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La pace in Irlanda vent’anni dopo

di Riccardo Michelucci

foto di Giuseppe Milo

 

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” In un’Irlanda del Nord che celebra il ventennale dell’Accordo di pace del 1998, questi versi della famosa poesia Act of Union, scritta negli anni settanta dal futuro premio Nobel Seamus Heaney, suonano oggi quasi profetici. Questo importante anniversario poteva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che riuscì a porre fine al più lungo conflitto europeo del dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement che si sono svolte a Belfast nell’aprile scorso sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere seriamente i pilastri fondamentali di quell’accordo.

Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

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Gaza. Ultima chiamata per la libertà

di Cecilia Dalla Negra

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 

L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante”
Mahmoud Darwish

All’epoca, lo chiamarono “Piano per il disimpegno”. Era l’agosto del 2005, e l’allora primo ministro Ariel Sharon ordinava il ritiro unilaterale di 21 colonie israeliane dalla Striscia di Gaza, occupata militarmente nel 1967 in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. E’ probabilmente da qui che occorre ripartire per comprendere cosa siano stati questi 13 anni a Gaza, di cui 11 in condizione di assedio totale. Da quando quel “falco”, salito agli onori delle cronache militari per il pugno duro sempre utilizzato contro i palestinesi, considerato tra i responsabili del massacro di Sabra e Chatila del 1982, decideva che gli oltre 7.000 coloni di Gaza, protetti da altrettanti militari, andavano portati altrove. Un destino diverso rispetto ad altri territori occupati quello riservato ad un frammento sulla mappa che, di lì a poco, sarebbe divenuto la più grande prigione a cielo aperto del mondo. I giornali, in quell’agosto, titolarono usando parole entusiaste. Si parlò di “gesto di coraggio”; di volontà, da parte della leadership israeliana, di avviare quel tanto atteso ritiro dai territori illegalmente occupati, tornando ad un tavolo di trattative rimasto sospeso nella storia. In tanti parlarono di “inizio della pace”. In pochi riconobbero che si trattava, piuttosto, dell’inizio della fine per la Striscia di Gaza.

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“Samouini road” dopo una guerra

di Stefano Savona

disegno di Simone Massi

Samouni Road è il film di Stefano Savona e Simone Massi, le cui immagini illustrano questo numero e che è stato presentato al recentissimo festival di Cannes e ha vinto l’Oeil d’or assegnato al miglior documentario. Ringraziamo Stefano, Simone e Dario Zonta per aver potuto pubblicare questo testo e queste immagini appassionanti.

Sono arrivato a Gaza nel gennaio 2009, quando l’operazione militare israeliana era già in atto da più di due settimane, spinto dal desiderio, nel quale si mescolavano rabbia, incoscienza e non poca ignoranza e presunzione, di combattere una frustrazione. Quella di dover assistere, davanti agli schermi di una tv o di un computer, alla pretesa assurda della quasi totalità dei media occidentali di raccontare un conflitto (il più  asimmetrico dei conflitti nel quale un minuscolo territorio sotto assedio, assimilabile a un campo di rifugiati, viene attaccato militarmente senza esclusione di colpi dalla potenza occupante che per il diritto internazionale avrebbe la responsabilità di tutelarne la sicurezza) interamente dall’esterno, senza nemmeno provare a forzare il divieto d’ingresso nella Striscia di Gaza imposto militarmente dalle autorità israeliane a tutti i giornalisti e il conseguente embargo delle immagini.

Mi sono detto in maniera estremamente naive che valeva la pena di provare a entrare a Gaza dal confine egiziano perché, sapendo come in Egitto molto più che altrove, ogni regola conosca un numero infinito di eccezioni, ero convinto che se una breccia in quel confine si fosse aperta avrei trovato il modo di intrufolarmici. E così è effettivamente stato: mi sono ritrovato nell’ultima settimana di guerra ad essere uno dei pochissimi stranieri all’interno della Striscia e, solo con la mia telecamera, ho potuto filmare, montare e pubblicare giorno per giorno un diario cinematografico del conflitto, dove cercavo di raccontare con i mezzi del cinema documentario quello che accadeva intorno a me.

