In casa

Il popolo e i populismi

di Gianfranco Bettin

illustrazione di Daniel Clowes

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

I populisti, certo: insidia, pericolo per le inquiete imperfette inique democrazie europee, e non solo. Ma: e il popolo? Che ne è? È ancora capace di farsi abbindolare, entusiasta, dall’abile e torvo pagliaccio che proclama l’Impero da un balcone? Di accettare le infami leggi razziali e di farsi trascinare, plaudente, nella catastrofe della guerra? E poi di votare chi promette l’altra scarpa? I candidati della cosca, i ras delle clientele? Il tycoon che spaccia sogni e promesse? O rappresenta invece, a saperlo prendere per il verso giusto, a lasciargli spazio, l’alternativa, l’antidoto a tutto questo? Che cos’è, cos’è diventato il “popolo”?

Il suo disagio, certo, come non avvertirlo? E come non vedere le ingiustizie e la corruzione delle democrazie senescenti che provocano indignazione, rabbia? Tutto vero. Come l’incapacità dei partiti storici e già “di massa”, soprattutto quelli di sinistra, di capire le condizioni reali, di cogliere angustie e bisogni dei “forgotten men” (and women) e di dar loro risposta sul piano programmatico, o anche solo sul piano di una affidabile rappresentanza.

Tutto verissimo. Vero anche che la liquefazione e lo snaturamento di quella sinistra ha lasciato scoperte ampie zone di dolore e solitudine sociale, nelle quali l’iniziativa dei cosiddetti “populisti” trova campo libero.

Tutto chiaro, allora? La crisi produce disagio, sofferenza; i vecchi interpreti del “popolo” ne hanno perso i contatti (cercano di più i voti delle aree centrali delle città e della società, perché le ritengono decisive, oltre che per una maturata e forse irreversibile affinità culturale e politica), e perciò quel “popolo” (le periferie, le categorie di massa, i lavoratori salariati e precari, i disoccupati e senza speranza sociale) sceglie gli “antisistema” e soprattutto chi gli va incontro. Letteralmente, e storicamente, i populisti sarebbero proprio questo. E qui, però, cominciano i distinguo. Questa famosa “andata verso il popolo”, dei populisti attuali (poniamo, in Italia, la Lega e le destre estreme, sempre più simili, lo stesso Berlusconi, o, con tratti diversi, i 5 Stelle), è davvero in corso?

Non risulta, in realtà. L’abbandono politico delle periferie urbane e sociali è un dato di fatto in molte realtà del paese (e dell’Europa), ma coloro i quali vengono rappresentati come “populisti” se ne occupano davvero? Cioè, hanno programmi in grado di affrontare seriamente la questione del lavoro e del reddito, delle condizioni sociali e urbane in cui vive questa parte della popolazione, di inserire queste specifiche risposte concrete in un’idea di città e di paese, di Europa quindi, e di mondo, adeguata? Rappresentano questo, al di là del rumore e del furore? O non fanno che echeggiare quella “favola” che sarebbe la vita secondo Macbeth, “piena di rumore e di furore ma senza senso alcuno, narrata da un idiota”?

In realtà, l’insieme dell’attività dei cosiddetti “populisti” sembra più orientato a ottenere con qualunque mezzo semplicemente il consenso del “popolo”, a manipolarne gli orientamenti, aizzarne gli umori, deviarne le reazioni verso bersagli utili alle proprie imprese politiche.

Di cosa parliamo, allora, quando parliamo di “populisti”? Commentando il classico saggio di Franco Venturi sul populismo russo, Isaiah Berlin (Il riccio e la volpe, Adelphi) sottolinea il carattere certo ingenuo e a volte ambivalente di quel movimento, ma ne salva le premesse etiche, le istanze socialisteggianti e libertarie e, in certi leader e pensatori del movimento, come Cernysevskij, Lavrov, Michajlkosvskij, le aperture e le visioni lungimiranti. Dove trovare qualcosa del genere nei populisti d’oggi? Eppure così vengono etichettati, anche se di quei contenuti nulla conservano. Come ricorda ancora Berlin, lo stigma di “movimento reazionario” fu impresso ai populisti da quelli che, in certo modo, avevano comunque ispirato: i socialisti e i comunisti soprattutto, a cominciare da Lenin, vittorioso laddove essi erano stati sconfitti (ma Lenin non fu mai davvero sprezzante con i populisti, anzi): “ci si può domandare se sia lecita la disinvoltura con cui ancora oggi si sbarazzano del populismo sia gli storici comunisti sia quelli ‘borghesi’”, scrive Berlin.

