In casa

Fare il sindaco a Riace

di Domenico Lucano

incontro con Maurizio Braucci e Ciro Minichini

Foto: Soledad Amarilla

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Abbiamo incontrato il sindaco di Riace Domenico Lucano, ad agosto, quando aveva appena interrotto lo sciopero della fame iniziato per protestare contro il mancato trasferimento dei fondi pubblici al servizio Sprar (Sistema di servizio protezione per richiedenti asilo e rifugiati) del comune calabrese. Grazie a essi e alla sensibilità del suo sindaco, dal 2004 Riace ha realizzato un’esperienza di accoglienza che avrebbe l’efficacia e la semplicità per fare da modello in tante parti d’Italia, invece da circa un anno sta subendo l’ostilità da parte del ministero dell’Interno prima retto dal democratico Marco Minniti e poi dal leghista Matteo Salvini. Al Comune di Riace sono state contestate irregolarità nel modo in cui è stato gestito lo Sprar, con motivazioni chiaramente pretestuose. Così si prova a bloccare un processo in cui l’arrivo di persone da altri Paesi è un espediente per trasformare in meglio la vita dei locali. Ma, mentre divampano le polemiche sulla presunta invasione di migranti in Italia, il modello Riace e il suo sindaco ottengono grande visibilità e supporto a livello internazionale e forse proprio questo ha infastidito i due ministri competenti e le loro politiche.

Quando siamo arrivati, sebbene il contenzioso con il Viminale fosse ancora aperto, Lucano aveva interrotto lo sciopero della fame perché alcune delle donne africane che digiunavano insieme a lui avevano avvertito dei malori. Intanto, proprio in quei giorni, la rete dei Comuni italiani Recosol aveva attivato una raccolta fondi per finanziare il servizio di accoglienza di Riace, malgrado il sindaco continuasse a rivendicare prioritariamente i fondi a lui dovuti per legge dallo Stato. Domenico Lucano ci ha parlato della dialettica tra visioni ideali e possibilità materiali, di un’economia in cui comunità e ambiente sono pezzi di uno stesso sistema, di una politica che può ravvivare le coscienze o ammorbarle.

 

Parlaci di questa esperienza di Riace.

È importante tenere presente in che territorio ci troviamo. Perché questa storia di Riace, questa esperienza di accoglienza si svolge dentro la terra di Calabria, nella Locride, che io conosco bene. Del resto io ho sempre vissuto in Calabria, tranne che per una decina di anni. La mia famiglia è riacese, piena di emigranti. Abbiamo moltissimi parenti a Buenos Aires e negli Stati Uniti. Sono sindaco da quindici anni. E non ho fatto il sindaco solo negli uffici comunali, ma l’ho fatto anche in maniera molto partecipata, costruendo relazioni umane, sociali. Quindi arrivando a un profondo livello di conoscenza del territorio. Oggi mi chiedo perché sono stato portato al centro dell’attenzione, tanto che questa storia ha avuto dei risvolti giudiziari, anche se ancora non mi dicono chiaramente di cosa mi accusano. Mi contestano alcuni reati di natura penale, ma non è che si capisca molto bene qual è il punto. Io penso di poter dare delle risposte, ma finora ho evitato di farlo, per non creare pretesti per un certo modo di fare politica.

 

Il motivo è sempre lo Sprar?

Ma non è solo per quello. Come ti stavo dicendo, in questi anni ho imparato tante cose. Ho cercato di dare, mosso dalla passione politica, ma ovviamente ho anche imparato molto. Non serve a niente parlare male delle persone. Questa è una cosa che non faccio mai, nemmeno con gli avversari politici. Non l’ho fatto neanche in quest’ultimo periodo. Anche qui a Riace c’è il partito della Lega, di Salvini. E devo dire che è esasperante, loro esasperano questo clima di odio. La Riace del mio primo mandato è cambiata, oggi è diversa. Vedo che anche a Riace si sentono gli effetti di tutto quello che sta succedendo nel resto d’Italia. Del resto, il sistema mediatico determina, influenza, costruisce la società.

