In casa

Sotto il vulcano con Maria Pace Ottieri

di Marina Forti

murale di Blu

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La quiete è illusoria, il Vesuvio potrebbe risvegliarsi da un giorno all’altro. Eppure alle sue pendici abitano oltre settecentomila persone, una successione ininterrotta di comuni, centri storici, fabbriche, zone agricole, villini, discariche, quartieri sovraffollati, una densità umana tra le più alte al mondo. È questo, osserva la scrittrice e giornalista Maria Pace Ottieri, che fa del Vesuvio il vulcano più pericoloso al mondo: non la sua natura incandescente e imprevedibile, quanto “la proliferazione abnorme di persone e di costruzioni” lungo i suoi fianchi, che farebbe di un’improvvisa evacuazione di massa un evento senza precedenti. L’ultima eruzione è stata nel 1944, i più anziani la ricordano: era l’ultimo anno della guerra, vista da Napoli fu uno spettacolo terribile e affascinante.

Insomma, come si può vivere tranquilli sotto una montagna di fuoco? Irresponsabilità, mancanza di memoria, o il proverbiale fatalismo? O forse “la percezione del rischio è schiacciata dal peso quotidiano” del vivere? “Chi vive nei paesi vesuviani crede veramente che il vulcano non scoppierà mai più?”. Con queste domande in testa, Maria Pace Ottieri è andata a esplorare la “città vesuviana”. Ne è nato Il Vesuvio universale (Einaudi 2018), un racconto appassionante in cui si intrecciano le voci di chi abita alle pendici del vulcano e le storie degli studiosi che hanno cercato di decifrarne i segni, reminiscenze letterarie ed esplorazioni archeologiche, la storia recente e quella antica. Un lungo réportage dove il protagonista è uno solo, il Vesuvio – ’a Muntagna, come è chiamato a Napoli –, ma i personaggi numerosissimi.

Ottieri si muove lungo la ferrovia Circumvesuviana, tra lo splendore decaduto di vecchi centri storici e l’affastellarsi di costruzioni abusive (unico appunto: una cartina avrebbe aiutato). Incontra ex lavoratori dell’Alfa di Pomigliano d’Arco, lo stabilimento sorto nei primi decenni del Novecento per dare uno sviluppo industriale per Napoli (un po’ come l’Ilva di Bagnoli ai bordi dell’altra caldera attiva napoletana, quella dei Campi Flegrei). Era il sogno di emanciparsi dalla povertà rurale, di trasformare migliaia di “arrotini, impagliatori, cordai, potatori, funari, stagnini, sellai, spaccalegna, lattonieri, scalpellini, venditori di sugna, di fichi e di lupini, guarnamentari, cusetori, scarpari, ferraiuoli in operai metalmeccanici”. La fabbrica in effetti ha trasformato la vita di Pomigliano, nel dopoguerra qui le ragazze andavano alle magistrali, i giovani facevano l’avviamento professionale e si sentivano diversi da quelli dei dintorni, l’Alfa Romeo era “una Milano in terra vesuviana”. Negli anni Settanta si coagula qui la protesta sindacale e politica. Nasce qui anche il collettivo degli Zezi, un po’ lavoratori e un po’ musicologi, che dopo il lavoro si dedicavano a ripescare suoni e canzoni popolari suonando la chitarra e la tammorra, il tamburo di pelle con cimbali di metallo. Qui Ottieri incontra Tonino ’O Stocco, già venditore ambulante di stoccafisso, poi operaio dell’Alfa Sud e uno dei primi Zezi, che oggi costruisce e suona tammorre. E poi Angelo De Falco, insegnante d’arte, uno dei fondatori di quest’impresa politico-musicale: “Usavamo le forme della cultura contadina per raccontare la vita degli operai”, spiega.

Pomigliano resta un luogo a sé. Ma il legame tra il Vesuvio e la cultura popolare dev’essere forte, perché l’autrice ci porta nel centro storico di Somma Vesuviana, al borgo Casamale, dove incontra Roberto De Simone, compositore, musicologo e fondatore della Nuova compagnia di canto popolare: più o meno mentre gli Zezi componevano tammurriate operaie, lui aveva scelto Somma come base di partenza per riscoprire il sostrato cristiano-magico-pagano della tradizione popolare.

