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I paradossi della crisi europea

di Enzo Traverso

traduzione di Saverio Esposito

Riproproniamo da “Lo Straniero” n. 191 del maggio 2016 un saggio di Enzo Traverso che ci sembra importante far conoscere ai nostri lettori in vista delle parlamentari europee.

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Il processo di unificazione europea attraversa oggi una crisi profonda, la più grave dal momento della sua nascita agli inizi degli anni cinquanta. In meno di un anno, a partire dalla crisi greca e subito dopo da quella dei rifugiati, l’Unione ha mostrato il suo volto di Medusa, così spaventoso che, guardandolo, si rischia di restarne pietrificati. Non c’è più nessuno che si illuda su un’istituzione che, invece di incarnare un’idea federalista, è diventata un guscio vuoto quando non oggetto di battute e di sarcasmi. I soli a rivendicarne ritualisticamente le virtù sono i membri di una classe politica altamente discreditata, che sembrano non aver più cultura né valori e che, più dichiarano di credere nell’Unione Europea, più la squalificano, anche quelli tra loro, maschi o femmine, che non hanno mai avuto simpatia per l’antieuropeismo conservatore, nazionalista, xenofobo.

La xenofobia cresce dovunque, come succede sempre in tempo di crisi, quando l’assenza di un’alternativa politica credibile crea un vuoto riempito solo dalla paura, dal ripiegamento identitario, dall’egoismo più ottuso, dalla ricerca di un capro espiatorio. La crisi dei rifugiati va avanti da mesi in circostanze sempre più drammatiche ed è la vistosa dimostrazione di tutto questo. Accogliere i nuovi paria è un dovere etico e politico, innanzitutto perché, oltre a ogni considerazione di ordine umanitario, questi migranti sono in fuga da guerre che sono nostre, che sono il risultato della destabilizzazione del Vicino Oriente e di una parte dell’Africa, in paesi che sono piombati nel caos per via delle guerre occidentali, che li hanno balcanizzati distruggendo i loro stati e le loro economie, spezzando equilibri etnici e religiosi già precari, nati un secolo fa con la spartizione coloniale delle spoglie dell’Impero ottomano. Su tutto questo, nessun leader europeo ha il coraggio di dire la verità e di assumere le sue responsabilità.

Un discorso di verità dovrebbe cominciare ricordando alcuni dati elementari. L’Europa ha bisogno di migranti, ne ha bisogno per sopravvivere, per bloccare il declino demografico, per mandare avanti le sue fabbriche, i suoi laboratori, i suoi servizi, dunque per mantenere il suo potere economico, per pagare le pensioni di una popolazione sempre più vecchia, per aprirsi al mondo globalizzato. Tutti gli osservatori ripetono questa evidente, banale constatazione, ma le sole misure coordinate su scala continentale di cui i nostri leader sono stati sinora capaci sono state la chiusura delle frontiere, la militarizzazione delle coste, l’espulsione dei sans-papiers, la moltiplicazione dei centri di permanenza che funzionano come luoghi anomici di umiliazione e di miseria. L’Europa considera i suoi immigrati come una minaccia al punto di rifiutare in più paesi di naturalizzare gli “stranieri” nati sul suo suolo ed educati nelle sue scuole, al punto di promulgare leggi che mirano a stigmatizzare i suoi cittadini di religione musulmana.

Questa mancanza di visione e di coraggio ha reso i nostri leader politici corresponsabili del massacro che si compie giorno per giorno nel Mediterraneo. Fino a oggi le loro discussioni non hanno mai riguardato il modo di accogliere questa massa di persone in movimento che fuggono da regioni devastate da guerre che noi abbiamo provocato ma solo il modo di impedire che li lascino. Qualche centinaio di migliaia di rifugiati, intorno a uno o due milioni, sono poca cosa in un continente che ha più di 500 milioni di abitanti, sono niente in rapporto a quanto avviene oggi in paesi più piccoli e più poveri come il Libano, la Giordania o la Tunisia. Questa crisi è servita soltanto a rimettere in discussione i trattati di Schengen, a provocare la chiusura delle frontiere in seno all’Unione, a rivelare la totale incapacità dei nostri governi di trovare una soluzione coordinata. Sembra di essere tornati alla conferenza di Evian del 1938, quando le potenze occidentali dimostrarono la loro assenza di volontà ad accogliere i rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. Nessuno li voleva, e gli argomenti a cui si ricorse per respingerli erano stranamente simili a quelli di oggi: la crisi economica, la mancanza di strutture di accoglienza, l’opinione pubblica contraria… La storia si ripete e i memoriali dell’Olocausto moltiplicatisi in Europa nei due ultimi decenni servono solo a dimostrare l’ipocrisia delle nostre istituzioni.

