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Messico, la strage senza fine

di Ugo Pipitone

illustrazione di José Guadalupe Posada

L’America latina non è mai stata il nuovo mondo, se non dal punto di vista della cartografia, e quando si è scostata dalla vecchia Europa non sempre lo ha fatto nella direzione in cui il nuovo fosse necessariamente auspicabile. Per secoli latifondi, servitù, oligarchie locali ed eserciti come guardie pretoriane. E poi una sequenza di colpi di stato, fuochi fatui di un populismo messianico (con il capo come incarnazione morale del popolo) e qualche progresso con grandiose distorsioni venute dal passato o create ex novo. E adesso, approdando al presente, una vecchia rivoluzione libertaria che imputridisce su sé stessa (tra stanchezza autoritaria e vitalità paranoica) in un’isola dei Caraibi e nel maggior paese della regione la recente scoperta che il presidente (facente funzioni) è una icona di corruzione dopo essersi innalzato agli altari come rimedio alla corruzione. Un po’ più al nord un’altra sedicente rivoluzione – questa, bolivariana – fa di una retorica patriottarda il sostituto a qualsiasi progetto sostenibile senza mari di petrolio per anestetizzare la (vaga) consapevolezza della propria arretratezza democratica, sociale ed economica. E poi tra la selva del Darién e la frontiera nord del Guatemala un mondo di paradisi fiscali, bande criminali giovanili, paesi esasperati che eleggono dei comici della televisione alla presidenza, quartieri urbani come galassie di miseria senza vie di scampo, militari arcigni più o meno corrotti e verbosi populisti che mettono in scena un eterno ballo in maschera.

È ovvio che tutto questo è una semplificazione. Ma dovendo stabilire un comune denominatore tra realtà diverse, non è difficile trovarlo in due termini ricorrenti, anche se con diverse graduazioni: un’acuta polarizzazione sociale di cui si ha qui un estremo mondiale per lo meno dai tempi di Humboldt (per il tango di Gardel, veinte años no es nada; per la disuguaglianza dos siglos neanche) e istituzioni pubbliche di bassa consistenza e coerenza interna e minore legittimazione sociale, salvo stordimenti transitori. 

