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Contro l’accoglienza

di Savino Claudio Reggente

Venosa, campo di accoglienza per braccianti stranieri. Foto di Michele Borzoni

 

Non scrivo in favore degli immigrati, né per loro conto. Scrivo come persona nata e cresciuta in Basilicata, a Venosa, che da Venosa è andata via, ormai 12 anni fa, e che ora lavora nel settore dell’accoglienza a Bologna. Scrivo per un moto di rabbia, umana e politica. Trovo inaccettabile la contraddizione tra ciò che il Pd regionale, nella persona del presidente Marcello Pittella, dice di voler fare in favore dei miganti “rifugiati” e quelle che sono le reali condizioni di vita dei lavoratori stagionali immigrati che transitano o abitano a Venosa e dintorni.

Lo voglio precisare ancora: non scrivo a loro nome, ma al mio. Scrivo come venosino, per protestare contro le azioni e i proclami del presidente Pittella quando parla di una “cultura dell’accoglienza” in Basilicata, riferendola ai rifugiati, e poi espelle dal centro d’accoglienza di Venosa quei “migranti” che a Venosa vengono per lavorare nella raccolta del pomodoro. Lavoratori emergenzialmente e stagionalmente accolti, ormai siamo al secondo anno, presso gli spazi della ex-cartiera, miracolosamente trasformata dalla Croce Rossa in “campo di accoglienza per cittadini migranti stagionali”. Chiusa la stagione del pomodoro, chiusa la ex-cartiera e tutti via. Scrivo perché, rispetto a tali azioni, torvo spudoratamente ipocrita la retorica politica usata dal presidente Pittella quando annuncia su quotidiani locali e nazionali che la Basilicata è disposta a “raddoppiare il numero di rifugiati e richiedenti asilo”. Questa proposta, che suona così umanitaria, risulta brutale e cinica perché dichiaratamente affaristica. E il fatto che Pittella affermi, rivendicando la propria eticità politica rispetto a quella del presidente della regione Lombardia, che “sul tema dell’accoglienza non si può giocare sulla pelle delle persone, nel maldestro tentativo di alimentare odi e divisioni, per recuperare magari consenso politico” lo rende politicamente ancor più inaccettabile.

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Crescere a Tel Aviv

 di Bianca Ambrosio

Sud Tel Aviv

Zona sud di Tel Aviv

L’autrice è nata e cresciuta a Milano. Vive a Tel Aviv dal 2009 dove ha studiato scienze politiche e lavorato per varie ONG legate al conflitto Israelo-Palestinese. Sta completando un master in studi sociali, concentrandosi sulla realtà della prostituzione ed è membro attivo del partito di sinistra Meretz. Le esperienze riportate in questo scritto rappresentano il punto di vista personale e soggettivo dell’autrice. (Gli asini)

 

A Tel Aviv ci vivo da sei anni. Sei e mezzo per l’esattezza. Vivo a sud, tra la stazione centrale degli autobus e la meravigliosa Yafo, in mezzo a prostitute e giovani artisti squattrinati, tra graffiti e grattacieli qua e là, cacche sul marciapiede, polvere, un rinomato mercato delle spezie, famiglie di profughi africani, i locali degli hipster, il panorama decadente e a un passo dal mare. 

La maggior parte del tempo amo Tel Aviv di un amore intenso e cieco, alle volte mi travolge e stanca un po’.

Intensa, irriverente, sorprendente, giovane, libera, liberale, aperta, trasgressiva, a Tel Aviv c’è posto per tutti; l’avvocato in carriera, lo startupper, il ballerino, la studentessa o la barista che scende a fare la spesa in pigiama. Un terzo dei cittadini di Tel Aviv sono giovani tra i 18 e i 35 anni e proprio come i giovani, la città è un’ esplosione di energie, creatività e iniziative. La sensazione è che sia tutto una festa continua e che qualsiasi idea, sogno o progetto possano realizzarsi. Basta volerlo. La città ideale.

