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Tempesta in arrivo in Argentina

di Lucia Capuzzi

murale di El Marian

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Per prima cosa, scompaiono le etichette dei prezzi nei supermercati: è il cassiere a dire l’importo, in base al valore di giornata del dollaro. Nella guida non scritta alle crisi argentine, questo è il segnale di “tempesta in arrivo”. La gente lo sa. L’ha imparato con l’esperienza dei tracolli repentini accumulati dal Paese nell’ultimo mezzo secolo. Alla ricomparsa dei cartellini, al contrario, segue un sospiro di sollievo collettivo. È quanto accade in questi giorni a Buenos Aires e dintorni. Chissà quanto durerà, si domandano le persone. Almeno, per ora, però, il dollaro ha smesso di crescere e s’è assestato intorno ai 40 pesos.

Il dollaro, già. A parte gli Usa, l’Argentina è l’unica nazione in cui il biglietto verde è l’ossessione nazionale. Appena svegli, i cittadini non controllano la propria valuta, ovvero il peso, bensì le quotazioni del dollaro. Quando questo sale, i prezzi lo seguono e l’economia comincia a scricchiolare; quando impenna, la rottura s’avvicina. Il perché di tale circolo vizioso non è immediatamente comprensibile agli osservatori stranieri. “Da noi, una variazione del cambio ha un impatto immediato sui prezzi. È una peculiarità argentina che deriva dalla sua crescita irregolare” – spiega il sociologo Gabriel Puricelli del Laboratorio de políticas públicas di Buenos Aires. “Dati i continui tonfi dell’economia e relativa distruzione del valore della moneta nazionale, i cittadini hanno smesso di considerarla come una riserva. Chi può risparmia in dollari. Al minimo accenno di crisi, la maggioranza degli attori economici calcola i propri costi futuri in biglietti verdi, non in pesos. I supermercati, dunque, si precipitano ad attualizzare, cioè ad aumentare, i prezzi in base al rialzo del dollaro, anche se il costo di produzione della merce resta invariato”.

Ecco perché le recenti “montagne russe del peso” hanno cominciato a pesare non poco sulle tasche dei settori popolari, con un incremento della povertà del’1,6 per cento nel primo semestre del 2018. E la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi mesi.

Per capire come la Repubblica del Plata – terzo produttore mondiale di miele, soia, aglio e limoni, il quarto di pere, mais e carne, il quinto di mele, il settimo di mais e olii, l’ottavo di anacardi – si sia infilata nell’ennesimo vicolo cieco, è necessario fare un passo indietro al 2015 quando l’attuale presidente, il liberale Mauricio Macri, vinse le elezioni con la promessa di “rimettere i conti in ordine”. Quello precedente, guidato da Cristina Fernández de Kirchner, gli aveva lasciato un’eredità difficile, con alta inflazione – per quanto i dati ufficiali non venissero diffusi – e il deficit al 7 per cento. La gestione macrista, però, ha finito per aggravare la crisi invece che risolverla. A causa di un “eccesso di ottimismo”. O di leggerezza. Una lezione importante, anche fuori dall’America Latina.

Prima, c’è stata la liberalizzazione improvvisa del cambio peso-dollaro, appena entrato in carica Macri, che ha fatto schizzare l’inflazione al 40 per cento. Poi, s’è aggiunto il crescente indebitamento con l’estero, nella convinzione che l’inizio di un ciclo espansivo avrebbe consentito il pagamento di far fronte alle pendenze. Ciò non è accaduto. Al contrario, l’aumento dei tassi di interesse negli Usa ha prosciugato gli investimenti nei mercati emergenti.

L’Argentina, così, si è trovata a dover ricorrere al Fondo monetario internazionale, l’unico possibile finanziatore relativamente a buon mercato. E l’ha fatto non una ma due volte. La prima a giugno, per ottenere un prestito di 50 miliardi di dollari in tre anni. La seconda a fine agosto, per accelerare i pagamenti e ottenere un bonus di 7 miliardi extra.

