme ad altri attivisti al leader dell’Olp contro gli attacchi israeliani e poi, per incoraggiare il processo di pace, fece una campagna per sensibilizzare i propri concittadini sull’esigenza del dialogo con Hamas. Ha affrontato tutte le principali controversie relative al conflitto, dall’accusa di antisemitismo spesso rivolta a chi criticava Israele, fino alla campagna internazionale per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) nei confronti di Israele, all’apartheid. Contro il senso comune diffuso, sostenne più volte che fosse sbagliato assimilare i critici di Israele agli antisemiti. Certamente alcuni antisemiti celano il loro odio dietro duri giudizi verso Israele, ma l’accusa troppo spesso è stata usata per squalificare le critiche. Pur avendo lanciato un boicottaggio delle colonie nei territori occupati nel 1997, del Bds contestava la mancata chiarezza sugli obiettivi, la debolezza strategica – critica condivisa da Noam Chomsky – e la possibilità che a quell’organizzazione aderissero degli antisemiti. Ciononostante, non cedette mai a demonizzazioni della campagna e criticò le scomposte accuse della destra israeliana.
All’interno di una simile radicalità, non mancano le posizioni discutibili, tra le quali la maggiore appare quella sulla questione demografica, purtroppo condivisa da larga parte dei sionisti cosiddetti progressisti – come il demografo Sergio Della Pergola. Secondo questi la pressione esercitata dalla numerosità dei palestinesi – a causa della loro maggior natalità o per scelte politiche come l’annessione dei territori– sarebbe una delle ragioni, se non la ragione prevalente, per arrivare a un accordo con i palestinesi. Anche Avnery, in un’intervista rilasciata a Robert Fisk per l’“Independent” nel 2012, spiegava che non si potesse annettere la Cisgiordania senza ribaltare il rapporto demografico. Porre il tema della natalità palestinese come una minaccia (threat nell’intervista a Fisk) e leggere i rapporti numerici tra maggioranza ebraica israeliana e minoranza araba palestinese non allude però a un’idea sana di democrazia, in quanto specifica che ci debba essere un rapporto stabile tra le due componenti della società attraverso un controllo dei primi sui secondi. E ciò suona tristemente razzista. L’origine di questa dinamica probabilmente va ricercata nella caratteristica particolare di Israele come stato per gli ebrei, pur contestata in Israele senza sionisti. Allora l’attivista israeliano già criticava il carattere chiuso dell’accesso alla cittadinanza in Israele dal momento che, con la legge del ritorno, essa è attribuita per sangue – o per adesione alla religione – a chi immigra lì, mentre è di difficile acquisizione per chi non sia ebreo, compresi i coniugi degli ebrei che si stabiliscono in Israele. Nel giugno 2018 è stata rinnovata per il quindicesimo anno la Legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele – concepita come temporanea ed estremamente criticata da diverse associazioni per i diritti umani e dai partiti più radicali – che nega la possibilità della residenza in Israele ai coniugi palestinesi dei cittadini israeliani. Ovviamente, la legge colpisce particolarmente i palestinesi che vivono in Israele, ossia circa il 20% della popolazione dello stato (https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/israel-must-repeal-discriminatory-citizenship-and-entry-israel).
Questo tipo di selettività costituisce una notevole differenza con gli altri stati nazione, che, pur con tutti i limiti di questa forma politica, tendenzialmente garantiscono un accesso alla cittadinanza più agevole. Avnery si interrogava anche su cosa definisse un ebreo se non la religione. Il suo nazionalismo era volto a una semplificazione delle misure di accesso alla cittadinanza. C’è da chiedersi se il riferimento alla questione demografica segnali un mutamento nel pensiero di Avnery, che, nel ’68 affermava di non essere affatto preoccupato dalla numerosità dei palestinesi dentro Israele. Nell’intervista a Fisk però, oltre ad accusare Netanyahu di voler mantenere la tensione con Gaza, espose la tesi per cui in Cisgiordania di fatto ci fosse già l’apartheid mentre dentro Israele si stesse andando in quella direzione. Contrario allo stato binazionale per le ragioni già esposte, temeva ancora di più uno stato binazionale senza eguali diritti, segnato da un compiuto apartheid.