Non fosse che questa sensazione di continuo dinamismo, di “tutto-e ‘-possibile” sia anche parecchio disorientante. Il “buffet Tel Aviv” lo chiama una mia amica: quello che non hai nel piatto è sempre più allettante di quello di cui ti sei già servito. Siamo tutti alla perenne ricerca di qualcosa d’inafferrabile. Tel Aviv sa essere sfinente. Il suo turbine di opportunità è allo stesso tempo un’occasione per perdersi. Quale covo migliore per una generazione come la nostra. Persa tra idee, la poca voglia di farsi adulti, infiniti stimoli e un’irrequietudine perenne. La città ci svuota le tasche e ci riempie l’animo, seppure in modo effimero.

Trovo Tel Aviv faticosa anche perché’ spesso ho nostalgia di una scenografia di stampo Europeo. L’ordine, le strade pulite, l’eleganza architettonica e in generale la sensazione che sia tutto più definito. Non come qui, dove ogni tanto si ha la netta sensazione che sia tutto un’improvvisazione. Un’improvvisazione ben riuscita certo, ma pur sempre un progetto che cavalca l’onda della spontaneità e senza basi solide. La frenesia di Tel Aviv, i suoi palazzi accatastati e a volte logori, i fili dell’elettricità’ a vista, i condizionatori che gocciolano sulle teste dei passanti, le urla in strada mi affascinano ma a tratti mi creano disagio e mi fanno sentire la mancanza di un’armonia da “vecchio continente”. Ho come l’impressione che l’estetica classica dell’Europa, costruita su secoli di storia, renda più semplice trovare angoli di tranquillità.

Sembrerà strano, ma molti Israeliani Tel Aviv non la sopportano. A dirla tutta si tratta di un rapporto ambiguo di odio e amore. Non la sopportano e allo stesso tempo non ne possono fare a meno. Ne riconoscono la vitalità e le opportunità’, ma la criticano di continuo. Più che altro l’odio – un rancore misto ad invidia – è rivolti agli abitanti, piuttosto che alla città stessa. Agli occhi del resto dei cittadini Israeliani, gli abitanti di Tel Aviv “vivono in un film”, in una bolla, e sono completamente estranei alle problematiche sociali, politiche, economiche e culturali del resto del Paese. L’immagine che i cittadini della periferia hanno degli abitanti di Tel Aviv è di giovani benestanti e ingenui che passano le loro giornate nei caffè. Borghesi di sinistra che non si sporcano le mani, che non devono far fronte a problemi di alcun tipo e che vanno al mare e alle feste durante la guerra, quando i loro coetanei sono al fronte. E così spesso ci troviamo a fare da capro espiatorio alle frustrazioni della popolazione Israeliana. E in fondo, è vero che ce ne stiamo giornate intere seduti ai caffè. A leggere, chiacchierare, scrivere, discutere di politica, progettare, e molto spesso a lavorare. Tel Aviv ci da l’impressione, o forse l’ingenua illusione, che la vita qui possa essere normale, che non siamo sommersi da fiumi di problematiche irrisolvibili, che possiamo vivere insieme, ognuno libero di esprimere la sua identità e i suoi principi, sempre che non infrangano la libertà degli altri. Possiamo sederci ai caffè e discutere di arte come in una qualsiasi capitale Europea, godendoci il fascino del Medio Oriente e ignorando l’odore degli escrementi.

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Detriti

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Michelangelo Setola

illustrazione di Michelangelo Setola

 