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Tunisi, un pugno di mosche

di Taddeo Mecozzi

“Servirebbe un’altra rivoluzione”.

“La vita di tutti i giorni era meglio prima della rivoluzione”.

“Abbiamo guadagnato maggior libertà di parola, a volte nemmeno quella”.

“Ci hanno rubato la Rivoluzione”.

“Prima nessuno attraversava col rosso, ora la libertà è poter fare ciò che si vuole”.

“Prima rubava una famiglia sola. Oggi sono tutti Ben-Ali, rubano tutti”.

“Tutti i fedelissimi stanno tornando al loro posto”.

“Non bevevo mai, ora sono al bar tutte le sere, il bar dove vado è un circolo di alcolizzati, dopo la rivoluzione siamo tutti depressi”.

Queste sono solo alcune delle frasi più comuni che si possono raccogliere a Tunisi parlando nei bar e nei caffè. I sentimenti più diffusi sembrano essere frustrazione, rassegnazione, delusione, sfiducia. Il potere è cambiato, dal 2014 è in vigore in Tunisia una nuova costituzione, la libertà di parola è stata sguinzagliata, le manifestazioni, piccole e grandi, si susseguono tutte le settimane.

Lungo il corso principale della capitale, di quando in quando, un gruppo, più o meno nutrito di persone, si riunisce davanti al teatro municipale, sulle scalinate e appena sotto. Tutti insieme brandiscono bandiere e scandiscono cori inneggianti al cambiamento. Dopo qualche mezz’ora di slogan si dirigono verso il Ministero dell’interno, sull’Avenue Habib Bourguiba, intitolata al pater patriae della Tunisia moderna e indipendente. Il Ministero della libertà, come lo chiama qualcuno guardandolo dalla finestra di un bar all’altro lato della strada, è uno scuro complesso grigio, tutto cemento, e dà l’impressione di essere una gabbia. L’edificio occupa un intero isolato a cui da anni, per questioni di sicurezza, non si può più accedere. Il Ministero è infatti circondato da una protezione di transenne, filo spinato e poliziotti.

Intorno e lungo l’Avenue, nel Centre Ville, si alzano invece i bianchi palazzi coloniali voluti dai francesi nella prima metà del novecento.

I manifestanti, arrivati davanti al peggior simbolo del potere, affrontano le transenne e i poliziotti in tenuta nera antisommossa. Qui le manifestazioni vanno avanti ancora diversi minuti prima che le voci si spengano e ognuno torni a casa.

Sette anni fa, quando il 14 gennaio 2011 Ben Alì, dopo 25 anni ininterrotti di potere, ha dovuto abbandonare il paese, la proteste erano iniziate nelle zone dimenticate della nazione.

Le regioni del sud, del centro, Ghafsa, la città mineraria famosa per le sue lotte contro il potere già nel 2008, si erano infiammate fino a raggiungere la periferia della capitale e, finalmente, il cuore della capitale, fino alla cacciata del dittatore.

Oggi come allora, sette anni dopo, sono ancora le regioni più svantaggiate del paese a riprendere la strada per chiedere lavoro e dignità, ma la protesta non ha raggiunto la città. Appena due mesi fa, sui giornali di tutta Europa e in Tunisia, sono comparsi i resoconti e le immagini di manifestazioni e scontri avvenuti in tutto il paese. Talvolta gli scontri con la polizia sono proseguiti o iniziati a notte fonda. Catene alimentari, negozi e commissariati sono stati presi d’assalto.

Quasi mille persone sono state tratte in arresto durante o prima delle manifestazioni. Sembra sia ancora in voga la pratica degli arresti preventivi, ossia il fermo di polizia nei giorni appena antecedenti alle manifestazioni o durante le stesse. Fermo che si protrae fino al termine del periodo caldo.