I suoi articoli in Italia uscivano per “il manifesto”, dove già nel novembre 2011 stabiliva parallelismi tra Israele e la Germania di Weimar, la fragile repubblica che, pur dotata di un’avanzata costituzione, per l’estrema instabilità politica ed economica, sfocerà nella barbarie nazista. Ovviamente, non intendeva dire che ci fosse una somiglianza tra israeliani e nazisti – come alcuni sciocchi antisionisti affermano recidendo le radici storiche del sionismo. Ciò di cui Avnery parlava era dell’inquietante attacco da parte del governo guidato dal Likud alla magistratura, alle ong contro l’occupazione e ai media critici. Così nell’ultimo articolo, Who the Hell are we?, pubblicato da “Haaretz”, Avnery si scagliava contro questa legge costituzionale, definita semifascista per la sua plateale dissociazione dell’ebraismo dalla democrazia, elementi alla base della Dichiarazione di Indipendenza (molto chiaro sull’argomento l’articolo di Giorgio Gomel uscito sul sito di “Affari internazionali” il 20 luglio 2018). Gli elementi principali di questa legge sono il declassamento dell’arabo da lingua ufficiale a lingua dotata di status speciale, la limitazione del diritto all’autodeterminazione agli ebrei e l’ufficializzazione di Gerusalemme come capitale di Israele.
Il pacifista israeliano da tempo contestava inoltre la giudeizzazione di Israele che invece, secondo lui, era la nazione degli ebrei (ivri in ebraico, hebrew in inglese), in quanto loro rifugio e segnata dalla sua cultura, e non una nazione ebraica (yehudi, jew), religiosamente definita. Si potrebbe obiettare che Israele abbia prodotto una cultura che risente del contesto in cui è inserita, del rapporto con il mondo arabo, con la popolazione non ebraica lì residente e che queste relazioni abbiano determinato una cultura israeliana, più ampia di quella “degli ebrei”, per quanto inteso come gruppo non connotato da caratteri religiosi. Pertanto, sarebbe auspicabile che la contrapposizione non avvenga più tra i termini hebrew e jew ma, per un futuro di coesistenza oltre gli odi nazionalistici, che si determini una cultura semitica, per dirla con Avnery, che unisca ebrei israeliani, palestinesi, drusi e cristiani.

pianeta

Iuventa, un’utopia da salvare

di Domenico Chirico

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Iuventa è il nome di una nave ed è il nome di un documentario di Matteo Cinque che sta girando per molte sale in Italia e Germania. È la storia di un gruppo di ragazzi tedeschi che raccoglie molti fondi in pochissimo tempo nel 2016 e riesce ad avere una nave per i salvataggi nel Mediterraneo. Tutto nasce dall’idea di un liceale diciottenne, che avvia la raccolta fondi e immediatamente la sua intuizione prende forma. Inaspettatamente hanno successo e creano l’ong Jugend Rettet per sostenere la nave e l’equipaggio. Il documentario racconta la loro storia e li segue nei primi salvataggi, nella pianificazione, nel rientro in Germania. E anche in un toccante momento in cui alcuni dei giovani dell’ong vanno a trovare dei minori salvati nei centri di accoglienza in Sicilia dove sono ospitati, mesi dopo il salvataggio.

Iuventa salva più di 12mila persone. E lavora fianco a fianco con le altre ong e la guardia costiera. Nonché con il centro della Marina Militare italiana che coordina i soccorsi da anni.

Il documentario racconta poi di come Iuventa sia la prima nave a essere sequestrata e di come l’utopia di solidarietà di questo gruppo di giovani tedeschi naufraghi subito. Dopo il primo anno di consensi e successo cambia il vento. Le ong vengono infiltrate dalla polizia che cerca eventuali connessioni con gli scafisti. I ragazzi di Iuventa sono i più deboli e i più facili da colpire. E infatti la loro nave viene sequestrata nel 2017. Diventano i famosi “taxi del mare” e non più i salvatori di disperati che cercano una nuova vita nel Mediterraneo. Cambia il vento nell’opinione pubblica che se prima, in parte, plaudeva a quei salvataggi ora si dà sfogo a tutti coloro che dicono di interrompere il flusso dalla Libia. Se non di far affogare i migranti.

I ragazzi tedeschi si disperano, protestano, si difendono. E sono ancora sotto indagine mentre la nave è ferma, l’operazione è finita assieme a quella di tutte le ong. I morti in mare aumentano e si arriva al 2018 con un ministro che per farsi pubblicità blocca una nave della marina con a bordo qualche centinaia di migranti salvati.