Un’arma a doppio taglio. Per gli argentini, il ricorso al Fmi rievoca l’incubo del 2001, quando il Paese non riuscì a pagare il conto di anni e anni di debiti contratti con il beneplacito del Fondo. In cambio dell’aiuto, inoltre, Macri ha promesso un rigido piano di austerità per fare ordine nelle finanze pubbliche. Il drastico pacchetto si muove su due direttrici. Primo, tagliare il tagliabile. Dai ministeri, passati da 22 a 11, agli investimenti pubblici, dai sussidi per elettricità e trasporto, ai salari degli statali, alle assunzioni nella pubblica amministrazione. L’altro pilastro è l’aumento del gettito fiscale, ovvero delle tasse, in primis quelle sulle esportazioni, abolite sull’onda dell’ottimismo post-elettorale.

Tali misure saranno sufficienti a evitare un “corralito-bis?”. Difficile rispondere ora: a differenza del 2001, le banche sono solide. L’Argentina, dunque, potrebbe resistere alla bufera. Di certo, però, a pagare il conto della crisi, sono e saranno i settori più fragili. Una parte importante della popolazione. Al terzo dei cittadini poveri, si somma un ulteriore 10 per cento che rischia di diventarlo alla prima congiuntura negativa. Oltretutto, gli effetti maggiori delle oscillazioni del cambio sui prezzi si vedranno nel corso dei prossimi mesi – almeno 12 –, in cui si prevede una contrazione del pil del 2,4 per cento. Per gli analisti, dunque, la povertà si incrementerà di almeno 34 punti percentuali. Al contrario, per l’1 per cento più ricco della popolazione – i cui capitali sono in dollari -, la svalutazione rappresenta una straordinaria opportunità: in pratica i proventi moltiplicheranno di valore senza alcuno sforzo. Insomma, la crisi – in Argentina ma non solo – non è democratica.

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Raqqa e Daesh, un anno dopo

di Domenico Chirico

murale di Murad Subay (Yemen)

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Raqqa era una delle due capitali dell’Isis (che chiameremo con l’acronimo arabo Daesh). Era una città di circa mezzo milione di abitanti nel cuore della Mesopotamia. Bagnata dal fiume Eufrate e circondata da terre fertili. Raqqa è stata una delle prime città a liberarsi da Assad, insorgendo contro la dittatura. Ma nel giro di poco tempo sono stati i gruppi più radicali a prendere il sopravvento, finché non è stato Daesh che ha scalzato tutti e ha reso la città una delle capitali del Califfato.

Raqqa è stata rasa al suolo, come Berlino durante la seconda guerra mondiale. La coalizione internazionale ha voluto punire il luogo da dove sono state pianificate molte battaglie e dove sono stati ideati alcuni attentati in Europa, come quelli di Parigi.

Durante la battaglia c’erano sotto le bombe solo tre ong che prestavano aiuto ai civili feriti, tra cui Un ponte per… con la Mezza Luna Kurda. Le persone fuggivano sulle due strade principali di uscita dalla città e trovavano una villa trasformata in una clinica in cui c’erano medici e infermieri pronti a stabilizzare i feriti, dare le prime cure e caricare le ambulanze per chi aveva bisogno del più vicino ospedale. Cinque ambulanze erano al fronte, pronte a evacuare i civili feriti subito. Vita e morte si avvicendavano velocemente in quei giorni. A volte si riuscivano a salvare vite umane, altre se ne constatava la fine, senza avere il tempo di pensarci. Come sempre donne, anziani e bambini erano in fuga. Dall’alto costantemente si sentivano gli spari e i bombardamenti. Un giorno un intero palazzo abitato dai pochissimi cristiani rimasti in città durante Daesh è stato evacuato. Operazione complicatissima da svolgersi durante la battaglia. Le ambulanze in prima linea portarono via 10 famiglie. Fantasmi di Raqqa salvati. Un altro giorno miliziani di Daesh travestiti da militari delle forze regolari sono arrivati alle porte della villa-ospedale da campo ed hanno aperto il fuoco contro pazienti e medici. Un famoso giornalista kurdo è morto così, mentre provava a raccontare quel pezzo di storia. Gli altri, per fortuna si salvarono. I medici che erano lì quel giorno hanno ancora gli occhi pieni di orrore.

