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Come Facebook ha distrutto la democrazia

di Carole Cadwalladr

Riproponiamo per i nostri lettori il discorso integrale di Carole Cadwalladr, cronista dell’“Observer”, al Ted di Vancouver il 21 aprile 2019.

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano “The Observer”, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.
Eccola (mostra la cartina geografica). È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Il 62% delle persone qui ha votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.
Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata a ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della Ue in Galles.
Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.
Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.
Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutta quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello che ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.
Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.
Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.
Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano letteralmente in giro con carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolta soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.
Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella Ue. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.
Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazione deciso dall’1% dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave Eu”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del Fbi, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legate. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.
Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).
Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.
Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wylie. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytica è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.
E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.
Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.
La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.
Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.
Il nostro Parlamento è stato il primo al mondo a provare a chiamarvi e a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.
Quello che sembrate ignorare è che questa storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.
E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.
La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?
La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.

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I figli di Daesh e il nostro destino

di Domenico Chirico

In Siria ci sono 11mila tra donne e minori stranieri, familiari dei combattenti dell’Isis, che vivono in campi sorvegliati. Provengono da più di 60 nazioni diverse. Tra loro anche 120 orfani. In totale i minori potrebbero essere più di 8mila e parliamo di bambini di 12 anni. Chi ha più di 13 anni non si trova invece. Forse è in prigione o sottoterra. Perché l’Isis, che chiameremo con l’acronimo arabo Daesh, addestrava alla guerra i minori sin dalla più tenera età. E addestrava soprattutto all’odio e alla violenza. Odio verso gli infedeli e l’altro da sé. Tra i minori ci sono anche le “forze speciali”, con almeno 60 bambini che sono stati addestrati a commettere omicidi e torture e che ora sono in un centro di de-radicalizzazione creato dai kurdi siriani, con pochi mezzi e senza psicologi.
Bisogna ricordare che al massimo della sua espansione Daesh controllava un territorio con più di 8 milioni di abitanti. I minori educati da Daesh sono centinaia di migliaia. I figli dei foreign fighters, i combattenti stranieri, sono una minoranza. Che però oggi è detenuta con le madri in campi provvisori allestiti in Siria.
Il dottor B. è un medico siriano che parla russo, perché molti siriani hanno studiato negli anni Ottanta e Novanta nelle università di Mosca. E segue le donne e i minori detenuti in uno dei campi più grandi, il Roj camp di Al Malikihye. I figli dei combattenti stranieri erano più di 1.200 in questo campo, fino alla battaglia finale di Baghouz contro Daesh quando ne sono arrivati altre migliaia. Affamati, arrabbiati, senza speranza. Vivono da due anni sotto le bombe. Moltissime donne vengono dalle repubbliche ex sovietiche e il dottore se ne prende cura anche se spiega che è molto difficile prendersi cura di chi è stato per anni il tuo stesso persecutore. Ma i principi umanitari impongono di avere cura di tutte le persone in stato di bisogno e molti medici siriani operano in questo senso. E anche perché sono tutti stanchi di guerra e di violenza con un conflitto che dura da 8 anni e che ha provocato fino a oggi più di 5 milioni di rifugiati all’estero, 7 milioni di sfollati e 11 milioni di persone in stato di bisogno. Su una popolazione ante-guerra di 22 milioni di persone. E mentre per molte delle più di 50 nazionalità rappresentate, inclusi molti musulmani cinesi – gli uiguri – non c’è una reale speranza di rimpatrio, il problema si dovrebbe porre per donne e minori europei. I loro governi d’origine non li vogliono. Vorrebbero vederli tutti scomparire. Alcuni governi più sensibili, europei, si sono spinti a dire che avrebbero ripreso i minori e non le madri. Separandoli.
Per i combattenti prigionieri, circa 2000, si sta ragionando invece sull’allestimento di un tribunale o sul loro trasferimento in Iraq, dove però vige la pena di morte. Sarebbe il modo più comodo per liberarsene, affidando di fatto agli iracheni una massa di esecuzioni, anche di cittadini europei.
Ma per donne e minori che non dovrebbero avere colpe? Quale potrebbe essere il loro destino?
A tutt’oggi nessuno se ne vuole occupare. Il fardello è stato lasciato alle autorità kurdo-siriane del nord est della Siria che però non hanno né riconoscimento a livello internazionale né la forza politica e sociale o economica per gestire un numero così ampio e delicato di prigionieri. E poi ci sono gli attori umanitari che si danno da fare per dare delle risposte a situazioni che sono al limite. Dove i fondi arrivano a rilento, quando arrivano. L’assistenza è complessa e veicolata attraverso l’Iraq perché il nord est della Siria non è accessibile né da Damasco né dalla Turchia.
Il punto che frena molti governi dal creare programmi di rimpatrio per le donne è che molte sono state sodali dei loro uomini, hanno partecipato a training militari, li hanno incoraggiati, alcune hanno fatto parte di speciali milizie femminili. Difficile distinguere ora tra le migliaia. Alcune sono giovanissime che hanno seguito i mariti dall’Europa, come da piccoli paesi di tutto il mondo, come le Maldive o la Bosnia. E non erano consapevoli dell’abisso in cui si sarebbero trovate, con bambini appena nati e da crescere. Sotto gli incessanti bombardamenti della Coalizione anti-Isis che ha raso al suolo intere città. Difficile dunque distinguere tra vittime e carnefici tra di loro ma sicuramente i minori non hanno colpe e sono vittime. Farli crescere in campi male attrezzati con un’estate alle porte che prevede i soliti 50 gradi e gli scorpioni del deserto grandi quanto una mano come compagni di gioco non è un futuro. È la scelta di lasciarli morire o crescere nell’odio. È una scelta miope che non prevede il fatto che molte e molti possano fuggire, come già accaduto. E che molte possano covare un odio cieco verso i paesi di provenienza, inclusa l’Europa. Bombe a orologeria lasciate nel mezzo della Siria, e nulla esclude che un giorno tornino con mezzi di fortuna in Europa.
Ci sono anche, si stima, quattro donne italiane. Le autorità competenti lo sanno e nessuno fa niente. Donne di nazionalità italiana con figli, ma di origine maghrebina. Forse considerate per questo di serie B. O semplicemente punite come le altre per la loro scelta sbagliata o avventata. E lasciate lì a marcire.
Alcuni attori umanitari continuano a proporre all’Europa soluzioni come programmi di reintegrazione e rimpatrio. Con assistenza psicologica e reinserimento. Ma sono voci inascoltate. Prevale il sentimento di cinismo e punizione. Solo alcuni governi, sempre illuminati come gli svedesi, hanno rimpatriato 10 orfani originari del loro paese. Per il resto nulla. E invece questo sarebbe, almeno per l’Europa, uno dei campi dove esercitare la sua supposta civiltà. Ma dopo aver chiuso gli occhi davanti ai naufragi nel Mediterraneo è difficile pensare che si aprano di fronte a questi minori e alle loro madri che hanno scelto, o subìto, un destino così complesso. Ma la capacità di perdonare, accogliere e integrare sarebbe un esempio di forza. Non di debolezza. La debolezza ci sarà quando ci giungeranno le voci, che già arrivano, dei minori che muoiono nei campi o abusati. Delle donne che subiscono violenze, ulteriori o perpetue. E sarà un boomerang per l’Europa. Come sempre è in gioco il destino di tutti. I ragazzi cresciuti nelle periferie francesi o del Belgio, o la donna di Treviso trattenuta in Siria e che a centinaia hanno aderito a Daesh sono nostri concittadini. Non alieni. Non moriranno tutti e dobbiamo prenderci cura anche di loro. Abbandonarli è un altro crimine in un conflitto che rischia di non finire mai.