Il percorso continua, le storie si sovrappongono: c’è la famiglia di Somma che importa baccalà da quando a Napoli c’era il colera, nel 1973, fino a costruire sullo stoccafisso un impero commerciale e una tradizione culinaria. E quella che negli anni Trenta a Terzigno ha fondato una banca divenuta nel dopoguerra un caposaldo del notabilato democristiano, potenti vesuviani come Giovanni Leone e Antonio Gava (la Banca Fabbrocini però è fallita quando la terza generazione della famiglia si è buttata in lussi sfrenati e affari poco raccomandabili). Oggi a Terzigno troviamo la capitale dei cinesi vesuviani – quelli che negli anni Ottanta hanno creato il “pronto moda”, le fabbrichette che “riescono a evadere ordini di tremila capi da un giorno all’altro”.

Con l’autrice attraversiamo comuni dominati dalle famiglie della camorra e dall’abusivismo edilizio. Scopriamo che più di metà del territorio vesuviano è tuttora agricolo e fertilissimo, produce albicocche, mele annurche e uno speciale pomodoro pendulo. Ma i coltivatori qui si sentono diffamati e danneggiati dall’etichetta di “terra dei fuochi”, che allude a una terra contaminata da decenni di discariche abusive. I rifiuti però sono reali, anche qui sulle pendici del vulcano le discariche sono ormai un’attività illecita tra le più redditizie: vecchie cave di pietra lavica e perfino antiche ville romane in abbandono sono state riempite di rifiuti.

Ancora, incontriamo il virtuoso dei fuochi d’artificio che gira il mondo con i suoi segreti (intorno al Vesuvio si addensa il maggior numero di fabbriche e laboratori artigianali di pirotecnia), e il maestro di boxe che nella sua palestra, nel quartiere più difficile di Torre Annunziata, ha allevato molti campioni d’Italia. A Ercolano, in un appartamento confiscato a un boss della camorra, troviamo gli studi di Radio Siani, intitolata al giornalista ucciso dalla camorra nel 1985, appena ventisienne. Vaghiamo tra il “mercato delle pezze” di Resina, i ricordi dei contrabbandieri di sigarette, gli armatori decaduti di Torre del Greco. Scopriamo gli scavi dell’antica Ercolano accanto a “un unico fronte di case che sembrano rovine”.

L’autrice annota, ascolta, partecipa; senza mai cadere nell’esotico o nel pittoresco restituisce una storia e un senso a ciò che potrebbe sembrare uno sgraziato accumulo di miserie umane (“riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è l’inferno”, scrive citando l’Italo Calvino delle Città invisibili).

Su tutto domina il vulcano, che ha affascinato generazioni di scienziati, letterati, pittori. E visitatori: le guide turistiche di metà Ottocento si diffondono sullo “spettacolo magico” del Vesuvio; la più famosa dell’epoca, la Baedeker, descrive l’eruzione del 1872 come un fatto consueto del luogo. Oggi i vulcanologi si chiedono se la prossima eruzione non assomiglierà piuttosto a quella del 1631, la più violenta della storia moderna, seconda solo a quella che nel 79 d.C. sommerse Pompei ed Ercolano. E se il Vesuvio manderà sufficenti segnali di preavviso, se i piani della protezione civile saranno adeguati: immaginate settecentomila persone in fuga in un unico colossale ingorgo, inseguite da cenere e lapilli. Domande senza risposta, sembra dire Ottieri: “Il vulcano allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull’orlo della dissolvenza”.

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In casa

Il mare ci sommergerà

di Alex Giuzio

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Dobbiamo abituarci all’idea che le località costiere italiane diventeranno inabitabili nel giro di pochi anni. Lo dimostrano le mareggiate avvenute tra il 28 e il 30 ottobre lungo tutti i litorali della penisola: episodi catastrofici senza precedenti, che hanno distrutto centinaia di edifici in prima linea sul mare, lasciando scenari del tutto analoghi a quelli di un terremoto. Il porto di Rapallo non esiste più, abbattuto e sommerso con le quasi quattrocento imbarcazioni che vi erano ormeggiate e che sono state spinte fino alla strada oppure trascinate e affondate al largo; la spiaggia di Fregene sud è scomparsa in tutti i suoi 80 metri di lunghezza e manca poco perché il mare arrivi alle case; lungo i lidi nord di Ravenna si è formato un impressionante gradino alto un metro e mezzo dovuto alla sabbia portata via; la secolare pineta litoranea del Parco della Sterpaia a Piombino conta centinaia di alberi abbattuti dalle onde che hanno persino superato le dune costiere, quelle naturali barriere antierosione ora diventate insufficienti a respingere le onde, per la prima volta nella storia. E si tratta solo di esempi di un cataclisma che non ha risparmiato nessuna area costiera d’Italia. La Liguria, in particolare, è stata la regione più devastata: raffiche di vento fino a 180 km/h hanno alimentato onde alte più di sei metri che hanno abbattuto stabilimenti balneari e ristoranti sul mare, demolito strade e binari ferroviari, invaso persino i centri abitati.