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Bolivarismo venezuelano

di Lucia Capuzzi

illustranzione di Onze

Se – come sostiene lo scrittore Roberto Bolaño – l’America Latina è stata il “manicomio d’Europa”, il Venezuela ne è indubbiamente il reparto sfuggito alla dismissione. La “lunga crisi” di Caracas è un concentrato di nodi irrisolti, nuove istanze, equilibri geopolitici mutevoli, retorica ottocentesca in bocca a personaggi da realismo magico. Ingredienti che rendono difficile per media ed esperti del Vecchio Continente districarsi. Le letture manichee abbondano. Da una parte, i giornali conservatori e liberal – in un’insolita alleanza – dipingono il governo come l’ultima dittatura comunista e l’opposizione, frammentata in una molteplicità di 15 partiti, dai più differenti programmi e propositi, come “paladina” della libertà. Dall’altra, i media più spiccatamente di sinistra interpretano la crisi come un “deja vu” del pre-golpe cileno quando, negli anni Settanta, gli Usa alimentarono gli scioperi per indebolire l’esecutivo socialista di Unidad Popular e, poi, sostennero l’intervento feroce di Augusto Pinochet. Non sempre, tali interpretazioni vengono fatte in malafede. Del resto, lo stesso Bolaño ammetteva di aver avuto sempre un problema con il Venezuela. Per ragioni “linguistiche”. Il popolare autore cileno-messicano giocava su paradossi e assonanze tra il nome del Paese e le sue vicende storico-politiche-letterarie. Anche alla radice del “desencuentro”, cioè incomprensione, tra analisi europea – e in particolare italiana – e complessità del caos venezuelano c’è un problema terminologico.
A che cosa corrisponde il “bolivarismo”, ovvero il sistema creato da Hugo Chávez a partire dal 1999 e, alla morte di quest’ultimo, proseguito maldestramente dal successore Nicolás Maduro? Perché è arrivato al capolinea e, nonostante ciò, l’agonia fatica a trasformarsi in morte naturale?  Come mai l’opposizione – riunita nella Mesa de Unidad Democrática (Mud) – non riesce a dargli il “colpo di grazia” nonostante la gravissima crisi politica ed economica?
Dal 4 aprile, le manifestazioni contro Maduro si sono fatte quotidiane. L’opposizione è determinata ad andare avanti fino a quando il governo non convocherà nuove elezioni. Quest’ultimo non cede. Nel frattempo, decine e decine di persone sono morte a causa della mano pesante delle forze di sicurezza per sedare i cortei. A innescare la miccia della protesta è stato l’intento di Maduro, consumato dieci giorni prima, di esautorare il Parlamento, controllato dalla Mud. Il passo indietro dell’esecutivo non è bastato a far sbollire una rabbia che s’è andata accumulando in anni. Quello che si sta consumando in piazza è l’ultimo atto di un conflitto di lungo corso. Tra i due modelli “classici” della politica latinoamericana: populismo antiliberale e liberalismo antidemocratico (in cui quest’ultimo termine va inteso in un senso sostanziale più che formale). Un confronto che in Venezuela s’è acutizzato negli anni Novanta. Cioè quando la Guerra fredda – e i suoi “danni collaterali” nel Sud del mondo – era ormai archiviata, nonostante nel Continente sopravvivesse, non proprio in modo brillante, l’isola della Revolución: Cuba. Sul crinale di questo passaggio d’epoca si colloca Hugo Chávez che ne è prodotto e acceleratore.  

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Portogallo: vitalità e contraddizioni

di Livia Apa

Illustrazione di Michele Rocchetti

Il Portogallo è decisamente tornato di moda. Un po’ dappertutto sulla stampa europea spuntano articoli sull’attuale esperimento di governo portoghese, passato agli onori della cronaca con il nome di gerigonça ( letteralmente marchingegno sconnesso), che nelle parole dell’opinionista Vasco Pulido Valente, dopo le elezioni del 2015, servì a  definire la coalizione post-elettorale formatasi a sostegno del socialista António Costa. L’ attuale primo ministro, capo di un governo socialista che si avvale dell’appoggio esterno del Partido Comunista Português e del Bloco de Esquerda, partito della sinistra radicale con una significativa componente troskista che ha ottenuto ben 19 deputati, due in più dello stesso Partito Comunista, raggiunge così la maggioranza dei deputati e, pur con qualche scossone, sta riuscendo a governare il paese. Questa esperienza, in cui, in assoluta controtendenza europea, la sinistra ha deciso di stare unita per provare a far risorgere il paese dopo gli anni della Troika e del governo di Pedro Passos Coelho, sta inaspettatamente tenendo, con buoni risultati, primo fra tutti la riduzione del deficit del PIL che si è ridotto in un anno dal 4,4 al 2, 1%, costituendo  il miglior risultato economico dal 25 Aprile ad oggi. Gli anni bui della Troika, durante i quali, va ricordato l’impatto delle misure economiche imposte al Portogallo furono due volte più dure che quelle imposte alla Grecia, hanno fatto precipitare il paese in un tunnel fatto di disoccupazione e crescente miseria tangibile, come dimostravano a Lisbona i numerosi esercizi commerciali chiusi anche nella tradizionale zona del commercio della baixa cittadina, gli innumerevoli cartelli che proponevano case in vendita,  o quelle restituite alle banche, crisi che si è venuta ad innestare su un tessuto produttivo classicamente fragile per un paese dotato di poche materie prime e con altrettanti pochi prodotti spendibili sul piano dell’esportazione.