La crisi europea di questi anni è fatta di contraddizioni e di paradossi. Il primo è facilissimo da constatare e viene dal fatto che il vecchio mondo non è mai stato, nel corso della sua storia, così unito e compiuto come è oggi, nel momento in cui gli Stati minacciano di chiudere le proprie frontiere. Eppure per milioni di giovani sui vent’anni, le frontiere non significano più molto. Hanno studiato in più paesi dove si sono fatti degli amici, in cui viaggiano e di cui imparano le lingue. I loro scambi si intensificano e quando si incontrano non si vivono come stranieri, le differenze culturali che li caratterizzano non le considerano degli ostacoli ma fonti di reciproco arricchimento.

Insomma le nuove generazioni hanno scoperto il significato più nobile della parola “frontiera”, quello di un luogo di incontro invece che di separazione.

L’esperienza cosmopolita dell’Europa, riservata un tempo a un’élite di privilegiati o, sotto aspetti assai meno gratificanti, di lavoratori migranti, è oggi un fenomeno di massa. In altri termini, l’unità europea esiste già, anche se non ha niente a che vedere con la retorica di Bruxelles né coi discorsi razzisti e islamofobi sull’Europa “giudaico-cristiana”. Esiste nel suo tessuto antropologico e culturale. Dunque la crisi dell’Europa attuale non è la crisi dell’integrazione sovranazionale delle società da cui è composta ma nasce dal rifiuto compatto, e sempre più radicale, che viene dalle sue istituzioni politiche. L’ascesa dei movimenti xenofobi che rivendicano il ristabilimento delle frontiere, la fine della moneta unica e la restaurazione delle sovranità nazionali non fanno che sfruttare questo rifiuto proponendogli una traduzione politica regressiva. Chi vota per questi movimenti vuole prima di tutto levare la sua voce contro la “cricca” di Bruxelles. La crisi europea è una crisi politica.

È dunque alle élite politiche che bisogna guardare. La differenza che le separa dai loro antenati è, da questo punto di vista, impressionante. Il contrasto è così forte che, per reazione, non si può che provare una certa ammirazione per quei vecchi conservatori che sono stati giubilati quali padri spirituali dell’Europa. Non mi riferisco a quegli intellettuali che, come Altiero Spinelli, hanno immaginato una federazione europea nel momento in cui il vecchio mondo stava sprofondando nella guerra, penso agli artefici delle nostre attuali istituzioni, agli Adenauer, De Gasperi, Schuman…

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Pensare l’Africa con Achille Mbembe

di Livia Apa

Freddy Sam

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Anche in Italia, in forte ritardo rispetto a molti altri paesi europei, viene finalmente tradotto da Meltemi l’importante saggio Sortir de la grande nuit, scritto del camerunese Achille Mbembe nel 2010, esattamente cinquant’anni dopo l’indipendenza delle colonie francesi. Uno strano ritardo visto che nel 2005 la stessa casa editrice aveva pubblicato Postcolonialismo, in un momento in cui il nostro paese sembrava ancora più impermeabile di oggi a quanto si pensa e produce nel continente africano. Si tratta, come dicevo, di un libro importante innanzitutto per il modo in cui, con una scrittura accattivante che vince gli angusti limiti della scrivere accademico, Mbembe delinea i tratti del ruolo che l’Africa si appresta ad avere dentro la contemporaneità globale, e lo fa ricorrendo a una potente capacità di rileggere e riconfigurare spazi teorici importanti come quelli della critica post-coloniale e decoloniale, rinnovando così il dialogo con il presente del continente ma soprattutto con l’immaginazione del suo futuro.

In realtà la lente attraverso cui Mbembe attraversa e rinnova questi due spazi teorici è quella del pensiero anticoloniale, non solo per i continui riferimenti ai mentori di quel movimento, primo fra tutti Frantz Fanon, ma per il modo in cui l’anticolonialismo diventa, nella sua riflessione, il momento a partire dal quale si fa imprescindibile pensare il rapporto fra le varie parti del mondo e il rapporto soprattutto tra l’occidente e gli antichi spazi colonizzati. Per riuscire a realizzare quest’obbiettivo Mbembe ci invita pagina dopo pagina a fare un appassionante viaggio in cui, partendo dalla sua esperienza personale, e attraversando il suo rapporto con la teoria critica, riflette sull’ex colono, la Francia, mettendo a fuoco la sua incapacità di liberarsi e uscire dal labirinto dell’orizzonte coloniale mettendo in atto strategie di auto-decolonizzazione.

