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Che fare quando il mondo va in fiamme

di Roberto Minervini

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Una riflessione sul concetto di razza in America dal regista di Louisiana (The Other Side) e Stop the Pounding Heart.

Nei miei film precedenti ho raccontato storie del Sud americano che si sono svolte in forme inaspettate sotto i miei occhi. Ho documentato aree dell’America di oggi dove i semi della rabbia reazionaria e anti-istituzionale (cui il paese deve la presidenza di Donald Trump) erano già stati piantati, anche se in pochi si erano presi la briga di accorgersene. Questa volta ho voluto scavare ancora più a fondo, alle radici della disuguaglianza sociale nell’America di oggi, concentrandomi sulla condizione degli afroamericani.

Lavorando con diverse comunità africane americane della Louisiana meridionale, siamo riusciti ad avere accesso a quartieri e comunità di New Orleans off-limits per i più. Mi sono presto reso conto che la maggior parte delle persone era stata segnata da due pagine drammatiche della storia recente – le conseguenze dell’uragano Katrina del 2005 e l’uccisione di Alton Sterling per mano della polizia nel 2016 –, riconducibili entrambe alla negligenza istituzionale, alle disparità sociali ed economiche, al forte razzismo endemico. Mossa dalla collera e dalla paura, la gente cercava un’occasione per raccontare a voce alta le proprie storie.

La mia speranza è che What You Gonna Do When the World’s on Fire? (Che fare quando il mondo è in fiamme?) susciti un dibattito necessario sulle attuali condizioni dei neri americani che, oggi più che mai, assistono all’intensificarsi di politiche discriminatorie e crimini motivati dall’odio.

 

Di che si parla

Estate 2017, una serie di brutali uccisioni di giovani afroamericani per mano della polizia scuote gli Stati Uniti. Una comunità nera del Sud americano affronta gli effetti persistenti del passato cercando di sopravvivere in un paese che non è dalla parte della sua gente. Intanto le Black Panther organizzano una manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia.

 

Le Black Panther

Le Black Panther sono un gruppo rivoluzionario che non ha certo bisogno di presentazione, e che dalla sua formazione nel 1966 ha svolto un ruolo fondamentale nel movimento per i diritti civili. Tuttavia, mezzo secolo dopo, gli africani americani continuano a essere testimoni di un apparato statale che perpetua una cultura della paura e dell’aggressione, con frequenti e ingiustificate dimostrazioni di violenza e oppressione razziale.

L’ipersegregazione degli africani americani è stata – ed è tuttora – un fattore che ha alimentato con forza la mobilitazione politica dei neri, mirata a migliorare le loro condizioni sociali. Questa mobilitazione politica è la ragione per cui i movimenti rivoluzionari neri non hanno mai cessato di esistere, nonostante la loro inattività negli anni ottanta. Oggi il Partito (detto “Nuovo partito delle pantere nere per l’autodifesa”) conta membri in tutti gli Stati Uniti, in Europa e in Africa. Le sue roccaforti sono negli Stati del Sud (Louisiana e Texas) e in Sudafrica.

Per lungo tempo le Black Panther hanno rifiutato qualsiasi partecipazione a film e documentari, diffidando delle motivazioni propagandistiche e sensazionalistiche dei media. Tuttavia, dopo diversi incontri a porte chiuse con la troupe, l’attuale capo del partito, Krystal Muhammad, ha accettato di partecipare a questo film. Da allora ci è stata data la rara opportunità di assistere in diretta alle attività delle Pantere, dalla militanza politica ai servizi sociali per la comunità, all’opera di sensibilizzazione. Eravamo presenti quando le Pantere hanno condotto un’inchiesta sul linciaggio e decapitazione di due giovani neri di Jackson, Mississipi, colpevoli di stare con donne bianche. Siamo stati al loro fianco mentre marciavano per le strade di Baton Rouge, Louisiana, per protesta contro l’omicidio di Alton Sterling per mano della polizia. Abbiamo raggiunto un livello di reciproca comprensione che le Black Panther, a riprese concluse, hanno riconosciuto. Il film riflette questo legame.

