pedagogia e profezia

Capitalismo

di Wolgang Streeck

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Wolgang Streeck, direttore del Max-Planck Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia e docente di Sociologia all’università di Colonia. Il suo ultimo libro è How Will Capitalism End? Essays on a Failing System (Verso Books 2016). In italiano è disponibile Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli 2013). Il testo che segue è tratto da La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare, a cura di Giuliano Battiston e Giulio Marcon, minimum fax 2018.

Nel mio ultimo libro, How Will Capitalism End? Essays on a Failing System, ho scelto di mettere in luce le continuità storiche grazie alle quali l’attuale crisi globale può essere compresa appieno, nei termini della trasformazione in corso, intrinsecamente conflittuale, della formazione sociale chiamata capitalismo democratico: vale a dire, il sistema che aveva lottato per tenere assieme democrazia e capitalismo in una combinazione fragile e instabile, e che ha dato l’avvio a un patto sociale ora esploso. La mia posizione è che il capitalismo dei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico (Ocse) sia entrato in crisi sin dagli anni Settanta, quando l’assetto postbellico è stato abbandonato dal capitale, in reazione alla compressione globale dei profitti. Per essere precisi, si sono susseguite tre crisi una dopo l’altra: l’inflazione globale degli anni settanta, l’esplosione del debito pubblico negli anni ottanta e una rapida crescita dell’indebitamento privato nel decennio successivo, con la crisi dei mercati finanziari nel 2008 come risultato. Nel 2008, con lo schianto del keynesismo privatizzato, la crisi del capitalismo democratico postbellico è entrata nella sua quarta e ultima fase, segnata da uno spostamento verso ciò che chiamo uno stato in via di consolidamento, uno stato dedito a un ferreo consolidamento fiscale. Infatti, la sequenza di crisi successiva agli anni Settanta era legata a doppio filo a una crisi fiscale dello stato democratico-capitalistico, con l’annessa transizione da uno stato fiscale a uno stato debitore, per finire con lo stato in via di consolidamento.

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“Paura della libertà”. Carlo Levi 1939. E oggi

di Emanuele Dattilo

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Nelle epoche di crisi, che periodicamente vengono sancite in buona o in cattiva fede, non bisogna certamente contentarsi degli appelli alla ragione e ai valori di civiltà, o meglio alle emozioni, che ci spingono a guardare avanti, nella speranza di un futuro migliore; né, d’altronde, si deve ripiegare malinconicamente o cinicamente su se stessi, rinunciando a comprendere ciò che accade intorno a noi: no, la consapevolezza della crisi – e certamente questo momento storico è, per molti aspetti, critico – dovrebbe indurci il coraggio di una lucida disperazione (“una disperazione calma, senza sgomento”), che ci permetta di ripartire dall’inizio, dalle domande e dalle questioni più elementari, evidenti, originarie, senza appoggiare sui vecchi terreni, falsamente solidi (e tali sono, molto spesso, le paludi delle analisi socio-politiche, con i loro gerghi e i loro obiettivi prefissati). Altrimenti, tale crisi non sarà altro che rafforzata, una convulsione notturna nel sonno, prima di riprendere a dormire. Questo uno dei più preziosi insegnamenti che apprendiamo dalla lettura di Paura della libertà di Carlo Levi, ripubblicato ora da Neri Pozza a quasi ottant’anni dalla sua composizione, con una bella introduzione di Giorgio Agamben. In questo libro, uno dei più importanti dell’Autore, e tra i più originali e dimenticati della letteratura italiana del secolo scorso, l’analisi antropologico-religiosa acquista una valenza fortemente politica, e noi vorremmo provare qui brevemente a intendere il legame tra queste due dimensioni del discorso di Levi. Sulla spiaggia di Le Baule, nel 1939, quando si sarebbero fronteggiati a poca distanza due eserciti stranieri, Levi comprende che “se il passato era morto, il presente incerto e terribile, il futuro misterioso, si sentiva il bisogno di fare il punto; di fermarsi a considerare le ragioni di quella cruenta rivoluzione che incominciava” (p. 16). Così ha preso forma questo poema filosofico, come lo chiamò l’Autore, dove con immagini rapide venivano ricapitolate tutte le questioni più urgenti. Originario non è ciò che si trova all’inizio, bensì ciò che resta sempre urgente (Il futuro ha un cuore antico, avrebbe intitolato Levi successivamente la cronaca di un suo viaggio). Se da questo libro è possibile estrarre, come già diceva Levi nella sua introduzione del 1946, una teoria del nazismo, una teoria dello Stato, una estetica, una teoria della religione e del linguaggio, ciò si deve alla assoluta libertà dell’Autore, che sembra parlare da un luogo in cui non vi sono ancora confini tra uomo e città (tra antropologia e politica), tra razionalità e irrazionalità.

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Günther Anders, filosofia e profezia

di Stefano Velotti

 

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Una notte, in una casa di campagna isolata e infestata di ragni in cui avevamo deciso di restare a dormire, un bambino di sei anni che non è mio figlio, disperato all’idea di dover addormentarsi in una camera che sentiva estranea e spaventosa, mentre cercavo di consolarlo promettendogli che sarei sceso nella cucina solo per qualche minuto tornandone con una bibita speciale di mia invenzione in un bicchiere con il bordo intinto nello zucchero, emise tra i singhiozzi il seguente lamento: “E io che non volevo neppure essere nato…”.