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Le elezioni in Ucraina

di Fulvio Scaglione

Il nuovo Presidente Volodymir Zelens’kyj (che forse dovremmo chiamare Vladimir Zelenskij, visto che tuttora si esprime meglio in russo che nella lingua patria) propone a noi tutti, in sedicesimo, lo stesso problema che Donald Trump rappresenta dall’alto scranno della Casa Bianca: è la marionetta di qualcuno o un protagonista? Governa o si fa governare? Ci è o ci fa? I fatti sono noti: Zelen’skyj è diventato Presidente il 21 aprile scorso, ottenendo al ballottaggio il 73,2% dei voti e così umiliando il Presidente in carica, Petro Poroshenko, fermo al 24,45%. Un plebiscito, insomma.
Ma sono noti anche i dubbi. Zelens’kyj è un attore e produttore Tv notissimo in Ucraina come interprete di una sitcom intitolata Servo del popolo in cui gioca il ruolo di un onesto e ingenuo professore arrivato alla guida del Governo e da lì impegnato in una originale e personale battaglia contro la corruzione dei vertici dello Stato. Le analisi, ironiche o seriose, su questa inedita sovrapposizione tra spettacolo e realtà (in Ucraina la corruzione è un problema enorme e Zelen’skyj ha giocato su di esso tutta la campagna elettorale) si sono sprecate. Si tratterebbe, quindi, di una colossale messa in scena, di un colossale gioco di specchi che ha ammaliato tre quarti degli elettori?
In più, Zelen’skyj è legato a filo doppio all’oligarca Ihor Kolomojs’kyj, accreditato di una fortuna personale di 1,2 miliardi di dollari (il che fa di lui il terzo uomo più ricco del Paese) nonché proprietario, tra le tante cose (banche, miniere, compagnie aeree…), anche di 1+1, il canale Tv più visto in Ucraina nonché il canale che da anni trasmette la sitcom di cui Zelen’skyj è protagonista.
I dubbi crescono se si tengono presenti alcuni fatti aggiuntivi. Zelen’skyj, prima di diventare ufficialmente un candidato alla presidenza, era stato testato a lungo insieme con altri personaggi pubblici. Per esempio, il cantante rock Svjatoslav Vacarciuk, frontman del gruppo Okean Elzyj, una specie di Bono d’Ucraina. Una specie di gigantesca operazione di marketing, conclusa quando il cantante, dopo qualche esitazione decise di ritirarsi dalla corsa, e maturata in un clima in cui i potenziali elettori non facevano che chiedere novità. In uno dei sondaggi più credibili, quello del Razumkov Center di Kiev, il 71% degli interpellati sosteneva che con Poroshenko l’Ucraina stava andando in una direzione sbagliata, il 61% che occorrevano cambiamenti radicali e il 66% che il nuovo Presidente andava scelto tra persone che non avesse mai occupato posizioni di potere. In pratica, l’identikit di Zelen’skyj o di uno come lui.
Il nuovo Presidente, quindi, è la marionetta di un’oligarca? Per di più di uno come Kolomojs’kyj? L’oligarca può essere così brevemente descritto. Risiede in Svizzera. È titolare di tre passaporti (ucraino, israeliano e cipriota). Sostenitore della rivoluzione di Maidan che nel 2014 cacciò il presidente filo-russo Janukovich, è stato però anche finanziatore del famigerato battaglione Azov, noto per le tendenze filo-naziste al punto che il congresso americano ha approvato una legge che proibisce qualunque forma di sostegno alle sue azioni. Nel 2014, dopo Maidan appunto, è stato nominato governatore della regione di Dnepropetrovsk, carica da cui Petro Poroshenko si affrettò a sloggiarlo, nel 2015, appena diventato Presidente. Kolomoj’syj, infine, nei primi anni Novanta, insieme con l’altro miliardario Hennadiy Boholjubov, ha fondato PrivatBank, un istituto di credito arrivato a gestire un terzo dei depositi privati e metà dei correntisti dell’intera Ucraina. Banca nazionalizzata nel 2016 in cambio di una compensazione da 5,6 miliardi di dollari mai versata perché, nel frattempo, ai danni dei due oligarchi è stata aperta un’indagine per frode ai danni dei risparmiatori. Sarebbe costui, quindi, il manovratore del nuovo Presidente?
Queste sono le semplificazioni della polemica elettorale. La realtà, ovviamente, è più complicata e sfumata. In primo luogo, che alle spalle di Zelens’kyj ci sia un oligarca non ha né importanza né significato, per una semplice ragione: l’Ucraina intera, non solo la sua politica, è totalmente in mano agli oligarchi. Poroshenko è un oligarca. La pasionaria Julija Timoshenko, tagliata fuori dal ballottaggio delle presidenziali, è un’oligarca. Una decina di pezzi grossi si divide più di un quarto delle concessioni per l’estrazione e la commercializzazione di gas e petrolio. E così via.
Una condizione che vige dai primi anni Novanta, cioè da quando l’Ucraina è diventata indipendente, e che non è nemmeno paragonabile a quella della Russia, che pure di oligarchi se ne intende. Là, a Mosca, gli oligarchi possono arricchirsi come e quanto vogliono, a patto però di restare dentro i confini degli interessi strategici nazionali che il Cremlino traccia in esclusiva. Qui, a Kiev, gli oligarchi fanno ciò che vogliono. Il che ha generato enormi problemi di corruzione a tutti i livelli a partire dallo stesso Poroshenko. Per fare solo un esempio: quando fu eletto Presidente, nel 2014, promise di cedere le proprie aziende per evitare ogni qualunque conflitto di interesse. Nel 2016, però, furono pubblicati i cosiddetti Panama Papers, il gigantesco leak da 11 milioni di file sottratti a Mossack-Fonseca, lo studio legale di Panama specializzato nella costituzione e gestione di società offshore. Dalle carte venne fuori che non solo Poroshenko non aveva venduto nulla ma, al contrario, aveva creato una società di comodo per spostare i propri interessi nelle Isole Vergini britanniche, sfruttando quel paradiso fiscale per evadere una montagna di tasse nell’Ucraina da lui stesso governata.
