pianeta

La salute e la sicurezza dei lavoratori in Italia

di Franco Carnevale

Boris Hoppek

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Preambolo

L’industria attua e ostenta le sue rivoluzioni. Ad oggi se ne contano almeno quattro: la prima, con l’introduzione della macchina a vapore, ha interessato, verso la fine del Settecento, in particolare il settore tessile e quello metallurgico; la seconda convenzionalmente inizia negli ultimi decenni dell’Ottocento grazie all’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio; alla metà del Novecento l’elettronica e le telecomunicazioni fanno scattare la terza rivoluzione industriale. L’industria 4.0 (o Impresa 4.0) caratterizza la quarta rivoluzione industriale la quale si fonda su processi che porterebbero a una produzione industriale automatizzata e interconnessa; essa ha come paradigmi l’utilizzo di dati, il calcolo e la connettività, il ricavo da essi di “valore”, l’interazione tra uomo e macchina e quindi il passaggio dal “digitale” al “reale” e cioè la manifattura additiva, la stampa 3D, la robotica, le comunicazioni, le interazioni tra machina e machina, l’immagazzinamento e l’utilizzazione dell’energia capace di “razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni”.

Come ognuna delle rivoluzioni industriali che si rispetti anche quella digitale oltre che mostrare una storia, un background, annuncia cambiamenti e quindi timori e aspettative di vario genere sui quali molti, ormai da alcuni anni, discutono o mostrano di discutere animatamente. Meno indagato, oppure oggetto di caute proposizioni, limitate a temi generali, appare, anche da parte degli addetti ai lavori, l’impatto della digitalizzazione sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, quelli coinvolti nelle sue varie fasi evolutive, spesso imprecise, e poi nella sua condizione florida, ancora da individuare con maggiore precisione e nella sua estensione.

A proposito del progresso tecnico, sicura fonte di “lavoro attraente”, un generoso quanto imprevidente anarchico militante, nei primi anni del Novecento, scriveva:

Scopo dunque di una società anarchica è di rendere tutti i lavori attrattivi di togliere maggiori fatiche col progresso crescente della meccanica e di far si che il lavoro, vita dell’umanità, sia anche la salute degli uomini. […] E noi risponderemo che la meccanica oggi matrigna e nemica degli operai diventerebbe allora madre benevola e verrebbe ad allievare tante fatiche. E i lavoratori, soli padroni dell’opifici saprebbero portarvi tutti quei provvedimenti utili per la propria salute, e la scienza abbracciando un concetto più umanitario verrebbe a perfezionare l’officina e a renderla pari al laboratorio del professore. Salve, o divina scienza, o anfesibene dei desposti, te saluteranno li scarni operai che sudando nelle officine o nelle miniere, te saluteranno, spirito umanitario, i girovaghi disoccupati che oggi giustamente t’imprecano. Salve, o lavoro umano, che ritemprerai li animi, che rinvigorirai le menti, salve, o ginnastica sublime, te canteranno le future generazioni nella nuova Arcadia della vita (Anonimo, Il lavoro attraente, pubblicato a cura della Redazione del giornale “Il Risveglio”, Firenze, Tip. Guttemberg, s.d., ma circa 1910).

Appare ragionevole assumere il dubbio che si reitererebbe il vaticinio del nostro anonimo anarchico se ci si limitasse a sostenere che la “digitalizzazione” sarà foriera di vantaggi per tutti i lavoratori o almeno per coloro (ma si chiameranno o si vorranno ancora chiamare operai o lavoratori?), pochi, più direttamente coinvolti nel più recente processo di trasformazione tecnologica.

I vantaggi, come si sostiene dai più, ma in primo luogo da parte di consulenti aziendali della prima ora, sarebbero rappresentati sostanzialmente dalla liberazione da compiti pericolosi, monotoni e ripetitivi, dalle nuove forme di cooperazione e di rafforzamento dell’autonomia d’azione, di auto-regolazione decentrata, di “partecipazione” se non di protagonismo. Il dubbio non può essere fugato che da “previsioni” non interessate e poi da dati, fatti e testimonianze frutto di un monitoraggio adeguato, di lungo periodo (le “malattie professionali” per definizione hanno lunghi “periodi di latenza”) che è sperabile si preoccuperà, in tempo reale, di correggere o integrare le sentenze dei vaticinatori di oggi, ma al solito, come è puntualmente successo per le altre rivoluzioni industriali, per qualcuno e per certe cose sarà troppo tardi.

 

Lo stato di salute e di sicurezza dei lavoratori oggi in Italia

Il fenomeno infortunistico e quello delle malattie “professionali” o meglio delle patologie correlabili con le attività lavorative, rappresentato attraverso numeri o indici spesso mutevoli, assurgono ciclicamente all’onore delle cronache, forse più in Italia che in altri paesi, per esprimere, sinceramente da parte di qualcuno, indignazione, insofferenza e anche voglia di cambiamento rispetto a un inossidabile “zoccolo duro” fatto di mutilazioni e di morti.

I dati sugli infortuni che accadono nel nostro paese, nel bene e nel male, provengono quasi esclusivamente da un’unica fonte e sono tenuti principalmente a fini assicurativi, dall’Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro (INAIL); volerli indirizzare ad altri fini (di conoscenza, di prevenzione e di vigilanza/controllo) comporta varie criticità e richiede conseguenti cautele e adattamenti.

Pur dovendo considerare dei limiti originari ai più è apparso e appare necessario utilizzare questi dati che nella versione più aggiornata informano che la serie storica del numero complessivo degli infortuni denunciati prosegue un andamento decrescente. Sono state registrate circa 637 mila denunce di infortuni nel 2015; rispetto al 2014 si ha una diminuzione di circa il 4%; sono circa il 22% in meno rispetto al 2011. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono circa 416 mila, di cui il 18% “fuori dell’azienda” (cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere”). Delle 1.246 denunce di infortunio mortale (erano 1.152 nel 2014, 1.395 nel 2011) quelli accertati “sul lavoro” sono 694 (di cui 382, il 55% “fuori dell’azienda”). Esaminando la suddivisone per dimensione aziendale del complesso degli infortuni riconosciuti (esclusi quelli “in itinere”) accaduti nel 20002015 in “Industria e Servizi”, si conferma la prevalenza di eventi nelle imprese entro i dieci addetti, con qualche punta per le imprese fino a cento addetti relativamente al complesso degli infortuni, punta che si nota meno nel caso degli eventi mortali: il 60% di questi si verifica ogni anno nelle microimprese. Si assiste inoltre a una progressiva tendenza all’aumento del numero di infortuni nelle donne rispetto agli uomini, di entità molto più rilevante negli eventi “in itinere”. Relativamente agli eventi mortali si evidenzia come la distribuzione per comparto, nel periodo 20102015, abbia le costruzioni nettamente in testa con un quarto degli eventi, seguite da agricoltura, trasporti e metalmeccanica. Considerando i dati disponibili, in riferimento agli altri paesi europei, la posizione dell’Italia non appare peggiore considerando gli infortuni totali mentre è pessima se si considerano gli infortuni mortali.