Di questo vento di protesta nella capitale non si è quasi avuta notizia, se non per qualche sparuto gruppetto di manifestanti che ha sfilato lungo l’Avenue.

Se non fosse stato per i giornali o per le telefonate preoccupate provenienti dall’Europa, nessuno in centro città si sarebbe accorto dell’agitazione che attraversava il paese.

Le proteste in città sono state per lo più organizzate e chiamate dal collettivo Fech-Nestennau. Questo gruppo informale di ragazzi, che si organizza principalmente attraverso Facebook, e attraverso di esso chiama alle manifestazioni, ha invitato i tunisini a scendere in piazza per chiedere l’immediata abrogazione e/o modificazione della legge di bilancio 2018, appena approvata dal Parlamento. La stessa prevede tagli ai servizi pubblici e un aumento delle tasse su un grande numero di generi di consumo. La Tunisia, dopo la rivoluzione, è difatti destinataria di un programma di prestiti da parte del Fondo monetario internazionale il quale chiede in cambio l’attuazione di precise politiche economiche, qui come in molti altri paesi del mondo.

Se sette anni fa la Tunisia era scesa in piazza per liberarsi dalla paura di un sistema poliziesco e repressivo nonché per chiedere migliori condizioni di vita, oggi, secondo il sentire comune, può dire di aver ottenuto solo una più ampia libertà, di parola e di costumi. Il costo della vita impenna ogni anno con tassi d’inflazione elevatissimi e, se una giornata di lavoro può valere tra i 20 e i 40 dinari, il prezzo di una stanza in città può superare i 300 dinari.

Sette anni fa, il panorama politico e istituzionale è stato travolto dalla protesta. Una dittatura monolitica ha lasciato spazio al pluralismo, alla libertà di parola e a una repubblica semipresidenziale. Le istituzioni, pur nella continuità delle persone e dell’amministrazione, sono state profondamente rinnovate nella loro forma e nei loro meccanismi.

Lo stesso non può dirsi per il cambiamento sociale che molti, pur senza formalizzarlo in un pensiero cristallino o in un’ideologia, si aspettavano. Oggi, sette anni dopo la rivoluzione, è stato rivisto il metodo di selezione dei vertici della piramide. La classe dirigente non è più la famiglia del presidente ma viene scelta attraverso elezioni. La piramide è però rimasta in piedi e la vita quotidiana di coloro che ne sono alla base è addirittura peggiorata. Ogni individuo ha oggi molte più responsabilità rispetto alla propria vita, senza che gli siano stati concessi i mezzi per affrontarle. Il risultato è, qui come altrove nel mondo, un’opprimente incertezza. Nessuna significativa forma di redistribuzione della ricchezza alla sua fonte, la proprietà, o al suo risultato, i profitti, è stata messa in atto, così come al di là di elezioni quinquennali nessun potere è stato ridistribuito agli individui perché possano essere davvero responsabili e padroni della propria vita.

E lo stesso accade, in democrazia e in dittatura, ovunque nel mondo, all’apparire, a ogni nuova stagione, di un nuovo movimento che, periodicamente, promette rinnovamento, cambiamento e speranza, per poi lasciare tutti quelli che ci avevano creduto con un pugno di mosche in mano.

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#NeverAgain: gli studenti americani contro la violenza armata

di Lorenzo Velotti

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Il 14 febbraio Nikolas Cruz, un ex studente della Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, è tornato nella sua scuola e con un fucile semi-automatico ha sparato indiscriminatamente a studenti e insegnanti, uccidendo diciassette persone. Una dinamica non particolarmente diversa rispetto alle molteplici stragi compiute nelle scuole e nelle università statunitensi con una certa frequenza, se non che questa volta la sparatoria ha generato, in pochi giorni, il più grande movimento contro la violenza armata da almeno due decadi. I giovanissimi studenti di Parkland, invece di limitarsi al lutto, alla solidarietà o alle preghiere, hanno messo l’accento sul fatto politico della tragedia: hanno denunciato l’enorme influenza della lobby delle armi, la National rifle association (Nra), sul Congresso degli Stati Uniti. Hanno creato, in gran parte grazie all’uso dei social networks, un movimento in grado di produrre, a un mese dall’accaduto, una collettiva “uscita dalle classi” in tutte le scuole del paese e, il 24 marzo, una “Marcia per le nostre vite”: una gigantesca manifestazione, celebratasi in oltre 800 città statunitensi, in opposizione alla violenza armata.