Poroshenko, e il blocco di interessi da lui rappresentato in cinque anni di presidenza, ha offerto agli ucraini una proposta basata sullo slogan “esercito, lingua e fede”. La guerra del Donbass, ovviamente, che è stata l’occasione per una duplice operazione di consenso, interna ed esterna. All’interno, ha consentito a Poroshenko e ai suoi di far passare il bilancio della Difesa dal 2,4% del Pil del 2014 al 5% del 2018. Un’esigenza reale, vista la pressione degli indipendentisti e della Russia che li appoggia, ma anche una gigantesca mangiatoia per i corrotti e un welfare aggiuntivo per i militari, i miliziani e le loro famiglie. Con il tema della lingua, Poroshenko ha cercato di sollecitare lo spirito nazionale ucraino, facendo approvare nel 2017 una legge che consente l’insegnamento in lingue come il russo, l’ungherese, il polacco e il rumeno solo nelle scuole primarie. Infine la fede: Poroshenko si è molto battuto, e con successo, per far nascere una Chiesa ortodossa ucraina nazionale e autocefala, in chiara polemica con la Chiesa ortodossa russa e con Mosca.
All’interno, come il risultato delle presidenziali dimostra, l’operazione è clamorosamente fallita. Agli ucraini, in buona sostanza, il Presidente proponeva di rivivere ciò che avevano già dovuto affrontare, ovvero guerra (nel Donbass ci sono stati almeno 13mila morti, in grandissima parte civili, e 2 milioni di sfollati) e sacrifici (il reddito annuo pro capite è oggi sui 2.500 dollari, ed è il più basso d’Europa secondo la Banca Mondiale; il salario medio è oggi sui 260 dollari mentre nel 2003 superava i 400), in cambio di un orgoglio nazionale che, peraltro, per gli ucraini è ormai un dato acquisito e non più discutibile. Non a caso Poroshenko ha ripetuto per tutta la campagna elettorale che con Zelens’kyj l’Ucraina sarebbe tornata sotto il tallone della Russia. Ma chi poteva crederci? Chi poteva accettare un simile scambio?
Ma all’esterno, nel quadro politico generale che circonda l’Ucraina, le cose cambiano. Il grande sponsor della rivoluzione di Maidan, gli Stati Uniti, sono stati anche i grandi sostenitori di Poroshenko e delle sue politiche, stendendo sul suo governo un ampio e potente ombrello. Il Fondo monetario internazionale nel 2015 ha accordato all’Ucraina un prestito di 17,5 miliardi di dollari, 8,7 dei quali sono stati già erogati mentre un’altra tranche da 3,9 miliardi è stata stanziata, guarda che combinazione, un paio di mesi prima delle presidenziali. E Donald Trump, nel 2018, ha sdoganato l’invio di armi letali all’esercito ucraino impegnato nel Donbass. Al traino degli Usa si è mossa anche l’Unione Europea. Nel 2017 l’Unione ha firmato un accordo di libero scambio con l’Ucraina e ha eliminato l’obbligo di visto per gli ucraini che vogliono accedere allo spazio di libera circolazione di Schengen. Provvedimenti che hanno richiamato in Ucraina tutte le maggiori compagnie aeree low cost e ingenti investimenti. Solo dalla Germania sono arrivate più di 2000 aziende che danno lavoro a circa 600mila ucraini.
L’interesse strategico degli Usa è chiaro: continuare ad avere un’Ucraina schierata come il vero confine Est della Nato e attrezzata come una leva da usare contro la Russia di Vladimir Putin. Poroshenko prometteva tutto questo. Ma con Zelens’kyj come andrà? Ci si potrà fidare di lui?
Il comico diventato Presidente ha già dimostrato di non essere uno sprovveduto. Dopo l’elezione si è precipitato a visitare le truppe al fronte nel Donbass e a prometter loro più mezzi e sostegno. Nello stesso tempo ha pure mostrato di saper considerare altri fattori: per esempio, il fatto che cinque anni dopo la rivoluzione di Maidan la Russia resta il primo partner commerciale dell’Ucraina, accogliendo il 9,2% delle esportazioni ucraine e realizzando il 14,5% delle importazioni in Ucraina. E il sentimento anti-russo, come certificato da autorevoli sondaggi, è in Ucraina assai meno acuto di come si potrebbe credere, per una semplice ragione: l’autocoscienza nazionale degli ucraini è ormai così sviluppata e solida da non avere (quasi) più bisogno del nemico esterno per credere in se stessa.
Così, pur senza cedere di un millimetro sull’idea che il Donbass e la Crimea dovranno essere restituiti all’Ucraina, Zelens’kyj ha mandato segnali ben precisi. Il discorso d’insediamento è stato tenuto in ucraino e in russo. Alla Russia è stata ripetuta la proposta, già avanzata durante la campagna elettorale, di riprendere il dialogo, pur a condizioni ben precise. L’ancoraggio all’Unione Europea è stato ribadito, ammonendo però che “l’Unione Europea non comincia a Bruxelles ma nella testa degli ucraini”. E quando Vladimir Putin, che ha ostentatamente rifiutato di congratularsi con lui per l’elezione, ha concesso la cittadinanza della Federazione russa agli abitanti delle due Repubbliche filorusse autoproclamatesi nel Donbass, Zelenskyj ha risposto dicendo di essere pronto a concedere la cittadinanza ucraina a tutti coloro che decideranno di abbandonare i Paesi autoritari, con esplicito riferimento a Mosca e dintorni.
La forza politica di Zelens’kyj sta tutta nell’idea che l’Ucraina sia un paese pieno di problemi ma non un Paese che abbia solo la guerra o l’aggressione russa in testa. La gente, sfiancata da cinque anni di enormi difficoltà, gli ha dato fiducia. Le sfide più difficili, però, arrivano proprio adesso. Zelens’kyj ha iniziato a fare le pulizie, chiedendo le dimissioni del ministro della Difesa, del direttore dei Servizi di sicurezza e del Procuratore generale. Vuole inoltre arrivare al più presto a sciogliere il Parlamento e a indire elezioni politiche, per sfruttare l’inerzia del successo alle presidenziali. È però costretto ad affrontare la resistenza dell’intero sistema politico, che sul binomio “guerra e corruzione” ha prosperato finora, armato solo di un “partito del Presidente” ancora largamente virtuale e poco presente sul territorio.
Ce la farà? La vicenda è da seguire con attenzione anche per gli inevitabili riflessi sulla Russia. Petro Poroshenko, con quel continuo digrignar di denti che mascherava un sostanziale immobilismo, era una pacchia per Vladimir Putin. Zelens’kyj è più mobile, chiama il Cremlino a scoprire le carte. Le sue, quelle dell’Ucraina, sono la convinzione di farcela, con o senza la guerra, e la coscienza di aver comunque appreso la lezione della democrazia. Non è poco per uno che, solo qualche mese fa, il politico lo faceva solo per finta.

