pedagogia e profezia

Esposizione del sé e nuove alienazioni

di Marco Gatto

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

disegno di Andreco

 

È merito di un libro come Realismo capitalista di Mark Fisher l’aver riportato all’ordine del giorno il legame stringente tra il modo di produzione economico imperante nel quale siamo avvolti e le conseguenze di tale dominio sulle vite degli individui. Tutto quel che la sociologia più avvertita ha descritto come “estetizzazione della vita quotidiana” sembra risolversi in questo rapporto stringente tra l’economia capitalistica e le sue strategie di dominazione sui singoli. Nel senso che la capacità del capitalismo di gestire alla perfezione le visioni del mondo, le rappresentazioni e l’economia simbolica delle esistenze disegna oggi una mappa assai originale dei rapporti sociali: siamo di fronte a un’espansione dello spazio estetico e del simbolico entro tutti gli interstizi delle attività umane, le quali oggi, se vogliono darsi credito, devono, come si dice, investire in visibilità, farsi cioè simulacro o immagine, rispondendo a misure, norme, aspettative ampiamente regolamentate. Come qualcuno ha notato, la parola-chiave è “profilo”. La costruzione del Sé come edificazione di un progetto di vita spendibile nel mercato dell’esistenza è difatti il contrassegno più vivo di questo nuovo meccanismo sociale che supera di gran lunga i dettami dell’era individualistica di matrice reaganiana-thatcheriana: un meccanismo sociale – fondato su quel che Günther Anders aveva saggiamente preconizzato parlando di “monologo collettivo” – in cui a giocare un ruolo chiave non è più la semplice febbre dell’affermazione personale o il ritorno a un guerresco stato di natura, quanto il nesso stringente che si pone tra il tentativo di “superficializzare” la propria esistenza e la pratica espositiva, persino sacralizzante, che ne consegue. Per questo, cercando di sintetizzare, ritengo che il passaggio dal corpo al simulacro trovi oggi una versione più aggiornata: navigando in uno spazio estetico indifferenziato, creato ad arte dalla “cultura” come articolazione propulsiva del capitalismo, l’Io non è più assimilabile a una semplice pulsione narcisistica, bensì a una sorta di impulso alla devozione patinata del proprio Sé. Questa logica di ostensione può così descrivere il manifestarsi di una nuova forma di soggettività, che chiamerei dell’Io-esposto: di un Io, cioè, che, cancellando le tracce della propria concretezza, pone in vetrina il proprio racconto biografico, il proprio romanzo esistenziale, secondo precetti di vendibilità che rispondono a un vero e proprio principio di prestazione. Nel senso che l’esposizione del Sé, in quanto devozione al proprio simulacro e in quanto culto del vissuto privato di fronte al pubblico anonimo dell’alterità, è un lavoro, è una pratica che mette in gioco risorse e che richiede profitti.

pedagogia e profezia

Fisher, Montesano, Siti: tre libri di testo e di contesto

di Piergiorgio Giacchè

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

disegno di Mazatl

 

Smarrimento

Ci sono stati anni in cui ci si è sentiti tutti protagonisti del mondo e interpreti del proprio tempo?

Forse sì e forse no: forse è stato davvero un capitolo della Storia (molti dicono, il “capitolo finale”), o forse è solo uno scherzo della memoria che ancora consola i più vecchi e intanto produce nei giovani l’inspiegabile nostalgia di epoche che non hanno vissuto… Certo è che oggi, al contrario, si avverte un generale smarrimento, dovuto anche al fatto che i libri di scienza sociale e politica e culturale non spiegano il presente e non preparano il futuro, cioè non sono più “all’altezza dei tempi”… E se non fosse il Tempo ma lo Spazio quello in cui ci si sente “smarriti”? Se non fosse la angosciosa mancanza di futuro o la scarsa memoria del passato a farci sentire persi, ma il non sapere più dove ci si trova a vivere e dove si può operare? Quel Dove che – a scuola – viene prima del Quando, se si vuole rimodulare un Come e perfino ripensare al Perché…

La globalizzazione è una parola porta di cui si è persa la chiave: è un panorama che si finge infinito mentre ci chiude dentro come in prigione. Ieri la globalizzazione la si sventolava come bandiera dell’apertura e della conquista, mentre oggi sembra il fondale di un’ultima scena, dove si viaggia da fermi e ci si veste da turisti ma non ci si sente più esploratori. Intanto, al suo interno o nel suo abisso, i localismi sono rifugi inevitabili ma anche intercambiabili, dove si moltiplicano le ridicole sagre dell’identità e le false frontiere della cittadinanza… Lo smarrimento allora si raddoppia tra Local e Global, obbligandoci a uno strabismo necessario ma pericoloso, che raddoppia e intanto mortifica ogni “punto di vista”. Il Contesto non c’è più, ovvero ce n’è troppo: non offre più sponde contro cui esercitare la critica o entro le quali restaurare un’etica, cioè le coordinate elementari della bussola di chi vuole restare con i piedi per terra, invece di arrendersi al “dolce naufragare” dei naviganti in internet o dei poeti da twitter…