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La Libia, nuova frontiera della guerra ontologica

di  Luca Raineri

Gabriele Galantara, “Domani a conti fatti – Pantalone: Valeva proprio la pena?”, vignetta per L’Asino contro la guerra di Libia, 1911

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Heidegger sosteneva che l’essere è ciò che permette il darsi a vedere degli enti, l’orizzonte entro cui si manifestano. Gli enti, gli eventi, le cose del mondo ci sono nella misura in cui si mostrano di fronte ai nostri occhi, si fanno avanti, presenti (prae-s-enti). Ma da Foucault in poi, sappiamo anche che questo spazio in cui gli enti si fanno presenti, visibili, e quindi soggetti a (o soggetti di) discussione, e eventualmente anche di deliberazione democratica, non è uno spazio neutro, bensì è uno spazio percorso, attraversato e intimamente costituito da relazioni di potere. È il potere che definisce il perimetro entro cui enti e eventi del mondo appaiono. È il potere che, infiltrandosi nella microfisica di ogni rapporto, decide cosa emerge e cosa affonda nella cacofonia del mondo. Che pone l’agenda delle discussioni, e cura l’immagine degli argomenti sul tavolo. Un potere con la “p” minuscola, non quello del grande burattinaio che amano immaginare i cospirazionisti, bensì quello decentrato nella pluralità dei saperi e delle pratiche, ma proprio per questo pervasivo e ineludibile.

La guerra, in quanto manifestazione estrema e nuda del potere, offre un teatro eloquente per l’esibizione di queste dinamiche. In guerra, si sa, la prima vittima è la verità. L’informazione di guerra forma, deforma e trasforma l’opinione pubblica. Perciò il sapere sulla guerra, il sapere della guerra, è anche una forma di potere di cui è fondamentale mantenere il controllo. La storia del ventesimo secolo ci ha assuefatti ai bollettini di guerra filtrati dalle propagande di regime. E noi smaliziati lettori postmoderni abbiamo imparato a non prendere per buone le verità della televisione, specialmente quelle che parlano la stessa lingua di un paese profondamente e integralmente coinvolto in un conflitto armato in corso.

La guerra in Libia è un caso paradigmatico: guerra di spie par excellence, in cui il dato empirico è avvolto nel mistero e soggetto a continua manipolazione. L’Italia è esposta in prima fila alle dinamiche di sapere e potere che definiscono i parametri del conflitto libico. Il nostro “interesse nazionale” – sufficientemente ipertrofico da estendersi al di là dei confini della nazione stessa – annovera fra le sue priorità le sorti della Libia, tecnicamente uno stato sovrano. La perfetta continuità registrata in questo senso dai governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte allude ad ambizioni strategiche più profonde e durature del balletto superficiale dei partiti, e trascende le tattiche dal respiro corto buone solo per accalappiare e addomesticare un consenso volubile.

Così vicina e così importante, la Libia occupa stabilmente da anni le prime pagine dell’informazione sugli esteri in lingua italiana. Eppure, non è difficile cadere nella sensazione che più se ne parla, meno se ne capisce. Cosa succede in Libia? Succede qualcosa, o siamo sempre al punto di partenza di una guerra civile di cui non si vede la fine proprio perché non fa che reiterare il suo inizio? E a cosa assomiglia, questa guerra civile? A uno scenario somalo, di totale implosione dello stato e anarchia di bande armate, o a uno scenario siriano, di insorgenza in aree ben delimitate e repressione con mezzi pesanti, bombardieri e decine di migliaia di vittime civili? E in questo conflitto, noi, con chi stiamo? Stiamo con Serraj, oppure con Haftar – che sempre più spesso viene invitato a Roma con tutti gli onori? Stiamo contro gli islamisti, quelli dell’Isis, o con loro, quelli delle milizie di Tripoli e Misurata?

Parte della confusione è certamente attribuibile alla mutevolezza del conflitto libico stesso. In Libia, le identità sono negoziabili, e sul campo si susseguono cambiamenti di fronte, decomposizioni, ricomposizioni e colpi di scena, in un caleidoscopico giro di alleanze in cui sembra che tutto cambi affinché non cambi niente. Confusione che rimbomba nella sfera mediatica, dove spesso poi sopravvive di una vita propria, che prescinde dalle dinamiche reali. La difficoltà di accesso diretto e di verifica, e il minuzioso controllo dei margini di agibilità di ricercatori e giornalisti, infatti, non fanno che allargare il fossato epistemologico fra il ribollire degli eventi in Libia, e ciò che di essi appare al discorso pubblico fuori dal paese. Due meccanismi, complementari ma di segno opposto, contribuiscono ad allargare questo fossato: la sottrazione e l’addizione. La prima opera in forma di censura, raramente conclamata, e più spesso sostituita surrettiziamente dalla banalizzazione di pratiche istituzionali, che tuttavia assolvono la funzione di filtrare il visibile, l’udibile e il dicibile a proposito del conflitto libico. La seconda consiste invece nella produzione di “notizie” più o meno deliberatamente sganciate dal dato di realtà, che invadono la sfera mediatica per condizionare l’interpretazione del conflitto ad uso e consumo di predesignati attori terzi. Sarebbe fuorviante chiamarle semplicemente fake news, perché l’apparenza mediatica qui si confonde e ibrida con l’essenza stessa del conflitto, dove anche le notizie dubbie possono avere effetti drammaticamente reali sui rapporti di forza in gioco.