Un anno fa Raqqa è stata liberata. Del circa mezzo milione di abitanti che vivevano in città e nell’area sono rientrate subito centomila persone. Meglio parlare di centomila anime stanche di sfollare e vivere nei campi profughi. Stanche di errare disperatamente tra un fronte e l’altro di una guerra che si trascina da 8 anni. E tutte hanno sfidato il divieto di rientrare nonostante le autorità locali avessero avvertito che Daesh aveva lasciato la città piena di mine e trappole esplosive. Così i mesi dell’autunno sono passati a ricostruire case e rifugi di fortuna e a contare le persone che saltavano sulle mine. E i medici hanno spostato la clinica dalla villa di periferia al cuore della città. Ogni giorno 300 persone, per lo più donne e bambini, sono in fila per avere cure di base che non dà più nessuno gratuitamente. Ci sono un paio di centri privati che chiedono tanti soldi e non esiste più un servizio sanitario pubblico. Ci si ammala per la guerra e ci si ammala semplicemente perché non ci sono più medici da cui andare quando se ne avrebbe bisogno. E poi molti sono fuggiti all’estero o altrove. La classe media in queste guerre è la prima ad avere possibilità e risorse per scappare. E spesso per non tornare. Così le infermiere e gli studenti di medicina vengono promossi medici sul campo. Paziente dopo paziente migliorano le loro capacità operative. Non c’è tempo per studiare e per fermarsi.

A Raqqa da mesi ogni giorno si spara. Il nuovo ordine egemonizzato da kurdi con alcuni clan arabi e protetto da americani e francesi non va bene a tutti. Alcuni gruppi sparano ogni giorno ai militari che presidiano la città. Alcuni leader politici sono stati uccisi a sangue freddo. Gli equilibri sono molto fragili e ci sono forze come i turchi e il regime di Damasco che non hanno nessun interesse a che si stabilizzi l’area. E soffiano sul fuoco. Come se i siriani non ne avessero visto già abbastanza di fuoco.

A Raqqa abbiamo aperto un ospedale il 16 Settembre. È sorto sulle macerie del vecchio complesso ospedaliero pubblico, usato da Daesh come base e raso al suolo dagli aerei americani. In uno stabile ancora parzialmente in piedi abbiamo ricostruito un intero reparto di maternità e pediatria. Perché a Raqqa continuano a nascere bambini e a crescerci. E sono centinaia, nonostante la guerra, la fame, la violenza e l’incertezza. E ogni giorno arrivano le statistiche della vita che rifiorisce. E della vita che viene strappata alla morte perché spesso un parto sicuro può salvare madri e figli.

Da qui bisogna partire per fermarsi e ragionare. In queste terre c’è stato Daesh e prima la mano violentissima della dittatura di Assad. E poi tonnellate di bombe per cancellare tutto e tutti. I giovani sono pochi, chi ancora al fronte, chi fuggito, chi sfollato in luoghi più sciuri. Mentre appunto migliaia sono i bambini. La vita rinasce ma i frutti e i segni di anni di violenza sono tutti ancora presenti.

Nella narrativa internazionale sembra invece che, finita la battaglia contro Daesh, sia finita anche l’emergenza. E invece comincia esattamente ora l’emergenza. Quella di ricostruire un tessuto di dialogo, civile, di vita comune. Quella di ridare luce alle strade e futuro alle migliaia di minori che continuano a nascere e a crescere. Su questo pochi ascoltano. Investire in cultura, educazione, sanità in Siria sembra troppo rischioso. O è troppo presto. O gli equilibri sono troppo fragili. C’è sempre un buon motivo per rimandare. Ma quando avranno diritto queste persone a ricostruirsi una vita? Solo nell’aldilà o è possibile anche per loro avere una scuola decente e non bombardata dove portare i loro figli?

