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Non solo Tap

di Savino Monterisi, Piergiorgio Barbetta

illustrazione di Dadu Shin

 

La polemica creata negli ultimi mesi intorno all’espianto degli ulivi in Salento e alla costruzione del gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline) non centra il punto. Al di fuori dell’inchiesta dell’Espresso, che assume l’angolo visuale di opachi flussi economici, il dibattito si è polarizzato sull’aspetto simbolico dell’espianto degli ulivi – tipici del paesaggio e dell’ecosistema pugliese – per ora sospeso dal Tar del Lazio. Il che però offre il fianco alla critica degli innovatori: alzare un polverone per qualche migliaio di ulivi rappresenta una polemica faziosa, retrograda e incomprensibile. Gli ulivi, assicurano, verranno ripiantati al termine dei lavori: come se gli ecosistemi fossero Lego da poter ricombinare a piacimento. Inoltre, qualche ulivo non è nulla a fronte degli innegabili vantaggi della creazione di una infrastruttura del gas che ridurrebbe 1) la dipendenza dalla russa Gazprom, 2) le emissioni di inquinanti derivati del petrolio. I problemi e le criticità dell’opera però non riguardano solamente gli oliveti salentini. Né è ragionevole pensare che  il tentativo di contrastare l’egemonia russa sul mercato del gas europeo e l’implemento di infrastrutture in grado di ridurre le emissioni inquinanti, siano obiettivi raggiungibili con poche decine di chilometri di impianti in Puglia.

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I droni militari, una minaccia volante

di Giacomo Pellini

Illustrazione di Spider

Quindici anni fa, il 4 febbraio del 2002, nei pressi della città di Khost in Afghanistan, un drone americano lanciava un missile Helfire contro tre uomini, uccidendoli. Si tratta del primo attacco effettuato da un velivolo a pilotaggio remoto. Il drone era sulle tracce di Bin Laden, ma con ogni probabilità le vittime non erano terroristi, ma uomini intenti a recuperare metallo.

Quel giorno cominciò l’epoca dei killer robot – più comunemente chiamati droni militari. Una tecnologia spesso oscura ai più – in Italia solo il 40% delle persone ne è a conoscenza – ma incrementata negli anni.

L’ultimo rapporto dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo (Iriad), dal titolo Droni militari: proliferazione o controllo? analizza proprio lo stato dell’arte degli aeromobili a pilotaggio remoto (Apr), più noti, appunto, come droni. E il focus è soprattutto sul loro uso militare: il dossier mostra come il mercato dei droni sia in continua crescita. Un affare che non è destinato ad arrestarsi: secondo l’Iriad si passerà da “un valore di 4861 milioni di dollari nel 2012 a 9801 nel 2016 – di cui 6539 nel settore militare”.

Una tecnologia che deve la propria fortuna al moltiplicarsi delle guerre “asimmetriche e a bassa intensità”. Il carattere della guerra globale implica un modus operandi completamente nuovo nei conflitti: da una parte l’uso della forza non è più confinato a un luogo specifico, ma si espande ovunque; dall’altra la mancanza di un nemico vero e proprio – sempre più spesso gli Stati si trovano a dover combattere non contro altri Stati, ma con “network internazionali o movimenti irregolari”, com’è, per l’appunto, il caso delle formazioni radicali islamiste di Al Quaeda e Stato Islamico – rende sempre più difficile l’individuazione di target veri e propri. È proprio all’indomani dell’11 settembre del 2001, quando l’Amministrazione Bush decise di inaugurare la “guerra al terrore” in risposta agli attentati di Al-Qaeda, che l’uso massiccio di droni militari è divenuto sempre più frequente da parte della prima potenza mondiale.

Dull, dirty and dangerous: sono le tre “D” che definiscono la tipologia di compiti che spetta ai droni militari, ossia “stupidi, sporchi e pericolosi”. L’uso massiccio di questa tecnologia da parte dello Zio Sam è stata motivata, da parte delle alte sfere militari,  da una parte con la narrazione della guerra a “perdite zero” e la necessità di azzerare i pericoli che corre il pilota,  spesso molto rischiosi (dangerous), in condizioni ambientali non favorevoli (dirty) e di lunga durata. Dall’altra, con la retorica del basso numero di vittime civili che gli Apr lascierebbero sul terreno, essendo macchine da guerra intelligenti che colpiscono con precisione il bersaglio legittimo – che sia questo un terrorista o un criminale.


