pedagogia e profezia

Storia di un cattivo maestro

di Gabriele Vitello

murale di Ever

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Iniziamo dai fatti. Il 16 luglio 2013 la dirigente scolastica dell’istituto comprensivo “Alta Val di Sole” Cinzia Salomone invia al Servizio istruzione della provincia autonoma di Trento una segnalazione riservata nella quale elenca una serie di azioni del maestro Alberto Delpero che lo rendono un elemento “fortemente destabilizzante per l’intero istituto”. Delpero è accusato di boicottare i progetti comuni, di non rispettare programmi e programmazioni, di non valutare gli alunni, di votare quasi sempre contro i progetti di innovazione. Insomma, un cattivo maestro. La dirigente propone di “avviare la pratica per un trasferimento d’ufficio” raccomandando però la “massima prudenza: procedere solo in presenza di elementi sufficienti per ottenere una vittoria certa in caso, assai probabile, di impugnazione del procedimento”. A questa comunicazione riservata ne seguono altre, ma il Servizio istruzione, nel frattempo ribattezzato con l’orwelliano nome di Dipartimento della conoscenza, inspiegabilmente non interviene. Forse non è certo della vittoria. Finché, nell’ottobre 2016, Delpero non mette in atto l’ennesimo affronto: in quanto responsabile della sicurezza, scrive alla dirigente per segnalare il mancato rispetto delle norme in materia di salvaguardia della salute. La goccia che fa traboccare il vaso.

Il 14 novembre 2016 la dottoressa Salomone si appella nuovamente al Dipartimento. Ripercorre tutte le nefandezze consumate negli anni precedenti da Delpero e invoca l’invio di un ispettore. Tuttavia, la dirigente del Dipartimento della conoscenza non incarica un ispettore ma una dirigente scolastica, e non una dirigente qualsiasi, ma una di quelle che in passato ha frequentato lo stesso corso e lo stesso concorso della dottoressa Salomone. La dirigente/ispettrice non svolge alcun sopralluogo nell’ambiente di lavoro di Delpero, ma assolve il suo incarico nell’ufficio della dottoressa Salomone. La sua inchiesta conferma il quadro descritto da Salomone e consiglia “provvedimenti adeguati e urgenti”. Delpero viene così trasferito dal Tonale a Taio, in Val di Non, per incompatibilità ambientale. Chissà quale predilezione e affetto nutre la dirigente verso questo istituto noneso per arricchirne l’organico con un maestro dal profilo criminale. Oppure è convinta che cento chilometri al giorno di auto metteranno il cattivo maestro sulla retta via. Fatto sta che Delpero fa ricorso al tribunale e, finalmente, nel giugno di quest’anno il giudice gli dà ragione. Quest’anno tornerà a lavorare nella sua scuola, per la felicità dei suoi alunni e dei loro genitori, i quali si sono schierati dalla sua parte attraverso una lettera in cui esprimono il loro rammarico: “Nessuno di noi ha ancora capito perché i dirigenti della scuola trentina abbiano deciso di risolvere i loro conflitti con il maestro creando disagio ai nostri figli. E per di più usando per il loro accanimento contro il maestro soldi pubblici, cioè nostri!”. La soddisfazione del 100% dell’utenza non è cosa all’ordine del giorno nella scuola. Tutto bene quel che finisce bene? Non possiamo ancora dirlo, perché la Provincia ha fatto a sua volta ricorso in appello. Vedremo cosa succederà. Nel frattempo un consigliere provinciale ha presentato un’interrogazione per fare chiarezza su alcune evidenti irregolarità, come ad esempio la decisione di nominare come ispettrice una dirigente non abbastanza equidistante tra il maestro e la dottoressa Salomone.

Questa storia surreale andava raccontata per tanti motivi. Innanzitutto perché Alberto Delpero è un amico e un collaboratore della nostra rivista. Alberto appartiene a quella specie di maestri come Mario Lodi che affiancano all’attività di insegnamento lo studio, la ricerca e la politica. In lui sopravvive la migliore tradizione pedagogica italiana degli anni sessanta e settanta, un patrimonio culturale che la scuola italiana ha scelto di buttare via. Tra il 2011 e il 2013, Alberto è stato uno dei principali animatori di “Peio Scuola viva”, una scuola parentale fondata insieme ad alcune famiglie a Peio, in Val di Sole. Chi volesse sapere di più su questo esperimento pedagogico può vedere il bel documentario di Michele Trentini intitolato Alta scuola, che ha girato vari festival cinematografici; oppure, può anche leggersi gli articoli usciti sulla nostra rivista (numeri 89 e 3334) in cui Alberto ha raccontato quell’esperienza (articoli che l’ispettrice provinciale ha usato come prove della cattiva condotta del maestro).

pedagogia e profezia

Capitalismo

di Wolgang Streeck

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Wolgang Streeck, direttore del Max-Planck Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia e docente di Sociologia all’università di Colonia. Il suo ultimo libro è How Will Capitalism End? Essays on a Failing System (Verso Books 2016). In italiano è disponibile Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli 2013). Il testo che segue è tratto da La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare, a cura di Giuliano Battiston e Giulio Marcon, minimum fax 2018.