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L’Algeria in movimento

di Nedjib Sid Moussa

traduzione di Bruna Filippi

L’ondata di proteste iniziata con le manifestazioni del 22 febbraio ha provocato una grande frattura nella società algerina, tanto che tutti i numerosi osservatori o protagonisti malgrado le loro divergenti posizioni e punti di vista, concordano sul fatto che si deve parlare di un prima e un dopo quell’evento.

Qual era la situazione prima del 22 febbraio 2019?
Sul piano politico, si stava andando sgomenti verso un quinto mandato d’Abdelaziz Bouteflika che, nato nel 1937 e già ministro in gioventù, era arrivato alla presidenza alla fine degli anni Novanta grazie all’appoggio dell’esercito, nel momento in cui la popolazione si augurava di voltare pagina dopo una “guerra civile” che aveva opposto le forze di repressione dello Stato algerino alla guerriglia islamista, e comportato la morte o la sparizione di decine di migliaia di persone, senza contare gli sfollati, gli esiliati, i traumatizzati, eccetera.
Se è senza dubbio ancora troppo presto per fare un bilancio esaustivo dei vent’anni di presidenza Bouteflika, bisogna dire che questi due decenni hanno comportato una riduzione significativa della violenza e sancito la sconfitta della insurrezione islamista, anche se la sua ideologia retrograda non ha smesso di penetrare ancora di più nel tessuto sociale, specialmente attraverso il settore educativo, e questo con la compiacenza delle fazioni più conservatrici delle autorità. Bisogna poi anche mettere nel conto le realizzazioni di infrastrutture pubbliche e le costruzioni di alloggi e infine una qualche ridistribuzione della “manna” proveniente dalle risorse degli idrocarburi; certo, prima di tutto a profitto della modernizzazione del suo apparato di sorveglianza e delle clientele legate al regime, ma poi anche ad altre componenti di un paese che conta 42,2 milioni di abitanti di cui quasi il 63% hanno meno di 35 anni, visto che c’è stato un incremento delle nascite a partire dall’inizio degli anni 2000.
Ciò nonostante, gli anni Bouteflika, segnati dalla repressione, la corruzione e il nepotismo, corrispondono anche all’emergenza di una nuova casta di oligarchi che si sono arricchiti grazie alle commesse pubbliche o ai loro legami con i centri decisionali del regime, come ad esempio Ali Haddad, proprietario del gruppo privato Etrhb Haddad, attivo nel settore edile e dei lavori pubblici, oppure Issad Rebrab che è il fondatore del gruppo Cervital e l’uomo più ricco del paese. Arrivato al vertice dello Stato nel 1999, nell’occasione di una elezione segnata dalla defezione di tutti gli altri concorrenti, Bouteflika è potuto restare così a lungo al potere perché ha fatto revisionare, nel 2008, la costituzione adottata nel 1996 che diceva: “La durata del mandato presidenziale è di cinque anni. Il presidente della Repubblica può essere rieletto solo una volta”. Quest’operazione – criticata dall’opposizione democratica ma sostenuta da Luisa Hanoune, la segretaria generale del Partito dei lavoratori che ha condotto una politica di “sostegno critico” al regime – ha permesso ad Abdelaziz Bouteflika di ripresentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2009. Raggiunto il suo obiettivo, il presidente si è poi permesso il lusso di fare una nuova modifica della costituzione nel 2016, ritornando alle disposizioni fissate dalla versione del 1996 e limitando i mandati a due.

Perché l’Algeria non ha partecipato alle “primavere arabe”?
Nella loro propaganda, i detentori del potere e i sostenitori del regime algerino hanno provato a intimorire la popolazione presentando le diverse lotte e contestazioni che dal 2011 in poi hanno attraversato il mondo arabo come altrettanti complotti orditi dagli imperialisti occidentali per destabilizzare gli Stati della regione. Lo spettro di un ritorno alla “guerra civile” nel caso di una mobilitazione massiccia contro il regime autoritario veniva continuamente evocato. Inoltre, gli algerini non erano tentati di partecipare alle “primavere arabe” perché avevano già vissuto la loro “primavera” nel 1962: così dichiarava Ahmed Ouyahia, al tempo primo ministro e dirigente del Raggruppamento nazionale democratico, l’altra formazione di governo insieme al Fronte di liberazione nazionale (Fln), partito unico fra il 1963 e il 1989. La sua campagna ufficiale per le elezioni legislative del 2012 aveva per slogan “l’Algeria è la nostra primavera”.
Questi slogan e ragionamenti erano peraltro condivisi anche da quello che resta di una sinistra algerina influenzata dal leninismo, dai più manichei degli anti-imperialisti sempre preoccupati di denunciare, con la loro retorica cospirazionista e nazionalista, “la mano degli stranieri” spesso attribuita alla Francia o agli Stati Uniti. E questo senza paura d’essere contraddetti dai fatti, poiché queste due potenze sono dei partner dello Stato algerino, se non altro per l’approvvigionamento degli idrocarburi come anche nella lotta contro il terrorismo e la gestione dei flussi migratori.
L’intervento militare in Libia nel 2016, come anche la drammatica evoluzione della rivoluzione siriana hanno accentuato la reticenza a lanciarsi in uno scontro frontale con un “regime”, un “sistema” o un “potere” che – sia nell’ottobre 1988 al tempo delle rivolte dei giovani che durante la “primavera nera” della Kabilia nel 2001, per non citare che questi due esempi – ha sempre dimostrato la sua capacità a reprimere nel sangue. Così, le “sommosse dell’olio e dello zucchero” che hanno segnato la prima settimana del 2011, non si sono trasformate in un movimento generalizzato per la caduta del regime algerino. E parimenti, le iniziative nate in quel contesto, come il Coordinamento nazionale per il cambiamento e la democrazia, non sono mai state coronate dal successo per via della eterna diffidenza della popolazione di fronte alle forme istituzionali della politica o nei confronti di figure decise a contrapporsi. Eppure, la società è rimasta segnata da un’intensa conflittualità sociale, se è vero che soltanto nel 2011 si sono contate circa 10mila proteste settoriali di ogni tipo (manifestazioni, scioperi, sit-in, blocchi, eccetera). Ma, evitando di collegare le varie rivendicazioni di categoria alla messa in discussione del potere politico e quindi dando prova di pragmatismo, le varie proteste contavano di vedere soddisfatte le proprie aspirazioni.
Quest’approccio si è dimostrato pagante ma solamente a corto termine poiché le autorità hanno per esempio concesso aumenti salariali, che poi magari sono stati riassorbiti dall’inflazione. Nello stesso modo, dopo aver fatto finta di procedere ad aperture dello spazio politico, dando la parola agli oppositori nei mezzi di comunicazione di massa di solito poco inclini al pluralismo, il governo è riuscito ogni volta a chiudere i giochi e a disinnescare la minaccia di un più ampio movimento di lotta.

