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Greta in un mondo da cambiare

di Francesco Martone

Fridays for the Future, Extinction Rebellion, Marcia contro le grandi opere imposte e inutili e per la giustizia climatica. Tre mobilitazioni che si sono susseguite nelle ultime settimane non solo in Italia, non solo a Roma. Dopo lo sciopero globale per il clima del 13 marzo, all’indomani della grande marcia dei movimenti contro le grandi opere a Roma, a Bruxelles Extinction Rebellion è scesa in piazza per chiedere all’Unione Europea di prendere impegni concreti contro il climate change. Centinaia di migliaia di persone, uomini e donne, giovani e meno giovani, accomunati da un’unica parola d’ordine: cambiamo il sistema, non il clima. Portano la questione climatica al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e dei decisori politici non con un semplice slogan, né con un’affermazione di principio, bensì con l’indicazione chiara di quale debba essere oggi la direzione da prendere, e presto, per affrontare efficacemente la questione del climate change, e assicurare nientedimeno che la sopravvivenza del genere umano.
Cambiare il sistema significa riconoscere che la situazione estrema nella quale si trova l’umanità non è conseguenza di un ciclo naturale, nel quale la mano dell’uomo, come ha contribuito a creare il problema, può risolverlo ricorrendo alla tecnologia senza scalfire il modello di sviluppo. Significa riconoscere che la causa principale risiede nel modello estrattivista, nella dipendenza da combustibili fossili, nella convinzione che le risorse naturali siano infinite, o sostituibili. Che siano mercanzia da immettere sui mercati, o trasformabili financo in prodotti speculativi per i mercati finanziari. Significa aprire lo spazio all’alternativa possibile che dev’essere alternativa al capitalismo, soprattutto in questa fase, appunto definita estrattivista. E connettere la questione climatica ad altre questioni relative al diritto a una vita degna, sana, al diritto al godimento dei diritti fondamentali, e così trasformare l’emergenza climatica in grande occasione di ridefinizione dei rapporti tra umani e Madre Terra e di conversione radicale dei processi produttivi, e degli spazi pubblici e privati.
I dati parlano chiaro: se non si pratica un cambiamento di marcia radicale sarà impossibile contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi centigradi. Altri dati indicano la direzione. Secondo un rapporto recente di Un Environment, l’agenzia Onu per l’ambiente, l’estrazione di risorse è responsabile di metà delle emissioni di anidride carbonica a livello globale e per l’80% della perdita di biodiversità. Si calcola che dal 1970 il volume di estrazione di risorse naturali sia triplicato, e il mondo consumi oggi oltre 92 miliardi di tonnellate di materiali. Dal 1970 l’estrazione di combustibili fossili è passata da 6 a 15 miliardi di tonnellate. Tutte le attività estrattive rappresentano il 53% delle emissioni di anidride carbonica senza contare quelle che vengono prodotte dalla combustione di fossili. Unica possibilità di contrasto all’estrattivismo appare pertanto essere quella di impedire l’estrazione di giacimenti ancora inesplorati e chiudere progressivamente le infrastrutture esistenti da subito. E di praticare da subito l’economia circolare, capace di autorigenerarsi e di ridurre al massimo l’uso di risorse e lo smaltimento di rifiuti. Con la prima opzione esisterebbe, secondo un recente studio della rivista “Nature”, il 64% di possibilità di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Ciononostante né a Parigi né nelle successive conferenze Onu sul Clima, l’ultima delle quali si è tenuta nel cuore della produzione di carbone a Katowice in Polonia, i governi sono riusciti a mettersi d’accordo nell’impegnarsi per l’unica soluzione possibile. Vale a dire una terapia shock che preveda la fine delle attività di prospezione ed esplorazione e un progressivo ma rapido restringimento del volume di combustibili fossili estratti nel mondo. Dovremmo insomma decidere di lasciare sottoterra l’80% delle riserve conosciute. Tuttavia, a fronte di circa 800 miliardi di dollari spesi ogni anno dalle imprese petrolifere per andare a cercare altro petrolio o gas, poco più di 100 miliardi vengono stanziati ogni anno per sostenere i Paesi in via di sviluppo nella loro transizione ecologica.
Il dato interessante è che dove non ci pensano i governi ci pensa il settore privato. Sono sempre più le imprese del settore finanziario e delle assicurazioni, accompagnate da amministrazioni locali e governi, a disinvestire dal fossile.
Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1.000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Ultimo in ordine di tempo il fondo sovrano della Norvegia con un valore di circa un trilione di dollari. Si sta aprendo quindi una crepa nel sistema, nella quale inserirsi con proposte quali il Green New Deal, un grande piano di investimenti pubblici per la giusta transizione, la decarbonizzazione e l’economia circolare, e la creazione di posti di lavoro green. Per far ciò è necessario rafforzare alleanze, convergenze, sinergie tra chi resiste sui territori, chi si oppone alle grandi infrastrutture e all’estrazione di risorse naturali ormai scarse, chi disinveste dal fossile, o si impegna a sganciarsi progressivamente dalla dipendenza da petrolio, carbone e gas, chi pratica innovazione, chi offre soluzioni. In occasione di Parigi, quando si approvò il pacchetto di impegni necessari per affrontare questa grande sfida globale, accanto ai lavori ufficiali, quelli dei governi, si svolse una miriade di attività, iniziative, azioni, per le strade e le piazze della città.
Erano attivisti e attiviste, contadini, ambientalisti, altermondialisti, indigeni di ogni parte del mondo, chi lotta contro gli accordi commerciali internazionali, e il liberismo, chi pratica altraeconomia. Insomma da Parigi è nata una nuova “comune”, che da allora si è allargata a macchia d’olio in ogni parte del globo. Un cantiere in corso, donne, contadini, lavoratori, cittadini e cittadine, attivisti, pacifisti, ecologisti, comunisti o post-comunisti, leader indigeni, piccoli imprenditori che praticano altraeconomia, filosofi e artisti, catene umane, e linee rosse. Un cantiere che si avvale di una nutrita cassetta degli attrezzi: concetti quali debito ecologico e giustizia climatica, decarbonizzazione, “keep the oil underground”, stop alla deCO2lonizzazione, riconoscimento dei diritti della natura e delle comunità, ecocidio, resistenza nonviolenta. Quest’altra metà del cielo ha dichiarato uno stato di emergenza climatica e costruito la propria agenda, quella dei popoli e della Terra. Lo fa intrecciando la critica al modello di sviluppo alla critica alla fase attuale del capitalismo estrattivista, a strutture di potere patriarcale dove l’umano è sempre solo sinonimo maschile, alla costruzione di linguaggi e pratiche autenticamente “decolonizzate”. Un movimento globale che si è manifestato e si manifesta quotidianamente nella resistenza alle grandi infrastrutture e all’estrazione di risorse nei territori, con grande rischi per la propria incolumità. Si calcola che la grande maggioranza degli oltre 300 difensori dell’ambiente uccisi lo scorso anno erano impegnati in mobilitazioni contro le grandi opere e l’estrazione di risorse naturali, principalmente in America Latina. Accanto a tutto questo il coraggio e la determinazione di una ragazza svedese, Greta Thunberg e delle centinaia di migliaia di studenti e studentesse che hanno deciso di scioperare i venerdì, ha acquistato un nuovo carattere. Sono le nuove generazioni che si prendono in mano il destino della Terra, che rilanciano la sfida accanto a chi lo fa da tempo, che ci invitano con forza a proiettarci verso il futuro, un futuro che non necessariamente dev’essere quello dell’estinzione ma un futuro di giustizia, e di cura del Pianeta. Per quelle generazioni e quelle a venire.

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Evitare la catastrofe

di Alex Giuzio

Negli ultimi mesi le questioni ambientali sono diventate un tema molto più discusso sui media rispetto al recente passato. Questo potrebbe sembrare all’apparenza un bene, ma in realtà poco o nulla di tale chiacchiericcio si sta convertendo in azioni incisive per evitare la catastrofe ecologica a cui stiamo andando incontro. L’ecologismo sembra essere diventato soprattutto un’inutile retorica, una moda, l’ennesimo abile ingranaggio del sistema capitalistico per addomesticare il dissenso incastrandolo nel consumismo. Qualche anno fa era il momento del cibo biologico e a chilometro zero, ora tocca ai divieti alla plastica: si tratta di principi giusti e di azioni utili, ma che sono per lo più gesti autoconsolatori dall’incidenza minima.
Il collasso ambientale può essere evitato solo cambiando l’intero sistema economico e produttivo, fermando del tutto la crescita e quindi l’inquinamento, convertendoci a un approccio ecologico globale. Perché questa consapevolezza si diffonda tra i cittadini e la politica, uno dei fronti su cui l’ambientalismo può agire è quello del linguaggio, ribaltando i concetti su cui si basa lo sciagurato approccio capitalista alle questioni climatiche. Oggi tutto è architettato per far percepire la catastrofe come un evento lontano, su cui non possiamo agire o, peggio, che non ci riguarda: non si parla di “riscaldamento globale di causa antropica” bensì di “cambiamento climatico”, che all’apparenza è un concetto giusto e innocuo ma che in realtà, pensando alle sfumature del suo significato, implica un’atmosfera che muta da sé, una natura in evoluzione, una totale estraneità e impotenza dell’uomo – un “cambiamento del clima” appunto.
Ad aiutarci a riflettere su come raggiungere un utile approccio ecologico attraverso il linguaggio e l’ontologia ci sono due ottimi saggi di Timothy Morton, filosofo ecologista che ha scritto due tra i libri più necessari sul rapporto tra uomo e ambiente, pubblicati entrambi nel 2018 in Italia: “Hyperobjects” (“Iperoggetti”, Nero edizioni) e “Being ecological” (tradotto da Laterza col titolo sciocchino di “Noi, esseri ecologici” – per l’appunto).
“La formula stessa di “cambiamento climatico” sembra una forma di negazionismo […] e utilizzarla al posto di “riscaldamento globale” è come parlare di “cambiamento delle condizioni di vita” invece di Olocausto, scrive Morton. La sua tesi è che le informazioni ecologiche vengano erogate secondo una modalità da “discarica di informazione”, attraverso dei “fattoidi” che hanno l’effetto di ripararci dallo shock anziché provocarcelo. Secondo Morton, i “fattoidi” sono dei fatti che probabilmente sono veri e sicuramente ci impressionano, ma sono costruiti manipolando frammenti di verità allo scopo di apparire in un determinato modo. Dire che questa specie “si sta estinguendo” o che quella area naturalistica “sta per scomparire”, come i mezzi di comunicazione fanno di continuo, ci spaventa nell’immediato ma poi è del tutto inutile, poiché crea una autorevole e godibile bolla che ci porta a pensare che il problema più grande debba ancora arrivare e non ci riguardi. Invece i cataclismi metereologici, l’estinzione di centinaia di specie animali, lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento dei mari stanno avvenendo adesso e sono una pura conseguenza dell’essere umano che negli ultimi duecento anni ha avvelenato il mondo, lo ha infettato come un virus e si è avvelenato lui stesso, tra smog diossina e microplastiche che circolano anche dentro i nostri corpi. Un destino di morte certa di cui ancora non c’è consapevolezza.
Chi nega la catastrofe ecologica nega la modernità ed è vittima dell’essenza stessa del problema: in quanto “iperoggetto”, il riscaldamento globale è infatti qualcosa di enorme e dilatato nel tempo e nello spazio, dunque di difficile comprensione, ma cercare di travolgere l’opinione pubblica con la “discarica di informazioni” è sbagliato e controproducente. L’approccio ecologista deve infatti partire dalla complessità del problema: “Gli individui non sono in alcun modo colpevoli del riscaldamento globale. […] Avviare il motore della tua auto tutti i giorni è statisticamente insignificante quando si parla del riscaldamento globale. Il paradosso risiede nel fatto che, se parametriamo azioni del genere in modo da includere qualsiasi motore avviato tutti i giorni dal momento in cui hanno inventato quello a combustione interna, gli esseri umani stanno causando il riscaldamento globale. […] È questo il paradosso dell’era ecologica. E il motivo per cui un intervento volto a fermare il riscaldamento globale deve essere immenso e collettivo”. Quello di cui c’è bisogno, scrive ancora Morton, è dunque “un appropriato livello di shock e preoccupazione su uno specifico trauma ecologico che è poi il trauma ecologico della nostra epoca: quello che ci permette di definire l’Antropocene come tale”. Occorre mettere da parte la convinzione che “il mondo finirà se non agiamo subito”, che è “paradossalmente uno dei fattori che più inibiscono l’impegno consapevole per una convivenza ecologica sulla Terra”. Difatti “la fine del mondo è già avvenuta”, a partire dall’invenzione della macchina a vapore che ha dato inizio all’inquinamento perenne della Terra.
In questo scenario non esistono politici illuminati e pronti a cambiare direzione, anzi la maggior parte di essi ha un approccio che spaventa: mostrano attenzione alle istanze ambientaliste, le ascoltano e ne affermano le ragioni, fanno la gara a fotografarsi con la giovane attivista Greta Thunberg, poi si girano dall’altra parte e non fanno nulla. O al massimo trasferiscono il proprio impegno in misure del tutto illusorie, come possono essere l’abbattimento di un ecomostro (mentre se ne costruiscono degli altri), gli incentivi per le auto a metano (che inquinano lo stesso) o il riciclo della plastica (un materiale che andrebbe del tutto eliminato insieme al concetto di “usa e getta”). Nessun leader ha il coraggio e la responsabilità di assumere quelle decisioni radicali e necessarie per garantire la sopravvivenza dell’umanità: vietare i mezzi a motore per uso privato, promuovere la dieta vegetariana, fermare la cementificazione, spegnere tutto il superfluo, limitare l’industria a produrre solo ciò che è necessario e convertirla all’energia rinnovabile. Si tratterebbe di misure impopolari che andrebbero a minare il consenso politico, proprio perché la maggior parte dei cittadini non ha ancora gli strumenti per capire come sia giunto il momento di prepararsi a un totale cambio delle proprie abitudini di vita. Di qui la necessità di farlo capire attraverso il mutamento del linguaggio e dell’approccio ecologico, altrimenti continueremo a meritarci quello che abbiamo: il negazionista Trump, lo Zingaretti difensore della Tav, il menefreghismo collettivo, l’estinzione di massa.

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Disimparare il dato. Colonialismo di ieri e di oggi

di Bonaventure Soh Bejeng Ndikung

incontro con Maria Pace Ottieri

Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, nato a Yaoundé, Camerun, è il fondatore e curatore di Savvy contemporary, un laboratorio d’idee che ha sede negli scantinati di un ex crematorio nel quartiere di Wedding, a Berlino. Dottorato in biotecnologie mediche in Germania prima di occuparsi d’arte, figlio spirituale del filosofo del postcolonialismo Achille Mbembe, dal 2008 Bonaventure Ndikung, con l’aiuto della curatrice Elena Agudio, e di trentaquattro persone di tutto il mondo, porta l’arte e la filosofia dell’Africa, dell’Asia e dei Caraibi a confronto con l’arte occidentale. Spazio di discussione, esposizione, luogo di convivialità dove si mangia e si beve, Savvy si appella al “potere cosmogenico degli artisti” per decolonizzare le menti, ridefinire il concetto di ospitalità, sperimentare la società del futuro.

Alla fine del 2019, a Berlino, aprirà l’Humboldt Forum, un immenso centro culturale nel cuore della città, che vedrà riunite le collezioni d’arte del Museo Etnologico e del Museo di Arte Asiatica. Ospitato da un edificio del XV°secolo, un ex-castello prussiano, è uno dei progetti tedeschi, per non dire europei più discussi e osteggiati. Lei è stato una delle voci più presenti nel dibattito, ce ne può spiegare le ragioni?