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Vite da follower

di Marco Carsetti

illustrazione di Roberto Catani

Al tempo dei social network spendiamo gran parte del nostro tempo libero e lavorativo nella comunicazione. Seppure sopravviviamo a mala pena il nostro profilo e la nostra socievolezza godono di ottima salute. Tutti hanno qualcosa da dire, da commentare, da condividere, da sentenziare. Hanno qualcosa da far vedere e da vendere di se stessi. Al tempo dei social è scomparsa ogni forma di sobrietà, separatezza, umiltà e la capacità di distinguere tra immagine e realtà. Tutto si è impastato in una massa fangosa indistinta dove rimane a galla solo un io narrante spudorato. Il dolore non è più una cosa reale, come la nascita, il piacere, reali non sono più la morte e il pericolo.
Tutti ci siamo ridotti a essere pubblicitari di noi stessi. Tutti si autoproducono e si autopromuovono vendendosi sul mercato alla ricerca di followers, potenziali acquirenti.

Al tempo della fine del lavoro il lavoro diventa sapersi vendere e i social sono la piattaforma di lancio.
L’Uno si pubblicizza e si presenta ai tutti. I tutti eleggono l’uno che però è solo per se stesso e se ne frega degli altri ma promette di sacrificarsi per loro. Tutti per uno, l’uno per sé. Nello sconfinato sottobosco culturale i meno convincenti artisticamente, i meno seri, i meno riusciti, i meno capaci spesso sono i più aggressivi, ridondanti, barocchi, sentimentali, infestanti al livello di comunicazione social del proprio ego. E sono la maggior parte.
Nei vari campi, le diverse specie umane che vanno dagli educatori ai registi, dagli operatori sociali ai giornalisti, dagli editori agli scrittori e agli illustratori prolificano creando un mondo parallelo, una terra di mezzo di automobilitazione e autonarrazione dove dietro la maschera etica o estetica non c’è altro che il proprio io che si presenta.

Viviamo immersi in un mega selfie collettivo di micromegalomani che registra ogni insignificante dettaglio della propria quotidianità o movimento cerebrale. E così lo scrivere come il disegnare, progettare, educare, illustrare, documentare, cioè l’agire è fatto di quella stessa sostanza, quella patina, quella superficie con cui ci promuoviamo, ci presentiamo, ci pubblicizziamo, costruiamo di noi stessi un brand, un marchio di fabbrica.
Chissà se viene prima il marchio e poi il non saper far più nulla onestamente, faticosamente, caparbiamente, lentamente, umilmente, in disparte ma con la maestria del saper fare. O se probabilmente non c’è un prima e un dopo, una causa e un effetto ma questo tipo di essere umano è un frutto sterile di per sé senza un prima e un dopo, appunto un frutto che viene da lontano, un prodotto culturale che fa della comunicazione del proprio ego un ennesimo altro prodotto culturale dell’autoreferenzialità.

Volenti o nolenti siamo circondati da questi scriventi io narranti che usano gli altri per parlare di sé, che usano cose reali per creare immagini di sé. Non solo per uno scopo narcisistico e certo non per spirito rivoluzionario ma per una semplice ragione: l’unica merce spendibile sul mercato siamo noi stessi esattamente come delle pop-star. E il coro che si instaura con i nostri adepti, followers, “amici” ha quel sapore manipolatorio del dialogo confidenziale a tu per tu. Un io narrante che può parlare a dieci, cento, mille persone contemporaneamente ma che a chi legge sembra stia parlando solo a lui. Come quella maestra immaginata da P.K. Dick che parlava da un monitor a seicento studenti contemporaneamente guardando nel vuoto ma ogni singolo studente aveva la netta sensazione che parlasse proprio a lui.
Questo dialogo corale inebriante e partecipativo elegge a pop-star persino i maestri di scuola, il documentarista, lo scrittore, l’operatore sociale, l’illustratore.

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I giovani contro Renzi

di Gli asini

Illustrazione di Boulet

Illustrazione di Boulet

I giornalisti e sociologi specializzati in sondaggi e interpretazioni del voto si sono trovati d’accordo, come di rado avviene, su tre constatazioni: il “no” è stato espresso con maggior forza nelle regioni meridionali (le più colpite dai malgoverni degli ultimi decenni) e dai giovani. A non amare Renzi (e il suo vero maestro Napolitano) sono dunque in modo particolare alcune regioni e una fascia d’età ben definita. Hanno invece dimostrato di amarlo, facendo vincere il “sì”, gli abitanti dell’Emilia-Romagna e della Toscana, insieme a quelli del Trentino e Alto Adige (o Sud Tirolo), ma è solo per un pelo se il “sì” non ha vinto anche in Umbria. Guarda caso, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria sono state le “regioni rosse” per eccellenza, quelle dove il Pci, dividendo nei primi anni del dopoguerra il potere con il Psi, ha dominato. (Ma sono anche, come è noto, regioni di massiccia presenza massonica, ieri come oggi.) Questa è una riprova del fallimento della politica comunista ferma su un’ideologia dello sviluppo e una pratica, almeno nelle regioni ricordate, di stampo tradizionalmente clientelare, condizionata soltanto dalle necessità delle spartizioni.