Quali sono stati i fattori scatenanti il movimento popolare?
Nel 2013, Abdelaziz Bouteflika ha avuto un incidente vascolare cerebrale che ha affievolito le sue capacità fisiche. La sua lunga degenza a Parigi, al Val-de-Grâce e poi agli Invalides, due ospedali gestiti dall’esercito francese, ha reso ancora una volta evidente l’atteggiamento schizofrenico dei responsabili algerini, sempre pronti a denunciare il “partito della Francia” ma pronti a farsi curare dagli antichi colonizzatori, in mancanza di un efficace sistema sanitario nel paese che governano. Da allora, Abdelaziz Bouteflika ha cominciato a muoversi in sedia a rotelle, a limitare le sue apparizioni pubbliche e quasi a non prendere più la parola; cosa che inciterà alcuni oppositori a chiedere l’applicazione dell’articolo 102 della costituzione che recita: “Quando il Presidente della Repubblica, a causa di malattia grave e durabile, si trovi nell’impossibilità totale di esercitare le proprie funzioni, il Consiglio costituzionale si riunisce in pieno diritto, e dopo aver verificato la realtà di questo impedimento con tutti i mezzi appropriati, propone all’unanimità al Parlamento di dichiarare lo stato d’impedimento.”
Senza poter fare campagna elettorale in forza del suo stato di salute, senza poter partecipare a nessun incontro dei suoi sostenitori e senza neanche poter rivolgersi direttamente ai suoi elettori algerini, Abdelaziz Bouteflika viene nonostante tutto rieletto per un quarto mandato consecutivo nel 2014, sotterrando almeno per il momento le speranze suscitate dalle “primavere arabe”, come anche le illusioni circa le velleità democratiche di un presidente ormai in ritiro per via della sua condizione. Questa nuova situazione ha suscitato prima di tutto della commiserazione invece che disapprovazione per un presidente così malridotto, tanto più che giravano voci circa l’attribuzione del potere reale a Saïd, suo fratello cadetto e di formazione universitaria. Questo sentimento però poi si tramuta in indignazione quando il presidente inaugura, nell’aprile 2018, la moschea Ketchaoua e un troncone della metro d’Algeri. Quest’apparizione pubblica si era infatti svolta subito dopo la richiesta del segretario generale del Fln di un quinto mandato, mentre le immagini trasmesse dalle reti sociali – alle quali si sono rapidamente abituati gli algerini – smentivano quel miglioramento del suo stato di salute vantato dai suoi incensatori. Per di più, e cioè oltre a questa sorta di ferita narcisistica dal punto di vista della popolazione, si è accentuata la crisi di rappresentanza in una società che non ha mai conosciuto delle vere elezioni e si è prosciugata la disponibilità delle risorse, in modo che le autorità non potevano più pretendere di “comprare la pace sociale” come facevano negli anni precedenti. Al contrario, gli ufficiali non avevano altro da offrire che una politica di rigore economico, con grande soddisfazione dei sostenitori della via neoliberale che hanno guadagnato sempre più influenza.
Il 2 febbraio 2019, il Fln annuncia la candidatura d’Abdelaziz Bouteflika. Il 10 febbraio, lui stesso conferma la sua intenzione di sollecitare un quinto mandato, con una lettera nella quale precisa: “Sicuramente, non ho più le stesse forze fisiche di prima (…) ma la ferma volontà di servire la patria non mi ha mai lasciato e mi permette di trascendere gli impedimenti legati alle noie di salute.” Nel frattempo, a partire da sabato 16 febbraio, una prima manifestazione si svolge a Kherrata, situata all’est della wilaya di Béjaïa, dove migliaia di persone si sono ritrovate dietro una bandiera in cui c’era scritta la parola d’ordine: “No al quinto mandato della vergogna”, riprendendo il celebre slogan delle “primavere arabe”, “il popolo vuole la caduta del regime”, o addirittura quello della “primavera nera” di Kabylia, “potere assassino”. È stato questo, senza dubbio, il primo e più grande evento che ha scatenato la dinamica attuale, anche se l’attenzione mediatica si è poi focalizzata sulle marce spettacolari del 22 febbraio.