È interessante che lei cominci con la questione dell’Humboldt Forum. È proprio uno dei progetti europei più ambiziosi e nello stesso tempo più problematico. In generale, penso che stia prendendo troppo spazio e che sottragga l’ attenzione da persone e istituzioni che stanno svolgendo un buon lavoro critico. Detto questo, vorrei sottolineare un certo numero di ragioni del perché ho espresso le mie critiche all’Humboldt Forum, come è stato concepito fino a oggi. A questo proposito ho scritto un saggio dal titolo Those Who Are Dead Are Not Ever Gone – On the Maintenance of Supremacy, the Ethnological Museum and the Intricacies of the Humboldt Forum, pubblicato l’anno scorso sulla rivista “South As A State Of Mind”. La prima ragione è la matrice coloniale. L’Humboldt Forum appartiene a una genealogia di progetti coloniali che discende direttamente dal Museum für Völkerkunde Berlin-Dahlem, fondato nel 1873 e aperto nel 1886, solo un anno dopo l’infame Conferenza di Berlino sul Congo del 1884-1885 che portò alla spartizione del continente africano. L’eredità coloniale non può essere sottovalutata e bisogna farci i conti. La decisione di spostare la collezione di arte, manufatti, resti umani e altro – in gran parte acquisiti con i mezzi più discutibili dalle ex-colonie – dal museo di Dalhem all’Humboldt Forum che è la rievocazione di un castello prussiano, è un ulteriore sforzo per rievocare la stessa impresa coloniale. Come saprà, il Brandeburgo-Prussia è stato attivo nella tratta degli schiavi transatlantica, con la vendita di un numero stimato tra i 15mila e i 24mila africani negli anni tra il 1680 e il 1717. È dunque difficile interpretare in altro modo il gesto di ricostruire il castello prussiano per piazzarci le vestigia coloniali se non come gesto di potere. In secondo luogo, la mancanza di trasparenza. La nota critica d’arte Bénédicte Savoy, circa un anno fa, è uscita dal comitato scientifico dell’Humboldt Forum per la frustrazione, dopo aver sollevato serie accuse nei confronti della Prussian Cultural Heritage Foundation e dell’ Humboldt Forum sulla mancanza di ricerche circa la provenienza degli oggetti, la scarsa trasparenza, le prove scientifiche inadeguate, l’irresponsabilità. C’è ancora un’incredibile mancanza di informazioni sulla provenienza delle opere d’arte e anche la questione della restituzione resta nell’ombra. Come scrisse Richard Kandt, residente dell’Impero Tedesco in Ruanda, a Felix von Luschan, capo del dipartimento africano del Museo reale di Etnologia, il Königliches Museum für Völkerkunde, di Berlino, nel 1897, sulla provenienza degli “oggetti” del museo: “È particolarmente difficile procurare un oggetto senza impiegare almeno una qualche forza. Credo che metà del vostra museo consista di oggetti rubati”. La realtà del 1897 è la stessa del 2018.

Terzo punto, la cancellazione. Il castello Hohenzollern, fondato nel 1443, demolito dopo la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito nel 1973 come Palazzo della repubblica in cui si riuniva la camera del popolo della DDR, dopo la caduta del muro fu chiuso e dal 1998 al 2008 demolito gradualmente per far spazio alla ricostruzione dell’Humboldt Forum. Dopo la caduta del muro e la riunificazione della Germania, la Germania dell’ovest ha sostanzialmente usurpato e cercato di sostituirsi completamente alla Germania dell’est. Sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per spazzare via un sistema definito arretrato e per favorire un sistema democratico capitalista adatto al 21° secolo. L’Humboldt Forum rappresenta dunque anche la cancellazione della Ddr.

Quarto punto: la dissonanza cognitiva in rapporto a che cosa significhino oggetti e soggetti. Dopo secoli di oggettificazione di altri esseri umani come strumenti, risorse e forza lavoro che ha permesso la schiavitù, il colonialismo i musei e altre istituzioni scientifiche sembrano aver realizzato che è/era improprio, immorale, illegale avere usato così altri esseri umani. Ma quello che molti musei e istituzioni occidentali che ospitano cosiddetti “oggetti” del non-Occidente non sanno, o non hanno ancora riconosciuto, è che in gran parte i cosiddetti “oggetti” non sono mai stati e non saranno mai oggetti. L’oggettivazione di questi esseri rituali e spirituali, vettori storici ed entità culturali va di pari passo con la deumanizzazione e oggettivazione di umani del non-Occidente. Vale a dire che se lo scheletro è stato liberato dalla sua natura di oggetto, è tempo che i cosiddetti “oggetti” siano liberati dalle catene dell’ oggettivazione in cui sono stati tenuti fin da quando furono portati via dalle loro società come prigionieri, proprio come gli esseri umani come schiavi. Comprendere i cosiddetti “oggetti” come soggetti esige uno spostamento radicale dall’interpretazione occidentale della soggettività, dall’idea di persona e comunità, così come esige un drastico spostamento dall’interpretazione occidentale di arte, autorialità e società, e naturalmente una riconfigurazione profonda di che cosa significhi essere umano.

Quinto punto: la santificazione di Humboldt. Che Humboldt fosse un genio è probabilmente un fatto indiscutibile, attraverso i suoi vividi scritti ha aperto i lettori europei alle realtà della schiavitù e del colonialismo nel Nuovo Mondo. Ma è stato implicato in molti modi (in)direttamente nell’impresa coloniale. Solo due esempi: è noto che quando nel 1804 Humboldt arrivò negli Stati Uniti, incontrò il presidente Jefferson e altri uomini politici e diede loro preziose informazioni sulle colonie spagnole che aveva appena esplorato, grazie alle quali gli Stati Uniti poterono colonizzare quello che è oggi il Texas. Mentre disse agli americani che la schiavitù era una “disgrazia” e l’oppressione sui nativi americani una “macchia” sulla nazione, Humboldt non ritenne necessario applicare la stessa enfasi a Jefferson.

Come è successo con l’arrivo di immigrati e rifugiati in Europa, il dibattito intorno ai musei etnologici ha ridisegnato le linee tra “noi” e “loro”. In entrambi i contesti, le nozioni di differenza e le domande su chi e che cosa può essere definito come “occidentale” o “europeo” riappaiono. È perciò pertinente e urgente chiedersi: che cosa costituisce o può costituire un comune “noi”? Chi è incluso o escluso da questo comune denominatore e su quali basi ?

Nel processo di definizione di un “noi” collettivo si ripone meno enfasi su ciò che unisce che su ciò che separa. Ora quello che complica è che la nozione del “noi” potrebbe in realtà abbracciare l’idea di umano e umanità. Ma poiché i cosiddetti “altri” fanno parte degli emarginati dalla storia e non sono mai stati visti come umanità, non contano in questo “noi”. In Anthropos and Humanitas: Two Western Concepts of Human Being il filosofo giapponese Nishitani Osamu scrive che “anthropos” di etimologia greca e “ humanitas ” di etimologia latina, non si distinguono solo fra loro per ragioni pratiche, ma anche perché gli umani che possiedono la civiltà sono humanitas e mai anthropos. Scrive Osamu, che “esiste un’inestricabile e fondamentalmente asimmetrica relazione tra i due. Quest’asimmetria svolge una funzione sistemica legata al regime dello stesso moderno “sapere”, una funzione che costituisce il “doppio standard” del moderno sapere umano o umanistico”. In altre parole, l’“anthropos” non può sfuggire lo status di oggetto del sapere antropologico, mentre l’humanitas non è mai definita dalla mancanza, ma anzi esprime se stessa come il soggetto di ogni conoscenza, vale a dire i musei etnografici appartengono all’anthropos, mentre i musei neutrali e civilizzati all’humanitas.

Ora è chiaro che la costruzione di un “altro” diventa uno strumento indispensabile ai programmi economici capitalisti. Gli “altri” o i “loro” sono i lavoratori, gli stranieri, i rifugiati, le donne, i neri, ecc, tutti coloro il cui lavoro è necessario a mantenere i privilegi di coloro che sono al potere. O tutti quelli che sono stati deprivati della loro umanità primaria, così che coloro che chiamano loro stessi “noi” possano essere umani. Tracciare la linea del noi e degli altri nel museo comincia con cosa/chi è considerato un soggetto e cosa/chi un oggetto. E lo stesso avviene nella società. Quando lei mi domanda “che cosa costituisce o può costituire un “noi” comune? Chi è incluso e chi escluso da questo comune denominatore e su che basi?”, mi piacerebbe rispondere dicendo che il denominatore comune è il fatto che siamo tutti terrestri. Animati o inanimati, abbiamo i nostri ruoli e le nostre responsabilità che dobbiamo assumerci. La questione al nocciolo è come coabiteremo? Come vivremo insieme in questo pianeta? In Poetica delle relazioni, Edouard Glissant scrive che le relazioni sono fatte di differenze. Dobbiamo vivere insieme, non malgrado le nostre differenze, ma in virtù delle nostre differenze. Il mondo è talmente connesso e le azioni di A su B è probabile che tornino indietro in una forma o in un’altra come un boomerang. Se gli Usa appesantiscono le sanzioni sul Venezuela a loro vantaggio economico, ciò porterà a una maggiore destabilizzazione della regione, più miseria umana in Venezuela, più afflusso di rifugiati negli Stati Uniti. Se Paul Biya, il presidente del Camerun, e le sue truppe continuano la repressione su artisti, giornalisti, intellettuali e oppositori, come hanno fatto per gran parte dei trentasei anni al potere, senza essere messi in discussione dai cosiddetti poteri dell’Occidente, un numero crescente di persone lascerà il Paese per venire in Europa. Se le grandi barche europee continueranno a pescare nelle acque al largo della costa atlantica dell’Africa Occidentale, sottraendo agli abitanti la possibilità di mantenere le loro famiglie con la pesca, allora la gente salirà sulle barche, anche se non sa nuotare, per cercare di venire in Europa. L’Occidente è una costruzione coloniale e capitalista che ha bisogno di costruire il non-Occidente come forza lavoro. Oggi diventa sempre più evidente che le migliaia di persone nelle barche a cui non è permesso entrare in Italia sono considerate non umane. D’altra parte, se ci fosse una barca alla deriva nel Mediterraneo con 100 cani e gatti randagi, senza acqua né cibo, puoi bene immaginare quanti italiani e europei scenderebbero in strada a protestare.

Disimparare i nostri privilegi è un passaggio decisivo per costruire una relazione etica con l’ “altro” ed è necessario a promuovere idee nuove. Decolonizzare le menti, ridefinire il concetto di ospitalità, sperimentare la società del futuro sono tra i compiti che si dà Savvy, il laboratorio di idee che lei ha fondato nel 2009 nel quartiere Wedding di Berlino. Ci può raccontare qualche progetto?

Il modo in cui ho capito la proposta di Gayatri Spivak di Unlearning One’s Privileges As One’s Loss è che indipendentemente dai nostri privilegi in termine di razza, classe, nazionalità o genere e dai vantaggi che ce ne possono venire, essere confinati in questi spazi di privilegio ci impedisce o può impedirci di assorbire un certo tipo di sapere altro dagli esclusi. Credo sia uno spostamento sociale ed epistemico importante, come a dire che nonostante i nostri privilegi non siamo equipaggiati socialmente e cognitivamente a capire l’ “altro” che abbiamo creato.

Qualche anno fa a Savvy contemporary abbiamo messo in piedi un grosso progetto di conferenze e performance dal titolo “Disimparare il dato”, il cui scopo era di riflettere sui nostri insostenibili privilegi ed esercitare la pratica di disimpararli. È un processo cruciale e imprime il ritmo delle relazioni nelle società. Purtroppo la nozione di disimparare come la si intende nei discorsi di certe istituzioni oggi può essere facilmente fraintesa come una distruzione di conoscenze. Ma non è in nessun modo quello che io sostengo, piuttosto una necessaria “Auseinandersetzung”, discussione, con i nostri privilegi, riconoscendo i limiti della nostra stessa episteme, interrogando e capovolgendo la singolarità e la superiorità di concetti che abbiamo ereditato, come quello di stato-nazione, cittadinanza, umanità. Alla fine del progetto ho scritto che “disimparare non è dimenticare, non è cancellare o spazzare via. È scrivere in modo più consapevole e scrivere in modo nuovo, è commentare e mettere in discussione. È mettere delle nuove note a piè di pagina a vecchie narrazioni. È spazzare via la polvere, tagliare l’erba , lanciare la moneta e svegliare gli spiriti. Disimparare è guardare nello specchio e vedere il mondo, invece di un concetto di universalismo che pretende un’ egemonia della conoscenza.” Questo è al centro di quello che facciamo a Savvy contemporary.

Per via del nostro background e delle realtà del mondo oggi, pensiamo ovviamente in modo costante a ciò che significa oggi essere ospitali, coesistere in questo mondo.

L’anno scorso abbiamo fatto una mostra collettiva e conferenze, performance, proiezioni di film dal titolo “A chi appartiene la terra che ho illuminato?” , curata dalla mia collega Elena Agudio. Abbiamo invitato artisti e pensatori di varie discipline a riflettere con noi su quello che Jacques Derrida ha chiamato il patto tra ospitalità e ostilità, in cui, secondo il filosofo, c’è sempre una venatura di ostilità nell’ospitalità, “un’essenziale ‘autolimitazione’ costruita all’interno dell’idea di ospitalità che preserva la distanza tra se stessi e lo straniero, tra il possedere la propria proprietà e l’invitare l’altro a casa propria”. C’è una forte relazione tra quello che io possiedo e che l’altro non possiede. È chiaro che se possiedo uno smartphone, devo essere consapevole dei bambini, degli uomini e delle donne che a stento hanno una vita perché estraggono il coltan in Congo. Se vogliamo avere due macchine a testa, dobbiamo sapere che cosa questo produce nell’ambiente e del fatto che per produrre petrolio a buon mercato, gli Stati Uniti dovranno creare le condizioni per accedere a quello della Libia o del Venezuela.

Ci può raccontare dell’interessante progetto Colonial Neighbours e di come i berlinesi vi hanno partecipato?

Colonial Neighbours è uno dei progetti chiave di Savvy contemporary, diretto dalla mia collega Lynhan Balatbat e dal suo team di ricercatori che lavorano sulla storia coloniale tedesca. Il capitolo sull’eredità della Germania coloniale è troppo spesso dimenticato e manca completamente nel curriculum scolastico e nei discorsi culturali.

Il punto di partenza di questo progetto di Savvy contemporary è stato un incontro che ho avuto con un politico tedesco che si occupava di cultura nel 2011. In quest’incontro mi chiese “Lei da dove viene?”, una domanda che di solito non apprezzo poiché spesso è un modo camuffato per dirti che non sei autoctono. Ho risposto che sono nato in Camerun e con mia sorpresa il politico ha replicato: “Una colonia francese…” e io a mia volta: “una colonia tedesca”. E di nuovo, con mio grande stupore, lui: “La Germania non ha avuto colonie a lungo”. Quello che mi ha infastidito non è stato il fatto che un funzionario di livello relativamente alto non conoscesse la storia coloniale del suo Paese, ma che oltre trent’ anni di colonizzazione tedesca in Camerun sia considerato un periodo breve, mi è sembrato spaventoso. Il colonialismo è violento. È uno stupro, e niente è peggio di uno stupro veloce.

Da questo episodio è nato il progetto Colonial Neighbours. Ho pensato che avevamo bisogno di un modo per capire noi stessi attraverso le nostre storie intrecciate. Ero convinto che la storia del colonialismo tedesco fosse così presente da non essere vista, come recita il detto “vor lauter Bäumen den Wald nicht mehr zu sehen”, non riuscire a distinguere gli alberi dal bosco. Andando in giro per Berlino o per la Germania si leggono nomi di strade che commemorano figure coloniali; ci sono espressioni, parole, insulti in tedesco che conservano quest’eredità coloniale, nella cultura pop, nella pubblicità, nella vita quotidiana. Benché la storia coloniale sembri assente nella memoria collettiva, io e i miei colleghi eravamo convinti che ci fosse un processo attivo di negazione e di silenziamento di questa storia. Abbiamo lanciato degli appelli alle persone perché si guardassero intorno, nelle soffitte e nelle cantine, e cercassero qualsiasi cosa legata al colonialismo: oggetti (album di fotografie, francobolli, diari) o prodotti commerciali (bottiglie di birra, scatole di caffè) o altre tracce della storia come parole, canzoni, modi di dire, racconti orali, una varietà di materiali, contestualizzati poi attraverso interviste che ora servono da intermediari per il racconto delle storie intrecciate della Germania, con il continente africano, la Cina e le regioni colonizzate nel Pacifico. Il progetto Colonial Neighbours come archivio offre un luogo di documentazione per queste storie silenziate e testimonia che quello che Anibal Quijano chiama la “colonialità del potere” esiste e si manifesta tutti i giorni. Invitiamo artisti e studiosi a interagire con l’archivio e quindi ad attivarlo e a esserne attivati come dice Lynhan Balatbat.

