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Zanzotto educatore

di Matteo Giancotti

Zanzotto

 

Si parla spesso della formazione degli insegnanti, si spendono (soprattutto si fanno spendere agli aspiranti) dei quattrini per istituire corsi, ma accade per lo più di verificare che in questi dibattiti e in queste attività viene sottovalutata e mal corrisposta un’istanza radicale espressa dagli aspiranti docenti. I quali chiedono, segnatamente ai corsi abilitanti, una formazione meno tecnica e più esperienziale, mentre sono costretti a constatare, nella prassi fisicamente massacrante dei vari PAS o TFA, un sovraccarico di contenuti accademico-pedagogici (è il trionfo dello «scolastichese» di cui parla anche Luperini) e una certa difficoltà a incontrare proposte di buone pratiche, di approcci didattici realmente esperiti, di discorsi che vertano sulla centralità del rapporto umano con le persone che formano la classe.
Per iniziare a rispondere a questa forte domanda di “umanità” basterebbe recuperare alcuni aspetti fondamentali della lezione di Andrea Zanzotto, sondare alcune delle infinite possibilità suggerite da uno dei temi principali della sua opera e della sua vita: la pedagogia. Zanzotto, che di mestiere faceva il professore alle scuole medie, fu impiegato anche, per un certo periodo (1971-1975), come docente nei corsi di aggiornamento per insegnanti; esperienze che i partecipanti ricordano ancora con entusiasmo, le cui attività sono testimoniate parte da relazioni scritte, parte da una mole consistente di registrazioni audio che forse un giorno potranno essere trascritte e pubblicate. Questa attività zanzottiana di docente e “formatore” è abbastanza nota: se ne parla anche nella cronologia del “Meridiano” Mondadori (Poesie e prose scelte) redatta da Gian Mario Villalta. Meno nota è invece un’esperienza che potremmo avvicinare all’idea di «pedagogia di strada» e che ha impegnato Zanzotto dal 1995 in poi in un contesto di forte disagio e degrado sociale. La storia che riguarda il suo rapporto con i «Ragazzi della Panchina» di Pordenone merita davvero di essere raccontata.

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Quando si tocca il fondo c’è sempre un ricominciamento. Sugli scritti giovanili di Grotowski

Jerzy Grotowski (foto da internet)

Jerzy Grotowski (foto da internet)

di Goffredo Fofi

La lettura più stimolante fatta in queste settimane è quella degli scritti giovanili di Jerzy Grotowski, il grande uomo di teatro – ma qualcosa di più che un uomo di teatro: un filosofo del teatro e dell’esistenza – che morì nel 1998 a Pontedera dove, malato, era stato accolto da amici teatranti e proseguiva nelle sue sperimentazioni con pochi giovani che lo consideravano per quello che era, un maestro. La parola maestro la si usa nel mondo dello spettacolo e della cultura con una facilità imbarazzante, ma nel caso di Grotowski era perfetta: e maestro egli si dimostra sin dagli scritti giovanili che una sua fedele amica, Carla Pollastrelli, ha curato per La casa Usher, La possibilità del teatro. Testi 1954-1964.

Nel 1954 Grotowski aveva 21 anni ed era un giovane comunista che credeva nel socialismo ma già un po’ meno nell’Urss. Stalin era morto da poco e qualcosa stava cambiando, il rapporto Kruscev, gli scioperi degli operai in Germania Orientale e in Polonia, e poi la rivoluzione ungherese del ’56, la primavera polacca e quella di Praga aprivano a una nuova storia, tutto sembrava dovesse ricominciare anche se a sentire che the times they are changing non erano certamente i burocrati dei vari regimi e i loro servi nel campo dell’informazione e della cultura. Rivolgendosi a un critico ottuso, Grotowski scrive che “gli stupidi non credono al mattino” e i servi morali, si sa, sono sempre stupidi, per il solo fatto di essere tali e di non soffrirne e ribellarsi – ieri come oggi. Gli stupidi, aveva scritto Bonhoeffer prima che i nazisti lo impicassero, sono il problema vero dei tempi moderni, sono quelli che credono di ragionare con la propria testa e ragionano invece con le idee che il sistema intorno li costringe e abitua ad avere. Ieri come oggi, oggi molto più di ieri. Molto molto molto più di ieri, per la raffinatezza della “comunicazione” e dei suoi strumenti: i giornali, la televisione, la scuola, l’università (mummie che partoriscono zombie), la radio, internet, i festival, le case editrici, le “tribù del lettori” che consumano tutto ciò che è cultura e dimenticano che le culture sono tante, di destra di centro di sinistra, del falso e del vero, del brutto e del bello, e naturalmente i vari campi della sedicente creatività e le loro scuolette, gli autori di best-seller, i predicatori dei modi facili facili di risolvere i problemi del mondo e del paese. Cambiano i tempi, ma a sostenere i regimi dell’ingiustizia si trovano sempre mucchi di intellettuali, “cani da guardia” del potere borghese o di quelli dittatoriali, come diceva Nizan, o “lacchè”, come dicevano i teorici del socialismo. Addetti alla produzione di stupidi e stupidi essi stessi. La produzione di stupidi a mezzo di stupidi è una dei settori centrali del nostro tempo, assieme alla produzione di armi.