Le denunce di malattia “professionale”, nonostante l’importante riduzione di quelle classiche che hanno imperversato nel “secolo del lavoro”, sono state nel 2015 circa 59 mila (quasi mille e 500 in più rispetto al 2014), con un aumento di circa il 24% rispetto al 2011; ne è stata riconosciuta la causa “professionale” nel 34% dei casi; il 63% delle denunce è per malattie del sistema osteomuscolare, principalmente a carico della colonna e degli arti superiori (cresciute del 46% rispetto al 2011), quelle stesse che avrebbero dover avuto un contenimento con la disseminazione di alcune misure “ergonomiche”. I lavoratori deceduti nel 2015 con riconoscimento di malattia professionale sono stati 1.462 (il 27% in meno rispetto al 2011), di cui 470 per silicosi/asbestosi, principalmente per tumori correlati con l’amianto (l’85% è con età al decesso maggiore di 74 anni); un numero questo che in assoluto è superiore a quello dei deceduti per infortuni. I disturbi psichici riconosciuti nel 2013, in qualche modo relazionabili con lo “stress da lavoro”, nonostante il gran parlare che se ne fa, sono pochissimi (37 casi nel 2013, di cui 20 “disturbi dell’adattamento cronico” e 4 “disturbi post traumatici da stress cronico”. Ci sono differenze “normali” nella denuncia e nel riconoscimento delle malattie “professionali” e sono legate alle diversa distribuzione delle attività produttive e quindi dei rischi ma alcune differenze hanno entità e caratteristiche tali da far pensare che in alcuni territori si “cercano” patologie che in altri vengono invece ignorate o sottovalutate. La “provenienza lavorativa” delle malattie “professionali” riconosciute è prevalentemente industriale (16.544 casi, 77,2%) così distribuite: costruzioni: 3.067 (14,3%); servizi: 1.558 (7,3%); metalmeccanica: 1.469 (6,9%); sanità: 797 (3,7%); industria tessile: 605; commercio: 534; trasporti: 403; industria del legno: 301; industria chimica: 225. In riferimento al genere risulta di gran lunga più frequente quello maschile (72,9%) mentre i nati fuori di Italia sono rappresentati con il 6,3%.

È indubbio che si è verificata una progressiva riduzione delle “classiche” malattie “professionali” tra i lavoratori nativi dei paesi a economie di mercato forte, dove per altro sono cessate molte attività manifatturiere con impiego di metalli e di solventi. Ciò non ha significato la definitiva scomparsa di danni alla salute, ma solo una ennesima modifica del profilo nosografico di queste popolazioni con forme di sofferenza.

In Italia, come in altri paesi permangono dei rischi “sociali” per la salute che si intrecciano o esaltano quelli prettamente lavorativi, gli infortuni e le malattie da lavoro. Negli ultimi decenni si è assistito al miglioramento della salute della popolazione generale, l’aspettativa di vita è aumentata, la mortalità si è ridotta, così come la morbosità che è diminuita per buona parte delle patologie in termini di incidenza, di prevalenza e di impatto sulla qualità della vita. Non tutti i cittadini però hanno beneficiato nella stessa misura di questi progressi; persistono importanti differenze: quanto più si è ricchi, istruiti, residenti in aree non deprivate, e in generale dotati di risorse e opportunità socioeconomiche, tanto più si tende a presentare un profilo di salute più sano. Povertà materiale e povertà di reti di aiuto, disoccupazione, lavoro poco qualificato, basso titolo di studio sono tutti fattori, spesso correlati tra loro, che minacciano la salute di individui di alcuni strati sociali che così risultano doppiamente “svantaggiati”. Mano a mano che si risale lungo la scala sociale gli indicatori di salute migliorano secondo quella che viene chiamata legge del “gradiente sociale”; tra gli uomini in Italia, negli anni Duemila, si osservano più di cinque anni di differenza nella speranza di vita tra chi ha continuato a fare l’operaio non qualificato per tutta la sua vita lavorativa rispetto a chi è diventato dirigente, con aspettative di vita crescenti salendo lungo la scala sociale; il rischio di morire cresce con l’abbassarsi del titolo di studio; chi ha un diploma ha un rischio di morire maggiore del 16% rispetto a un laureato, chi ha la licenzia media del 46%, chi ha quella elementare del 78%. In Italia le disuguaglianze di salute sono più intense nelle regioni del Sud che in quelle del Nord e questa variabilità indica che c’è qualcuno che ha saputo o potuto far meglio di qualcun altro e quindi che queste diseguaglianze sono modificabili e quindi “evitabili” (G. Costa, Cosa sappiamo della salute disuguale in Italia? http://www.disuguaglianzedisalute.it/?p=2616).

È da segnalare inoltre che secondo alcune indagini comparative svolte a livello europeo negli ultimi anni la situazione dell’Italia appare più favorevole di quella di altri paesi in tema di disuguaglianze sociali nella salute. Per spiegare questo risultato vengono invocate alcune risorse “protettive” tipiche del paese, come la dieta mediterranea, il sostegno della rete familiare, il ruolo del servizio sanitario nazionale, qualche altro vantaggio conquistato nei decenni passati sul campo e poi divenuto “diritto acquisito”. Ma viene anche facilmente ipotizzato che questi “privilegi” relativi possano venir meno a causa della crisi economica, per la diffusione e cronicizzazione della disoccupazione e della precarietà lavorativa, per l’impoverimento delle persone e delle famiglie e per le conseguenze delle misure di austerità che contemplano in primo luogo il ridimensionamento dello stato sociale, soprattutto nel campo dei servizi alla persona bisognosa.

