la poesia

I nomi e altre poesie

di Francesco Nappo

a cura di Giorgio Agamben e Emanuele Dattilo

illustrazione di Frans Masereel

Gli asini” sono lieti di ospitare in questo numero un’ampia presentazione antologica delle poesie di Francesco Nappo, alla vigilia dell’uscita di un suo nuovo volume presso l’editore Quodlibet, gennaio 2018, a undici anni dall’ultima raccolta. Questo poeta, massimamente schivo, ha tra i suoi meriti quello di essere stato pressoché ignorato dalla critica del suo paese. Il canto “mite e discorde” di Nappo rappresenta, come è stato detto, un astro solitario all’interno della poesia italiana contemporanea, e si possono segnalare solo pochissime orecchie che abbiano saputo prestargli ascolto. Questa poesia, infatti, che in lingua o in dialetto non somiglia a nessun’altra, rifugge ogni strumentalizzazione critica. Vi sono altri poeti, anche grandi, che hanno tentato di fare con il dialetto ciò che Nappo compie, ma in questa poesia, apparentemente arcaica, vi è un’esigenza storica e politica e religiosa – vorremmo dire, in una parola, profetica – che, ci sembra, fa di Nappo il poeta più inattuale che abbiamo, e per questo uno dei più indispensabili. Non bisogna lasciarsi ingannare dalla apparente difficoltà del suo linguaggio: nei suoi versi possiamo sì trovare una lingua immemoriale, mai udita, fatta di parole alte, spesso desuete e riappropriate nuovamente (“tenebrore”, “transadimare”, eccetera), con legami sintattici ardui; ma il tono di questa lingua, a ben vedere, è del tutto diverso: essa è fatta di oggetti preziosi ossidati, di conchiglie rotte, di ciottoli, e il suo splendore è opaco. Come nella più genuina tradizione della poesia italiana, qui alto e basso, popolare e aristocratico, miseria e nobiltà si confondono nella vera livella della lingua poetica. Il fatto che sia una lingua non colloquiale, non famigliare, e che sia, insomma, così personale, rappresenta forse un ostacolo alla lettura della poesia di Nappo? L’artificio linguistico è solo un pretesto per recuperare una voce collettiva, più antica e sommersa, viva e esigente. Questa lingua opera forse qualcosa di simile alla pivetta, allo strumento che rende straordinariamente acuta e inconfondibile la voce di Pulcinella, la quale è in realtà una voce impersonale e collettiva, quella del “popolo illetterato di Napoli” a cui è dedicata la seconda raccolta di Nappo.

La tensione etica, come ha notato Ranchetti, è talmente intima a questa poesia da confondersi con essa. Non solo l’imperfetto agire umano, ma anche la vita campestre, spesso rimembrata dall’infanzia, è un teatro morale, popolato di “stormi di grazia”, come ugualmente la più perfetta immobilità (“Marmorea ombra / giustizia presso di me”). La Weltrevolution va situata in questo paesaggio etico, insieme naturale e storico, caduco, che rappresenta lo sfondo di tutta la poesia di Nappo. Ha scritto una volta Allen Tate che la vocazione politica di un poeta si risolve massimamente nella sua responsabilità nei confronti della lingua. In pochi poeti come in Francesco Nappo, oggi, possiamo riconoscere la seria urgenza di questa responsabilità.

Le poesie sono prese da: Francesco Nappo, Poesie. 1979-2007, introduzione di Giorgio Agamben, Quodlibet 2007, che raccoglie le prime due raccolte di Nappo (Genere e Requie materna), e da I passeri di fango, di prossima uscita presso lo stesso editore.(e. d.)

 

Il cinodromo della via Domitiana

Al suono d’una cieca martinella

irrompe l’afrore dei covili,

tende i lunghi guinzagli, trascina

erti canieri alle recluse poste.

La derisoria lepre infuria

i levrieri alla vista, inclini

noi rende ad ogni sorte per un

momento. Quindi la pista: al vento

consorti corrono eternamente

solo i cani in un curvo baleno.

Ghibli non vinse, il prescelto.

Celebro il suo nome.

***

Imperfectio santissima,

difettivo fulgore,

sonno dei poveri,

sogno dei signori.

Obbedire soltanto

alla vita che vive.

la poesia

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

di Bertolt Brecht

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

le donne nelle cartolerie dei sobborghi

comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.

Disperate cavano i loro ultimi soldi

dai borsellini logori, lamentando

che il sapere sia così caro. E dire che non hanno

la minima idea di quanto sia cattivo il sapere

destinato ai loro bambini.