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Dopo Expo parliamo di fame

di Gianluca D’Errico

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

Fiere
Prendete una fiera i cui maggiori finanziatori sono produttori di armi da guerra. Immaginate che lo slogan di questa fiera sia: “diffondere la pace nel mondo”.

Ora sostituite i produttori di armi con le multinazionali della produzione e distribuzione del cibo e cambiate lo slogan: “nutrire il pianeta”. Otterrete l’Expo di Milano, appena concluso.
Mettendo tra parentesi (e servirebbero due enormi parentesi) gli scandali e le tangenti, la cementificazione di boschi e suoli agricoli, le opere rimaste incompiute, le iper precarie condizioni lavorative delle persone impiegate e tutte le polemiche che ne hanno accompagnato l’inizio e lo svolgimento, quello che resta dell’esposizione è il suo tema: il cibo. Ma anche a voler stare sull’argomento, mettendosi i paraocchi per non vedere tutto il resto, c’è, a evento finito, ancora molto che proprio non quadra: basta scorrere la lista di sponsor e finanziatori privati e “incrociarla” con minime informazioni su produzione del cibo, fame e sovranità alimentare per avvertire un persistente puzzo di contraddizione e una nitida sensazione di essere stati presi per i fondelli.

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Crescere sotto l’Isis

di Jmmy Botto Shahinian. Incontro con Giulia Elia e Lea Martinoli

raqqa 

 Il ventisettenne attivista siriano Jimmy Botto Shahinian è stato ospite di una serie di incontri e appuntamenti istituzionali nell’ambito della manifestazione “Vivere sotto Daesh (IS). Testimonianze di resistenza dalla società civile in Siria”, organizzata nel giugno scorso dall’associazione “Un ponte per…”, dove il giovane ha raccontato quella che oggi è la situazione militare e civile in Siria. Jimmy viene da al-Raqqa, città considerata capitale dell’Isis perché ormai sotto il suo completo controllo, ma che era stata protagonista della prima esperienza di un’amministrazione civile non condizionata dal regime di Bashar al-Asad. Botto è stato tra i primi a mobilitarsi nella sua città natale creando e promuovendo insieme ad altri giovani attivisti i cosiddetti “Coordination Committees”, Comitati di Coordinamento locale formatisi a ridosso della rivoluzione che rappresentavano il cuore del movimento pacifico siriano; distribuivano e gestivano gli aiuti alla popolazione sotto assedio documentando quotidianamente le violazioni dei diritti umani nel paese. Arrestato più volte dal regime, Jimmy ha continuato a vivere tra Raqqa e Aleppo finché l’Isis non ha preso il controllo di Raqqa; è fuggito quindi in Turchia dove coordina un gruppo che si occupa di monitoraggio e documentazione delle violazioni dei diritti umani in Siria. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare cosa significa per un giovane siriano vivere sotto l’Isis e per provare ad avere un quadro più vicino alla quotidianità di quello che può essere il racconto dei media occidentali. A partire dalla sua storia personale, Jimmy ci ha parlato della sua esperienza di attivista per i diritti umani, dello stato islamico, delle condizioni dell’istruzione e del lavoro oggi in Siria.

 

Raqqa prima dell’Isis
Dalla rivoluzione siriana del marzo 2011 fino all’agosto del 2012 Raqqa rimase una città molto tranquilla. Alcune zone della sua provincia erano state liberate e tra queste la più importante era la città di confine Tell Abiad. L’ala militare della rivoluzione che oggi si usa definire moderata era molto conosciuta; una delle sue brigate più note era ‘al-Farouq’ di Homs, che operava insieme ad altre brigate minori dell’Esercito di Liberazione (El). Il Fronte della Vittoria per il Popolo del Levante (il Fronte al-Nusra, Fn), iniziava a essere presente sul territorio ma non godeva di alcuna autorità e il numero dei suoi affiliati era irrisorio. Le brigate dell’Esercito di Liberazione erano ben organizzate e avevano costituito un Consiglio Collettivo Civile nelle zone all’interno della regione di Raqqa, soprattutto nelle città confinanti con la Turchia, dove transitavano macchine e merci provenienti dalla Turchia e dirette in Siria. La vita quotidiana veniva ben gestita e amministrata, e rimase sufficientemente dignitosa fino al 6 marzo 2013, il giorno della liberazione della città da parte dell’Esercito di Liberazione. Alcuni ricordano questa data come ‘giornata della liberazione’, altri come ‘l’uscita della città di Raqqa dal controllo del regime’. La città fu la prima tra quelle siriane a svincolarsi dal controllo del regime: a capo di Raqqa c’erano adesso le fazioni moderate dell’El, il gruppo ‘Ahrar al-Sham’, e un numero esiguo di appartenenti al Fronte al-Nusra, che in quel momento era l’unico gruppo jihadista presente sul territorio perché ancora non esisteva lo Stato Islamico (fino a marzo del 2013 nell’Esercito di Liberazione gli affiliati al Fronte al-Nusra erano 100 su un totale di 3000 soldati). A metà aprile 2013 con il manifesto di al-Baghdadi venne dichiarata pubblicamente la trasformazione da ‘Stato islamico dell’Iraq’ (ISI) a ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS).