Iuventa è una bella storia perché racconta l’utopia di un gruppo di ragazzi europei che pensano di dover fare la loro parte nel disastro che avviene ai margini delle frontiere dello spazio Schengen. E sono ragazzi molto simili a quelli che sono andati a Lesvos o al confine serbo e ungherese. O tra Grecia e Macedonia per accogliere i siriani in fuga. Gruppi spontanei che hanno creato reti di solidarietà e hanno diffidato anche delle ong più strutturate e formali troppo spesso affogate nelle loro burocrazie e incapaci di raccogliere gli stimoli che vengono dalla società e dai giovani. Ma Iuventa è anche la storia di una grande ingenuità. Perché l’aria in Europa è cambiata da tempo e molti chiedono risposte al senso di comunità che si è distrutto, alle crisi e alla fine progressiva del welfare. E se la prendono con gli ultimi arrivati. In Italia la disponibilità ad accogliere è diminuita ed è aumentato anche il livello di strumentalizzazione fascista che parte dal discorso sui migranti. La gente è convinta che in Italia ci siano 35 euro al giorno per ogni persona che arriva, nessuno racconta invece delle italianissime ditte e degli hotel privati che gestiscono l’accoglienza, vivendo su quei soldi. Troppo spesso alle spalle degli immigrati, che diventano così la scusa per creare un indotto gestito in emergenza dalle Prefetture. Piccole bombe sociali disseminate sul territorio italiano, senza alcuna mediazione locale e sociale, problemi globali scaricati su piccole e fragili comunità locali. E quindi in questo contesto la risposta dei soli salvataggi per quanto necessaria appare a molti insufficiente.

A occhi più navigati la storia di Iuventa rappresenta sicuramente questa ingenuità ma rappresenta anche la speranza per chi non vuole rassegnarsi. Perché il problema sta proprio nel dissolvimento delle comunità, delle reti sociali. E quindi in una fase di fascismo rampante, di violenza insensata e di Stato e sempre più xenofoba è necessario valorizzare ogni singola iniziativa che guardi con coraggio oltre l’orizzonte. Che parli con naturalezza dell’alterità e gli tenda una mano. Iuventa rappresenta proprio questo, la voglia di uscire dalle proprie case e mettersi in gioco. Dunque, viva l’ingenuità e viva la solidarietà. Soprattutto ora che una nuova nave, Mediterranea, è partita ed è animata da molti gruppi e attivisti italiani. E sta monitorando il Mediterraneo per evitare altre tragedie.

La morte di più di 2000 persone che cercavano di arrivare in Italia quest’estate non è normale. E se diventasse normale accettarla prepariamoci al peggio. Dunque è bene guardare questo documentario e sperare che tanti altri ragazzi di 18 anni escano di casa loro con lo stesso spirito dei giovani di Jugend Rettet. Per salvarci un po’ tutti.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

***************************
 
abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60
 
Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177
 
intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini
 
Conto corrente postale 001003698923
 
da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini
 
 
Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino
 
Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/
 

pianeta

Quel che si impara dall’era Trump

di Christian Salmon
traduzione di Saviero Esposito

Chris Johanson

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

I risultati delle elezioni di medio termine negli Usa dimostrano che Donald Trump gode del sostegno di una solida base di sostenitori che non si lasciano toccare da argomenti razionali né da lezioni di morale. Il presidente americano non cerca di unire quanto di aggredire e sfaldare, e per farlo ogni colpo è permesso: insulti, connivenze, malafede. Un esempio recente: il tweet contro Macron, non appena è sbarcato a Parigi.

Due anni dopo l’elezione a sorpresa alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump continua a sfidare i pronostici. Ha subito un relativo fallimento nelle elezioni di medio termine ma, contrariamente alle speranze degli avversari in un suo crollo, sta in sella molto meglio dei tre presidenti che l’hanno preceduto. Le elezioni a medio termine, generalmente sfavorevoli ai presidenti in carica come è accaduto per Clinton, Bush e Obama, stavolta non hanno sconvolto il rapporto di forze all’interno del Congresso: il Senato resta repubblicano, i democratici ottengono la maggioranza alla Camera. La soglia dei sostenitori di Trump si è perfino rafforzata in diversi Stati nonostante l’indice di partecipazione eccezionalmente alto per delle elezioni di medio termine. Il suo elettorato si è mobilitato molto più di quello di Obama nel 2010 e 2014.

