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Gli studenti contro Trump

di Lorenzo Velotti

illustrazione di Paolo Bacilieri

illustrazione di Paolo Bacilieri

Premetto che è estremamente difficile produrre delle analisi complete e sistematiche di ciò che sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti. Si ha l’impressione di essere all’interno di un travolgente ciclone caratterizzato da molteplici otri dei venti al principio e un’imprevedibile rosa di possibili conseguenze alla fine. L’impetuoso ciclone, nel suo cammino, giunge a colpire anche le zone più remote, quelle dove non soffia mai il vento. O per lo meno non soffiava fino all’8 Novembre. Benché tanto l’otre dei venti quanto la rosa delle conseguenze siano di estremo interesse e decisamente intriganti, il fenomeno su cui ha più senso soffermarsi è, a mio vedere, il ciclone stesso, surreale fenomeno con il quale faccio i conti giorno dopo giorno in qualità di exchange student presso l’Università della California di San Diego.

Nei dieci giorni appena passati, il presidente Trump ha emanato una lunga serie di provvedimenti estremamente controversi, l’ultimo dei quali è il cosiddetto Muslim Ban, che sospende per mesi il diritto di coloro che provengono da alcuni paesi islamici (non quelli in cui il presidente fa business; non quelli da cui sono giunti terroristi finora) ad entrare o tornare nel paese. In relazione a tale provvedimento, un esempio lampante della sensazione di stare al centro del ciclone sono un paio di mail che ho ricevuto ieri. La prima è firmata dalla rettrice della University of California, insieme ai prorettori dei dieci campus che la compongono. “Siamo molto preoccupati dal recente executive order (simile a un decreto legge), che è contrario ai nostri valori…”; “Ci impegniamo a difendere dallo stesso tutti i membri della nostra comunità!”. Una mail del genere, mandata dall’amministrazione tendenzialmente moderata e conservatrice dell’Università (pubblica) della California, in uno dei paesi con il maggior rispetto delle istituzioni e dell’ordine democratico, ha ai miei occhi un carattere decisamente sovversivo. Passate alcune ore ricevo un’altra mail, speditami dall’ufficio dedicato agli studenti internazionali: ci intima ad avere un’opinione anche forte riguardo a quello che sta succedendo, ma di stare molto attenti per il grosso rischio che comporta partecipare alle proteste, assicurandoci una pronta difesa legale da parte dell’università qualora ne avessimo bisogno. Ci ricorda che se ci sentiamo nervosi possiamo usufruire del servizio psicologico universitario. Conclude con un consiglio che si colloca in bilico tra il comico e l’estremamente preoccupante: “ti raccomandiamo di evitare viaggi al di fuori degli Stati Uniti a causa della mutevole natura delle politiche migratorie della nuova amministrazione”. Confesso che queste mail mi fanno venire i brividi e il respiro pesante. Ancor più delle proteste di studenti e professori, e di tantissimi americani, queste brevi mail formali tra le tante che ricevo ogni giorno di fatto istituzionalizzano una grave crisi istituzionale, uno “stato di emergenza” che mi fa sentire in prima persona parte di un capitolo decisivo e tragico della storia.

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Se l’Europa vuole sopravvivere

di Francesco Ciafaloni

Questo articolo è uscito sul n.236 di Una città, con il titolo Convergenze e conflitti.

illustrazione di Chihoi

illustrazione di Chihoi

 

Sappiamo che se non si crea uno spazio per l’opposizione in un sistema politico il risultato sarà o a) l’eliminazione reale di ogni opposizione e la sottomissione più o meno totale, o b) la mobilitazione di una opposizione di principio contro il sistema politico – una opposizione contro l’Europa, euroscettica. E in effetti questo sviluppo sta raggiungendo anche la sfera interna ai singoli Stati perché il peso crescente della UE e i suoi effetti indiretti sulla politica interna aumentano i deficit di democrazia e limitano lo spazio per l’opposizione anche nei singoli Stati.