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Il duro Messico di López Obrador

di Lucia Capuzzi

murale di Sego

 

Dodici anni fa, esperti e media si affrettavano a dichiarare il “decesso politico” di Andrés Manuel López Obrador. Non avevano fatto i conti, però, con l’essenza surrealista del Messico, per citare André Breton. Oltre 4mila giorni dopo, l’eterno candidato, reduce da due batoste consecutive, ha conquistato il “trono dell’aquila”, come lo scrittore Carlos Fuentes chiamava la poltrona presidenziale. E l’ha fatto con il 53 per cento dei voti, divenendo il leader più votato nella storia del Paese, nonché il primo esponente della sinistra a ottenere tale carica, tanto che alcuni analisti hanno parlato di “quarta rivoluzione”, dopo l’indipendenza dall’impero spagnolo, la riforma di fine Ottocento e l’insurrezione del 1910. E, in effetti, Amlo – come lo chiamano i messicani – ha incentrato la propria campagna sul cambiamento. Una necessità più che una scelta politica. Il Paese è giunto al punto-limite.

Due terzi del territorio nazionale e interi pezzi di istituzioni sono in mano al crimine organizzato. Trecentomila morti, 40mila desaparecidos e decine di migliaia di sfollati interni è il bilancio – sempre incompleto – del conflitto invisibile in cui si dibatte. E che è cominciato proprio con la “prima sconfitta” di López Obrador. Allora – era il 2006 – il rivale conservatore Felipe Calderón si impose per un soffio, mezzo punto percentuale. Amlo non riconobbe i risultati e diede vita a un’ostinata protesta, terminata mesi dopo in un nulla di fatto. Proprio la necessità di legittimarsi, però – sostengono vari esperti – avrebbe spinto Calderón a dichiarare la sua “guerra alla droga”, mai menzionata prima dell’insediamento e proseguita dal successore, il liberista Enrique Peña Nieto. Una strategia dal forte effetto simbolico, fallita tragicamente nella pratica.

La lotta esclusivamente militare – attraverso il dispiegamento delle Forze armate – ai narcos si è rivelata un boomerang. In assenza di misure per arginare la corruzione dilagante e distruggere la loro rete di connivenze politiche, economiche e sociali, le mafie hanno risposto all’aggressione intensificando la violenza. Il risultato è l’attuale bagno di sangue. Secondo il noto intellettuale Jean Meyer, mai si era vista tanta violenza dalla Rivoluzione del 1910. Non solo. La campagna elettorale – la più violenta di sempre, con 133 politici assassinati prima del voto – ha fatto salire ulteriormente il livello d’allarme. È in atto un salto di qualità delle organizzazioni criminali. Queste si sono rese conto che possono lottare per il potere politico, imponendo i propri uomini all’interno delle amministrazioni.

Amlo, dunque, ha vinto perché ha saputo incarnare l’ansia di riscatto e di trasformazione generata nei messicani dalla stessa gravità della situazione. Certo, per farlo ha dovuto dismettere i panni del “Messia tropicale”, come l’aveva definito lo storico Enrique Krauze, indossati nel 2006 e di nuovo nel 2012, quando perse contro Enrique Peña Nieto, per indossare quelli del leader progressista ma pragmatico – sebbene con qualche venatura populista – più vicino alla social-democrazia che al “caudillismo” classico. Il suo modello sembra Lázaro Cárdenas – storico presidente nazionalista del dopo-Rivoluzione – piuttosto che Hugo Chávez. Capace di costruire una coalizione ampia quanto eterogenea, in cui convive la sinistra radicale e la destra evangelica ultra-conservatrice. E disposto, all’indomani del voto, a invocare la riconciliazione nazionale, in modo da ampliare ulteriormente la propria base di sostegno.