Eppure giornali e tv hanno dato poco spazio a tale calamità diffusa, più interessati a spettacolarizzare gli eventi mediatici (l’acqua alta a Venezia, la tromba d’aria a Terracina) che a interrogarsi sulle cause profonde delle onde marine che negli ultimi dieci anni, con sempre maggiore violenza e lungo tutta la penisola, si sono mangiate centinaia di metri di spiaggia a vista d’occhio. Tali mutazioni sono frutto dei cambiamenti climatici di causa antropica – lo scioglimento dei ghiacci polari e il conseguente innalzamento dei mari dovuti al riscaldamento globale, la subsidenza dei territori costieri causata all’eccessiva cementificazione e all’estrazione di idrocarburi sottocosta, i fenomeni temporaleschi sempre più estremi per l’eccessivo accumulo di energia nell’atmosfera terrestre – e dunque ci richiamano all’immediata necessità di interrompere lo sfruttamento della natura e rinunciare a molti dei nostri comfort per cambiare direzione. Ma l’umanità intera continua a non voler affrontare queste riflessioni, a partire dalle grandi associazioni ambientaliste, impegnate solo a creare consenso scagliandosi contro i facili nemici mediatici (i gasdotti, gli inceneritori, le fabbriche e tutto ciò che in generale non richiede il sacrificio del singolo individuo) anziché fare battaglie radicali e davvero utili a salvare il pianeta (come il vegetarianesimo o l’abbandono totale della plastica e delle automobili, tasti che nessuno tocca perché implicano che l’intera umanità cambi le proprie abitudini).

È per questo che il mare resta nell’opinione pubblica una piacevole destinazione in cui trascorrere le vacanze estive, e non una fonte di grande preoccupazione per la velocità con cui sta avanzando, a dispetto degli allarmi che la scienza lancia ormai da anni e che continuano a essere ignorati, persino dai cittadini che vivono sulla costa per tutto l’anno e che si rendono conto da vicino del problema. I fenomeni marosi ed erosivi continuano infatti a essere trattati come eventi eccezionali a cui si ripara ricostruendo gli edifici distrutti (per farli abbattere da altre onde), recuperando la sabbia al largo con le draghe e spianandola di nuovo a riva con le ruspe (per farla rimangiare alla successiva mareggiata), innalzando scogliere protettive davanti alle spiagge più fragili (per spostare il problema di qualche chilometro). A preoccuparsene – e non potrebbero fare altrimenti – sono peraltro solo gli amministratori locali, mentre il governo nazionale resta in silenzio su qualsiasi questione ambientalista.

La forza del mare non si può fermare e il cambiamento è già in parte irreversibile. Di questo passo le onde, anziché distruggere gli edifici turistici in riva al mare, li scavalcheranno direttamente per sommergere i centri abitati in prima linea delle località balneari. Ma per attenuare i danni e almeno tentare di cambiare direzione, il consiglio dei ministri deve agire subito: a livello generale, adottando una politica di conversione totale alle energie pulite e rinnovabili; e nello specifico, redigendo un piano straordinario per la difesa della costa italiana che stanzi ingenti risorse per la costruzione di opere di difesa strutturali e a basso impatto ambientale, fermando al contempo la subsidenza del suolo costiero tramite il blocco immediato sia dell’estrazione di petrolio e gas metano dal mare, sia della costruzione di qualsiasi grande edificio sulla costa.

