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Macerata il giorno dopo: fuga dalle responsabilità

di Mauro Boarelli

illustrazione di Lorenzo Mattotti

Questa è una piccola storia in tre atti, un epilogo (ancora da scrivere) e una postilla.

Primo atto. A Macerata, dopo il raid razzista, vengono convocate tre manifestazioni: due dell’estrema destra (Forza Nuova e Casa Pound), una – di carattere nazionale – promossa da un ampio schieramento di organizzazioni antifasciste. Il sindaco (Pd) non è d’accordo, e invita i promotori ad annullarle. C’è “un tempo per il silenzio e un tempo per manifestare”, scrive, e – manco a dirlo – oggi è il tempo del silenzio.

Nelle poche righe del comunicato si possono quindi leggere: l’equiparazione tra le manifestazioni dei neo-nazifascisti e quelle delle organizzazioni democratiche (entrambe ugualmente colpevoli di voler turbare la pace sociale), l’invocazione a sospendere la libertà di manifestazione sancita dalla Costituzione, e infine l’appello a non fare nulla di fronte all’enormità di quanto accaduto. La parola “razzismo” non è neanche pronunciata, per evocare quanto accaduto si parla di “brutte cose”, proprio come il linguaggio popolare ricorre al “brutto male” per la paura di nominare il cancro. Il sindaco, in sostanza, dimentica il suo ruolo istituzionale. Il suo compito sarebbe quello di raccogliere tutti i cittadini intorno a sé – come rappresentante della comunità intera – a ragionare e a reagire, anziché lasciarli da soli, ciascuno con le proprie paure, a rinfocolarle e abbrutirle nelle chiacchiere da bar o nella melma dei social network. La manifestazione avrebbe dovuto convocarla lui, e il suo posto sarebbe stato in prima fila, con la fascia tricolore, a rappresentare la comunità. Come può rappresentarla attraverso il silenzio?

 

Secondo atto. Cgil, Anpi, Arci e Libera emettono un comunicato con il quale, dichiarando di accettare l’invito del sindaco, sospendono la manifestazione (non erano i soli ad averla convocata, quindi la sospensione non era nella loro disponibilità, ma quando si è più “grandi” degli altri si diventa anche arroganti). Il loro comunicato fa cadere le braccia, tale è la pochezza delle argomentazioni. Una ritirata, niente altro che una fuga. Si poteva pensare che il più grande sindacato italiano, nonostante la sua crisi conclamata, potesse ancora rappresentare – di fronte alla liquefazione dei partiti di sinistra – un presidio per le agibilità democratiche, che l’associazione dei partigiani – per la sua stessa ragione sociale e per il ruolo avuto nel referendum costituzionale – fosse in prima linea contro l’insorgenza neofascista, che un’associazione impegnata contro la criminalità organizzata non avesse paura. Poche righe mal scritte e mal pensate hanno chiarito che si trattava di illusioni.

Naturalmente è difficile credere che queste organizzazioni così grandi, la cui “testa” sta a Roma, abbiano compiuto un passo tanto grave solo per compiacere il sindaco della piccola Macerata. Ci sono ragioni più grandi e inconfessabili che vanno sotto il nome di elezioni politiche, un campo in cui agiscono pressioni enormi, ricatti espliciti o velati, scambi e promesse, e questo rende ancora più disgustosa la scelta di abbandonare il campo.

 

Terzo atto. Il Prefetto di Macerata vieta tutte le manifestazioni. In pratica, il Governo sancisce il sequestro delle agibilità democratiche previste dalla Costituzione. E su questo, davvero, non c’è nulla da aggiungere.

 

Epilogo. Questa parte è ancora da scrivere. Non è difficile presagire che questa storia finirà male. Non tanto la piccola storia della cittadina marchigiana, che presto o tardi ritroverà la sua pace, ma quella del paese. Se è lecito rispondere con il silenzio al gesto di un omicida che – ornato da simbologie nazional-fasciste e naziste – se ne va in giro a sparare per le vie di una città colpendo tutti gli immigrati che incontra, se quel silenzio è invocato e avallato dalle istituzioni centrali e periferiche e dalla classe politica e sindacale nella sua interezza, il messaggio che viene dato ai cittadini è molto chiaro, ed è un messaggio infausto. Almeno due conclusioni provvisorie della storia – però – sono state già scritte. La prima è di carattere politico e istituzionale: questi dirigenti politici e sindacali, questi amministratori locali, questi rappresentanti dello Stato sono inadeguati al loro ruolo e non sono consapevoli delle conseguenze delle loro azioni. La seconda è di carattere culturale e sociale: gli appelli alla memoria che queste stesse istituzioni, associazioni, organizzazioni politiche lanciano con assiduità nelle feste comandate – quando si sprecano iniziative, dibattiti, articoli sui giornali, viaggi della memoria, incontri con i testimoni, lezioni nelle scuole – altro non sono che pura retorica, inutile bla bla bla privo di sostanza. Non hanno alcuna funzione “operativa”, non servono all’unico scopo che potrebbe legittimarli e renderli materia viva: tenere insieme una società quando rischia di lacerarsi.

