In casa

Perché occupare una fabbrica

di Gigi Malabarba, a cura di Mimmo Perrotta

illustrazione di Frans Masereel

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Perché occupare una fabbrica?
Anzitutto per un bisogno: recuperare un lavoro e un reddito. La cosa più facile per qualcuno che da quella fabbrica è stato espulso è quella di riprendersi in mano quel mezzo di produzione per riuscire a ricostruirsi una vita lavorativa e un reddito. Così è stato per la Rimaflow e potrebbe essere possibile per tante altre realtà in cui finisce l’attività lavorativa da parte del padrone, per ragioni diverse. La nostra non era una fabbrica che non funzionava: la Maflow produceva impianti di aria condizionata per automobili, aveva delle commesse molto importanti di Bmw, che non ha mai avuto un giorno di crisi in Europa. Poi però si sono messe a carico dell’attività industriale le operazioni finanziarie di un gruppo. Anche se le ragioni possono essere diverse per la chiusura di una fabbrica, la questione è che i lavoratori non lascino quel luogo. Un luogo che conoscono e che hanno contribuito ovviamente a rendere profittevole per il padrone; a un certo punto la riappropriazione diventa una cosa molto a portata di mano.

In casa

Il robot come incubo

di Rinaldo Gianola

illustrazione di Moebius

 

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Dopo aver vissuto negli ultimi dieci anni la crisi economica più profonda del dopoguerra, il mondo sembra avviato a una lenta e discontinua fase di crescita. Ma non possiamo nemmeno tirare il fiato che già un’altra minaccia si affaccia all’orizzonte e promette di distruggere milioni di posti di lavoro, in nome di un inarrestabile progresso tecnologico. Il robot, ecco qual è il nuovo incubo. Il robot entra nelle fabbriche, negli uffici, nella catena della logistica, impacchetta i beni che compriamo online, risponde automaticamente al centralino, ma c’è anche chi immagina e sperimenta di usarlo per i lavori di cura, per sostituire infermieri e badanti. Il robot si sostituisce all’operaio, relega il lavoratore a un ruolo secondario nei processi produttivi. Il robot conviene: non si stanca, non si ammala, non protesta, non sciopera. Se c’è bisogno produce di più, altrimenti rallenta, si ferma. E non chiede la cassa integrazione o l’indennità di disoccupazione, non vuole dividendi o tredicesime. Niente, lavora e basta.

In casa

Le nuove lotte

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Moebius

 

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Il lavoro sembra scomparso non solo dalle vite dei giovani (e talora meno giovani) italiani ma dalla cultura, dall’economia politica, oltre che dal mondo. L’economia, dopo aver assunto il lavoro come tema fondamentale, sembra averlo dimenticato; sembra diventata, negli scritti di molti economisti e giornalisti, la scienza della ricchezza dei ricchi, che si occupa di soldi e di modelli econometrici, non di bisogni, produzione e consumo. Perché il lavoro e i lavoratori sembrino scomparsi – nei vecchi paesi industriali – è ben noto. In parte si tratta di spostamenti, di trasferimenti di attività, dai paesi del centro alla periferia, dall’Europa occidentale a quella orientale e alla Cina, dal Nord al Sud del mondo. In parte si tratta di sostituzione del lavoro regolare, con contratto, retribuzione regolare, e regolare rilevazione statistica, con quello irregolare, senza contratto e senza diritti, anche nei vecchi paesi industriali, ma soprattutto altrove. Basti pensare, anche in Italia, alle condizioni dei braccianti, immigrati e non, in agricoltura; ai piccoli esercizi commerciali, ai bar, alle trattorie; alle funzioni di intermediazione; agli incerti confini del volontariato. Oggi economisti e commentatori parlano soprattutto di redditi (anche per discutere di reddito di cittadinanza), di costo e produttività (del lavoro), di pil. Distinguono di rado tra rendite, profitti e salari, mentre questa distinzione è fondamentale per capire una società. Possono vivere di rendita i proprietari, quelli che, come scriveva Cesare Pavese, e si può dire oggi in metafora, possono “vivere del grasso della terra, e le mani tenersele dietro la schiena”. Possono vivere di profitti i proprietari che mettono i loro soldi in attività produttive o nella finanza, o che investono a credito, se gli va bene. I non proprietari e quelli che non hanno credito, la maggior parte degli uomini, devono lavorare per vivere.