È su questo punto, infatti, che si agglutina la riflessione di Mbembe. La Francia, come le altre potenze coloniali, non riesce a decolonizzare se stessa fondamentalmente perché consuma il suo non essere più il centro del mondo (come peraltro fa tutto l’Occidente) in una strategia difensiva di controllo delle frontiere atte a relegare ancora una volta l’Altro in uno spazio di non iscrizione nella contemporaneità. Ed è qui che Mbembe mi pare operare un importante scarto teorico. Sebbene egli sia erroneamente definito un pensatore postcoloniale, in realtà, pur riconoscendone l’importanza, prende una fondamentale distanza da quella tradizione di studi proprio perché essa ha riflettuto soprattutto sul rapporto tra il sé e l’altro, rapporto che però, come lui ci dice, viene meno a partire dal momento in cui la costruzione dell’altro perde di centralità proprio visto che l’Occidente non è più il centro del mondo, ma continua a sentire il bisogno di gestire una relazione di potere da ciò che è a lui dissimile. Il progetto teorico di Mbembe compie uno scarto quindi, richiamando l’attenzione e lo sguardo sul rapporto del sé con se stesso, mettendo l’accento sull’importanza di localizzare e situare la propria esperienza del mondo.

Questo scarto è decisivo non solo per l’Europa, ma anche per l’Africa perché riporta l’attenzione non più sul nostalgico recupero di forme di società che rivendichino e cristallizzino vaghe idee di tradizione e ancor più vaghi richiami a valori identitari, ma perché recupera quello che è stata la profonda lezione dell’anticolonialismo inteso come un movimento di liberazione globale che ha voluto creare innanzitutto una nuova forma di realtà : “se esiste un ‘eredità intellettuale, morale e politica del nazionalismo africano per la quale valga la pena spendere forze nella condizione attuali è quella così definita, quella del messaggio di gioia di un grande avvenire universale equamente aperto a tutti gli uomini e a tutte le nazioni” come si può leggere nell’epilogo del volume. Il monito è rivolto anche all’Africa quindi, un appello a re-immaginare il proprio futuro “in relazione” al resto del pianeta. Da qui può ripartire uno sguardo sull’oggi, che può dare una spinta a “quello che si può fare domani” come scrive Mbembe, nel continente e fuori di esso.

Emergere dalla lunga notte è un libro fortemente situato, un libro militante e poderosamente politico che apre il cammino alla riflessione che porterà nel 2013 a Critique de la raison nègre, un elogio della ragione negra intesa come lato oscuro del sapere illuminista, per poi approdare nel 2016 a Politique de l’inimitié, entrambi ancora inediti in Italia. Attraversa frontiere disciplinari ed evoca pioneristicamente temi (la città africana, la lingua e la cultura, il genere, il conflitto, la frontiera) che sono oggi, quasi dieci anni dopo la sua pubblicazione, al centro della teoria critica globale. Nonostante la struttura coerente e coesa del volume, ognuno dei sei capitoli di cui esso si compone può essere letto autonomamente ed è curioso che l’intervista che viene presentata in appendice al volume appare datata, per il modo in cui è condotta, diversamente dal libro.

Chiudo con una riflessione. È interessante notare come nell’accademia la ricezione del pensiero di Achille Mbembe si sia soprattutto limitata alla parte in cui egli riflette sull’Europa in chiave appunto post-coloniale, cioè sul rapporto tra ex potenze colonizzatrici e spazi colonizzati. Resterebbe però forse da esplorare la (fondamentale) dimensione della sua riflessione che si situa appunto dentro il sapere prodotto nel continente africano e che mi sembra essere il terreno da cui il brillante pensatore camerunese alimenti il suo ragionare. Oltre agli altri suoi importanti libri ancora inediti forse sarebbe auspicabile cominciare a prender in considerazione tutta una tradizione di saperi costituita da autori che oltre e insieme a Mbembe oggi pensano dall’Africa, non solo l’Africa ma il pianeta.

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La Libia, nuova frontiera della guerra ontologica

di  Luca Raineri

Gabriele Galantara, “Domani a conti fatti – Pantalone: Valeva proprio la pena?”, vignetta per L’Asino contro la guerra di Libia, 1911

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Heidegger sosteneva che l’essere è ciò che permette il darsi a vedere degli enti, l’orizzonte entro cui si manifestano. Gli enti, gli eventi, le cose del mondo ci sono nella misura in cui si mostrano di fronte ai nostri occhi, si fanno avanti, presenti (prae-s-enti). Ma da Foucault in poi, sappiamo anche che questo spazio in cui gli enti si fanno presenti, visibili, e quindi soggetti a (o soggetti di) discussione, e eventualmente anche di deliberazione democratica, non è uno spazio neutro, bensì è uno spazio percorso, attraversato e intimamente costituito da relazioni di potere. È il potere che definisce il perimetro entro cui enti e eventi del mondo appaiono. È il potere che, infiltrandosi nella microfisica di ogni rapporto, decide cosa emerge e cosa affonda nella cacofonia del mondo. Che pone l’agenda delle discussioni, e cura l’immagine degli argomenti sul tavolo. Un potere con la “p” minuscola, non quello del grande burattinaio che amano immaginare i cospirazionisti, bensì quello decentrato nella pluralità dei saperi e delle pratiche, ma proprio per questo pervasivo e ineludibile.