Il fenomeno della migrazione a cui assistiamo da trent’anni a questa parte in Europa può essere considerato il capitolo contemporaneo del colonialismo? Da una parte immigrati e rifugiati tornano come spettri a reclamare tutto quello che è stato loro rubato, dall’altra il loro disperato e rischioso viaggio si può vedere come l’ennesima trappola coloniale in cui è caduto il loro immaginario.

Il colonialismo è una bestia a molte teste e veleni che si rigenerano incessantemente. Non appena si pensa che gli sia stata tagliata la testa, rigenera un altro tipo di testa che non può essere distrutta con le stesse armi che hanno distrutto la vecchia testa. È un’impresa che costantemente si ridefinisce per servire i fini del progetto capitalista. Come Kwame Nkruma nsottolineò nell’introduzione a Neo-Colonialisms. The Last Stage of Imperialism: “al posto del colonialismo come principale strumento dell’imperialismo abbiamo oggi il neocolonialismo, la cui essenza è che lo stato che vi è soggetto, è teoricamente indipendente … In realtà il suo sistema economico e dunque la sua politica è diretta dall’esterno. I metodi e i modi di questa direzione possono assumere varie forme. Per esempio, in un caso estremo le truppe del potere imperiale possono presidiare il territorio dello stato neocoloniale e controllare il suo governo.” Credo che questa dichiarazione di Nkrumah dica tutto sui nostri tempi. Il colonialismo non appartiene al passato, ma esiste come un continuum di varie strutture che si possono chiamare neocolonialismo. Lei ha ragione nel dire che lo spostamento umano a cui assistiamo all’interno del continente africano e fuori, attraverso i mezzi più inumani, sia direttamente e indirettamente legato alle violenze coloniali del passato e del presente. E vediamo la stessa cosa accadere in Asia e nelle Americhe. In Venezuela i poteri occidentali, gli Stati Uniti in particolare, stanno facendo tutto il possibile per mandare via Maduro, dopo aver piegato il paese con le sanzioni, aver affamato il popolo venezuelano e averlo messo a forza contro la persona al potere. È la stessa strategia usata in Zimbabwe e in Iran e in molti altri stati, la strategia che portò agli omicidi di Patrice Lumumba e Thomas Sankara. Ma quello che è cambiato negli ultimi trent’ anni è che si è verificato un radicale collasso delle distanze tra qui e lì. Sono lontani i giorni in cui una nazione europea poteva fare un colpo di stato in un paese remoto o smaltire i suoi rifiuti tossici sulle sue spiagge, o solo vendere armi a qualche dittatore perché le usasse contro il suo popolo, senza avere ripercussioni. Dopo che gli occidentali hanno sostenuto l’uccisione di Gheddafi in Libia, nel 2011, abbiamo visto un’incredibile ondata di persone da tutta l’Africa e dal Medio Oriente lasciare i loro paesi e venire in Europa come rifugiati. Questo collasso delle distanze, questa prossimità di causa ed effetto è quello a cui assistiamo da trent’anni a questa parte e in modo più drammatico dal 2015.

Le persone chiamate rifugiati vengono a riprendersi ciò che è stato loro rubato, non solo in termini di risorse, ma anche di dignità e vengono anche per reimmaginare e riformulare il presente e il futuro del mondo. Quando vediamo lo spostamento a destra dell’Europa e la diffusione di un protofascismo e di sentimenti anti –migranti propugnati da tipi come Salvini, ci dobbiamo chiedere perché queste persone devono lasciare i loro paesi. C’è un incredibile ignoranza o non volontà di capire le radici dei problemi di quelle società. Quanto alla questione delle trappole, oserei dire che chi mette queste trappole, nella speranza che gli africani ci cadano, finirà per caderci dentro. Il mondo africano come lo conosciamo oggi o l’africanizzazione del mondo è un risultato di quelle trappole. Gli africani sopravviveranno dovunque, nonostante le più terribili condizioni di schiavitù, colonialismo e neo colonialismo, e riveleranno al mondo le fratture e gli errori dei sistemi economici capitalisti neoliberisti.

Ha la sensazione che le nuove generazioni planetarie, e gli artisti tra loro, siano consapevoli della necessità di andare oltre il paradigma degli stati nazione, verso una democrazia del molteplice, del comune, che appartiene a ognuno come terrestre?

Devo dire che sta diventando sempre più evidente il fallimento del modello dello stato nazione. La disfatta che vediamo con la Brexit ne è una prova lampante, ma ci sono molti altri esempi e lo spostamento all’estrema destra in India, Polonia, Ungheria, Stati Uniti, Brasile ne è un’ulteriore prova. Quando certe piante stanno morendo, raccolgono le loro ultime energie e fanno qualche fiore, l’ultimo sforzo per esibire la loro bellezza. È l’ultimo respiro dello stato-nazione. Sono convinto che gli artisti svolgeranno un ruolo importante nell’immaginare un modello per le società del futuro che dovrà essere costruito sulla nozione di beni comuni. Dobbiamo guardare ai modelli comunitari delle società indigene per immaginare il pianeta futuro in cui esseri animati e inanimati contribuiscano e vengano rispettati allo stesso modo. Come abbiamo visto negli Stati Uniti, in Brasile, in India, in Italia, anche il concetto di democrazia dovrà essere reimmaginato nella direzione di un modello più umano e che tenga conto dell’ambiente. Verso la fine del suo saggio scritto per illustrare il progetto “Geografie dell’immaginazione”, la mia collega Antonia Alampi scrive : “come possiamo noi, intesi come umanità, trovare un senso di appartenenza che incoraggi e ci porti ad abbracciare tutte le condizioni presenti nel mondo, anche oltre le specie umane e verso la terra come una cosa unica. Come ci possiamo impegnare in quello che Angela Davis chiama “appartenenza planetaria”?” È su questa nota che vorrei concludere, perché è in questa direzione che dobbiamo andare.

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Il Labour e la Brexit

Il Labour è il partito del remain. Un sondaggio di YouGov alla vigilia della conferenza del 2018 del Labour mostrava che il 90% del partito voterebbe per rimanere nell’Unione Europa se ci fosse un altro referendum e l’86% sosterrebbe un secondo referendum. La maggioranza degli elettori del Labour è a favore della permanenza nella Ue e, tra chi ha votato per uscirne, la maggioranza pensa ci siano questioni più rilevanti della Brexit. Momentum, il movimento che è stato creato dai sostenitori di Corbyn nel 2015, ha recentemente fatto un sondaggio tra i suoi membri ed è risultato che più della maggioranza di essi sostiene il remain.

Il problema è che la leadership, e in particolare la segreteria di Jeremy Corbyn, sta perseguendo deliberatamente una politica ambigua. Durante la campagna referendaria, nonostante i suoi critici abbiano sostenuto che fosse poco convinto, Corbyn ha sostenuto il remain. Non è chiaro se l’accusa fosse fondata o se semplicemente sia stato marginalizzato dalla campagna ufficiale per il remain dominata da politici conservatori, liberal-democratici e laburisti di centro. Ad ogni modo Corbyn ha fatto sicuramente dei discorsi piuttosto appassionati. In uno di questi ha affermato: “C’è una forte ragione socialista per rimanere nell’Unione Europea, così come ci sono forti ragioni per una riforma e un progressivo cambiamento dell’Europa. Lavorando insieme attraverso tutto il continente, possiamo sviluppare la nostra economia, proteggere i diritti sociali e i diritti umani, contrastare il cambiamento climatico e combattere più efficacemente l’evasione fiscale ”.

Dopo la campagna referendaria, Corbyn ha ritenuto che il risultato andasse rispettato  e che il Labour dovesse provare a superare la divisione tra chi voleva rimanere nella Ue e chi ne voleva uscire – una prospettiva piuttosto diffusa all’epoca. Corbyn ha sostenuto una Brexit “morbida”(soft), il che significa rimanere nella unione doganale e mantenere le norme sull’ambiente e sui diritti dei lavoratori. Come conseguenza, la questione Brexit è stata poco discussa nelle elezioni 2017. Il partito laburista ha ottenuto un ottimo risultato, dal momento che è riuscito a ridurre enormemente lo stacco che lo separava dai conservatori, essendo passati dal 25% di punti di differenza nei sondaggi all’inizio delle elezioni al 2% nei voti effettivamente presi. Così il Parlamento è rimasto senza una maggioranza e i conservatori sono stati costretti a dipendere dai voti del Democratic Unionists Party (DUP), un partito fortemente nazionalista. Il successo del Labour non è solo dovuto al carisma di Corbyn e alla popolarità del suo manifesto contro l’austerità. Piuttosto il successo è dipeso dalla massiccia campagna dal basso portata avanti in maggioranza da giovani attivisti –  dispiaciuti di non aver votato nel referendum del 2016 – e da un voto tattico organizzato da organizzazioni contro la Brexit, come Best for Britain. La vittoria del Labour nei quartieri più ricchi di Londra,  Kensington e  Chelsea, non può essere spiegata in termini di sostegno a Corbyn; era piuttosto la sensazione che il Labour fosse la forza politica che con maggiori probabilità si sarebbe opposta alla Brexit.   

Dalle elezioni del 2017, la pressione per un secondo referendum ha iniziato a crescere – in particolare tra gli attivisti del Labour. Alla conferenza del partito del 2018, le sezioni locali del Labour hanno portato circa 150 mozioni sulla Brexit. La maggior parte di queste chiedeva di indire un secondo referendum o un voto popolare sull’accordo proposto da Theresa May. Non ci sono mai state così tante mozioni su uno specifico argomento nella storia del partito. Dopo lunghi negoziati con la dirigenza (la Brexit era stata tenuta fuori dall’agenda ufficiale della conferenza del 2017 ma è stata largamente discussa negli eventi collaterali e in World Transformed, la conferenza parallela di Momentum), una risoluzione di compromesso è stata raggiunta quasi all’unanimità. Il partito si sarebbe dovuto opporre al piano di May e avrebbe dovuto provare a indire nuove elezioni. Se le elezioni non fossero state possibili, tutte le altre ipotesi sarebbero state sul tavolo, incluso il voto popolare sulla Brexit. Non a caso, quando il segretario ombra per la Brexit, Keir Starmer, ha presentato la soluzione di compromesso, ha aggiunto “con un opzione per rimanere”, l’intera conferenza è esplosa in un applauso.

Questo è il contesto in cui ci troviamo oggi. L’accordo che Theresa May ha portato da Bruxelles era chiaramente una sconfitta, molto più dura di quanto ci si potesse aspettare. Il Labour ha subito  stabilito un voto di sfiducia contro il governo, in cui, a sua volta, è stato sconfitto. La dirigenza del Labour, comunque, ha continuato a dire di volere “un accordo migliore” o “più ragionevole” e, nel caso fosse fallita questa possibilità, facendo una concessione ai remainers, ha proposto un voto popolare.

Un accordo migliore è una chimera – un “unicorno fantastico”, come molti lo chiamano. Questo accordo riguarderebbe lievi modifiche al piano di May. Fondamentalmente si tratterebbe di rendere permanente l’unione doganale e aggiungere tutele per ambiente e lavoratori. Anche se la Ue fosse pronta ad accettare un nuovo giro di negoziati, si troverebbe comunque ad affrontare gli stessi ostacoli affrontati da May. I brexiters lo odierebbero perché il Regno Unito rimarrebbe ampiamente nel quadro delle regole europee ma senza la rappresentanza nelle sue strutture di governo. Ciò equivarrebbe a un’enorme perdita di sovranità, trasformando il Regno Unito in un c.d. “stato vassallo”. Allo stesso modo, i remainers, in particolare quelli di sinistra, si opporrebbero perché il Regno Unito non avrebbe voce in capitolo sulle regole e quindi non sarebbe in grado di unirsi ad altri partiti e movimenti di sinistra per riformare e democratizzare l’Unione Europea.

Quindi perché la leadership rimane su questa posizione? Una teoria molto diffusa è che, nonostante la sua posizione pubblica fosse per il remain, Corbyn stesso sia un euroscettico. Corbyn infatti fa parte della vecchia sinistra legata a Tony Benn, ossia la sinistra che nel 1975 ha votato contro l’adesione alla Comunità europea. Questa teoria è particolarmente diffusa tra i veterani degli anni di Tony Blair, i parlamentari della destra del Labour, che si oppongono con tutte le loro forze a Corbyn. A prescindere dalle opinioni personali di Corbyn, è vero che nonostante il Labour sia prevalentemente a favore della permanenza nella Ue, c’è un piccolo gruppo di lexiters (sostenitori del leave di sinistra) che ha una forte influenza nell’ufficio di Corbyn. Questi sostengono che l’Unione Europea sia  un’istituzione intrinsecamente neo-liberale e, in quanto tale, irriformabile: l’ispiratore di questa linea di pensiero è Costas Lapavitsas, un professore di economia della Soas di Londra, nonché ex parlamentare di Syriza. I lexiters sostengono inoltre che le norme sugli aiuti di Stato impedirebbero al Labour di attuare un programma socialista.

Entrambi questi argomenti sono ampiamente contestati. Nel partito i remainers di sinistra, che sono la maggioranza, sostengono che, in un mondo globalizzato, il socialismo in un Paese sia solo una fantasia. Se vogliamo affrontare seriamente le conseguenze della globalizzazione e, in particolare, gli effetti sulle zone deindustrializzate della Gran Bretagna che hanno votato per uscire dalla Ue, è essenziale far parte di un blocco più ampio di nazioni e unire le forze con la sinistra europea. Inoltre sia la Francia che la Germania hanno livelli di aiuti di Stato molto più elevati rispetto al Regno Unito e non c’è nulla nel manifesto del Labour che non sarebbe possibile secondo le attuali regole europee. Questi membri del Labour sottolineano inoltre che sia stata la Gran Bretagna a spingere per larga parte delle politiche neo-liberali della Ue e che perciò, come contro-compensazione, dobbiamo elaborare un approccio alternativo assieme ai nostri colleghi socialisti. Ma forse l’argomento più importante è di tipo politico. La Brexit si realizzerà solo in alleanza con la destra e ciò minerebbe qualsiasi progetto socialista.

Una seconda teoria, forse più convincente, è che la leadership del Labour stia cercando di tenere insieme i parlamentari laburisti. Ci sono molti deputati laburisti provenienti da collegi elettorali che hanno votato prevalentemente per uscire dalla Ue. Questi parlamentari potrebbero aver sostenuto il remain in passato ma, nel caso in cui il partito si schierasse in favore del remain, sono profondamente preoccupati per le loro posizioni. Di fatto, nelle elezioni del 2017 i laburisti sono riusciti a mantenere la maggior parte delle tradizionali roccaforti elettorali. Una chiara posizione sul remain non si tradurrebbe necessariamente in ulteriori perdite. Queste sono le aree che precedentemente erano minerarie e manifatturiere e sono le aree che potrebbero essere più colpite dalla Brexit. Molti di coloro che hanno votato per lasciare la Ue erano già passati allo Ukip (Uk Independence Party) e più tardi, dopo il referendum, quando il voto per lo Ukip è crollato, questi elettori tendenzialmente sono passati tra le fila dei conservatori piuttosto che al Labour (anche se il dato variava in tutto il Paese). Anche nelle zone dove si  votava per uscire dalla Ue, la maggioranza degli elettori del Labour è per il remain e, per quanto riguarda gli elettori laburisti, i sondaggi indicano che solo il 9% ritiene che la Brexit sia la questione politica più importante.

In una recente visita in due zone dove ha prevalso il leave, ho trovato che l’umore generale fosse la disillusione – la gente era piuttosto stufa della Brexit, inorridita dal caos di Westminster, e generalmente era d’accordo, anche se sosteneva il leave, che gli effetti economici della Brexit sarebbero stati piuttosto negativi. La mia impressione è che una campagna politica incentrata sulle  questioni locali e, più in generale, su come attrarre investimenti, posti di lavoro e rigenerare l’economia sarebbe ciò che chi vive in queste aree desidera. E soprattutto, se il Labour continuasse a essere ambiguo riguardo alla Brexit, perderebbe molto più consenso nel resto del Paese – nelle aree a favore della permanenza nella Ue – di quanto non guadagnerebbe nelle sue tradizionali roccaforti continuando con la politica della ambiguità.