Ho trovato negli scritti giovanili di Grotowski molte altre frasi che si adattano perfettamente al nostro presente.  “I diritti dei giovani non sono rispettati perché gli stessi giovani non sanno quali siano questi diritti”, i veri diritti. Bisogna “andare oltre la limitatezza e la fragilità dell’egocentrismo, verso gli altri esseri umani, verso la natura, consapevoli di questa unità universale la cui espressione più alta e più degna di giustizia, di compassione, di aiuto è l’uomo”. Bisogna “ritrovare il Graal”. Bisogna, nell’arte, stabilire una “dialettica tra derisione e apoteosi”. Bisogna cercare l’adesso, svelare il nascosto, cercare l’aperto.

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La scuola di Pasolini

 Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2 degli Asini.

di  Massimo Raffaeli

 

Illustrazione di Miguel Angel Valdivia

Illustrazione di Miguel Angel Valdivia

 

 

 

“Io non voglio andare a nessuna scuola.

Io non ho fatto niente.

Sei tu quella che vuole mettermi in prigione”

Luis Bunuel, Los olvidados

 

 

 

Pier Paolo Pasolini non ha mai usato né sentito pronunciare l’espressione dispersione scolastica. Ma di scuola e di ragazzi persi si intendeva come forse nes­sun altro autore italiano del secolo, se è vero che in tempi e in orizzonti culturali diversi sia Andrea Zanzotto1 sia Enzo Golino2 (due fra i suoi critici mag­giori) hanno letto nella passione cognitiva e nella tensione pedagogica il filo rosso che attraversa e lega le parti dislocate della sua enorme costellazione testuale, fatta di poesia lirica e civile, di narrativa, di cinema, di giornalismo engagé.

Figlio di una maestra elementare, Pasolini conosce la scuola da studente e da insegnante: prima al Liceo “Galvani” e all’Università di Bologna (dove studia con Longhi e Calcaterra) e poi nella scuoletta di campa­gna del Friuli materno, tra il 1946 e il 1949, a Valvasone, da cui viene allontanato in seguito a denuncia per atti osceni e di libidine nei riguardi di un minore. Chi l’ha visto insegnare ci dice comunque che si tratta di un professore nato, inventivo, stimolante, socratico, in sintonia con lo squisito poeta, felibrista che viene intanto componendo il seguito delle Poesie a Casarsa. In altri termini, è un professore forse segretamente intrigato dal corpo dei propri allievi ma teso a estrarne la sostanza più segreta e delicata: cioè la sintesi linguisti­ca di soma/psiche, la progressiva consapevolezza di appartenere a una cultura millenaria, rurale e artigia­nale, la stessa che il nascente neocapitalismo (e sarà l’i­dolo polemico dell’ultimo Pasolini) comincia inesora­bilmente a cancellare.

Dopo lo scandalo, e come in un romanzo, fugge con la madre a Roma, senza mezzi economici né prospettive di lavoro. Per sopravvivere, insegna alcuni anni nella Scuola Media “Petrarca” di Ciampino. Roma gli appa­re comunque quello che è, un Friuli sottoproletario moltiplicabile al cubo, una immensa periferia levanti­na; di giorno la scuola e di notte l’inferno delle bor­gate sono l’esperienza del poeta-insegnante:

“I Lungotevere pieni di pisciatoi, il Gianicolo con le sue battone, il Porto nero di sterco e preservativi, il Ciriola con i suoi ragazzi strafottenti che si danno al primo sguardo, compongono la sua Roma del 1950, visionaria e musicale. (…) Nelle borgate c’è il popolo romano, mescolato adesso agli emigrati recenti, ma che solo pochi decenni prima era il secolare nervo centrale di Roma. La sua storia e quella delle violen­ze subite dal fascismo che lo ha sradicato dalle sue antiche sedi, Borgo Pio, Trastevere, San Lorenzo, e lo ha disperso tra la borgata Gordiani, Pietralata, il Tiburtino III, dove sopravvive con il suo antico spirito belliano”3