 

Postilla. Macerata è la mia città, ci sono nato e cresciuto, ci torno di frequente. Fino a pochi giorni fa l’avremmo tranquillamente definita una città dove non succede mai nulla. Oggi è precisamente nei luoghi in cui non succede mai nulla che vanno cercati i sintomi più preoccupanti del liquefarsi dei legami sociali e del loro perverso riorganizzarsi intorno al razzismo. Nella città in cui non succede mai nulla – e dove tutto è successo nell’arco di pochi giorni – continuerà a non succedere nulla, perché ciò che di positivo poteva accadere – dopo tanto male – è stato sequestrato dalla paura di chi doveva aiutare i cittadini a non averne. La paura al posto del coraggio: questo è tutto ciò che può nascere dal silenzio.

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Prima e dopo il ’68

la copertina del febbraio 1968

Nell’anniversario del ’68 incontriamo ancora un quadro riduttivo e stereotipato di frasi fatte, rimozioni, equivoci e pigrizie interpretative. Anche per questo è molto preziosa l’iniziativa della Biblioteca Gino Bianco (Fondazione Alfred Lewin) di Forlì, che ha reso disponibile on-line, nell’integralità dei suoi quasi novanta numeri, la rivista più autorevole e critica di quel movimento, i “Quaderni piacentini” diretti fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta da Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi e Goffredo Fofi con un nutrito gruppo di collaboratori e di fratelli maggiori: lette o rilette oggi, quelle pagine restituiscono la scena del nostro passato come se la vedessimo per la prima volta. Ai “Quaderni piacentini” si era dedicato anche il nostro collaboratore Giacomo Pontremoli con un libro pubblicato l’anno scorso dalle Edizioni dell’Asino: I “Piacentini”. Storia di una rivista (1962-1980). Lo spoglio completo della rivista lo trovate QUI. (Gli asini)

 

 

 

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Ritratto di una giovane ribelle

Intervista a cura di Stefano Laffi

 

 

Nel 1970 e per poco più di 10 anni Feltrinelli pubblicò una collana dal titolo “Franchi Narratori”, in cui comparvero testi “eterodossi” rispetto sia alla saggistica che alla narrativa, cioè di fatto resoconti di storie e punti di vista non comuni, poco televisivi o poco presenti nel discorso pubblico, su temi anche scabrosi. La conversazione con questa ragazza, di 20 anni, di cui rispettiamo l’anonimato, potrebbe stare forse in quella collana, per la radicalità del suo punto di vista, così profondamente insoddisfatto del mondo, ma in costante ascolto delle grandi questioni che lo attraversano, alla ricerca della verità. Forse non rappresenta un posizione comune nella sua generazione ma certamente testimonia una lucidità di analisi e una capacità critica di cui molti adulti non si sono accorti, rispetto alle ragazze che hanno di fronte.

 

Quando nasce in te una spinta politica, o una sensibilità spiccata verso le faccende del mondo?

Ero piuttosto piccola. Mi sono sempre interessata a tematiche non comuni fra i miei coetanei, già alle elementari ero molto concentrata su questioni ambientali, seguivo un po’ Greeenpeace, nella misura in cui potevo, ero molto sensibile su questi argomenti, lo sentivo anche in maniera emotiva, mi veniva da commuovermi e da piangere per situazioni ambientali, per i problemi dell’inquinamento. Poi in terza media c’è stato il turning point. Non so dire cosa sia scattato, ma è avvenuto per un evento specifico, in occasione di un telegiornale che ricordo bene: era il 28 novembre 2010 e Wikileaks pubblica il cablegate. Io avevo già cominciato qualche mese prima a guardare un po’ i telegiornali, a scuola si trattavano tematiche contemporanee, la professoressa di italiano ci spingeva a vedere film sul presente, per cui ero più vicina all’attualità. E poi c’è stato quel telegiornale, io ho sentito una scintilla, io non sapevo nulla di Wikileaks, ero semplicemente seduta, non ero nemmeno particolarmente attenta, poi la speaker del telegiornale ha cambiato tema e io l’ho seguita, ero piccola, deve esser stato qualcosa di irrazionale. Da lì ho cominciato a informarmi, su Wikileaks, su cosa fosse e che cosa facesse, certo in modo semplice, limitato, non conoscevo abbastanza l’inglese quindi consultavo solo i mezzi di informazione italiani. E così ho iniziato a sviluppare una passione forte, ci credevo davvero tanto alla missione di informare sulla verità.

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Ius soli, immigrazione e civiltà giuridica

di Luigi Ferrajoli

illustrazione di Gabriella Giandelli

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

L’opposizione di gran parte delle forze politiche allo ius soli, cioè alla concessione della cittadinanza a chi è nato in Italia, la campagna di denigrazione contro le navi dei volontari colpevoli del salvataggio nel solo 2016 di oltre 47.000 persone, il consenso alle misure adottate dal ministro Minniti per far fronte alle paure e agli umori xenofobi degli elettori stanno rivelando, in questi mesi, l’esistenza di un’Italia incattivita e disumana.