Una terza teoria ha a che fare con la tattica. Alcuni sostengono che la leadership stia perseguendo una buona strategia per far fallire i Tories. La proposta di un accordo “migliore” avanzata dal Labour potrebbe essere sostenuta da molti Tories moderati, dividendone così il partito. Se questa fosse la strategia però, bisogna notare che è assolutamente riprovevole mettere le strategie del partito davanti al bene del Paese. Inoltre se questo significasse lasciare che la Brexit accada, o peggio, se si permettesse che non si arrivi a nessun accordo (No deal), dalla maggior parte dei membri del partito la leadership laburista non verrebbe mai perdonata.

Infine c’è l’argomento della democrazia. Corbyn è un democratico e potrebbe sinceramente credere che l’esito del referendum vada rispettato. Inoltre c’è un certo disagio relativamente all’ipotesi di intraprendere un secondo referendum che fornirebbe all’estrema destra un’arma in più e potrebbe accentuare la polarizzazione tra remainers e leavers. L’omicidio della parlamentare Jo Cox durante il primo referendum dà un certo fondamento a queste paure. Ma mentre questa preoccupazione è comprensibile, in definitiva, l’argomento sulla democrazia non convince.

Innanzitutto il primo voto non è stato molto democratico. Si è scoperto infatti che la campagna per il leave ha infranto la legge sul tetto alle spese per le campagne politiche. Se si fosse trattato di un’elezione, simili accuse sarebbero potuto essere portate davanti a una Corte elettorale che, potenzialmente, avrebbe potuto imporre la ripetizione delle elezioni. Questo non vale in un referendum perché i referendum sono solo consultivi (sic!). Ma il primo voto è stato illegittimo anche per altre ragioni, che riguardano il numero di bugie raccontate, le fake news diffuse, e le probabili interferenze della Russia. Inoltre, per una decisione di simile portata, le regole sono state determinate in modo francamente pessimo. La vittoria si basava su una maggioranza semplice, le regioni non hanno avuto parola sul processo, e mentre i cittadini del Commonwealth potevano votare, i cittadini dell’Ue residenti in Regno Unito, no.

Ma anche lasciando da parte tutto questo, democrazia non può significare che le decisioni siano irreversibili. Le persone cambiano idea. Alcuni elettori muoiono, mentre i cittadini maggiorenni acquisiscono il diritto di voto. E tutti i sondaggi indicano un significativo spostamento dell’elettorato del remain anche nelle aree dove ha prevalso il leave. Dato che le elezioni si svolgono periodicamente, perché sarebbe antidemocratico tenere un nuovo referendum? C’è, come è noto, una posizione democratica contro i referendum, che è quella di considerarli una metodologia populista in contrasto con i metodi deliberativi, in particolare dei parlamenti. Ma avendo optato per un referendum nel 2016, è difficile pensare che la decisione possa essere annullata senza un altro referendum.

Alcuni commentatori, come l’ex primo ministro Gordon Brown, Neal Lawson della ong laburista Compass, o la parlamentare laburista di un collegio elettorale dove ha prevalso il leave Lisa Nandy, hanno proposto una o più assemblee dei cittadini in cui remainerse leavers si potrebbero riunire per decidere quale sia la strada migliore da intraprendere. Un esperimento di successo dell’University College (UCL) nel settembre 2017 si è espresso in favore di una Brexit morbida. Ma così come è successo in Irlanda, queste assemblee dovrebbero essere combinate con un referendum.

Rispetto alla tesi che un secondo referendum darebbe slancio all’estrema destra e potrebbe, secondo le parole di Theresa May, “minacciare la coesione sociale”, bisogna considerare che proseguire con la Brexit sarebbe molto peggio. Brexit è un progetto di destra e porterà alla disgregazione della Gran Bretagna. La Scozia diventerà indipendente e l’Irlanda o sarà unita o tornerà in guerra. Inoltre Brexit è un progetto razzista contro gli immigrati. E lungi dal ridare il controllo alle persone nelle aree abbandonate, darà il controllo a chi vuole deregolamentare l’economia e immagina la Gran Bretagna come un rifugio sicuro per gli hedge funds,  le aziende di fracking e similia.

Tutte queste teorie presumono che Corbyn sia un leader tradizionale con vecchie idee laburiste, o comunque che egli si occupi per lo più di escogitare astute tattiche e che possa imporre le sue opinioni dall’alto. Ma in realtà Corbyn rappresenta un nuovo fenomeno, un fenomeno di quella che Hilary Wainwright chiama la “nuova politica”. Il vero evento della politica inglese è stato l’entusiasmo che lo ha portato al potere, che ha reso il Partito Laburista il più grande partito in Europa – il che spiega il suo successo nelle elezioni del 2017. Il Labour non è più il vecchio partito della classe operaia, intesa come composta prevalentemente da maschi, come si crede in molti dei collegi elettorali dove ha prevalso il leave. Il Labour oggi è il partito dei lavoratori del settore pubblico, dei nuovi lavoratori dell’high tech e del nuovo settore dei servizi con contratti a zero ore sottopagati. Questi lavori comprendono sia uomini che donne e persone provenienti da tutta Europa e dal mondo. La “nuova politica” parte dal basso ed è partecipativa, si basa sulla conoscenza e sulla creatività quotidiana e il ruolo della leadership è quello di facilitare queste dinamiche.

Se Corbyn è inadeguato a questo fenomeno, comportandosi come un leader tradizionale, tutto ciò potrebbe evaporare. Non a caso molti elettori stanno già lasciando il partito. C’è un’enorme frustrazione per il fatto che il Labour non stia usando questa straordinaria opportunità per aprire a un futuro migliore, esponendo la debolezza di May e l’inganno e il caos determinato dai Tories. Il futuro della “nuova politica” in Gran Bretagna e in Europa dipende da come viene risolta la Brexit.

Il testo di Mary Kaldor, professoressa della London School of Economics, è stato scritto a inizio anno per il partito Socialdemocratico tedesco (Spd). Da allora molto si è mosso dentro il Partito Laburista. A febbraio sette parlamentari in parte provenienti dall’area legata a Blair e guidati da Chuka Umunna hanno lasciato il partito fondando un nuovo gruppo, The Independent group (Tig)  che  ha ottenuto un grande consenso nei sondaggi: il Labour è crollato al 24%, il neonato Independent group è al 18% e i Tories  si attestano al 38% dei consensi. Gli scissionisti sono stati raggiunti da tre parlamentari conservatori e da altri due laburisti. La divisione è avvenuta sui temi della Brexit e dell’antisemitismo.

pianeta

I volti gemelli di Atene

di Alexander Clapp

traduzione di Nicola Villa

Atene, la capitale più meridionale del continente europeo, un’inarrestabile distesa di cemento, che si estende per circa 30 km, è la casa di 4 milioni di greci e almeno mezzo milione di migranti e rifugiati. Città balcanica, ma non slava. Vicina all’Oriente, ma non musulmana. Europea, ma non si può dire di essere in Occidente. I suoi più vecchi cittadini sostengono di discendere dalle ceneri della penisola Attica; i suoi abitanti moderni provengono da tutte le parti. Sono fuggiti non solo dalle montagne e dalle catene insulari della Grecia odierna, ma dalla Grecia dei “due continenti e cinque mari” che un tempo formava il grande progetto nazionale ellenico. Atene è l’epitaffio di quel progetto, il suo culmine nel disastro. Non è “vecchia” nello stesso modo di Roma o Istanbul, dove la storia scorre ininterrottamente attraverso i secoli, il cursus di Atene è più vicino a quello di Yangon capitale della Birmania, che per secoli non è stato altro che un sonnolento villaggio di pescatori con un passato storico e un’imponente pagoda. Come centri cittadini ellenici Alessandria e Trebisonda furono più popolose fino al 1880, Smirne fino al 1900, Costantinopoli e Salonicco fino al 1920. Oggi, in netto contrasto con Roma, si possono trovare solo una manciata di edifici settecenteschi. Quasi un cittadino su due della Grecia vive nella capitale, una percentuale così fuori scala in Europa che la fa paragonare solo a Reykjavik. Atene è di gran lunga la città più popolosa dei Balcani e contiene quasi tutti gli abitanti messi insieme dall’Albania e dalla Macedonia.

Eppure per la maggior parte degli stranieri l’Atene moderna non ha mai smesso di essere una nota a piè di pagina nella storia della Grecia antica. I cinque milioni di stranieri che visitano la città ogni anno vengono in gran parte ispirati dall’idea dell’Atene di Pericle, piena di poeti e oratori, dei e dee. Questa scheggia della storia della città, una mezza dozzina di decenni, è stata posta su un piedistallo e lasciata fermentare per due millenni nelle menti del Nord barbarico. Centinaia di storie della cultura popolare e del mondo accademico mettono ogni anno questo frammento di tempo sotto un fascino rinnovato, mentre le storie della moderna Atene per il lettore non greco sono rare e lontane.

L’Atene di oggi è soprattutto un prodotto della Guerra fredda, quando è stata modernizzata e, allo stesso tempo, resa più visibilmente classica. Nei decenni successivi alla fine della Guerra civile greca, la stragrande maggioranza della città precedente al 1949 scomparve, cannibalizzata da due sviluppi simultanei. Prima c’è stata la costruzione a macchia d’olio di un enorme agglomerato per la classe media, per via di un maniacale boom edilizio che voleva racchiudere una enorme classe contadina, in parte proletarizzata e in parte borghesizzata, all’interno di una capitale che aveva appena fatto guerra a molti di loro. L’urbanizzazione ateniese era distintiva nei Balcani: rigorosamente anticomunista, condotta quasi esclusivamente da transazioni individuali, finanziate meno del 5% dallo Stato. Almeno un quarto delle nuove abitazioni è stato costruito illegalmente o senza autorizzazione. Questa è la megalopoli che si intravede dal finestrino dell’aereo: una distesa anonima e grigia, affamata di spazio pubblico, ricoperta di graffiti, che si estende attraverso il bacino attico in una massa frastagliata di cemento.

Allo stesso tempo, apparve un’altra Atene. Immediatamente intorno all’Acropoli, la città di Pericle riemerse dal terreno. Finanziati dalle Fondazioni Ford e Rockefeller, in seguito al Piano Marshall, gli archeologi americani commercializzarono la cultura greca classica in un momento in cui, grazie al prestigio culturale sovietico, divenne sempre più importante dimostrare che la democrazia era nata in uno stato membro della Nato. L’esaltazione dell’antichità greca era un imperativo geopolitico. Questa è diventata l’Atene ideata per i turisti e che la maggior parte degli stranieri percepisce di essere la “vera” città: un parco tematico archeologico che ha eliminato gli ultimi quartieri permanenti dell’Atene turca e neoclassica. Un’area nella quale pullulano autobus turistici a due piani e negozi di oggettistica che vendono bottiglie di ouzo a forma di Tempio di Atene.

Bavaresi nel palazzo

I partigiani anti-ottomani che combatterono per uno stato-nazione greco negli anni venti del XIX secolo sotto la guida del Filiki Etairia sostenevano una serie di interessi, che si estendevano per migliaia di chilometri di terre in cui si parlava la lingua greca. I capi tribù delle montagne del Peloponneso e della Rumelia condussero la guerra nell’entroterra. I capitani delle isole Saroniche e dell’Egeo orientale fornirono il supporto navale. I mercanti greci di Odessa e Vienna prestarono sostegno finanziario e intellettuale alla rivoluzione. Ma furono le Grandi Potenze che pretesero la sovranità della Grecia alla Conferenza di Londra nel 1832, ordinando agli Ottomani di cedere la terra a Sud di una linea immaginaria che si estende da Arta a Volos in cambio di 40 milioni di piastre. La corona greca fu consegnata a un diciannovenne principe di Wittelsbach di nome Otto. Elevato al di sopra delle fazioni greche che si erano litigate e che si erano incrociate prima che fosse ottenuta l’indipendenza, il compito di Re Otto fu quello di fungere da frangiflutti, vanificando le loro ambizioni di espansione territoriale. Suo padre, Ludovico I di Baviera, era un finanziatore filo ellenico dell’indipendenza greca che stava decorando con impazienza le facciate dei palazzi di Monaco in stile classico.

A quel tempo, Atene era uno degli insediamenti minori di quella che era stata l’Europa ottomana. Il Pireo, il suo porto, era un gruppo di capanne con un nome sconosciuto. Una strada sterrata si snodava verso Atene attraverso uliveti che pullulavano di briganti. Il resto della Grecia era a malapena accessibile su strada per metà dell’anno. Nel 1787, per proteggere la città e le campagne adiacenti dal banditismo, il governatore turco Hadji Ali Haseki aveva eretto fortificazioni di mattoni di fango, all’incirca nel punto in cui le mura di Temistocle avevano un tempo protetto la città dagli spartani. Al suo interno vi era un patchwork di popoli – greci, rom, turchi, schiavi Sudanesi e oratori ortodossi di un dialetto albanese chiamato arvanitika – raggruppati in trentasei quartieri. Poche case avevano fondamenta di pietra. Impolverata d’estate, fangosa d’inverno, le strade erano larghe non più di tredici piedi e non portavano nomi. “Niente libri, niente lampade, niente finestre, niente carrozze, niente giornali, niente ufficio postale”, osservò un ex preside di Harrow, Christopher Wordsworth, poco prima che i briganti gli tagliassero la gola sul monte Parnitha.

L’Atene classica giaceva per la maggior parte interrata sotto il villaggio. Sul versante meridionale dell’Acropoli, un paio di antichi teatri erano stati sventrati del loro marmo. In cima a una delle poche colonne verticali del Tempio di Zeus, un monaco stilita chiedeva l’elemosina calando una corda sostenendo di non aver toccato il terreno dal secolo scorso. Sparsi sotto il pendio occidentale dell’Acropoli, dove vivevano la maggior parte degli Ateniesi, palme e minareti “coronati da grandi reti di cicogne” si estendevano sopra la città del bazar. Un mercato del pesce “rattoppato insieme a tavole e intonaco” si estendeva attraverso i corridoi di quella che un tempo era stata la biblioteca dell’imperatore Adriano, ora piena di cammelli. Incombente sopra la città, sull’Acropoli, convergevano tre millenni di storia. Le fortificazioni posate per la prima volta dai re dell’Età del Bronzo erano irti di cannoni ottomani. L’Erechtheion era un harem. Il Partenone era un camaleonte archeologico, era stato usato come basilica, una cattedrale, un mastio, una scorta di munizioni, un seminario per ragazze vergini e una moschea ancora presidiata da una guarnigione turca.

“Questa non è Atene”, dichiarò Ludwig Ross, uno studioso aristocratico della Sassonia a cui i consiglieri di Re Otto avevano dato l’incarico di eliminare tutte le tracce franco-ottomane dalla città. “Questo è un orribile accumulo di rovine, una massa amorfa, di cenere e polvere”. Ma il suo degrado percepito divenne un vantaggio politico. Per quanto alta fosse la sua risonanza culturale per gli stranieri, per i greci che avevano intrapreso la guerra d’indipendenza Atene non aveva alcuna importanza strategica. I loro primi pensieri andarono verso Corinto, il fulcro geografico della terraferma, e Naufplio, il più grande porto del Peloponneso. La dichiarazione di Atene come capitale fu un primo segnale che i greci avrebbero limitato la voce in direzione dello stato. “Solo gli stranieri possono insegnare la civiltà nella sua pienezza”, ha affermato Georg Ludwig von Maurer, un professore di legge del Palatinato del Reno che arrivò nel nuovo Regno nel 1833. Atene offrì uno spazio chiaro da cui potevano essere instaurate una monarchia assoluta e una nuova amministrazione macchinosa. Legalmente, il nuovo stato sarebbe stato prussiano. Amministrativamente, sarebbe stato napoleonico, diviso in 25 cantoni, governato da reggenti nominati da Otto e trasferiti da diversi angoli del regno per rompere il regionalismo. Militarmente, sarebbe stato bavarese, equipaggiato con una compagnia di 3.500 fucilieri tedeschi che portavano con sé una banda di cavalleria dalle paludi del Meclemburgo.