Due anni fa l’elezione di Trump sconfessò le agenzie dei sondaggi, che prevedevano una vittoria della candidata democratica. Questo colpo di scena mostrava la fallacia di tutti i sistemi di previsione e vide il crollo in una sola notte della credibilità dei commentatori politici, e li fece apparire come sleali e partigiani offrendoli alla vendetta dei partigiani di Trump. La sera del 9 novembre alla Casa Bianca, Obama e i suoi storytellers fecero fatica a capire cosa stesse accadendo: “È altrettanto inconcepibile che la scomparsa di una legge di natura”, ha detto uno di loro, mentre Obama dichiarava che “la storia non procede in linea retta ma a zig-zag”. Un anno più tardi Michelle Goldberg, in un articolo del “New York Times” intitolato Anniversario dell’Apocalisse, scriveva: “Una delle cose più sconcertanti era che nessuno, qualche che fosse il suo grado d’istruzione, aveva la minima idea di quello che stava accadendo”. Nel suo saggio Fear (Paura), il celebre giornalista Bob Woodward ricorda le cose che aveva detto in un talk-show televisivo pochi giorni prima della fine della campagna elettorale: “Se Trump dovesse vincere dovremmo domandarci: come è stato possibile?” Durante i suoi viaggi attraverso il paese, furono in tanti a dirgli che non si fidavano dei sondaggi, che volevano decidere da soli come dovevano votare.

Secondo i sondaggi fatti all’uscita dai seggi, solo il 38% degli americani giudicavano Trump adatto a fare il presidente, eppure è stato eletto e l’unica spiegazione possibile per chi li aveva fatti e interpretati era che molti elettori lo avevano votato pensando che non avesse nessuna possibilità, come un gesto di protesta che si pensava senza conseguenze e che bensì ha provocato la sorpresa elettorale e spinto nell’ignoto la democrazia americana. Si trattava di qualcosa di bizzarro che non rientrava nel previsto scenario della “prima donna presidente”, si trattava di qualcosa di stravagante, di un’anomalia politica, di un’eccezione che la Storia o il popolo avrebbero presto corretto.

Per i democratici si è trattato di una sconfitta brutale, non solo quella della Clinton, anche di Barack Obama, la cui eredità appariva improvvisamente in pericolo. Il sostegno dei colletti blu e degli operai che pareva acquisito per sempre, stavolta era sfuggito di mano. Gli “working class heroes” gli avevano voltato le spalle, dopo che il sogno americano era svanito durante i decenni della globalizzazione e soprattutto dopo la crisi del 2008 che li aveva privati di casa e lavoro. Triplice sconfitta, dunque, per le agenzie dei sondaggi, per i democratici e per i media maggiori: perdita di credibilità per i primi, sconfitta politica per i secondi e crollo della narrazione mediatica. La vittoria di Donald Trump faceva parte di quegli avvenimenti che eludono la razionalità della politica e mostrano una reazione molto più profonda di un semplice sberleffo alle élite, all’establishment e a una classe politica squalificata incarnata da Hillary Clinton. I risultati hanno fatto crollare la facile storiella progressista dei democratici che, dopo aver portato alla Casa Bianca il primo presidente nero, ne aprivano ora le porte alla prima donna presidente. Il 9 novembre 2016 si poteva leggere sul “New York Times” che “la scioccante sconfitta (della Clinton) è particolarmente crudele per i milioni di elettori che plaudivano all’ingresso nella storia degli Usa della prima donna presidente degli Stati Uniti. Per i sostenitori di questa convinzione, l’elezione era una sorta di referendum sui progressi della politica di ‘genere’: l’occasione per portare una donna alla più alta delle funzioni, allontanandone l’uomo il cui modo di comportarsi con le donne era stato al centro dell’attenzione durante la campagna elettorale.” Un orizzonte narrativo crollava come la facciata di una casa-giocattolo.

Dieci volte, cento volte si era scommesso sull’eliminazione di Trump durante le primarie, poi sulla sua sconfitta di fronte alla Clinton, eppure egli aveva superato tutti gli ostacoli… Aveva lanciato una sfida ai mezzi di comunicazione con i loro resoconti della campagna elettorale, alla loro agenda e alla loro retorica, aggredendo l’immagine che si poteva avere di un presidente, imponendo i suoi eccessi, il suo linguaggio e le sue onomatopee, la sua figura piuttosto comica e le sue menzogne. E aveva vinto. Questa vittoria non rientrava in nessun esempio disponile sul mercato mediatico. Non aveva niente di epico come quella di Obama nel 2008, era una beffa della Storia, un inciampo della ragione.

