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Via Rubattino, Milano, Tangenziale Est

di Sara Honegger

Foto di 233627

Bisognerà riparlarne, meglio e più a fondo, sulla rivista – ché la carta rallenta e di questi tempi rallentare è quasi un imperativo. Ma qualcosa si può dire subito, soprattutto in questi giorni, dopo la violenza di Torino. Dopo che una ragazzina s’inventa una violenza carnale, ne incolpa i rom che vivono non lontano da casa sua, e un corteo di protesta sedicente pacifico invade il campo, distrugge baracche, appicca il fuoco. Una storia di violenza quasi banale – chi ricorda Ponticelli? – e che nella pratica non si discosta poi tanto da quella degli sgomberi ufficiali. Tale fu quello di via Rubattino, alla periferia sud est di Milano, raccontato con grande pacatezza ma altrettanta indispensabile precisione da Elisa Giunipiero e Flaviana Robbiati ne I rom di via Rubattino. Una scuola di solidarietà (Edizioni Paoline): una lettura importante, per non dire essenziale, a chiunque voglia provare a ricostruire la dinamica – verbale prima ancora che fattiva – di una violenza istituzionale, corroborata da parole svuotate del loro senso e perpetrata a danno di chi non ha effettivamente alcun potere di contrattazione e di difesa. Una storia complessa, che riguarda Milano ma è metafora di un sentire nazionale, per non dire europeo, a cui mettere pensiero; perché il libro racconta anche le zone di buona ombra, i gesti semi nascosti, le parole sussurrate, ma anche le lettere, le proteste, le alzate di scudi di una popolazione stanca di rabbia, di odio. Così, durante la lettura, ogni tanto il respiro si fa più lento e ci si concede addirittura quel senso di pienezza che viene dalla giustizia, una giustizia fatta di intrecci fra atti spontanei e consapevolezze associative, emergenze brandite come clave e sostegni costruiti nel tempo, dispersione e raccoglimento intorno a una scuola dove, all’improvviso, vengono a mancare una trentina di bambini. È la rete che si è opposta alla logica della distruzione costante e che, tuttora viva, porta nella città uno sguardo ancora capace di incanto, di meraviglia, di sorpresa dell’incontro.

Si dovrà parlarne ancora, capire che ne è stato di quei trenta e passa bambini e delle loro famiglie; e come è cresciuto, questo senso di comunità, che ha finito per diventare casa aperta; ma fin d’ora si può dire che questo libro ci conferma una sensazione provata al tempo dei fatti, quando ancora il castello morattiano, guardato a vista da De Corato, pareva indistruttibile: e cioè che l’intera vicenda sia stata come quei granelli di sabbia capaci di inceppare un colossale meccanismo.

Resta da vedere se la nuova giunta, a cui abbiamo guardato con grande speranza, agisca al più presto in modo diverso. Nelle parole, nelle azioni, nelle linee guida sugli incessanti sgomberi, di cui si è ancora in attesa.

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Dopo il 15 ottobre: due domande, anzi tre

di Gianluca D’Errico

Foto di Angelica Gallorini

Il 15 ottobre ero a Roma alla manifestazione. Quello che è accaduto è stato ampiamente raccontato e commentato. Un numero altissimo di persone – nell’ordine delle centinaia di migliaia – è arrivato nella capitale per quella che è stata la prima grande manifestazione “dentro la crisi”.

Molti dei commenti che abbiamo letto sui giornali e online o ascoltato in Tv provengono da persone che a Roma non c’erano. È lo strano modo in cui funziona l’informazione nazionale: i giornalisti di solito non vanno a vedere, i commentatori commentano non i fatti ma le immagini della televisione. L’opinione pubblica si forma sulla base di questo mix di disinformazione e saccenteria. Nel blob d’informazione sul 15 ottobre le parole più usate, a naso senza una statistica stringente, sono state “violenza” e “rabbia”. Partirei da queste ultime.

Che cos’è “rabbia”? Per alcuni la rabbia è la versione volgare (sottoproletaria?) dell’indignazione. Non mi convince la definizione ma di certo l’indignazione – altro termine molto usato il 15 – è un prodotto piccolo borghese. La reazione di chi aveva costruito il suo piccolo mondo di comfort (o di sogni di comfort) e lo vede sgretolato dalla crisi.“Siamo arrabbiati, perciò spacchiamo tutto”, dicono i “neri”. “La rabbia è una malattia”, dice Luca Casarini (La Repubblica del 20/10/2011), criticando i “violenti”. Entrambe le affermazioni mi sembrano offrire una lettura della rabbia e degli arrabbiati che porta fuori pista.