In casa

La verità del paesaggio: il caso di Sassari

di Salvatore Mannuzzu

foto di Oleg Magni

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

 

Bello o brutto? Più invecchio, più sento marginali (o quasi, comunque poco interessanti) queste categorie – secondo la nozione che comunemente se ne ha. Al centro invece ne metto altre: quelle del vero e del falso. Sicché, nello specifico, la tutela del paesaggio (sostantivo costituzionale cui i reazionari irridono, ma che invece resta appropriato) a me sembra prima di tutto difesa della sua verità; vale a dire della sua anima. Ciò che si perde – ciò che abbiamo perduto e continuamente perdiamo, nella lunga e vana storia del logorio del mondo – è verità e anima: nostra verità, anima nostra. Vita umana.

È pure evidente che tutto questo – vita, anima e verità: qui, in una parola, la verità del paesaggio – ha radici sommerse nel passato. E nel difenderlo è anche il passato che in qualche modo si difende. Cerchiamo allora di farlo con le adeguate cautele: senza indulgenze, senza nostalgie. E non dimenticando un monito che viene dal più citato, e meno praticato, Walter Benjamin (quello delle Tesi di filosofia della storia): nessuna storia si può raccontare, a nessuna storia si può tornare, senza l’Angelo della Storia; l’Angelus Novus che “sembra allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo”. La lezione, memorabile come poche, è la seguente: “Tutto il patrimonio culturale che [si] abbraccia con lo sguardo ha immancabilmente un’origine a cui non [si] può pensare senza orrore”.

Quindi, se nostalgia e rimpianto sono inevitabili, almeno li si mischi all’orrore.

Con questo viatico, con queste contraddizioni – il valore della verità e il giusto orrore, senza licenza d’uccidere – passo a svolgere il tema da me scelto per uno degli “esercizi spirituali” che sono andato scrivendo i questi mesi. Passo a svolgerlo, preghiera di pazienza, alle mie condizioni: trattandosi – fra l’altro – della mia città. Sì, intendo proporre il caso d’una intera città, Sassari.

E subito mi riesce utile una citazione che Benjamin fa di Gustave Flaubert: “Peu de gens devineront combien il a fallu être triste pour ressusciter Carthage”. A quale livello di tristezza bisogna essere scesi per risuscitare (con qualche chiacchiera) Sassari? In ogni caso, sono proprio questi due i punti del breve discorso che seguirà: l’insoluto debito di tristezza da cui parlando di cose simili ci si sente gravati, irrimediabilmente; e la non meno vincolante domanda: si può davvero risuscitare Sassari?

Punto primo. Forse mi spetta di diritto la tristezza d’una tale testimonianza – l’acedia, dice Flaubert, “che dispera d’impadronirsi dell’immagine autentica” delle cose (e che, secondo i teologi del Medioevo, è il fondamento ultimo d’ogni desolazione).

In casa

Terra di zombies

di Oreste Pivetta

 

Qualche decennio fa, quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni, molti intellettuali italiani minacciarono la fuga all’estero. Qualcuno, di più solido prestigio e con maggior disponibilità, realizzò il proprio proposito, comprando casa a Parigi. Altri si limitarono a disertare le case editrici, che figuravano in vario modo nel patrimonio berlusconiano. Molti rientrarono nei ranghi. Alcuni ancora si accomodarono, perché bisogna pur campare, tra le reti pubbliche e private sotto il controllo del medesimo Berlusconi.

Stavolta, di fronte al governo leghista-cinquestelle, nazionalsocialista sovranista populista peronista, il silenzio è stato totale, forse perché non ci sono più gli intellettuali di una volta o forse perché non esistono più o quasi gli intellettuali, quei pochi rimasti ridotti in trincee ai margini, trascurate anche dal nemico. Per lo più, ascoltando le dichiarazioni di vittoria del duo Salvini-Di Maio, si sono scansati, equidistanti e lungimiranti: “Hanno vinto, hanno diritto di governare, mettiamoli alla prova”. Senza neppure rendersi conto che Lega e Cinquestelle non hanno neppure vinto, hanno solo raccolto una manciata di voti da un elettorato già eroso vistosamente dall’astensionismo e prima ancora dall’assenteismo. Si attendono gli sviluppi, in vista di una eventuale ricollocazione. Alla Rai ci sono sempre tanti posti (per inciso, il primo è stato assegnato a Elisa Isoardi, fidanzata di Salvini, investita dell’alto incarico di sostituire Antonella Clerici in una trasmissione di cuochi in onda su Raiuno sul far del mezzogiorno).