Nel mio ultimo libro, How Will Capitalism End? Essays on a Failing System, ho scelto di mettere in luce le continuità storiche grazie alle quali l’attuale crisi globale può essere compresa appieno, nei termini della trasformazione in corso, intrinsecamente conflittuale, della formazione sociale chiamata capitalismo democratico: vale a dire, il sistema che aveva lottato per tenere assieme democrazia e capitalismo in una combinazione fragile e instabile, e che ha dato l’avvio a un patto sociale ora esploso. La mia posizione è che il capitalismo dei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico (Ocse) sia entrato in crisi sin dagli anni Settanta, quando l’assetto postbellico è stato abbandonato dal capitale, in reazione alla compressione globale dei profitti. Per essere precisi, si sono susseguite tre crisi una dopo l’altra: l’inflazione globale degli anni settanta, l’esplosione del debito pubblico negli anni ottanta e una rapida crescita dell’indebitamento privato nel decennio successivo, con la crisi dei mercati finanziari nel 2008 come risultato. Nel 2008, con lo schianto del keynesismo privatizzato, la crisi del capitalismo democratico postbellico è entrata nella sua quarta e ultima fase, segnata da uno spostamento verso ciò che chiamo uno stato in via di consolidamento, uno stato dedito a un ferreo consolidamento fiscale. Infatti, la sequenza di crisi successiva agli anni Settanta era legata a doppio filo a una crisi fiscale dello stato democratico-capitalistico, con l’annessa transizione da uno stato fiscale a uno stato debitore, per finire con lo stato in via di consolidamento.

pedagogia e profezia

“Paura della libertà”. Carlo Levi 1939. E oggi

di Emanuele Dattilo

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Nelle epoche di crisi, che periodicamente vengono sancite in buona o in cattiva fede, non bisogna certamente contentarsi degli appelli alla ragione e ai valori di civiltà, o meglio alle emozioni, che ci spingono a guardare avanti, nella speranza di un futuro migliore; né, d’altronde, si deve ripiegare malinconicamente o cinicamente su se stessi, rinunciando a comprendere ciò che accade intorno a noi: no, la consapevolezza della crisi – e certamente questo momento storico è, per molti aspetti, critico – dovrebbe indurci il coraggio di una lucida disperazione (“una disperazione calma, senza sgomento”), che ci permetta di ripartire dall’inizio, dalle domande e dalle questioni più elementari, evidenti, originarie, senza appoggiare sui vecchi terreni, falsamente solidi (e tali sono, molto spesso, le paludi delle analisi socio-politiche, con i loro gerghi e i loro obiettivi prefissati). Altrimenti, tale crisi non sarà altro che rafforzata, una convulsione notturna nel sonno, prima di riprendere a dormire. Questo uno dei più preziosi insegnamenti che apprendiamo dalla lettura di Paura della libertà di Carlo Levi, ripubblicato ora da Neri Pozza a quasi ottant’anni dalla sua composizione, con una bella introduzione di Giorgio Agamben. In questo libro, uno dei più importanti dell’Autore, e tra i più originali e dimenticati della letteratura italiana del secolo scorso, l’analisi antropologico-religiosa acquista una valenza fortemente politica, e noi vorremmo provare qui brevemente a intendere il legame tra queste due dimensioni del discorso di Levi. Sulla spiaggia di Le Baule, nel 1939, quando si sarebbero fronteggiati a poca distanza due eserciti stranieri, Levi comprende che “se il passato era morto, il presente incerto e terribile, il futuro misterioso, si sentiva il bisogno di fare il punto; di fermarsi a considerare le ragioni di quella cruenta rivoluzione che incominciava” (p. 16). Così ha preso forma questo poema filosofico, come lo chiamò l’Autore, dove con immagini rapide venivano ricapitolate tutte le questioni più urgenti. Originario non è ciò che si trova all’inizio, bensì ciò che resta sempre urgente (Il futuro ha un cuore antico, avrebbe intitolato Levi successivamente la cronaca di un suo viaggio). Se da questo libro è possibile estrarre, come già diceva Levi nella sua introduzione del 1946, una teoria del nazismo, una teoria dello Stato, una estetica, una teoria della religione e del linguaggio, ciò si deve alla assoluta libertà dell’Autore, che sembra parlare da un luogo in cui non vi sono ancora confini tra uomo e città (tra antropologia e politica), tra razionalità e irrazionalità.

pedagogia e profezia

Günther Anders, filosofia e profezia

di Stefano Velotti

 

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Una notte, in una casa di campagna isolata e infestata di ragni in cui avevamo deciso di restare a dormire, un bambino di sei anni che non è mio figlio, disperato all’idea di dover addormentarsi in una camera che sentiva estranea e spaventosa, mentre cercavo di consolarlo promettendogli che sarei sceso nella cucina solo per qualche minuto tornandone con una bibita speciale di mia invenzione in un bicchiere con il bordo intinto nello zucchero, emise tra i singhiozzi il seguente lamento: “E io che non volevo neppure essere nato…”.

