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Fare e pensare per utopie

Goodman

di Giacomo Borella

Guardava le cose con lucidità, intelligentemente, con partecipazione e complicità. Senza chiamarsi fuori. E cercava soluzioni. In questo consisteva l’anarchismo di Paul Goodman. Un anarchismo “concreto” o “pragmatico”, come lo definì pochi anni più tardi con meno persuasione ma più precisione Colin Ward.
Non si accontentava delle diagnosi, Goodman. Per quelle, diceva, ci saranno sempre intellettuali più fini e intelligenti. Lui puntava a un’analisi che muovesse al cambiamento. Magari non era lui a prefigurarlo (anche se in vita l’ha fatto spessissimo e in ambiti diversi: dall’urbanistica, alla pedagogia, all’arte…), ma il suo problema principale rimaneva il cambiamento. E l’ampliamento degli ambiti di azione autonoma. La sua analisi, come ci ricorda Giacomo Borella in un contributo uscito tempo fa sul Barrito del Mammut, invitava all’azione: ne forniva gli argomenti, ne incendiava la motivazione. (Gli asini)

Torno spesso a riaprire i libri di Paul Goodman, a rileggerne parti dimenticate, a leggere quelli che non avevo ancora letto. Ogni volta parto per cercare una cosa e ne trovo altre cinquanta. In genere apro i libri di Goodman, come si fa con gli autori più cari, per cercare qualche rischiaramento alle mie confusioni o almeno alla ricerca di spunti che le spingano in una direzione più vitale e proficua, meno angusta. È giusto quello che dice Colin Ward di Goodman: il suo lavoro ci mostra come “in tutti i problemi della vita quotidiana ci confrontiamo con la possibilità di scegliere tra soluzioni di tipo autoritario o libertario”.

In questi anni, per leggere Goodman, si deve fare un po’ di fatica: della gran mole di saggi, pamphlet, romanzi, racconti, pièce teatrali, poesie solo pochi sono stati tradotti in italiano e attualmente è reperibile un solo libro (Individuo e comunità, ripubblicato poche settimane fa da Eleuthera). Ma anche in inglese i suoi testi non sono ristampati da tempo e solo quest’anno la giovane casa editrice californiana PM Press ha iniziato a ristamparne alcuni (per ora siamo solo ai primi titoli) sotto la guida dell’infaticabile curatore della sua opera, Taylor Stoehr. In ogni caso, per chi voglia avvicinarsi a Goodman la migliore introduzione rimane il commosso saggio che Susan Sontag gli dedicò all’indomani della sua morte, nel ’72 (Su Paul Goodman, in Sotto il segno di Saturno, Einaudi 1982).
Chiusa questa parentesi di servizio, da lettore e non da studioso provo ad appuntare un po’ alla rinfusa alcune cose tra le molte che mi piacciono di Paul Goodman.

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Tracciare il limite

GOODMAN Individuo e comunita_COVER.indddi Paul Goodman

A rileggerlo oggi, grazie alla riedizione lungamente attesa della bellissima selezione di saggi dal titolo  Individuo e comunità pubblicata da Elèuthera a cura di Pietro Adamo, sembra incredibile che Paul Goodman sia nato oltre un secolo fa. L’incedere del suo pensiero e della sua prosa, i temi che lo scaldavano e scandalizzavano, la critica al “Sistema organizzato”, come ancora lo si poteva chiamare, e alle istituzioni che lo reggono sembrano elaborati ieri.
Psicologo, filosofo, scrittore, critico radicale della società, “maestro” riconosciuto di Ivan Illich e precursore di molte delle sue analisi contro le istituzioni contemporanee, come l’amico e sodale Dwight Macdonald si allontanò dagli ambienti della sinistra radicale durante gli anni della Seconda guerra mondiale per le sue idee apertamente pacifiste e per una serie di prese di posizione pubbliche a favore della renitenza alla leva. Raggiunse ampia fama negli anni della contestazione grazie al rapporto dialettico, critico e partecipe che seppe intrattenere con il Movimento. Il suo
Gioventù assurda, edito da Einaudi e introvabile anch’esso da anni, venne considerato da molti giovani contestatori la sintesi più limpida e persuasiva delle loro istanze di rinnovamento. Anche se poi una certa inevitabile distanza si creò allorquando fu chiaro ai giovani radicali che l’anarchismo pragmatico di Goodman non era rivoluzionario nel senso in cui lo intendevano loro. E che le sue analisi – sulla scuola e l’educazione, sull’architettura e la pianificazione urbana, sull’economia e l’organizzazione sociale – oltre a essere molto pragmatiche e concrete, non puntavano tutto solo sui rapporti di forza (economici e politici) e sui conflitti di ordine “materiale”. Prova ne sia questo bellissimo Tracciare il limite di cui ripubblichiamo un estratto. Quanto sono più vere oggi le sue parole, impantanati come siamo in una crisi che non sappiamo riconoscere nella sua dimensione “metafisica” e psicologica: “Pensate che cosa succederebbe se diversi milioni di persone, senza alcun intento ‘politico’, facessero solo un lavoro naturale che li rendesse pienamente soddisfatti! Il sistema dello sfruttamento si dissolverebbe come nebbia al sole.” E quanto più valgono per quei lavoratori anomali che siamo noi insegnanti, educatori, maestri, assistenti sociali, psicologi e operatori del sociale, alienati, con la nostra complicità, dalla nostra intelligenza, dalla nostra umanità, dalla nostra forza vitale.
(Gli asini).