Quali sono le forme che l’insurrezione popolare ha assunto?
In risposta a un appello anonimo che era circolato sulle reti sociali, decine di migliaia d’algerini, dai quattro angoli del paese, si sono ritrovati in strada il 22 febbraio dopo la grande preghiera del venerdì. Dato il suo carattere massiccio, pacifico e festivo, questa mobilitazione popolare faceva eco alle manifestazioni che celebravano l’indipendenza del paese del 1962, ma anche all’esultanza seguita alla qualificazione della squadra nazionale di calcio per la coppa del mondo del 2009.
Ecco perché si ritrovano nei cortei i simboli della lotta contro il colonialismo francese, cominciando dalla bandiera nazionale, i canti patriottici e i ritratti dei martiri che non hanno conosciuto l’Algeria indipendente e non sono dunque ritenuti responsabili della piega autoritaria che ha preso il paese. Questa espressione di nazionalismo popolare, stabilendo un legame fra la rivoluzione anticoloniale e la rivoluzione democratica di oggi, rimane comunque ambivalente. In effetti, vuole in sintesi significare la volontà di riappropriarsi di un paese, di uno spazio pubblico a lungo monopolio dei responsabili governativi, accusati di essere dei “harkis” o degli “agenti della Francia”. Al contempo si manifestano anche delle forme xenofobe o antisemite visto che uno slogan rimproverava per esempio ad Abdelaziz Bouteflika la sua “marocchinità”, facendo dunque di lui una persona inadatta a governare degli algerini, mentre Ahmed Ouyahia era qualificato come un “ebreo” da manifestanti che non facevano alcuna differenza fra antisemitismo e antisionismo.
Il linguaggio e i simboli del calcio, lo sport più popolare e strumentalizzato dal regime, sono stati fatti propri dai manifestanti, una frangia non insignificante dei quali è composta da tifosi “ultras”. A cominciare dai canti, il più noto dei quali è La Casa del Mouradia, composto nel 2018 dal gruppo Ouled El Bahdja legato all’Unione sportiva della medina di Algeri (Usma). Il suo titolo permette di riferirsi sia alla serie La casa de papel che al palazzo presidenziale di El Mouradia. Un altro canto, composto dal gruppo Torino associato al club Mouloudia di Algeri (Mca), la formazione sportiva più popolare di Algeri, è stato lanciato nel gennaio 2019, ma ha conosciuto un minor successo, anche se si iscriveva nello stesso repertorio protestatario. Il suo titolo, che significa “buon anno”, ha il senso di un ironico augurio a Saïd Bouteflika.
A causa della chiusura dello spazio pubblico e della mancanza di divertimenti accessibili ai giovani delle classi popolari, gli stadi sono degli spazi nei quali gli spettatori esprimono le loro aspirazioni o frustrazioni, associando forme radicali ma anche reazionarie, dando l’immagine di una situazione confusa. Se però si trovavano dei gruppi di tifosi nei cortei, questi non venivano per sfilare come “ultras” ma come individui decisi a rompere con un ordine che li soffocava. D’altronde, cosa rara, il derby che opponeva il Mca al Usma il 14 marzo è stato boicottato proprio dai tifosi dei due club per la “situazione politica eccezionale” e anche per il timore di eventuali “incidenti” provocatori.
Ma la sommossa popolare ha anche molto a che vedere con altri movimenti sociali che hanno dato un loro contributo regionale, come il “hirak” del Rif che è iniziato nel 2016 e il cui nome, che significa “movimento”, è stato ripreso in Algeria. Con le dovute distinzioni e proporzioni, si può dire che le modalità d’azione sono anche comparabili con la sequenza aperta nel 2018 in Francia con i Gilets jaunes, nella quale si ritrovano la stessa diffidenza verso i partiti politici, come anche l’illusione di un possibile colloquio con le forze repressive. In effetti, la polizia e l’esercito venivano visti con favore dai numerosi algerini che manifestavano spesso per la prima volta. Questa volontà di fraternizzazione, che c’era soprattutto all’inizio del movimento, si è tuttavia affievolita mano a mano che la repressione della polizia colpiva non solo i giovani delle classi popolari e che il capo dello stato maggiore dell’esercito Ahmed Gaïd Salah cominciava ad apparire come l’arbitro della transizione dopo le dimissioni d’Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile, facendo temere uno scenario “egiziano”. Molti dei protagonisti che sono stati al centro della cronaca in questi ultimi anni “dormono” in prigione (Saïd Bouteflika, Ali Haddad, Louisa Hanoune, Issad Rebrab, eccetera), o sono comunque passati sotto processo. Ma gli algerini rifiutano le logiche e i regolamenti di conti dei clan e continuano a respingere ogni deriva monarchica o militarista.
Questo movimento storico mette in luce tutte le contraddizioni della società ma anche la zza delle forze progressiste o rivoluzionarie, che faticano a mettersi in accordo con una gioventù, quella degli stadi e dell’università, che è determinata a costruire il proprio avvenire nel proprio paese: certo usando il linguaggio del loro tempo e a volte anche con una certa ingenuità, ma sottolineando con audacia e bellezza la problematica delle libertà individuali e collettive, come anche la stretta relazione fra la questione democratica e la questione sociale.