Il successo mediatico del movimento è indubbio e, per quanto riguarda la lotta alla violenza armata, inedito. Lo straziante discorso della studentessa sopravvissuta Emma Gonzalez ha fatto il giro del mondo. Il problema della violenza armata è diventato protagonista del dibattito pubblico americano. Inoltre, in poche settimane, diversi (cauti) passi avanti verso un maggiore controllo della vendita e del possesso di armi sono stati fatti tanto dai governi di alcuni stati federali quanto da alcune aziende private. Gli studenti sono riusciti a raccogliere diversi milioni di dollari attraverso il crowdfunding, le donazioni da parte delle celebrità e l’appoggio di società e fondazioni private. Secondo i sondaggi, l’opinione pubblica è sempre più a favore di leggi più restrittive sulla vendita delle armi. In questo contesto, ciò che è veramente interessante sono la natura, e le potenzialità, di questo movimento.

Un movimento radicale?

Un elemento in particolare, oltre al successo mediatico, differenzia questi studenti dai movimenti per il controllo delle armi esistiti finora – nati in quartieri bianchi e “bene” come reazione alle stragi. Questa volta, infatti, i ragazzi stanno cercando – come si è potuto ascoltare in alcuni dei discorsi della March for Our Lives – di dar voce al problema della violenza armata non solo nelle scuole, ma anche più in generale nei difficile contesti delle comunità povere, in particolare afroamericane, dove il tasso di omicidi è ben più alto che quello nelle scuole, ma i cui problemi non vengono ascoltati quanto quelli di bambini bianchi. In altre parole, il movimento sta cercando di legare la protesta contro le armi a problemi più profondi: la disuguaglianza e il razzismo. L’obiettivo è molto ambizioso. Ce la faranno? Il movimento contro le armi sarà ricordato come un movimento d’opinione di estremo successo – come il movimento antifumo, che trasformò il paese del cowboy Marlboro in quello dove il tabacco è quasi un tabù – o si tratta invece, come sostiene Sarah Jaffe su “The New Republic”, di “un movimento che chiede un nuovo senso comune, capace di portare nel dibattito nazionale idee radicali”? Il problema è che, di “radicale”, fino a questo momento, non c’è stato molto. Innanzitutto, completamente escluso dal dibattito è, naturalmente, il secondo emendamento della Costituzione – il diritto a possedere un’arma – considerato inalienabile dagli statunitensi. Gli studenti hanno addirittura bollato come calunnia l’accusa, mossa dalla destra americana, di sostenere il divieto totale del possesso di armi.

Tuttavia, sarebbe ingenuo individuare o meno l’elemento radicale del movimento a partire da questo fattore, senza considerare l’importanza che questo diritto ha, e ha sempre avuto, nello spirito americano. In effetti, il diritto alla proprietà delle armi è radicato tanto nel giovane studente di sinistra – che lo sostiene in quanto eredità dell’originale spirito anarchico americano, garanzia del diritto di ribellione del popolo e mezzo per sottrarre allo Stato il monopolio della forza legittima – quanto nel vecchio cowboy repubblicano che cercò di persuadermi dicendo che, “quando hai un’arma in tasca, e sai che tutti quelli intorno a te ne hanno una, ti senti sicuro, ti senti libero”.