Di fronte al compito arduo di dire qualcosa su pedagogia e profezia, in rapporto a Günther Anders, la prima immagine che mi è venuta in mente è stata questa, rimasta nella mia memoria come un interrogativo comico e serissimo, a cui non si può rispondere davvero senza mentire, ma a cui non ci si può neppure sottrarre. Alle mie orecchie, quel lamento conteneva queste domande: che senso ha stare al mondo? Perché perpetuare la nostra specie? Quali responsabilità abbiamo verso gli altri viventi, umani e non umani, passati, presenti e futuri? Inutile dire che lo zucchero sul bordo del bicchiere era solo un modo goffo e improvvisato di addolcire a notte tarda la pillola della nostra finitezza, contingenza, ed estraneità al mondo in cui siamo, o – in altre parole –, del problematico rapporto con il senso del vivere.

Questa estraneità era intesa dal primo Anders come condizione esistenziale che ci distingue da tutti gli altri animali, dotati di un corredo di risposte comportamentali limitato e adatto al loro ambiente, mentre noi, per sopravvivere, dobbiamo usare la nostra libertà indeterminata per costruire una cultura. Ma al tempo stesso Anders guardava a coloro – proletari e disoccupati – che sono doppiamente esclusi dal mondo, in quanto, alla condizione antropologica comune a tutti, si somma per loro un’esclusione materiale e sociale. E infine, anche quella cultura che è necessaria alla nostra specie per sopravvivere, era vista con sospetto da Anders, essendosi ormai trasformata, ai suoi occhi, nel meramente “culturale”, in una serie di offerte messe sul mercato di prodotti, credenze, atteggiamenti che raccoglierebbe “tutto ciò che è diventato privo di validità”. Una “condizione alessandrina”, di “pluralismo interiorizzato”, a cui Anders dichiarava infine di non poter rinunciare, ma che al tempo stesso denunciava come ultima espressione della mercificazione della vita e della sua estraneità al mondo. Una sua poesia del 1932, messa in esergo al libro Uomo senza mondo (1982), cominciava così: “Ci troviamo su questo mondo / nessun diavolo ne può dubitare/partoriti e abbandonati, / fino al momento di riaffondare. // Nessuno sa che ci stiamo a fare, / nessuno è arrivato fino in fondo, / nessuno sostiene le spese di viaggio /tranne noi. / Partoriti e abbandonati /ce ne stiamo su questo mondo […]”. Uomo senza mondo era un titolo polemico nei confronti del suo maestro Heidegger, presto detestato, il quale aveva introdotto la categoria (o “esistenziale”) di “essere-nel-mondo”, a cui Anders obiettava che gran parte dell’umanità si trova solo all’interno del mondo, senza potersi sentire nel mondo come a casa propria, senza poterlo considerare un mondo ospitale, in cui essere riconosciuti quali suoi legittimi abitanti, in cui poter agire e vivere sensatamente.

pedagogia e profezia

Per continuare a discutere

di Goffredo Fofi

murale di Gagosh

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…La pedagogia è una scienza? È il ramo pratico della filosofia (Rousseau), della psicologia (Piaget), con il complemento delle tecniche educative (Freinet).

…Nasce con Rousseau (ottimismo della ragione) e Pestalozzi (pessimismo della ragione, ottimismo della volontà; il non-accetto capitiniano, una sfida contro la storia ma anche contro la natura).

…Come diventare adulti, come diventare democratici? Attraverso l’educazione. Oggi: come diventare non-schiavi, non-complici? Potrebbe e dovrebbe aiutarci la pedagogia, se fedele al suo compito, alla sua missione.

…Per definizione, la pedagogia guarda al futuro. È, deve essere, profezia.

…Si trascina dietro il mito dell’età adulta, ma nei pedagogisti veri contempla sempre il mantenimento dello spirito dell’infanzia, di sempre nuova scoperta del mondo, di proposta di novità.

…Il suo fine è di intervenire nella società per migliorarla, mossi da ideali di giustizia, di libertà, di solidarietà. I suoi strumenti sono gli educatori e gli operatori sociali, ma anche i veri rivoluzionari, che dovrebbero aver tutti per motto quello di un’educatrice del nostre secondo dopoguerra: “aiutare gli altri perché si aiutino da soli”.