la poesia

Coscienza

di Attila József, nella traduzione di Franco Fortini

Attila József (1905-1937), ungherese, è stato uno dei grandi poeti del secolo scorso; cantore della miseria, della solidarietà, della rivolta, espulso dal partito comunista per “deviazionismo” è morto travolto da un treno, chissà se per disgrazia o per suicidio. La traduzione di Fortini viene dal suo Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia (Einaudi 1982).

1
Dalla terra il cielo scioglie l’alba
e alla sua mite parola pura
gli insetti ed i bambini
alla luce del sole si levano.
L’aria è senza vapori.
Vibrano lucide minuzie.
Sono volate stanotte sugli alberi
come minime farfalle le foglie.

2
Ho visto in sogno figure screziate
di blu, di rosso, di giallo.
Quello era – sentivo in me – l’ordine:
non un grano di pulviscolo mancava.
Ora qui vola dentro le mie membra
il sogno. Ordine è il mondo di ferro.
Di giorno sorge in me la luna; e se fuori
è notte, qui risplende dentro un sole.

3
Sono magro, solo pane
mangio qualche volta. Fra queste anime
vane, ciarliere, cerco inutilmente
qualcosa piú certo del dado da giuoco.
Mai che un pezzo d’arrosto mi si strusci
alla bocca ed un bambino al cuore.
Oh, si ingegna! Ma il gatto non sa
prendere il topo, insieme, dentro e fuori.

4
Come catasta di legna
sta in un cumulo il mondo.
Stringe, spinge, rinserra
una cosa l’altra cosa
e ciascuno così è determinato.
Solo quel che non è, mette rami.
Solo quel che sarà, è il fiore.
Quello che è, si disfa.

5
Lungo lo scalo merci
mi ero annidato ai piedi dell’albero
come un pezzo di silenzio. Una gramigna
mi sfiorava le labbra, aspra, stranamente dolce.
Morto, spiavo il guardiano
e tra i vagoni muti ostinato
i balzi della sua ombra sui lampi
del carbone bagnato di rugiada.

6
Ecco, la pena è qui dentro.
Ma è fuori, lì, quel che la spiega.
Il mondo è la tua piaga. Brucia, arde;
e tu la tua anima senti, la febbre.
Schiavo se il cuore soltanto è in rivolta
non sarai libero finché per te
non avrai costruito una casa
e non per un padrone.

7
Ho guardato dalla sera in alto
verso la ruota dei cieli:
con i lucidi fili del caso
si tesseva al telaio del passato la legge.
E ancora ho guardato verso il cielo
su dai sogni delle mie nebbie
e ho veduto: ora qui, ora là si sdruciva
la trama della legge sempre.

8
Il silenzio ascoltava. Un colpo suonò.
Puoi la tua gioventù rivedere
tra cemento di umide mura
e immaginare qualche libertà,
pensavo. Ma, levandomi, su in alto
stelle e carri dell’Orse
brillavano come le sbarre
sopra la cella muta.

9
Ho sentito gemere il ferro.
Ho sentito ridere la pioggia.
Vedevo, era rotto il passato,
solo quel che si immagina si perde
e io non so altro che amare,
curvo sotto i miei pesi…
Perché si deve fare di te
un’arma, coscienza d’oro!

10
Adulto è chi non ha
né padre né madre nel cuore,
che sa di ricevere come
in aggiunta alla morte la vita;
come oggetto trovato sa renderla
in qualunque momento e per questo la serba;
chi non è prete o dio
né per se stesso né per nessuno.

11
Io l’ho vista, la felicità:
morbida, bionda, più d’un quintale.
Sull’erba austera del cortile
il suo sorriso ricciuto barcollava.
Sdraiata nel tepore della melma
grugnì ammiccando verso di me.
Vedo ancora come indecisa
fra i crini la luce esitava.

12
Abito lungo la ferrovia. Qui molti
treni vengono e vanno e mi piace
guardare le luci che volano
sul fondo sventolío del buio.
Così filano nella notte eterna
i giorni illuminati
e io sono nella luce di ogni scompartimento
mi appoggio sul gomito e non parlo.

