In casa

La povertà in Italia secondo l’Istat

di Andrea Toma

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Le famiglie italiane che versano in una condizione di povertà assoluta sono oggi un milione e 619mila. All’interno di queste famiglie vivono 4 milioni e 742mila persone (8 individui su 100; Istat, La povertà in Italia – anno 2016, report diffuso il 13 luglio 2017). Sul totale delle famiglie italiane, le famiglie povere sono il 6,3%, dato questo leggermente superiore di qualche decimo di punto rispetto al 2014 e al 2015, ma sostanzialmente allineato a quanto succedeva nel 2013.

Fra le diverse parti d’Italia è il Mezzogiorno l’area più esposta alla povertà assoluta, anche se nel 2016 si è ridotta la quota di famiglie povere rispetto ai due anni precedenti. Al contrario, nelle regioni centrali il dato è in crescita, sebbene si mantenga sotto la media nazionale (5,9% contro il 6,3%).

Un altro indicatore significativo è dato dal peggioramento della condizione delle famiglie residenti nei comuni fino a 50mila abitanti poco fuori le aree metropolitane (7,1% nel 2016 contro il 6% del 2015). Per i grandi centri il dato di confronto fra gli ultimi due anni è positivo, con una riduzione di 2,2 punti percentuali, mentre nei restanti comuni fino a 50mila abitanti, non prossimi alle aree metropolitane, la situazione si aggrava in tutte le ripartizioni, settentrionale, centrale e meridionale.

Se la quota di individui poveri a livello nazionale è del 7,9%, fra i giovani fino a 17 anni sale al 12,5% e si attesta al 10% fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni. Le classi più anziane, con almeno 65 anni, restano molto al di sotto del dato nazionale: sono il 3,8%. Non raggiungono il dato medio anche le famiglie composte da persone sole con meno di 65 anni e quelle formate da coppie la cui persona di riferimento ha più di 65 anni. Le famiglie con anziani in casa sono ugualmente meno esposte alla povertà assoluta.

Sempre nel confronto fra il 2015 e il 2016, cresce soprattutto al nord la quota di famiglie miste in condizione di povertà (dal 14,1% al 27,4%), mentre diminuisce di qualche punto la percentuale delle famiglie di soli stranieri, pur restando su una quota molto elevate (dal 28,3% del 2015 al 25,7% dell’anno successivo).

Doppia e in peggioramento è invece la quota di famiglie in cui la persona di riferimento è un operaio (12,6% nel 2016). Aumenta ovviamente fra i disoccupati, mentre tende a diminuire fra i pensionati.

Accanto all’incidenza della povertà assoluta, il fenomeno del disagio economico può essere letto attraverso l’incidenza della povertà relativa.² In questo caso il numero delle famiglie povere in termini relativi ha raggiunto il 10,6% delle famiglie italiane (circa 2 milioni e 742mila) e il 14,0% delle persone residenti (8 milioni e 465mila individui). In entrambi i casi, rispetto al 2015 si è registrato un incremento di 2-3 decimi di punto. Questa tipologia di disagio trova ancora una volta più esposti i giovani sotto i 35 anni, le famiglie di operai, i residenti nel Mezzogiorno, le famiglie con più di due componenti, la famiglie miste o composte da soli stranieri.

Un posto a parte nelle analisi lo occupano i minori e l’area dell’infanzia.

La Caritas segnala che l’Italia occupa il 33° posto fra i 41 paesi più ricchi per quanto riguarda il tasso di povertà minorile: circa un terzo dei minori in Italia può essere collocato all’interno di quest’area di sofferenza. Alla condizione di vulnerabilità economica si aggiungono anche le dimensioni della povertà educativa e della povertà sanitaria, fattori questi che contribuiscono a restringere, e in molti casi ad annullare, le chance di uscita dalla bassa disponibilità di reddito. Ma in generale sono le famiglie con minori a mostrare una maggiore fragilità. Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta ha raggiunto il 26,8% per la famiglie con tre o più figli minori, con un aumento di 8,5 punti percentuali rispetto al 2015. In ogni caso la povertà assoluta si correla sempre di più alla presenza di minori in famiglia. Eurostat afferma che il 28,7% della popolazione italiana è oggi a rischio povertà ed esclusione sociale, intendendo con questo indicatore anche altri fattori di vulnerabilità oltre all’elemento reddituale, e cioè aspetti come la bassa intensità lavorativa o la deprivazione materiale che si collega all’indisponibilità di servizi come il telefono, la televisione, il frigorifero, il riscaldamento, all’impossibilità di nutrirsi in maniera adeguata, di andare in vacanza per almeno una settimana all’anno, di affrontare spese impreviste o essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitti, mutui o prestiti. Se letti in termini assoluti i dati indicati ci parlano di 17,4 milioni di persone in totale, di cui 9,3 milioni donne. Rispetto al 2008 si è registrato un incremento di oltre tre punti percentuali. A livello europeo il dato si attesta al 23,7% e corrisponde a poco meno di 120 milioni di persone.

