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Psichiatria post-manicomiale. Una rivoluzione incompiuta

di Antonio Maone. Incontro con Domenico Barberio

illustrazione di Mariana Chiesa

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Questo articolo fa parte del dossier Matti da slegare, del  n.31 de Gli asini. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea. 

 

Una rivoluzione incompiuta
La lotta anti-istituzionale che negli anni ‘60 e ’70 ha attraversato il paese, fino a giungere all’approvazione della legge 180 nel 1978, è diventata un punto di riferimento stabile a livello internazionale. La letteratura, specialistica e divulgativa, che ha raccontato, da diverse prospettive, quella stagione è ampissima. Solo per citare le ultime e più interessanti pubblicazioni, nel 2014 sono uscite la biografia di Oreste Pivetta, Franco Basaglia, Il dottore dei matti (Baldini e Castoldi) e la ricostruzione storica di John Foot, La repubblica dei matti (Feltrinelli).

Certamente l’esempio italiano ha rappresentato per molti paesi un modello, o piuttosto un fenomeno da studiare e da cui trarre ispirazione, ed è stato così radicale e peculiare grazie alla spinta e lo spirito anti-istituzionale che lo aveva animato. Lo smantellamento delle vecchie istituzioni asilari è avvenuto nello stesso arco di tempo in altri paesi, anche se con modalità e tempi diversi, come è il caso delle esperienze anglosassoni. Possiamo dire che la psichiatria, in buona parte del mondo occidentale, è ormai una psichiatria post-manicomiale.

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Regeni e altre centinaia di egiziani

di Domenico Chirico

 

Non conoscevo Giulio Regeni, né i suoi studi. Entrambi però veniamo dallo stesso percorso educativo nei Collegi del Mondo Unito. Una scuola pensata nel dopoguerra per far convivere adolescenti da tutto il mondo e, attraverso un programma di studi comune, renderli liberi e uguali. E soprattutto curiosi verso la diversità. Giulio a sedici anni era partito così per il Collegio degli Stati Uniti dopo aver vinto la borsa di studio che garantisce l’accesso a queste scuole. E da lì aveva spiccato il volo che gli ha permesso di raggiungere l’Università di Cambridge per il suo Phd. Giulio era sempre rimasto il figlio di una provincia ancora sana, fatta di persone per bene, che hanno fiducia nella costruzione giorno per giorno del futuro. Era un ragazzo brillante, curioso ed intelligente come tanti ce ne sono in Italia e come tanti era fuggito all’estero per dare ali al suo talento.
Giulio, mi dicono gli amici comuni arabisti, era uno studioso attento e che si faceva notare per la sua serietà e bravura. Ma era pur sempre un giovane studioso e nulla giustifica ciò che gli è accaduto, probabilmente per mano di una banda di aguzzini del regime che non ha tenuto conto che Giulio era italiano e che la sua scomparsa non sarebbe passata inosservata. Come invece accade a centinaia di attivisti egiziani. Il regime di Al Sisi è sanguinario e spietato e agisce con le stesse pratiche che abbiamo conosciuto in Argentina e Cile, per fare due esempi vicini al nostro vissuto. Non c’è scampo per nessuno quando si entra nei tanti Garage Olimpo del regime.

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Dopo Expo parliamo di fame

di Gianluca D’Errico

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

Fiere
Prendete una fiera i cui maggiori finanziatori sono produttori di armi da guerra. Immaginate che lo slogan di questa fiera sia: “diffondere la pace nel mondo”.

Ora sostituite i produttori di armi con le multinazionali della produzione e distribuzione del cibo e cambiate lo slogan: “nutrire il pianeta”. Otterrete l’Expo di Milano, appena concluso.
Mettendo tra parentesi (e servirebbero due enormi parentesi) gli scandali e le tangenti, la cementificazione di boschi e suoli agricoli, le opere rimaste incompiute, le iper precarie condizioni lavorative delle persone impiegate e tutte le polemiche che ne hanno accompagnato l’inizio e lo svolgimento, quello che resta dell’esposizione è il suo tema: il cibo. Ma anche a voler stare sull’argomento, mettendosi i paraocchi per non vedere tutto il resto, c’è, a evento finito, ancora molto che proprio non quadra: basta scorrere la lista di sponsor e finanziatori privati e “incrociarla” con minime informazioni su produzione del cibo, fame e sovranità alimentare per avvertire un persistente puzzo di contraddizione e una nitida sensazione di essere stati presi per i fondelli.

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Crescere sotto l’Isis

di Jmmy Botto Shahinian. Incontro con Giulia Elia e Lea Martinoli

raqqa 

 Il ventisettenne attivista siriano Jimmy Botto Shahinian è stato ospite di una serie di incontri e appuntamenti istituzionali nell’ambito della manifestazione “Vivere sotto Daesh (IS). Testimonianze di resistenza dalla società civile in Siria”, organizzata nel giugno scorso dall’associazione “Un ponte per…”, dove il giovane ha raccontato quella che oggi è la situazione militare e civile in Siria. Jimmy viene da al-Raqqa, città considerata capitale dell’Isis perché ormai sotto il suo completo controllo, ma che era stata protagonista della prima esperienza di un’amministrazione civile non condizionata dal regime di Bashar al-Asad. Botto è stato tra i primi a mobilitarsi nella sua città natale creando e promuovendo insieme ad altri giovani attivisti i cosiddetti “Coordination Committees”, Comitati di Coordinamento locale formatisi a ridosso della rivoluzione che rappresentavano il cuore del movimento pacifico siriano; distribuivano e gestivano gli aiuti alla popolazione sotto assedio documentando quotidianamente le violazioni dei diritti umani nel paese. Arrestato più volte dal regime, Jimmy ha continuato a vivere tra Raqqa e Aleppo finché l’Isis non ha preso il controllo di Raqqa; è fuggito quindi in Turchia dove coordina un gruppo che si occupa di monitoraggio e documentazione delle violazioni dei diritti umani in Siria. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare cosa significa per un giovane siriano vivere sotto l’Isis e per provare ad avere un quadro più vicino alla quotidianità di quello che può essere il racconto dei media occidentali. A partire dalla sua storia personale, Jimmy ci ha parlato della sua esperienza di attivista per i diritti umani, dello stato islamico, delle condizioni dell’istruzione e del lavoro oggi in Siria.