Nel primo decennio dell’indipendenza, migliaia di europei occidentali arrivarono per ripristinare gli strumenti della cultura e della burocrazia nella sede della loro presunta origine. Dal Tirolo arrivarono architetti, dalla Prussia gli avvocati, dalla Svezia esperti navali, da Malta uno squadrone di boia professionisti, dalla Baviera un birraio chiamato Karl Fuchs, per non parlare di un piccolo esercito di archeologi dilettanti. Gli scavi furono inizialmente affidati all’esercito bavarese; i finanziamenti per la Società Archeologica di Atene provenivano dalla vendita delle pietre di edifici Franchi e Ottomani smantellati sull’Acropoli. “I bavaresi hanno trattato la Grecia come se fosse un orto”, ha affermato un monaco greco contemporaneo. Tra i camarilli dei reggenti-consiglieri che esercitavano pressione su Re Otto (come le moderne lobby di oggi), molti erano stati figure centrali nel consolidamento post-napoleonico della Baviera di mezza generazione prima; erano tutti Sudditi di Ludwig, anche se gestivano il nuovo stato. Un senato consultivo e non retribuito offriva ai greci un ruolo irrinunciabile nella gestione dei loro affari.

La città degli stranieri

La nuova Atene ebbe due scopi. Il primo doveva essere una testa di ponte amministrativa da cui le Grandi Potenze potevano controllare il resto della Grecia e il crollo dell’Impero ottomano, che iniziò a cento miglia a nord della città. Atene era il veicolo attraverso il quale il pashalik fumante che era il resto della Grecia sarebbe stato trasformato in uno stato europeo. Il suo primo decennio trascorse sottomettendo una serie di ribellioni regionali, con insurrezioni a Mani, Messenia, Aitoloakarnania e sulle isole di Spetses e Hydra sconfitte dalle truppe bavaresi. La Conferenza di Londra aveva concesso alle Grandi Potenze il diritto di presidiare a volontà truppe nel Regno. Ogni potere canalizzava i suoi interessi attraverso un “partito” che controllava ufficiosamente all’interno della capitale, amministrato da truppe bavaresi e da una classe statale. La sovra saturazione degli interessi avrebbe periodicamente trasformato Atene in un terreno di sosta per le più grandi dispute internazionali. Per inglesi e francesi l’ulteriore strumento di controllo era il Pireo, soggetto a blocco navale in sei diverse occasioni nel diciannovesimo secolo. Sessanta milioni di franchi in prestito, che lo stato greco ereditò alla sua nascita, non erano ancora stati pagati nel 1893, quando una marea di nuovi prestiti e debiti non pagati vennero immessi a diretto carico della riscossione delle imposte greche; nel frattempo, un esercito al di fuori del Regno prosciugò quasi la metà delle finanze dello Stato.

La seconda funzione della Nuova Atene era di modernizzare i greci ri-ellenizzandoli. Attorno all’Acropoli, un piano architettonico ideato dal bavarese Leo von Klenze ha offerto un posto d’onore a tutti i monumenti antichi, circondato a sua volta dalle istituzioni della burocrazia moderna. Re Otto si considerava un Pericle moderno, sovrintendendo a un programma di costruzione finanziato attraverso una combinazione di prestiti stranieri e donazioni, per gentile concessione dei mercanti greci di Alessandria, dell’Epiro e di Odessa. Nel 1836 fu costruita una zecca, seguita da una tipografia, un ospedale militare, un osservatorio per mappare la costa greca e una clinica oculistica per gestire la famigerata polvere della città. Settantadue chiese bizantine furono demolite per fornire pietre a un’area metropolitana che amputò Atene dal Patriarcato di Costantinopoli, ancora sotto il controllo del Sultano dopo il 1833. Una trilogia di istituzioni marmoree – l’Accademia, l’Università, la Biblioteca Nazionale, progettata dai fratelli danesi Theophil e Christian Hansen – mirava a riportare Atene alla grandezza intellettuale.

Armati della descrizione della Grecia di Pausania, i cartografi tedeschi cambiarono i nomi di luoghi albanesi dei villaggi attici con quelli dei demoni classici. Le strade ateniesi portavano ora i nomi di antichi dei e eroi. L’acqua tornava a scorrere negli acquedotti, ripuliti da secoli di fango, con i quali l’imperatore Adriano aveva collegato alla città i bacini artificiali in cima al monte Lykavittos, mentre la sua cima di granito veniva saccheggiata per la costruzione di palazzi neoclassici a nord dell’Acropoli. Le nuove case erano costruite per legge con almeno due piani e finestre di vetro. I progetti architettonici provenivano da Monaco, ma la vera provenienza dell’architettura della Nuova Atene era Atene stessa: avventurandosi nella Penisola Attica negli anni quaranta del secolo scorso, gli architetti inglesi James Stuart e Nicholas Revett erano tornati con i bozzetti delle sue rovine che hanno fatto rinascere il mito della Grecia in Europa. I resti del bazar turco furono demoliti per far posto a un trio di arterie – Aiolou, Athinas, Ermou – che dirigevano il traffico pedonale da piazza Omonia a ovest al nuovo palazzo fuori scala di Otto, ora sede del parlamento, in piazza Syntagma. “Tutti gli stranieri sono sorpresi dei grandi progressi che abbiamo fatto in poco tempo” riferì la regina Amalia a Monaco di Baviera.

Ritorno a Bisanzio?

Ma prima che l’Atene bavarese potesse tranquillamente abbattere i vecchi focolai del malcontento, la direzione del potere in Grecia fu rifondata. Nel settembre del 1843, i veterani della rivoluzione greca fecero pressione su Otto circondando il suo palazzo con delle batterie di cannoni per ottenere una costituzione. Durante l’anno successivo, i bavaresi furono espulsi dall’esercito e l’influenza dei consiglieri reggenti sul re fu quasi del tutto estinta. (Le Grandi Potenze sostituirono Otto stesso con un principe danese nel 1863, che debitamente cambiò il suo nome da Guglielmo di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg in Giorgio il Primo, Re degli Elleni.) Sotto le spoglie di una rivolta popolare, i militari e alcuni notabili – spesso rampolli di ricche famiglie greche provenienti dall’estremità dell’impero ottomano – si impadronirono di Atene e iniziarono a usarla per sfruttare la loro influenza sulla politica nazionale. Ironicamente, il recupero della “grandezza” classica che i bavaresi avevano nutrito con cura, contribuì a stimolare il progetto irredentista che divenne noto come Megali Idea, “la Grande Idea”, nata in parte dagli stretti confini del Regno di Grecia concordato alla Conferenza di Londra, limitato al Peloponneso e alla Rumelia. La stragrande maggioranza dei madrelingua greca era infatti rimasta sotto il dominio ottomano. Anche se Atene lottava per esercitare il controllo sulla propria minima porzione di territorio, la generazione che aveva assunto lo stato dopo il 1843 era intenzionata a espandere il suo terreno, un processo lungo un secolo che avrebbe continuamente infiltrato la politica del clan ottomano nella scena politica di Atene. Il mondo perduto che cercavano di recuperare era Bisanzio: un impero ortodosso ricostituito delle comunità di lingua greca, che si estendeva da Cipro alla Macedonia, dall’Egeo al Caucaso, dall’Epiro a Trebisonda, con Costantinopoli che sostituiva Atene come capitale di tutti i greci. Le grandi potenze, Londra in particolare, hanno alternativamente contribuito a questo progetto e lo hanno trascurato, secondo i loro interessi mutevoli nel tempo.

I bavaresi avevano costruito ad Atene un’amministrazione fuori misura, politicamente ed economicamente distaccata dal resto del regno. Simili voragini tra città e campagna potrebbero essere ritrovate in tutti i Balcani. Ma in Grecia fu radicalizzato dal fatto che la riabilitazione dell’Atene classica significava poco per la stragrande maggioranza dei greci su cui era stata imposta. Quanto più l’aspirazione era stata di fare di Atene una capitale europea, tanto più radicata appariva al confronto la campagna ottomana. E la campagna a sua volta ha posto problemi ad Atene e il suo tentativo di imporre un monopolio della violenza. All’epoca dell’Indipendenza, e sempre più dopo, il brigantaggio era diventato una forza sociale, e spesso l’unico mezzo per portare ricchezza nelle campagne. Nella mente dei contadini i briganti erano vigorosi eroi popolari le cui gesta venivano narrate attraverso innumerevoli ballate. I banditi erano una fonte parallela della coscienza nazionale per la Grecia, e un immaginario infestante che Atene aveva avuto l’ambizione di distruggere. Le autorità esposero in piazza Ares dei teschi di clefti (i banditi) catturati. Attraversando le frontiere, il banditismo ha sfidato l’idea stessa di Stato, trattando la Grecia e l’Impero Ottomano allo stesso modo e rinnovando il conflitto tra i due.

Un modo per domare i contadini era di invitarli a vivere ad Atene stessa. Il problema era che la città offrifa poco per loro una volta arrivati. “Questa capitale per caso non ha radici nel terreno. A causa della mancanza di strade, non comunica con il resto del paese. A causa della mancanza di industria, non invia alcun prodotto alla terraferma”, scrisse Edmond About, un visitatore francese della città nel 1852. Nel 1850 Atene era collegata al resto della Grecia con soli 168 chilometri di strada. In termini di industria, nel 1875 aveva solo 95 piccole fabbriche che impiegavano 7mila lavoratori, ma era in ritardo rispetto alla maggior parte delle città balcaniche e di molte altre città greche. Anche i contadini trasferiti in città minacciavano di diffondere disordini, mentre la crescita di Atene era sproporzionatamente guidata da due fattori: il primo era l’educazione, sostenuta dal capitale della diaspora. Nel 1870, le dieci maggiori donazioni al sistema universitario di Atene da parte dei greci stranieri superarono l’intero budget per l’istruzione dello Stato.

Il secondo fattore era la pubblica amministrazione, che impiegava sette volte il numero di dipendenti pubblici pro capite di quanti ne potessero essere trovati nel Regno Unito. I funzionari amministrativi e il personale domestico erano in numero maggiore di tutti i commercianti, i venditori ambulanti e gli artigiani della città messi insieme. Questa era l’Atene che l’archeologo francese Adolphe Reinach descrisse come “abitata da innumerevoli gruppi di persone senza classi che passavano il loro tempo intrigando contro il governo o aspettando che gli incarichi gli cadessero in grembo”.

Lo sviluppo infrastrutturale prese velocità negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, in tandem con l’espansione nazionale: le Isole Ionie vennero rilasciate dalla Gran Bretagna nel 1864, la Tessaglia assegnata ad Atene nel 1881 dopo la guerra russo-turca. Sotto Charilaos Trikoupis, un modernizzatore che governò per sette mandati come primo ministro tra il 1875 e il 1895, i prestiti internazionali sottoscrissero numerosi contratti di costruzione. I belgi costruivano tramvie; gli ingegneri britannici modernizzarono la fornitura d’acqua e collegarono Atene al Pireo per ferrovia; i francesi scavarono il Canale di Corinto nel 1882, avvicinando Atene a quattro giorni da Londra in nave e facendo del Pireo il primo porto della Grecia. Nel 1893, il sistema stradale nazionale era quadruplicato. Il momento culminante arrivò nel 1896 con la rinascita dei Giochi Olimpici. Il sinecismo di Atene è iniziato sul serio in questo momento storico. Il sottosviluppo greco era stato a lungo esacerbato dall’assenza della formidabile classe mercantile di lingua greca dal Regno stesso. Probabilmente la forza economica più dinamica del Mediterraneo, gli armatori greci, aveva prosperato sulle rotte che andavano dal Levante al Mar Nero. Se fino alla fine del secolo la borghesia di lingua greca era stata attratta all’estero, molti ora acquisivano grandi proprietà in Tessaglia, alcune delle terre agricole più ricche dei Balcani.

Dalla hybris alla catastrofe

Lo sviluppo a sua volta produsse due nuove forze sociali e politiche che avrebbero avuto effetti determinanti sulla traiettoria sociale della città. Il primo era un esercito di nuova professionalità, che cominciava sempre più a reclutare i suoi ufficiali fuori dalla classe media.

La sconfitta umiliante per mano degli Ottomani nel 1897 rafforzò il sostegno alla modernizzazione militare, sul modello dei Giovani Turchi: manifestazioni di massa si erano sollevate contro il Palazzo, chiedendo un’azione per aiutare i ribelli greci nella Creta governata dagli Ottomani. Dodici anni dopo, in risposta a una rivolta dei negozianti scontenti in tutta Atene e nel Pireo, gli ufficiali di grado medio inscenarono un putsch dal quartiere di Goudi. L’uomo che chiamarono per aprire la strada al nuovo ordine politico fu Eleftherios Venizelos, un avvocato cretese che seppe unire la spavalderia alla clemenza con il calcolo di uno statista ed eroe della rivolta cretese del 1897, che aveva presumibilmente sfidato la marina delle grandi potenze per lasciare che la bandiera greca sventolasse sull’isola.

Il nuovo partito liberale di Venizelos stravinse le elezioni nel 1910. Due anni dopo portò il paese nelle guerre balcaniche, alla ricerca della Grande Idea. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, Venizelos si schierò con l’Intesa contro il palazzo filo-tedesco, mobilitando entrambe le parti in uno “scisma nazionale” che si trasformò in una situazione di doppio potere, prima che gli alleati forzassero l’abdicazione di re Giorgio. La Grecia, con un esercito di 300mila soldati sul Fronte macedone, poteva quindi considerarsi tra i vincitori della guerra. Venizelos si diresse a Versailles come suo rappresentante, annettendosi le conquiste territoriali dall’Impero ottomano e dalla Bulgaria. Per la prima volta il Regno sembrava pronto a vedere realizzata la Grande Idea. Il tumulto del crollo ottomano ha dato alla Grecia l’opportunità di portare a casa il suo vantaggio militare; la buona volontà delle potenze occidentali suggerì a Venizelos – erroneamente, come risultò in seguito – che il suo paese sarebbe stato salvato in caso di sconfitta. Invece la spedizione verso l’Anatolia si concluse con un disastro sulle coste di Smirne e la completa disfatta dell’esercito greco. Venizelos, che aveva perso le elezioni del 1920, tornò a negoziare la reciproca pulizia etnica di massa greco-turca che sarebbe stata legalizzata con il trattato di Losanna. Quello che viene chiamato il Grande disastro del 1923, significò che oltre mezzo milione di musulmani furono espulsi dalla Grecia e oltre un milione di Greci ortodossi sradicati dalla Turchia. Tre millenni di ellenismo in Asia Minore vennero trasferiti al luogo di origine putativo praticamente da un giorno all’altro.

Trasportati attraverso l’Egeo da una flotta di incrociatori alleati, i rifugiati della sconfitta del 1923 non trovarono nulla per loro ad Atene al loro arrivo. Distrutta da un decennio di guerra ininterrotta, la città fu totalmente incapace di gestire un afflusso così vasto che, nel giro di due mesi, aveva ricoperto la cinta boschive dalla collina di Filopappo e del Golfo Saronico con una distesa di baracche. Atene e il Pireo ora erano uniti in una singola formazione come in passato non era mai avvenuto dal sacco di Silla. Molti dei rifugiati provenivano da coste che avevano formato le distese più prospere del mondo greco per diverse migliaia di anni. Erano stati la spina dorsale del mercantilismo ottomano; i turchi lavoravano come i loro servi. Ad Atene si ritrovarono in una condizione indigente che non è immaginabile. I rifugiati usarono dapprima le tende lasciate dall’esercito d’Oriente, infestate dai pidocchi, per sostituirle gradualmente con fattorie a due piani in mattoni di fango. Lungo le spiagge del Pireo, scavarono le rovine letteralmente fuori dalla sabbia per abitarle. Il teatro centrale della città ospitava centinaia di famiglie. Per la prima volta dall’antichità, la popolazione di Atene superava quella di Salonicco. Dall’altra parte della città, le strade pullulavano di lingue: filoni di greco antico, turco, armeno, laz, russo, incomprensibili ai dialetti della terraferma. La tessitura di tappeti, l’allevamento del baco da seta e altre abilità anatoliche occupavano ora quartieri le cui strade fino a oggi portano i nomi dei villaggi del Mar Nero e del Caucaso. A quarant’anni dal loro arrivo, nella zona costiera di Kokkinia, dove erano stati stipati 33mila rifugiati, l’antropologa francese Renee Hirschon scoprì dei cinema che proiettavano ancora film in turco.