I fenomeni appena delineati sono di tendenza, di carattere generale e possono in ogni momento escludere o far retrocedere gruppi o singoli lavoratori anche in società apparentemente strutturate o considerata solide e solidali. Molte sono tuttavia le nubi all’orizzonte e tra queste la patologia del “non-lavoro”, della disoccupazione che colpisce in misura sempre maggiore gli strati più deboli della popolazione ma non solo queste.

 

Cosa è successo ai lavoratori delle precedenti rivoluzioni industriali?

Giovanni Berlinguer (19242015) discutendo del processo che indubbiamente ha portato al miglioramento delle condizioni di lavoro individua tre periodi storici di più intenso significato. Quello caratterizzato dall’opera di Bernardino Ramazzini (16331714) da collocare temporalmente alle origini del secolo dei Lumi che tutto sommato inaugura una fase durante la quale si accrescono le conoscenze del problema, ma risultano carenti le iniziative per farvi fronte. Questo periodo nel nostro paese arriva e oltrepassa gli eventi legati all’Unità d’Italia. Un secondo che si colloca tra la fine del XIX e il primo decennio del secolo successivo che vede come protagonisti alcuni studiosi “appassionati e valorosi”, alcuni pubblici amministratori e quindi, direttamente, dei lavoratori e organizzatori sindacali. Un terzo periodo i cui prodromi sono da ricercare agli inizi degli anni Sessanta del Novecento con decisivi movimenti “dal basso” e realizzazioni “non rituali” che si sviluppano in maniera travolgente per un decennio e oltre.

Una valutazione esclusivamente “tecnica” o per lo meno in carenza di immediati riferimenti “politici” del rapporto tra progresso tecnico e salute dei lavoratori la aveva proposta Enrico Vigliani (19071992), all’epoca influente direttore della Clinica del Lavoro di Milano e consulente di importanti aziende produttive. L’occasione è il torrenziale Congresso internazionale di studio sul progresso tecnologico e la società italiana in trasformazione tenutosi a Milano dal 28 giugno al 3 luglio del 1960 promosso dal Comune di Milano e dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale (CNPDS) sotto il patrocinio del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR) i cui atti verranno pubblicati in 8 volumi, alcuni dei quali in più tomi. L’ultimo di questi volumi raccoglie i contributi sugli aspetti igienico-sanitari; nella sintesi svolta in quella occasione da Vigliani si argomenta come non solo esista uno stretto parallelismo fra le curve esprimenti il progresso tecnologico di un paese e l’allungamento della vita media dei suoi abitanti, ma come esista pure un rapporto fra il progresso tecnologico raggiunto e la distribuzione percentuale delle cause di malattia e di morte; quindi l’autore asserisce:

Nel passato molti progressi sono stati compiuti senza alcun riguardo per l’igiene e senza alcun pensiero per le possibili conseguenze dannose delle innovazioni tecnologiche. Ne sono un triste esempio le epidemie di silicosi occorse dopo l’introduzione dei sistemi di perforazione pneumatica delle rocce, i casi di berilliosi nelle fabbriche di tubi fluorescenti, le dermatiti e i cancri cutanei dei primi radiologi. Oggi la coscienza igienica è molto più diffusa e la tossicità di nuove sostanze o nuovi composti viene studiata prima che essi vengano prodotti o lavorati in scala industriale. Vi sono quindi le condizioni per ritenere che in generate il progresso tecnologico avrà una benefica influenza sulle condizioni di igiene ambientale e sulla frequenza delle malattie professionali. Nella semi-automazione e nella automazione gli operai non verranno quasi più a contatto con macchine o con sostanze tossiche; le condizioni ambientali necessarie per l’automazione escludono inoltre che vi possano essere nell’atmosfera polveri o vapori o gas tossici in quantità da nuocere alle persone. L’igiene e la sicurezza saranno quindi aumentate. Tuttavia sarà possibile l’insorgenza di nuove malattie professionali, in concomitanza con l’inizio di nuove tecniche lavorative. La medicina del lavoro deve rimanere vigilante e orientarsi sempre di più in senso preventivo, studiando e combattendo per tempo ogni pericolo, cosa che del resto si sta già facendo largamente nel settore della produzione e impiego delle radiazioni ionizzanti.

Alcune delle considerazioni del famoso medico del lavoro, sia quelle precedenti che alcune di quelle che seguono, sembrano ripercorrere concetti espressi dall’anonimo anarchico di sopra, ma quelli positivi si riferiscono a situazioni non certo numerose di qualche industria che invece, come è noto, risultano ben distanti dall’esperienza della maggioranza dei lavoratori di piccole e medie industrie che sono risultati protagonisti del “boom economico” italiano. È da notare come in tutti questi casi, quelli più antichi e anche quelli attuali, non vengono nominate le organizzazioni sindacali e che i lavoratori risultano essere soggetti passivi in processi dominati da aziende e tecnici.

A causa delle numerose innovazioni comportanti impiego di mano d’opera specializzata, più rigide misure di igiene, maggiore interesse per i problemi psicologici, il medico del lavoro e lo psicologo avranno, nelle industrie del futuro, una importanza ancora maggiore dell’attuale, poichè si tratterà di conservare in perfetta salute fisica e mentale un personale altamente qualificato, al quale sono affidati compiti di elevata responsabilità. Per conseguire questo scopo, la collaborazione dei medici e degli psicologi con i dirigenti, i tecnici e i lavoratori dovrà essere tanto più stretta, quanto più il progresso tecnologico sarà avanzato. […] In questo complesso cambiamento di sistemi di lavoro, di ambienti di lavoro, di preparazione tecnica di lavoratori e di dirigenti, di rapporti umani, di clima sociale e morale della azienda, i medici e gli psicologi del lavoro possono avere una parte assai importante, a fianco dei tecnici e dei dirigenti. Essi possono consigliarli e indirizzarli a trovare quelle condizioni e quegli accorgimenti che rendono l’innovazione tecnologica bene accetta ai dipendenti e al tempo stesso ne salvaguardano e ne migliorano la salute fisica e mentale e quindi il benessere e la produttività.