Gli adolescenti frequentati da Pasolini sono da un lato dei moderni adusti (corpi splendenti, quasi fuorusciti dal realismo longhiano: la linea di Giotto/Masaccio/Piero/Caravaggio) dall’altro tran­ches de vie, pezzi di natura culturalmente intatta, potenziali abitanti del Terzo Mondo:

 

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Ricordo di Bianca Guidetti Serra

Nella foto Bianca Guidetti Serra

Nella foto Bianca Guidetti Serra

Stamattina all’età di 95 anni è morta Bianca Guidetti Serra, partigiana e avvocato. La vogliamo ricordare con una recensione delle sue memorie di Goffredo Fofi, pubblicata da “Internazionale” (numero 798, 5 giugno 2009) e con l’introduzione e l’incipit di Contro l’ergastolo. Il processo della banda Cavallero (Edizioni dell’Asino 2010)

Bianca Guidetti Serra  ha alle spalle una lunga, eccezionale storia di battaglie vinte e perse. Partigiana comunista, vicina ad Ada Gobetti e amica di Primo Levi, militante del Pci nel dopoguerra e avvocato in molti dei più importanti processi politici fino agli anni novanta. Ha difeso partigiani, operai del nord e contadini del sud in rivolta, poi il movimento studentesco, i diritti operai nei lunghi processi contro la Fiat, la libertà di parola e di stampa. E si è anche battuta contro le “fabbriche della morte” e dell’inquinamento. Uscita dal Pci dopo l’invasione dell’Ungheria (1956), ha difeso con fermezza i delinquenti comuni (e molte donne), si è occupata delle leggi sull’adozione e, lineare nella sua morale politica, è stata ricusata dalle Br nel processo in cui rappresentava una vecchia comunista che vi era coinvolta. Amica di Nuto Revelli, ha seguito il suo esempio raccogliendo le biografie delle militanti di sinistra (Compagne, Einaudi), ha militato con Amnesty International ed è stata senatrice indipendente. Il suo libro Bianca la rossa (con Santina Mobiglia, Einaudi 2009) è molto diverso dalle autobiografie dei vecchi burocrati di partito, perché molto diversa dalla loro è la sua vita, raccontata forse con troppo pudore. Peccato per il titolo, sciocco, voluto dall’editore.

 