 

la poesia

Sembrare va quasi bene come essere, a volte

 

di John Ashbery

a cura di Damiano Abeni e Moira Egan

 

disegno di Fabian Negrin

 

Queste poesie sono state pubblicate sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

John Ashbery è scomparso il 3 settembre 2017. Aveva compiuto 90 anni il 28 luglio. Del suo ultimo libro, Commotion of the Birds (Ecco 2016), Ben Lerner ha detto: “La scrittura di John Ashbery ha sempre trattato in modo profondo del tempo (quale poesia non ne tratta?), ma le poesie più recenti affrontano il tema della tarda età – ‘la vita è una storia breve breve’; ‘i saldi pantagruelici sono finiti’; ‘ne abbiamo avuto tutti / a sufficienza, in gioventù’ – in modi alquanto variati. La magnifica Strepito degli uccelli guarda all’indietro dalla ‘luce vivida dell’oggi’ a secoli di innovazione e tradizione artistica, risultando allo stesso tempo una parodia dei periodi accademici e artistici ma anche uno stupendo distillato degli stessi. Penso che la si possa classificare tra le sue poesie migliori, ma cosa importano le classifiche: se, a quasi novant’anni, Ashbery guarda all’indietro, lo fa perché si trova più avanti di noi”. Abbiamo scelto un verso del “title-poem” della sua più recente raccolta come titolo a questa minima silloge. In questa riga, leggerezza e pesantezza sono perfettamente bilanciate in purissimo stile ashberiano. John ci consente di sorridere, godendoci la beffarda ironia di “quasi” e “a volte”, e allo stesso tempo ci incupisce facendoci pensare alla nostra era narcisistica di fakeness e gratificazione istantanea insinuando in noi l’idea che forse, forse forse, ci stia dicendo che la “Civiltà” Occidentale è condannata. E qualsiasi interpretazione scegliamo, avremo allo stesso tempo ragione e torto, come succede quando si cade nella magnifica ragnatela di Ashbery. Strepito degli uccelli è apparsa su “Le parole e le cose” in occasione del novantesimo compleanno di Ashbery. Le altre poesie vengono da Shadow Train (1981), raccolta che – se non per Paradossi e Ossimori, già apparsa per Luca Sossella Editore nel 2008 – è praticamente sconosciuta in Italia.

 

Strepito di uccelli

Scorriamo rapidi attraverso il diciassettesimo secolo.

L’ultima parte è ok, molto più moderna

della prima. Adesso c’è la Commedia della Restaurazione.

Webster e Shakespeare e Corneille erano ok

per il loro tempo ma non moderni abbastanza,

per quanto un passo avanti rispetto al sedicesimo secolo

di Enrico VIII, Lasso e Petrus Christus, che, paradossalmente

sembrano più moderni dei loro immediati successori,

Tyndale, Moroni e Luca Marenzio tra gli altri.

Spesso è questione di sembrare piuttosto che essere moderni.

Sembrare va quasi bene come essere, a volte,

e ogni tanto va altrettanto bene. Che possa essere anche meglio

è questione che sarebbe opportuno lasciare ai filosofi

e ad altri della loro schiatta, che sanno le cose

in un modo che per gli altri è impossibile, anche se le cose

sono quasi le stesse cose che sappiamo noi.

Sappiamo, ad esempio, che Carissimi ha influenzato Charpentier,

ha misurato le proposizioni attaccandogli in coda un loop

che riporta le cose all’inizio, solo un po’

più in alto. Il loop è italiano,

importato alla corte di Francia e dapprima disprezzato,

poi accettato senza alcuna menzione della sua

origine, come i francesi sono avvezzi a fare.

Può essere che alcuni lo riconoscano

nella sua nuova veste – che può essere rimandata

a un altro secolo, quando gli storici sosterranno

che tutto è accaduto normalmente, come risultato della storia.

(Il barocco ha un modo tutto suo di rovinarci addosso,

quando pensavamo di averlo chiuso per bene nell’armadio.

Il classico lo ignora, o lo tollera blandamente.

Ha altro per la testa, di minor rilevanza,

si viene a sapere). Nondimeno, facciamo bene a crescerci insieme,

pregustando impazienti il modernismo, quando

tutto andrà per il meglio, chissà come e perché.