Fra le persone con meno di 16 anni l’esposizione alla povertà e all’esclusione sociale sale al 33,4% (tre milioni e 97mila giovani) contro il 26,4% del dato europeo (circa 22 milioni di individui). Circa due punti separano, In Italia, i minori maschi dalle femmine, ovviamente a svantaggio di queste ultime.

Volendo tirare le somme da questa sequenza di dati, emergono alcuni fenomeni per certi versi inediti, ma che hanno radici profonde nelle vicende economiche e politiche di più di venti anni, e non sono quindi riconducibili esclusivamente agli effetti della lunga recessione iniziata nel 2007. La società italiana, in sostanza, ha smesso di essere inclusiva da molto tempo.

Il dato sui giovani poveri è il riflesso di una costante strutturale italiana che richiama la disoccupazione giovanile, mai seriamente affrontata. È anche il segnale che le politiche di flessibilità del lavoro non hanno creato le opportunità attese, anzi hanno via via reso strutturale il fenomeno della precarizzazione e della frammentazione delle prestazioni lavorative, contro cui anche l’investimento in istruzione ha cessato di produrre effetti duraturi e positivi. Nonostante il calo demografico, la porta dell’accesso al lavoro si è fatta sempre più stretta, condizionando in questo modo anche le prospettive di sostenibilità della protezione sociale che dovrebbe garantire le persone sia nei momenti di mancanza del lavoro, sia nel momento in cui, giunta la soglia della vecchiaia, si possa disporre di una pensione in linea con gli accantonamenti contributivi versati nel corso del proprio percorso lavorativo e professionale.

Del resto non deve ingannare il dato sugli anziani, oggi meno esposti di altri al fenomeno della povertà. Se le cose non cambiano, gli anziani di domani – un domani abbastanza prossimo – andranno di nuovo a infoltire le schiere della povertà, non potendo contare su entrate adeguate e dignitose.

Alla precarizzazione del lavoro, e al presagio di povertà che ne deriva, si deve anche aggiungere la progressiva esposizione al rischio di povertà cui anche il lavoro standard, alle dipendenze, a tempo indeterminato non risulta più al riparo.

La perdita di significato e di efficacia che la contrattazione collettiva nazionale ha patito negli ultimi due decenni, si è tradotta in uno slittamento verso il basso delle garanzie che il lavoro dipendente assicurava. L’erosione del potere contrattuale del lavoro dipendente ha congelato i redditi, innescando una caduta nei consumi e nella capacità di spesa della classe media, la componente che da sempre ha costituito l’ossatura della produzione di reddito nazionale. Questa è in sostanza la causa principale del Pil che non cresce e che sarebbe ipocrita oggi attribuire alla crisi finanziaria globale del 2007.

Un’altra frattura, evidente come quella che pone in conflitto le generazioni dei giovani e quelle, più garantite, degli anziani, è quella che separa il centro dalla periferia, i quartieri più serviti da quelli lasciati ai margini da interventi di manutenzione o di infrastrutturazione.

La povertà si addensa lungo il perimetro delle aree metropolitane e contagia i comuni limitrofi, in cui il costo relativamente più basso delle abitazioni è più che compensato da un prezzo sempre più salato in termini di qualità scadente della vita, di scarso accesso ai servizi, di assenza di opportunità, di progressivo degrado.

E non è un caso se proprio in questa “cintura del disagio” si concentrano gli stranieri ormai residenti, i quali a fronte di un’integrazione “monca” e di una marginalizzazione in lavori non qualificati e insicuri rappresentano paradossalmente, secondo quanto dichiarato dall’Inps, l’ancora di salvataggio per il nostro sistema previdenziale, garantendo ogni anno diversi miliardi di versamenti contributivi, anche in assenza di certezza nell’accesso futuro alla previdenza.