Durante la campagna del 2016, gli autori dei sondaggi avevano continuato a interrogarsi sul “tetto” di Trump, che riguardava secondo loro il 46 per cento degli elettori, una soglia che gli avrebbe impedito di raggiungere la maggioranza del voto popolare, e avevano trascurato di interessarsi al suo “pavimento”, alla sua incomprensibile base elettorale che ha spostato in suo favore il collegio elettorale. Hanno dimenticato che le elezioni non sono solo addizioni di voti, che la mobilitazione vi assume un ruolo di moltiplicatore.

Le elezioni di medio termine hanno dimostrato ancora una volta che Trump ha il sostegno di una stabile base di sostenitori che non si lasciano convincere dagli argomenti razionali o dalle lezioni di morale. È a questa base che il presidente si rivolge nei comizi, sui media o attraverso i social. Il tempo degli appelli ai grandi raduni lascia il passo all’era dei clash e delle trasgressioni. Si tratta molto meno di convincere gli oppositori che di mobilitare i sostenitori, si tratta meno di unire che di aggredire e dividere. E per farlo tutti i mezzi sono buoni, gli insulti, le connivenze, una malafede condivisa. Quel che unisce la massa scontenta e furiosa è il potere di dire di no alle verità stabilite. Ciò che appare incredibile viene innalzato a credenza assoluta. Nessuna autorità viene risparmiata, né gli scienziati né i papi né i re… tutti destinati al rogo trumpista. La vita politica si è trasformata sotto Donald Trump in un seguito di provocazioni e di choc sotto forma di decreti, dichiarazioni o semplici tweet: muslim ban, difesa dei suprematisti bianchi dopo i fatti di Charlottesville, guerra di tweet con la Corea del Nord…

Da due anni ormai, i liberali non hanno saputo opporre a nessuna delle provocazioni di Trump altro che la loro indignazione. Adesso devono per forza riaprire gli occhi. Il fenomeno Trump non è scomparso e gode anzi di una forte persistenza e del sostegno della parte più attiva degli elettori che, nient’affatto scoraggiati dai suoi eccessi verbali e dai suoi appelli alla violenza, riconoscono nella sua la loro collera. I suoi sostenitori sono insensibili alla sua colpevolizzazione da parte degli editorialisti meglio intenzionati, le loro istanze hanno perduto ai loro occhi ogni legittimità. Trump ha liberato una selvaggia, indistinta potenza che si sente libera, nella società, da ogni freno.

Dopo la sua elezione Trump non ha mai smesso di sentirsi in campagna elettorale. È attento a orchestrare i risentimenti, ridà vita ai vecchi demoni sessisti e xenofobi, dà un volto e una voce e una visibilità a un’America declassata dalla demografia e dalla sociologia e dalla crisi economica. “È inutile stimolare le masse nelle loro opinioni positive o nella loro volontà critica”, ha scritto il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel prima della guerra del ‘4-’18, “perché esse non ne hanno: hanno soltanto una forza indifferenziata, hanno il potere del rifiuto. Sono forti soltanto di ciò che espellono, di ciò che negano”.

Le reti dei social hanno sconvolto le forme del dialogo nazionale. È certamente troppo presto per valutare il peso del loro uso politico ma, in un articolo del “The Atlantic” intitolato L’idea americana in 140 battute, Vann R. Newkirk ha messo in questione la solita tesi della democratizzazione che i social avrebbero favorito. H spiegato come i movimenti decentralizzati e anti-establishment come il Tea Party, l’Alt-Right e Black Lives Matter si sono svilupparti su Twitter e sono in grado di organizzare milioni di persone attraverso migliaia di eventi e di dar vita a una vera e propria sfida nei confronti delle personalità pubbliche. Questa rete è stata molto probabilmente uno dei principali catalizzatori della folgorante ascesa di Trump, invece che un modo di contestarne il potere.