Purtroppo dubitiamo che queste siano tra le priorità dei gialloverdi, ma un vero “governo del cambiamento”, per poter definirsi tale, deve ammettere che finora l’umanità ha sbagliato: il dissesto idrogeologico e lo sfacelo dell’ambiente costiero sono colpa di una gestione poco lungimirante e di uno sciagurato sfruttamento delle risorse naturali avvenuti negli ultimi cinquant’anni, che hanno violentato i 7.500 km di coste italiane nonché inquinato le acque, oggi sporche e prive di vita. Solo da questa consapevolezza è possibile ripartire, facendo molti passi indietro non per prendere la rincorsa, bensì per imboccare un’altra strada.

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In casa

Papa Francesco e l’opposizione “americana”

di Iacopo Scaramuzzi

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Si installerà in Ciociaria l’accademia del sovranismo reazionario mondiale, e più precisamente nella Certosa di Trisulti. Per capire come un’abbazia milleduecentesca che sorge tra le querce del frusinate possa diventare il pensatoio del trumpismo transnazionale, per trovare il filo di questa storia, bisogna fare qualche passo indietro.

Bruxelles, 2004. Silvio Berlusconi sceglie come candidato alla Commissione europea Rocco Buttiglione. Il quale, nel corso delle audizioni all’europarlamento, inciampa nella polemica: “Come cattolico considero l’omosessualità un peccato, ma non un crimine”. Le eurodeputate tedesche e olandesi “si accasciano sui banchi”, è la cronaca del “Corriere della Sera” dell’epoca, socialisti verdi e sinistra si impuntano, la commissione parlamentare boccia Buttiglione. Poco importa che il parere, in realtà, non sia vincolante, che basterebbe spostare Buttiglione in un’altra casella della Commissione e tutto si risolverebbe, se non fosse che Berlusconi, che ha più di un problema con la giustizia, vuole a tutti i costi quel posto, commissario alla Giustizia e agli Affari interni, anche a costo di sacrificare il suo ministro… L’incidente è troppo ghiotto per la galassia conservatrice, che lo presenta come una guerra di religione tra la massoneria secolarista e i buoni valori antichi, l’ultimo assalto alle radici cristiane del vecchio continente.

Tra i corridoi dell’eurocamera si muove un giovane assistente parlamentare, Benjamin Harnwell: lavora per il deputato britannico conservatore Nirj Deva, ma nel 2010 decide di lasciare la piovosa Strasburgo e trasferirsi a Roma per lavorare a tempo pieno in una fondazione cattolica, Dignitatis humanae institute, con agganci nei settori più conservatori del Vaticano. Come “padre fondatore” ritroviamo Rocco Buttiglione, presidente del comitato consultivo è il cardinale statunitense Raymond Leo Burke.

Burke è un ultras del cattolicesimo a stelle e strisce. A Saint Louis nega la comunione a John Kerry perché questi sostiene la libertà delle donne di abortire. Amante di paramenti liturgici fastosi e messe in latino, viene a Roma chiamato da Benedetto xvi, ma bacchetta duramente il papa tedesco quando egli ammette, in via beninteso del tutto teorica, l’uso eccezionalissimo del preservativo se una prostituta (nel testo originale tedesco, in realtà, “un prostituto”), ha contratto l’aids. Vive l’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio come un funerale. La cordiale antipatia è ricambiata. Papa Francesco prima lo fa fuori dalla Curia romana (dacché era prefetto della Segnatura apostolica lo nomina al ruolo onorifico di cardinale patrono dell’ordine di Malta), poi lo solleva, di fatto, anche da questo incarico: quando la colonna anglofona dell’ordine di Malta scatena l’assalto al gruppo tedesco, reo di avere finanziato un progetto nel terzo mondo dove viene distribuito il preservativo (sempre quello), Jorge Mario Bergoglio interviene e commissaria la vecchia guardia. Il “cavaliere” britannico Henry Sire si vendica scrivendo un libro al vetriolo, sotto lo pseudonimo di Marcantonio Colonna, intitolato The dictator Pope, il papa dittatore, mentre sui muri di Roma compaiono di notte manifesti con un Bergoglio imbronciato, accusato di avere “decapitato l’ordine di Malta”, e lo sberleffo: “A Francè, ma n’do sta la tua misericordia?”.