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Le manipolazioni della ricerca scientifica e la salute pubblica

di Enzo Ferrara

Harald Naegeli

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Il glifosato, “Le Monde” e il marketing

La difesa della salute di tutti e di ciascuno si sta facendo piuttosto complicata se siamo giunti al punto in cui nella letteratura scientifica si coniano definizioni con prerogativa immorale come quelli di “scienza in difesa del prodotto” e “manipolazione del dubbio scientifico”. La strategia consiste soprattutto nel gettare discredito sulle affermazioni di nocività di sostanze pericolose, costruendo insiemi di dati artefatti ma capaci di introdurre volutamente visioni contraddittorie nel dibattito. È usata con grande successo dai principali inquinatori e dai produttori di sostanze pericolose su scala mondiale per opporsi alle leggi nazionali e internazionali di protezione dell’ambiente e della salute pubblica. L’ultimo caso è stato quello del glifosato prodotto dalla Monsanto, il pesticida più usato in assoluto in agricoltura, classificato come genotossico, cancerogeno per gli animali e probabile cancerogeno per gli umani dalla Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro – la Iarc di Lione – ma che viene ancora sparso sui campi d’Europa e del mondo; l’Italia lo ha bandito solo in parte. L’industria ha sferrato un attacco addirittura contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità, coadiuvata dalla Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) e dalla Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (Echa). Queste ultime hanno prodotto rapporti meno problematici sul glifosato, ma con intere parti identiche ai documenti industriali (si vedano i dossier di Le Monde del 2017 sui Monsanto papers), addirittura rimestando accuse di parzialità e scorrettezza del comitato Iarc che si era occupato della monografia sul glifosato. In caso di pericolo per il commercio di un prodotto sospetto, occorre mettere in discussione la validità delle prove scientifiche che spingono il legislatore a prevenirne l’uso e se questo non è possibile va anche bene gettare discredito sugli autori di quelle stesse prove.

Ci volle molto tempo per ridurre a ragionevolezza il mondo occidentale sulla nocività del fumo di tabacco – la principale causa singola di morte al mondo. L’industria (Camel, Marlboro, Philip Morris), che ha spostato le vendite nei paesi emergenti, è riuscita per decenni a impedire serie restrizioni legislative usando tecniche di marketing, di finanziamento mirato e di denigrazione degli studi contrari ai propri interessi. In particolare, l’attività “scientifica” in difesa del tabacco riuscì a lungo a confutare gli effetti nefasti del fumo passivo (Lisa A. Bero, Tobacco industry manipulation of research, in Late lessons from early warnings, Eea Report 1/2013).

La stessa strategia è tuttora usata da produttori e utilizzatori di amianto, benzene, berillio, cromo, piombo, plastiche e dai costruttori di autovetture diesel: tutti prodotti non solo pericolosi ma cancerogeni conclamati.

La pratica negazionista è stata ed è ancora un ostacolo centrale nel dibattito sul riscaldamento globale; è così comune che è in pratica impossibile che una ricerca scientifica sfavorevole alla grande industria non trovi una contro-risposta all’avvicinarsi di un iter legislativo. La produzione di incertezza è anche un business: sono numerose le organizzazioni di consulenza che offrono attività di scienza “in difesa del prodotto” o “a sostegno della controversia”. Come implicano i termini usati dagli stessi consulenti, queste attività di scientifico e disinteressato hanno poco, non producono conoscenze a favore della salute pubblica, anzi le confutano per proteggere gli interessi delle corporation.

Lo scorso 10 ottobre, “Le Monde” ha raccolto alcuni articoli su questi argomenti in occasione della pubblicazione di Lobbytomie, di Stéphane Horel (La Découverte, Parigi 2018) un libro che descrive le tecniche manipolatorie usate dall’industria: una sorta di lobotomia collettiva condotta dalle lobby, per mantenere sul mercato prodotti nocivi. Il quotidiano francese riporta episodi significativi come quello del professor Michel Aubier, pneumologo, primo cattedratico condannato per aver mentito davanti a una commissione parlamentare e per aver celato il proprio conflitto di interessi. Nel 2015 era stato designato dal direttore degli ospedali parigini a rendere davanti al Senato francese un parere tecnico sui costi dell’inquinamento atmosferico. L’impatto dei motori diesel, secondo Aubier, sarebbe trascurabile, valutabile fra i 2 e i 5 milioni di euro a fronte di un costo totale annuo causato dall’inquinamento atmosferico variabile da 69 a 97 miliardi di euro. Un’indagine congiunta di “Libération” e “Le canard enchaîné” ha però rivelato un accordo di consulenza continuativa di Aubier con la Total, che durava dal 1997, mentre dal 2007 lo stesso Aubier era componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Total. Il cattedratico ha ribadito l’indipendenza del suo giudizio, mai inficiato dall’essere stato per più di vent’anni stipendiato da un’azienda petrolifera: “è scientificamente provato che il 90 % dei tumori polmonari sono dovuti al fumo” – si è difeso. È vero, ma fra quel 10 % che resta, vi sono anche da 40mila a 42mila decessi prematuri attribuiti all’inquinamento atmosferico in Francia. Il procuratore gli ha ricordato che la sua testimonianza aveva instillato seri dubbi nel Senato sulla pericolosità dei motori diesel, mentre era palese che la Total, pagandolo per decenni, avesse fatto un investimento redditizio.

Sullo stesso numero di “Le Monde”, il danese Philippe Grandjean – fra i più autorevoli studiosi al mondo sugli impatti dell’inquinamento sulla salute – spinge oltre il proprio ragionamento, arrivando a definire la tendenza attuale al pari di un vero e proprio utilizzo della scienza come strumento di marketing. L’inquinamento delle acque in Veneto per il rilascio dei cosiddetti Pfas (Sostanze Perfluoro Alchiliche come il téflon, usate per i rivestimenti impermeabilizzanti e antiaderenti presenti anche negli utensili da cucina) preoccupa per la loro diffusione e persistenza, con pericoli per l’equilibrio endocrino-ormonale della popolazione colpita, soprattutto dei più giovani. Negli Usa Grandjean è stato perito tecnico in una causa sull’inquinamento da Pfas fra lo stato del Minnesota e la multinazionale chimica 3M. Secondo la 3M l’esposizione agli Pfas non è nociva, affermazione sostenuta da pubblicazioni relative a studi condotti su operai esposti a dosi elevate di perfluorati. Al processo tuttavia Grandjean ha mostrato i dati completi degli studi osservando che per le pubblicazioni erano stati selezionati solo quelli favorevoli all’industria. Fra le carte, è emerso un documento aziendale che invitava a fare pubblicazioni, ma soltanto nel caso in cui i risultati non portassero pregiudizio alle politiche d’impresa sulla sicurezza dei propri prodotti.