Ed è qui che a Raqqa ma anche a Mosul la comunità internazionale sta venendo meno. Sta pensando che non sia urgente lavorare sulle speranze di una vita nuova e migliore. Daesh sembra sconfitto, anche se in realtà la battaglia è ancora in corso nella città di Deir el-Zor. E in realtà il fuoco cova ancora sotto la cenere. Magari ha un nome diverso ma il risultato è lo stesso. Ancora c’è violenza.

Dopo la seconda guerra mondiale il Piano Marshall permise, per sostenere il dominio delle super potenze, di far ripartire l’Europa. E anche di lavorare su alcuni dei principi base della riconciliazione e della pace: gli scambi culturali, il perdono, la lettura (più o meno) comune della storia. Non tutto ha funzionato, evidentemente. Dopo 60 anni i fantasmi del fascismo sono di nuovo alle porte, più violenti e disumani che mai. Ma in Siria nessuno sta pensando a un piano Marshall e si pensa solo al contenimento del danno. E alle bombe ancora da sganciare per poi negoziare eventuali accordi di pace tra le superpotenze che dirigono il conflitto: Russia, Iran, Israele, Stati Uniti, paesi del Golfo e altre comparse minori.

E negli occhi dei siriani a Raqqa, delle persone normali che ci vivono, invece vedi solo il desiderio di pace. Di urlare: basta! Pace e convivenza per vinti e vincitori, vittime e carnefici. I siriani più intelligenti sanno che dopo 8 anni di conflitto sono tutti vittime. Un medico mi diceva che aveva curato tanti miliziani di Daesh anche se gli avevano sparato spesso addosso e avevano perseguitato lui e la sua famiglia perché sono di una minoranza religiosa. Ma mi ha detto che era suo dovere curare e intervenire. Sempre. Era suo dovere essere umano. Non servono i milioni di un piano di aiuti. Serve poter accompagnare queste persone nella loro capacità di dialogo e nella loro voglia di ricostruire. Lì a casa loro e non in Germania da rifugiati. Molti tornerebbero subito se la guerra sulla pelle dei siriani finisse. Sembra un’utopia la pace, ma i peggiori conflitti sono finiti.

Di nostro, ora, possiamo solo continuare ad aiutare gli eserciti di professori, medici e persone comuni che stanno ripopolando Raqqa. E offrirgli spazio, ascolto e tempo per ritrovare la vita comune che cercano.

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Le quattro mafie

di Federico Varese

incontro con Serena Uccello

murale di 108

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Negli anni novanta mi sono trasferito in Russia. Volevo capire cosa significava la fine dell’Unione Sovietica e l’arrivo del capitalismo e della democrazia. L’Università nella quale facevo il dottorato di ricerca aveva uno scambio con l’Università di Perm, una città industriale nella regione degli Urali, al confine con la Siberia. Quindi mi trovai, giovane studente di dottorato, in questa città remota, senza conoscere nessuno, dove faceva molto freddo d’inverno e molto caldo d’estate, con un tema di ricerca piuttosto difficile. Eppure alla fine sono riuscito nel mio intento: studiare la nuova classe imprenditoriale, il motore del nuovo capitalismo, scoprire cosa fanno, come riescono a risolvere le dispute fra di loro e che rapporti hanno con l’amministrazione statale. All’inizio sono stato aiutato da alcuni ricercatori universitari, che mi hanno messo in contatto con loro amici e conoscenti, e da lì ho costruito altri rapporti, altre conoscenze, fino a creare una rete di persone da intervistare per la mia tesi, pubblicata poi in un libro del 2001 (The Russian Mafia, Oxford University Press). Durante le mie interviste, scoprii che molti imprenditori pagavano il pizzo, esattamente come avviene in altri paesi, ad esempio in Italia. La persona che pagavano – mi fu raccontato – era il capo di una organizzazione criminale – i vory-v-zakone, i cosiddetti ladri-in-legge che governava le città al posto delle istituzioni pubbliche. Questa organizzazione aveva ramificazione in tutta l’ex Unione Sovietica, un rito di iniziazione, soprannomi, tatuaggi. Grazie a una serie di intermediari e complessi negoziati, alla fine sono riuscito a intervistare il boss, che si chiamava Zykov. Era un “Vor-v-Zakone” (“vor” si può tradurre come “criminale” mentre “zakon” significa “legge”). E così a un certo punto del mio lavoro sul campo mi sono trovato davanti a Zykov, nel ristorante dove aveva la sua corte. Nel nostro primo incontro gli ho fatto molte domande sul rito di iniziazione e su come operava la criminalità organizzata a Perm.