Nelle vicinanze del palazzo e al suo nord, una città diversa stava prendendo forma. Venizelos vendette sedici acri di terra sulle pendici sottostanti l’Acropoli, che si estendeva su quella che si credeva fosse l’antica città, alla Scuola Americana di Studi Classici, in un processo di sradicamento di 10mila ateniesi da uno dei quartieri residui di prima dell’Indipendenza. Nel frattempo i distretti di Patissia e Kypseli reclamavano i pascoli intorno alla collina di Lykavittos, anch’essa deforestata e sostituita dal quartiere borghese di Kolonaki. Sbadigliando “come un hetaera (prostituta greca), che si offre ad aprile” – come la vedeva il poeta Kostas Karyotakis – una frontiera suburbana si estendeva ancora fino all’Attica, dopo aver eliminato gli uliveti una volta gestiti dagli ordini monastici e dagli alpeggi gestiti da nomadi dal nord. La città giardino di Filothei ospitava i dipendenti della Banca nazionale. Nelle vicinanze, Psychiko, Kalogreza e Chalandri trapiantarono la nuova borghesia ateniese nel primo dei sobborghi. Il fallimento della Grande Idea portò alla perdita della sua visione: Atene sarebbe stata la capitale permanente dello Stato greco.

Per la maggior parte l’espansione della città dopo il 1923 è stata poco attraente e poco funzionale; non più una espansione neoclassica e marmorea quanto una colata di cemento che non ha fatto alcun tentativo di ispirarsi al suo passato.

Nascita del Pireo rosso

Tuttavia l’impatto più decisivo del 1923 fu in definitiva politico. Una frattura si aprì tra Atene, la sede dello stato, e il Pireo, ora sede di una massa immiserita in attesa di organizzazione e non connessa a nessuna delle reti clientelari che avevano conquistato lo Stato dall’Indipendenza. Il beneficiario immediato di questa nuova base elettorale fu lo stesso Venizelos, nel quale i profughi non vedevano tanto l’autore delle loro disgrazie quanto un uomo che aveva risparmiato loro il destino degli armeni. Nel 1929 aveva guidato la più radicale legislazione sulla riforma agraria nella storia balcanica, ridistribuendo 1,8 milioni di acri di terra a 277mila famiglie – una mossa che solidificò il suo blocco elettorale. Ma un successo inaspettato fu raccolto dal Partito comunista greco (Kke) che, fondato cinque anni prima, gradualmente trasformò il Pireo in una cintura rossa introno alla città. Questo fu il secondo grande sviluppo politico del periodo, una controparte della crescita dell’Esercito – e il suo principale antagonista nei decenni di dittatura, di occupazione nazista e di guerra civile che si prospettavano.

Dopo il disastro del 1923, la Grande Idea non poteva più servire da propellente del nazionalismo greco. Coll’anticomunismo ha occupato il suo posto. Dopo un anno dalla catastrofe anatolica, le élite politiche ateniesi si erano schierate contro il Kke, convertendo l’esercito in un custode dell’ordine interno piuttosto che in una espansione esterna. L’architetto dello stato anticomunista fu Venizelos, che approvò una legge che proibiva i tentativi di minare l’ordine esistente, seguito da una concessione ai dipendenti pubblici a vita, in teoria mettendo fine al clientelismo politico, ma in pratica bloccando il crescente movimento comunista fuori dalla struttura dello Stato e costringendo i suoi membri a muoversi nella clandestinità. Nel frattempo, al di là di Atene, il brigantaggio si era rianimato, un’umiliazione per uno Stato che solo due anni prima aveva inviato diverse centinaia di migliaia di soldati in territorio straniero. Le autorità greche hanno cancellato questo spasmo finale di banditismo con la scusa della minaccia del comunismo, che parlava un linguaggio di redistribuzione non dissimile da quello degli abitanti delle montagne.

Nel 1936, tra difficoltà economiche e disordini diffusi, i militari presero il potere sotto il generale monarchico Ioannis Metaxas. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Metaxas aveva demolito del tutto il sistema politico. Mandando a Berlino il suo braccio destro, Konstantinos Maniadakis, per imparare i migliori metodi dell’anticomunismo da Himmler, perseguì il movimento comunista quasi fino alla distruzione. In geopolitica, Metaxas seguì la tradizione nell’inclinazione politica verso Londra e respinse l’invasione italiana attraverso l’Albania. Tale era la situazione in cui le forze tedesche invasero il paese nell’aprile del 1941. Gli inglesi evacuarono l’esercito greco in Egitto, insieme al re e all’élite politica, lasciando le forze di sinistra a guidare la resistenza. Gli ufficiali nazisti erano alloggiati all’Hotel Grande Bretagne, di fronte al vecchio palazzo di Otto. Con l’eccezione di Melos ed Egina, solo Atene delle vecchie terre incoronate passò sotto il diretto controllo tedesco, un’occupazione devastante quanto qualsiasi altra in Europa: una media di duemila ateniesi morì ogni giorno durante l’inverno del 1942, quando i nazisti ordinarono le fucilazioni come punizione collettiva per atti di resistenza.

Sebbene la resistenza fosse prevalentemente basata sulle montagne, essa aveva importanti appigli intorno ad Atene, nelle pieghe del monte Hymettos, nelle strade di Kaisariani, nei quartieri del Pireo di Nikaia e Drapetsona. Una tumultuosa protesta del 24 febbraio 1943 contro la leva sindacale si concluse in sanguinosi scontri con le forze di occupazione intorno a piazza Syntagma, costringendo le autorità tedesche ad abbandonare il loro piano. Se l’Esercito greco di liberazione del popolo – le iniziali greche Elas – formarono l’ala di maggior successo della resistenza, non fu solo perché decenni di repressione avevano istruito il Partito comunista all’attività clandestina. Fu anche perché il Kke aveva stabilito oltre Atene una rete direttamente rispondente ai contadini e che cercava di portare loro lo Stato. Alla fine dell’occupazione, l’Elas aveva strappato il controllo di quasi l’intero continente agli occupanti e istituito uno Stato di montagna con sede in Evrytania, dove si tennero le elezioni nell’aprile del 1944, le prime in cui le donne greche votarono. Era lo stato che Atene non aveva mai costruito.

All’epoca del ritiro nazista il 12 ottobre 1944, la capitale stessa era sul punto di essere occupata dall’Elas, il cui territorio si estendeva per gran parte del Pireo e a pochi chilometri da piazza Syntagma. “Avevamo combattuto la resistenza sulle montagne”, Manolis Glezos, il giovane partigiano che, un mese dopo l’occupazione tedesca, aveva scalato l’Acropoli all’imbrunire e aveva tolto la bandiera con la svastica, mi ha detto nella sua casa di Neo Psychiko. “E Atene sembrava il luogo dove il conflitto sociale sembrava più facile da combattere”. L’Elas aveva chiaramente la manodopera – circa 50mila combattenti armati all’interno dell’Attica – e gli armamenti per prendere il controllo della città nell’intervallo prima che gli inglesi arrivassero il 18 ottobre. Ma la dirigenza del Kke aveva ricevuto istruzioni da un inviato sovietico di cooperare con gli inglesi, in linea con le “percentuali” di influenza concordate da Churchill e Stalin alla conferenza di Mosca alcune settimane prima: la Grecia sarebbe andata sotto il controllo della Gran Bretagna, la Romania dell’Unione Sovietica e la Jugoslavia sarebbe stata divisa a metà.

Per Churchill, la priorità era sconfiggere i comunisti e restaurare il re. Considerando Atene “una città in ostaggio”, organizzò una forza mista di 20mila soldati per riconquistarla. I suoi ufficiali riabilitarono alcuni collaboratori del Battaglione di sicurezza nazista e armarono nuovamente le locali SS. Il 3 dicembre 1944, la polizia greca sotto la supervisione britannica fece fuoco durante una manifestazione di Elas in piazza Syntagma, provocando battaglie di strada in tutta la città nei giorni successivi. Gli inglesi vedevano già quella guerriglia come la schermaglia iniziale di quella che sarebbe diventata la Guerra Fredda. Le loro forze iniziarono sistematicamente a svuotare la resistenza dalla città, installando postazione di cecchini sull’Acropoli mentre contingenti di Spitfire colpivano i sobborghi settentrionali. In gran parte della città, le linee di battaglia assumevano i contorni delle divisioni di classe da un quartiere all’altro, con le zone della classe operaia difese dall’Elas e le roccaforti borghesi che davano il benvenuto ai soldati britannici.

All’inizio del 1945 gli inglesi avevano reinstallato l’élite prebellica ad Atene; ottenendo una tregua difficile, intermediata tra la capitale e il paese controllato dai comunisti, tenuta fino all’anno successivo, quando scoppiarono ancora le ostilità su vasta scala. Furono gli americani a insistere sul fatto che la ricostruzione economica sarebbe stata fattibile solo escludendo i comunisti. Henry Grady, che supervisionò le elezioni greche durante la Guerra Civile dopo aver guidato la compagnia di spedizioni American President Lines, spiegò all’Onu che Atene aveva bisogno di “far diventare buoni greci degli ex banditi”; qualsiasi indulgenza nei confronti di questi ultimi avrebbe dato credito alla speculazione secondo cui la ribellione del Kke “rifletteva l’insoddisfazione politica ed economica di un gran numero di greci e non era solo una proposta comunista per il potere”. In un sconcertante ritorno agli anni trenta dell’Ottocento, gli occidentali tornavano di nuovo in città per guidare lo stato, ancora una volta una testa di ponte occidentale all’interno di una penisola balcanica, ora delimitata in tutto il nord dalla frontiera con il comunismo.

Un generale monarchico, il maresciallo Papagos, sottratto alla detenzione in Tirolo dall’esercito Usa nel 1945, fu messo a capo dell’esercito nazionale e condusse la Guerra civile fino alla sua conclusione dal suo quartier generale ad Atene, dove ora un quartiere porta il suo nome. Ancora nel 1948 sarebbe stato impossibile viaggiare oltre venti km oltre la città senza una scorta militare. A Sud della capitale, il governo monarchico riabilitò compagnie di collaboratori – i battaglioni “Chi” comandati da Georgios Grivas – e li lasciò liberi, attraverso il Peloponneso, di annientare la resistenza comunista. A nord, nell’Epiro, i bombardieri americani e il napalm aiutarono Papagos a spazzare via gli ultimi resti dell’esercito democratico al valico Konitsa. Migliaia di comunisti furono inviati nei campi di detenzione per servizi igienico-sanitari. La legge 509 richiedeva la conferma della lealtà politica per ricevere non solo un lavoro nel settore pubblico, ma tutto, dall’appuntamento dal medico alla patente di guida.

Piano Marshall

Essendo stata devastata dalla carestia durante l’occupazione tedesca, Atene soffrì meno del resto dello stato durante la Guerra civile. Al contrario, la campagna greca era un vortice di cinquemila villaggi sventrati, uno su tre dei quali era inabitabile. Un ex sottotenente di Metaxas, Kostas Kotzias, tornò dagli Stati Uniti per riprendere i suoi doveri di sindaco di Atene, ora divisa in trentacinque municipi, nel tentativo di diluire il potere di una città che era quasi caduta nelle mani dei comunisti. Restaurati come custodi dell’ordine politico, l’esercito e la polizia ruggivano intorno alla capitale su camion che diffondevano canzoni patriottiche. Il piano Marshall fornì ad Atene 175 milioni di dollari in aiuti umanitari all’anno, la somma pro capite più elevata avanzata da Washington in qualsiasi paese in Europa. Un nuovo sistema autostradale mise ogni prefettura a un giorno di distanza da Atene, e un sistema di autobus nazionale pose fine all’isolamento della campagna. L’elettricità arrivava nei villaggi; gli altoparlanti installati nei quadrati centrali trasmettevano i contenuti patriottici.

Atene era il terreno di addestramento per gli attuatori del Piano Marshall che in seguito occuparono posti cruciali in altri teatri della Guerra fredda. Il consigliere militare americano James Van Fleet avrebbe soprinteso il bombardamento incendiario della penisola coreana, dopo aver affinato la tattica nelle montagne del Pindo. L’ambasciatore americano, John Peurifoy, in seguito orchestrò il rovesciamento di Jacobo Arbenz in Guatemala. Peurifoy impose un nuovo sistema elettorale grossolanamente non rappresentativo, minacciando di tagliare gli aiuti se le sue richieste non fossero state soddisfatte. Nelle elezioni del 1952, la coalizione di Papagos ottenne i quattro quinti dei seggi con meno della metà dei voti. Agganciando i regimi di destra del dopoguerra agli aiuti stranieri per sostenere la loro base elettorale, gli investimenti Usa hanno sostituito l’intervento militare diretto come principale fonte di influenza sullo stato greco. Il capitale ha facilitato l’acquisto non tanto delle elezioni quanto l’amministrazione statale stessa, attraverso mercenari clientelistici.

L’effetto fu quello di ostacolare l’industrializzazione locale, mantenendo l’economia greca dipendente dall’Europa occidentale per le sue esigenze industriali. L’addetto economico del piano Marshall, Paul Porter, fu determinante per porre il veto alle riparazioni di guerra per spoliazione nazista che avrebbe spedito grosse quantità di acciaio dalla Renania all’Attica. Mille famiglie – in modo sproporzionato ex-collaboratori di guerra – finirono col controllare la metà di tutte le entrate private nei decenni del dopoguerra. Il Pireo reclamò la sua posizione di capitale del commercio con l’aiuto di incentivi fiscali che aiutarono ad acquistare oltre cinquecento navi da guerra non più necessarie agli Stati Uniti.

Al posto dell’industrializzazione i pianificatori del piano Marshall offrirono un’altra soluzione: il turismo. Il passato del paese si rivelò doppiamente utile. In un’epoca in cui i Grandi Libri di Mortimer Adler venivano richiesti per la lettura nelle case del Midwest, i sostenitori del liberalismo della Guerra Fredda arruolavano i classici e gli archeologi da Homer Thompson a Carl Blegen per raccogliere il testimone. Nell’immediato dopoguerra, gli archeologi americani erano stati osservatori elettorali di un finto plebiscito del 1946, limitato a quelle aree non sotto il controllo comunista, che tenevano la casata di Glucksburg sul trono; con l’escalation della Guerra civile, la tradizione classica si estendeva ai campi di detenzione del Mar Egeo, dove i comunisti catturati dovevano mettere in scena I persiani di Eschilo su Atene che ostacolava un’incursione imperiale dall’est – per un pubblico di volontari della Croce Rossa. Nel suo numero inaugurale del 1948, la Rivista di archeologia conteneva dispacci dalle linee del fronte ateniese, dove Eugene Vanderpool lavorava con le jeep dell’esercito per spostare gli scavi. Il rinnovamento culturale americano della Grecia antica è stato un successo tragico. Nel 1950, l’Odeon di Erode Attico era stato rinnovato; nel 1953, la Stoa di Attalo, costruita nel terzo secolo a.C. da un ammiratore imperiale della cultura ateniese, era stata resuscitata con il marmo acquistato nel Pireo. La santificazione dell’antica Grecia e la sua mercificazione erano sempre state intrecciate opportunisticamente. Il denaro del Piano Marshall è stato stanziato per costruire l’infrastruttura di un’industria turistica di massa che garantisse “la conservazione e una migliore esposizione dei monumenti storici”, secondo l’Amministrazione della Cooperazione Economica diretta da un banchiere di Chicago. Sparsi in tutta la Grecia, gli Xenia Hotels, gestiti dallo stato, hanno portato i turisti in zone fino ad allora incontaminate, una volta controllate dalla Elas.

Nulla manifestava più chiaramente l’ordine del dopoguerra che la costruzione dell’Hilton hotel di Atene di fronte alla nuova ambasciata americana, entrambi progettati per riecheggiare lo stile greco classico. Iniziato un anno dopo la fine della Guerra civile, l’Hilton è aumentato di dodici piani, il doppio del massimo legale, ed è stato il primo edificio ad Atene a superare l’altezza dell’Acropoli, che si affacciava direttamente sulle sue stanze. Sarebbe l’erede dell’Hotel Grande Bretagne come quartier generale tecnocratico per coloro che hanno deliberato sugli affari del paese. I finanziamenti provenivano da Stratis Andreadis, il magnate del trasporto marittimo che acquistò la prima Liberty Ship venduta sotto il Plan Marshall, un’impresa che in seguito ampliò in un impero bancario e commerciale responsabile di un terzo dei depositi complessivi all’interno dell’economia greca.