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Esercizi critici. Gli amici di Maria De Filippi

di Federica Lucchesini

 

De Filippi

 

Ha senso occuparsi degli effetti educativi di una trasmissione di Maria De Filippi oggi che la televisione è guardata sempre meno, sempre con meno attenzione dai ragazzini e dalle ragazzine?  La musica, le serie, i reality si trovano sul web, su mille canali on demand e la cattura dell’attenzione e il reticolo formativo sono così estesi e compositi che parrebbe quasi di voler insistere contro un bersaglio facile e a suo modo ingenuo… Invece no, abbiamo voglia di insistere perché Amici e Uomini e donne sono ancora tra i programmi seguiti da ragazzini e ragazzine, perché se si domanda in una scuola media a chi piace Maria De Filippi, più di metà classe se ne dirà ammiratrice entusiasta. Lei è seria, professionale, è bravissima!
Uomini e donne va in onda da quasi quindici anni in un orario strategico, le due e mezza, immediato dopopranzo per chi esce da scuola verso le due e vuole riposarsi. Ovviamente dieci anni fa era più seguito, le ragazzine ma anche i maschi a scuola lo citavano, se ne parlava e oggi non è più così ma questo programma, così come Amici (il talent giovanile condotto sempre da MDF), continuano ad essere dei dispositivi di formazione, delle macchinette che attirano tempo, attenzione e immaginazione di molte e molti. Che lasciano tracce nel linguaggio e nell’immaginazione.
Ne vorremmo parlare e vorremmo farlo con serietà, senza la superiorità di chi vuole magnanimamente liberarsi della sua superiorità… Infatti questo è il modo in cui certa critica culturale – chi dovrebbe o potrebbe fare critica culturale – tende a trattare i fenomeni di intrattenimento di massa. Cioè facendo mostra di evitare la posizione high brow, sostenendo che sia un errore credere di svelare seriosamente gli effetti nocivi della povertà culturale e della corruzione morale dei programmi che piacciono ma che al contrario le ragioni di quel piacere siano da comprendere e magari da condividere, perché in esse vi è qualcosa di sano, di comune, di ordinario che ci fa stare tutti meglio, tutti uguali. Come se voler essere migliori, pretendere di essere migliori, fosse un peccato. Come se criticare la spazzatura televisiva possa essere una colpa. Per capire cosa si intende basta leggere il lungo articolo dedicato proprio a Maria De Filippi da parte di Francesco Piccolo su Internazionale nel mese di marzo del 2015. Tutto teso a dimostrare come lei “funzioni”, come sia brava, come sia in fondo la spocchia intellettuale a non lasciarci riconoscere che il piacere (?) dato dalla sua professionalità è lo stesso che si ricava dagli show americani guardati in tarda serata in lingua originale.

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Nemico assoluto

di Francesco Ciafaloni

 

“In the empty immensity of earth, sky and water, there she [la nave da guerra francese] was, incomprehensible, firing into a continent.”
“There was a touch of insanity in the proceeding, a sense of lugubrious drollery in the sight; and it was not dissipated by somebody on board assuring me earnestly there was a camp of natives – he called them enemies! – hidden out of sight somewhere.”

Joseph Conrad, Hearth of Darkness


Dopo i 130 morti il 13 novembre (o quelli del “Charlie Hebdo” il 7  gennaio), a Parigi, dopo  i 56 morti e 700 feriti del 5 luglio 2005 per le bombe sui trasporti pubblici di Londra, i 191 morti del marzo 2004 per le bombe sui treni a Madrid, o le migliaia dell’11 settembre 2001 a New York, ci si raccoglie in lutto, e ci si sente uniti contro il male arrivato dall’esterno a colpire persone incolpevoli con cui ci si identifica.
Alcuni, o molti, sentono anche il bisogno di punire i colpevoli, di vendicarsi, quale che sia la catena causale che ha portato alle uccisioni. Gli Stati reagiscono militarmente, schierano le truppe, mandano gli aerei o i droni a colpire i presunti nemici, all’interno di una propria strategia di potenza, o d’immagine. Convergono reazioni emotive dei cittadini, di noi uomini della strada, e strategie di soggetti economici e politici molto potenti: Stati, multinazionali. Il pericolo maggiore per la democrazia e la pace, per la possibilità stessa di ragionare e contribuire a decidere con cognizione di causa, ognuno per la sua parte, è la creazione di un nemico assoluto, incarnazione del male, un concetto astratto, ma incarnato da una miriade di individui tenuti insieme da qualcosa cui siamo estranei e che ci è estraneo, che operano nell’ombra a nostro comune danno.

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Dopo Parigi, smettiamola con le chiacchiere

 di Fulvio Scaglione

illustrazione di Franco Matticchio

illustrazione di Franco Matticchio

 È inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. È la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.
Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.
Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso.
Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. È un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.