pianeta

Libia e dintorni

di Luca Ranieri

Heidegger sosteneva che l’essere è ciò che permette il darsi a vedere degli enti, l’orizzonte entro cui si manifestano. Gli enti, gli eventi, le cose del mondo ci sono nella misura in cui si mostrano di fronte ai nostri occhi, si fanno avanti, presenti (praes-enti). Ma da Foucault in poi, sappiamo anche che questo spazio in cui gli enti si fanno presenti, visibili, e quindi soggetti a (o soggetti di) discussione, ed eventualmente anche di deliberazione democratica, non è uno spazio neutro, bensì è uno spazio percorso, attraversato e intimamente costituito da relazioni di potere. È il potere che definisce il perimetro entro cui enti ed eventi del mondo appaiono. È il potere che, infiltrandosi nella microfisica di ogni rapporto, decide cosa emerge e cosa affonda nella cacofonia del mondo. Che pone l’agenda delle discussioni, e cura l’immagine degli argomenti sul tavolo. Un potere con la “p” minuscola, non quello del grande burattinaio che amano immaginare i cospirazionisti, bensì quello decentrato nella pluralità dei saperi e delle pratiche, ma proprio per questo pervasivo e ineludibile.
La guerra, in quanto manifestazione estrema e nuda del potere, offre un teatro eloquente per l’esibizione di queste dinamiche. In guerra, si sa, la prima vittima è la verità. L’informazione di guerra forma, deforma e trasforma l’opinione pubblica. Perciò il sapere sulla guerra, il sapere della guerra, è anche una forma di potere di cui è fondamentale mantenere il controllo. La storia del ventesimo secolo ci ha assuefatti ai bollettini di guerra filtrati dalle propagande di regime. E noi smaliziati lettori postmoderni abbiamo imparato a non prendere per buone le verità della televisione, specialmente quelle che parlano la stessa lingua di un paese profondamente e integralmente coinvolto in un conflitto armato in corso.
La guerra in Libia è un caso paradigmatico: guerra di spie par excellence, in cui il dato empirico è avvolto nel mistero e soggetto a continua manipolazione. L’Italia è esposta in prima fila alle dinamiche di sapere e potere che definiscono i parametri del conflitto libico. Il nostro “interesse nazionale” – sufficientemente ipertrofico da estendersi al di là dei confini della nazione stessa – annovera fra le sue priorità le sorti della Libia, tecnicamente uno stato sovrano. La perfetta continuità registrata in questo senso dai governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte allude ad ambizioni strategiche più profonde e durature del balletto superficiale dei partiti, e trascende le tattiche dal respiro corto buone solo per accalappiare e addomesticare un consenso volubile.
Così vicina e così importante, la Libia occupa stabilmente da anni le prime pagine dell’informazione sugli esteri in lingua italiana. Eppure, non è difficile cadere nella sensazione che più se ne parla, meno se ne capisce. Cosa succede in Libia? Succede qualcosa, o siamo sempre al punto di partenza di una guerra civile di cui non si vede la fine proprio perché non fa che reiterare il suo inizio? E a cosa assomiglia, questa guerra civile? A uno scenario somalo, di totale implosione dello stato e anarchia di bande armate, o a uno scenario siriano, di insorgenza in aree ben delimitate e repressione con mezzi pesanti, bombardieri e decine di migliaia di vittime civili? E in questo conflitto, noi, con chi stiamo? Stiamo con Serraj, oppure con Haftar – che sempre più spesso viene invitato a Roma con tutti gli onori? Stiamo contro gli islamisti, quelli dell’Isis, o con loro, quelli delle milizie di Tripoli e Misurata?
Parte della confusione è certamente attribuibile alla mutevolezza del conflitto libico stesso. In Libia, le identità sono negoziabili, e sul campo si susseguono cambiamenti di fronte, decomposizioni, ricomposizioni e colpi di scena, in un caleidoscopico giro di alleanze in cui sembra che tutto cambi affinché non cambi niente. Confusione che rimbomba nella sfera mediatica, dove spesso poi sopravvive di una vita propria, che prescinde dalle dinamiche reali. La difficoltà di accesso diretto e di verifica, e il minuzioso controllo dei margini di agibilità di ricercatori e giornalisti, infatti, non fanno che allargare il fossato epistemologico fra il ribollire degli eventi in Libia, e ciò che di essi appare al discorso pubblico fuori dal paese. Due meccanismi, complementari ma di segno opposto, contribuiscono ad allargare questo fossato: la sottrazione e l’addizione. La prima opera in forma di censura, raramente conclamata, e più spesso sostituita surrettiziamente dalla banalizzazione di pratiche istituzionali, che tuttavia assolvono la funzione di filtrare il visibile, l’udibile e il dicibile a proposito del conflitto libico.
La seconda consiste invece nella produzione di “notizie” più o meno deliberatamente sganciate dal dato di realtà, che invadono la sfera mediatica per condizionare l’interpretazione del conflitto a uso e consumo di predesignati attori terzi. Sarebbe fuorviante chiamarle semplicemente fake news, perché l’apparenza mediatica qui si confonde e ibrida con l’essenza stessa del conflitto, dove anche le notizie dubbie possono avere effetti drammaticamente reali sui rapporti di forza in gioco.
È difficile stabilire con esattezza quando sia cominciata questa guerra ontologica, frontiera 2.0 della guerra di sapere/potere sulla Libia. Forse c’è sempre stata, ed è consustanziale alla guerra stessa. Ma per il pubblico italiano, una svolta si registra a partire dall’estate del 2017. A partire da luglio, da un giorno all’altro crollano gli sbarchi in Italia di migranti partiti dalle coste libiche. Perché nessuno tenti più la traversata, proprio durante la stagione teoricamente più propizia, resta un mistero; finché a inizio settembre appare sulla stampa inglese un’intervista al noto trafficante libico Ahmed Dabbashi, detto “Lo Zio”, il quale dichiara candidamente di aver ricevuto aiuti e garanzie dal governo italiano per porre fine al commercio dei barconi. In altre parole, Minniti avrebbe ricompensato i trafficanti disposti a passare dal contrabbando di uomini al contrabbando di influenze politiche. È ovviamente arduo verificare la fondatezza di queste dichiarazioni. A dispetto delle smentite ufficiali, Roma si trova comunque esposta a un grave imbarazzo internazionale (se non altro di facciata, dal momento che nella sostanza molti in Europa sembrano implicitamente avallare la determinazione del governo italiano a fermare i flussi migratori dalla Libia, costi quel che costi). Ma proprio mentre giornalisti e ricercatori da tutto il mondo si preparano ad andare in Libia per cercare di vederci più chiaro, e capire quale sia la ragione di un cambio così radicale dei flussi migratori, la Libia opera un giro di vite senza precedenti sui requisiti di accesso al paese. I giornalisti stranieri sono messi alla porta, in coda per mesi ad attendere permessi che in molti casi non arriveranno mai. “Incertezze istituzionali”, si dirà, scaricando la responsabilità sul muro di gomma di una burocrazia senza nomi, né ruoli né indirizzi. I giornalisti locali nel frattempo diventano oggetto di sorveglianza e minacce da parte delle milizie libiche a cui “i partner internazionali” hanno deciso di trasferire avanzate tecnologie di controllo e ascolto. Tali dispositivi non hanno fatto altro che aggravarsi da allora, rendendo l’ingresso in Libia praticamente impossibile anche agli habitués del paese. E ai pochi che ottengono il permesso di entrare a raccogliere informazioni di prima mano, viene imposta una gabbia di misure di “sicurezza” e “accompagnamento” tali da limitarne drasticamente la libertà di movimento e azione. Il filtro si esercita su ciò che entra nel paese, come su ciò che ne esce.