È difficile stabilire con esattezza quando sia cominciata questa guerra ontologica, frontiera 2.0 della guerra di sapere/potere sulla Libia. Forse c’è sempre stata, ed è consustanziale alla guerra stessa. Ma per il pubblico italiano, una svolta si registra a partire dall’estate del 2017. A partire da luglio, da un giorno all’altro crollano gli sbarchi in Italia di migranti partiti dalle coste libiche. Perché nessuno tenti più la traversata, proprio durante la stagione teoricamente più propizia, resta un mistero; finché a inizio settembre appare sulla stampa inglese un’intervista al noto trafficante libico Ahmed Dabbashi, detto “Lo Zio”, il quale dichiara candidamente di aver ricevuto aiuti e garanzie dal governo italiano per porre fine al commercio dei barconi. In altre parole, Minniti avrebbe ricompensato i trafficanti disposti a passare dal contrabbando di uomini al contrabbando di influenze politiche. È ovviamente arduo verificare la fondatezza di queste dichiarazioni. A dispetto delle smentite ufficiali, Roma si trova comunque esposta a un grave imbarazzo internazionale (se non altro di facciata, dal momento che nella sostanza molti in Europa sembrano implicitamente avvallare la determinazione del governo italiano a fermare i flussi migratori dalla Libia, costi quel che costi). Ma proprio mentre giornalisti e ricercatori da tutto il mondo si preparano ad andare in Libia per cercare di vederci più chiaro, e capire quale sia la ragione di un cambio così radicale dei flussi migratori, la Libia opera un giro di vite senza precedenti sui requisiti di accesso al paese. I giornalisti stranieri sono messi alla porta, in coda per mesi ad attendere permessi che in molti casi non arriveranno mai. “Incertezze istituzionali”, si dirà, scaricando la responsabilità sul muro di gomma di una burocrazia senza nomi, né ruoli né indirizzi. I giornalisti locali nel frattempo diventano oggetto di sorveglianza e minacce da parte delle milizie libiche a cui “i partner internazionali” hanno deciso di trasferire avanzate tecnologie di controllo e ascolto. Tali dispositivi non hanno fatto altro che aggravarsi da allora, rendendo l’ingresso in Libia praticamente impossibile anche agli habitués del paese. E ai pochi che ottengono il permesso di entrare a raccogliere informazioni di prima mano, viene imposta una gabbia di misure di “sicurezza” e “accompagnamento” tali da limitarne drasticamente la libertà di movimento ed azione. Il filtro si esercita su ciò che entra nel paese, come su ciò che ne esce.

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Brasile: I ministri in divisa militare

di Lucia Capuzzi

Ozi

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Si è insediato in una Brasilia blindata, come mai prima d’ora. Dopo l’attentato all’allora candidato del 6 settembre, le forze armate non hanno voluto correre rischi. Per questo, l’Aviazione ha predisposto un scudo missilistico anti-aereo, per le strade sono stati schierati migliaia di poliziotti e militari. Gli organizzatori hanno cercato di celare il dispiegamento dietro un’imponente coreografia. Invano. La tensione è risultata fin troppo evidente. Anzi, la cerimonia d’insediamento di Capodanno s’è trasformata in una metafora del clima nel Brasile dell’era Bolsonaro. Il Partido dos trabalhadores (Pt), principale forza di opposizione, ha disertato l’evento, a conferma della polarizzazione estrema del Paese. La mancata candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva, stoppato in extremis dal Tribunale elettorale, non è andata giù al Pt. Primo nei sondaggi con il 40 per cento dei consensi, l’ex presidente-operaio aveva buone possibilità di vincere. A differenza del proprio sostituto, Fernando Haddad, fermatosi a undici punti di distanza dal “capitano Jair”, il primo ex militare al potere dai tempi del regime. In omaggio al suo passato recente, Bolsonaro ha piazzato nell’esecutivo otto “ministri in divisa”, tra militari in carica e in pensione, su un totale di ventidue. Un inedito. Se, nei primi due secoli dall’indipendenza, l’esercito era stato l’arbitro della vita politica, con interventi costanti – il cosiddetto “pretorianesimo” – la democrazia, tornata nel 1985, ha fatto della sua permanenza nelle caserme un principio costitutivo. Ora, però, la situazione è cambiata. La democrazia ha perso la fiducia del 60 per cento dei cittadini, i quali, al contrario, considerano le forze armate l’istituzione più affidabile.