In realtà, la stessa misura del successo – sostiene il politologo Leonardo Curzio – “condanna” Amlo all’inclusività. Non solo lui ha ottenuto una vittoria dal margine inedito. Il suo partito – Movimiento de regeneración nacional (Morena) – si è guadagnata la maggioranza in Parlamento. È un tipico caso di “democrazia delegativa”, in cui i cittadini assegnano un mandato amplissimo al presidente per uscire dal tunnel. Amlo sa che la gente non gli perdonerà il fallimento. Per risolvere il “dramma Messico” dovrà, però, negoziare. All’interno come in ambito internazionale.

Il suo è un progetto ambizioso. Per liberare il Paese dalla morsa criminale, López Obrador intende mettere in atto una strategia non militare bensì sociale. Con un programma di pacificazione che include la creazione di una “commissione verità” e un sistema di giustizia speciale. Quest’ultimo, nel mettere al centro le vittime, dovrebbe prevedere meccanismi non giudiziali – ovvero pene alternative al carcere – per i cosiddetti “pesci piccoli”.

Bambini, adolescenti, contadini e anziani entrati nel circuito delle mafie – di cui sono al contempo carnefici e vittime – dovrebbero avere accesso a un tipo di giustizia riparativa, sull’esempio di quanto sperimentato in Sudafrica e, ora, in Colombia.

I media, al riguardo, hanno parlato di “amnestia per i narcos”; in realtà, i boss e loro alleati politici ed economici non godranno di alcun beneficio ma saranno giudicati in base al sistema ordinario. Al contrario, il ricorso alla giustizia riparativa per favorire il disarmo e la smobilitazione spera di sottrarre al crimine la propria base sociale. Dando alla bassa manovalanza criminale alternative al Kalashnikov, con borse di studio e corsi di formazione per quanti vi aderiranno. In aggiunta, ispirandosi all’Italia, il presidente eletto vuole presentare una legge nazionale per la confisca e il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Il tutto dovrebbe partire subito dopo l’entrata in carica, il primo dicembre. Nel frattempo, i narcos stanno approfittando del periodo di transizione per regolare quanti più conti possibili e acquisire ancor più potere. L’intermezzo, dunque, si profila quanto mai cruento, soprattutto per attivisti, giornalisti e sacerdoti, le categorie maggiormente a rischio.

La ricostruzione interna dovrà procedere, inoltre, di pari passo con una nuova linea continentale. Il Messico non è un Paese qualunque della regione: è la chiave d’accesso della porta “latina” per la Casa Bianca. Nel bene e nel male, i suoi destini sono legati all’ingombrante vicino, con cui condivide 3.200 chilometri di frontiera e un intreccio di relazioni economiche imprescindibili per entrambi. Le boutade di Donald Trump – dal muro ai “bad ombre” – hanno esasperato i messicani. E spinto López Obrador a divenire il rappresentante dell’orgoglio nazionale ferito dal tycoon. Ora, però, il neoeletto dovrà riuscire a muoversi sul sottile crinale tra la necessità di “rispondere a tono” alle provocazioni e quella di dialogare con Trump. Cosa non facile. Tanto più che i dossier aperti sono incandescenti: dalle modifiche al Trattato di libero scambio (Nafta) al nodo delle migrazioni.

Trump è un avversario imprevedibile, e Amlo dovrà riuscire a esserlo altrettanto, o, per parafrasare Carlos Fuentes – dovrà sapere creare problemi. Poiché “il Messico e l’America Latina prosperano solo se si dedicano a creare problemi”. “Il punto forte del Messico e di tutta l’America Latina – diceva il defunto scrittore – è l’incapacità di amministrare le proprie finanze. Insomma siamo importanti perché creiamo problemi agli altri”.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

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Il ritorno della segregazione nelle scuole degli Stati Uniti

di Francesca Nicola

murale dell’artista Strøk

 

Domenica 11 marzo 2018 la storica trasmissione televisiva della Cbs 60 minuti ha mandato in onda un’intervista della conduttrice Lesley Stahl a Betsy DeVos, politica e attivista statunitense e dal 2017 segretario dell’istruzione degli Stati Uniti all’interno dell’amministrazione Trump.