Peter Mair, Governare il vuoto

 

La prima bordata di executive orders e lo scontro duro, difficile da accettare, imbarazzante da vedere, con le reti e la stampa di Donald Trump e dei suoi portavoce, subito dopo l’insediamento, ha reso evidente a tutti che le aspettative ottimistiche e le valutazioni concilianti sul nuovo Presidente degli Stati Uniti sono del tutto infondate. In rapida successione sono stati confermati il blocco ai finanziamenti all’Obamacare, la costruzione del muro ai confini con il Messico, il blocco degli arrivi da sette paesi islamici in guerra, il sostegno agli insediamenti illegali di coloni israeliani in Cisgiordania, le tariffe sulle importazioni, gli oleodotti, i vantaggi per chi produce in America, la revoca dei trattati cosiddetti di libero scambio, come promesso in campagna elettorale. E si legge di trattenute sulle rimesse degli immigrati messicani o di una tassa del 20% sulle importazioni per coprire i costi del muro. Non è detto che tutto ciò che è stato firmato sia realizzabile; non è detto che i paesi colpiti, come il Messico, o l’Australia, accettino senza reagire. Almeno i paesi più forti i mezzi li hanno; spazio politico ce n’è. Non è detto che le conseguenze pratiche delle decisioni prese siano quelle previste. Certo le aziende si sono rapidamente allineate – vedi Marchionne, Apple – e non c’è una fronda visibile tra i Repubblicani, che del resto, come già ho ricordato, sono cambiati negli anni e hanno rappresentanti anche più intollerabili di Trump (vedi la “London Review of Books” n.15, 2016, Eliot Weinberger sugli undici candidati sconfitti alle primarie).

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La Shoah non è un trauma privato

di Bruno Segre

Bruno Segre è nato a Lucerna nel 1930 e ha vissuto direttamente la persecuzione antiebraica in Italia. Nel dopoguerra è stato collaboratore di Adriano Olivetti per il Movimento di Comunità. Attivo nel dialogo interreligioso, per alcuni anni ha diretto la rivista di vita e cultura ebraica “Kashet”. Dopo la pensione è divenuto esponente attivo di una minoranza critica della Comunità ebraica che, da una posizione sionista, laica e socialista, contesta la progressiva deriva nazionalista del sionismo israeliano. Non transfugo, ma disertore del fronte etnico, l’avrebbe definito Alex Langer. Casagrande ha recentemente pubblicato una lunga e bellissima intervista a cura di Alberto Saibene, Che razza di ebreo sono io, da cui è tratto il brano che segue. 

Yad

Ogni anno, dal 2000 in poi, sono andato nelle scuole a parlare di Shoah agli studenti. E avendo fatto “il mio dovere” anno dopo anno, posso testimoniare che, a motivo del carattere rituale della ricorrenza, la Giornata della memoria rischia di esaurirsi in una rievocazione retorica e sterile del male, in una sorta di postumo premio di consolazione offerto alle vittime e ai loro eredi.

Se il ricordo dell’orrore non si salda a un’interrogazione lucida circa il nostro orrido presente, e non suggerisce ai giovani l’idea di un futuro meno indecente del passato che abbiamo dietro le spalle, la rituale invocazione «ciò non deve accadere mai più» cade nel vuoto, non serve a nulla. Trasmettere la memoria della Shoah agli studenti delle scuole d’oggi, a settant’anni di distanza, ha un senso soltanto se riusciamo a educare le giovani generazioni a leggere la storia e a comprenderne criticamente la complessità, inducendole a mostrarsi pronte, in ogni evenienza, a prevenire e a impedire derive distruttive e criminali. Affinché la Giornata della memoria “funzioni” e significhi qualcosa per i nostri giovani, occorre che favorisca in loro la progettazione di un avvenire vivibile, da condividere fraternamente con tutti i figli degli uomini.

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Non abbiate paura!