In casa

Com’è cambiato il lavoro operaio

di Gad Lerner

 

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Se dovessi indicare un nuovo cuore pulsante del sistema capitalistico – in un revival di ideologia operaista, essendo assai dubbio che il capitalismo abbia un cuore – che prenda in Italia il posto occupato per almeno mezzo secolo dallo stabilimento Fiat Mirafiori di Torino, non avrei dubbi: quel titolo spetta al magazzino Amazon di Castel San Giovanni, posto strategicamente sugli snodi autostradali fra la provincia di Piacenza e quella di Pavia. Non importa che a pieno regime Mirafiori fosse giunta a impiegare quasi settantamila operai – fu la fabbrica più grande d’Europa – mentre sotto Natale l’Amazon padana raggiunga al massimo quota tremila, tra facchini e imbustatori (ma senza contare i camionisti che si affollano ai suoi bordi). Importa constatare come la logistica abbia sopravanzato la produzione nella accumulazione della ricchezza. Conta di più immagazzinare, smistare e distribuire velocemente le merci, che non fabbricarle. E in attesa del giorno in cui risulterà più conveniente anche lì dentro il robot al posto dell’umano, i dipendenti continueranno a usurarsi nel giro di pochi anni, perché la loro schiena non è di acciaio.

In casa

Dall’Eritrea e da altrove

di Mussie Zerai, a cura di Antonella Soldo

 

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Da un barcone in mezzo al mare o dal fondo di una prigione sotto terra, in Sinai, dall’interno di un camion guidato da trafficanti in Sudan, o dalle coste della Libia: in tutti questi anni, sono migliaia i migranti che hanno telefonato a padre Mussie Zerai, per chiedergli aiuto quando ogni altra possibilità era negata. Il suo numero rappresenta tutt’ora l’ultima speranza di salvezza per moltissime persone che dall’Africa subsahariana tentano di raggiungere l’Europa e che rimangono ostaggio di terroristi o rischiano la vita in mare. Don Zerai, con l’agenzia Habeshia, di cui è presidente, fa tutto quello che può: avvisa la Guardia costiera se un’imbarcazione si trova in difficoltà; supporta le famiglie nei ricongiungimenti; sollecita le autorità e le istituzioni sui casi umanitari più gravi. Insomma, è uno degli uomini che conosce più a fondo il fenomeno delle migrazioni, le situazioni dei paesi di provenienza dei profughi, le variazioni delle rotte e gli ostacoli lungo tutti i percorsi.

Padre Zerai, dopo gli accordi del nostro governo con la Libia – accordi il cui contenuto ad oggi non è noto neppure al parlamento – gli sbarchi dei migranti sono diminuiti. Sembrerebbe che il ministro Minniti abbia finalmente trovato la soluzione che il nostro paese e l’Europa cercavano da tempo… Eppure le cose non stanno proprio così. Che cosa sta accadendo ora in Libia?
Gli accordi che l’Italia ha fatto con la Libia, o meglio con le varie “Libie” (con le tribù del sud, con il generale Kalifa Haftar, e con il governo di Tripoli di Fayez Serraj) sono l’ultimo atto di una strategia – avviata già con il processo di Khartoum – per la creazione di barriere di trattenimento del flusso di migranti e profughi. Da quello che sappiamo, oggi in questo territorio ci sono almeno cinquanta centri di detenzione: si parla di oltre un milione di persone bloccate nel paese. Alcuni sono arrivati lì per cercare lavoro, quando ancora la situazione del paese non era precipitata. Altri erano di passaggio, nel tentativo di raggiungere l’Europa, in fuga da guerre o carestie. Di fatto l’Italia non ha stipulato accordi con un governo che controlla il territorio, ma con milizie e capi tribù: gli stessi che hanno usato il traffico di esseri umani come business principale. Che cosa dobbiamo aspettarci? Non ci si è preoccupati della dignità delle persone in fuga e del loro bisogno di protezione. In questo blocco sono finiti uomini, donne e bambini che ci raccontano di abusi e violenze e di schiavitù: venduti per essere usati nell’edilizia o in altri settori. Il 77% dei minori non accompagnati, se arriva in Europa, vi giunge portandosi dietro traumi psicologici e segni visibili sul corpo delle violenze a cui sono sopravvissuti: cicatrici, fratture e percosse che spesso li rendono disabili. Non abbiamo fatto nulla per impedire che ciò accadesse a dei minori.