La dimensione religiosa della mafia russa è forse la cosa che più mi ha colpito nei racconti di Zykov, una dimensione che poi ho ritrovato in altre mafie e che mi ha portato a scrivere il primo capitolo di questo libro Vita di mafia. Amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato (Einaudi 2017), intitolato Nascita. Il rito ti fa diventare uomo, nasci come uomo vero solo quando sei passato attraverso il rito: chi non è parte dell’organizzazione è considerato come una non-persona dalle organizzazioni criminali. Anche i riti delle altre mafie – la mafia siciliana, le “triadi” di Hong Kong e la Yakuza giapponese – hanno una forte dimensione religiosa. Dio è testimone della conversione del mafioso, la certifica e la rende eterna. Quando si descrivono le organizzazioni criminali come un business, una corporation, si dimentica la dimensione mistica, il rapporto con il sacro che cercano di instaurare con chi entra, che poi permette di sacrificarti, di rischiare la vita per l’organizzazione. Nel rito delle Triadi di Hong Kong c’è un sacrificio di sangue, che serve a ricordare alla persona il patto eterno con l’organizzazione. Ti liberi dalla tua identità precedente, addirittura – nel caso della mafia di Hong Kong – il giovane viene spogliato, quindi il rito avviene mentre è praticamente nudo, proprio perché la sua identità precedente dev’essere dimenticata. Nel caso dei russi, addirittura viene dato un nuovo nome: i soprannomi dei mafiosi russi in realtà sono un nuovo nome dato durante il rito, come avviene per i preti che entrano nella chiesa ortodossa o cattolica.

Il mafioso di Perm mi ha fatto impressione per un’altra ragione. Quello che lui cercava di dirmi quando ci siamo conosciuti è che non era semplicemente un criminale, ma una persona che ‘governava’ la città, che cercava di installare un senso di ordine nel contesto dove abitava. Questa è chiaramente una perversione del concetto di ordine e di giustizia, ma la cosa che mi fece impressione è come questi mafiosi pensassero di essere dispensatori di una sorta di giustizia superiore a quella dello stato, che nel caso russo era erratico, classista e inaffidabile.

Per me l’incontro con il vor è stato significativo. Aveva un certo carisma, una aurea di autorità, dovuta soprattutto al fatto di aver passato molti anni in galera, in condizioni dure, condannato per reati gravi. Sicuramente era anche una persona con molti limiti e paure, paranoico. Una cosa che cerco di fare nel libro è mostrare come i mafiosi non siano dei superuomini, ma delle persone che non sono né più intelligenti né più stupide di noi; proprio nel descriverle come persone, con i loro limiti, possiamo capirli e vederne le meschinità, i limiti umani e intellettuali. C’è una bellissima descrizione (fatta dalla madre) del funerale di Peppino Impastato. Un mafioso, parente della famiglia Impastato, vede il grandissimo corteo che accompagna la bara del giovane attivista di Cinisi ucciso da Gaetano Badalamenti e sbianca per la paura, perché vede migliaia di persone che si ribellano, che non hanno paura.