Ma torniamo al Dignitatis humanae institute. Nel 2014, ben prima che Donald Trump lo chiami alla Casa Bianca, l’Istituto invita Steve Bannon, che in un lungo collegamento Skype dagli Stati Uniti espone la sua visione del mondo: il “sanguinoso conflitto” necessario per preservare l’Occidente giudaico-cristiano, un’islamofobia che trascolora nel suprematismo bianco, la denuncia del “capitalismo clientelare” di Washington e della finanza globale nell’era Obama-Clinton, un misto di diffidenza e ammirazione per la “cleptocrazia” putiniana, l’emergere di un tea party globale, la sintonia con i movimenti europei di destra. Passeranno gli anni, Bannon andrà alla Casa Bianca, poi il forastico Trump lo caccerà, e negli ultimi mesi lo ritroviamo aggirarsi in Italia, compagnone di Matteo Salvini, gran tifoso del governo giallo-verde, ospite d’onore alla kermesse di Giorgia Meloni. E promotore di un movimento sovranista transnazionale – The Movement – che, in vista delle elezioni della prossima primavera al Parlamento europeo (di nuovo Bruxelles), metta insieme Salvini (unico politico italiano a coltivare da anni un cordiale rapporto con il cardinale Burke) e Marine Le Pen, l’olandese Wilders e l’ungherese Orban.

Quest’impresa ha bisogno anche di una sua fucina. Ed ecco che spunta la Certosa di Trisulti. A inizio 2018 il ministero dei Beni culturali cerca privati a cui assegnare in concessione storici edifici tanto preziosi quanto esosi da manutenere: tra di essi l’antica abbazia del comune di Collepardo ormai abbandonata dai monaci, come sempre più spesso capita per i monasteri di tutta Europa svuotati dal calo di vocazioni. Si fa avanti il danaroso Dignitatis humanae institute e sbaraglia la concorrenza. Qui avrà casa un’“accademia per l’occidente giudeo-cristiano”, corsi pro life, lezioni di formazione destinate ai futuri quadri della galassia populista “per promuovere diversi progetti che dovrebbero dare un decisivo contributo alla difesa di quel che si soleva chiamare Cristianità”, ha spiegato alla Reuters il cardinale Burke, che sarà uno dei docenti insieme a Steve Bannon. Se ci fosse qualche dubbio, il Dignitatis humanae institute, ha spiegato Harnwell al giornale “Ciociaria oggi”, “è nato durante il pontificato di papa Benedetto xvi, ma forse è più vicina al carisma di papa Wojtyła”. Francesco non viene neppure citato.

In casa

I cattolici e la politica

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Nell’abbrutimento della vita politica e sociale italiana dei nostri anni, non pensate che una delle poche speranze di uscirne sia quella che i cattolici – beninteso, una minoranza pensante e responsabile – dovrebbero dar vita a una qualche forma di organizzazione politica che abbia il fine di contrastare, con una forte visione etica della politica, il preoccupante degrado attuale?”

Abbiamo posto questa domanda ad alcune persone autorevoli, cattolici e non, ed ecco cosa ci hanno risposto:

 

Lorenzo Fazzini

È un segno dei tempi, si direbbe con espressione conciliare, che una rivista di critica militante come “Gli asini” evochi la necessità di una “forma di organizzazione politica” di stampo cattolico nell’Anno Domini 2018. Cattolico senza tessere, zero appartenenze, cane sciolto. Vizio e virtù di provare a pensar da me, con maestri sapienti che non mi sono stati guru. Provo allora ad accennare una risposta dal mio personale punto di vista.

La mia risposta alla provocazione degli amici degli “Asini” è un no secco e preciso. Meditato, direi. Per varie ragioni. Primo, quella anti-strumentale. Il grande Michel de Certeau, gesuita che nel ’68 guardava con simpatia alle barricate della Sorbona, era convinto però che il cristianesimo fosse come una casa disabitata e che ormai tutti (da destra e da sinistra) ci entrassero dalle finestre e dalle porte, senza ordine, ognuno a suo modo e parere. E questo non è bene. Non è bene usare una stagione millenaria come il cattolicesimo per risanare la visione etica della politica oggi ormai sbeffeggiata da un “tutto è show”, anche farsi fotografare per un po’ di voti a un funerale di Stato. Non è cosa buona. Anche per le più nobili intenzioni.

