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Diamo il voto ai ragazzini (sì, avete letto bene!)

di Robin Morgan. Traduzione di Paola Splendore

opera di Icy & Sot a Williamsburg, Brooklyn, New York

 

Il paese intero, a eccezione dei legislatori che sono sotto il controllo finanziario della National rifle association, si è commosso per gli scioperi e le manifestazioni degli studenti delle scuole secondarie, e anch’io mi sono commossa. Ma volendo ascoltarli più da vicino e approfondire la loro causa ho capito che è qualcosa di più di una riforma sulle armi da fuoco. Riguarda la possibilità di avere una voce.

Con il passare degli anni, nella realtà in cui vivo, il fattore età si è trasformato quasi in una discriminazione nei confronti delle persone anziane (sì, Tip O’Neill aveva ragione: la politica è sempre locale). Ma naturalmente il fattore età funziona anche nei confronti dei giovani. Perché è il fattore età a essere tirato in ballo da quelli che deridono questi giovanissimi manifestanti, quelli che rigettano la loro ingenuità o, al contrario, la loro audacia – o ambedue. Ma questi ragazzi vanno avanti sulla base di una grande determinazione politica, pacifica e piena di principi, poiché gli stanno negando “la vita, la libertà e il conseguimento della felicità”.

Mi sono poi ricordata che anni fa nel mio libro The Anatomy of Freedom (ora disponibile anche in ebook) avevo già auspicato l’abbassamento dell’età del voto. L’ho preso in mano, ho riletto il capitolo intitolato “Segreti pubblici” e sono rimasta scioccata dallo scoprire quanto fosse ancora rilevante quello che avevo scritto nel 1981. Mi piacerebbe pensare di essere stata profetica e in anticipo sul mio tempo, ma la verità è che certe cose sono cambiate molto poco. Ritengo infatti che dibattiti correnti come quello sulla soppressione del diritto al voto e sull’incremento della manipolazione politica abbiano fornito altre ragioni alla mia proposta di espansione dell’elettorato.

Ecco qui dei brani da quel capitolo, ispirato da conversazioni con mio figlio, all’epoca dodicenne. Questa sezione riguarda la beata ignoranza di chi sta al potere.

Prendiamo ad esempio la questione del voto ai più giovani. Sì, il diritto al voto dei ragazzini. Un diritto negato sulla base di numerosi argomenti, tutti pretestuosi:

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La pace in Irlanda vent’anni dopo

di Riccardo Michelucci

foto di Giuseppe Milo

 

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” In un’Irlanda del Nord che celebra il ventennale dell’Accordo di pace del 1998, questi versi della famosa poesia Act of Union, scritta negli anni settanta dal futuro premio Nobel Seamus Heaney, suonano oggi quasi profetici. Questo importante anniversario poteva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che riuscì a porre fine al più lungo conflitto europeo del dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement che si sono svolte a Belfast nell’aprile scorso sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere seriamente i pilastri fondamentali di quell’accordo.

Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

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Gaza. Ultima chiamata per la libertà

di Cecilia Dalla Negra

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 

L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante”
Mahmoud Darwish

All’epoca, lo chiamarono “Piano per il disimpegno”. Era l’agosto del 2005, e l’allora primo ministro Ariel Sharon ordinava il ritiro unilaterale di 21 colonie israeliane dalla Striscia di Gaza, occupata militarmente nel 1967 in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. E’ probabilmente da qui che occorre ripartire per comprendere cosa siano stati questi 13 anni a Gaza, di cui 11 in condizione di assedio totale. Da quando quel “falco”, salito agli onori delle cronache militari per il pugno duro sempre utilizzato contro i palestinesi, considerato tra i responsabili del massacro di Sabra e Chatila del 1982, decideva che gli oltre 7.000 coloni di Gaza, protetti da altrettanti militari, andavano portati altrove. Un destino diverso rispetto ad altri territori occupati quello riservato ad un frammento sulla mappa che, di lì a poco, sarebbe divenuto la più grande prigione a cielo aperto del mondo. I giornali, in quell’agosto, titolarono usando parole entusiaste. Si parlò di “gesto di coraggio”; di volontà, da parte della leadership israeliana, di avviare quel tanto atteso ritiro dai territori illegalmente occupati, tornando ad un tavolo di trattative rimasto sospeso nella storia. In tanti parlarono di “inizio della pace”. In pochi riconobbero che si trattava, piuttosto, dell’inizio della fine per la Striscia di Gaza.