Che tali misure si applichino ai giornalisti e ricercatori è in fondo poco sorprendente, in un paese dove la paranoia securitaria ereditata dall’ancien régime continua a ritenere la trasparenza una minaccia più che un diritto. Più preoccupante è che le stesse restrizioni colpiscano anche i funzionari Onu e Ue deputati a monitorare il progresso dei progetti di stabilizzazione sostenuti dalla comunità internazionale. La gestione dei famosi centri di detenzione per i migranti esibisce in maniera parossistica l’inversione dei rapporti fra controllati e controllori: da anni, l’accesso ai siti sensibili in Libia si ottiene solo con la compiacenza delle milizie locali, su cui il debolissimo governo di Tripoli non esercita alcun reale potere. Le milizie mostrano senza mostrarsi, danno visibilità senza darsi a vedere, mentre i riflettori dell’opinione pubblica internazionale, puntati sulla facciata scintillante dei “centri esemplari gestiti dall’Onu”, producono con lo stesso gesto il cono d’ombra che nasconde ogni sorta di abusi, dalla dispersione e diversione dei fondi di aiuto umanitario, alle violazioni di massa dei diritti di migranti e richiedenti asilo. Non è dato sapere cosa avvenga realmente nei centri quando gli ambasciatori occidentali sono tornati a casa e i riflettori restano spenti. Dall’oscurità emerge solo, confusa, la voce dei superstiti giunti in Europa: i quali tuttavia sono autorizzati a presentarsi, nella migliore delle ipotesi, come vittime meritevoli di cura, ma non certo come latori di un discorso di verità sulla situazione in Libia. Il salto epistemologico, che rompe la gabbia dell’ordine del discorso prevalente, avviene solo quando al brontolio confuso delle voci “non confermate” si sostituisce l’epifania delle immagini nude di una compravendita di schiavi mediate dalla Cnn. E la trasformazione della voce in fenomeno presenta al mondo l’impudica verità che in fondo sarebbe già stata ampiamente accessibile a chi avesse voluto prendersi la briga di guardare dalla parte giusta. D’altra parte, l’assenza di seri meccanismi di monitoraggio e valutazione d’impatto dei progetti di stabilizzazione della Libia, fra cui quelli relativi alla gestione dei flussi migratori, aveva già da tempo alimentato il sospetto che l’azione degli attori internazionali in Libia fosse finalizzata non tanto a sortire effetti concreti sul campo, quanto a rassicurare le opinioni pubbliche occidentali che “ce ne stiamo occupando”, di fatto allargando lo iato fra gli eventi concreti e il regime di verità in cui trovano espressione.
Oggi assistiamo a un’ulteriore torsione dei parametri di sapere/potere che definiscono il regime di verità del conflitto libico. Tenuta lontana dalla Libia, la comunità internazionale opera a partire dalla Tunisia o dall’Italia, affidandosi all’azione d’intermediari e al controllo remoto. Ma l’autoritarismo crescente delle autorità, che per ragioni diverse prende piede a Roma e Tunisi, sta ulteriormente riducendo i margini di azione e i canali di comunicazione disponibili. Il regime di verità si sta progressivamente trasformando in una verità irreggimentata. A fine marzo, l’esperto indipendente Moncef Kartas, incaricato dall’Onu di investigare i traffici di armi che violano l’embargo imposto alla Libia, è stato sequestrato dalle autorità tunisine, e rinchiuso in isolamento senza che siano formulate chiare accuse a suo carico. Si tratta di un caso senza precedenti, non solo per la Tunisia ma anche per l’Onu stessa, tanto più paradossale se si considera che Kartas aveva già pubblicato diversi rapporti che, apparentemente senza ostruzione, erano già stati presentati dall’Assemblea generale. L’episodio suggerisce quindi che nel contesto delle attuali polarizzazioni relative al conflitto libico la produzione di sapere risulta sempre più completamente assoggettata a dinamiche di potere divergenti e inconciliabili. Ciò che si presenta è soggetto a un dispositivo di controllo sempre più rigido, che si infiltra in ogni spazio del discorso pubblico.
Nel frattempo, Roma e Bruxelles hanno supportato la perimetrazione di una zona di soccorso in mare di esclusiva responsabilità delle autorità libiche. Tutti gli attori terzi, Onu, militari europei o ong, ne sono stati allontanati con le buone o con le cattive, di modo che è oggi praticamente impossibile garantire un monitoraggio indipendente, e sapere cosa accada davvero di fronte alle coste della Tripolitania. La deliberata creazione di una terra incognita in mezzo al mare impedisce fra le altre cose di operare un conteggio dei migranti naufragati. Sicché per la prima volta dall’inizio della cosiddetta crisi migratoria le cifre dei morti in mare proposte dall’Onu, dalla stampa e dagli osservatori indipendenti hanno cominciato a divergere nettamente, creando un alone di dubbio che da sempre costituisce l’anticamera di ogni negazionismo.
Ma ancora una volta, sarebbe fuorviante focalizzarsi unicamente sulla sottrazione censoria perdendo di vista la produttività intrinseca del regime di verità proprio al conflitto libico. Mentre l’escalation di militarizzazione paralizza il dibattito mediatico e politico, l’avanzata di Haftar verso Tripoli di inizio aprile si circonfonde di uno statuto ibrido, fra realtà e propaganda. Le bombe che cadono sulle postazioni nemiche sono annunciate, celebrate, magnificate e talvolta semplicemente rimpiazzate dalle bombe mediatiche che piovono sulle opinioni pubbliche libiche e internazionali. Le sganciano combattenti da tastiera dal grilletto facile, umani ma anche robot, per terrorizzare il nemico con la notizia di vittorie sul campo che talvolta non si sono mai realizzate. Ma che nella confusione dei bollettini di guerra non mancano di essere recuperate da giornalisti stranieri inaccorti, o compiacenti, in una spirale in cui la notizia dell’evento, a prescindere dalla sua fondatezza, retroagisce sull’evento stesso contribuendo a determinarlo.
La comprensione della guerra in Libia riservata agli osservatori esterni è quindi inscindibilmente legata agli effetti di verità di questo dispositivo, in cui la produzione di sapere e le relazioni di potere si alimentano a vicenda. I meccanismi complementari della sottrazione censoria e della addizione produttiva circoscrivono il perimetro di ciò che si presenta come evento di guerra, mentre la verifica empirica è preclusa “per ragioni di sicurezza”. La guerra ontologica, apparecchiata su tutti i nostri schermi iperconnessi, presenta così in forma superficialmente pacificata il risultato di una lotta all’ultimo sangue che decide cosa della Libia si dia in mostra, a chi, e con che mezzo.
Il caso della Libia non sarà forse l’unico, e probabilmente neanche l’ultimo, ma è certamente quello a cui il pubblico italiano è più massicciamente esposto. Esercitare pensiero critico in questo caso è lontano anni luce dalla presunzione di svelare “la realtà” agli occhi del pubblico ingenuo, squarciando il velo della falsa coscienza ordito da fantomatici poteri forti. Esercitare pensiero critico è invece, forse, cercare di capire come si esercita il regime di verità che dà a vedere determinati fenomeni e a udire determinate voci, prima che queste siano ingabbiate definitivamente negli steccati della guerra ontologica.