Il mio libro si conclude con un nuovo viaggio in Russia, a Perm, nel 2016. Tra le altre cose, cerco di capire come la Russia di oggi è diversa da quella degli anni novanta. Vado anche sulla tomba di Zykov. Come scrivo nell’ultima pagina del libro, di fronte a una tomba si è portati a rendere omaggio alla persona, a riflettere sulla morte di un essere umano, che aveva dei cari, una famiglia, degli affetti. Ma certo non si può in alcun modo perdonare Zykov per il male che ha fatto. Eppure questi personaggi oggi fanno meno paura, i vory-v-zakone che sono ancora vivi sono diventati pedine di un potere ben più grande di loro. Chi vive in Russia oggi è vittima di un’altra ingiustizia, diversa da quella perpetrata dalla mafia negli anni novanta. Oggi c’è l’erosione della libertà, l’involuzione della democrazia, un capitalismo cleptocratico, ingiusto, e un regime sempre più autoritario. La mafia è stata inglobata nel sistema e si è fatta Stato.

 

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Amnesty ieri e oggi

di Antonio Marchesi*

incontro con Nicola Villa

murale di Jorit

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Da quando è stata fondata nel 1961 Amnesty è molto cambiata ma proprio per continuare a svolgere con successo la funzione che era stata pensata in origine. Mettersi in discussione in maniera sistematica è sempre stato un metodo di lavoro per l’associazione: a livello internazionale ciò ha significato, tra le altre cose, il passaggio da un “mandato limitato” alla progressiva estensione dei diritti umani di cui Amnesty si occupa, non più soltanto quelli di coloro che sono imprigionati per motivi di opinione. Inizialmente Amnesty chiedeva il rilascio dei cosiddetti prigionieri di coscienza, si occupava di tortura, di pena di morte. Si occupava anche di processi iniqui ma soltanto nella logica della repressione del dissenso politico, non dei limiti strutturali della giustizia penale. All’inizio degli anni duemila si è passati dal “mandato limitato” al cosiddetto full spectrum, cioè alla gamma completa dei diritti riconosciuti dagli strumenti internazionali, tutti quelli che gli stati si sono impegnati a rispettare, quantomeno a parole.

L’associazione ha poi dovuto introdurre un cambiamento parallelo che è altrettanto importante. Pur continuando a monitorare e a fare ricerca sulla situazione dei diritti umani in tutti i paesi del mondo, ha iniziato a fare delle scelte “strategiche”: a dare di volta in volta priorità ad alcuni temi e situazioni. Tra questi, la lotta alle discriminazione e alla violenza nei confronti di certe categorie di persone, dalle donne alle persone lgbt ai rom, alle minoranze etnico religiose; ci occupiamo anche di alcuni diritti sociali, dal diritto a disporre dei propri tradizionali mezzi di sostentamento delle popolazioni indigene, in zone del mondo che sono saccheggiate dalle multinazionali, fino al diritto all’alloggio di certi gruppi vulnerabili.

Oltre alle strategie di lungo periodo, e all’attività di solidarietà internazionale, c’è poi sempre più lo sforzo di attivarci, anche con reazioni rapide agli eventi, su questioni che interessano il nostro paese, di fare attività rientrante in quella che chiamiamo local relevance, cose che toccano più da vicino le nostre rispettive comunità.

Quanto alla ricerca, in passato questa veniva svolta, e anche garantita, certificata da Londra, dove c’era l’head quarter. Oggi, da un lato anche le sezioni nazionali di Amnesty possono fare attività di ricerca; dall’altro, il nostro Segretariato internazionale è stato decentrato, è un po’ sparpagliato in tante parti del pianeta, nell’ambito di quello che il nostro Segretario generale uscente, Salil Shetty, ha descritto come moving closer to the ground. Cioè ci si è avvicinati ai tanti luoghi del mondo in cui avvengono le violazioni, per reagire prima e avere un contatto più diretto con gli interlocutori locali.