Solo a partire da tale contesto di “disincanto generalizzato” è possibile spiegare il fenomeno Bolsonaro, ex capitano 63enne, nostalgico dell’ultima dittatura dei generali (1964-1985), uomo dalle posizioni estreme in una nazione orgogliosa delle proprie capacità di mediazione. Per 27 anni – dalla prima candidatura come consigliere comunale di Rio – nessuno l’aveva preso troppo sul serio. Le ferite del regime erano fresche e l’attuale leader dell’ultradestra era troppo legato agli anni bui. Le sue battute – “l’errore del regime è stato torturare e non uccidere”, “non ti stuprerei perché non te lo meriti”, “non è un buon poliziotto se non ammazza” – venivano liquidate con un misto di sorpresa e indignazione. C’è voluto un lungo periodo di crisi – politica, sociale, economica, di identità – per forgiare il consenso che ha portato Bolsonaro al Palazzo di Planalto con il 55 per cento dei voti il 28 ottobre. Alcuni l’hanno chiamato la “congiuntura delle tre c”. Ovvero corruzione, crimine, crisi. Mali antichi del Brasile: affondano nelle radici coloniali e nella lotta per l’indipendenza. Stavolta, però, si sono intersecate in modo esplosivo. Soprattutto perché, fino a pochi anni fa, il leit motiv dominante era sintetizzato dalla precedente lettera dell’alfabeto: la “b” di boom, di Brics, di bacana Brasil (Brasile stupendo). L’indagine Lava Jato – con la scoperta del peggior scandalo per mazzette di sempre – ha inferto duri colpi all’entusiasmo collettivo. I partiti storici – nessuno escluso – ne sono usciti a pezzi. Gli analisti sono convinti, tuttavia, che l’ira dei cittadini si sarebbe esaurita nel giro di qualche mese in base al vecchio principio del rouba mas faz (ruba ma fa). Ma nel frattempo è sopraggiunto il crollo internazionale del prezzo delle materie prime, da cui tuttora dipende l’economia brasiliana. E l’intreccio tra mala gestione e crisi è apparso in tutta la sua drammaticità. La crescita annuale del 7 per cento dell’inizio del secolo, s’è trasformata in recessione. La nazione vi è entrata ufficialmente nel 2015 per uscirvi solo due anni dopo con 13 milioni di disoccupati, il deficit all’8 per cento e il debito pubblico al 90 per cento. Mentre le politiche di redistribuzione dell’era Pt – che hanno fatto uscire dalla povertà 40 milioni di persone – hanno lasciato il posto a una drammatica austerità. La paura ha iniziato a dilagare in tutti i gruppi sociali, aumentando l’insofferenza verso il tasso di criminalità, dramma cronico e nodo irrisolto che, nel 2017, ha raggiunto la cifra bellica di 31 omicidi ogni 100mila abitanti, un totale di 63.880. Bolsonaro ha trasformato le tre “c” in cavalli di battaglia. I suoi slogan, durante la campagna, sono stati “armi libere contro il crimine”, “pugno di ferro anti-corruzione” e “il Brasile prima di tutto”. Motto quest’ultimo di eco trumpiana anche se lo stile dell’autore somiglia più al filippino Rodrigo Duterte. Alla vigilia dell’insediamento, Bolsonaro ha annunciato un decreto per consentire il porto d’armi libero a qualunque cittadino non abbia precedenti penali. E ha promesso: è solo l’inizio.

Già è solo l’inizio. Da queste parti, si avverte già chiaramente l’effetto Bolsonaro”, Paulo Dollis Barbosa da Silva, presidente dell’Unione dei popoli indigeni della Valle del Javarí (Univajavi) e esponente della comunità Marubo. Paulo risiede in uno dei frammenti più inaccessibili dell’Amazzonia: 85mila chilometri di acqua e foresta, lungo il confine tra Brasile e Perù. Per tale ragione, la Valle – dal 2001 terra indigena legalmente riconosciuta – ha la maggior concentrazione al mondo di tribù isolate: diciassette. Ese vivono fianco a fianco con sette comunità già contattate, tra cui i Marubo. Sono loro a denunciare la crescente pressione da parte dei “cacciatori di risorse” – pescatori, cacciatori, trafficanti di legname, droga e minatori – sull’area, in particolare dopo le presidenziali. L’ultimo attacco è avvenuto alla fine di dicembre.

