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Nemico assoluto

di Francesco Ciafaloni

 

“In the empty immensity of earth, sky and water, there she [la nave da guerra francese] was, incomprehensible, firing into a continent.”
“There was a touch of insanity in the proceeding, a sense of lugubrious drollery in the sight; and it was not dissipated by somebody on board assuring me earnestly there was a camp of natives – he called them enemies! – hidden out of sight somewhere.”

Joseph Conrad, Hearth of Darkness


Dopo i 130 morti il 13 novembre (o quelli del “Charlie Hebdo” il 7  gennaio), a Parigi, dopo  i 56 morti e 700 feriti del 5 luglio 2005 per le bombe sui trasporti pubblici di Londra, i 191 morti del marzo 2004 per le bombe sui treni a Madrid, o le migliaia dell’11 settembre 2001 a New York, ci si raccoglie in lutto, e ci si sente uniti contro il male arrivato dall’esterno a colpire persone incolpevoli con cui ci si identifica.
Alcuni, o molti, sentono anche il bisogno di punire i colpevoli, di vendicarsi, quale che sia la catena causale che ha portato alle uccisioni. Gli Stati reagiscono militarmente, schierano le truppe, mandano gli aerei o i droni a colpire i presunti nemici, all’interno di una propria strategia di potenza, o d’immagine. Convergono reazioni emotive dei cittadini, di noi uomini della strada, e strategie di soggetti economici e politici molto potenti: Stati, multinazionali. Il pericolo maggiore per la democrazia e la pace, per la possibilità stessa di ragionare e contribuire a decidere con cognizione di causa, ognuno per la sua parte, è la creazione di un nemico assoluto, incarnazione del male, un concetto astratto, ma incarnato da una miriade di individui tenuti insieme da qualcosa cui siamo estranei e che ci è estraneo, che operano nell’ombra a nostro comune danno.

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Dopo Parigi, smettiamola con le chiacchiere

 di Fulvio Scaglione

illustrazione di Franco Matticchio

illustrazione di Franco Matticchio

 È inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. È la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.
Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.
Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso.
Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. È un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.

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Mare monstrum

Flussi di migrazione globale

Flussi di migrazione globale

di Domenico Chirico*

Operando da molti anni con “Un ponte per…”, associazione di volontariato per la solidarietà internazionale nata nel 1991 che lavora soprattutto in Medio Oriente e parzialmente in Nord Africa, tenterò di tracciare uno scenario globale sui grandi movimenti di persone a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, uno scenario in continuo mutamento. Non sono un esperto della materia, né uno studioso, ma un semplice osservatore che può analizzare e trarre delle conclusioni parziali dal suo lavoro.
È necessaria una premessa sul fenomeno migratorio, che coinvolge anche i richiedenti asilo politico: questo è oggi un tema di attualità e di cronaca particolarmente drammatico e discusso in Italia e in Europa, dove assistiamo a una crescente ondata di intolleranza politica che si potrebbe definire razzismo, ma che è forse più simile al fascismo perché i suoi effetti erodono il senso di comunità civile e democratica. Nell’ambito dello scenario globale, l’immigrazione – ma sarebbe più corretto parlare di persone in fuga – è oggi una sfida che non dovremmo lasciarci sfuggire, perché mette in crisi il nostro sistema economico e quello della giustizia a livello internazionale, mentre a livello locale intacca profondamente l’equilibrio delle nostre comunità, spesso impreparate culturalmente e spaventate dal contesto di “crisi” in cui già si trovano.
Qual è la portata del fenomeno migratorio? Dobbiamo innanzi tutto relativizzare. È ormai semplice procurarsi dati pubblici attendibili, disponibili in rete anche in forma di infografiche molto chiare. I dati ci dicono che nel 2014 si sono spostate nel mondo ben 400 milioni di persone e che l’Europa è un continente del tutto marginale rispetto al flusso maggiore, quello dal sud est asiatico all’Asia occidentale, o all’interno dell’Africa stessa. Gli spostamenti che coinvolgono il Mediterraneo (la Spagna soprattutto con i migranti dal Sud America e in misura minore l’Italia) è del tutto secondario rispetto agli altri flussi che riguardano il resto del mondo.