Amnesty del resto è cresciuta molto: alle prime riunioni a cui ho partecipato, nei primi anni ottanta, c’erano persone provenienti da un numero limitato di paesi del nord del mondo – danesi, belgi, qualche senegalese a rappresentare tutta l’Africa. La maggioranza era occidentale, mentre oggi a una riunione internazionale si trova veramente un mix incredibile di culture e di provenienze.

 

Dal letter writing all’attivismo

La caratteristica originaria di Amnesty era quella di fare pressioni sulle istituzioni, un metodo di azione che è ancora messo in pratica con modalità diverse: ancora oggi mandiamo centinaia di migliaia di messaggi (non più, in linea di massima lettere, messaggi cartacei) per mettere pressione su governi e istituzioni internazionazionali. Col tempo abbiamo dovuto arricchire questa forma tradizionale di azione per aprirci a numerose e svariate forme di attivismo per i diritti umani. Quello che anche nella sezione italiana si sta cercando di mettere in pratica, e credo con alcuni risultati positivi, è di diversificare le forme di attivismo, chiedendo a chi crede negli obiettivi che proponiamo se è disposto a dedicare qualcosa di proprio – il tempo, la fantasia, la competenza – trovando insieme un punto di incontro, per fare cose insieme. Le forme di attivismo sono molto varie: oggi, ad esempio, c’è un gruppo di attivisti di Amnesty, composto da un centinaio di persone, che fa un lavoro di contrasto all’odio on line, intervenendo soprattutto sui social, sui blog e sui siti dei giornali. Certamente c’è ancora il lavoro fondamentale dei nostri gruppi presenti su quasi tutto il territorio nazionale; e il lavoro educativo, nelle scuole e non solo, di prevenzione delle violazioni, di costruzione di una cultura di diritti umani, un lavoro essenziale anche se non consiste in interventi urgenti su casi di violazione. Recentemente abbiamo costruito una task force di osservatori: persone che seguono le manifestazioni di piazza, che registrano tutto quello che accade e la cui presenza in qualità di osservatori neutrali di per sé dovrebbe avere un qualche effetto preventivo di eventuali abusi. Inoltre facciamo tantissimo lavoro di lobby, sui parlamenti e i governi, per modificare le leggi. E attiriamo l’attenzione dell’opinione pubblica con flash mob di denuncia, in forme le più creative possibile, di fenomeni di violazione dei diritti umani (dai respingimenti di persone verso paesi in cui subiscono torture, fino al problema drammatico delle spose bambine). Tutto questo avviene nel rispetto di certe regole di Amnesty, che ne garantiscono tra l’altro l’imparzialità e il fatto di avere come riferimento unico il rispetto dei diritti umani.

 

I compromessi necessari

Il pragmatismo e, allo stesso tempo, una visione ambiziosa, quasi utopistica, sono due caratteristiche che coesistono nella nostra organizzazione e che ci hanno permesso di apprezzare i compromessi necessari per raggiungere gli obiettivi difficilmente raggiungibili. “Compromesso” sembra una brutta parola, ma in realtà è la capacità di progredire per piccoli passi, quando il risultato finale non si può ottenere in tempi brevi, quando è necessario fare un percorso. Amnesty non ha paura di alzare il tiro, di dire cose che sembrano poco realizzabili oggi. Ma nel momento in cui non si ottiene quel risultato finale non è che si rinuncia al risultato intermedio, perché serve anche un piccolo successo. Questo è un criterio che applichiamo sempre, perché il nostro obiettivo è quello di cambiare le cose, cambiare la vita delle persone, rendere il mondo un po’ alla volta più giusto, più libero, meno violento. Se noi non facessimo in questo modo rischieremmo di diventare i “buoni” che si arroccano, che dicono: “avevamo ragione noi, stiamo dalla parte giusta, la storia poi e il mondo sono andati da un’altra parte”. Il nostro scopo non è quello di salvarci l’anima ma quello di avere un impatto concreto sulla vita delle persone.

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Che fare quando il mondo va in fiamme

di Roberto Minervini

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Una riflessione sul concetto di razza in America dal regista di Louisiana (The Other Side) e Stop the Pounding Heart.