Boutade sconvenienti a parte, l’Amazzonia rischia di essere la prima vittima delle politiche oltranziste del nuovo presidente. Il leader dell’ultradestra non fa mistero della propria insofferenza verso “l’indigenismo sciita”. Appena qualche settimana fa, ha paragonato le terre in uso esclusivo per gli indigeni a “gioardini zoologici per animali”. Tali appezzamenti si estendono per 117 milioni di ettari, il 14 per cento del Paese: solo i nativi – prevede la Costituzione – ne possono amministrare le risorse. “Una quantità eccessiva”, non si stanca di ripetere il leader. Anche perché “dove c’è terra indigena, c’è sempre ricchezza”, ha precisato. Il messaggio è fin troppo chiaro: il governo non ha intenzione di rinunciare alle enormi risorse custodite nei territori già riassegnati o in via di restituzione agli indios. E intende sfruttarle. Del resto, i predecessori hanno dimostrato una sorprendente abilità nel glissare sui diritti dei popoli originari, scritti nella Carta fondamentale. Questa, in vigore dal 1988, imponeva la riconsegna delle terre ai nativi, loro legittimi proprietari, entro cinque anni. Ne sono trascorsi altri venticinque e sul totale di 1.296 appezzamenti rivendicati dagli indios – secondo i dati del Consiglio indigenista missionario della Conferenza episcopale brasiliana –, ne sono stati riconsegnati 436. Dal 2014 – anno in cui in Congresso è entrato un terzo di rappresentanti legati all’agrobusiness – il processo di resa procede col contagocce. L’era di Dilma Rousseff s’è aggiudicata il record negativo con appena 21 assegnazioni. Con l’impeachment e l’entrata in carica di Michel Temer si è arrivati alla paralisi totale. Bolsonaro sembra intenzionato a seguire l’attuale trend. Accentuando, al contempo, la pressione sui territori già restituiti grazie ai vuoti legali esistenti. Come la formulazione della Costituzione che riserva allo Stato la proprietà del sottosuolo. E che potrebbe aprire allo sfruttamento minerario nei territori ancestrali. O una possibile forzatura della Carta per consentire ai nativi di affittare i propri appezzamenti. Gli interessati – tra latifondisti, imprenditori locali e multinazionali – non mancano. Gli indios, però, non cedono. “Faremo, dunque, quanto abbiamo sempre fatto: resistere”.

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L’Europa verso le elezioni

di Oreste Pivetta

Bruxelles si trova sì in Europa, ma l’Europa non si trova a Bruxelles” (H.M. Enzensberger)

Banksy

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Ci lasciamo alle spalle mesi di manovre finanziarie e di decimali per non parlare di numerini, d’Europa e di populismi, di redditi di cittadinanza, di quota cento e di eco-bonus, di infrazioni e di pentimenti, di scomuniche e di ultimatum… Giusto per riassumere (e per tagliar corto). Non vado oltre. Perché siamo sempre da capo. Da tempo è caduta l’illusione che un giorno o l’altro si sappia finalmente di che morte si debba morire e persino, più banalmente, di che pensione si possa sopravvivere. Fatta una finanziaria, se ne fa un’altra, generalmente peggiore della precedente (per le nostre tasche di onesti quanto mediocri contribuenti). Infittendo le norme e i misteri. Votato un parlamento, se ne vota un altro, tanto uno vale l’altro ormai, cancellato dalle pratiche delle maggioranze blindate. Una prova proprio il varo della finanziaria: non è stato neppure consentito leggerla.

Adesso, a maggio, ci toccano le elezioni europee, per l’Unione europea, quando per la maggioranza degli elettori italiani l’Unione europea significa soltanto che per andare in Francia o in Germania non ti guardano più la carta d’identità, non devi sottostare alle occhiate indagatrici dei gendarmi, soprattutto non è necessario cambiare le nostre lire (quando era d’obbligo ci siamo sentiti sempre gli ultimi della compagnia) e che adesso tutte le colpe della nostra crisi stanno lì, tra Berlino e Parigi, le capitali avverse che agitano lo spread come fosse una scure. Oddio, qualcosa è cambiato rispetto al primo punto, cioè rispetto alle occhiate indagatrici dei gendarmi: in allarme per i cosiddetti “clandestini”, alla frontiera ti scrutano eccome, per scoprire qualche tratto non esattamente coincidente con i caratteri della “razza bianca” (o ariana?).

Non mi sottraggo alla maggioranza tanto scarsamente informata sulle virtù dell’Unione, che non avverte neppure l’esistenza di un parlamento europeo e che non conosce i poteri della Commissione, che attribuisce per sentito dire all’Europa regole inquietanti circa la lunghezza delle zucchine o il peso dei meloni, nel tentativo di uniformare tutto, la mozzarella tedesca e quella di bufala campana. So (questa è un’altra informazione largamente condivisa) della Brexit, anche se ben pochi avranno capito perché gli inglesi vogliano tornare a rinserrarsi nella loro isola, di Visegrad (ma dove sarà mai Visegrad, in Ungheria?) e dell’impronta sciovinista e intollerante dei paesi che vi hanno aderito. So di Orban, conosco Palazzo Berlaymont per averlo intravisto infinite volte in tv in immagini di repertorio, che ritraevano anche signori eleganti e sorridenti in abito scuro scendere da imponenti auto blu. Ho scoperto che Palazzo Berlaymont sorge là dove era stato eretto nei secoli passati un convento di caritatevoli suore. Adesso ospita la Commissione europea, il braccio esecutivo, e alcune migliaia di funzionari e impiegati. Per la sua dimensione, per la sua conformazione, con le sue facciate a specchio, con i suoi spigoli e con le sue vele alte nel cielo, è una architettura perfetta (dopo la ristrutturazione conclusa nel 2004). Lo dico ripensando a quanto scrisse Adolf Loos, architetto vissuto tra Otto e Novecento, considerato un precursore del razionalismo. “Se in un bosco – scrisse Loos – ci imbattiamo in un tumulo lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto un uomo. Questa è architettura”. Di quanto teorizzò per iscritto, sono le due righe più famose. Anch’io, osservatore ben più modesto, davanti al Palazzo Berlaymont in tv mi faccio serio, intuisco che oltre quelle cortine traslucide, proibite ai più, prospera la burocrazia continentale, imponente, magniloquente, imperscrutabile, obesa, estranea ai miei affari e ai miei sentimenti, e non riesco a trattenermi dal pensare: qui è sepolta l’Europa, questa è architettura (quanti altri esempi si potrebbero scovare tra Bruxelles, Strasburgo, Francoforte…). Totale corrispondenza tra contenuto e contenitore.