Che i risultati della ricerca siano fortemente condizionati dalle attese di chi li commissiona è indubbio. Poiché la ricerca scientifica è in gran parte in mano ai privati e poiché questi prima di ogni altro preliminare fanno firmare ai ricercatori documenti giuridici con obbligo di riservatezza sui risultati acquisiti – che significa impossibilità di pubblicare risultati senza consenso del committente – è chiaro lo squilibrio che si determina nel numero di pubblicazioni favorevoli o contrarie alla definizione di nocività di un prodotto. L’interpretazione dei dati sperimentali da parte di scienziati che hanno un conflitto di interessi deve essere evidenziata non per creanza ma per non trasformare, come temuto da Grandjean, l’attività di studio in marketing.

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Salute e sicurezza: una prospettiva internazionale

di Laurent Vogel

Olek

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Riprendiamo l’intervento di Laurent Vogel, ricercatore a Bruxelles presso l’European Trade Union Institute – Etui (Research Unit Health and Safety, Working Conditions), sulle sfide che attendono il mondo del lavoro in materia di sicurezza e prevenzione con una prospettiva sovranazionale, registrato il 27 novembre 2018 al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Brescia durante il convegno: “Nuovi spazi per la cultura della sicurezza sul lavoro. I linguaggi della prevenzione”, organizzato da Osmer (Osservatorio sul mercato del lavoro e sulle relazioni collettive) e Musil (Museo dell’industria e del lavoro). È necessario continuare a riflettere su tutti i luoghi in cui è possibile promuovere la cultura della sicurezza e della prevenzione così come sui linguaggi attraverso cui diffondere la sensibilità su di essi, superando i toni emergenziali usati nei casi di infortuni e delle troppe morti sul lavoro. Fra questi luoghi devono necessariamente esserci le scuole di ogni ordine e grado e, in particolare, le università. I temi della sicurezza e della prevenzione fanno parte a pieno titolo del bagaglio culturale moderno e, perciò, devono essere integrate nella didattica, nella ricerca e nelle attività che correlano i luoghi di studio innanzitutto con il territorio e le comunità e poi con le istituzioni, le imprese e le parti sociali – trascrizione di Enzo Ferrara.

Grazie per avermi invitato a Brescia a parlare in un’aula dell’Università a studenti di Giurisprudenza e di Economia. Sono particolarmente felice di trovami con voi per due ragioni: la prima è che quando ero io a studiare giurisprudenza, tanti anni, fa rimanevo sempre frustrato per il fatto che le questioni di salute e sicurezza fossero considerate come un’appendice molto piccola del diritto del lavoro. Sembravano un’appendice tecnica, senza nessuna teoria, senza nessuna ricerca, come se si trattasse di materia amministrativa che si doveva studiare per superare gli esami e che però non aveva vera importanza. Invece, nella vita reale, il fatto di non perdere la vita per ciò che accade sui luoghi di lavoro è qualcosa di tremendamente importante e che purtroppo vede ogni giorno nuove vittime e nuove malattie. Questa mia considerazione può sembrare, tristemente, una banalità, eppure le risposte del diritto che noi stavamo studiando all’università erano veramente povere. Si diceva in sostanza: “C’è una legislazione che si deve applicare e che sfortunatamente non è sufficientemente applicata”. Non c’era mai una riflessione sul perché la legislazione – che esisteva e continua a esistere e svilupparsi – non era pienamente applicata. Purtroppo, il fatto che esista una legislazione dedicata alla sicurezza sul lavoro, che è spesso perfino ambiziosa, ma che non viene applicata integralmente dalle imprese o è applicata in modo poco efficace, rimane una questione reale, sia in Italia, sia negli altri paesi europei, come anche nel resto del mondo.

La seconda ragione che mi rende felice di essere qui è che quando ho cominciato a studiare e poi a lavorare sugli argomenti di salute e sicurezza, mentre all’università ho imparato pochissimo ho poi imparato quasi tutto dall’Italia. Perché dalla fine degli anni ‘60 fino ad almeno metà degli anni ‘80 dello scorso secolo, l’Italia è stata sicuramente il paese più all’avanguardia sulle tematiche di salute e sicurezza. Lo è stata per le lotte sindacali e sociali, non è stata un’iniziativa dello Stato né dei giuristi. Lo è stata perché nelle fabbriche e nelle strade la questione della salute sul lavoro era diventata una priorità. In questi giorni, domenica scorsa per esempio, ci sono state in diversi paesi europei manifestazioni centrate sul tema della violenza contro le donne. Lo slogan usato oggi è “non una di meno”. In quell’epoca l’idea che dovesse esserci “non uno di meno” era legata alle morti sul lavoro.

 

L’evoluzione delle condizioni di lavoro; determinanti sociali, politici e tecnologici

In Italia si è creata anche una terminologia che continua a essere molto significativa: si parla per esempio di “omicidi bianchi” per indicare i morti sul lavoro. Non è una questione tecnica. Non è una questione di fatalità. Le morti e le malattie causate dal lavoro dipendono invece da un rapporto sociale che va cambiato con diversi strumenti. Per questo, fra i tanti possibili, vorrei focalizzare l’attenzione su tre elementi principali. Il primo elemento è quello della evoluzione delle condizioni di lavoro in Europa che hanno un impatto immenso sulle crescenti disuguaglianze sociali di salute nelle diverse parti del mondo. In Europa abbiamo disponibili moltissime inchieste, possiamo provare a fare degli studi e possiamo vedere come le condizioni di lavoro sono una condizione determinante, direi anzi strutturale, delle condizioni di salute. Un elemento insomma molto importante per le nostre vite. Viviamo in una società dove ci sono tante diseguaglianze, nella scuola, nell’abitazione, nel carcere, nei redditi e in tante altre questioni, ma una di queste diseguaglianze è quella che si esplica addirittura con un maggiore rischio di morte e di danni alla salute derivanti dalle condizioni di lavoro, che sono perciò un fattore determinante delle diseguaglianze sociali.