Nei miei film precedenti ho raccontato storie del Sud americano che si sono svolte in forme inaspettate sotto i miei occhi. Ho documentato aree dell’America di oggi dove i semi della rabbia reazionaria e anti-istituzionale (cui il paese deve la presidenza di Donald Trump) erano già stati piantati, anche se in pochi si erano presi la briga di accorgersene. Questa volta ho voluto scavare ancora più a fondo, alle radici della disuguaglianza sociale nell’America di oggi, concentrandomi sulla condizione degli afroamericani.

Lavorando con diverse comunità africane americane della Louisiana meridionale, siamo riusciti ad avere accesso a quartieri e comunità di New Orleans off-limits per i più. Mi sono presto reso conto che la maggior parte delle persone era stata segnata da due pagine drammatiche della storia recente – le conseguenze dell’uragano Katrina del 2005 e l’uccisione di Alton Sterling per mano della polizia nel 2016 –, riconducibili entrambe alla negligenza istituzionale, alle disparità sociali ed economiche, al forte razzismo endemico. Mossa dalla collera e dalla paura, la gente cercava un’occasione per raccontare a voce alta le proprie storie.

La mia speranza è che What You Gonna Do When the World’s on Fire? (Che fare quando il mondo è in fiamme?) susciti un dibattito necessario sulle attuali condizioni dei neri americani che, oggi più che mai, assistono all’intensificarsi di politiche discriminatorie e crimini motivati dall’odio.

 

Di che si parla

Estate 2017, una serie di brutali uccisioni di giovani afroamericani per mano della polizia scuote gli Stati Uniti. Una comunità nera del Sud americano affronta gli effetti persistenti del passato cercando di sopravvivere in un paese che non è dalla parte della sua gente. Intanto le Black Panther organizzano una manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia.

 

Le Black Panther

Le Black Panther sono un gruppo rivoluzionario che non ha certo bisogno di presentazione, e che dalla sua formazione nel 1966 ha svolto un ruolo fondamentale nel movimento per i diritti civili. Tuttavia, mezzo secolo dopo, gli africani americani continuano a essere testimoni di un apparato statale che perpetua una cultura della paura e dell’aggressione, con frequenti e ingiustificate dimostrazioni di violenza e oppressione razziale.

L’ipersegregazione degli africani americani è stata – ed è tuttora – un fattore che ha alimentato con forza la mobilitazione politica dei neri, mirata a migliorare le loro condizioni sociali. Questa mobilitazione politica è la ragione per cui i movimenti rivoluzionari neri non hanno mai cessato di esistere, nonostante la loro inattività negli anni ottanta. Oggi il Partito (detto “Nuovo partito delle pantere nere per l’autodifesa”) conta membri in tutti gli Stati Uniti, in Europa e in Africa. Le sue roccaforti sono negli Stati del Sud (Louisiana e Texas) e in Sudafrica.

Per lungo tempo le Black Panther hanno rifiutato qualsiasi partecipazione a film e documentari, diffidando delle motivazioni propagandistiche e sensazionalistiche dei media. Tuttavia, dopo diversi incontri a porte chiuse con la troupe, l’attuale capo del partito, Krystal Muhammad, ha accettato di partecipare a questo film. Da allora ci è stata data la rara opportunità di assistere in diretta alle attività delle Pantere, dalla militanza politica ai servizi sociali per la comunità, all’opera di sensibilizzazione. Eravamo presenti quando le Pantere hanno condotto un’inchiesta sul linciaggio e decapitazione di due giovani neri di Jackson, Mississipi, colpevoli di stare con donne bianche. Siamo stati al loro fianco mentre marciavano per le strade di Baton Rouge, Louisiana, per protesta contro l’omicidio di Alton Sterling per mano della polizia. Abbiamo raggiunto un livello di reciproca comprensione che le Black Panther, a riprese concluse, hanno riconosciuto. Il film riflette questo legame.

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