Seguendo le cronache europee ho avuto anche la possibilità di arricchire la mia lingua. Una parola ha dominato le scene negli ultimi tempi: sovranismo. Non stava nel vocabolario italiano, ci è arrivata dal francese souverainisme. In francese il vocabolo conserva ancora una qualche grazia, per quanto l’abbia rilanciato in lungo e in largo la famiglia Le Pen, quella del Fronte nazionale. In italiano rimanda al passo militare: stivali che concordi calpestano il suolo. Così lo vedo io e odo il battere ritmico sul selciato, mentre qui e là appaiono i volti e le mani degli affamati di tutto il mondo. Per intenderci, in concreto: immigrati cacciati, filo spinato, barconi che affondano, muri e muraglie, eccetera eccetera. Sovranismo mi sembra voglia dire un po’ questo: dopo aver abbattuto muri, cominciamo a tirarli su di nuovo, come vorrebbe Trump o come hanno iniziato gli ungheresi di Orban, ricorrendo ai più economici reticolati, o come a parole e non con scarsa efficacia, soprattutto rispetto ai sentimenti dei cittadini bersagliati dai tweet, chiunque, anche un Salvini qualsiasi, può provare.

Sono cresciuto sventolando la bandiera dell’internazionalismo, mi sono sentito persino cittadino del mondo. Adesso sono costretto a difendermi dai sovranisti, attestati alla difesa delle trincee (bella metafora coniata dal Censis), e dal sovranismo con il suo pessimo rumore, in uno scontro che rischia di trascinarmi a difendere un internazionalismo dei nostri tempi, che talvolta può coincidere con il globalismo delle multinazionali. Come se non esistesse un’altra via e non fossero stati proprio gli europeisti delle origini a indicarla.

Vedo tradita l’idea dell’Europa unita e solidale, che avevano coltivato, prima durante e dopo la guerra, i cosiddetti “padri”: Altiero Spinelli e poi Adenauer, Schuman, De Gasperi, tutti all’opera quando io alle elementari sentivo risuonare il termine “ceca” che con il tempo imparai a tradurre come Comunità europea del carbone e dell’acciaio e che mi suggeriva orizzonti comuni e radiosi nel senso della concorde intrapresa industriale… Un acronimo, sempre con la maiuscola, dal quale discese tutto il resto, che in una imprevedibile altalena ci ha condotto dove siamo ora, a un’Europa in crisi, ignorata o brutalmente osteggiata da molti dei suoi stessi potenziali elettori, una somma di stati che si fronteggiano e non certo in un ispirato e appassionato confronto di politiche, ma a colpi appunto di numeri e di numerini, ciascuno per la sua borsa, la borsa di chi vuole proteggere esclusivamente gli interessi di casa propria o del proprio orto. Qui si dovrebbe richiamare un altro termine in voga: populismo. Termine che s’adatta a disegnare una società spaventosamente classista, divisa tra chi comanda e i truffati e gli illusi che si godono le briciole, spacciate per generose elargizioni, per soddisfare le più basse aspirazioni, come insegna Salvini: sparare sui ladri o cacciare/sfruttare gli invadenti immigrati, soprattutto neri di pelle.

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Gilet gialli 4: Il campo delle possibilità

di Michelle Zancarini-Fournel
traduzione di Andrea Brazzoduro

murale di P.Boy

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Per una “diagnosi del presente” (Michel Foucault), e per auscultare da storica i movimenti sociali del XXI secolo, è utile interrogare le temporalità tra presente, passato e futuro, così come sono state declinate tanto sulla scena pubblica e mediatica quanto dai protagonisti, dal momento che i due regimi discorsivi sono tutt’altro che impermeabili. Questo “spazio di esperienza” (la percezione del passato nel presente) può dischiudere un “orizzonte di aspettativa” (Reinhart Koselleck), incarnato nel presente da alcune pratiche alternative, anche minoritarie, che esprimono altri possibili. Questo è il caso del movimento dei gilets jaunes, un caso particolarmente complesso perché ancora situato nell’immediatezza. Lo affronterò con grande prudenza dal momento che le fonti disponibili sono essenzialmente mediatiche (stampa, radio e televisione).

