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La nuova Disneyland della cultura sbarca al Sud

di Marco Gatto e Mario De Marco

illustrazione di Daniel Clowes

illustrazione di Daniel Clowes

Chiacchiere salottiere, esperienze ludiche, vuoto sentimentalismo etnografico, circo dell’emozione culturale: lo confessiamo, non ci aspettavamo altro da Aliano e dal suo festival “meridiano”, messo in campo dal marketing della “paesologia”. Ma lo spettacolo che si presenta davanti a noi, appe
na consumata l’ultima curva in salita, amplifica i nostri pregiudizi e li trasforma in un dato di fatto: Aliano, il paese di Carlo Levi, ridotto a un parco giochi per la solita, insopportabile intellighenzia di questo Paese, che della “cultura” ha fatto il segnacolo della propria identità sociale, fingendo così di colmare un vuoto di realismo politico e di ragionamento veramente culturale. Delle facce contadine di Levi, ridotte a un manifesto di propaganda, resta il ricordo nel museo che raccoglie i suoi quadri. Intorno a esso, un’artificialità talmente smaccata da sconcertare l’osservatore disincantato: le case – che dovrebbero, secondo la narrazione fasulla di questi nuovi alfieri del meridianismo, richiamare un’altra civiltà –, adibite a stalle, con tanto di fieno su cui sedersi, ricordano la logica delle vetrine di un centro commerciale; ovunque, c’è da bere: segno che di sera, dopo le fatiche culturali, ci si potrà divertire ballando sino a tarda notte una tarantella. Prima il dovere, poi il piacere (dei luoghi comuni). 

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Perché NO

di Gianluca D’Errico

guernica

Come Guernica. Se ti metti sotto sotto a guardarlo, magari scopri dettagli, ma non capisci. La prima volta che sono andato al Museo Reina Sofia di Madrid a guardare il quadro di Pablo Picasso ho pensato che c’era poco spazio: non si riusciva a stare alla giusta distanza per vedere e capire l’insieme. Magari il ricordo è falsato, ma il concetto è quello: ci vuole spazio.

La Costituzione è come Guernica, la devi guardare da lontano per pesare bene tutti gli elementi, per capire. Bisogna mettersi lontano dalle urgenze contingenti, dalle beghe dell’oggi. Fare uno sforzo: guardarla dal futuro ad esempio. Pensare alle possibilità remote più che alle probabilità prossime.

L’assoluta mancanza di questa giusta distanza rende il dibattito sul referendum costituzionale veramente misero, asfittico. Tutto piegato sulle “convenienze”, sull’ottuso pragmatismo che è la cifra ultima dell’agire politico odierno. Anche gli interventi che appaiono vagamente lungimiranti non vanno oltre il dopodomani. Gli articoli di alcuni giornali stranieri (Financial Times in testa), infine, travisano la faccenda: se passa la riforma si evita la recessione, scrivono gli inglesi. La “stabilità” politica, garantita dalla vittoria di Renzi e Boschi nella battaglia referendaria, sarebbe la condizione per realizzare le riforme che “l’Europa attende”. Dei possibili scenari ipotizzati per il dopo referendum da New york times e Wall street journal (si vedano gli articoli di ferragosto 2016 in particolare) nessuno è diretta conseguenza dei nuovi assetti costituzionali ma degli effetti collaterali degli esiti della competizione referendaria; insomma anche i commentatori stranieri stanno con il naso schiacciato sull’oggi. Il sottotesto dei ragionamenti che ascoltiamo, non suscettibile di verifica, è che il benessere economico-sociale del popolo europeo sarebbe garantito (solo) dalle riforme indicate come necessarie da questo luogo politico virtuale conosciuto col nome di “Europa”: se Renzi perde non riuscirà a fare le riforme anche se rimane in carica il suo governo. Dov’è la riflessione sui contenuti della legge di revisione costituzionale?