I recenti anni della crisi sono stati un forte trauma per la società portoghese incredula dopo l’apparente momento di benessere diffuso legato soprattutto ad una concessione di credito bancario individuale facile e alla iniezione poderosa di fondi europei vissuto dal paese negli anni Novanta a ridosso appunto dell’entrata nell’Unione Europea. Con la Troika il paese si è visto ripiombare invece in un atmosfera scura e senza orizzonte di speranza, per’altro molto cara agli anni del Salazarismo il cui motto era “ orgogliosamente soli”, rivisitata dalla retorica degli anni della presidenza di Anibal Cavaco Silva, che ha riproposto un immaginario del paese secondo il quale il sacrificio avrebbe temprato i portoghesi e li avrebbe riportati ai valori della tradizione e ai sani valori della nazione. Prova di questo clima di depressione collettiva è per esempio il fatto che la gente non sia praticamente mai scesa per strada a protestare significativamente contro le misure imposte dall’ Europa, chiudendosi invece su sé stessa, registrandosi, in buona sostanza, l’assenza di un movimento anti-troika significativo.

La crisi è diventato uno dei temi più agglutinanti e più fecondi del recentissimo cinema portoghese contemporaneo. Film come quello di   Miguel Gomes, As Mil e uma Noites , o São Jorge di Marco Martins, hanno saputo scavare nelle fratture di un paese disperato, con centinaia di giovani in fuga, di tecnici specializzati che tentavano di ritornare nelle antiche colonie per trovare lavoro, un paese frantumato da una precarizzazione del lavoro senza precedenti, da un sistema fiscale e di previdenza sociale assassino, in cui i servizi minimi e l’accesso ai beni di prima sopravvivenza sono stati interdetti ad una sostanziale fascia della popolazione. Il Paese oggi però pare ritrovare un po’ di speranza. L’attuale governo è stato sicuramente capace di restituire al Portogallo quell’immagine progressista e laica che negli ultimi venti anni parte delle amministrazioni locali, soprattutto della capitale, avevano saputo dare al paese. Dalla fine degli anni Ottanta Lisbona è progressivamente diventata una capitale della movida, segnatamente gay frendly, il che ha portato gradualmente nella città un sostanziale flusso di turismo. Anche a livello legislativo però il Portogallo ha saputo battersi per il riconoscimento di importanti diritti civili come l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso o l’adozione per le coppie omosessuali, trovando un grande consenso a livello dell’opinione pubblica anche grazie al lavoro svolto da varie associazioni e al sostegno di alcune figure pubbliche legate al mondo universitario, dell’informazione e del mondo dello spettacolo. Va ricordato forse, che cammino ben più tormentato ha avuto invece l’approvazione della legge per la depenalizzazione dell’aborto che, bocciata in un primo referendum nel 1998, senza  aver  contato inspiegabilmente sullo sperato sostegno dell’opinione pubblica femminile,  è stata approvata con nuovo referendum soltanto nel  2007.

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Sparare sulla croce rossa

di Domenico Chirico

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

Nel mese di aprile è cresciuta una polemica assurda basata su dichiarazioni senza prove di un magistrato di Frontex (la polizia europea delle frontiere) e del solito gruppo di politici malmostosi e di destra con l’aggiunta di alcuni leader del Movimento 5 stelle. Da più parti, anche di rilevo istituzionale, sono arrivati attacchi alle organizzazioni non governative che svolgono operazioni di soccorso in mare al largo della Libia, operazioni attraverso cui vengono salvate migliaia di vite umane. Come ben ricostruito da Annalisa Camilli su “Internazionale” le ong lavorano a stretto contatto con la Marina italiana e le capitanerie di porto, nonché con la missione della Guardia di Finanza. Il 53% dei salvataggi sono fatti da organismi militari, il 9% da navi commerciali, il resto da ong (37%) in sostegno alle missioni istituzionali.