Fra i determinanti sociali delle condizioni di salute vi è anche un fattore politico, molto importante. Non è qualcosa in più che si sovrappone ai determinanti sociali della salute; il fattore politico fa parte di questo insieme multifattoriale e interagisce permanentemente con gli altri determinanti. Vista l’attuale tendenza reazionaria dell’Europa, credo che se si vuole fare prevenzione, si deve anche pensare criticamente ai fattori politici, all’assetto politico della società europea. Questo pensando di dover necessariamente fare i conti con ipotesi di riattivazione delle mobilitazioni sociali attorno al tema fondamentale del lavoro.

Tutti voi avrete a breve qualche esperienza nel mondo del lavoro. Ne avrete sempre di più negli anni prossimi. Allora la questione che dovrete affrontare è come fare per proteggere le vostre vite su un luogo di lavoro che condizioni politiche e sociali rendono non solo non facilmente accessibile ma addirittura sfavorevole al benessere. La questione insomma è cosa si può fare per rilanciare la tutela del mondo del lavoro nel campo della salute.

Si può partire da una rappresentazione della situazione, mostrando i risultati di un lavoro collettivo che abbiamo raccolto tre anni fa, quando abbiamo pubblicato con più di quaranta colleghi un volume sui rischi nel mondo del lavoro a livello internazionale (A. Thébaud-Mony, P. Davezies, L. Vogel, S. Volkoff, Les risques du travail. Pour ne pas perdre sa vie à la gagner, La Découverte, Paris 2015). Si può partire da ricerche collettive come questa sull’evoluzione delle condizioni di salute e sicurezza nel mondo del lavoro per proporre strategie politiche e sociali tali da poter migliorare la prevenzione sul continente europeo e anche a livello mondiale.

Partiamo dalle diseguaglianze sociali di salute. Un elemento fondamentale, quando si parla di salute e sicurezza, è che non si tratta di materia tecnica, non è una questione biometrica. Certamente, ci sono aspetti tecnici e ci sono aspetti medici e altri ancora ma l’elemento principale da cui partire è che salute e sicurezza sui luoghi di lavoro sono un fattore di diseguaglianza nella società. Se prendiamo i tumori professionali, sappiamo perfettamente che il rischio non è lo stesso in funzione della categoria sociale, del posto occupato nella gerarchia dell’impresa. Per un manager i rischi di tumore professionale sono bassi, invece per un operaio dell’edilizia o per una donna che fa le pulizie i rischi sono alti e a volte altissimi. Così l’elemento dal quale dobbiamo partire è che se non si presta attenzione alla sicurezza, se non c’è una tutela efficace della salute, qualunque cosa facciamo non potrà che contribuire alla creazione e al mantenimento di un mondo diseguale su un terreno fondamentale che è quello della vita. Non è una cosa da poco essere diseguali quando si tratta delle nostre vite.

Per analizzare meglio questo dato, per calcolare come il lavoro contribuisce alle diseguaglianze sociali di salute, ci sono almeno tre dimensioni da considerare. Purtroppo, troppo sovente la prevenzione si ferma alla prima dimensione che è quella delle condizioni di lavoro materiali in senso stretto. Oltre ai fattori materiali – come l’interazione con dei prodotti chimici o con un macchinario – ci sono poi anche quelli immateriali, legati per esempio a un certo orario o a una certa intensità del lavoro. In genere si fa buona prevenzione sui primi, sui fattori materiali – non abbastanza ma su questi almeno si fa prevenzione – mentre sui secondi, i fattori immateriali, la prevenzione si fa ma è già più complicata.

Poi ci sono le condizioni di occupazione, che non sono elementi neutrali rispetto alla salute e alla sicurezza. Se io sono interinale o, peggio ancora se sono un bracciante africano in Italia senza documenti di soggiorno, anche se conosco i rischi lavorativi la mia possibilità di difendermi è bassissima. Alcuni anni fa viaggiavo in Sicilia su un treno dove ho incontrato alcuni ragazzi senegalesi; abbiamo incominciato a parlare, erano diplomati, uno era infermiere. Facevano la raccolta delle arance, così siamo arrivati a discutere dell’esposizione ai pesticidi, e mi hanno raccontato che non era successo a loro ma che ad alcuni dei loro compagni era accaduto di subire conseguenze molto gravi. Così ci siamo poi incontrati sui loro luoghi di lavoro e siamo andati insieme a parlare con il loro padrone, che era un piccolo produttore italiano. Gli abbiamo spiegato la storia dei pesticidi e della loro pericolosità. Per lui tutto era nuovo, il prodotto però gli sembrava efficace per far crescere bene le arance. Così i ragazzi gli hanno spiegato i rischi che correvano, soprattutto il ragazzo diplomatosi da infermiere spiegava che si trattava di sostanze pericolose, che contaminavano anche l’acqua che dovevano bere. Insomma che in quei campi le condizioni di lavoro erano drammatiche. Mi hanno poi detto che dopo la mia partenza il proprietario è tornato in casa poi è uscito di nuovo ma con un fucile in mano e ha detto loro “cosa volete, il lavoro o che vi ammazzo?”. Questo è un esempio piccolo e parzialissimo, ma drammaticamente dimostra come le condizioni di occupazione possono aumentare o ridurre la possibilità di difendere la propria salute nel lavoro.

pianeta

I paradossi della crisi europea

di Enzo Traverso

traduzione di Saverio Esposito

Riproproniamo da “Lo Straniero” n. 191 del maggio 2016 un saggio di Enzo Traverso che ci sembra importante far conoscere ai nostri lettori in vista delle parlamentari europee.