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“Samouini road” dopo una guerra

di Stefano Savona

disegno di Simone Massi

Samouni Road è il film di Stefano Savona e Simone Massi, le cui immagini illustrano questo numero e che è stato presentato al recentissimo festival di Cannes e ha vinto l’Oeil d’or assegnato al miglior documentario. Ringraziamo Stefano, Simone e Dario Zonta per aver potuto pubblicare questo testo e queste immagini appassionanti.

Sono arrivato a Gaza nel gennaio 2009, quando l’operazione militare israeliana era già in atto da più di due settimane, spinto dal desiderio, nel quale si mescolavano rabbia, incoscienza e non poca ignoranza e presunzione, di combattere una frustrazione. Quella di dover assistere, davanti agli schermi di una tv o di un computer, alla pretesa assurda della quasi totalità dei media occidentali di raccontare un conflitto (il più  asimmetrico dei conflitti nel quale un minuscolo territorio sotto assedio, assimilabile a un campo di rifugiati, viene attaccato militarmente senza esclusione di colpi dalla potenza occupante che per il diritto internazionale avrebbe la responsabilità di tutelarne la sicurezza) interamente dall’esterno, senza nemmeno provare a forzare il divieto d’ingresso nella Striscia di Gaza imposto militarmente dalle autorità israeliane a tutti i giornalisti e il conseguente embargo delle immagini.

Mi sono detto in maniera estremamente naive che valeva la pena di provare a entrare a Gaza dal confine egiziano perché, sapendo come in Egitto molto più che altrove, ogni regola conosca un numero infinito di eccezioni, ero convinto che se una breccia in quel confine si fosse aperta avrei trovato il modo di intrufolarmici. E così è effettivamente stato: mi sono ritrovato nell’ultima settimana di guerra ad essere uno dei pochissimi stranieri all’interno della Striscia e, solo con la mia telecamera, ho potuto filmare, montare e pubblicare giorno per giorno un diario cinematografico del conflitto, dove cercavo di raccontare con i mezzi del cinema documentario quello che accadeva intorno a me.

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Tunisi, un pugno di mosche

di Taddeo Mecozzi

“Servirebbe un’altra rivoluzione”.

“La vita di tutti i giorni era meglio prima della rivoluzione”.

“Abbiamo guadagnato maggior libertà di parola, a volte nemmeno quella”.

“Ci hanno rubato la Rivoluzione”.

“Prima nessuno attraversava col rosso, ora la libertà è poter fare ciò che si vuole”.

“Prima rubava una famiglia sola. Oggi sono tutti Ben-Ali, rubano tutti”.

“Tutti i fedelissimi stanno tornando al loro posto”.

“Non bevevo mai, ora sono al bar tutte le sere, il bar dove vado è un circolo di alcolizzati, dopo la rivoluzione siamo tutti depressi”.

Queste sono solo alcune delle frasi più comuni che si possono raccogliere a Tunisi parlando nei bar e nei caffè. I sentimenti più diffusi sembrano essere frustrazione, rassegnazione, delusione, sfiducia. Il potere è cambiato, dal 2014 è in vigore in Tunisia una nuova costituzione, la libertà di parola è stata sguinzagliata, le manifestazioni, piccole e grandi, si susseguono tutte le settimane.

Lungo il corso principale della capitale, di quando in quando, un gruppo, più o meno nutrito di persone, si riunisce davanti al teatro municipale, sulle scalinate e appena sotto. Tutti insieme brandiscono bandiere e scandiscono cori inneggianti al cambiamento. Dopo qualche mezz’ora di slogan si dirigono verso il Ministero dell’interno, sull’Avenue Habib Bourguiba, intitolata al pater patriae della Tunisia moderna e indipendente. Il Ministero della libertà, come lo chiama qualcuno guardandolo dalla finestra di un bar all’altro lato della strada, è uno scuro complesso grigio, tutto cemento, e dà l’impressione di essere una gabbia. L’edificio occupa un intero isolato a cui da anni, per questioni di sicurezza, non si può più accedere. Il Ministero è infatti circondato da una protezione di transenne, filo spinato e poliziotti.

Intorno e lungo l’Avenue, nel Centre Ville, si alzano invece i bianchi palazzi coloniali voluti dai francesi nella prima metà del novecento.

I manifestanti, arrivati davanti al peggior simbolo del potere, affrontano le transenne e i poliziotti in tenuta nera antisommossa. Qui le manifestazioni vanno avanti ancora diversi minuti prima che le voci si spengano e ognuno torni a casa.