Di fronte al compito arduo di dire qualcosa su pedagogia e profezia, in rapporto a Günther Anders, la prima immagine che mi è venuta in mente è stata questa, rimasta nella mia memoria come un interrogativo comico e serissimo, a cui non si può rispondere davvero senza mentire, ma a cui non ci si può neppure sottrarre. Alle mie orecchie, quel lamento conteneva queste domande: che senso ha stare al mondo? Perché perpetuare la nostra specie? Quali responsabilità abbiamo verso gli altri viventi, umani e non umani, passati, presenti e futuri? Inutile dire che lo zucchero sul bordo del bicchiere era solo un modo goffo e improvvisato di addolcire a notte tarda la pillola della nostra finitezza, contingenza, ed estraneità al mondo in cui siamo, o – in altre parole –, del problematico rapporto con il senso del vivere.

Questa estraneità era intesa dal primo Anders come condizione esistenziale che ci distingue da tutti gli altri animali, dotati di un corredo di risposte comportamentali limitato e adatto al loro ambiente, mentre noi, per sopravvivere, dobbiamo usare la nostra libertà indeterminata per costruire una cultura. Ma al tempo stesso Anders guardava a coloro – proletari e disoccupati – che sono doppiamente esclusi dal mondo, in quanto, alla condizione antropologica comune a tutti, si somma per loro un’esclusione materiale e sociale. E infine, anche quella cultura che è necessaria alla nostra specie per sopravvivere, era vista con sospetto da Anders, essendosi ormai trasformata, ai suoi occhi, nel meramente “culturale”, in una serie di offerte messe sul mercato di prodotti, credenze, atteggiamenti che raccoglierebbe “tutto ciò che è diventato privo di validità”. Una “condizione alessandrina”, di “pluralismo interiorizzato”, a cui Anders dichiarava infine di non poter rinunciare, ma che al tempo stesso denunciava come ultima espressione della mercificazione della vita e della sua estraneità al mondo. Una sua poesia del 1932, messa in esergo al libro Uomo senza mondo (1982), cominciava così: “Ci troviamo su questo mondo / nessun diavolo ne può dubitare/partoriti e abbandonati, / fino al momento di riaffondare. // Nessuno sa che ci stiamo a fare, / nessuno è arrivato fino in fondo, / nessuno sostiene le spese di viaggio /tranne noi. / Partoriti e abbandonati /ce ne stiamo su questo mondo […]”. Uomo senza mondo era un titolo polemico nei confronti del suo maestro Heidegger, presto detestato, il quale aveva introdotto la categoria (o “esistenziale”) di “essere-nel-mondo”, a cui Anders obiettava che gran parte dell’umanità si trova solo all’interno del mondo, senza potersi sentire nel mondo come a casa propria, senza poterlo considerare un mondo ospitale, in cui essere riconosciuti quali suoi legittimi abitanti, in cui poter agire e vivere sensatamente.

pedagogia e profezia

Per continuare a discutere

di Goffredo Fofi

murale di Gagosh

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…La pedagogia è una scienza? È il ramo pratico della filosofia (Rousseau), della psicologia (Piaget), con il complemento delle tecniche educative (Freinet).

…Nasce con Rousseau (ottimismo della ragione) e Pestalozzi (pessimismo della ragione, ottimismo della volontà; il non-accetto capitiniano, una sfida contro la storia ma anche contro la natura).

…Come diventare adulti, come diventare democratici? Attraverso l’educazione. Oggi: come diventare non-schiavi, non-complici? Potrebbe e dovrebbe aiutarci la pedagogia, se fedele al suo compito, alla sua missione.

…Per definizione, la pedagogia guarda al futuro. È, deve essere, profezia.

…Si trascina dietro il mito dell’età adulta, ma nei pedagogisti veri contempla sempre il mantenimento dello spirito dell’infanzia, di sempre nuova scoperta del mondo, di proposta di novità.

…Il suo fine è di intervenire nella società per migliorarla, mossi da ideali di giustizia, di libertà, di solidarietà. I suoi strumenti sono gli educatori e gli operatori sociali, ma anche i veri rivoluzionari, che dovrebbero aver tutti per motto quello di un’educatrice del nostre secondo dopoguerra: “aiutare gli altri perché si aiutino da soli”.

pedagogia e profezia

Pop e politika

di Simone Caputo

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Negli ultimi anni il mondo della musica pop – che ancora vende attraverso formati fisici e digitali o che fa ogni giorno milioni di visualizzazioni on-line – si è caratterizzato per una sorta di revival di quella che un tempo si chiamava “musica di protesta”. Rapper come Kendrick Lamar (fresco vincitore del premio Pulitzer per la musica) e musicisti come Antony Hegarty (noto prima come Antony and the Johnsons poi come Anohni), e con loro molti altri artisti di successo, hanno fatto delle questioni razziali e di genere nodi importanti della loro produzione discografica, riuscendo a combinare esigenze commerciali con ambizioni sociali (almeno apparentemente sincere). La stessa Beyoncé, con Lemonade, album del 2016, ha continuato, come fatto nei dischi precedenti, a celebrare (pur con alcune contraddizioni) la femminilità nera e il diritto delle donne alla maternità in un mondo del lavoro nuovamente ostile.

Recentemente però qualcosa è cambiato in questo revival dell’impegno in musica. In coincidenza con la campagna elettorale di Hillary Clinton per la presidenza degli Stati Uniti (campagna supportata da molte artiste, tra cui musiciste, col motto “I’m with her”) il fenomeno di brandizzazione e spettacolarizzazione dell’impegno in musica ha subito un’impennata, per poi esplodere definitivamente con l’elezione di Donald Trump, lo scandalo Weinstein (potente produttore cinematografico accusato da decine di donne di molestie e abusi sessuali) e la sparatoria alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, durante la quale Nikolas Cruz uccise, nel febbraio 2018, 17 giovani studenti (tragedia che ha ispirato il movimento contro le armi “Never again”). Era da molto che l’attivismo sociale e politico non tornava a essere attuale e diffuso tra le star della musica: una diffusione, però, diventata ben presto una moda.