Il nome che i media italiani hanno dato alla protesta, “movimento contro le armi”, non è dunque corretto. Traducendo alla lettera Movement against gun violence, il nome rispecchia più fedelmente i suoi obiettivi reali: “Movimento contro la violenza armata”. Il manifesto del movimento, infatti, non accusa le armi in quanto tali o il possesso delle stesse, ma propone diverse misure preventive nei confronti della violenza armata, come vietare il possesso di armi semiautomatiche e gli accessori che simulano armi automatiche, creare un registro delle vendite di armi e un registro universale degli antecedenti penali, cambiare le leggi sulla privacy affinché gli istituti di salute mentale comunichino con la polizia, vietare le ferie di armi e la vendita di armi di seconda mano, alzare l’età minima per comprare armi ai 21 anni e aumentare i fondi per la sicurezza nelle scuole. Tutte proposte molto pragmatiche, volte alla prevenzione delle stragi mediante un maggior controllo della popolazione.

#NeverAgain nel contesto dei movimenti sociali dell’era Trump

“Il movimento studentesco contro la violenza armata è inseparabile dalla più ampia serie di movimenti sociali sorti nell’era di Trump”, sostiene Nicolaus Mills su “Dissent”. È vero, a partire dalla notte stessa delle elezioni del 2016, una nuova stagione di movimenti studenteschi e di protesta ha invaso gli Stati Uniti. La sinistra radicale è tornata, dopo diversi decenni, ad acquisire un peso all’interno della vita politica americana. Non solo grazie a personaggi come Bernie Sanders, che in campagna elettorale non ha avuto paura a definirsi socialista – un tabù negli Stati Uniti – ma anche grazie alla nascita, per esempio, del movimento Antifa, che si propone di praticare un antifascismo militante, sostenitore dell’azione diretta spesso anche violenta, e che per questo è minacciato di essere inserito nella lista dei gruppi terroristi dal governo federale. In generale, secondo uno schema classico, lo spostamento a destra del partito repubblicano ha provocato una parziale rinascita della sinistra radicale nel fronte dell’opposizione. Inoltre, le Women March – nate come reazione al maschilismo presidenziale – hanno riportato all’ordine del giorno il femminismo e la lotta al patriarcato in tutti i suoi aspetti. In questo senso Trump ha il merito di aver resuscitato, grazie al suo estremismo di destra, importanti temi di sinistra che erano spariti dal dibattito quotidiano.

Ciò nonostante, tanto la Women March e la rinascita del femminismo in America, quanto la March for our lives, non possono certo essere considerati movimenti di sinistra radicale, ma fanno parte delle classiche battaglie della sinistra democratica liberale: i diritti civili. L’uguaglianza di genere nel primo caso e il diritto civile per eccellenza, il diritto alla vita, nel secondo. Infatti, come sottolinea Mills su “Dissent”, la protesta contro la violenza armata non ha, negli intenti degli organizzatori, un “finale aperto”, come aveva Occupy Wall Street nel 2011, ma si richiama invece al movimento per i diritti civili degli anni ’60, che lottava per cambiare le leggi, non il sistema. Nelle parole di uno dei giovani protagonisti di #NeverAgain: “se i politici non cambiano le leggi, li cacceremo votando”. Considerate dunque le differenze esistenti tra i movimenti di protesta, la cui nascita o il cui rinvigorimento sono dovuti alla presidenza Trump, non è affatto scontata la visione secondo cui questi, radicali o liberali che siano, possano essere considerati una sola forza e possano davvero cambiare, in senso radicale, gli Stati Uniti. Conosciamo bene quella sensazione – che la mia generazione ha vissuto con Berlusconi – dell’avere un nemico comune e di cercare un filo che unisca tutte le lotte, per poi ritrovarsi ben lontani dal trovarlo non appena questa forma così evidente di nemico scompare.

Un movimento generazionale?