 

Una società libera non può essere l’imposizione di un “ordine nuovo” al posto di quello vecchio: è l’ampliamento degli ambiti di azione autonoma fino a che questi occupino gran parte della vita sociale (il fatto che una liberazione di questo genere sia graduale non vuoi certo dire che possa avvenire senza rottura rivoluzionaria, perché in molti campi, per esempio nella guerra, nell’economia, nell’educazione sessuale, qualunque liberazione autentica prevede un cambiamento totale).
In qualsiasi società contemporanea, a onta di una crescita continua e uniforme della coercizione, esistono comunque molti spazi liberi. Se così non fosse, per un libertario non sarebbe affatto possibile collaborare o viverci, mentre in effetti noi “tracciamo un limite” in continuazione: un limite al di là del quale non siamo più disposti a collaborare. Nelle attività creative, nelle passioni e nei sentimenti, nei divertimento spontaneo, esistono sfere sane e naturali di libertà: è dallo spirito di queste ultime che noi spesso estrapoliamo tutte le azioni dell’utopica società libera. Anzi, perfino le funzioni più corrotte e coercitive della società presente si basano sulla potenza naturale positiva – che tristezza! – senza la quale la società non potrebbe sopravvivere neanche un momento, perché proprio questa potenza libera e naturale è l’unica fonte di vita. Così la gente ha da mangiare, anche se mezzi, costi e rapporti produttivi sono coercitivi; e la guerra totale rappresenterebbe la fine di noi tutti se non fosse per il coraggio e la forza di sopportazione dell’umanità.
Azione autonoma vuoi dire vivere nella società attuale come se fosse una società naturale. Questa massima ha tre conseguenze, tre momenti:

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He’s all Dwight

di Hannah Arendt 

dwightmacdonald

Quando mi è stato chiesto di scrivere una breve introduzione alla riedizione dì “politics” sono stata tentata di cedere alla piacevole malinconia del «c’era una volta» e di indugiare in quella contemplazione nostalgica che si addice a ogni ricordo. Ora che ho riguardato attentamente i quarantadue numeri che sono apparsi tra il 1944 e il 1949 – più attentamente di sicuro di quanto li abbia letti oltre venti anni fa – questa emozione è scomparsa per la semplice ragione che molti dei suoi articoli, commenti e inchieste sembrano essere stati scritti oggi o ieri o l’anno scorso, con la differenza che le preoccupazioni e le perplessità di una piccola rivista con una circolazione massima di non più di 5000 copie sono diventate il pane quotidiano di giornali e periodici con una circolazione di massa. I problemi, infatti, lungi dall’essere superati, per non dire risolti, dai cambiamenti enormi del nostro mondo, si sono fatti più urgenti.

Ciò è vero per quanto riguarda l’iniziativa di bruciare le convocazioni per la leva militare, il potere nero (allora chiamato «Negroism») e la cultura di massa; per quanto riguarda l’inutilità militare e politica del «bombardamento-massacro»; per quanto riguarda il complesso militare-industriale (nel gennaio 1944 Charles E. Wilson, allora capo del War Production Board, aveva proposto un’economia di guerra permanente, e la bomba atomica era stata salutata da Henry Truman come «il più grande risultato degli sforzi integrati di scienza, industria, lavoro ed esercito della storia»); per quanto riguarda il crollo del processo democratico nelle democrazie (Inghilterra e Stati Uniti); e ciò è senz’altro vero per quanto riguarda la guerra fredda che, co­munque, all’inizio «rifletteva un genuino orrore nei confronti delle conquiste della Russia in Europa» (George Woodcock) e non era soltanto il frutto di una politica di potenza. Ciò è specialmente vero per questioni rimaste in sospeso per molti anni, come quella della responsabilità per l’orrore dei campi di concentramento nazisti, che è emersa solo molto più tardi, alla fine degli anni Cinquanta, con la nuova serie di processi per crimini di guerra che è culminata nel processo a Eichrnann a Gerusalemme; o per il ristabilimento dello status quo in Europa dopo la liberazione dall’occupazione nazista. La serie di articoli sulla Grecia, che cominciano nel gennaio 1945, e proseguono per tutto l’anno, costituisce ancora un’eccellente introduzione a quello che è successo nel paese nel 1967. Sembra, infatti, che solo oggi stiamo cominciando a pagare il conto dell’annichilimento di tutti i movimenti europei clandestini antifascisti e antinazisti, un annichilimento portato a termine come uno dei pochi obiettivi su cui le potenze alleate hanno raggiunto un saldo accordo.