Tutto questo ci sembra molto istruttivo, anche se è una conferma e non una novità, così come ci sembra una conferma il voto meridionale, per il semplice motivo che chi soffre di più la crisi e si aspetta interventi adeguati a risolverla, non può amare chi fa grandi promesse e non le mantiene.

Ma l’aspetto dei risultati del referendum che ci sembra più interessante è stato il voto dei giovani (lasciamo agli statistici il compito di fare i conti con la dovuta esattezza), un segno positivo di reazione a una situazione che per loro è nel nostro paese forse la più grave dopo quella degli immigrati. La disoccupazione, la sottoccupazione e il precariato – oppure l’arruolamento nell’esercito o nelle forze dell’ordine o, sul lato opposto, nelle file della delinquenza organizzata – o infine l’emigrazione sono il destino di chi non ha alle spalle una famiglia ancora benestante, che è anche in grado di assistere i figli nel trovare un’occupazione non indegna delle loro aspirazioni. Non sono solo i giovani più poveri ad aver votato “no”, sono certamente anche i figli di una vasta parte della piccola borghesia più  insicura, la maggioranza dei giovani che, anche quando intontiti da un sistema mediatico-scolastico che è più pubblicitario e addormentante che formativo e informativo, si trovano tuttavia, quando lasciano gli studi ed entrano, come si diceva un tempo, “nel mondo del lavoro”, a scoprire che le prospettive di lavoro sono per loro scarse o di profilo bassissimo, e si trovano di fronte a una realtà che non corrisponde alle menzogne in cui li hanno cresciuti, una realtà ben lontana dai loro sogni e dalle loro illusioni.

Potevano amare Renzi questi giovani? Il loro voto dimostra che almeno su questo punto essi hanno finito per farsi idee piuttosto chiare. Ma le hanno chiare anche su tutto il resto? Su cosa è loro possibile fare delle proprie vite, cosa è loro possibile scegliere? C’è da dubitarne, anche se non si può che prendere atto con vivo interesse e viva simpatia (insomma, con una moderata soddisfazione) del fatto che una parte consistente di loro sembra aver finalmente aperto gli occhi. Anche se li ha lasciati probabilmente nella confusione per quel che riguarda le loro scelte fondamentali e future, si sono forse liberati dagli equivoci più odiosi e più insostenibili per loro e per tutti.     

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“Robinson” nell’isola sovraffollata: di tutto e di più, cioè niente

Illustrazione di N. C. Wyeth

Illustrazione di N. C. Wyeth

di Goffredo Fofi

È nato “Robinson”, supplemento letterario di “la Repubblica” che, chi vorrà e ci si augura non siano tanti, potrà comprare la domenica accluso al quotidiano e al settimanale “L’Espresso”, che nessuno vuole più e che è dunque gentilmente imposto ai lettori del quotidiano con un sovrapprezzo significativo. Di che si tratta? Banalmente, di chiacchiericcio del dì di festa per lettori avidi del pettegolume e aggiornamento giornalistico e radiofonico e televisivo, in un paese in cui la metà della popolazione e forse di più vive direttamente o indirettamente, in senso più o meno lato, di “cultura”.

La prima constatazione è che la montagna ha partorito un topolino. Ma no! Si tratterebbe ancora di qualcosa di vivo; la montagna ha partorito invece una marea di insettucci fitti fitti, che si accavallano ordinatamente nelle gabbie previste da un grafico demenziale, pagato certamente, per quest’orrido progetto, a peso d’oro. (Sarebbe bello poter sapere quanto.)

Come in altri ambiti, l’apparenza è tutto e ciò che conta è la confezione, non quello che c’è dentro. Sia le parole che le immagini sono messe a servizio dell’apparenza grafica, incasellate, mortificate, i testi in corpi tipografici minimi, le immagini perlopiù in formato francobollo. I testi sono veloci veloci (unica eccezione, ma comprata all’estero, quella di Toni Morrison), e le firme le solite, il solito Baricco (uffa!), il solito Saviano (uffa!) e i loro invidiatori in carriera, giovani scrittori e giornalisti ambisesso smaniosi di farsi strada dentro un quarto potere che non conta più niente e lo sa bene, perché è al cento per cento al servizio di chi ha i soldi, la finanza. Servi smaniosi, servi volenterosi, servi felici. A servizio di chi paga e del suo progetto, che si ammanta di nomi un tempo sacri come Democrazia, Creatività, Comunicazione per fare esattamente l’opposto. Il cittadino comune non è mai stato nella storia, prima di oggi, così comune e fregato, e neanche così complice, e così fesso.