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In ricordo di Guglielmo Minervini


È scomparso Guglielmo Minervini. È stato sindaco di Molfetta, assessore regionale con la giunta Vendola, animatore della casa editrice La Meridiana e della rivista “Mosaico di Pace”, collaboratore per lungo tempo di don Tonino Bello. Ha collaborato con tante associazioni ed organizzazioni sociali, giovanili, pacifiste. Lo piangiamo insieme alla campagna “Sbilanciamoci!” (che gli dedicò un premio) e al gruppo de “Gli asini” e dello “Straniero” (con i quali ha collaborato in questi anni). Ci stringiamo alla sua famiglia, ai suoi amici, alla casa editrice La Meridiana e a “Mosaico di Pace”.

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Per Giulio Regeni

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di Goffredo Fofi

Abbiamo seguito tutti con un sentimento d’orrore e con una compassione profonda la vicenda di Giulio Regeni, che ancora riempie le pagine dei giornali senza acquietarci. Ho conosciuto nel corso degli ultimi decenni molti giovani come Regeni, che peraltro alcuni miei amici hanno conosciuto. E tremo ora pensando  a quelli che, animati anche loro da una sorta di sincero idealismo, si sono buttati in imprese delicate, dentro organizzazioni nazionali o internazionali che, bene o male o così così, si occupano dei mali del mondo e degli esseri umani che più soffrono dei disastri del mondo, o meglio: dei disastri provocati dai potenti del mondo, con la complicità forzata o manipolata dei loro popoli. Ma di questo è bene parlino gli esperti, quelli che ne seguono quotidianamente il corso per dovere professionale, e vanno sul posto, che conoscono gli ambienti e studiano le forze in campo. (Non sono molti, e vale la pena di ricordare, tra le poche firme attendibili, quelle di un “vecchio” come Bernardo Valli e di un giovane come Fulvio Scaglione.) I giovani di cui parlo sono quelli che decidono di dedicare alcuni anni della loro vita in Africa o America Latina o Asia, e oggi, in molti, nei paesi arabi tra Nord-Africa e Medio Oriente, ad assistere materialmente ma anche a condividere conoscenze utili all’autonomia e allo sviluppo delle popolazioni più abbandonate dai poteri locali, più bisognose di assistenza tecnica e culturale, di medici e di agronomi, di insegnanti e di confortatori.

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Parodie

Nuovo documento 12_1di Goffredo Fofi

Rileggo periodicamente Rimbaud. Quanti sono i giovani che lo leggono e meditano, e condividono la sua sete di assoluto e la sua rivolta contro i valori della società borghese? Generazione dopo generazione, si continua ad aspettare un nuovo angelo di verità che dica il vero e lo pratichi, che guardi al mondo con amore scandalizzato, ma esigente e amoroso, nella rivelazione della sua bellezza come della sua bruttezza, e che lo faccia senza nessuna concessione al proprio ego, senza quella spinta all’autoaffermazione che caratterizza oggi quasi tutti gli intellettuali e artisti o presunti tali. È la corsa a una qualsiasi forma di successo la molla che guida decine centinaia migliaia di giovani, in un mondo in cui è altissimo il numero di chi ha studiato e in cui ai giovani non si offrono lavori concreti ma le illusioni di un terziario fatto di chiacchiere scritte o dette, di immagini e di suoni facilmente riproducibili, e i modelli sono quelli di chi “ce l’ha fatta” e dice o è detto sulle pagine delle gazzette e dentro lo schermo delle tv dei video dei computer dei cellulari.
A questa sorta di imposizione ambientale che cattura una gran parte dei giovani, si aggiunge da tempo una particolare deviazione della psicologia collettiva, indotta dal tipo di società (che noi adulti siamo i primi ad accettare) che essi non mettono in discussione nei fatti, e solo alcuni a parole. Io la chiamo orgoglio, col vecchio nome di un “peccato” che considero, per un giovane che si apre all’età adulta, oggi il più mortale di tutti. Questa malattia colpisce in particolare coloro che hanno ambizioni intellettuali, e li perde e costringe in una sorta di parodia dell’individualismo: io penso, scrivo, recito, filmo, disegno, canto, o semplicemente mi faccio un blog – una droga la cui diffusione è al massimo – e mi basta questo per illudermi di essere qualcuno. L’eccesso di amor proprio produce persone antipatiche e nefaste.