Anche in Italia è avvenuto qualcosa del genere. La sedicente “scienza” della rivoluzione, di matrice marxista e leninista, ha bollato il populismo, oltre che come dilettantesco e ingenuo, come inefficace e ambiguo, salvo recuperarne le aperture e la sensibilità verso bisogni, linguaggi ed esperienze del “popolo” attraverso prima la ponderosa riflessione di Gramsci e poi con la pratica concreta, a suo modo politicamente geniale, di Togliatti e del suo “partito nuovo” (una precoce forma di “catch-all party”, di “partito pigliatutto” avrebbero poi detto i politologi, capace di compensare in questo modo l’interclassismo democristiano e la sua rete plasmata sull’insediamento capillare della Chiesa). Attirandosi così, il Pci, le critiche feroci dei più radicali, o presunti tali, avversari di sinistra (ancor più “scienziati della rivoluzione” dei comunisti ufficiali…), come l’Asor Rosa di Scrittori e popolo, (Savelli e poi Einaudi) demolitore (si fa per dire) di Gramsci e del PCI, di Carlo Levi e Pasolini eccetera, con l’operaio massa al posto degli operai e contadini russi e gli operaisti al posto dei soviet, o forse dei bolscevichi. Questo fino ai primissimi Settanta, prima che Asor Rosa diventasse più realista di quel re che aveva già considerato “revisionista” e semi populista oltre che grettamente “nazionalista”, prima di liquidare popolo e operai come entità divenute mera “massa”, senza più centralità né autonomia, esattamente come, nella pienezza del suo ambizioso entrismo nel partitone già detestato, si era sbarazzato della ribellione del ’77 con il rozzo schema delle “due società”.

In casa

Morte di un amico. Ricordo di Alessandro Leogrande

di Emiliano Morreale

 

È stata impressionante l’eco che ha avuto negli ambiti più diversi la morte di Alessandro Leogrande, come se tutti avessero percepito cosa significava la sua scomparsa, per la cultura e per l’intelligenza del nostro Paese. I primi giorni dopo la sua morte ho letto cose bellissime: per una specie di prodigio, chiunque scrivesse su di lui era come contagiato dalla sua sobrietà e dalla concretezza. Le cose che avrei voluto scrivere erano troppo personali e dolorose, poco importanti da comunicare agli altri; il dolore era troppo grande, per un amico che ho conosciuto vent’anni fa (abitavamo insieme appena arrivati a Roma, io appena laureato, lui addirittura matricola) e col quale ho vissuto alcuni pezzi di vita decisivi. Man mano che arrivavano i commenti, gli articoli, le reazioni, però, si facevano strada alcune considerazioni che mi sforzo di chiarire anzitutto a me stesso. E dopo e accanto alla sofferenza privata, si faceva strada una desolazione che raramente, in questi anni, è capitato di provare. Un senso di solitudine e di smarrimento, speculare alla statura della sua figura che ci appariva improvvisamente, inevitabilmente nel suo insieme.

Per noi (e con “noi” intendo anzitutto il gruppo che ruota intorno a questa rivista, e precedentemente a “Lo straniero”) era quasi scontato il confronto con Alessandro, il fatto che ci fosse, che le osservazioni più assennate e radicali insieme, quelle da cui partire, fossero le sue. Ma non ci eravamo resi conto che la sua figura avesse assunto, specie negli ultimi anni, un valore e un prestigio così vasti. È una cosa che ci ha commosso, inutile negarlo, e che però ci ha spinto a riflettere sul perché il suo lavoro si sia imposto in maniera così netta.

In casa

La fine di un certo cristianesimo

di Raniero La Valle

Giotto, Ingresso a Gerusalemme

Il professor Bettiolo ci ha offerto due letture che parlano di una fine del cristianesimo, almeno come noi lo conosciamo, attraverso due esempi che ci hanno portato l’uno negli Stati Uniti, l’altro in Francia: effettivamente ci sono racconti che si possono fare del cristianesimo, che sono racconti di una fine, di un esaurimento culturale, della fine di un mondo. Ma la domanda è: che cosa sta finendo? Sta finendo il cristianesimo o qualcos’altro? E il papa come si pone nei confronti di questa fine?