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 61 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il processo di unificazione europea attraversa oggi una crisi profonda, la più grave dal momento della sua nascita agli inizi degli anni cinquanta. In meno di un anno, a partire dalla crisi greca e subito dopo da quella dei rifugiati, l’Unione ha mostrato il suo volto di Medusa, così spaventoso che, guardandolo, si rischia di restarne pietrificati. Non c’è più nessuno che si illuda su un’istituzione che, invece di incarnare un’idea federalista, è diventata un guscio vuoto quando non oggetto di battute e di sarcasmi. I soli a rivendicarne ritualisticamente le virtù sono i membri di una classe politica altamente discreditata, che sembrano non aver più cultura né valori e che, più dichiarano di credere nell’Unione Europea, più la squalificano, anche quelli tra loro, maschi o femmine, che non hanno mai avuto simpatia per l’antieuropeismo conservatore, nazionalista, xenofobo.

La xenofobia cresce dovunque, come succede sempre in tempo di crisi, quando l’assenza di un’alternativa politica credibile crea un vuoto riempito solo dalla paura, dal ripiegamento identitario, dall’egoismo più ottuso, dalla ricerca di un capro espiatorio. La crisi dei rifugiati va avanti da mesi in circostanze sempre più drammatiche ed è la vistosa dimostrazione di tutto questo. Accogliere i nuovi paria è un dovere etico e politico, innanzitutto perché, oltre a ogni considerazione di ordine umanitario, questi migranti sono in fuga da guerre che sono nostre, che sono il risultato della destabilizzazione del Vicino Oriente e di una parte dell’Africa, in paesi che sono piombati nel caos per via delle guerre occidentali, che li hanno balcanizzati distruggendo i loro stati e le loro economie, spezzando equilibri etnici e religiosi già precari, nati un secolo fa con la spartizione coloniale delle spoglie dell’Impero ottomano. Su tutto questo, nessun leader europeo ha il coraggio di dire la verità e di assumere le sue responsabilità.

Un discorso di verità dovrebbe cominciare ricordando alcuni dati elementari. L’Europa ha bisogno di migranti, ne ha bisogno per sopravvivere, per bloccare il declino demografico, per mandare avanti le sue fabbriche, i suoi laboratori, i suoi servizi, dunque per mantenere il suo potere economico, per pagare le pensioni di una popolazione sempre più vecchia, per aprirsi al mondo globalizzato. Tutti gli osservatori ripetono questa evidente, banale constatazione, ma le sole misure coordinate su scala continentale di cui i nostri leader sono stati sinora capaci sono state la chiusura delle frontiere, la militarizzazione delle coste, l’espulsione dei sans-papiers, la moltiplicazione dei centri di permanenza che funzionano come luoghi anomici di umiliazione e di miseria. L’Europa considera i suoi immigrati come una minaccia al punto di rifiutare in più paesi di naturalizzare gli “stranieri” nati sul suo suolo ed educati nelle sue scuole, al punto di promulgare leggi che mirano a stigmatizzare i suoi cittadini di religione musulmana.

Questa mancanza di visione e di coraggio ha reso i nostri leader politici corresponsabili del massacro che si compie giorno per giorno nel Mediterraneo. Fino a oggi le loro discussioni non hanno mai riguardato il modo di accogliere questa massa di persone in movimento che fuggono da regioni devastate da guerre che noi abbiamo provocato ma solo il modo di impedire che li lascino. Qualche centinaio di migliaia di rifugiati, intorno a uno o due milioni, sono poca cosa in un continente che ha più di 500 milioni di abitanti, sono niente in rapporto a quanto avviene oggi in paesi più piccoli e più poveri come il Libano, la Giordania o la Tunisia. Questa crisi è servita soltanto a rimettere in discussione i trattati di Schengen, a provocare la chiusura delle frontiere in seno all’Unione, a rivelare la totale incapacità dei nostri governi di trovare una soluzione coordinata. Sembra di essere tornati alla conferenza di Evian del 1938, quando le potenze occidentali dimostrarono la loro assenza di volontà ad accogliere i rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. Nessuno li voleva, e gli argomenti a cui si ricorse per respingerli erano stranamente simili a quelli di oggi: la crisi economica, la mancanza di strutture di accoglienza, l’opinione pubblica contraria… La storia si ripete e i memoriali dell’Olocausto moltiplicatisi in Europa nei due ultimi decenni servono solo a dimostrare l’ipocrisia delle nostre istituzioni.

La crisi europea di questi anni è fatta di contraddizioni e di paradossi. Il primo è facilissimo da constatare e viene dal fatto che il vecchio mondo non è mai stato, nel corso della sua storia, così unito e compiuto come è oggi, nel momento in cui gli Stati minacciano di chiudere le proprie frontiere. Eppure per milioni di giovani sui vent’anni, le frontiere non significano più molto. Hanno studiato in più paesi dove si sono fatti degli amici, in cui viaggiano e di cui imparano le lingue. I loro scambi si intensificano e quando si incontrano non si vivono come stranieri, le differenze culturali che li caratterizzano non le considerano degli ostacoli ma fonti di reciproco arricchimento.

Insomma le nuove generazioni hanno scoperto il significato più nobile della parola “frontiera”, quello di un luogo di incontro invece che di separazione.

L’esperienza cosmopolita dell’Europa, riservata un tempo a un’élite di privilegiati o, sotto aspetti assai meno gratificanti, di lavoratori migranti, è oggi un fenomeno di massa. In altri termini, l’unità europea esiste già, anche se non ha niente a che vedere con la retorica di Bruxelles né coi discorsi razzisti e islamofobi sull’Europa “giudaico-cristiana”. Esiste nel suo tessuto antropologico e culturale. Dunque la crisi dell’Europa attuale non è la crisi dell’integrazione sovranazionale delle società da cui è composta ma nasce dal rifiuto compatto, e sempre più radicale, che viene dalle sue istituzioni politiche. L’ascesa dei movimenti xenofobi che rivendicano il ristabilimento delle frontiere, la fine della moneta unica e la restaurazione delle sovranità nazionali non fanno che sfruttare questo rifiuto proponendogli una traduzione politica regressiva. Chi vota per questi movimenti vuole prima di tutto levare la sua voce contro la “cricca” di Bruxelles. La crisi europea è una crisi politica.