Sette anni fa, quando il 14 gennaio 2011 Ben Alì, dopo 25 anni ininterrotti di potere, ha dovuto abbandonare il paese, la proteste erano iniziate nelle zone dimenticate della nazione.

Le regioni del sud, del centro, Ghafsa, la città mineraria famosa per le sue lotte contro il potere già nel 2008, si erano infiammate fino a raggiungere la periferia della capitale e, finalmente, il cuore della capitale, fino alla cacciata del dittatore.

Oggi come allora, sette anni dopo, sono ancora le regioni più svantaggiate del paese a riprendere la strada per chiedere lavoro e dignità, ma la protesta non ha raggiunto la città. Appena due mesi fa, sui giornali di tutta Europa e in Tunisia, sono comparsi i resoconti e le immagini di manifestazioni e scontri avvenuti in tutto il paese. Talvolta gli scontri con la polizia sono proseguiti o iniziati a notte fonda. Catene alimentari, negozi e commissariati sono stati presi d’assalto.

Quasi mille persone sono state tratte in arresto durante o prima delle manifestazioni. Sembra sia ancora in voga la pratica degli arresti preventivi, ossia il fermo di polizia nei giorni appena antecedenti alle manifestazioni o durante le stesse. Fermo che si protrae fino al termine del periodo caldo.

Di questo vento di protesta nella capitale non si è quasi avuta notizia, se non per qualche sparuto gruppetto di manifestanti che ha sfilato lungo l’Avenue.

Se non fosse stato per i giornali o per le telefonate preoccupate provenienti dall’Europa, nessuno in centro città si sarebbe accorto dell’agitazione che attraversava il paese.

Le proteste in città sono state per lo più organizzate e chiamate dal collettivo Fech-Nestennau. Questo gruppo informale di ragazzi, che si organizza principalmente attraverso Facebook, e attraverso di esso chiama alle manifestazioni, ha invitato i tunisini a scendere in piazza per chiedere l’immediata abrogazione e/o modificazione della legge di bilancio 2018, appena approvata dal Parlamento. La stessa prevede tagli ai servizi pubblici e un aumento delle tasse su un grande numero di generi di consumo. La Tunisia, dopo la rivoluzione, è difatti destinataria di un programma di prestiti da parte del Fondo monetario internazionale il quale chiede in cambio l’attuazione di precise politiche economiche, qui come in molti altri paesi del mondo.

Se sette anni fa la Tunisia era scesa in piazza per liberarsi dalla paura di un sistema poliziesco e repressivo nonché per chiedere migliori condizioni di vita, oggi, secondo il sentire comune, può dire di aver ottenuto solo una più ampia libertà, di parola e di costumi. Il costo della vita impenna ogni anno con tassi d’inflazione elevatissimi e, se una giornata di lavoro può valere tra i 20 e i 40 dinari, il prezzo di una stanza in città può superare i 300 dinari.

Sette anni fa, il panorama politico e istituzionale è stato travolto dalla protesta. Una dittatura monolitica ha lasciato spazio al pluralismo, alla libertà di parola e a una repubblica semipresidenziale. Le istituzioni, pur nella continuità delle persone e dell’amministrazione, sono state profondamente rinnovate nella loro forma e nei loro meccanismi.

Lo stesso non può dirsi per il cambiamento sociale che molti, pur senza formalizzarlo in un pensiero cristallino o in un’ideologia, si aspettavano. Oggi, sette anni dopo la rivoluzione, è stato rivisto il metodo di selezione dei vertici della piramide. La classe dirigente non è più la famiglia del presidente ma viene scelta attraverso elezioni. La piramide è però rimasta in piedi e la vita quotidiana di coloro che ne sono alla base è addirittura peggiorata. Ogni individuo ha oggi molte più responsabilità rispetto alla propria vita, senza che gli siano stati concessi i mezzi per affrontarle. Il risultato è, qui come altrove nel mondo, un’opprimente incertezza. Nessuna significativa forma di redistribuzione della ricchezza alla sua fonte, la proprietà, o al suo risultato, i profitti, è stata messa in atto, così come al di là di elezioni quinquennali nessun potere è stato ridistribuito agli individui perché possano essere davvero responsabili e padroni della propria vita.

E lo stesso accade, in democrazia e in dittatura, ovunque nel mondo, all’apparire, a ogni nuova stagione, di un nuovo movimento che, periodicamente, promette rinnovamento, cambiamento e speranza, per poi lasciare tutti quelli che ci avevano creduto con un pugno di mosche in mano.