La mia analisi è che sta finendo una fase, ma non si tratta di quella che è cominciata negli anni Venti del Novecento, quando la Chiesa ha rinunciato a usare strutture cristiane per costruire la società cristiana, ma ha puntato su un’animazione cristiana della realtà temporale, attraverso cose come il partito cristiano, l’“apostolato dei laici”, le Università cattoliche e quant’altro, facendo propria la linea maritainiana che era poi quella di Montini. No, la fase che sta finendo non è questa, essa è cominciata ben prima, e coincide con l’età costantiniana della Chiesa, che si è andata svolgendo da quando si è dato avvio a un cristianesimo concepito come regime di cristianità. Quella che sta finendo è infatti la formula della religione intesa come un monoteismo che fonda un’unità politica, formula che passa per Costantino, Eusebio, Teodosio, arriva a Carlo Magno (la res publica christiana) e nell’ultimo millennio diventa la grande pretesa della Chiesa di essere lei la sovrana sulla terra, la sostituta di Dio, di essere lei quella che realizza l’unità tra regime politico, religione e fede: Questa è stata una cosa molto studiata, faccio solo una piccola citazione, da un saggio su L’idea di Europa, del filosofo novecentesco Edmund Husserl, che spiega come la modernità sia uscita da un tempo, il Medioevo, in cui si era costituita “un’unità di cultura gerarchica” tale per cui la scienza era normata dalla fede, e la Chiesa si poneva come “una comunità sacerdotale sovranazionale organizzata in modo imperialistico, quale portatrice dell’autorità divina e organo deputato alla guida spirituale dell’umanità” mettendo ogni cosa al servizio della “cristianizzazione dell’intera cultura”. Ma anche lo storico viennese Fiedrich Heer, facendo l’anamnesi dell’Europa cristiana, dice la stessa cosa, descrivendo un arco che da Costantino che fonda lo “Stato totalitario europeo” attraverso la riforma gregoriana col papato di Gregorio vii arriva al Novecento, in base all’idea di un regime unitario di politica, istituzioni e fede.

In casa

Prospettive

di Paolo Bettiolo

illustrazione di Stefano Ricci

Nel 1931 la casa editrice cattolica Desclée de Brouwer pubblicava a Parigi un agile volume dal titolo La giurisdizione della Chiesa sulla Città, dovuto a un giovane teologo svizzero fieramente neotomista e grande amico di Jacques Maritain, già allora uno dei maggiori pensatori cattolici, Charles Journet. Lo scritto risultava essere l’ampliamento di un saggio pubblicato due anni prima, nel 1929, sulla rivista “La vie intellectuelle sotto una diversa etichetta: Il pensiero tomista sul potere indiretto. Argomento e date hanno la loro importanza, perché ciò di cui si discuteva era in quegli anni un tema che suscitava accesi dibattiti all’indomani di un pronunciamento papale che avrebbe separato due epoche. Negli ultimi mesi del 1926 Pio XI aveva infatti condannato l’Action Française di Maurras, quel “cattolicesimo politico” indifferente al dogma e alla fede, ma strenuo difensore di una chiesa intesa come indiscusso principio d’identità della “Nazione”, che andava con ogni forza difesa dagli attacchi di una Repubblica laica e negatrice di quella dimensione religiosa che sola poteva fondare l’unità del popolo francese. Le reazioni alla condanna erano state durissime, anche dall’interno della chiesa stessa, da parte di autorevoli teologi ed ecclesiastici. “Atei devoti” erano certo spesso i politici e gli intellettuali del movimento; Maurras era certo un positivista erede della lezione di Comte, che solo aveva sostituito alla fredda “religione dell’umanità” costruita a tavolino dal maestro un cristianesimo “culturale” per mille vie legato alla storia della Francia. Ma l’Action Française ridava comunque centralità culturale e sociale al cattolicesimo, e del resto inaudito e illegittimo, si sosteneva, era l’intervento in una vicenda prettamente politica da parte del pontefice. Di qui l’accendersi di una discussione storica e teorica su quella postestas indirecta, su quel potere indiretto che a motivo del peccato il papa sarebbe stato tenuto a esercitare nei confronti del governo della città terrena. Il Primato dello spirituale, titolo di un decisivo libro di Maritain pubblicato nel 1929, difendeva appunto questa tesi post-tridentina e quindi l’intervento del papa, e pure Journet con i suoi contributi interveniva in questo senso.