In casa

Le armi bresciane: servire “a casa” il dominio globale

di Carlo Tombola

illustrazione di Franco Matticchio

Della stretta connessione con il potere politico l’industria degli armamenti ha un bisogno vitale. Questo vale anche per la storica specializzazione bresciana nella fabbricazione di armi leggere, e tanto più per le attività produttive legate ai grandi sistemi d’arma che si sono insediate attorno a Brescia. E vale reciprocamente, perché le scelte governative in campo militare ingrossano i fatturati delle aziende, e per sostenere le aziende del “sistema difesa” italiano i governi intessono relazioni internazionali ad alto livello con possibili compratori esteri, spesso anch’essi governativi. Tutto ebbe origine da una vocazione industriale – la fabbricazione di armi da fuoco – innestata sul vecchio tronco della siderurgia prealpina e poi sviluppata grazie all’abilità degli operai meccanici delle valli bresciane e al sostegno degli ordinativi pubblici per le forze armate. Ne è uscito un piccolo distretto manifatturiero specializzato in fucili e pistole, localizzato tra Brescia e la bassa Val Trompia, con un’ottima propensione all’export, ma che dopo gli anni novanta si è ristrutturato e concentrato attorno al gruppo Beretta, l’unico ad avere una dimensione medio-grande. Tuttavia, oggi il radicamento di Beretta nel territorio ha ragioni “culturali” (in senso lato) piuttosto che di opportunità economica. Nel complesso, iI profilo del gruppo è fortemente internazionalizzato, multinazionale. Su un giro d’affari consolidato vicino ai 700 milioni di euro, nell’esercizio 2016 il 56% è stato conseguito sul mercato nordamericano, il 6% in Italia, il 25% in Europa, il 13,4% nel resto del mondo. Alla holding fanno capo ventinove aziende, otto negli Stati Uniti, quattro in Italia, undici in Europa, le rimanenti in Russia, Turchia, Cina, Australia e Nuova Zelanda, con circa tremila dipendenti complessivi. La cassaforte del gruppo Upifra s.a. ha sede in Lussemburgo ed è totalmente nelle mani della famiglia Gussalli Beretta. A Gardone Val Trompia restano la gestione del gruppo, la ricerca e sviluppo e il principale sito produttivo, in tutto 825 dipendenti di cui 580 operai, dalle mani e dalle competenze dei quali dipende gran parte della qualità delle armi Beretta: non a caso si tratta di maestranze e tecnici con età media piuttosto alta (circa 46 anni) e lunga anzianità aziendale (19 anni). Gran parte dell’attivismo finanziario di Beretta si è concentrato negli ultimi lustri nella diversificazione industriale e commerciale, prima nel settore dell’abbigliamento sportivo, poi in quello delle ottiche, ma i risultati hanno confortato gli sforzi solo sul medio periodo, quando il catalogo si è maggiormente orientato verso il militare (abbigliamento per corpi speciali, opto-elettronica, visione notturna, progetto “Soldato Futuro”). In un comunicato ufficiale, la direzione del gruppo stima che il 30% del fatturato si debba oggi all’opto-elettronica e al comparto difesa-law enforcement.

In casa

Gli italiani emigrano ancora

di Mimmo Perrotta

illustrazione di Armin Greder

 

Negli ultimi anni, il dibattito pubblico italiano in materia di migrazioni internazionali si è concentrato ossessivamente sulla questione della “crisi dei rifugiati” e la domanda principale di molti politici e opinion leader è stata “come impedire ai migranti di arrivare in Italia”. In misura minore, tema di dibattito è stato rappresentato dalla legge sullo ius soli e dalla cittadinanza italiana per i figli dei migranti. Anche in questo caso, le posizioni anti-immigrati hanno prevalso. Quasi completamente assente dal dibattito pubblico è stata ed è invece la questione della nuova emigrazione italiana, cresciuta in maniera importante negli anni della grande crisi economica e della recessione. Tra il 2008 e il 2017, in dieci anni, secondo l’Istat sono partite dall’Italia più di un milione e centomila persone, di cui 735mila cittadini italiani, con un saldo migratorio negativo (al netto cioè dei ritorni) di circa 415mila persone di cittadinanza italiana. Se nel 2008 partirono poco meno di 40mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 7.500 persone, questa cifra è cresciuta costantemente fino al 2016, quando sono partiti quasi 115mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 76mila individui. Nel 2017 c’è una leggera inversione di tendenza, ma il saldo negativo è ancora attorno alle 70mila unità. E, secondo altre fonti, il numero di partenze reali potrebbe essere molto più alto.