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Ci serve un nuovo vocabolario politico

Macdonald_Dwightdi Dwight Macdonald

Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

La prima grande vittoria politica del collettivismo burocratico è giunta nel 1928, quando Stalin mandava infine Trotsky in esilio e preparava, l’anno successivo, il primo Piano quinquennale. Tra la Rivoluzione francese (1789) e il 1928, le tendenze politiche possono in modo corretto e accurato dividersi in «destra» e «sinistra». Ma i termini della lotta per la liberazione umana sono mutati nel 1928 – il mutamento era in corso da tempo, naturalmente, ma il 1928 può essere opportunamente considerato uno spartiacque. È stata l’incapacità di Trotsky di comprendere questo fatto che ha dato un carattere sempre più irreale alla sua gestione della «questione russa», proprio come la costante cecità dei liberali[1] e dei socialisti nei confronti di questo cambiamento rende oggi accademico, o peggio, il loro comportamento politico.

Cerchiamo di definire «sinistra» e «destra» tra il 1789 e il 1928.

La sinistra comprendeva quanti favorivano un cambiamento nelle istituzioni sociali in modo da rendere la distribuzione della ricchezza più equa (o assolutamente equa) e da ridurre i privilegi di classe (o di azzerare del tutto le classi). Il concetto intellettuale centrale era la validità del metodo scientifico; il concetto morale centrale era la dignità dell’Uomo e il diritto individuale alla libertà e al pieno sviluppo personale. La società era quindi concepita come un mezzo per un fine: la felicità individuale. C’erano importanti differenze di metodo (come riforme/rivoluzione, liberalismo/lotta di classe) ma sui principi appena descritti la sinistra nel complesso era concorde.

La destra era composta da quanti erano o soddisfatti dello status quo (i conservatori) o volevano un assetto ancora più diseguale (reazionarì). Nel nome dell’Autorità, la destra resisteva al cambiamento, e nel nome della Tradizione, si opponeva anche, abbastanza logicamente, a quello che era diventato il motore del cambiamento: quel desiderio, comune a Bentham e a Marx, a Jefferson e a Kropotkin, di seguire l’indagine scientifica ovunque conducesse e di ridefinire le istituzioni di conseguenza. Quelli della destra pensavano in termini di società «organica», in cui la società è il fine e il cittadino è il mezzo. Giustificavano le diseguaglianze di reddito e il privilegio affermando intrinseche diseguaglianze individuali, sia di abilità sia di valore umano.

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Una rivista, una rete. Dwight Macdonald e “politics”

Dwight-Macdonalddi Luigi Monti

Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

He’s all Dwight!

Formatosi negli anni della grande depressione, Dwight Macdonald inizia a frequentare i circoli trotzkisti di New York poco più che ventenne. Fin dall’inizio ciò che lo attira di più della visione marxista è la critica alla cultura borghese (che rinnoverà e aggiornerà negli anni ’60 con il fondamentale Masscult e Midcult) mentre è del tutto indifferente alla pretesa dei marxisti di ricondurre ogni fenomeno sociale entro gli schemi del socialismo scientifico e della dialettica storica.

Dopo aver intrapreso la carriera giornalistica alle dipendenze del periodico “Fortune”, insieme ad alcuni colleghi e amici dà impulso e rilancia la “Partisan Review”, nata pochi anni prima come organo del Communist Party e poi distaccatasi dal partito. La distanza con il movimento trotzkista diventa incolmabile nel corso della seconda guerra mondiale a causa dell’adesione all’intervento armato che sia l’ambiente trotzkista newyorkese che i colleghi della “Partisan” dichiarano senza troppi tentennamenti. Nel ’43 il suo pacifismo e la sua ferma opposizione alla partecipazione degli Stati Uniti alla guerra lo spingono a dimettersi dalla redazione e a fondare quella straordinaria fucina di critica culturale e politica che prende appunto il nome di “politics” e che secondo lo storico Gregory Sumner rappresentò, pur nella rivendicazione della sua vocazione minoritaria, l’anello di congiunzione tra la vecchia sinistra marxista degli anni ’20 e la New Left degli anni Cinquanta e Sessanta. Già la testata con quella “p” sfacciatamente minuscola rivendica l’ambizione di andare oltre il marxismo e l’ideale universalmente accettato di progresso e di trovare nuovi fondamenti all’azione politica.

Da tempo la “Biblioteca Gino Bianco” di Forlì ne ha reso disponibile lo spoglio completo on-line e ora Alberto Castelli ha curato per Marietti la traduzione di una selezione antologica – dal titolo politics e il nuovo socialismo – di alcuni dei contributi più rilevanti usciti nei sei anni di pubblicazione.

L’obiettivo della rivista è inizialmente quello di costruire una redazione di collaboratori capaci di descrivere, fuori dagli schemi politici e intellettuali vigenti, le contraddizioni e i conflitti reali che avevano determinato la guerra. Ma andrà molto oltre, grazie alla capacità, rarissima vista la dimensione dei fatti storici che l’occidente stava vivendo, di guardare a di là delle macerie lasciate dalla guerra e di anticipare traiettorie culturali e sociali che avrebbero determinato l’assetto dell’occidente per molti anni a seguire.