Dopo la strage di Nizza, come dopo tutte le stragi precedenti, accanto al lutto e al dolore, più che dovuti, emerge da molti commenti la tendenza a individuare un nemico assoluto, esterno, malvagio, potente, infiltrato tra noi, da punire, da distruggere. L’assassino di Nizza, mentre se ne conoscono solo il nome, i problemi personali e familiari, i precedenti penali, diventa l’esponente di una potenza ideologica e militare contro cui schierarsi in armi. Noi, innocenti come le innocenti vittime, noi, con i nostri valori – libertà, uguaglianza, fraternità, naturalmente – contro loro, i fanatici, i violenti, gli intolleranti: una guerra della tolleranza contro l’intolleranza, è stato scritto.
Il guaio è che dentro il loro finiscono – perché non reagiscono, perché non denunciano, non si dissociano abbastanza – milioni di persone, residenti qui, credenti e non credenti nell’islam, perché per l’origine propria o familiare, per i costumi, per l’aspetto, sono riconducibili al soggetto violento e potente che vorremmo sconfiggere, giudicare e punire.
I poteri politici e la forza militare e poliziesca del nostro paese e dei paesi simili dovrebbero costituirsi in iustus iudex ultionis e annientare loro, liberarci dal male. Ma sostenere che le nostre società siano fondate sulla libertà, l’uguaglianza, la fraternità, è una atroce menzogna. Le nostre società sono diventate ecosistemi detritici, discariche sociali in cui uguaglianza è diventata una bestemmia, alla fraternità pensano solo un vecchio papa e non moltissimi uomini di buona volontà, e libertà è diventata il diritto dei ricchi di fare ciò che vogliono dei loro soldi, e di chi può accedere a una tribuna di insultare chi vuole e come vuole. È diventata libertà da tutti i doveri sociali e personali che tengono insieme una società.

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Psichiatria post-manicomiale. Una rivoluzione incompiuta

di Antonio Maone. Incontro con Domenico Barberio

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

Questo articolo fa parte del dossier Matti da slegare, del  n.31 de Gli asini. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea. 

 

Una rivoluzione incompiuta
La lotta anti-istituzionale che negli anni ‘60 e ’70 ha attraversato il paese, fino a giungere all’approvazione della legge 180 nel 1978, è diventata un punto di riferimento stabile a livello internazionale. La letteratura, specialistica e divulgativa, che ha raccontato, da diverse prospettive, quella stagione è ampissima. Solo per citare le ultime e più interessanti pubblicazioni, nel 2014 sono uscite la biografia di Oreste Pivetta, Franco Basaglia, Il dottore dei matti (Baldini e Castoldi) e la ricostruzione storica di John Foot, La repubblica dei matti (Feltrinelli).

Certamente l’esempio italiano ha rappresentato per molti paesi un modello, o piuttosto un fenomeno da studiare e da cui trarre ispirazione, ed è stato così radicale e peculiare grazie alla spinta e lo spirito anti-istituzionale che lo aveva animato. Lo smantellamento delle vecchie istituzioni asilari è avvenuto nello stesso arco di tempo in altri paesi, anche se con modalità e tempi diversi, come è il caso delle esperienze anglosassoni. Possiamo dire che la psichiatria, in buona parte del mondo occidentale, è ormai una psichiatria post-manicomiale.

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Regeni e altre centinaia di egiziani

di Domenico Chirico

 

Non conoscevo Giulio Regeni, né i suoi studi. Entrambi però veniamo dallo stesso percorso educativo nei Collegi del Mondo Unito. Una scuola pensata nel dopoguerra per far convivere adolescenti da tutto il mondo e, attraverso un programma di studi comune, renderli liberi e uguali. E soprattutto curiosi verso la diversità. Giulio a sedici anni era partito così per il Collegio degli Stati Uniti dopo aver vinto la borsa di studio che garantisce l’accesso a queste scuole. E da lì aveva spiccato il volo che gli ha permesso di raggiungere l’Università di Cambridge per il suo Phd. Giulio era sempre rimasto il figlio di una provincia ancora sana, fatta di persone per bene, che hanno fiducia nella costruzione giorno per giorno del futuro. Era un ragazzo brillante, curioso ed intelligente come tanti ce ne sono in Italia e come tanti era fuggito all’estero per dare ali al suo talento.
Giulio, mi dicono gli amici comuni arabisti, era uno studioso attento e che si faceva notare per la sua serietà e bravura. Ma era pur sempre un giovane studioso e nulla giustifica ciò che gli è accaduto, probabilmente per mano di una banda di aguzzini del regime che non ha tenuto conto che Giulio era italiano e che la sua scomparsa non sarebbe passata inosservata. Come invece accade a centinaia di attivisti egiziani. Il regime di Al Sisi è sanguinario e spietato e agisce con le stesse pratiche che abbiamo conosciuto in Argentina e Cile, per fare due esempi vicini al nostro vissuto. Non c’è scampo per nessuno quando si entra nei tanti Garage Olimpo del regime.