Diciamo subito che la questione dei presupposti della cittadinanza – quelli consistenti nella nascita nel territorio dello Stato, come avviene in tutti i paesi civili, anziché nel cosiddetto vincolo di sangue con genitori cittadini – non ha nulla a che vedere con l’immigrazione. Gli ottocentomila ragazzi e bambini ai quali la cittadinanza verrebbe concessa non sono immigrati, bensì nati in Italia, dove sono cresciuti e si sono formati; sicché l’opposizione a questa elementare misura di civiltà si spiega solo con l’intolleranza per la loro identità etnica, in breve con il razzismo. E’ inoltre un’opposizione irresponsabile, dato che rischia di capovolgere il senso di appartenenza di queste persone al nostro paese in un assurdo disconoscimento, e perciò in rancore anti-italiano. E’ la stessa logica spietata e irresponsabile adottata da Trump contro i “dreamer”, quasi un milione di giovani immigrati che Obama aveva tentato di integrare e che ora vengono assurdamente cacciati nella clandestinità e nell’illegalità.  

Tutt’altra questione è quella delle nostre politiche in tema di immigrazione. Su questa questione l’Occidente rischia il crollo della credibilità di tutti i suoi conclamati valori. Sta infatti vivendo una vistosa contraddizione tra le pratiche di esclusione dei migranti e i valori di uguaglianza e libertà iscritti in tutte le sue carte costituzionali. Di solito l’idea delle frontiere chiuse viene difesa come l’espressione, ovvia e scontata nel senso comune, di un legittimo diritto dei paesi di immigrazione e come un corollario della loro sovranità, concepita come qualcosa di analogo alla proprietà: “questa è casa nostra”, è l’idea corrente, “e non vogliamo, a tutela della nostra proprietà e della nostra identità, che vi entri nessun estraneo”.

Giova allora ricordare che questo senso comune xenofobo – responsabile delle attuali politiche, dirette a interpretarlo – contraddice non solo tutti i principi della nostra tradizione liberale, dall’uguaglianza ai diritti umani e alla dignità della persona, ma anche il più antico diritto teorizzato come naturale, oggi dimenticato e rimosso dalla nostra coscienza ma proclamato alle origini della civiltà giuridica occidentale: lo ius migrandi, appunto, ossia il diritto di emigrare. Questo diritto fu configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue Relectiones de Indis del 1539 all’Università di Salamanca, come un diritto universale e, insieme, come il fondamento del nascente diritto internazionale. Sul piano teorico questa tesi si inseriva in una grandiosa concezione cosmopolitica dei rapporti tra i popoli informata a una sorta di fratellanza universale, cioè al diritto di tutti gli esseri umani di comunicare tra loro. Sul piano pratico era finalizzata alla legittimazione della conquista spagnola del nuovo mondo: anche con la guerra, ove all’esercizio di quegli edificanti diritti fosse stata opposta illegittima resistenza. E la medesima funzione fu svolta dal diritto di emigrare nei quattro secoli successivi, allorché servì a legittimare la colonizzazione del pianeta da parte delle potenze europee e le loro politiche di rapina e di sfruttamento. John Locke giunse addirittura a configurarlo come una fonte essenziale di legittimazione del capitalismo, quale garanzia della sopravvivenza, cioè della possibilità di trovare un lavoro e perciò quanto necessario alla sussistenza: giacché sarà sempre possibile, scriveva, purché lo si voglia, emigrare e andare a coltivare nuove terre “in qualche parte interna e deserta dell’America… senza pregiudicare nessuno, perché vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio di abitanti”.

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Non solo Tap

di Savino Monterisi, Piergiorgio Barbetta

illustrazione di Dadu Shin

 

La polemica creata negli ultimi mesi intorno all’espianto degli ulivi in Salento e alla costruzione del gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline) non centra il punto. Al di fuori dell’inchiesta dell’Espresso, che assume l’angolo visuale di opachi flussi economici, il dibattito si è polarizzato sull’aspetto simbolico dell’espianto degli ulivi – tipici del paesaggio e dell’ecosistema pugliese – per ora sospeso dal Tar del Lazio. Il che però offre il fianco alla critica degli innovatori: alzare un polverone per qualche migliaio di ulivi rappresenta una polemica faziosa, retrograda e incomprensibile. Gli ulivi, assicurano, verranno ripiantati al termine dei lavori: come se gli ecosistemi fossero Lego da poter ricombinare a piacimento. Inoltre, qualche ulivo non è nulla a fronte degli innegabili vantaggi della creazione di una infrastruttura del gas che ridurrebbe 1) la dipendenza dalla russa Gazprom, 2) le emissioni di inquinanti derivati del petrolio. I problemi e le criticità dell’opera però non riguardano solamente gli oliveti salentini. Né è ragionevole pensare che  il tentativo di contrastare l’egemonia russa sul mercato del gas europeo e l’implemento di infrastrutture in grado di ridurre le emissioni inquinanti, siano obiettivi raggiungibili con poche decine di chilometri di impianti in Puglia.