Fino ad allora è meglio abbandonare i nostri gusti

a qualsiasi cosa ci sembri adatta a loro: questa scarpa,

quella cinghia, un giorno giungeranno a sembrarci utili

quando la presenza pensosa del modernismo si sarà installata

dappertutto, come le planimetrie scartate di un progetto architettonico.

la poesia

I nomi e altre poesie

di Francesco Nappo

a cura di Giorgio Agamben e Emanuele Dattilo

illustrazione di Frans Masereel

Gli asini” sono lieti di ospitare in questo numero un’ampia presentazione antologica delle poesie di Francesco Nappo, alla vigilia dell’uscita di un suo nuovo volume presso l’editore Quodlibet, gennaio 2018, a undici anni dall’ultima raccolta. Questo poeta, massimamente schivo, ha tra i suoi meriti quello di essere stato pressoché ignorato dalla critica del suo paese. Il canto “mite e discorde” di Nappo rappresenta, come è stato detto, un astro solitario all’interno della poesia italiana contemporanea, e si possono segnalare solo pochissime orecchie che abbiano saputo prestargli ascolto. Questa poesia, infatti, che in lingua o in dialetto non somiglia a nessun’altra, rifugge ogni strumentalizzazione critica. Vi sono altri poeti, anche grandi, che hanno tentato di fare con il dialetto ciò che Nappo compie, ma in questa poesia, apparentemente arcaica, vi è un’esigenza storica e politica e religiosa – vorremmo dire, in una parola, profetica – che, ci sembra, fa di Nappo il poeta più inattuale che abbiamo, e per questo uno dei più indispensabili. Non bisogna lasciarsi ingannare dalla apparente difficoltà del suo linguaggio: nei suoi versi possiamo sì trovare una lingua immemoriale, mai udita, fatta di parole alte, spesso desuete e riappropriate nuovamente (“tenebrore”, “transadimare”, eccetera), con legami sintattici ardui; ma il tono di questa lingua, a ben vedere, è del tutto diverso: essa è fatta di oggetti preziosi ossidati, di conchiglie rotte, di ciottoli, e il suo splendore è opaco. Come nella più genuina tradizione della poesia italiana, qui alto e basso, popolare e aristocratico, miseria e nobiltà si confondono nella vera livella della lingua poetica. Il fatto che sia una lingua non colloquiale, non famigliare, e che sia, insomma, così personale, rappresenta forse un ostacolo alla lettura della poesia di Nappo? L’artificio linguistico è solo un pretesto per recuperare una voce collettiva, più antica e sommersa, viva e esigente. Questa lingua opera forse qualcosa di simile alla pivetta, allo strumento che rende straordinariamente acuta e inconfondibile la voce di Pulcinella, la quale è in realtà una voce impersonale e collettiva, quella del “popolo illetterato di Napoli” a cui è dedicata la seconda raccolta di Nappo.

La tensione etica, come ha notato Ranchetti, è talmente intima a questa poesia da confondersi con essa. Non solo l’imperfetto agire umano, ma anche la vita campestre, spesso rimembrata dall’infanzia, è un teatro morale, popolato di “stormi di grazia”, come ugualmente la più perfetta immobilità (“Marmorea ombra / giustizia presso di me”). La Weltrevolution va situata in questo paesaggio etico, insieme naturale e storico, caduco, che rappresenta lo sfondo di tutta la poesia di Nappo. Ha scritto una volta Allen Tate che la vocazione politica di un poeta si risolve massimamente nella sua responsabilità nei confronti della lingua. In pochi poeti come in Francesco Nappo, oggi, possiamo riconoscere la seria urgenza di questa responsabilità.

Le poesie sono prese da: Francesco Nappo, Poesie. 1979-2007, introduzione di Giorgio Agamben, Quodlibet 2007, che raccoglie le prime due raccolte di Nappo (Genere e Requie materna), e da I passeri di fango, di prossima uscita presso lo stesso editore.(e. d.)

 

Il cinodromo della via Domitiana

Al suono d’una cieca martinella

irrompe l’afrore dei covili,

tende i lunghi guinzagli, trascina

erti canieri alle recluse poste.

La derisoria lepre infuria

i levrieri alla vista, inclini

noi rende ad ogni sorte per un

momento. Quindi la pista: al vento

consorti corrono eternamente

solo i cani in un curvo baleno.

Ghibli non vinse, il prescelto.

Celebro il suo nome.

***

Imperfectio santissima,

difettivo fulgore,

sonno dei poveri,

sogno dei signori.

Obbedire soltanto

alla vita che vive.

la poesia

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

di Bertolt Brecht

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

le donne nelle cartolerie dei sobborghi

comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.

Disperate cavano i loro ultimi soldi

dai borsellini logori, lamentando

che il sapere sia così caro. E dire che non hanno

la minima idea di quanto sia cattivo il sapere

destinato ai loro bambini.