L’assestamento verso il basso di tutti gli standard di riferimento cui eravamo abituati (lavoro, disponibilità di servizi, previdenza e assistenza, salute, istruzione, infrastrutture) è il risultato inevitabile dell’assenza di una politica di redistribuzione che avrebbe dovuto compensare, sostenere e includere quelle parti della società italiana in sofferenza rispetto a fenomeni economici critici, collettivi o individuali che fossero. Gli alibi del debito pubblico e dei vincoli di bilancio non riescono più a coprire la debolezza dell’azione politica nel contrasto alla povertà e all’impoverimento, aspetti questi che vanno ben oltre i quattro o gli otto milioni di poveri assoluti o relativi di cui si discute e ci si scandalizza.

Il nodo inestricabile delle responsabilità fra livello europeo, nazionale e locale ha occupato spazio e tempo dell’opinione pubblica senza, ad esempio, che si fosse giunti a soluzioni condivise sui meccanismi di integrazione del reddito o di sostituzione all’assenza di reddito. Abbiamo in pratica assistito a un profondo processo di de-istituzionalizzazione che ha interessato molti ambiti della vita lavorativa e sociale, senza che si fosse, nello stesso tempo, avviato un processo di re-istituzionalizzazione, senza creare nuovi strumenti di inclusione da opporre a fenomeni nuovi o a condizioni che si andavano consolidando nel tempo (ce ne sono molti: dalla denatalità alla bassa partecipazione al lavoro delle donne, dalla digitalizzazione e automazione delle attività lavorative all’inadeguatezza dei processi formativi, dalla mancata adozione di processi produttivi a basso utilizzo di energia alla devastazione dei beni comuni e all’abbandono dei territori esposti al dissesto idrogeologico).

È l’impoverimento – sociale, collettivo, istituzionale – il fenomeno di lungo periodo più importante su cui lavorare da oggi e per i prossimi anni: un’ipoteca accesa sulla testa delle prossime generazioni che qualche punto percentuale in più di pil all’anno da solo non riuscirà a risolvere.

1.Si fa riferimento all’incidenza della povertà assoluta, data dal rapporto fra il numero di famiglie con una spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti. Per soglia di povertà assoluta si intende la spesa minima necessaria per acquisire i beni e i servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza. Il paniere di povertà assoluta rappresenta l’insieme dei beni e dei servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile (Glossario Istat in La povertà in Italia – anno 2016).

2.La stima dell’incidenza della povertà relativa, data dal rapporto fra famiglie povere e totale delle famiglie, è calcolata sulla base di una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. Ad esempio, la soglia convenzionale per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile pro capite nel Paese, che nel 2016 è risultata di 1.061,50 euro. Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore sono classificate come povere. Per famiglie con un numero di componenti diverso è assegnata un valore diverso, opportunamente individuato attraverso una scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti (Glossario Istat in La povertà in Italia – anno 2016). Le stime della povertà assoluta e della povertà relativa sono realizzate in base a definizioni e metodologie diverse: per questo motivo le dimensioni ottenute (numero di famiglie e numero di persone povere in termini assoluti e relativi) non possono essere sommati.

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In casa

Sgomberi estivi. Roma

di Sara Nunzi

illustrazione di Roberto Innocenti

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Lo sgambetto che Roma e le sue istituzioni hanno teso agli 800 rifugiati che abitavano nel palazzo di piazza Indipendenza è ormai tristemente noto, la caduta è stata violenta e rumorosa, l’atterraggio, che non è stato attutito da nulla, si è trasformato nello schianto di 800 persone in caduta libera verso il basso. L’analisi delle forze in gioco che avrebbero potuto attenuare questa caduta è facile da compiere: le istituzioni latitano o sono in vacanza, non hanno interesse alcuno nell’agire.

Il palazzo di piazza Indipendenza, abitato da 800 persone, che da anni si autogestivano in maniera ottima ed erano assolutamente integrati all’interno del quartiere, è stato sgomberato all’alba del 19 agosto. Centinaia di agenti in tenuta antisommossa si sono calati dall’alto, rompendo finestre e porte e hanno fatto irruzione in quello che forse pensavano essere un fortino inespugnabile. Probabilmente sarebbero bastati meno agenti, meno violenza, meno tattica spicciola. Ma siamo a Roma e a Roma “famo come ce pare”. Abbiamo fatto come ci pareva anche all’alba del 24 agosto quando, dopo cinque giorni di materassi per terra e valigie usate come cuscini, si è deciso di “sgomberare gli sgomberati” anche dai fatiscenti giardinetti al centro della piazza, e sempre perché ce pareva così, abbiamo cacciato dallo stabile anche le donne incinte, i bimbi, e gli invalidi. Gli idranti hanno schiaffeggiato violentemente tutti i presenti, le camionette, gli scudi, i manganelli, e i caschi hanno invaso una piazza dormiente.