Trump è la banca centrale di tutte le collere, le concentra, le accumula, le ratifica. Non trova nessun contrasto nella creazione di questa nuova moneta, e come nei momenti di grave inflazione, ne stampa di continuo nuovi esemplari: una bugia ne cancella un’altra e un tweet nega il successivo, in un thread interminabile su cui nessun fact checking può aver presa. La scommessa è paradossale e consiste nel fondare la credibilità del “discorso” sul discredito del “sistema”, di speculare al ribasso sul discredito generale e aggravandone gli effetti.

Ai bianchi declassati che sono stati il cuore del suo elettorato, Trump ha offerto una rivincita simbolica: la restaurazione di una superiorità bianca aggredita dalla spinta delle minoranze in una società sempre più multiculturale. Ridà credito ai perdenti, non tali per effetto della mondializzazione, perché Trump sarebbe costretto a includervi popolazioni non bianche, ma quelli che in una società multiculturale non si riconoscono. E lo fa ricorrendo alle ricette dei reality – trasgressione, eccesso – perché solo i reality soddisfano questo bisogno di rappresentazione, ben noto agli studiosi, che si nutre dell’impotenza del vivere. Donald Trump capta questo bisogno e lo trasforma in un capitale politico. I reality si erano sinora limitati al divertimento, Trump ne ha fatto uno strumento di conquista del potere e della sua gestione.

Quello che a volte si fa fatica a capire, è la centralità di questo personaggio stravagante, la modernità e la forza del suo messaggio nella società e nella storia degli Stati Uniti. Lo storico della guerra civile americana David Silkenat ha scritto recentemente in un tweet: “Il cittadino che io sono odia quel che l’America è diventata sotto Trump, lo storico che io sono sa che è quel che l’America è sempre stata.”

Durante gli ultimi giorni della campagna elettorale il presidente Trump ha tracciato in modo sorprendente una visione apocalittica dell’America sotto il controllo democratico, lanciando un torrente di bugie e spingendosi fino a descrivere i suoi oppositori politici come vettori di criminalità e di povertà”, scrive Philip Rucker sul “Washington Post”, “e di comizio in comizio, alla viglia delle elezioni del 6 novembre, Trump ha spinto il suo rifiuto di aver dei limiti a un livello mai prima raggiunto, sommergendo i democratici in un turbine di demagogia e servendosi del potere del governo federale per dare la maggior risonanza ai suoi fantasmatici argomenti.” Grazie a una cascata di dichiarazioni e di tweet vendicativi, Trump ha dettato i termini del dibattito politico durante l’ultima settimana dell’ultima campagna elettorale. Andando oltre alle parole, ha fatto ricorso ai poteri del presidente per spedire sulla frontiera 15mila soldati con il compito di respingere “l’imminente invasione” di “pericolosi stranieri fuori della legge”, questa l’espressione che ha usato per descrivere la “carovana” dei migranti dal Nicaragua. Ricorrendo a questo pretesto per mettere in scena una battaglia immaginaria contro i supposti invasori, Trump si è esaltato della sua stessa performance lanciando un grido di giubilo “davanti a questo magnifico schieramento di filo spinato”. Si arriva a quella “estetizzazione della politica” che Walter Benjanin aveva descritto tra le due guerre: “L’umanità è diventata straniera a se stessa pur di riuscire a vivere come un godimento estetico la propria distruzione”.

In American Dharma, il documentario che Errol Morris ha dedicato a Steve Bannon, l’ex consigliere di Trump dichiarava senza perifrasi: “La classe politica che controlla il paese resterà quella che è fino a quando non ci sarà in voi un vero cambiamento. Non potrà essere una battaglia che si fa con i cuscini, ci sarà bisogno di gente che uccide.” Ebbene, questa gente ha risposto all’appello di Steve Bannon una prima volta con l’invio di una serie di bombe a tredici personalità, quelle indicate alla pubblica vendetta da Donald Trump, e una seconda nella sinagoga di Pittsburgh dove un killer ha fatto undici vittime. Il bersaglio era stavolta un’associazione ebraica di solidarietà con i migranti, l’Hebrew immigration aid society (Hias), fondata a New York nel 1881 per aiutare gli ebrei vittime dei pogrom in Russia e nell’Europa dell’Est. Nel corso di una dozzina d’anni l’associazione si è occupata di rifugiati di ogni parte del mondo e si è opposta al travel ban firmato da Trump che ha vietato l’ingresso negli Stati Uniti a persone di origine musulmana. “Lo Hias vuole far venire degli invasori che uccidono la nostra gente. Io non posso star fermo vedendo i miei compatrioti farsi ammazzare. Con le vostre idee potete andare a farvi fottere. Io reagisco.” Prima di passare all’azione Robert Bowers, suprematista bianco in possesso di una ventina d’armi da fuoco, aveva postato questo messaggio sul sito Gab, una piattaforma che accoglie gli appelli alla violenza dei militanti dell’Alt-Right. “Le parole non sono pallottole” si è difeso il sito prima di venir chiuso dalla rete che lo diffondeva. Durante la sua visita a Pittsburgh del 31 ottobre Trump è stato accolto da 1.500 manifestanti che innalzavano cartelli con su scritto “Le parole contano” e “Le parole uccidono”.