Secondo. E argomento più ragionato, spero. Lo so che può sembrare deviare dal tema, ma io penso seriamente – mi ci sto dedicando da ormai dieci anni, professionalmente parlando – che il mondo cattolico oggi in Italia disponegadi una delle poche reti sociali ancora rimaste in piedi nella desertificazione operata prima dalla tv e poi, in questi ultimi anni, dalla prepotenza disarmata ma disarmante della rete. Tanto per dire: le Case del popolo oggi sono meno di 50 in Italia; solo a Bergamo ci sono 300 oratori. Le parrocchie in Italia sono 23mila, i conventi qualche migliaio, le case di spiritualità qualche migliaio, associazioni, gruppi, centri di ricerca, luoghi di incontro altrettanto, qualche migliaio. Ecco. Questo dovrebbe essere il ruolo, secondo me, di chi crede nell’incarnazione di Dio nella storia: tornare a far pensare la gente. Alla fine Cristo non ha posto domande a chi lo seguiva? Non ha provato a far ragionare la gente di Galilea 2000 anni fa?

Timothy Radcliffe, già maestro generale dei domenicani (gente seria, Tommaso d’Aquino, Bartolomé de Las Casas, Yves Congar) ricorda sempre quello che gli diceva un suo formatore: “Ragazzi, pensate, pensate, a qualsiasi cosa, ma, per Dio, pensate!”. Radcliffe, di ritorno da un viaggio in Iraq (l’Iraq dell’Isis!) racconta che i domenicani, oggi, anche nei campi profughi fondano scuole e riviste culturali. Riviste culturali nei campi profughi? Sì, avete letto bene.

L’azione politica più importante che oggi il mondo cattolico può fare è, secondo il mio modestissimo e parziale punto di vista (vivo di libri e cultura da quando ho uno stipendio, per cui sono di parte, lo ammetto), quello di far tornare a far pensare la gente. Come? Sfruttando, sì, sfruttando (so che la parola è brutta, ma è così) questa rete capillare che è fatta di parrocchie che hanno delle sale, delle università che hanno professori, di conventi che hanno arte, storia e memoria, di gruppi, anche piccoli, che hanno ancora passione. Tutto questo, per tornare a pensare. Perché pensare significa mettere uno iato tra me e la realtà.

Attenzione, lo dico soprattutto per chi, da cattolico, rischia di mettere mano alla fondina quando sente parlare di cultura. La memoria può andare al recente Progetto culturale, tentativo ventennale – fallito ampiamente, visti i risultati elettorali e sondaggistici: 75% dei cattolici starebbero con Salvini – di matrice ruiniana: visto che politicamente non li possiamo unire, almeno i fedeli laici intruppiamoli in un pensiero. Che poi significava ragionare, scrivere, pubblicare sui (non più assoluti, Deo gratias) “princìpi non negoziabili”: vita, famiglia, scuola. Sia chiaro: chi scrive non condivide l’aborto, non condivido il matrimonio gay, sono meno “dogmatico” sulle scuole pubbliche non statali (il “senza oneri per lo Stato” comunque è tutto tranne quello che ha passato la vulgata degli ultimi 70 anni). Epperò. Mentre ho queste convinzioni sono sempre stato alla scuola di Martini, di don Milani, di Mazzolari, ho letto de Lubac, amo Guardini, ho avuto in casa missionari e missionarie che mi hanno aperto cuore e testa sul mondo. Lavoro per la casa editrice di padre Zanotelli e penso che la sua critica al sistema della finanza, delle armi e della privatizzazione spinta sia seriamente e provvidenzialmente evangelica. Non è questione di ideologia, qui, ma di interesse e di metodo: tornare a far pensare, integralmente.

Che vuol dire: far ragionare la gente informando, facendo incontrare chi conosce il mondo veramente e chi va avanti a conoscerlo solo tramite i post e i tweet di quanti voglion solo propaganda. La resistenza di oggi è far parlare i missionari e missionarie che davvero li aiutano a casa loro, che sanno cosa c’è dietro la parola (e i volti di) Eritrea o Gambia quando i nostri giornalisti non sanno neppure mettere dritta una cartina dell’Africa. Resistere a questa deriva del menefreghismo cosmico significa iniziare a far sentire i problemi degli altri come i propri, e sortirne insieme (don Milani). Significa usare le parrocchie per spiegare cosa è il commercio d’armi oggi, come funziona la finanza becera e sfruttatrice, cosa sia il losco mercato della gestazione per altri, cosa si sta facendo in varie parti del mondo per cambiare la storia: università aperte ai fuori casta in India, miracoli nella cracolandia di San Paolo in Brasile, un gesuita che fa fare la pace a paramilitari e guerriglieri in Colombia.