Ammetto che possa sembrare una curiosità erudita ricordare non quella vicenda (il “cattolicesimo politico” è ancora coltivato nel Fronte nazionale in Francia o in influenti ambienti statunitensi legati a Trump, per fare due minimi esempi), ma quello scritto del teologo svizzero. Tuttavia le pagine di Journet ospitano alcune conclusioni di grande interesse per capire la situazione presente del cattolicesimo – e proprio lì dove, difendendo la piena legittimità della potestas indirecta (tesi contrastata fin dal suo apparire da molti e autorevoli teologi, va ricordato), ne dichiarava tuttavia l’inapplicabilità nel presente.

In casa

Resistenza spirituale

di Roberto Righetto

 

Vorrei cominciare, per definire la condizione dell’uomo di oggi e dei cristiani, rifacendomi immediatamente all’immagine di Davide, un’icona descritta dal cardinale Martini in un suo intervento degli anni Duemila. Parlando del rapporto fra il mondo cattolico e la cultura di oggi, il cardinale ha delineato lo scenario dello scontro fra Davide e Golia: un’immagine molto efficace per evidenziare la tipologia di comportamento del cristiano di oggi, la sua capacità di resistenza di fronte alle forme del potere: ce ne rendiamo conto pensando all’eclissi dell’etica e all’invadenza sempre più forte e allarmante della tecnologia. C’è chi l’ha chiamata la mega-macchina, c’è chi l’ha chiamata la tecno-scienza: chiamiamola come vogliamo, ma sappiamo che dobbiamo fare i conti con un Golia forte e armato davanti a noi, dotato di un apparato tecnologico proprio dei potenti. Ogni giorno basta leggere i giornali o ascoltare la televisione per vedere che ci sono nuovi passi avanti, nuove sfide che arrivano e noi rimaniamo un po’ allarmati e un po’ sprovveduti, incapaci comunque non solo di gestire il cambiamento ma di incidere in qualche maniera, di portare il nostro contributo. Di fronte a questa situazione sarebbe a mio avviso sbagliato reagire solo con paura o solo con l’arroccamento; però sempre il cardinale tracciava alcune doti essenziali davanti a quella che in prima battuta pare un’evidente sproporzione di forze. E queste doti erano più o meno queste: una spregiudicatezza evangelica necessaria per affrontare un avversario forte e compatto, una libertà spirituale, una scioltezza nel guardare avanti, una coltivazione dell’interiorità e delle preghiera, una familiarità con la Scrittura e, infine, una capacità di riconoscere quei contro-valori che nascono in una società che è sempre più sottoposta all’arbitrio, al fatto che ciascuno ritiene di poter decidere della vita e della morte come vuole, senza nessuna regola. Queste erano più o meno le doti di Davide , se vogliamo le doti di noi cristiani di fronte a questo momento storico in cui , pensiamo alla pervasività dei mass media, ai grandi cambiamenti dovuti a Internet a alla società dell’informatica, alle grandi scoperte della biotecnologia, rimaniamo spesso confusi o addirittura sconcertati.
Alla fine credo che il discorso non possa non coinvolgere l’ambito della famiglia e della scuola, ma anche dei luoghi di aggregazione sociale che ancora resistono: dalle parrocchie ai centri culturali fino alle biblioteche che è buon auspicio pensare siano sempre più rese capillari, nei paesi e nei quartieri delle città. Cominciando da quelle scolastiche, che vanno realizzate, incentivate e ampliate: sono il primo luogo, oltre che dentro la propria casa, in cui bambini e ragazzi possono appassionarsi alla lettura. E poi, ancora una volta, va stimolato l’operato degli insegnanti. Diceva Flannery O’Connor che buoni insegnanti, promuovendo la lettura presso i propri allievi e insegnando la letteratura attraverso i testi degli autori piuttosto che smarrendosi nella giungla dei messaggi semantici, sono in grado di modificare le classifiche dei libri più venduti. Forse un giorno ci arriveremo.
Di fronte a tutto questo aggiungo, da parte mia, che i cattolici devono essere capaci di riscoprire la forza del proprio patrimonio culturale, patrimonio enorme che per decenni è stato, a mio parere con una colpa grave, dimenticato.