I governi conservatori degli anni cinquanta cercarono inizialmente di delegare il potere alle province, ma l’urbanizzazione si dimostrò una preziosa stampella del nuovo ordine. La campagna non era più un’area di cui fidarsi. Il malcontento popolare poteva essere rintracciato più facilmente all’interno della capitale, dove i venditori di chioschi prendevano nota di chi comprava quali giornali e i fattorini registravano chi visitava chi. Un’amministrazione pubblica che era sempre stata uno strumento per garantire la fedeltà ora aveva i soldi per farlo. Offrendo lavoro a quelli di destra, rinnegando la retorica a quelli di sinistra, Atene apparve come un santuario del mnisikakia (“ricordo dei mali”). L’eco di questo periodo politico si ritrova nella letteratura postbellica di Costas Mourselas e Costas Taktsis e trova una risonanza tardiva nei film di Theo Angelopoulos.

Ricostruzione

Nel 1955 le due maggiori destinazioni dei lavoratori greci erano la Germania occidentale, che assorbiva quasi il 70% dell’esodo rurale del paese, e Atene, che ogni giorno svuotava la campagna di 140 contadini. Al contrario degli arrivi del 1923, i due terzi di questo afflusso provenivano dalle zone più rurali e povere dello Stato; la maggior parte non aveva mai visto una città prima d’ora. Nel 1965, la popolazione della città superò i due milioni, con solo un abitante su quattro nato lì. Il boom edilizio che ha ospitato questo arrivo è stato implementato su un sistema noto come antiparochì, letteralmente “considerazione”, una legge dell’era di Venizelos che permetteva a un costruttore di abbattere una vecchia proprietà e sostituirla con un appartamento di sei o sette piani in blocchi detti polykatoikia, cioè “multi-residenza” – dando al proprietario originale una percentuale dell’area risultante. L’ideatore di questa pratica fu Costantino Karamanlis che, come ministro delle opere pubbliche, probabilmente ha fatto di più per modellare il paesaggio di Atene di qualsiasi altro nella storia recente. Mneimeiofàgoi e oikopedofdgoi – letteralmente “divoratori di monumenti” e “ladri di terra” – hanno demolito quartieri esistenti o sequestrato intere nuove aree di terreno, la maggior parte delle quali non collegate alla città da condutture, elettricità o strade. L’antiparochì divenne il mezzo più efficace per trasferire ricchezza dalla campagna in beni immobili. In genere gli accordi erano orali e i terreni venivano pagati in tangenti, un sistema che si addiceva a una popolazione appena arrivata dalle montagne e ancora prevalentemente analfabeta. Il business dei costruttori, una delle poche industrie significative di quel periodo ma collusa con la politica, impiegò un greco su dieci nel dopoguerra. Un periodo talmente fiorente che all’inizio di un cantiere veniva messa una scrivania davanti al futuro edificio in modo che i clienti di passaggio potessero pre-acquistare un appartamento. Solo una piccola parte di polykatoikia è stata costruita secondo un piano architettonico razionale. Per la maggior parte un atrio al piano terra era sormontato da una decina di appartamenti, ornati da balconi.

Sottraendo materie prime e lavoro dal resto del paese, diffondendo l’illusione della prosperità economica attraverso la capitale e cementando insieme la fattualità della politica e dell’identità greca, la costruzione civile fu l’industria rappresentativa del rinnovamento ateniese. Al culmine dell’urbanizzazione nel 1971, Atene ha visto nove abitazioni completate ogni ora, con più edifici eretti che altrove in Europa; il porto di Volos divenne il più grande produttore di cemento dell’Occidente. Una metropoli di color grigio canna di fucile prese forma in quegli anni, coprendo la pianura dell’Attica in ogni direzione, disboscando colline e prosciugando fiumi. Se lo Stato ha incoraggiato l’ediliza è stato attraverso l’inazione. Le leggi approvate negli anni cinquanta limitavano le dimensioni della polkatoikia, ma l’applicazione era sporadica. I diritti degli occupanti abusivi di un terreno potevano essere confermati se una casa fosse stata coperta con un tetto durante la notte; nella corsa alle elezioni del 1963, 30mila di questi edifici ricevettero sanzioni legali nell’arco di poche settimane.

Atene divenne la concretizzazione inquietante del clientelismo greco, la manifestazione fisica dei modi in cui la convenienza politica a breve termine in Grecia ha persistentemente la precedenza sulla pianificazione lungimirante.

Dato che nessun codice giuridico designa lo spazio pubblico o privato, la polkatoikia non si fuse solo con tutti i popoli della Grecia: geograficamente, economicamente e politicamente, ogni edificio rappresentò una sezione trasversale della società greca, ma anche l’intreccio casuale tra pubblico e privato. Al loro interno questi edifici furono presto occupati da uffici di notai, dentisti, avvocati e psicologi oltre agli appartamenti. C’era un processo tipicamente greco di formazione di classe al lavoro. In confronto il tipo di industrializzazione che ha accompagnato la crescita di città come Belgrado o Bucarest, per esempio, è stato un fenomeno marginale ad Atene. I nuovi abitanti della città avevano ancora un punto d’appoggio nei villaggi e potevano possedere altri appartamenti in tutta la città. Gli speculatori immobiliari erano anche lavoratori a giornata; impiegati d’ufficio come ingegneri. I risparmi erano magri, ma accumulati attraverso iniziative multiformi: ricerca di rendite, speculazioni fondiarie, contratti di costruzione fuori dai libri contabili, rimesse dalla Germania o dagli Stati Uniti. (Un risultato curioso dell’esclusione politica dai lavori di servizio fino agli anni ottanta è stato lo spirito imprenditoriale della sinistra greca. Le imprese gestite dalla sinistra – librerie sui marciapiedi, negozi di alimentari – riempirono quartieri come Kypseli e Kaisariani). Un terzo di questo nuovo tessuto urbano formato dalla piccola borghesia aveva accesso a professioni chiuse, ad esempio nelle farmacia e negli uffici legali, e godeva di benefici pubblici come i minimi salari garantiti. Un altro terzo era composto da lavoratori autonomi – una proporzione impressionante per gli standard europei.

Giunta al Pasok

Questo sfacelo sociale, uno sviluppo altamente diseguale accelerò le divisioni tra le classi, mentre la mobilità geografica allentò i tradizionali sistemi di mecenatismo e la morsa della repressiva monarchia parlamentare del dopoguerra. Nelle elezioni del 1963, l’Unione di centro, guidato dal cauto George Papandreou e dal suo più dinamico figlio Andreas, riuscì a sconfiggere la tradizionale coalizione al potere dal dopoguerra. La mite liberalizzazione politica di Papandreou, l’aumento della spesa sociale e le mosse fatte per controllare l’Esercito furono sufficienti a spronare un gruppo di colonnelli di destra a prendere il potere per prevenire le elezioni del 1967. Lo scopo contraddittorio della giunta era quello di fossilizzare il sistema postbellico contro l’ordine sociale – sempre più urbano, borghese, educato – che esso stesso aveva generato, terrorizzando quest’ultimo attraverso una repressione contro sindacalisti, studenti e manifestanti. La giunta militare tentò anche il primo serio tentativo di frenare l’esodo rurale imponendo restrizioni alla politkatoikia e mettendo fine alla costruzione di insediamenti illegali. Mentre la crescita rallentava agli inizi degli anni ‘70, a fronte di un crescente deficit commerciale, gli armatori Aristotele Onassis e Stavros Niarchos ricevettero massicci contratti per servire le raffinerie di petrolio del Golfo di Egina, una strategia che attirò gli Stati Uniti nella ricollocazione della Sesta flotta dalla Sardegna al Pireo.

I colonnelli avevano perso l’appoggio dell’industria delle costruzioni, i cui sindacati scioccamente si sciolsero al momento della presa del potere dei militari. Nel 1973 ingegneri e muratori si unirono a una generazione di studenti scontenti, che avevano assistito agli eventi del 1968 dai campus presidiati dalla polizia di regime. Exarcheia, il vecchio quartiere degli operai edili che era diventato un bastione studentesco, divenne il focolaio dell’anti-autoritarismo. Se le proteste segnarono l’implosione della giunta, di gran lunga maggiore fu il rovesciamento della fazione militare di Papadopoulos da parte della fazione di polizia di Ioannidi, che portò al disastroso tentativo di colpo di stato a Cipro, pretesto per l’occupazione militare turca dell’isola ancora in corso. Ma le proteste universitarie fornirono una comoda narrazione per la primavera politica che seguì il rovesciamento della dittatura nel 1974, quando un plebiscito elettorale fece terminare la monarchia senza troppe cerimonie. Figure come Karamanlis tornarono a prendere il timone dello Stato ancora una volta e su cui le rivolte conferivano nuova legittimità e una nuova generazione di elettori svezzati dal discorso dei diritti umani e dalla distensione ideologica.

Era questo un nuovo blocco elettorale – la rigida classe media degli Ateniesi, un milione dei quali ritornò nei villaggi d’origine per votare nel 1981 – che portò il Pasok (Movimento socialista panellenico) al potere in quell’anno. L’eredità dolce e amara di Andreas Papandreou fu l’integrazione della sinistra nello Stato per la prima volta nella storia greca. La riconciliazione politica andò di pari passo con la corsa alla finanza, in primo luogo dall’Unione europea che ha facilitato la nascita di uno stato sociale. In questo processo, Papandreou ottenne una sorprendente riconferma elettorale grazie alla massa continentale greca – oltre alle isole come Evia e Rodi, le prefetture come Corinthia, la metà orientale di Creta, i tradizionali bastioni del Pasok. Questa ricucitura politica ha funzionato da Atene verso l’esterno: le élite locali hanno costruito la loro clientela, i cui vari ingranaggi erano legati al comitato centrale del Pasok ad Atene, un corpo scelto in gran parte dallo stesso Papandreou. Contrastando la vecchia aristocrazia, il sistema di mecenatismo del Pasok ha trascinato la metà esclusa della società greca nello Stato, estendendo allo stesso tempo la portata di quello Stato nella vita sociale. Poiché Atene era arrivata a esercitare una presa sproporzionata sulla Grecia, una “testa pesante su un corpo debole”, così anche sotto Papandreou il meccanismo del partito greco si insinuava in tutto lo stato.

Verso la fine degli anni ‘90, la spinta verso la “modernizzazione” del Pasok aveva trasformato il Paese in uno Stato completamente neoliberale, per gran parte una visione indistinguibile dal partito rivale Nea Dimokratia. Assicurandosi i Giochi Olimpici del 2004 nel 1997, il successore di Papandreou, Costas Simitis, ha presieduto la costruzione della metropolitana di Atene, dell’aeroporto Eleftherios Venizelos e del sistema autostradale Attic; i finanziatori del Pasok, la nea tzakia, hanno supervisionato quei progetti di costruzione nello stesso momento in cui hanno guidato la penetrazione finanziaria dell’Europa Sud-orientale, una nuova grande idea pronta a trasformare Atene in un nesso bancario e finanziario della regione. Lasciata indietro da un’ondata di profitto fu, come sempre, la classe operaia di Atene. Dai produttori di abbigliamento di Metaxourgeio alle banchine di riparazione navale di Skaramagas, la privatizzazione ha distrutto ciò che la globalizzazione aveva lasciato in piedi. Le spese militari, cronicamente alimentate dai timori dell’aggressione turca, erano salite a oltre il 4% del Pil dall’annus mirabilis del 2004, quando Atene ospitò le Olimpiadi.

L’eredità dei Giochi non fu solo un picco della corruzione, ma una bomba fumogena finanziaria che durò per anni. Tutti gli interessi più sporchi furono concessi per guadagni illeciti e contratti di costruzione fuori dai libri contabili; tra molti altri, Spiros Latsis, il cittadino greco più ricco del mondo, sequestrò 75mila metri quadrati di terreno pubblico a Marousi per costruire un centro commerciale, il Mall of Athens, il più grande abuso edilizio in Europa. La retorica ufficiale di “migliorare la posizione di Atene nella gerarchia delle città globalizzate” è venuta meno: l’unica cosa che si può trovare oggi è il degrado. Delle 22 strutture costruite per le Olimpiadi, 21 sono arruginite e abitate solo da cani randagi. La copertura della crisi economica da parte della stampa, così come la crisi politica sui rifugiati, spesso dà l’impressione che le turbolenze abbiano colpito solo Atene nell’ultimo decennio. Ma le correnti sotterranee del malcontento e del tribalismo stavano gorgogliando a lungo sotto la prosperità a livello superficiale. I cicli di protesta e sdegno che hanno attraversato la città da allora sono stati annunciati alla vigilia della crisi stessa, simbolicamente dalla sparatoria del 2008 dove perse la vita il giovane Alexandros Grigoropoulos nel quartiere Exarcheia per mano di una forza di polizia repressiva che fa il suo ritorno, giusto in tempo per l’inizio dell’austerità, come gli esecutori di una élite politica sotto assedio.

Allo stesso tempo, dalla fine della Guerra Fredda, Atene è diventata un luogo decisamente più cosmopolita. Centinaia di migliaia di europei dell’Est e dei Balcani hanno visto in Atene ciò che i greci del dopoguerra avevano visto in Berlino o in Amburgo: un rifugio dal crollo dei loro regimi. Ciò che rende unica la popolazione immigrata della città è, in primo luogo, la rapidità con cui è arrivata. Una generazione fa l’archeologo Kevin Andrews sosteneva di non poter trovare alcuna cucina straniera ad Atene. Oggi il 10% degli ateniesi non è greco, sebbene le storie di successo degli immigrati siano poche e isolate. In secondo luogo, la popolazione di origine straniera della città è sorprendentemente diversa. Ci sono decine di migliaia di persone provenienti dal Bangladesh, Kurdistan, Nigeria, Pakistan, Filippine e Serbia; almeno 200mila provengono dall’Albania. Stabilendosi in Grecia in modo casuale durante la ripresa economica della metà degli anni ‘90, questa popolazione si trova ora bloccata ad Atene, solo marginalmente meno indigente di Siriani e Iracheni che sono arrivati più di recente. (Questa stratificazione di una popolazione migrante in cima a un’altra è il cupo sfondo del film Amerika Square di Yannis Sakaridis del 2016, uno degli autori più brillanti in un’industria cinematografica greca che è stata decimata dall’austerità).

Il dominio di Syriza

I partiti in Grecia possono possedere roccaforti regionali – Creta per il Pasok, il Peloponneso per Nea Dimokratia – ma non possono permettersi di essere regionali. Salonicco è sinonimo di dichiarazioni politiche: Nea Dimokratia è stata fondata lì tre mesi dopo il crollo della giunta, e Syriza ha annunciato la sua piattaforma anti-austerità in quella città un anno prima della sua salita al potere, ma tutte i partiti sono costretti a gestire le loro operazioni dalla capitale. Gli accordi politici si stringono ad Atene e poi si trasferiscono all’esterno. Minuscolo secondo gli standard dei partiti che è riuscito a sfrattare dal governo, Syriza inizialmente ha portato la promessa di giustizia sociale al sistema che ha ereditato.

Ma il leader del movimento, Alexis Tsipras, nato in una famiglia di ingegneri dell’Epiro, era, fin dai suoi primi giorni, più un carrierista che un partigiano politico. Tsipras ha iniziato come leader dei giovani comunisti prima che la direzione del partito lo scegliesse come candidato telegenico per il “rinnovamento”. Nel suo mandato si è evoluto nel più efficiente servizio di austerità che la crisi greca abbia visto. Tsipras ha soddisfatto Berlino tenendo Atene in gran parte fuori dalla stampa internazionale: piazza Syntagma non è più in fiamme. Il partito vuoto Syriza, creato all’interno della sinistra greca, insieme ai doni simbolici che ha conferito al movimento anarchico, lasciando i suoi membri fuori dalla prigione, conferisce ancora al partito un’influenza sproporzionata all’interno del movimento, tuttavia disgustato da ciò che è stato fatto durante il suo mandato. Quando Tsipras perderà il potere, il che probabilmente accadrà il prossimo maggio con le elezioni, il movimento potrebbe essere in grado di riportare questi gruppi in marcia e di riportare Exarcheia, il quartiere anarchico, a protestare a piazza Syntagma.