Utopia? Be’, sì, certo. Ma se non si prova ad avere uno sguardo lungo, e tutto si riduce a Salvini no, non penso si possa andare avanti granchè. È tempo di traversate nel deserto. Lunghe, anche. Ma anche il deserto ha il suo fascino. Ci ridà il gusto dell’essenziale, di quel che veramente conta. E ci fa abbandonare il superfluo. Che sarebbe già una gran cosa e un gran dono, in questi tempi in cui la fede ci deve vedere spregiudicati, mai timorosi ma umilmente spavaldi e soprattutto liberi. La libertà, alla fin fine, è il regalo della verità. Ce lo disse Uno che per questo ci ha rimesso la vita. Con amicizia.

In casa

Tragica Rebibbia

di Antonella Soldo

murale di Bifido

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Ivan è venuto al mondo da quattro giorni. La sua pelle sottile che profuma di latte e di nuova vita è arrossata, violacea. Sua madre lo tiene avvolto in una coperta sul suo petto, e gli soffia sul viso l’aria dalla sua bocca per riscaldarlo un poco. È la vigilia di Natale di alcuni anni fa, nel carcere di Foggia ci sono dei guasti e i riscaldamenti restano accesi solo un’ora al giorno. Non basta per rendere gli ambienti ampi di quel palazzone almeno tiepidi. La donna, una bulgara incensurata e in attesa di giudizio è stata arrestata che ancora era incinta, e detenuta nel carcere di Bari fino al momento del parto. Dopo di ché portata direttamente dall’ospedale al penitenziario foggiano, perché qui risulta esserci un nido per i minori. Questo “nido”, se così si può chiamare, è una stanza vuota, con le pareti colorate da chi è passata prima, un lettino di ferro e una culla. E una stufa elettrica aggiunta all’ultimo. La madre stringe il fagotto sul petto e fa per ritrarsi in un angolo del letto, gli occhi di sbieco, di un animale ferito. Non dice una parola. Per lei urla il suo sgomento un’agente di polizia penitenziaria donna: vi sembra normale che un bambino così piccolo sia qui dentro? La madre non poteva salire nemmeno le scale! è diventato viola per il freddo! Lo prende in braccio, cullandolo avvolto dal tessuto cerato della divisa blu. Ivan è il bambino più piccolo che abbia mai visto in carcere, e molto probabilmente è il più piccolo che vi sia entrato. Andando via mi viene da pensare alla triste coincidenza natalizia di quel neonato Gesù scaldato dal fiato della mamma: almeno quello vero aveva il bue e l’asinello.

Ogni anno ci sono tra i trenta e i settanta bambini che entrano ed escono con le loro mamme dalle carceri italiane. Nel momento in cui scrivo sono 59: 31 italiani, 28 stranieri. Tra qualche giorno potrebbero essere alcuni in più o in meno, ma sempre di un flusso di poche decine si tratta: per la gran parte sono figli di donne con pene non molto lunghe (sotto i quattro anni) o addirittura in attesa di giudizio. Dunque, la questione dei minori in carcere è un problema piccolo, di minuscole dimensioni (che cos’è un numero tra i trenta e i settanta bambini se rapportato a una popolazione detenuta di 59mila unità?) che riguarda minuscoli attori (bambini fino a 6 anni). Eppure questo non la rende meno grave. Al contrario è l’oscenità più grande della sclerotizzata gestione della giustizia italiana. Si sente spesso parlare dell’infantilizazzione dei detenuti in carcere, ovvero di come all’interno di questa struttura siano messe in atto tutta una serie di misure per trattare il detenuto come un minore, e di come ciò avvenga a partire dall’uso di un linguaggio che privilegia il diminuitivo (la “domandina”, lo “spesino”, il “cancellino”). Ma qui siamo al cortocircuito: alla carcerizzazione di quelli che minori lo sono già, gli infanti. Un dolore inferto a un numero limitato di individui per un tempo limitato lo rende più tollerabile? No: lo rende più pesante, più ingiustificabile, più crudele. E proprio perché è incomprensibile come la struttura di uno stato non trovi una soluzione e lasci – per usare il gergo dell’ottusa burocrazia – la “questione aperta”, comunque “all’attenzione del Ministro competente”. Uno stato che manda questi pochi piccoli innocenti in cella ogni anno, dimostra la sua impotenza e la sua ferocia. Il suo confondersi col criminale a ogni passo. Dal 2001 (anno di introduzione della legge Finocchiaro che favorisce l’accesso delle mamme con minori a carico alle misure cautelari alternative al carcere) si sono succeduti sette ministri della Giustizia (Piero Fassino, Roberto Castelli, Clemente Mastella, Angelino Alfano Paola Severino, Maria Cancellieri Andrea Orlando). Tutti hanno avuto sulla propria scrivania il dossier, hanno fatto ore e giorni di discussioni con i propri staff, approfondimenti, dibattiti, dichiarazioni. Eppure quei bambini sono ancora dietro le sbarre. Quel flusso esilissimo e continuo di ingiusta, ingiustissima detenzione non si ferma. L’ultimo ministro, Andrea Orlando, aveva fatto una promessa: “Entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità”. Era il 21 luglio del 2015, durante un convegno sul tema organizzato nel carcere di Rebibbia dalla Commissione diritti umani presieduta dal senatore Luigi Manconi. Nel momento in cui Orlando pronunciava quelle parole i bambini detenuti erano 34.