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Noi e la Cina. Alcune riflessioni dopo Prato

di Valeria Ferraris

Fiume

Illustrazione di Ann Xiao

“La Cina siamo noi”, cosi recita il titolo di un piccolo libro-inchiesta del giornalista Federico Fubini. Fubini parla di Catanzaro, dei call center dove si guadagnano 3.80 euro all’ora se raggiungi le 120 telefonate in outbound, altrimenti, per demerito, si scende a 2,80 euro.

In questi giorni cinesi, perché in Cina mi trovo, Prato irrompe sulle pagine web. Una litania ben nota viene recitata anche in questo frangente. Parole in libertà, roboanti, vivide e dopo pochi giorni il silenzio. Un senso di pesantezza per chi come me ha con la Cina un rapporto di non indifferenza, di amore per le sue innumerevoli bellezze e per la sua gente e di fatica per le sue molte contraddizioni. Un posto dove ho vissuto un po’ di tempo, dove ho viaggiato, dove ci sono state emozioni, oggi ricordi, che mi accompagnano ogni volta che ci torno.

Siamo noi i cinesi, per quel 15% di Pil che viene dall’economia sommersa. Economia che attrae altra economia di uguali caratteristiche. I cinesi non sono astronauti atterrati da un altro pianeta, sono inseriti in un tessuto economico produttivo che permette di non fatturare, di trovare capannoni non a norma, di trovare alloggi in affitto a prezzi fuori mercato perché c’è chi ne offre la disponibilità.

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Lettera da Barcellona

 di Elisenda Gellida Perez

Immagine di Brecht Evens

Immagine di Brecht Evens

 

 Cari asini,

ancora una volta noi insegnanti siamo stati chiamati a uno sciopero contro “les retallades”, i tagli la LOMCE (la nuova legge sull’istruzione in Spagna) e la LEC (la legge sull’istruzione in Catalogna). È successo il 24 ottobre scorso, quasi un mese fa. Lo sciopero è stato indetto dai principali sindacati di istruzione nello stato e in Catalogna in particolare dalla USTEC.STEs (il principale sindacato di insegnanti in Catalogna www.sindicat.net). Gli insegnanti, le scuole, le famiglie e gli studenti sono tornati in piazza per protestare contro lo stato in cui versa l’istruzione in Catalogna, contro la precarietà della vita dei docenti e contro tutti i tagli che vengono applicati per ridurre la qualità dell’istruzione pubblica.
Lo slogan dello sciopero è stata: “NI LOMCE, NI LEC; ni retallades, ni privatitzacions”.
Il sindacato ha chiesto, pertanto:
– il ritiro del LOMCE al Parlamento spagnolo
– la rimozione del progetto LEC
– un bilancio senza tagli cioè no ai tagli all’istruzione e dei salari e sì alla difesa dei posti di lavoro
– sostituzioni al 100% , l’assunzione di part-time e full-time con la retribuzione corrispondente
– difesa dell’autonomia linguistica (difesa della lingua catalana nella scuola pubblica)

Secondo il Governo catalano lo sciopero è stato sostenuto per un 21,95% della comunità educativa, mentre i sindacati dicono che c’è stata una partecipazione del 50%, dati della UGT (Union general de trabajadores) e delle CCOO (Comisiones Obreras). E se guardiamo i dati a livello di tutta la Spagna secondo i sindacati lo sciopero è stato seguito per l’80% dei professori, mentre il governo centrale ha dichiarato che è stato un fiasco perché solo il 20,27% è andato in piazza. Come sempre il ballo delle cifre è ampio. 

Ma da dove viene il disastro della scuola pubblica? Perché siamo arrivati a questa situazione?