Al principio, cioè a partire dal 17 novembre 2018, il movimento si coagula intorno al malcontento per l’aumento del carburante, delle tasse e del costo della vita. Successivamente le rivendicazioni e le parole d’ordine hanno preso una piega più incisiva chiamando in causa la persona e la funzione del presidente della Repubblica (contro il “Re Macron”), esigendo riforme istituzionali e affermando così una volontà di sovranità popolare. Gli abitanti dei dipartimenti d’oltremare avevano già avanzato nel 2009 queste stesse rivendicazioni materiali in un movimento di massa contro “gli approfittatori” che è rimasto nelle memorie, in particolare in Guadalupa. All’incrocio tra differenti esperienze del passato, questo movimento è atipico in queste società post-schiaviste: scoppia non a partire da un conflitto nel settore produttivo della canna da zucchero, né a partire da un incidente razzista, ma da una rivolta di consumatori contro il carovita e sfocia poi nella volontà di cambiare modello di società. Il movimento, sostenuto da nove scrittori antillesi, è stato promosso da Patrick Chamoiseau e Édouard Glissant con un testo poetico-politico che propone un altro modello di società, il Manifesto per i “prodotti” di alta necessità.

Priscillia Ludosky, originaria della Martinica, trentadue anni, residente nella Seine-et-Marne (grande periferia est di Parigi), proprietaria di un negozio online di cosmetici è la prima ad aver domandato “la riduzione del prezzo del carburante nei distributori” con una petizione lanciata su Internet che ha raccolto a oggi più di un milione di firme. Forse, oltre a presagire la perdita economica per la sua attività professionale, aveva il ricordo dei movimenti sociali che avevano avuto luogo nel 2008-2009 nei dipartimenti d’oltremare.

Nel 2018, la questione del prezzo dei carburanti è di nuovo la scintilla che dà l’avvio in Francia a un movimento sociale ancora in corso, quello dei gilets jaunes. Per cercare di coglierne gli elementi di fondo, bisogna provare ad analizzare oltre ai frammenti di interviste registrate dai giornalisti anche i punti in comune che hanno i partecipanti di questo movimento estremamente variegato, senza portavoce né leader, e le prime inchieste avviate da sociologi e politologi.

Il supporto materiale e simbolico che permette la distinzione e l’unità dei manifestanti è un oggetto ordinario, il gilet giallo, che ogni automobilista deve per legge possedere nella sua vettura, gilet su cui sono scritti slogan e graffiti (e di cui bisognerebbe fare un inventario il più esaustivo possibile), contro le tasse, la scomparsa dei servizi pubblici, il prezzo della benzina, il presidente della Repubblica, ma anche con riferimenti alla storia, come questo: “1789, 1968, 2018: il popolo”. Se la rivoluzione è evocata, non ci si riferisce alle rivoluzioni proletarie del XX secolo, ma alla rivoluzione francese e ai suoi cahiers de doléances. Un certo numero di “rotatorie” (dove i gilets jaunes si riuniscono per bloccare la circolazione, ndt) hanno iniziato a redigere cahiers de doléances che propongono misure molto precise (come a Dol-de-Bretagne), mentre alcuni sindaci di paese hanno iniziato a raccogliere le rivendicazioni in “cahiers de doléances” conservati in Comune. Se è possibile fare un accostamento con il 1968, questo è nei termini di una “crisi di egemonia”, come avrebbe detto Antonio Gramsci, o “crisi del consenso” (come scrive Boris Gobille) rispetto alle diverse forme di dominio e d’ineguaglianza.

I “gilets jaunes” si raggruppano in uno spazio specifico divenuto molto rapidamente un luogo politico dove si sperimentano nuove forme di democrazia: i blocchi stradali delle rotatorie all’ingresso delle città o ai caselli autostradali implicano una presa di potere temporanea sulla mobilità e la fluidità caratteristiche dei sistemi economici contemporanei e diventano allo stesso tempo luoghi di deliberazione. Come nelle rivoluzioni arabe del 2011, i social network giocano un ruolo essenziale, tenendo alla larga sindacati, partiti e rappresentati politici, ma anche diffondendo le notizie vere… o false.

Il movimento attuale è nazionale, anche nella regione parigina, nelle città medie, nelle zone deindustrializzate che perdono abitanti e nelle zone rurali. Il ritrovarsi alle rotatorie ha creato convivialità e coesione nonostante le differenze di età, di punti di vista e di reddito, anche se sono i membri delle categorie popolari a essere relativamente più rappresentati. Le donne sono molto numerose, spesso celibi o divorziate, in genere madri di famiglia che non arrivano “a mettere insieme il pranzo con la cena”, cioè ad arrivare alla fine del mese.

Finora il movimento è stato appoggiato dalla maggioranza della popolazione che condanna la soppressione dell’imposta di solidarietà sulla fortuna (ISF) mentre le tasse, tra le altre quelle sul carburante, aumentano per tutti.

Nella Réunion, il movimento dei gilets jaunes ha preso una piega molto più violenta perché la situazione della popolazione è molto più difficile dal punto di vista della disoccupazione e della precarietà sociale. Appena fa buio, i giovani animano rivolte urbane che scuotono l’isola. Ma al di là di queste violenze, il disastro economico e sociale è evidente. Le fratture si approfondiscono nella popolazione tra abitanti della Réunion e metropolitani, abitanti della Réunion e delle Comore o del Madagascar, e tra i neri e i bianchi. Gli autori delle violenze urbane notturne, che vengono chiamati “i passamontagna neri” (les cagoules noires), sono assimilati alla popolazione nera (i discendenti degli schiavi deportati dall’Africa nel XVIII e XIX secolo). La gerarchia del colore è ancora operativa ed è stato decretato il coprifuoco.