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Primavere arabe e paludi occidentali

di Luigi Monti

Vincolato (e forse in ciò esaltato) dalla rozza e sciagurata censura del governo di Ahmadinejad, con il suo ultimo lavoro, Una separazione, Asghar Farhadi costruisce grazie a una linearità e un equilibrio di scrittura straordinari una vicenda apparentemente “piccola” e inessenziale, ma capace di rompere i confini circoscritti delle vite che descrive, fino ad abbracciare questioni di ben più vasta portata. Senza però che l’universale – e in questo sta forse l’eccezionalità e insieme il messaggio del film – adombri e schiacci la piccolezza della storia e degli esseri umani che ne sono coinvolti.

È proprio una certa rigida e angusta sete di assoluto, quella di Nader, benestante impiegato di banca in una non meglio definita metropoli iraniana, borghese nello stile di vita, moderato e progressista nella visione politica, capace di slanci altruistici e di una coscienza retta e giusta a scatenare la spirale di violenza che, se non porta a spargimenti di sangue, conduce però alla disgregazione due intere famiglie e forse le generazioni che seguiranno.

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Comiche finali o iniziali

di Gli Asini

Come spiegano gli economisti e sociologi a cui abbiamo posto, in apertura di numero, alcune domande volutamente massimaliste sullo stato della crisi, dal punto di vista materiale è probabile che il cosiddetto occidente democratico stia vivendo un’epoca che le teorie economiche classiche avrebbero definito “rivoluzionaria”, piena cioè delle contraddizioni, delle tensioni, dei conflitti necessari a preparare assetti sociali più giusti e liberi. Secondo la stessa teoria, una rivoluzione si produce nel momento in cui essa è pressappoco già compiuta, quando cioè la struttura di una società ha cessato di corrispondere alle istituzioni economiche e politiche che la governano e queste, languendo o crollando improvvisamente, sono sostituite da altre più coerenti alla nuova struttura. Poi lo sappiamo, i cambiamenti che chiamiamo rivoluzionari non hanno quasi mai seguito in maniera pura questo modello, per quanta verità teorica potesse contenere. L’unica cosa certa è che le crisi, oltre a prospettare dissesti materiali e miseria spirituale, sono quasi sempre anche occasione di riscatto, di presa di coscienza dei meccanismi ingiusti e alienanti che regolano l’assetto sociale. A una condizione però: che alla crisi si arrivi preparati. Detto più direttamente, se le condizioni oggettive potrebbero forse oggi essere definite rivoluzionarie, mancano però i soggetti della rivoluzione.

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L’ignobile pianto dei giovani su Steve Jobs

di Goffredo Fofi

Non mi ha colpito in modo diverso il pianto giovanile sul cadavere di Steve Jobs – muoiono anche i “grandi” e i “benefattori dell’umanità”, se Dio vuole e grazie alla Natura e a quell’effetto del Capitale chiamato Cancro, che ha fatto “grande” da noi il losco e longevo Veronesi – di quello senile di qualche anno fa sul cadavere di Gianni Agnelli – che in famiglia aveva avuto, peraltro, qualche esempio dell’effetto del Capitale (in Italia, primariamente della sua Fiat) chiamato Cancro. La stessa incoscienza, la stessa imbecillità. E se allora scandalizzava vedere come i vecchi operai piangessero il loro sfruttatore – effetto del Cancro chiamato Televisione – non scandalizza di meno vedere dei giovani piangere uno degli artefici della loro alienazione dall’intelligenza del mondo e dalla possibilità di essere se stessi, coscienti, ragionanti, capaci di intervenire sul destino che la società degli Steve Jobs ha deciso per loro.

Il paradosso maggiore sarebbe constatare, come è assai probabile, che molti degli stupidi orfanelli di Steve Jobs siano anche molti dei manifestanti di queste settimane contro Wall Street e l’alta finanza manipolatrice e distruttrice – l’un per cento della popolazione mondiale, ha detto una rediviva e sensatissima Klein, che campa alle spalle del 99 per cento.