La guerra, in quanto manifestazione estrema e nuda del potere, offre un teatro eloquente per l’esibizione di queste dinamiche. In guerra, si sa, la prima vittima è la verità. L’informazione di guerra forma, deforma e trasforma l’opinione pubblica. Perciò il sapere sulla guerra, il sapere della guerra, è anche una forma di potere di cui è fondamentale mantenere il controllo. La storia del ventesimo secolo ci ha assuefatti ai bollettini di guerra filtrati dalle propagande di regime. E noi smaliziati lettori postmoderni abbiamo imparato a non prendere per buone le verità della televisione, specialmente quelle che parlano la stessa lingua di un paese profondamente e integralmente coinvolto in un conflitto armato in corso.

La guerra in Libia è un caso paradigmatico: guerra di spie par excellence, in cui il dato empirico è avvolto nel mistero e soggetto a continua manipolazione. L’Italia è esposta in prima fila alle dinamiche di sapere e potere che definiscono i parametri del conflitto libico. Il nostro “interesse nazionale” – sufficientemente ipertrofico da estendersi al di là dei confini della nazione stessa – annovera fra le sue priorità le sorti della Libia, tecnicamente uno stato sovrano. La perfetta continuità registrata in questo senso dai governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte allude ad ambizioni strategiche più profonde e durature del balletto superficiale dei partiti, e trascende le tattiche dal respiro corto buone solo per accalappiare e addomesticare un consenso volubile.

Così vicina e così importante, la Libia occupa stabilmente da anni le prime pagine dell’informazione sugli esteri in lingua italiana. Eppure, non è difficile cadere nella sensazione che più se ne parla, meno se ne capisce. Cosa succede in Libia? Succede qualcosa, o siamo sempre al punto di partenza di una guerra civile di cui non si vede la fine proprio perché non fa che reiterare il suo inizio? E a cosa assomiglia, questa guerra civile? A uno scenario somalo, di totale implosione dello stato e anarchia di bande armate, o a uno scenario siriano, di insorgenza in aree ben delimitate e repressione con mezzi pesanti, bombardieri e decine di migliaia di vittime civili? E in questo conflitto, noi, con chi stiamo? Stiamo con Serraj, oppure con Haftar – che sempre più spesso viene invitato a Roma con tutti gli onori? Stiamo contro gli islamisti, quelli dell’Isis, o con loro, quelli delle milizie di Tripoli e Misurata?

Parte della confusione è certamente attribuibile alla mutevolezza del conflitto libico stesso. In Libia, le identità sono negoziabili, e sul campo si susseguono cambiamenti di fronte, decomposizioni, ricomposizioni e colpi di scena, in un caleidoscopico giro di alleanze in cui sembra che tutto cambi affinché non cambi niente. Confusione che rimbomba nella sfera mediatica, dove spesso poi sopravvive di una vita propria, che prescinde dalle dinamiche reali. La difficoltà di accesso diretto e di verifica, e il minuzioso controllo dei margini di agibilità di ricercatori e giornalisti, infatti, non fanno che allargare il fossato epistemologico fra il ribollire degli eventi in Libia, e ciò che di essi appare al discorso pubblico fuori dal paese. Due meccanismi, complementari ma di segno opposto, contribuiscono ad allargare questo fossato: la sottrazione e l’addizione. La prima opera in forma di censura, raramente conclamata, e più spesso sostituita surrettiziamente dalla banalizzazione di pratiche istituzionali, che tuttavia assolvono la funzione di filtrare il visibile, l’udibile e il dicibile a proposito del conflitto libico. La seconda consiste invece nella produzione di “notizie” più o meno deliberatamente sganciate dal dato di realtà, che invadono la sfera mediatica per condizionare l’interpretazione del conflitto ad uso e consumo di predesignati attori terzi. Sarebbe fuorviante chiamarle semplicemente fake news, perché l’apparenza mediatica qui si confonde e ibrida con l’essenza stessa del conflitto, dove anche le notizie dubbie possono avere effetti drammaticamente reali sui rapporti di forza in gioco.