Il testo di Bianca Guidetti Serra compreso in questo quaderno è tratto da un volume più ampio di scritti dal titolo Storie di giustizia, ingiustizia e galera pubblicato da Linea d’ombra nel 1994. Sono testi che hanno a che fare con l’attività professionale di avvocato di Bianca Guidetti Serra, svolta sempre con il massimo di impegno civile e di coinvolgimento sociale ed etico, con senso i responsabilità e consapevolezza del ruolo “pubblico” che anche una professione privata comporta. Nella premessa al volume appena citato, Bianca Guidetti Serra ha scritto: “La mia vita individuale è stata strettamente intrecciata con il mestiere o, forse meglio, il mestiere mi ha sovente coinvolto personalmente. Temo non sia stato il modo giusto di fare l’avvocato. Molti sostengono infatti che è necessario un netto distacco tra l’intervento del difensore e chi lo richiede. Per me non è stato così. È prevalso l’interesse per i fatti, i fatti-reato, ma intesi come comportamenti di uomini e di donne che si dibattevano tra giustizia, ingiustizia, galera. Con analogo interesse ho considerato sovente il processo come strumento per la difesa di questioni di principio, spinta indiretta alla conquista di riforme”. Bianca Guidetti Serra – oltre che avvocato – è stata una protagonista della storia sociale, politica e civile del nostro paese: assistente sociale di fabbrica, partigiana, consigliere comunale e parlamentare, impegnata in tante battaglie civili e per il rispetto della giustizia, come nel famoso processo sulle schedature politiche della Fiat a danno dei lavoratori dello stabilimento torinese. Il racconto della vicenda giudiziaria della banda Cavallero – che dal 1958 al
1967 si rese protagonista di ventitré rapine, cinque omicidi e ventuno tentati omicidi – consente a Bianca Guidetti Serra di illuminarci sulla realtà contraddittoria del processo penale, sul ruolo non rieducativo del carcere e sulla disumanità di una condanna come quella dell’ergastolo. Ed è proprio con un documento, Perché no all’ergastolo, che l’autrice conclude il racconto di questa drammati ca vicenda giudiziaria. In Italia nel 1981 si è votato, su proposta dai radicali, un referendum per l’abolizione dell’ergastolo a cui solo il 22% ha dato il suo consenso. Se si votasse oggi, probabilmente, quella percentuale  scenderebbe ulteriormente e se si votasse per l’introduzione della pena di morte si rischierebbe di vedere la maggioranza degli italiani schierata a favore. Attraverso il racconto della vicenda giudiziaria della banda Cavallero, il testo di Bianca Guidetti Serra è un preciso atto d’accusa contro l’ergastolo. Non è un caso che oltre al documento Perchè no all’ergastolo Bianca Guidetti Serra chiude il libro del 1994 con una scheda tecnica (che oggi andrebbe riattualizzata) sugli articoli di legge riguardanti  l’ergastolo che prevedono una serie di ulteriori pene come la decadenza dalla potestà dei genitori, l’interdizione legale, l’impossibilità di fare testamento. Grazie alla legge Gozzini e ad altri provvedimenti in questi ultimi anni la situazione è migliorata, ma – nonostante alcune risoluzioni parlamentari che impegnavano le Camere ad abrogare l’ergastolo – il carecere a vita nel nostro ordinamento è ancora in vigore. Il testo di Bianca Guidetti Serra (il titolo originale è La banda Cavallero all’ergastolo) è quindi una preziosa testimonianza a favore di una giustizia al servizio degli uomini e delle donne ispirata a un senso di civiltà e di diritto e che dà alla pena un compito rieducativo e non vendicativo. Rileggere la vicenda della banda Cavallero, attraverso il ricordo della Guidetti Serra è assolutamente fondamentale per capire quanta strada ci resta ancora da fare per abrogare “una pena disumana che, sopprimendo per sempre la libertà di un uomo, ne nega automaticamente l’umanità”. E quanta strada ci resta da fare per rimettere l’umanità, i diritti e la giustizia, al centro di una società che rischia di incattivirsi sempre più contro gli immigrati, i rom, i gay, le minoranze. Si tratta di una strada lunga che, come ci insegna Bianca Guidetti Serra, è necessario continuare a percorrere con intelligenza e ostinazione.

 

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Su Paul Goodman

paul goodmandi Susan Sontag

Approfittando dell’occasione offerta dalla riedizione di Individuo e comunità per i tipi di Elèuthera, pubblichiamo un estratto del ricordo che Susan Sontag dedicò a Paul Goodman a pochi giorni dalla morte, nel 1972. (Gli asini) 

[…] Era stato un mio eroe per tanto di quel tempo che non mi stupii affatto quando divenne famoso, mentre mi stupiva sempre un po’ che la gente lo desse così per scontato. Il primo libro di Paul Goodman che ho letto – avevo diciassette anni – era una raccolta di racconti intitolata The Break-up of Our Camp, pubblicata da New Directions. Entro un anno avevo letto tutto quello che aveva pubblicato, e da allora in poi cominciai a tenermi in pari. Non c’è un altro scrittore americano vivente che abbia suscitato in me la stessa elementare curiosità di leggere il più in fretta possibile qualunque cosa scrivesse, su qualunque argomento. Il fatto che io fossi quasi sempre d’accordo con lui non era il motivo principale; ci sono altri scrittori con cui mi trovo d’accordo e verso cui non sono altrettanto leale. È stata quella sua voce a sedurmi – quella voce americana cosi diretta, stramba, egotistica, generosa. Se Norman Mailer è lo scrittore più brillante della sua generazione, è certamente per l’autorità e l’eccentricità della sua voce; eppure io ad esempio ho sempre trovato quella voce troppo barocca, in un certo senso costruita. Ammiro Mailer come scrittore, ma non credo veramente nella sua voce. La voce di Paul Goodman è quella giusta. Era da D. H. Lawrence che la nostra lingua non aveva una voce cosi convincente, genuina, singolare. La voce di Paul Goodman trasmette a tutto quello di cui parla intensità, interesse, e la sua tremenda, commovente, sicurezza e goffaggine. Quello che scriveva era un energico miscuglio di compattezza sintattica e felicità di espressione verbale; sapeva scrivere frasi di straordinaria purezza stilistica e vivacità linguistica, e sapeva scrivere anche in modo talmente melenso e maldestro che sembrava fatto apposta. Ma non importava. Era la sua voce, e cioè la sua intelligenza e la poesia della sua intelligenza incarnata, che mi teneva fedelmente e appassionatamente legata. Anche se come scrittore spesso non era aggraziato, la sua scrittura e la sua mente erano intinte di grazia.