Durante un comizio tenuto nel Wisconsin dopo il massacro di Pittsburgh, Trump ha adottato un tono più presidenziale, fingendo di sostenere la pacificazione: “Il mio più grande compito in qualità di presidente”, ha dichiarato, “voi lo sapete, è quello della sicurezza dell’America”. Ma si è affrettato subito dopo a svilire queste parole di pace gridando davanti ai sostenitori della sua pretesa moderazione: “Avete visto come mi comporto bene stasera, avete visto? Ci comportiamo tutti molto bene!…” Quasi dimenticando che si è trattato del peggior massacro antisemita nella storia degli Stati Uniti.

Il fenomeno Trump non è la storia stravagante di un pazzo o di un clown che si è impadronito del potere con l’inganno e che sta conducendo Dio solo sa dove l’America… Al contrario, questo fenomeno di questa epoca esprime la verità, la verità di un’epoca in cui la distinzione tra realtà e finzione e tra vero e falso ha smesso di costituire la sfida della conoscenza e dell’esperienza per diventare la conseguenza di una banale speculazione. Non è più la pertinenza a dar valore alla parola pubblica ma la sua inconsistenza, duplicità, capacita di trascinare l’adesione, di sedurre, di ingannare. È un’epoca di cui Hannah Arendt ha dato l’esatta definizione in Le origini del totalitarismo, e che ha raggiunto il massimo rilievo al tempo dei social: “Il soggetto ideale del dominio totalitario non sono il nazista convinto o il comunista convinto ma le persone per le quali la distinzione tra fatto e finzione (la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (le regole del pensiero) non esistono più.”

La produzione di enunciazioni sui social non ha sempre per scopo di produrre o condividere nuove conoscenze, ma di accelerare la velocità degli scambi, di intensificare la circolazione dei messaggi. Si tratta di dar vita all’impulso che possa scatenare una reazione a catena, si tratta di far partire un’accumulazione dei likes o dei retweet, prima che i robot di Google li notino e rilancino creando un “vortice” mediatico in grado di attirare centinaia di migliaia di “naviganti”. All’accumulazione primitiva del capitalismo industriale si è sostituita l’agitazione primitiva del capitalismo finanziario. Di qui il successo di quelle dichiarazioni di odio che cercano di provocare non l’empatia ma l’antipatia, non l’appartenenza ma la divisione, non la continuità ma la rottura…

Di fronte a questa spirale frenetica, David Axelrod, l’ex-stratega di Barack Obama, si è così interrogato: “Esiste una soglia di effetti decrescenti per le trasgressioni di Trump, che possa farle sembrare così artificiose che perfino gli elettori repubblicani finiranno per abbandonarlo? (…) No, né la verità né la lucidità li disturbano, la sola cosa che potrebbe disturbarli è di perdere.”

(da https://www.mediapart.fr/journal/international/091118/ce-que-trump-nous-dit-de-l-epoque)

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

***************************
 
abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60
 
Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177
 
intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini
 
Conto corrente postale 001003698923
 
da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini
 
 
Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino
 
Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/
 

pianeta

Usa dopo le elezioni di medio termine

di Paula Di Perna

traduzione di Giacomo Pontremoli

murale di John Fekner

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Paula Di Perna è esperta di politica ambientale globale. Corse per il Congresso degli Stati Uniti nello Stato di New York nel 1992 ed è autrice di numerosi libri e articoli, tra cui il recente Viaggio nel tempo di Trump (Endeavour Press 2018).