È dunque alle élite politiche che bisogna guardare. La differenza che le separa dai loro antenati è, da questo punto di vista, impressionante. Il contrasto è così forte che, per reazione, non si può che provare una certa ammirazione per quei vecchi conservatori che sono stati giubilati quali padri spirituali dell’Europa. Non mi riferisco a quegli intellettuali che, come Altiero Spinelli, hanno immaginato una federazione europea nel momento in cui il vecchio mondo stava sprofondando nella guerra, penso agli artefici delle nostre attuali istituzioni, agli Adenauer, De Gasperi, Schuman…

pianeta

Pensare l’Africa con Achille Mbembe

di Livia Apa

Freddy Sam

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Anche in Italia, in forte ritardo rispetto a molti altri paesi europei, viene finalmente tradotto da Meltemi l’importante saggio Sortir de la grande nuit, scritto del camerunese Achille Mbembe nel 2010, esattamente cinquant’anni dopo l’indipendenza delle colonie francesi. Uno strano ritardo visto che nel 2005 la stessa casa editrice aveva pubblicato Postcolonialismo, in un momento in cui il nostro paese sembrava ancora più impermeabile di oggi a quanto si pensa e produce nel continente africano. Si tratta, come dicevo, di un libro importante innanzitutto per il modo in cui, con una scrittura accattivante che vince gli angusti limiti della scrivere accademico, Mbembe delinea i tratti del ruolo che l’Africa si appresta ad avere dentro la contemporaneità globale, e lo fa ricorrendo a una potente capacità di rileggere e riconfigurare spazi teorici importanti come quelli della critica post-coloniale e decoloniale, rinnovando così il dialogo con il presente del continente ma soprattutto con l’immaginazione del suo futuro.

In realtà la lente attraverso cui Mbembe attraversa e rinnova questi due spazi teorici è quella del pensiero anticoloniale, non solo per i continui riferimenti ai mentori di quel movimento, primo fra tutti Frantz Fanon, ma per il modo in cui l’anticolonialismo diventa, nella sua riflessione, il momento a partire dal quale si fa imprescindibile pensare il rapporto fra le varie parti del mondo e il rapporto soprattutto tra l’occidente e gli antichi spazi colonizzati. Per riuscire a realizzare quest’obbiettivo Mbembe ci invita pagina dopo pagina a fare un appassionante viaggio in cui, partendo dalla sua esperienza personale, e attraversando il suo rapporto con la teoria critica, riflette sull’ex colono, la Francia, mettendo a fuoco la sua incapacità di liberarsi e uscire dal labirinto dell’orizzonte coloniale mettendo in atto strategie di auto-decolonizzazione.

È su questo punto, infatti, che si agglutina la riflessione di Mbembe. La Francia, come le altre potenze coloniali, non riesce a decolonizzare se stessa fondamentalmente perché consuma il suo non essere più il centro del mondo (come peraltro fa tutto l’Occidente) in una strategia difensiva di controllo delle frontiere atte a relegare ancora una volta l’Altro in uno spazio di non iscrizione nella contemporaneità. Ed è qui che Mbembe mi pare operare un importante scarto teorico. Sebbene egli sia erroneamente definito un pensatore postcoloniale, in realtà, pur riconoscendone l’importanza, prende una fondamentale distanza da quella tradizione di studi proprio perché essa ha riflettuto soprattutto sul rapporto tra il sé e l’altro, rapporto che però, come lui ci dice, viene meno a partire dal momento in cui la costruzione dell’altro perde di centralità proprio visto che l’Occidente non è più il centro del mondo, ma continua a sentire il bisogno di gestire una relazione di potere da ciò che è a lui dissimile. Il progetto teorico di Mbembe compie uno scarto quindi, richiamando l’attenzione e lo sguardo sul rapporto del sé con se stesso, mettendo l’accento sull’importanza di localizzare e situare la propria esperienza del mondo.

Questo scarto è decisivo non solo per l’Europa, ma anche per l’Africa perché riporta l’attenzione non più sul nostalgico recupero di forme di società che rivendichino e cristallizzino vaghe idee di tradizione e ancor più vaghi richiami a valori identitari, ma perché recupera quello che è stata la profonda lezione dell’anticolonialismo inteso come un movimento di liberazione globale che ha voluto creare innanzitutto una nuova forma di realtà : “se esiste un ‘eredità intellettuale, morale e politica del nazionalismo africano per la quale valga la pena spendere forze nella condizione attuali è quella così definita, quella del messaggio di gioia di un grande avvenire universale equamente aperto a tutti gli uomini e a tutte le nazioni” come si può leggere nell’epilogo del volume. Il monito è rivolto anche all’Africa quindi, un appello a re-immaginare il proprio futuro “in relazione” al resto del pianeta. Da qui può ripartire uno sguardo sull’oggi, che può dare una spinta a “quello che si può fare domani” come scrive Mbembe, nel continente e fuori di esso.

Emergere dalla lunga notte è un libro fortemente situato, un libro militante e poderosamente politico che apre il cammino alla riflessione che porterà nel 2013 a Critique de la raison nègre, un elogio della ragione negra intesa come lato oscuro del sapere illuminista, per poi approdare nel 2016 a Politique de l’inimitié, entrambi ancora inediti in Italia. Attraversa frontiere disciplinari ed evoca pioneristicamente temi (la città africana, la lingua e la cultura, il genere, il conflitto, la frontiera) che sono oggi, quasi dieci anni dopo la sua pubblicazione, al centro della teoria critica globale. Nonostante la struttura coerente e coesa del volume, ognuno dei sei capitoli di cui esso si compone può essere letto autonomamente ed è curioso che l’intervista che viene presentata in appendice al volume appare datata, per il modo in cui è condotta, diversamente dal libro.

Chiudo con una riflessione. È interessante notare come nell’accademia la ricezione del pensiero di Achille Mbembe si sia soprattutto limitata alla parte in cui egli riflette sull’Europa in chiave appunto post-coloniale, cioè sul rapporto tra ex potenze colonizzatrici e spazi colonizzati. Resterebbe però forse da esplorare la (fondamentale) dimensione della sua riflessione che si situa appunto dentro il sapere prodotto nel continente africano e che mi sembra essere il terreno da cui il brillante pensatore camerunese alimenti il suo ragionare. Oltre agli altri suoi importanti libri ancora inediti forse sarebbe auspicabile cominciare a prender in considerazione tutta una tradizione di saperi costituita da autori che oltre e insieme a Mbembe oggi pensano dall’Africa, non solo l’Africa ma il pianeta.

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