L’intervento è stato giudicato da molti un vero e proprio disastro. DeVos ha fatto fatica a rispondere a domande molto semplici, ad esempio perché le scuole del Michigan, lo Stato in cui è nata e cresciuta, siano molto peggiorate dopo l’introduzione delle politiche legate alla scelta scolastica in favore delle quali si è da sempre battuta. Alla richiesta se avesse mai fatto visita a una di quelle scuole per scoprire cosa fosse andato storto, DeVos ha orgogliosamente rivendicato: “Non ho volutamente mai visitato le scuole che stanno ottenendo risultati inferiori agli standard previsti”. Un’affermazione che ha generato un coro pressoché unanime di critiche.

Il segretario dell’istruzione non è del resto nuovo al biasimo collettivo. Ovunque vada è attesa da manifestanti pronti a fischiarla e a rimproverarle principalmente il fatto che, come ben raccontato dal “New York Times”1, abbia da subito concepito il proprio mandato con un’impronta nettamente religiosa, arrivando a definire la riforma dell’istruzione “una strada per avanzare nel regno di Dio”.

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Diamo il voto ai ragazzini (sì, avete letto bene!)

di Robin Morgan. Traduzione di Paola Splendore

opera di Icy & Sot a Williamsburg, Brooklyn, New York

 

Il paese intero, a eccezione dei legislatori che sono sotto il controllo finanziario della National rifle association, si è commosso per gli scioperi e le manifestazioni degli studenti delle scuole secondarie, e anch’io mi sono commossa. Ma volendo ascoltarli più da vicino e approfondire la loro causa ho capito che è qualcosa di più di una riforma sulle armi da fuoco. Riguarda la possibilità di avere una voce.

Con il passare degli anni, nella realtà in cui vivo, il fattore età si è trasformato quasi in una discriminazione nei confronti delle persone anziane (sì, Tip O’Neill aveva ragione: la politica è sempre locale). Ma naturalmente il fattore età funziona anche nei confronti dei giovani. Perché è il fattore età a essere tirato in ballo da quelli che deridono questi giovanissimi manifestanti, quelli che rigettano la loro ingenuità o, al contrario, la loro audacia – o ambedue. Ma questi ragazzi vanno avanti sulla base di una grande determinazione politica, pacifica e piena di principi, poiché gli stanno negando “la vita, la libertà e il conseguimento della felicità”.

Mi sono poi ricordata che anni fa nel mio libro The Anatomy of Freedom (ora disponibile anche in ebook) avevo già auspicato l’abbassamento dell’età del voto. L’ho preso in mano, ho riletto il capitolo intitolato “Segreti pubblici” e sono rimasta scioccata dallo scoprire quanto fosse ancora rilevante quello che avevo scritto nel 1981. Mi piacerebbe pensare di essere stata profetica e in anticipo sul mio tempo, ma la verità è che certe cose sono cambiate molto poco. Ritengo infatti che dibattiti correnti come quello sulla soppressione del diritto al voto e sull’incremento della manipolazione politica abbiano fornito altre ragioni alla mia proposta di espansione dell’elettorato.

Ecco qui dei brani da quel capitolo, ispirato da conversazioni con mio figlio, all’epoca dodicenne. Questa sezione riguarda la beata ignoranza di chi sta al potere.

Prendiamo ad esempio la questione del voto ai più giovani. Sì, il diritto al voto dei ragazzini. Un diritto negato sulla base di numerosi argomenti, tutti pretestuosi:

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La pace in Irlanda vent’anni dopo

di Riccardo Michelucci

foto di Giuseppe Milo

 

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” In un’Irlanda del Nord che celebra il ventennale dell’Accordo di pace del 1998, questi versi della famosa poesia Act of Union, scritta negli anni settanta dal futuro premio Nobel Seamus Heaney, suonano oggi quasi profetici. Questo importante anniversario poteva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che riuscì a porre fine al più lungo conflitto europeo del dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement che si sono svolte a Belfast nell’aprile scorso sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere seriamente i pilastri fondamentali di quell’accordo.

Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.