Voglio citare quanto scriveva nel 1975 sul “Corriere della Sera” un critico letterario conosciuto, Pietro Citati: “Quando sfogliamo gli scritti di molti studiosi cristiani la nostra impressione è desolante: i testi antichi non suscitano in loro la minima emozione, lo stile meraviglioso non lascia nessuna eco nelle pagine plumbee e tristi, la maggior parte dei pensatori cattolici di oggi non possiede nemmeno questa consuetudine coi testi antichi; se li sono gettati dietro le spalle come il più noioso dei fardelli”. Ecco, per fortuna, a mio parere si può dire che dopo quaranta anni non è più così. C’è stato negli ultimi tempi un recupero forte da parte della cultura ispirata dalla fede, un recupero forte di questo patrimonio, pensiamo alla patristica, ai testi dei primi secoli del cristianesimo, a tutto il territorio della mistica cristiana che ha lasciato tracce vive nel nostro continente, al grande patrimonio della Bibbia. Peraltro è anche vero secondo me che l’Italia è stato nel Novecento il Paese europeo in cui meno la teologia ha influenzato il mondo della letteratura e quello delle arti. Sono stati necessari alcuni grandi critici letterari non cristiani: George Steiner, Harold Bloom e Northrop Frye, i quali hanno dovuto ricordarci che la Bibbia è stato il “grande codice” della cultura occidentale. Però, se pensiamo ad altre grandi nazioni europee, dalla Francia all’Inghilterra a tutto l’Est europeo e alla Russia, c’è stata una fortissima incidenza da parte della teologia sulla letteratura, sul modo stesso di concepire l’espressione narrativa. E anche questo secondo me è un limite che abbiamo avuto nella cultura di noi cattolici in Italia: si è verificata una sorta di abbuffata di attivismo e di sociologismo dagli anni Settanta in poi. Siamo di fronte alla necessità di recuperare un primato della contemplazione, del silenzio, dello studio, tenendo presente quello che dicevo prima, il recupero del patrimonio culturale cristiano.
D’altra parte, secondo me, occorre uscire da un complesso di inferiorità che per tanti anni ha colpito i cattolici, un complesso di inferiorità per cui accadeva che difficilmente un autore cristiano aveva diritto di partecipare al forum, alla piazza del dibattito culturale; ciò accadeva in parte per l’arroganza di una certa cultura laicista, ma anche per una incapacità da parte cattolica di essere consapevoli della forza e dell’originalità della propria cultura. Avere una determinata cultura non è affatto un handicap, non è affatto una condizione di inferiorità in partenza, anzi deve essere qualcosa che ci dà forza, tenendo presente poi la capacità di saper dialogare con tutti, anche i più lontani, essendo poi capaci anche di misericordia. Bisogna essere davvero capaci di cogliere il positivo che c’è in ogni espressione della cultura. Qualche anno fa ci è capitato di leggere un intervento di Norberto Bobbio pubblicato da “Repubblica”, che ha suscitato un certo dibattito fra credenti e non credenti su un tema alquanto dimenticato, le cose ultime, i Novissimi, l’aldilà. Un dibattito che ha dimostrato come il dialogo fra le culture si può svolgere a livelli alti senza scadere in basse polemiche, mantenendo le differenze ma essendo sinceramente aperti alle posizioni dell’altro.
Ma c’è un altro elemento che i cristiani debbono recuperare ed è la capacità di essere curiosi verso tutto, quella curiosità che va di pari passo con una passione per la verità, come dicevano gli autori latini: “Niente di ciò che è umano mi è estraneo”, scriveva Terenzio poi ripreso da Seneca e da vari altri. Quella curiosità che rende capaci di aprire gli orizzonti davanti a tutti gli avvenimenti, a tutte le culture, sapendo vedere il positivo ovunque si manifesti, nella consapevolezza che, come ha affermato il Concilio, i semi del Verbo si manifestano ovunque, anche dove non è riconosciuto. Anche san Tommaso, peraltro, l’ha scritto.