Altrove nella metropoli, il movimento dei “gilets jaunes” sembra diffondersi a macchia d’olio tra agricoltori, manovali, ambulanzieri ma anche liceali, con ogni gruppo che avanza le proprie specifiche rivendicazioni. A partire da lunedì 3 dicembre, tra i duecento e i quattrocento licei sono stati bloccati, parzialmente o totalmente, in sostegno ai “gilets jaunes” ma soprattutto per protestare contro le riforme della scuola e in particolare contro la nuova procedura di selezione per accedere all’università (chiamata Parcoursup) che penalizza gli studenti delle banlieue e in particolare dei licei tecnici e professionali. Da cui la geografia delle prime occupazioni, mentre i licei del centro restavano calmi fino alla giornata dell’11 dicembre e la ripresa in mano della mobilitazione da parte delle tradizionali organizzazioni studentesche. Le forme dello sciopero studentesco sono state quelle consuete: cassonetti in fiamme, automobili bruciate, lancio di sassi contro la polizia… Si è sentito gridare “Macron, dimissioni!” e ci sono state violenze urbane nei pressi di molti licei.

Due elementi hanno contribuito a far montare la rivolta studentesca: al liceo di Mantes-la-Joie, giovedì 6 dicembre, alcuni poliziotti hanno umiliato centocinquanta studenti obbligandoli a mettersi in ginocchio davanti a un muro tenendo le mani sulla testa, una posizione tipica delle repressioni coloniali. Il giorno dopo il gesto veniva imitato dagli studenti in piazza della Repubblica e sabato 8 dicembre alcuni gilets jaunes lo riprendevano sia durante la manifestazione parigina che nei cortei in provincia. È così apparso un legame tra due movimenti in apparenza diversi ma uniti da un punto in comune: la forte domanda di uguaglianza e di rispetto. Il fatto che il presidente della Repubblica nel suo discorso del 10 dicembre non abbia evocato le rivendicazioni liceali traduce quel che è considerato come disprezzo mirante a infantilizzare le mobilitazioni. Un atteggiamento che gli si è finalmente ritorto contro.

Il 4 dicembre, Jean-François Barnaba, un gilet jaunes dell’Indre, ha avanzato quattro rivendicazioni sull’abbassamento delle tasse, l’aumento dei salari minimi e delle pensioni, l’incremento dei servizi pubblici, la riforma delle istituzioni per democratizzare la vita politica. Ma, come molti abitanti della sua città, Le Blanc, ciò che lo muove principalmente è la difesa dei servizi pubblici dopo la chiusura del reparto maternità, simbolo dell’attacco all’uguaglianza e all’umanità.

Dopo la quarta giornata di mobilitazione a Parigi, sabato 8 dicembre, il bilancio non è univoco: i manifestanti sono stati contenuti da sistematici controlli prima delle manifestazioni e ci sono stati duemila fermi preventivi (considerati come illegali dalla Lega dei diritti umani al di fuori della proclamazione dello stato di emergenza) che hanno richiesto una impressionante mobilitazione di effettivi delle forze dell’ordine, con alcune città (Lione e la sua Festa delle luci per esempio) più protette di altre (come Saint-Étienne, dove ci sono stati saccheggi di negozi). Le manifestazioni ambientaliste si sono svolte essenzialmente senza incidenti e si è vista la convergenza di “gilets jaunes” e “gilets verts”, ma ci sono stati scontri, oltre che a Parigi, in molte città (Bordeaux, Marsiglia, Tolosa, Lione, Saint-Étienne, Nantes, Pau, etc.) a testimonianza della profondità della rivolta e della crisi sociale e politica. Un movimento profondo, che oppone giusto e ingiusto, legittimo e legale, attraversa tuta la società francese e si radica nella storia secolare delle rivolte popolari.

Il discorso del presidente della Repubblica ha suscitato una attesa reale, ma non ha convinto la maggioranza dei gilets jaunes (tranne alcuni pensionati). L’analisi delle dichiarazioni presidenziali ha presto rivelato che l’annunciato aumento del salario minimo (lo SMIC) non era altro che un premio di produzione già previsto. Il discorso ha invece rassicurato la destra (il ripristino della tassa sui grandi patrimoni, ISF, non è stata evocato) e inciderà senza dubbio sul sostegno al movimento dei gilets jaunes, fino a ora molto popolare. Questa dimensione di sollevazione collettiva senza capi, senza leader, senza rappresentanti, scompagina le regole abituali del dibattito in un quadro democratico e politico tradizionale. Il contesto europeo, segnato da tendenze populiste autoritarie, inclusa l’Italia, rende l’avvenire di questo movimento incerto anche se il campo delle possibilità resta aperto.