È difficile stabilire con esattezza quando sia cominciata questa guerra ontologica, frontiera 2.0 della guerra di sapere/potere sulla Libia. Forse c’è sempre stata, ed è consustanziale alla guerra stessa. Ma per il pubblico italiano, una svolta si registra a partire dall’estate del 2017. A partire da luglio, da un giorno all’altro crollano gli sbarchi in Italia di migranti partiti dalle coste libiche. Perché nessuno tenti più la traversata, proprio durante la stagione teoricamente più propizia, resta un mistero; finché a inizio settembre appare sulla stampa inglese un’intervista al noto trafficante libico Ahmed Dabbashi, detto “Lo Zio”, il quale dichiara candidamente di aver ricevuto aiuti e garanzie dal governo italiano per porre fine al commercio dei barconi. In altre parole, Minniti avrebbe ricompensato i trafficanti disposti a passare dal contrabbando di uomini al contrabbando di influenze politiche. È ovviamente arduo verificare la fondatezza di queste dichiarazioni. A dispetto delle smentite ufficiali, Roma si trova comunque esposta a un grave imbarazzo internazionale (se non altro di facciata, dal momento che nella sostanza molti in Europa sembrano implicitamente avvallare la determinazione del governo italiano a fermare i flussi migratori dalla Libia, costi quel che costi). Ma proprio mentre giornalisti e ricercatori da tutto il mondo si preparano ad andare in Libia per cercare di vederci più chiaro, e capire quale sia la ragione di un cambio così radicale dei flussi migratori, la Libia opera un giro di vite senza precedenti sui requisiti di accesso al paese. I giornalisti stranieri sono messi alla porta, in coda per mesi ad attendere permessi che in molti casi non arriveranno mai. “Incertezze istituzionali”, si dirà, scaricando la responsabilità sul muro di gomma di una burocrazia senza nomi, né ruoli né indirizzi. I giornalisti locali nel frattempo diventano oggetto di sorveglianza e minacce da parte delle milizie libiche a cui “i partner internazionali” hanno deciso di trasferire avanzate tecnologie di controllo e ascolto. Tali dispositivi non hanno fatto altro che aggravarsi da allora, rendendo l’ingresso in Libia praticamente impossibile anche agli habitués del paese. E ai pochi che ottengono il permesso di entrare a raccogliere informazioni di prima mano, viene imposta una gabbia di misure di “sicurezza” e “accompagnamento” tali da limitarne drasticamente la libertà di movimento ed azione. Il filtro si esercita su ciò che entra nel paese, come su ciò che ne esce.

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Brasile: I ministri in divisa militare

di Lucia Capuzzi

Ozi

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Si è insediato in una Brasilia blindata, come mai prima d’ora. Dopo l’attentato all’allora candidato del 6 settembre, le forze armate non hanno voluto correre rischi. Per questo, l’Aviazione ha predisposto un scudo missilistico anti-aereo, per le strade sono stati schierati migliaia di poliziotti e militari. Gli organizzatori hanno cercato di celare il dispiegamento dietro un’imponente coreografia. Invano. La tensione è risultata fin troppo evidente. Anzi, la cerimonia d’insediamento di Capodanno s’è trasformata in una metafora del clima nel Brasile dell’era Bolsonaro. Il Partido dos trabalhadores (Pt), principale forza di opposizione, ha disertato l’evento, a conferma della polarizzazione estrema del Paese. La mancata candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva, stoppato in extremis dal Tribunale elettorale, non è andata giù al Pt. Primo nei sondaggi con il 40 per cento dei consensi, l’ex presidente-operaio aveva buone possibilità di vincere. A differenza del proprio sostituto, Fernando Haddad, fermatosi a undici punti di distanza dal “capitano Jair”, il primo ex militare al potere dai tempi del regime. In omaggio al suo passato recente, Bolsonaro ha piazzato nell’esecutivo otto “ministri in divisa”, tra militari in carica e in pensione, su un totale di ventidue. Un inedito. Se, nei primi due secoli dall’indipendenza, l’esercito era stato l’arbitro della vita politica, con interventi costanti – il cosiddetto “pretorianesimo” – la democrazia, tornata nel 1985, ha fatto della sua permanenza nelle caserme un principio costitutivo. Ora, però, la situazione è cambiata. La democrazia ha perso la fiducia del 60 per cento dei cittadini, i quali, al contrario, considerano le forze armate l’istituzione più affidabile.