Anche se le infrastrutture del paese cadono sempre più in rovina, l’esempio più eclatante di evasione fiscale rimane quello degli oligarchi che incanalano denaro verso i partiti. La crisi è stata una benedizione per le giovani leve degli oligarchi, che sotto Syriza hanno individuato una risorsa statale dopo l’altra: aeroporti regionali, conglomerati del gioco d’azzardo, alberghi. Lungo la via Syngrou, la via più ricca della città, i vecchi rappresentanti della casta economica si sono riabilitati come filantropi. Un centro culturale per gentile concessione di Onassis a Sud del viale, di fronte a un centro per il trattamento del cancro fornito dalla stessa mano; una biblioteca nazionale è un’opera progettata da Renzo Piano e finanziata da Niarchos.

Ad Atene oggi ci sono la metà di tutte le automobili in Grecia. Si pubblicano tutti i giornali nazionali, si trasmettono tutti i principali canali di notizie nazionali e si gestiscono le quattro principali banche. La sua popolazione di 300mila lavoratori del settore pubblico si classificherebbe da sola come la terza città più grande della Grecia. Prima della crisi, il Pil della grande area di Atene superava quello di Ungheria, Polonia e metà dell’Italia meridionale – un quinto del Pil greco in totale. Ad Atene la polizia ordinaria si vede raramente. La capitale controlla la sua popolazione con una forza di polizia dotata di equipaggiamenti militari, autobus blindati, gas lacrimogeni messi al bando dalla Convenzione di Ginevra ma acquistati dagli Stati Uniti e da Israele per schiacciare la resistenza alla Troika. Eppure quando non è l’idrocefalo dello Stato greco, Atene è il suo re-distributore del potere. Invia medici e soldati in campagna per condizioni di servizio obbligatorie. La sua popolazione di studenti frequenta un sistema universitario distribuito volutamente per il resto dello stato – Ioannina, Lesvos, Creta, Xanthi – al fine di rispedire indietro i soldi alle province.

Nel governo della città, qui come altrove in Grecia, lo Stato eccelle come una forza di ostruzione e un filtro per la politicizzazione. Il suo scopo non è quello di semplificare la burocrazia, ma di proliferarla, moltiplicando le opportunità a tutti i livelli per favorire lo scambio e il restringimento delle opportunità. Le tasse di proprietà ad Atene sono basate sulle bollette dell’elettricità. Tre miliardi di euro sono raccolti a livello statale, poi redistribuiti ai comuni su base prevalentemente arbitraria. Ai sindaci locali vengono spesso concessi solo poche risorse per sopravvivere: niente di più. Il tira e molla tra i comuni e lo stato, tra un comune e un altro, tra unità amministrative all’interno di un singolo comune, è sufficientemente confuso per gli ateniesi che non sanno chi sia il responsabile. La polizia è gestita dallo stato, anche se le loro tattiche variano da un comune all’altro e da un quartiere all’altro. I comuni a loro volta possiedono le proprie forze civili, ma raramente le loro funzioni vanno oltre l’emissione delle multe e l’autorizzazione ai bar di estendere i loro tavoli sui marciapiedi pubblici. La governance urbana è divisa tra quaranta comuni e lo Stato stesso. I comuni sono responsabili dello spazio pubblico e dei lavori stradali, dei lampioni e dei semafori, per non parlare del parcheggio; qualsiasi strada utilizzata da un autobus privato o pubblico, tuttavia, è però controllata dallo Stato stesso. L’Eydap, una società pubblica, gestisce l’acqua, ma solo in quelle aree dove ci sono le sue tubature; altrimenti viene fornito dai comuni, sia attraverso pozzi o sistemi di pompaggio separati. Le acque reflue di tutta la città sono gestite dallo stato.

L’urbanizzazione del dopoguerra non ha mai risolto i problemi dell’infrastruttura inadeguata o inesistente di Atene. Semplicemente ha stratificato sulla città prebellica ciò che era in effetti una nuova metropoli, in cui zone commerciali, industriali e residenziali non erano soggette a divisioni formali e in cui un registro fondiario non era ancora stato compilato correttamente. “Quando abbiamo scavato Via Bucarest per creare la prima area pedonale di Atene ci siamo accorti di questa stratificazione”, mi ha detto Stefanos Manos, un ministro dei lavori interni del dopo giunta militare: “Mezzo metro più in basso, abbiamo trovato le tracce di ferro di un tram del primo secolo. Quando siamo andati più a fondo, abbiamo trovato un sistema di smaltimento dei liquami che deve essere stato costruito nel secolo precedente. Non era un tubo, ma un tunnel costruito di mattoni. Ma la parte più interessante era che la maggior parte degli edifici circostanti non era in alcun modo collegata a questo tunnel: tutti i liquami stavano semplicemente andando nella terra. Questo accadeva nel 1978”.

Un milione di metri cubi d’acqua devono essere convogliati nella Grande Atene ogni giorno, lungo gallerie all’aperto che partono da Aitoloakarnania, a 200 chilometri a ovest. I rifiuti vengono poi stoccati verso il Golfo Saronico, provocando 35mila euro di multe giornaliere da Bruxelles. Seimila tonnellate di raccolta giornaliera di rifiuti urbani costano alla città ulteriori 30mila euro in multe dalla Ue ogni giorno per il suo smaltimento illegale e indiscriminato. I turisti contribuiscono a un uso sconcertante della plastica: un milione di tazze di caffè da asporto al giorno e almeno altrettante bottiglie d’acqua vengono sprecate al giorno – e solo il 13% delle quali viene riciclato. Tutta la spazzatura viene raccolta ogni notte da 10mila contenitori a rotelle sparsi per la città e dispersa in settanta discariche, molte delle quali in zone illegali, sparse per l’Attica.

I disastri naturali hanno un modo diretto di rivelare il caos sproporzionato di Atene. Lo scorso luglio a Mati, una località balneare a venti chilometri a nord-ovest della capitale, un incendio boschivo si è diffuso verso la costa, uccidendo almeno 99 persone e bruciando centinaia di case. La mancanza di percorsi di evacuazione e la desertificazione della Grecia hanno aggravato l’emergenza incendi; la risposta inadeguata di Syriza al governo è stata che la situazione era sotto controllo anche quando il bilancio delle vittime stava crescendo; un corpo dei vigili del fuoco di Atene, il cui personale è stato dimezzato e le attrezzature non sono state mantenute a causa di tagli; una società pubblica per la pianificazione urbana e l’abitazione, incaricata di sfrattare i residenti delle strutture illegali che furono tra le prime vittime dell’austerità, queste erano solo le cause immediate. I colpevoli a lungo termine sono l’implacabile sequestro di terre, la legalizzazione retroattiva di intere città formate da strutture illecite e la miopia per la quale si prova a risolvere un problema solo se qualcosa va storto.

La distruzione ambientale di Atene può essere vista quasi ovunque si giri lo sguardo: nel nord del Monte Parnitha, uno dei più grandi parchi naturali del paese fino a che metà delle sue foreste sono state distrutte da incendi nel 2009, un incidente per il quale nessuno è stato portato in tribunale, ma che ha provocato la costruzione di migliaia di nuove case illegali; oppure a Sud lungo l’Egeo, nella Riviera attica che è stata depredata da hotel a cinque stelle o da ville di lusso, per poi essere devastata lo scorso settembre da una fuoriuscita di petrolio che portava i segni di un’operazione di contrabbando. L’anno scorso in seguito alle inondazioni improvvise sono annegate 23 persone nel sobborgo di Mandra, risultato di ruscelli montani riempiti di rifiuti e cementificati, uno scandalo che non era stato affrontato da quando le inondazioni avevano colpito lo stesso luogo due decenni prima.

Dubaificazione

Il romanziere greco-armeno Petros Markaris ha localizzato la schizofrenia dell’identità ateniese nella linea elettrica del tram che taglia il centro della città verso il mare. A est di questa linea c’è la prosperità europea. Più a Sud lungo la costa si trovano le spiagge ben curate di Voula e Glyfada. Nel vecchio aeroporto di Elliniko, riadattato in un campo profughi nel 2015, sono in programma progetti di dubaificazione finanziati dal banchiere Spiro Latsis e un conglomerato di investitori cinesi e arabi, per trasformare un pezzo di costa in una miniera di hotel di lusso, centri commerciali e porti turistici. Correndo lungo il fianco di Hymettos, attraverso i quartieri borghesi di Ilioupoli e Nea Smyrni, le frondose periferie settentrionali di Atene si riversano nell’Attica. Qui sorgono le ville abusive, le piscine registrate alle autorità fiscali come vasche per l’irrigazione, si vede insomma quella patina fittizia di perfezione borghese esposta in modo così preciso da Yorgos Lanthimos in Kynodontas, un film del 2009.

Ad ovest di Atene, i quartieri sono abitati dagli arvaniti, gli albanesi greci. I greci del Ponto parlano ancora in russo e in uzbeko. Questo è il macabro paradiso dei Balcani che si è fatto strada nei romanzi di Olivia Manning o Yannis Maris: una città di vagabondi e opportunisti, consegnati al sistema del racket, delle mafie, dei poliziotti corrotti, dei sindaci in vendita. Gli albanesi detengono i piccoli negozi di strada; i georgiani lavorano in un mondo sotterraneo; i rom gestiscono il commercio di metalli e rottami, per conto dei gruppi criminali di Aspropyrgos e Menidi, da dove viene spedito ad Alessandria o a Beirut. Nelle vicinanze, le banchine del Pireo, il più grande porto per container nel Mediterraneo è stato venduto a Pechino nel 2016 per l’equivalente di due settimane di cancellazione del debito. Centinaia di lavoratori, eredi di una tradizione di manutenzione navale che è ancora l’orgoglio di quartieri come Perama e Nikaia, sono le cavie del primo cantiere in Europa sotto il diretto controllo dello stato cinese. Questa Atene finisce ad Acharnon, dove ci si imbatte a piazza Omonia a ovest. Qui ci sono negozi di kebab gestiti da yemeniti e negozi di alimentari di proprietà moldava. I bordelli fiancheggiano le strade dietro il City Plaza, un hotel abbandonato ormai celebre perché ospita centinaia di profughi siriani e afghani. Le moschee, in questa zona, sorgono nelle cantine condominiali.

Nel corso della crisi, la stampa anglofona ha ripetutamente invocato l’antica Atene nei suoi tentativi di ridimensionare il problema della Grecia: la crisi è stata una tragedia, l’estate del 2015 è stata teatro di un sovvertimento della democrazia nel luogo della sua nascita, la strada per la ripresa economica era un’odissea nazionale. Questi luoghi comuni erano utili. Bruxelles e i suoi sostenitori hanno preferito parlare del debito figurativo europeo dovuto all’Atene classica, piuttosto che del debito reale che ha affiancato lo Stato greco alle potenze occidentali da quando ha conquistato l’indipendenza. “Perché è stato qui, 25 secoli fa, sulle colline rocciose di questa città, che è emersa una nuova idea: Demokratia”, ha affermato Obama nel suo ultimo discorso di politica estera consegnato alla Fondazione Stavros Niarchos. “È stato qui che è stato preso il rischio della democrazia”, ha detto Macron pochi mesi dopo in un discorso pronunciato sulla collina di Pnice durante una visita ufficiale. Ma quando si arrivò ai bilanci della seconda guerra mondiale, la maestria storica svanì improvvisamente.

Il più grande lascito della crisi sarà la generazione perduta. Una piccola azienda su cinque ha chiuso i battenti. Quindicimila senzacasa dormono sui marciapiedi ogni sera, raccogliendo il cibo dai cassonetti della spazzatura. (Ci sono tour autorizzati dal Ministero della Cultura per fare safari con turisti nei quartieri devastati dalla crisi insieme ai campi profughi dell’Attica.) Una famiglia su cinque ora fa affidamento su un sistema pensionistico ridotto di un terzo dal 2008. I tassi di suicidio sono aumentati del 35%. L’ultima frontiera dell’austerità è stata distruttiva per Atene, una città dove i tassi di proprietà della casa sono tra i più alti d’Europa – quasi nove greci su dieci possiedono la loro casa. I precedenti governi avevano resistito alle richieste della Troika di perseguire la riscossione dei debiti attraverso il sequestro immobiliare. Syriza al contrario ha fatto diventare la casa di proprietà una tremenda responsabilità, monetizzando 10mila appartamenti solo per quest’anno (una cifra destinata a salire a 50mila entro la fine del 2019). La disoccupazione ha raggiunto il 30% in stagnazione, ma in alcune zone della parte ovest di Atene può raggiungere il 45%.

La crisi ha distrutto la città culturalmente. Quando ho visitato Atene dieci anni fa, quartieri come Pangrati e Ampelokipoi erano popolati da librerie, case editrici, cinema; da allora ne sono rimasti pochi. Alcuni cittadini hanno lasciato Atene durante la crisi per andare a lavorare la raccolta delle olive nei villaggi d’origine. Le storie molto più comuni sono quelle degli ateniesi di mezza età che lavorano come baristi e delle redazioni di giornalisti disposti a passare mesi senza retribuzione. L’Università di Atene è piena di tossici che fumano la sisa, il miscuglio di acido da batteria, shampoo e metanfetamine che è diventata la droga da strada dell’austerità. Il destino di molti residenti greci ora non è così diverso dagli immigrati albanesi e filippini che sono venuti a riempire il settore dei servizi. Ma almeno loro hanno l’opportunità di lasciare il paese: una media di 4mila lo fa ogni mese.

La capitolazione di Tsipras di fronte alla Troika, nel giudizio del referendum del 5 luglio 2015, ha lasciato nella sua scia uno strano vuoto ideologico. Questa è una città dove si avverte l’assenza di futuro. Non è solo che il turismo in Grecia ha confermato la premonizione di Patrick Leigh Fermor che una terra di pescatori era destinata a diventare un paese di camerieri. Il turismo rende più profondi molti dei problemi che si propone di risolvere, la panacea universale che sradica così tanto di ciò che è autentico. Gli hotel a conduzione familiare, sparsi per la Plaka, hanno lasciato il posto a giganteschi alberghi asettici. I negozi di souvlaki vengono sostituiti da juice bar, i vecchi caffè greci da boutique di caffè. Gli ateniesi vengono espulsi in massa dal centro della città da quella che è stata soprannominata la “sharing economy”. Airbnb è una piaga per la città, che sfratta inquilini a lungo termine in cambio di affitti a breve termine e sostiene ulteriormente un’economia del sommerso, per lo più non sottoposta a tassazione. Ciò che un tempo rendeva Atene una delle città più sopportabili d’Europa – una metropoli in cui la classe operaia poteva vivere a pochi passi dall’Acropoli – rischia di diventare un’altra delle curiosità storiche della città.

Per approfondire:

Athens and Attica: Journal of a Residence There di Christopher Wordsworth, 1836

Itinéraire de Paris à Jérusalem di François-René de Chateaubriand, 1964

Erinnerungen und Mittheilungen aus Griechenland di Ludwig Ross, 1863

Das griechische Volk in öffentlicher, kirchlicher und privatrechtlicher Beziehung: vor und nach dem Freiheitskampfe bis zum 31. juli 1834 di Georg Ludwig von Maurer, 1835

The Creation of Modern Athens: Planning the Myth di Eleni Bastea, 1999

Politics and Statecraft in the Kingdom of Greece, 18331843 di John Anthony Petropulos, 1968

History’s Spoiled Children: The Story of Modern Greece di Kostas Kostis, 2018

Strolling through Athens di John Freely, 1991

Heirs of the Greek catastrophe di Renee Hirschon, 1989

The struggle for Greece, 19411949 di Montague Woodhouse, 1976

A new kind of war di Howard Jones, 1989

In Search of a Usable Past: The Marshall Plan and Postwar Reconstruction Today di Barry Machado, 2007

The Greek tragedy di Constantine Tsoucalas, 1969

Greece, Financialization and the EU. The Political Economy of Debt and Destruction di Fouskas, V., Dimoulas, C. 2013

A Happy Future is a Thing of the Past: The Greek Crisis and Other Disasters di Pavlos Roufos, 2019

Questo testo è stato pubblicato sul numero 114 nov/dic 2018 della “New Left Review”.

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