 

La giusta quantità di dolore

A portare al centro dell’attenzione pubblica – per poche ore, forse qualche giorno – il tema dei bambini in carcere è stata, come spesso accade, una tragedia. Quella di Alice Sebesta, cittadina tedesca in attesa di giudizio nel carcere di Rebibbia, che lo scorso 18 settembre ha ucciso scaraventandoli dalle scale del penitenziario i suoi due piccoli, Faith, 6 mesi, e Divine, 2 anni. La Sebesta era in carcere dal 28 agosto perché trovata in poossesso di 10kg di marijuana che aveva nascosto tra i pannolini dei figli mentre era in auto nei pressi della stazione Termini con due nigeriani. Si potrebbe dire che il suo è il profilo del “detenuto tipo”: un terzo della popolazione si trova in carcere per reati collegati alla droga, un terzo è in attesa di giudizio, un terzo è di nazionalità straniera. Di “atipico” nel suo caso c’erano i due bambini, la cui presenza avrebbe dovuto far considerare ogni cosa diversamente. Infatti, secondo la legge 62/2011 per madri con bambini piccoli il carcere può essere applicato in misura cautelare solo se sussistono esigenze di eccezionale rilevanza, per esempio quando si è in presenza di reati gravi come mafia o terrorismo. L’avvocato della Sebesta, Andrea Palmiero, aveva chiesto per lei la custodia cautelare ai domiciliari ma questa istanza era stata rigettata due volte, la prima perché la donna, non trovandosi nel proprio paese non aveva un domicilio. La seconda perché il domicilio che nel frattempo era stato trovato, presso la casa di un amico, era ritenuto non idoneo: l’abitazione era di un uomo incensurato, ma nigeriano, ovvero della stessa nazionalità delle persone accusate insieme alla Sebesta di detenzione e spaccio. Come se la nazionalità possa costituire un crimine in sé.

Oltre ai domiciliari la legge dispone altre due alternative al carcere. La prima è quella degli Istituti a custodia attenuata (Icam), dove i bambini possono rimanere fino a 6 anni di età e possono frequentare scuole e asili esterni. Al momento sono cinque: a Torino, Milano, Venezia, Cagliari e Lauro. La seconda opzione è quella delle case famiglia protette: vere e proprie case fuori dal carcere, dove i bambini possono restare fino a 10 anni. Non ci sono sbarre, le madri vivono in appartamenti e i loro figli sono inseriti nel tessuto della città. In Italia ce ne sono solo due, una a Milano e l’altra a Roma, la Casa di Leda. Proprio qui al momento della morte di Faith e Divine c’erano 3 posti disponibili su 6. Infatti, come ha ricordato il Garante delle persone private della libertà della regione Lazio, Stefano Anastasia: “succede frequentemente che ci siano posti liberi perché i giudici concedono la casa famiglia in misura solo eccezionale In realtà dovrebbe essere il contrario: assegnare il carcere in casi eccezionali”.