 

Raqqa prima dell’Isis
Dalla rivoluzione siriana del marzo 2011 fino all’agosto del 2012 Raqqa rimase una città molto tranquilla. Alcune zone della sua provincia erano state liberate e tra queste la più importante era la città di confine Tell Abiad. L’ala militare della rivoluzione che oggi si usa definire moderata era molto conosciuta; una delle sue brigate più note era ‘al-Farouq’ di Homs, che operava insieme ad altre brigate minori dell’Esercito di Liberazione (El). Il Fronte della Vittoria per il Popolo del Levante (il Fronte al-Nusra, Fn), iniziava a essere presente sul territorio ma non godeva di alcuna autorità e il numero dei suoi affiliati era irrisorio. Le brigate dell’Esercito di Liberazione erano ben organizzate e avevano costituito un Consiglio Collettivo Civile nelle zone all’interno della regione di Raqqa, soprattutto nelle città confinanti con la Turchia, dove transitavano macchine e merci provenienti dalla Turchia e dirette in Siria. La vita quotidiana veniva ben gestita e amministrata, e rimase sufficientemente dignitosa fino al 6 marzo 2013, il giorno della liberazione della città da parte dell’Esercito di Liberazione. Alcuni ricordano questa data come ‘giornata della liberazione’, altri come ‘l’uscita della città di Raqqa dal controllo del regime’. La città fu la prima tra quelle siriane a svincolarsi dal controllo del regime: a capo di Raqqa c’erano adesso le fazioni moderate dell’El, il gruppo ‘Ahrar al-Sham’, e un numero esiguo di appartenenti al Fronte al-Nusra, che in quel momento era l’unico gruppo jihadista presente sul territorio perché ancora non esisteva lo Stato Islamico (fino a marzo del 2013 nell’Esercito di Liberazione gli affiliati al Fronte al-Nusra erano 100 su un totale di 3000 soldati). A metà aprile 2013 con il manifesto di al-Baghdadi venne dichiarata pubblicamente la trasformazione da ‘Stato islamico dell’Iraq’ (ISI) a ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS).

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Esercizi critici. Gli amici di Maria De Filippi

di Federica Lucchesini

 

De Filippi

 

Ha senso occuparsi degli effetti educativi di una trasmissione di Maria De Filippi oggi che la televisione è guardata sempre meno, sempre con meno attenzione dai ragazzini e dalle ragazzine?  La musica, le serie, i reality si trovano sul web, su mille canali on demand e la cattura dell’attenzione e il reticolo formativo sono così estesi e compositi che parrebbe quasi di voler insistere contro un bersaglio facile e a suo modo ingenuo… Invece no, abbiamo voglia di insistere perché Amici e Uomini e donne sono ancora tra i programmi seguiti da ragazzini e ragazzine, perché se si domanda in una scuola media a chi piace Maria De Filippi, più di metà classe se ne dirà ammiratrice entusiasta. Lei è seria, professionale, è bravissima!
Uomini e donne va in onda da quasi quindici anni in un orario strategico, le due e mezza, immediato dopopranzo per chi esce da scuola verso le due e vuole riposarsi. Ovviamente dieci anni fa era più seguito, le ragazzine ma anche i maschi a scuola lo citavano, se ne parlava e oggi non è più così ma questo programma, così come Amici (il talent giovanile condotto sempre da MDF), continuano ad essere dei dispositivi di formazione, delle macchinette che attirano tempo, attenzione e immaginazione di molte e molti. Che lasciano tracce nel linguaggio e nell’immaginazione.
Ne vorremmo parlare e vorremmo farlo con serietà, senza la superiorità di chi vuole magnanimamente liberarsi della sua superiorità… Infatti questo è il modo in cui certa critica culturale – chi dovrebbe o potrebbe fare critica culturale – tende a trattare i fenomeni di intrattenimento di massa. Cioè facendo mostra di evitare la posizione high brow, sostenendo che sia un errore credere di svelare seriosamente gli effetti nocivi della povertà culturale e della corruzione morale dei programmi che piacciono ma che al contrario le ragioni di quel piacere siano da comprendere e magari da condividere, perché in esse vi è qualcosa di sano, di comune, di ordinario che ci fa stare tutti meglio, tutti uguali. Come se voler essere migliori, pretendere di essere migliori, fosse un peccato. Come se criticare la spazzatura televisiva possa essere una colpa. Per capire cosa si intende basta leggere il lungo articolo dedicato proprio a Maria De Filippi da parte di Francesco Piccolo su Internazionale nel mese di marzo del 2015. Tutto teso a dimostrare come lei “funzioni”, come sia brava, come sia in fondo la spocchia intellettuale a non lasciarci riconoscere che il piacere (?) dato dalla sua professionalità è lo stesso che si ricava dagli show americani guardati in tarda serata in lingua originale.