Da quando l’America ha stupefatto il mondo nel 2016 eleggendo presidente Donald Trump, la democraticità del suo sistema è stata vulnerata. Soprattutto il basilare sistema costituzionale di controllo ed equilibrio tra il potere esecutivo e quello legislativo, dedicato ad arginare la potenziale capricciosità personale del presidente impedendogli di governare il paese da solo e, contemporaneamente, vincolando il Congresso a non sopraffarlo. In quanto controllo di entrambi, la Corte Suprema dovrebbe gestire questioni centrali come il livello di libertà del popolo e la quota d’autorità di ogni ramo del governo, come tradizionalmente sancito dalla stessa Costituzione e dal corso dei suoi emendamenti. Imperfetta ma flessibile, questa politica statunitense di controlli e contrappesi incoraggia un ragionevole partitismo di fondo ed è stata strutturalmente stabile nello scongiurare sia i dispotismi che le derive della società.

Ma lo stile di Trump è quello di un governo egocentrico, per decreto, impulsivo, fondato sulla capitolazione del Partito repubblicano a ogni sua parola: ha distrutto qualsivoglia controllo ed equilibrio, con il risultato che più o meno tutto quello che Donald Trump dice accade. Il bipartitismo è stato inesistente e l’indisturbato Partito democratico è rimasto prevalentemente a lamentarsi.

Le elezioni a medio termine del 6 novembre erano state ampiamente pubblicizzate come un’opportunità per i democratici di recuperare ruolo e vantaggio, a causa dell’aumento dell’insoddisfazione diffusa per la brutalità di Trump e la direzione che stava prendendo il paese. Ma che lo stato si sia ripreso resta da vedere.

I democratici hanno “ribaltato il tavolo”, con una nuova maggioranza di 225 a 197: meno dell’annunciata “onda blu”, ma comunque una vittoria.

In termini intermedi, l’affluenza alle urne è infatti aumentata fino al 47% degli elettori, rispetto al 36,7% del 2014 e al 41% del 2010. Ma l’impatto della nuova maggioranza democratica sarà in gran parte determinato dalla capacità dei Democratici di non compiacersi, relativizzando la loro vittoria e impostando con precisione chirurgica le loro prossime mosse. Trump li ha battuti in astuzia quasi a ogni turno, forse trattenendo volutamente il peso dalle gare del 2018 e concedendo implicitamente alle tendenze popolari.

D’altronde aveva fatto un’energica campagna per i candidati repubblicani al Senato. Tutti i suoi favoriti hanno vinto, aumentando la maggioranza repubblicana in quello che è considerato il corpo più autorevole del Congresso, dove i termini del Senato durano per sei anni. Adesso, con i democratici a gestire l’Assemblea, dove i termini sono solo due anni, Trump potrà confliggere con la loro dirigenza nel 2020 – avendo buon gioco a dire: “vedete cosa succede quando i democratici hanno la maggioranza? Bloccano tutto!”.

Oppure, ostacolato dai Democratici e stufo delle suppliche repubblicane, Trump potrebbe addirittura minacciare un terzo ruolo, se scegliesse di candidarsi nuovamente alla presidenza, gettando entrambe le parti alle fiamme e ridicolizzando il sistema politico statunitense. È perfettamente credibile che l’autentico scopo finale di Trump sia quello di distruggere per sempre il sistema americano dei due partiti.

È anche importante capire dove le elezioni a medio termine del Congresso si inseriscano, nel più ampio teatro trumpiano della politica nazionale americana.

Quando Trump iniziò la sua scalata alla Presidenza, in un primo momento fu considerato soltanto un cialtrone: incapace di ottenere la stessa nomination repubblicana, per tacere della Presidenza. Ma poi un contendente repubblicano dopo l’altro rinunciò vigliaccamente, lasciandogli spazio. E Hillary Clinton non ha saputo connettersi con l’unica base elettorale che aveva sempre sostenuto i democratici: la classe lavoratrice. Durante la sua battaglia contro Trump non ha visitato nemmeno uno stato chiave, il Michigan, anche se l’aveva perso nelle primarie democratiche inaspettatamente contestate al senatore più vetusto del Vermont, Bernie Sanders. Clinton ha eluso l’allarme delle primarie del Michigan, con il risultato fatale che il Michigan è passato a Trump: per un soffio, ma sufficiente a costarle la Presidenza. Anche riconoscendo il peso e il ruolo delle “fake news” e dell’interferenza russa, lo scarto Trump-Clinton non avrebbe mai dovuto essere così fragile in stati tradizionalmente democratici.