In casa

Sgomberi estivi. Milano

di Lorenzo Velotti

Chemis

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Il Laboratorio universitario metropolitano (LUMe), formatosi nell’aprile 2015 a Milano, può essere considerata un’esperienza unica nel panorama della politica studentesca italiana. Per quanto nato con un’occupazione e ideologicamente collocato a sinistra, LUMe ha poco a che fare con la classica nozione di centro sociale della tradizione antagonista, in quanto fonda la sua esistenza sull’arte e sulla cultura ancor prima che sulla politica. In altre parole, viene messa a disposizione di studenti e lavoratori una possibilità di creazione e fruizione collettiva della cultura e dell’arte, ancor prima di richiedere un impegno o una coscienza politica. Per il tipico studente universitario contemporaneo disinteressato è normalmente difficile entrare in contatto con uno spazio sociale e con la politica studentesca. Di questi tempi, che un giovane universitario che mai si è interessato alla politica entri in un centro sociale, si interessi veramente alle attività che vi si svolgono, partecipi a un’assemblea, faccia parte di un collettivo e si formi una coscienza critica sul mondo, è un processo piuttosto insolito. Questo studente vede il famigerato centro sociale con gli occhi dei media mainstream ed è difficile che, non avendoci avuto niente a che fare prima, possa avere il coraggio e l’interesse di capire veramente di cosa si tratti. Anche perché, ammettiamolo, il centro sociale classico non ha normalmente molto tatto con questo tipo di studente: non è infatti un volantino né una serata reggae ad avvicinare uno studente apatico che, in fin dei conti, è disprezzato dal centro sociale stesso, in parte a ragione e in parte no. È in questo che LUMe compie una delle innovazioni più rilevanti, proponendo allo studente medio disinteressato (certo, che abbia una qualche inclinazione o interesse artistico) la possibilità, ovvero lo spazio umano e fisico, di creare e di fruire della creatività altrui collettivamente. LUMe dà la possibilità di mettere la propria arte a confronto con quella di altri studenti, di dibatterla e di presentarla a un pubblico, gestendone insieme e sostenibilmente la produzione e l’organizzazione. Queste pratiche collaborative stimolano lo spirito critico e la crescita interpersonale dello studente medio disinteressato, che scopre così quanto tutte queste attività facciano parte della politica, e che questa politica non sia necessariamente qualcosa di lontano, o estremo, o corrotto, ma che sia anche e soprattutto l’affascinante arte del vivere insieme. E a questo punto lo studente non avrà paura, avendo partecipato alle numerose assemblee per l’organizzazione del concerto, lo spettacolo o la mostra, di passare alla stanza accanto e interessarsi al problema del rapporto tra la politica istituzionale e l’arte, della gestione manageriale della cultura, dei pochi fondi all’istruzione, eccetera. E da lì, forse, potrà spingersi a interessarsi al problema del razzismo nei confronti dei migranti, o all’inuguaglianza globale, e così via, entrando in un circolo virtuoso che lega la cultura alla politica, usando la prima come un trampolino di lancio per la seconda. Una volta che la politica acquisisce la dovuta importanza nella mente del giovane artista, anche la sua arte si carica di una coscienza politica nuova, rendendo ancor più virtuoso l’intreccio tra le due e rivelando la loro fondamentale importanza reciproca. Ciò che si verifica è dunque una produzione di valore, tanto culturale quanto politico, attraverso la cooperazione artistica.