di Piergiorgio Giacchè

Messina2

Non ci sono più i terremoti di una volta. Devastazioni tanto improvvise quanto inevitabili subite come fatalità e interpretate come maledizioni: letterali dis-grazie davanti alle quali il timore della natura e il timor di dio si mescolavano confusamente. Lo sgomento e l’abbandono, il lutto e la miseria dominavano poi a lungo, per i molti decenni di una storia secolare che va da Messina alla Marsica e poi al Belice e fino all’Irpinia… una storia e una geografia tutta o sempre meridionale, quindi aggravata da arretratezze e incurie che si danno ancora per scontate nel profondo sud, soprattutto quando sprofonda. Poi, dal Friuli all’Umbria e da L’Aquila a Modena i terremoti, spostandosi nello spazio e avanzando nel tempo, hanno cambiato cultura o almeno lettura: dal pigro fatalismo tradizionale si è passati a un vitalismo postmoderno, fatto di immediate e orgogliose reazioni popolari, di richieste di subitanei aiuti e di rapide ricostruzioni, di sfacciati interessi economici e invadenti interventi politici… Il terremoto – anzi, l’evento sismico – è stato studiato e sfidato come un fenomeno tellurico infine ordinario per quanto attiene al nostro Paese: qualcosa che magari non si può prevedere, ma per il quale ci si può e ci si deve preparare. Il “prima” ma anche il “dopo” terremoto attiva investimenti e produce perfino guadagni: c’è un’economia del disastro che – cinismo a parte e super partes – ha persino fatto la fortuna di terre sfortunate e spopolate. C’è stata anche una politica del soccorso e della ricostruzione che è servita a soccorrere la politica, anche se non a ricostruirla. No, non ci sono più i terremoti di una volta, quando si dava la responsabilità a dio e la colpa all’uomo; adesso il senso di colpa dovrebbe averlo la natura se avesse una coscienza, ma intanto la responsabilità è tutta degli uomini che non sanno quello che fanno o meglio non fanno quello che sanno. Si dovrebbe costruire meglio e rubare di meno affrontando un accidente che – a detta di tutti – non è più una sostanza. “Casa Italia” dovrà essere un giorno – cioè presto – galleggiante sopra le onde sismiche e fregarsene delle eruzioni vulcaniche (a proposito, quando toccherà di nuovo al Vesuvio?) e chissà anche delle meteoriti o dei marziani. Lo strano è che la destra reazionaria sognava una nuova geografia a colpi di new town da inaugurare con champagne, mentre la sinistra progressista difende la storia e si orienta verso il restauro di ogni nostro bene e presepe culturale. Così si è arrivati all’ultimo terremoto del 24 agosto e ancora in corso, che ha colpito a morte Amatrice e Arquata e Pescara del Tronto e ha ferito tutt’attorno le zone limitrofe. Il centro del Centro Italia ha tremato e fatto tremare anche gli abitanti di Roma e Perugia e Ascoli e Macerata e fino a dove le scosse si sono fatte sentire.

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Dopo il referendum

di Mauro Boarelli

illustrazione di Stefano Ricci

illustrazione di Stefano Ricci

Cercando di organizzare alcune riflessioni sugli esiti del referendum costituzionale, mi sono reso conto che il ragionamento ruotava intorno a cinque parole: ignorare, dividere, confondere, disperdere, nascondere. Cinque verbi accomunati dalla descrizione di azioni negative, cinque verbi che rinviano ad altrettanti aspetti della patologia del sistema politico.

Ignorare
Il risultato del referendum dimostra che gli apparati dell’informazione non sono più in grado di orientare l’opinione pubblica. L’irrilevanza della carta stampata era già evidente da tempo, mentre le residue certezze sull’influenza della televisione sono state messe in crisi in questa occasione. Dismesso definitivamente ogni residuo di funzione critica e trasformato in una estensione del sistema politico, il sistema dell’informazione ha perso ogni credibilità e ha raggiunto la sua massima inefficacia proprio nel momento in cui perseguiva la massima pervasività.
Neanche i partiti riescono ad orientare il proprio elettorato. Da questo punto di vista è il Pd  ad avere i problemi maggiori, perché è l’unico erede della tradizione dei partiti del Novecento ed ha quindi una base sociale di più antica formazione. Con questa base sociale il Pd è entrato in rotta di collisione sin dal momento della sua fondazione, e ciò che emerge all’indomani del referendum dall’analisi dei flussi elettorali sul piano nazionale e dall’analisi socio-demografica sul voto a Bologna (una realtà molto significativa per il partito post-comunista) conferma quello che era emerso con chiarezza in occasione delle ultime elezioni amministrative: l’abbandono da parte di una quota significativa dell’elettorato “storico”, l’attrazione di una quota dell’elettorato di centro-destra, la separazione dalle fasce di popolazione più precarie (i giovani e i cittadini a basso reddito).