il libro, maestri

L’importanza di chiamarsi prete

di Piergiorgio Giacchè

 La vocazione sarà anche, come dicono, una misteriosa chiamata dall’alto, ma senza una precisa risposta dal basso non credo possa funzionare. È legittimo che i credenti se la spieghino come un dono aggiunto al dono della fede, ma poi a forza di doni i miscredenti finiscono per sentirsi felicemente esclusi, e pure quei credenti che preti non sono ne traggono il vantaggio della delega e spesso anche il diritto al giudizio. Chiamarsi prete è invece importante perché coniuga all’attivo e al riflessivo la voce del verbo, e suona come l’affermazione “laica” di un ruolo e di un mestiere che si può finalmente confrontare e comparare con le scelte e le condotte degli altri. Almeno di quegli altri che in fondo fanno un lavoro simile al prete: in senso lato, l’attuale immenso terziario dei consumi culturali e dei servizi sociali che nel passato era tutto “clero” (una classe sociale, ricordate?) e, più in particolare, almeno quella massa di gente e di incarichi più specifici e potremmo dire più spirituali, che hanno a che vedere con l’educazione (già elevazione) degli altri, e dei ragazzi in prima fila.

È stata la lettura di un ennesimo libro su don Milani – Non so se don Lorenzo di Adele Corradi – che mi ha resuscitato questo pensiero. Non mi ricordo altri preti che più di lui si siano chiamati preti in ogni circostanza e in ogni senso: soprattutto in quello del missionario della scuola, intesa non come attività collaterale ma come “l’unica preoccupazione pastorale” di quella che in questo libro si chiama “la teologia di Barbiana”.

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Omaggio a Mario Lodi

 

di Grazia Honegger Fresco

Nel 1963, sposata e con due bambini, ero arrivata in Lombardia, con vivo rimpianto per aver perduto, a causa della cittadinanza di mio marito, il diritto già conquistato a insegnare nelle scuole statali. Il codice Rocco vigente mi aveva costretto a rinunciare alla mia cittadinanza e di conseguenza ai diritti civili connessi. Per “loro” non ero più italiana e così fu – se non erro – fino al 1992! Ecco la principale ragione per cui, dopo inutili tentativi,  creai una  scuola che divenne col tempo parificata.

Cercai aiuti diversi: il passato fascista della maggior parte di maestre e maestri incontrati non faceva presagire grandi rinnovamenti personali, ma già l’aver frequentato un corso Montessori secondo il quale era impostata la nostra scuola ed essersi messi in un percorso di relazioni maestro –allievo non più punitivo, senza giudizi, né voti comportava un mutamento notevole. Avevamo anche stretti contatti con molte esperienze di scuola attiva, soprattutto tramite i Cemea toscani, e questo sosteneva non poco il nostro percorso.

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Omaggio a H. D. Thoreau

Sabato 10 marzo presso LibriCome, Auditorium di Roma, si è svolto un’omaggio alla figura dello scrittore Henry David Thoreau. Un incontro per approfondire il pensiero di questo fondamentale autore americano che ha legato il suo nome alla disobbedienza civile. A partire da due nuove edizioni: “Un re barbaro” di Stevenson (Edizioni dell’Asino 2012) e “Cape Cod” di Thoreau (Donzelli 2012).

All’incontro sono intervenuti la professoressa di letteratura americana Sara Antonelli, il critco Goffredo Fofi e l’editore Carmine Donzelli.

Ascolta la registrazione audio integrale:

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La letteratura della crisi

Ringraziando l’autrice e la redazione della webzine Sul Romanzo, ripubblichiamo questa intervista allo scrittore e giornalista Vittorio Giacopini, nata al termine di un dibattito alla fiera della piccola editoria di Roma dello scorso dicembre. L’intervista è utile sia per chi si occupa e interessa di narrativa, soprattutto italiana, contemporanea, sia, visto il periodo di complessità e le letteure della crisi che stiamo vivendo, per coloro che cercano operare e reagire attraverso l’intervento sociale e l’educazione. Tra le risposte di Giacopini vi sono alcuni spunti e riflessioni di un lungo suo saggio sull’argomento che verrà pubblicato sul numero di aprile de “Lo straniero”. Infine segnaliamo l’uscita di un nuovo romanzo di Giacopini dedicato alla figura dell’anarchico Errico Malatesta: Non ho bisogno di stare tranquillo (Eleuthera 2012). (Nicola Villa)

 

incontro con Vittorio Giacopini

di Carlotta Susca

Ho trovato estremamente interessante la sua analisi (in occasione dell’incontro ‘Letteratura e crisi’ alla Fiera Più libri più liberi) sulle possibilità di risposta della Letteratura a questo periodo storico. Lei diceva che la letteratura realistica oggi deve tendere all’espressionismo e all’iperrealismo. Lo scorso settembre si è gridato alla morte del Postmoderno e all’inizio del New Realismo Era dell’autenticità, ma a mio avviso la descrizione postmoderna della realtà era già realistica, solo in modo interessante. Lei cosa pensa della presunta morte del Postmoderno e della possibilità che dica ancora qualcosa sulla realtà?