Nonostante l’entusiasmo tipico dell’età in cui si pensa davvero di poter cambiare il mondo, a ben vedere questo non sembra un movimento che si lascia trasportare dall’utopia, come facevano in gran misura i loro coetanei di mezzo secolo fa’. Al contrario, si tratta di un movimento che si fonda su concrete proposte legislative da realizzare attraverso un’incredibile campagna mediatica per portare dalla propria parte la maggioranza dell’opinione pubblica. Degli obiettivi così concreti, insieme all’abilità con cui questi giovani si destreggiano tra le strategie di marketing contemporanee, sono gli elementi nuovi di questo movimento, che rispecchiano le caratteristiche di questa generazione. Secondo alcuni, siamo infatti di fronte alla politica fatta dalla “Generazione Z” (i veri nativi digitali, successivi ai “Millennials”). Pragmatici, concreti, informati, benestanti, abili esperti di informatica e di marketing online, con il quale ottenere risultati tangibili, seppur non rivoluzionari. I protagonisti della protesta hanno voluto dare un’impronta generazionale al dibattito, dichiarando di voler riparare “i danni fatti dagli adulti”. Nonostante ciò, i sondaggi mostrano che i giovani statunitensi non sono necessariamente più sfavorevoli alle armi che i loro genitori. Forse, quella del movimento non è altro che un’intelligente strategia politica e comunicativa per convincere i propri coetanei facendo leva sulle fratture generazionali, reali o meno che siano. Eppure, non è del tutto convincente l’identificazione della protesta come un movimento generazionale, perché la lotta è perfettamente conforme alle regole e ai mezzi forniti dal sistema liberale costruito dai loro padri. Visto da questo punto di vista, il movimento non può certo essere considerato né generazionale né radicale, ma piuttosto un efficace movimento d’opinione che agisce come un gruppo di pressione.

Tuttavia, se questi giovani riuscissero veramente a rendere la battaglia contro la violenza armata la causa occasionale per un più ampio movimento che identificasse e combattesse le radici socioeconomiche – come la disuguaglianza economica e il razzismo – del problema delle armi e non solo, allora avrebbe veramente delle vere potenzialità, radicali. Superare questa linea di confine è fondamentale. Una linea di confine che non determina solo le sorti del movimento, ma in qualche modo il futuro del concetto di sinistra. La politica contemporanea negli Stati Uniti e in gran parte del mondo occidentale vede la sinistra e la destra come concetti ormai offuscati e confusi, i cui elementi classici vengono mescolati a piacere dai politici di turno, con una forte tendenza ad adottare il seguente modello: da una parte una sinistra liberale che si batte per i diritti ma che in campo economico e sociale ha sposato il neoliberismo selvaggio, nutrendosi principalmente dei voti dei benestanti istruiti che vivono in contesti urbani, mentre la destra maschilista, intollerante e xenofoba, oggi vive e si nutre della classe operaia, dei contadini, e di tutti coloro che sono stati dimenticati dalla società globale. Tra i dimenticati parliamo dei bianchi. I neri, i latinos e i migranti in generale, non hanno alcuna rappresentanza politica. Senza addentrarci in un’analisi che non sarebbe possibile approfondire in questa sede, questo divario è rappresentato dagli ex candidati presidenziali Clinton e Trump, che hanno spaccato in due la società statunitense come mai lo era stata nell’ultimo secolo. Da una parte le belle parole, i bei princìpi, i diritti civili – insomma, il politically correct – a fare da copertina a un neoliberismo selvaggio, alla guerra, eccetera. Dall’altra la capacità di parlare (seppur, in gran parte, mentendo) a coloro che da questo neoliberismo sono stati massacrati, e che sono oggi vittime della società urbana e globale che per questo rifiutano, rifugiandosi in vecchie certezze: un’America grande, bianca, lavoratrice, armata. È questa destra che, infatti, ha accusato la protesta di non essere spontanea, ma di essere finanziata dai “miliardari che odiano le armi”.

Se la linea divisoria che oggigiorno tiene separata la sfera dei diritti civili da quella dei diritti sociali ed economici non verrà spezzata, il movimento non farà altro, nel migliore dei casi, che rendere più severa la legislazione sulle armi. Se invece questi giovani riusciranno a coinvolgere gli esclusi e a unire la causa civile con quella socioeconomica, allora questo movimento passerà alla storia come una radicale rivolta generazionale.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.