I salvataggi sono coordinati dalla centrale operativa della guardia costiera a Roma, non dal miliardario Soros o dagli Ufo come sembrano far intendere le urla di alcuni politici. La centrale riceve gli sos e li smista alla nave più vicina. Bisognerebbe quindi casomai prendersela con la Marina e le capitanerie di porto imponendo loro di non rispondere alle richieste di aiuto provenienti dal mare, violando una delle regole di base della navigazione, l’obbligo di soccorrere i naufraghi.

Stabilito questo punto di partenza possiamo analizzare il perché le ong si debbano occupare di compiti che spetterebbero alle istituzioni. Fino al 2015 una serie di stragi in mare ci avevano fatto assistere impotenti al continuo, e mai interrotto, flusso di persone che cercano di raggiungere l’Europa attraverso l’Italia. Alcuni naufragi toccarono più di altri la sensibilità dell’opinione pubblica e il governo creò l’operazione Mare Nostrum. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha stimato in più di 20.000 le persone morte nel Mediterraneo dal 2000.

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Gli studenti contro Trump

di Lorenzo Velotti

illustrazione di Paolo Bacilieri

illustrazione di Paolo Bacilieri

Premetto che è estremamente difficile produrre delle analisi complete e sistematiche di ciò che sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti. Si ha l’impressione di essere all’interno di un travolgente ciclone caratterizzato da molteplici otri dei venti al principio e un’imprevedibile rosa di possibili conseguenze alla fine. L’impetuoso ciclone, nel suo cammino, giunge a colpire anche le zone più remote, quelle dove non soffia mai il vento. O per lo meno non soffiava fino all’8 Novembre. Benché tanto l’otre dei venti quanto la rosa delle conseguenze siano di estremo interesse e decisamente intriganti, il fenomeno su cui ha più senso soffermarsi è, a mio vedere, il ciclone stesso, surreale fenomeno con il quale faccio i conti giorno dopo giorno in qualità di exchange student presso l’Università della California di San Diego.

Nei dieci giorni appena passati, il presidente Trump ha emanato una lunga serie di provvedimenti estremamente controversi, l’ultimo dei quali è il cosiddetto Muslim Ban, che sospende per mesi il diritto di coloro che provengono da alcuni paesi islamici (non quelli in cui il presidente fa business; non quelli da cui sono giunti terroristi finora) ad entrare o tornare nel paese. In relazione a tale provvedimento, un esempio lampante della sensazione di stare al centro del ciclone sono un paio di mail che ho ricevuto ieri. La prima è firmata dalla rettrice della University of California, insieme ai prorettori dei dieci campus che la compongono. “Siamo molto preoccupati dal recente executive order (simile a un decreto legge), che è contrario ai nostri valori…”; “Ci impegniamo a difendere dallo stesso tutti i membri della nostra comunità!”. Una mail del genere, mandata dall’amministrazione tendenzialmente moderata e conservatrice dell’Università (pubblica) della California, in uno dei paesi con il maggior rispetto delle istituzioni e dell’ordine democratico, ha ai miei occhi un carattere decisamente sovversivo. Passate alcune ore ricevo un’altra mail, speditami dall’ufficio dedicato agli studenti internazionali: ci intima ad avere un’opinione anche forte riguardo a quello che sta succedendo, ma di stare molto attenti per il grosso rischio che comporta partecipare alle proteste, assicurandoci una pronta difesa legale da parte dell’università qualora ne avessimo bisogno. Ci ricorda che se ci sentiamo nervosi possiamo usufruire del servizio psicologico universitario. Conclude con un consiglio che si colloca in bilico tra il comico e l’estremamente preoccupante: “ti raccomandiamo di evitare viaggi al di fuori degli Stati Uniti a causa della mutevole natura delle politiche migratorie della nuova amministrazione”. Confesso che queste mail mi fanno venire i brividi e il respiro pesante. Ancor più delle proteste di studenti e professori, e di tantissimi americani, queste brevi mail formali tra le tante che ricevo ogni giorno di fatto istituzionalizzano una grave crisi istituzionale, uno “stato di emergenza” che mi fa sentire in prima persona parte di un capitolo decisivo e tragico della storia.