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La scuola che verrà. Test e meritocrazia negli Usa

di Francesca Nicola

Illustrazione di Roberto La Forgia

Illustrazione di Roberto La Forgia

 

Gli esiti problematici dell’ultima riforma della scuola americana tesa a migliore gli standard educativi attraverso una precisa valutazione dei risultati scolastici degli alunni, della professionalità dei singoli docenti e dell’efficienza degli istituti. L’uso sistematico dei test per favorire la trasparenza meritocratica rischia di scoraggiare lo spirito critico, costruire intelligenze contabili e spingere gli insegnanti a scorrettezze pur di salvare il posto di lavoro.

Mentre vari Paesi europei discutono sulla possibilità di fornire una maggiore autonomia scolastica alle regioni, l’amministrazione degli Stati Uniti da tempo si muove in direzione opposta, introducendo vincoli all’elargizione di fondi federali.

Ne è un esempio No Child Left Behind (NCLB), la riforma del sistema scolastico americano approvata pressoché́ all’unanimità dal Congresso e ratificata dal presidente Bush nel 2002. Obiettivo dichiarato della legge il miglioramento della qualità dell’istruzione pubblica, in particolare per gli alunni svantaggiati e le minoranze etniche (donde il titolo del provvedimento, “nessun bambino lasciato indietro”). In sintesi, essa impone a tutti gli Stati dell’Unione, cui spetta la competenza diretta in materia educativa, di adottare in ogni scuola pubblica sottomessa alla loro giurisdizione un programma di accountability (termine inglese senza esatto equivalente in italiano, ma traducibile con “rendicontazione” o “responsabilità rispetto agli esiti”).

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Sorveglianti e punitori

illustrazione di Adrian Tomine

illustrazione di Adrian Tomine

di Paolo Bellomo

I miei studi universitari mi hanno portato a vivere a Parigi da qualche tempo. Durante l’anno accademico 2011-2012 ho avuto l’opportunità di lavorare come assistant d’éducation in una scuola media di un quartiere “difficile” della capitale francese.

Gli assistants d’éducation sono assunti allo scopo di sorvegliare e disciplinare gli studenti di scuole medie e licei: il nome politicamente corretto assegnato a questo ruolo è inevitabilmente sostituito da studenti e adulti con quello di surveillant, nome trasparente che ha designato il mestiere dal 1937 al 2003. La curiosità di osservare da vicino l’Éducation Nationale in una fascia d’età come quella dei dieci-quattordici anni mi ha spinto a presentare il mio curriculum per un posto che immaginavo avesse funzioni o scopi simili a quelli dell’educatore in Italia. Ho deciso di presentare domanda in quegli istituti nei quali ho creduto il mio lavoro potesse avere più senso, quelli conosciuti con la sigla ZEP (zona di educazione prioritaria), classificazione nata nel 1981, in forte rottura con la concezione dell’uguaglianza repubblicana: non si tratta più di assegnare in modo egualitario dei mezzi d’insegnamento per l’insieme del territorio ma di “dare di più a coloro che ne hanno più bisogno”. Le zone socialmente e economicamente sfavorite si sono viste attribuire in tal modo soldi per progetti all’interno e all’esterno della scuola. Durante il colloquio di lavoro, le due CPE (consiglieri principali d’educazione) hanno tenuto a sottolineare che all’interno della scuola non si lavora come nel sociale, che l’équipe degli assistants deve garantire unicamente il corretto, sicuro e disciplinato svolgimento delle giornate scolastiche senza sfociare nell’assistenzialismo.

Sono stato assunto in un collège tra i più problematici della Parigi intra-muros. Ad anno scolastico già iniziato e, senza nessun tipo di formazione o affiancamento durante i primi giorni di lavoro, mi sono ritrovato a gestire classi intere di studenti, le ricreazioni di metà scuola e l’entrata e l’uscita dei ragazzi dall’istituto. Istituto che durante l’anno ha avuto al suo interno tentativi di stupro, vari intossicati da gas lacrimogeno e che, a insaputa di molti dipendenti, è stato sotto sorveglianza di polizia e polizia anticrimine per mesi. Ma al di là delle difficoltà scontate che ci si trova ad affrontare in situazioni di questo tipo, è proprio l’aspetto professionale quello su cui è più interessante soffermarsi, provenendo da un sistema e una cultura diversa da quella francese.