Solo a partire da tale contesto di “disincanto generalizzato” è possibile spiegare il fenomeno Bolsonaro, ex capitano 63enne, nostalgico dell’ultima dittatura dei generali (1964-1985), uomo dalle posizioni estreme in una nazione orgogliosa delle proprie capacità di mediazione. Per 27 anni – dalla prima candidatura come consigliere comunale di Rio – nessuno l’aveva preso troppo sul serio. Le ferite del regime erano fresche e l’attuale leader dell’ultradestra era troppo legato agli anni bui. Le sue battute – “l’errore del regime è stato torturare e non uccidere”, “non ti stuprerei perché non te lo meriti”, “non è un buon poliziotto se non ammazza” – venivano liquidate con un misto di sorpresa e indignazione. C’è voluto un lungo periodo di crisi – politica, sociale, economica, di identità – per forgiare il consenso che ha portato Bolsonaro al Palazzo di Planalto con il 55 per cento dei voti il 28 ottobre. Alcuni l’hanno chiamato la “congiuntura delle tre c”. Ovvero corruzione, crimine, crisi. Mali antichi del Brasile: affondano nelle radici coloniali e nella lotta per l’indipendenza. Stavolta, però, si sono intersecate in modo esplosivo. Soprattutto perché, fino a pochi anni fa, il leit motiv dominante era sintetizzato dalla precedente lettera dell’alfabeto: la “b” di boom, di Brics, di bacana Brasil (Brasile stupendo). L’indagine Lava Jato – con la scoperta del peggior scandalo per mazzette di sempre – ha inferto duri colpi all’entusiasmo collettivo. I partiti storici – nessuno escluso – ne sono usciti a pezzi. Gli analisti sono convinti, tuttavia, che l’ira dei cittadini si sarebbe esaurita nel giro di qualche mese in base al vecchio principio del rouba mas faz (ruba ma fa). Ma nel frattempo è sopraggiunto il crollo internazionale del prezzo delle materie prime, da cui tuttora dipende l’economia brasiliana. E l’intreccio tra mala gestione e crisi è apparso in tutta la sua drammaticità. La crescita annuale del 7 per cento dell’inizio del secolo, s’è trasformata in recessione. La nazione vi è entrata ufficialmente nel 2015 per uscirvi solo due anni dopo con 13 milioni di disoccupati, il deficit all’8 per cento e il debito pubblico al 90 per cento. Mentre le politiche di redistribuzione dell’era Pt – che hanno fatto uscire dalla povertà 40 milioni di persone – hanno lasciato il posto a una drammatica austerità. La paura ha iniziato a dilagare in tutti i gruppi sociali, aumentando l’insofferenza verso il tasso di criminalità, dramma cronico e nodo irrisolto che, nel 2017, ha raggiunto la cifra bellica di 31 omicidi ogni 100mila abitanti, un totale di 63.880. Bolsonaro ha trasformato le tre “c” in cavalli di battaglia. I suoi slogan, durante la campagna, sono stati “armi libere contro il crimine”, “pugno di ferro anti-corruzione” e “il Brasile prima di tutto”. Motto quest’ultimo di eco trumpiana anche se lo stile dell’autore somiglia più al filippino Rodrigo Duterte. Alla vigilia dell’insediamento, Bolsonaro ha annunciato un decreto per consentire il porto d’armi libero a qualunque cittadino non abbia precedenti penali. E ha promesso: è solo l’inizio.

Già è solo l’inizio. Da queste parti, si avverte già chiaramente l’effetto Bolsonaro”, Paulo Dollis Barbosa da Silva, presidente dell’Unione dei popoli indigeni della Valle del Javarí (Univajavi) e esponente della comunità Marubo. Paulo risiede in uno dei frammenti più inaccessibili dell’Amazzonia: 85mila chilometri di acqua e foresta, lungo il confine tra Brasile e Perù. Per tale ragione, la Valle – dal 2001 terra indigena legalmente riconosciuta – ha la maggior concentrazione al mondo di tribù isolate: diciassette. Ese vivono fianco a fianco con sette comunità già contattate, tra cui i Marubo. Sono loro a denunciare la crescente pressione da parte dei “cacciatori di risorse” – pescatori, cacciatori, trafficanti di legname, droga e minatori – sull’area, in particolare dopo le presidenziali. L’ultimo attacco è avvenuto alla fine di dicembre.