da http://storieinmovimento.org/2018/12/13/movimento-dei-gilets-jaunes/

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Gilet gialli 3: Il caso Macron e i valori organizzati

di Vittorio E. Parsi

Combo

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Che cosa resta della valanga di voti che portarono Emmanuel Macron all’Eliseo nel maggio del maggio 2017, quando conquistò il 66% dei consensi espressi dai francesi, battendo la candidata del Front National (ora Raggruppamento nazionale) Marine Le Pen? Poco, a guardare ai sondaggi (che da inizio d’anno lo vedono dibattersi tra il 20 e il 30%) e ancora meno se si pensa a come la rivolta dei ‘gilet gialli’ (in cui ieri a Parigi ha però prevalso l’anima violenta) ne ha messo quasi alla berlina l’incapacità di cogliere e rappresentare gli umori della Francia profonda.

Certo, se si pensa che nella immaginazione di molti leader (o ex leader) italiani ed europei il presidente francese avrebbe dovuto rappresentare la testa d’ariete dello “schieramento antisovranista”, la sensazione è che Macron costituisca piuttosto l’avversario perfetto per i vari Salvini e Orbán sparsi per l’Europa. Una sorta di nemesi, peraltro, considerato che fu proprio la figura della sua avversaria nel ballottaggio all’Eliseo (madame Le Pen, appunto) a rendere così agevole quel trionfo macroniano, che appare ormai lontanissimo. Potremo discutere su come l’esile ma determinato Emmanuel sia colpevole soprattutto di avere goduto di un insperato colpo di fortuna (l’eliminazione per via giudiziaria del suo rivale di centroedestra François Fillon) e di averlo gettato al vento: non tanto per incapacità intellettuale, quanto piuttosto a causa della sua piattaforma politica, imbevuta di neoliberalismo fuori tempo massimo, di quel massimalismo di mercato, antipopolare e arrogante, che ha già devastato l’Europa e l’intero Occidente e spianato la strada ai partiti e movimenti cosiddetti populisti.

Il carattere, poi, ci ha messo del suo, oltre allo stile personalistico e non personale, isterico e non istrionico, autoritario e non autorevole: più da primadonna, piuttosto che da prima carica della Repubblica. Eppure è possibile guardare alla parabola malinconica dell’ex banchiere d’affari ed ex ministro dell’Economia del presidente socialista Hollande cercando di trarre qualche considerazione più generale. Soprattutto su come le leadership (o presunte tali) si consumino rapidamente nell’agone politico contemporaneo. Ascese rapide e altrettanto rapide cadute.

Si pensi a Matteo Renzi, fino alle sue dimissioni dipinto come l’uomo nuovo dell’Italia del futuro e oggi evitato da certi suoi ex ministri come una sorta di imbarazzante parente povero al pranzo di Natale. I media, vecchi e nuovi, hanno sicuramente un ruolo in tutto ciò. Così come lo ha l’innovazione tecnologica, la sua capacità di accelerare lo scorrere del tempo, che si rivela essere il fattore determinante nel consentire le ascese fulminee.

Ma è probabilmente il venir meno delle vecchie ideologie otto-novecentesche e la mancanza di nuovi e convincenti costrutti ideali a spiegare più convincentemente le rovinose cadute. Le due fasi della parabola, quella ascendente e quella discendente, sono infatti entrambe segnate e contraddistinte dalla contrazione del tempo. Da un lato, si emerge con una rapidità sorprendente e si conquista in un lampo una popolarità che una volta poteva essere costruita solo in lunghi anni di gavetta politica (si veda il caso di Donald Trump). Dall’altro, altrettanto velocemente si consumano fama e carisma di fronte all’evidente incapacità di tentare di vincere le sfide e risolvere i problemi che la politica è chiamata a dover se non altro affrontare.

Pensate al riscaldamento planetario, alle migrazioni, alla sicurezza cibernetica, alla diffusione dell’ineguaglianza, alla disoccupazione strutturale, alla crisi della democrazia rappresentativa e alla sempre più evidente deriva oligarchica dei mercati: quale di queste gigantesche sfide richiederà meno di alcuni lustri per poter essere vinta (semmai lo sarà)? Ma quale leader politico può chiedere e sperare di ottenere un tempo così lungo ai suoi seguaci ed elettori? Ebbene, solo le ideologie consentivano questo continuo aggiustamento dei tempi, di allungare l’orizzonte attraverso un progetto e valori condivisi. Pensare che la leadership personale potesse sostituire la funzione svolta dalle ideologie è stato uno dei più giganteschi e pericolosi abbagli dell’ultimo scorcio del secolo scorso, malauguratamente traghettato in questo.

Ecco perché non di nuovi leader abbiamo disperatamente bisogno, ma soprattutto di nuovi e coerenti sistemi di valori organizzati (li chiamavamo partiti, un tempo), di visioni politiche aperte coraggiosamente sul futuro, se non vogliamo che lo scorrere accelerato del tempo travolga quanto di buono abbiamo conquistato e con fatica nel ‘secolo breve’.

(da “Avvenire” di domenica 2 dicembre 2018)

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