In casa

Sgomberi estivi. Bologna

di Luca Lambertini

Cinderella di Herr Nilsson

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“Perché costruire nuove Disneyland quando disponi di una caterva di vere città viventi che aspettano (anzi chiedono disperatamente) di diventare parchi a tema, con il semplice mummificarsi e quindi svuotarsi?” Partire da questa domanda retorica che Marco D’Eramo pone nel suo ultimo importante libro (Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo (Feltrinelli) può essere utile per cercare di contestualizzare, almeno parzialmente, l’escalation di violenta repressione che nel giro di un paio d’anni ha ormai fatto piazza pulita di ogni esperienza di autogestione rimasta a Bologna. Dall’autunno 2015 (anche se importanti episodi si erano avuti già precedentemente) lo spettacolo delle decine di camionette blindate con al seguito ampi schieramenti di agenti in tenuta anti sommossa, che si presentano all’alba fuori dagli edifici occupati, militarizzando aree cittadine più o meno ampie, sbattendo in strada gli occupanti e le loro povere masserizie è andato in scena con una frequenza impressionante. Dal 9 ottobre 2015, quando venne sgomberato lo storico centro sociale Atlantide da un edificio comunale (per il quale hanno avuto per anni una regolare concessione) fino alla drammatica giornata di martedì 8 agosto 2017 in cui sono stati chiusi dai reparti della celere Crash e Labas, due tra i più grandi e longevi centri sociali cittadini, si contano almeno una quindicina di sgomberi. Vista la ciclicità e regolarità della cosa una laconica battuta che gira tra i militanti e simpatizzanti che si ritrovano ad assistere impotenti alla scena è “ci vediamo al prossimo sgombero!”.Si tratta di sgomberi la cui violenza colpisce realtà molto variegate: caseggiati popolari, piccoli circoli Arci, collettivi universitari, occupazioni abitative. Si tratta di spazi che, con modalità molto diverse e variamente efficaci, stavano tentando di sperimentare forme nuove di auto organizzazione per rispondere a esigenze sociali ed economiche (l’emergenza abitativa a Bologna è una questione di enorme gravità a cui le istituzioni faticano a rispondere in modo efficace) oppure a esigenze di socialità svincolate da logiche commerciali che, in una città con 40mila studenti fuori sede è anche una esigenza forte. Ovviamente nessuno di questi luoghi rappresentava in alcun modo una minaccia in termini di ordine pubblico, anzi molte di queste realtà cercavano e spesso riuscivano a instaurare un dialogo con il territorio in cui si trovavano, a integrarsi, a volte perfino a rispondere a dei bisogni di quel territorio stesso. In particolare Labas, l’ultimo sgomberato, da questo punto di vista aveva fatto un grande lavoro.

In casa

Cittadinanza: dei diritti e delle pene

di Grazia Naletto

illustrazione di Simone Massi

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Diritti o privilegi, eguaglianza o discriminazione, accoglienza o rifiuto, convivenza o segregazione, inclusione o esclusione, solidarietà o competizione: in questo momento così difficile della storia del nostro paese e del mondo, siamo chiamati a scegliere tra due modelli di società diversi.
Vi è il sistema sociale vorace e onnivoro, fondato sulla protezione dei privilegi delle minoranze che stanno al potere, grazie allo sfruttamento, all’impoverimento, alla frantumazione della maggioranza della popolazione. Questo modello sociale legittima l’esistenza e l’allargamento delle diseguaglianze e plasma il sistema di relazioni sociali con l’egoismo, l’individualismo e la competizione; contrappone le une alle altre le diverse forme di insoddisfazione, di disagio e di esclusione sociale; ci condanna a una solitudine incattivita e rancorosa e ci induce a cercare tra i nostri pari il bersaglio contro il quale scagliarci, anziché a pretendere di cambiare le scelte di coloro che hanno il potere di decidere sulle nostre vite.
Chi promuove questo modello di società, propone, tra l’altro, di identificare i cittadini con i nazionali e di privilegiare il diritto di sangue (ius sanguinis) al diritto di suolo (ius soli); rievoca le forme più regressive di nazionalismo erigendo nuovi muri culturali e materiali; stigmatizza e intende “spazzare via” dalla società visibile tutti coloro che per qualsiasi motivo adottano (o si presume adottino) comportamenti difformi da quelli stabiliti, colpendo in primo luogo coloro che sono nati altrove. Questo modello di società è oggi egemone nell’immaginario collettivo sebbene, millantando il rafforzamento della nostra sicurezza, alimenti in realtà una diffusa e profonda insicurezza sociale.
C’è poi una parte della società che già oggi sperimenta quotidianamente nelle scuole, nei quartieri e nei luoghi di lavoro la solidarietà e la convivenza pacifica, riconoscendo come una priorità la garanzia dei diritti umani per tutte le persone che risiedono sulla terra, ovunque si trovino. Questa parte della società intreccia relazioni di parità e di eguaglianza, di dialogo e di reciproca contaminazione; non ha paura del confronto (e neanche del conflitto) tra idee, opinioni politiche, fedi, stili di vita e comportamenti sociali diversi perché ne riconosce la pari dignità. Vi pone come unico confine il rispetto di ogni essere umano. Non abbassa la testa di fronte alle ingiustizie sociali, non si accanisce sul proprio vicino, ma orienta la sua protesta nella direzione giusta. Questa parte della società è oggi frammentata, disorientata, disorganizzata e poco rappresentata nelle sedi del potere. In questo contesto si colloca e assume un grande significato culturale, sociale e simbolico la discussione del testo di riforma della legge sulla cittadinanza di cui si attende da cinque anni (in realtà almeno dalla fine degli anni Novanta) la definitiva approvazione.