Boutade sconvenienti a parte, l’Amazzonia rischia di essere la prima vittima delle politiche oltranziste del nuovo presidente. Il leader dell’ultradestra non fa mistero della propria insofferenza verso “l’indigenismo sciita”. Appena qualche settimana fa, ha paragonato le terre in uso esclusivo per gli indigeni a “gioardini zoologici per animali”. Tali appezzamenti si estendono per 117 milioni di ettari, il 14 per cento del Paese: solo i nativi – prevede la Costituzione – ne possono amministrare le risorse. “Una quantità eccessiva”, non si stanca di ripetere il leader. Anche perché “dove c’è terra indigena, c’è sempre ricchezza”, ha precisato. Il messaggio è fin troppo chiaro: il governo non ha intenzione di rinunciare alle enormi risorse custodite nei territori già riassegnati o in via di restituzione agli indios. E intende sfruttarle. Del resto, i predecessori hanno dimostrato una sorprendente abilità nel glissare sui diritti dei popoli originari, scritti nella Carta fondamentale. Questa, in vigore dal 1988, imponeva la riconsegna delle terre ai nativi, loro legittimi proprietari, entro cinque anni. Ne sono trascorsi altri venticinque e sul totale di 1.296 appezzamenti rivendicati dagli indios – secondo i dati del Consiglio indigenista missionario della Conferenza episcopale brasiliana –, ne sono stati riconsegnati 436. Dal 2014 – anno in cui in Congresso è entrato un terzo di rappresentanti legati all’agrobusiness – il processo di resa procede col contagocce. L’era di Dilma Rousseff s’è aggiudicata il record negativo con appena 21 assegnazioni. Con l’impeachment e l’entrata in carica di Michel Temer si è arrivati alla paralisi totale. Bolsonaro sembra intenzionato a seguire l’attuale trend. Accentuando, al contempo, la pressione sui territori già restituiti grazie ai vuoti legali esistenti. Come la formulazione della Costituzione che riserva allo Stato la proprietà del sottosuolo. E che potrebbe aprire allo sfruttamento minerario nei territori ancestrali. O una possibile forzatura della Carta per consentire ai nativi di affittare i propri appezzamenti. Gli interessati – tra latifondisti, imprenditori locali e multinazionali – non mancano. Gli indios, però, non cedono. “Faremo, dunque, quanto abbiamo sempre fatto: resistere”.

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L’Europa verso le elezioni

di Oreste Pivetta

Bruxelles si trova sì in Europa, ma l’Europa non si trova a Bruxelles” (H.M. Enzensberger)

Banksy

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Ci lasciamo alle spalle mesi di manovre finanziarie e di decimali per non parlare di numerini, d’Europa e di populismi, di redditi di cittadinanza, di quota cento e di eco-bonus, di infrazioni e di pentimenti, di scomuniche e di ultimatum… Giusto per riassumere (e per tagliar corto). Non vado oltre. Perché siamo sempre da capo. Da tempo è caduta l’illusione che un giorno o l’altro si sappia finalmente di che morte si debba morire e persino, più banalmente, di che pensione si possa sopravvivere. Fatta una finanziaria, se ne fa un’altra, generalmente peggiore della precedente (per le nostre tasche di onesti quanto mediocri contribuenti). Infittendo le norme e i misteri. Votato un parlamento, se ne vota un altro, tanto uno vale l’altro ormai, cancellato dalle pratiche delle maggioranze blindate. Una prova proprio il varo della finanziaria: non è stato neppure consentito leggerla.

Adesso, a maggio, ci toccano le elezioni europee, per l’Unione europea, quando per la maggioranza degli elettori italiani l’Unione europea significa soltanto che per andare in Francia o in Germania non ti guardano più la carta d’identità, non devi sottostare alle occhiate indagatrici dei gendarmi, soprattutto non è necessario cambiare le nostre lire (quando era d’obbligo ci siamo sentiti sempre gli ultimi della compagnia) e che adesso tutte le colpe della nostra crisi stanno lì, tra Berlino e Parigi, le capitali avverse che agitano lo spread come fosse una scure. Oddio, qualcosa è cambiato rispetto al primo punto, cioè rispetto alle occhiate indagatrici dei gendarmi: in allarme per i cosiddetti “clandestini”, alla frontiera ti scrutano eccome, per scoprire qualche tratto non esattamente coincidente con i caratteri della “razza bianca” (o ariana?).