Se cominciassimo a smetterla con formule, schemi, categorizzazioni e teoremi più o meno rimediati, sarebbe meglio. Il punto, già nella sua domanda è molto chiaro, sta nel termine ‘realtà’, evidentemente. Personalmente, sono convinto che il lavoro della scrittura letteraria (non dico dell’arte, sono ancora capace di… vergogna) sia quello di lavorare e immaginare un mondo sottratto a quello che mi viene da definire come il ‘ricatto dell’attualità’. Usare certe parole – realtà, cronaca, presente – come una specie di imperativo per gli scrittori il più delle volte è solo una trappola. Critici e giornalisti pretendono il romanzo (o il racconto o dio sa cosa) che illumini il presente, la realtà, ma sotto sotto vogliono un articolo di giornale in bello stile spacciato per illuminata visione delle cose che ci circondano. Alla fine, lo scrittore in questa ottica è un rimasticatore di prose scontate e prevedibili, spacciate per chissà quale ispirato punto di vista su quanto è ciò sotto gli occhi di tutti ma dentro il linguaggio dei Media, della Comunicazione. Bisognerebbe ricordarsi sempre di una battuta di Orwell – un grande maestro – che diceva che niente è così difficile come vedere ciò che sta in front of your nose, cioè proprio sotto il nostro naso. Insomma, quel che credo è che la presunta realtà sia già replicata da troppi e troppi specchi (media, tv ecc. ecc.) e che per dire qualcosa di autentico, sentito, interessante, sia il caso di lavorare su un piano diverso, un piano sfalsato. Il realismo (vecchio o nuovo che sia) è sconfessato proprio da questa dinamica. Quando faccio l’esempio dell’espressionismo è per farmi capire. Occorre uno sguardo distante che deformi e deformando ridia un senso di complessità interessante all’esistente. E poi bisogna essere capaci di seguire il proprio ‘demone’ senza stare troppo a pensare cosa possa piacere o non possa piacere. Nel mio ultimo romanzo (L’arte dell’inganno, Fandango) racconto la storia di un agitatore anarchico, Ret Marut, che poi si fa romanziere e scrittore fantasma scegliendosi un nome apocrifo (B. Traven)  – è veramente esistito ma nessuno ha mai capito chi diavolo fosse – e che aveva scelto come suo motto una breve fase: «Io non sono un contemporaneo». Questo rapporto ‘dialettico’ col proprio tempo per me è decisivo. Ma provo a dirla diversamente: il romanzo più importante degli ultimi tempi a mio avviso è il penultimo grande lavoro di Thomas Pynchon. Against the day è un romanzo storico e al tempo stesso una consapevole e ragionata decostruzione della nostra storia recente. Per me questo è il grande modello. E che si tratti o meno di Postmoderno mi sembra secondario. Certamente non è realismo, né old né new.

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Una serissima anarchia

Nel febbraio di due anni fa moriva Colin Ward, uno dei più importanti ed eclettici intellettuali anarchici. Dedicò moltissime energie allo studio della costruzione sociale della città, sia dal punto di vista architettonico (con uno studio approfondito sull’autocostruzione) che da quello della pianificazione urbanistica (e l’uso “illegittimo” che certe categorie di persone, in primis i bambini, fanno degli spazi pubblici). Per chi l’ha conosciuto o letto è immediato il collegamento fra le sue analisi e la partita che si sta giocando in Val di Susa in queste settimane.

Lo ricordiamo con un articolo apparso, in sua memoria, sul n. 5 de Il barrito del Mammut e con una bella video intervista (una delle ultime) realizzata da Paolo Cottino per Eleuthera. (Gli asini)

 

 

Una serissima anarchia

di Luigi Monti

 

Con la morte di Colin Ward, avvenuta lo scorso 11 febbraio all’età di ottantacinque anni, si chiude probabilmente un’intera stagione del pensiero sociologico e politico. Quella inaugurata dai maestri del socialismo utopistico dell’800 (Prudhon, Landauer, Kropotkin, Buber) e che si è sforzata di stare dentro le soverchianti forze della storia con quella “disperazione creativa” che secondo Ward racchiudeva il senso profondo del pensiero anarchico. Difficilmente ci sarà concessa la stessa ottimistica fiducia nella spinta cooperativistica delle comunità e degli esseri umani. Ciò non toglie che il metodo e la postura che Colin Ward ci insegnò a opporre a ogni sistema politico, economico o culturale totalitario e disumanizzante ci sembrano ancora fondamentali.

Nella sua inesausta attività di pubblicista – prima come redattore di Freedom poi come fondatore e direttore di quella formidabile esperienza che fu la rivista Anarchy, da cui nacquero quasi tutti i suoi libri, disponibili soltanto in parte in traduzione italiana – si occupò principalmente dei modi non ufficiali con cui le persone usano l’ambiente urbano e rurale. In questi termini e come forme mutualistiche e autogestite di organizzazione, ha scritto di orti urbani, autocostruzione e occupazioni di case, vandalismo, mutuo appoggio, cooperativismo e, per noi fondamentale, dell’uso spontaneo che i bambini fanno di strade, piazze, cortili e spazi pubblici delle città: parabola secondo lui perfetta dell’anarchia, raccolta nel suo libro più bello e che non fatichiamo a considerare fra i più importanti del pensiero pedagogico del ‘900: Il bambino e la città.