Non mi sottraggo alla maggioranza tanto scarsamente informata sulle virtù dell’Unione, che non avverte neppure l’esistenza di un parlamento europeo e che non conosce i poteri della Commissione, che attribuisce per sentito dire all’Europa regole inquietanti circa la lunghezza delle zucchine o il peso dei meloni, nel tentativo di uniformare tutto, la mozzarella tedesca e quella di bufala campana. So (questa è un’altra informazione largamente condivisa) della Brexit, anche se ben pochi avranno capito perché gli inglesi vogliano tornare a rinserrarsi nella loro isola, di Visegrad (ma dove sarà mai Visegrad, in Ungheria?) e dell’impronta sciovinista e intollerante dei paesi che vi hanno aderito. So di Orban, conosco Palazzo Berlaymont per averlo intravisto infinite volte in tv in immagini di repertorio, che ritraevano anche signori eleganti e sorridenti in abito scuro scendere da imponenti auto blu. Ho scoperto che Palazzo Berlaymont sorge là dove era stato eretto nei secoli passati un convento di caritatevoli suore. Adesso ospita la Commissione europea, il braccio esecutivo, e alcune migliaia di funzionari e impiegati. Per la sua dimensione, per la sua conformazione, con le sue facciate a specchio, con i suoi spigoli e con le sue vele alte nel cielo, è una architettura perfetta (dopo la ristrutturazione conclusa nel 2004). Lo dico ripensando a quanto scrisse Adolf Loos, architetto vissuto tra Otto e Novecento, considerato un precursore del razionalismo. “Se in un bosco – scrisse Loos – ci imbattiamo in un tumulo lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto un uomo. Questa è architettura”. Di quanto teorizzò per iscritto, sono le due righe più famose. Anch’io, osservatore ben più modesto, davanti al Palazzo Berlaymont in tv mi faccio serio, intuisco che oltre quelle cortine traslucide, proibite ai più, prospera la burocrazia continentale, imponente, magniloquente, imperscrutabile, obesa, estranea ai miei affari e ai miei sentimenti, e non riesco a trattenermi dal pensare: qui è sepolta l’Europa, questa è architettura (quanti altri esempi si potrebbero scovare tra Bruxelles, Strasburgo, Francoforte…). Totale corrispondenza tra contenuto e contenitore.

Seguendo le cronache europee ho avuto anche la possibilità di arricchire la mia lingua. Una parola ha dominato le scene negli ultimi tempi: sovranismo. Non stava nel vocabolario italiano, ci è arrivata dal francese souverainisme. In francese il vocabolo conserva ancora una qualche grazia, per quanto l’abbia rilanciato in lungo e in largo la famiglia Le Pen, quella del Fronte nazionale. In italiano rimanda al passo militare: stivali che concordi calpestano il suolo. Così lo vedo io e odo il battere ritmico sul selciato, mentre qui e là appaiono i volti e le mani degli affamati di tutto il mondo. Per intenderci, in concreto: immigrati cacciati, filo spinato, barconi che affondano, muri e muraglie, eccetera eccetera. Sovranismo mi sembra voglia dire un po’ questo: dopo aver abbattuto muri, cominciamo a tirarli su di nuovo, come vorrebbe Trump o come hanno iniziato gli ungheresi di Orban, ricorrendo ai più economici reticolati, o come a parole e non con scarsa efficacia, soprattutto rispetto ai sentimenti dei cittadini bersagliati dai tweet, chiunque, anche un Salvini qualsiasi, può provare.

Sono cresciuto sventolando la bandiera dell’internazionalismo, mi sono sentito persino cittadino del mondo. Adesso sono costretto a difendermi dai sovranisti, attestati alla difesa delle trincee (bella metafora coniata dal Censis), e dal sovranismo con il suo pessimo rumore, in uno scontro che rischia di trascinarmi a difendere un internazionalismo dei nostri tempi, che talvolta può coincidere con il globalismo delle multinazionali. Come se non esistesse un’altra via e non fossero stati proprio gli europeisti delle origini a indicarla.

Vedo tradita l’idea dell’Europa unita e solidale, che avevano coltivato, prima durante e dopo la guerra, i cosiddetti “padri”: Altiero Spinelli e poi Adenauer, Schuman, De Gasperi, tutti all’opera quando io alle elementari sentivo risuonare il termine “ceca” che con il tempo imparai a tradurre come Comunità europea del carbone e dell’acciaio e che mi suggeriva orizzonti comuni e radiosi nel senso della concorde intrapresa industriale… Un acronimo, sempre con la maiuscola, dal quale discese tutto il resto, che in una imprevedibile altalena ci ha condotto dove siamo ora, a un’Europa in crisi, ignorata o brutalmente osteggiata da molti dei suoi stessi potenziali elettori, una somma di stati che si fronteggiano e non certo in un ispirato e appassionato confronto di politiche, ma a colpi appunto di numeri e di numerini, ciascuno per la sua borsa, la borsa di chi vuole proteggere esclusivamente gli interessi di casa propria o del proprio orto. Qui si dovrebbe richiamare un altro termine in voga: populismo. Termine che s’adatta a disegnare una società spaventosamente classista, divisa tra chi comanda e i truffati e gli illusi che si godono le briciole, spacciate per generose elargizioni, per soddisfare le più basse aspirazioni, come insegna Salvini: sparare sui ladri o cacciare/sfruttare gli invadenti immigrati, soprattutto neri di pelle.