In casa

Lo sguardo lungo della Val di Susa

di Enzo Ferrara

disegno di Silvia Rocchi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

In Val di Susa, il 2018 è iniziato con una settimana di neve e pioggia dopo mesi di siccità. Malgrado ciò la notte del 2 gennaio un incendio, probabilmente doloso, ha distrutto lo spazio sociale VisRabbia, un’area polivalente del comune di Avigliana in bassa valle. L’ennesimo luogo riconoscibile della lotta No Tav cancellato con violenza, sede di incontri dell’Anpi, luogo di aggregazione dei produttori locali di Genuino Valsusino e del comitato Spinta dal Bass. In valle si è già assistito ad attacchi incendiari che hanno distrutto i presidi di Borgone e Bruzolo nel gennaio 2010 e quello di Vaie nel novembre 2013. Non si può sottovalutare l’importanza aggregativa di queste piccole strutture condivise, costruite e ricostruite in poche settimane. Sorgono in luoghi strategici, come il presidio sul vecchio sito di Venaus o come quello della Baita Clarea posta a difesa della Libera Repubblica della Maddalena di Chiomonte, ora fagocitata dal cantiere. Entrambi subirono violenti attacchi delle forze dell’ordine: gli occupanti di Venaus furono sgomberati nel dicembre 2005, ma ripresero il presidio pochi giorni dopo. A Chiomonte le ruspe arrivarono nel febbraio 2012, poche settimane dopo l’ostentato passaggio di Beppe Grillo che subì poi un processo per la rottura dei sigilli della baita. In questi luoghi nascono e radicano riflessioni e relazioni. Qui, dove l’accoglienza e la condivisione sono pratica quotidiana, si rafforza la rete del movimento e qui trova ospitalità chi non ha altri spazi di socializzazione.

Per questi incendi la magistratura non avvia indagini approfondite mentre è attenta a perseguire per abuso edilizio e deturpazione del paesaggio i costruttori dei presidi, edificati con le abbondanti pietre del luogo e legna di bosco, raccolte magari proprio attorno a quel grumo di sabbia, asfalto e cemento che è il cantiere di Chiomonte – fortificato con filo spinato e barriere jersey, sopra al sito neolitico della Maddalena con annesso museo archeologico inaugurato nel 2004 ma inaccessibile – certamente non soggetto a ispezioni sul rispetto dei vincoli naturalistici e paesaggistici.

La mentalità del sistema finanziario e capitalistico è repressiva e dominata da un concetto di natura seicentesco, retto dai modelli della fisica meccanica che individua per ogni effetto un’unica singola causa, per ogni danno un unico colpevole. Il mercato riconosce i principi della termodinamica secondo i quali non è possibile alcun processo, nemmeno quelli naturali, in forma totalmente reversibile, cioè senza scarti materiali e dissipazione di energia. Tuttavia si irrita se gli si ricorda che lo spreco di risorse è proporzionale alla velocità dei processi e che non è possibile la crescita infinita in sistemi finiti come il nostro pianeta. Non ci si può illudere che chi giustifica il proprio potere con relazioni lineari causa-effetto, danno-colpa, problema-rimedio possa cogliere i concetti di reciprocità introdotti nel novecento dalla dinamica dei sistemi, che riconobbe i meccanismi di riproduzione, regolazione, lettura ed elaborazione dell’informazione su cui si basa l’adattamento degli insiemi complessi. Concetti che, pur nella fredda assimilazione di organismi e macchine, furono integrati nella cibernetica (l’autogoverno) con la statistica dal matematico Norbert Wiener e con la sociologia dall’antropologo Gregory Bateson. Riferimenti analoghi furono usati dagli scienziati dell’Mit per le previsioni del Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e prima ancora fu Isaac Asimov a integrarli con il controllo dell’informazione nell’immaginaria scienza della psicostoriografia, ideata da Hari Seldon per gestire il futuro nella visionaria Trilogia della Fondazione.

La scienza sa che quanto più le dimensioni di un sistema crescono, tanto più gli equilibri che lo sostengono si fanno fragili e articolati mentre il rafforzamento e la moltiplicazione delle interazioni fra le sue diverse componenti è l’unica modalità di bilanciamento di un sistema fuori equilibrio. Per questo la diversità biologica e la diversificazione delle funzioni sono sempre una risorsa. Per questo la crescita di biomassa in un unico habitat può essere associata solo a meccanismi di differenziazione, come nelle barriere coralline o nelle foreste pluviali, i luoghi più ricchi al mondo di biodiversità. Biologicamente, i processi di uniformizzazione costituiscono una forma di deriva evoluzionistica.

Tuttavia, i potenti e le maggioranze asservite perfino di fronte all’irreparabile crisi disconoscono i meccanismi che autoregolano i sistemi complessi, anche se proprio a quelli – all’ingegneria dei sistemi – si rifanno le cosiddette intelligenze artificiali con le quali dicono di voler porre rimedio ai danni. Di poche cose possono vantarsi: quando ci riescono, della crescita di se stessi e di quelli come loro – causa prima del dissesto climatico e ambientale – e poi della forza repressiva che li difende.

Donald Trump si espone al ridicolo quando nega le variazioni climatiche chiamandole “eventi meteorologici estremi” e impone la censura sulle agenzie di controllo ambientale e sanitario cancellando nei documenti ogni riferimento ai gas serra e ai termini vulnerabile, diversità, transgender e feto. Eppure un impeto di negazionismo sembra condiviso anche da questa parte dell’Atlantico se si considera la ridefinizione di Trump dell’espressione “basato su prove scientifiche” con “basato sulle raccomandazioni scientifiche in considerazione di usi e desideri della società”. È un distinguo che calza per la recente decisione dell’Unione Europea di rinnovare per altri cinque anni l’autorizzazione all’erbicida glifosato nonostante il fatto che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo abbia valutato come probabilmente cancerogeno. L’inopportuno intervento della senatrice Elena Cattaneo a difesa della decisione Ue (“la Repubblica”, Gli equivoci sul glifosato, 1 dicembre 2017) ha ricevuto la risposta di quattro scienziati che sulla rivista “Epidemiologia & Prevenzione” hanno chiesto maggiore chiarezza su un problema di rilevanza per la salute pubblica prima ancora che per l’agricoltura, ricordando che i criteri di valutazione della Iarc sono accessibili, aggiornati e sottoposti al vaglio della comunità scientifica, mentre sui tentativi delle multinazionali di distorcere la conoscenza sulla nocività del glifosato esiste un dossier piuttosto sconvolgente prodotto da “Le Monde”, che ha avuto ampia circolazione anche in Italia.

In casa

Un paese spaventato e individualista

di Dana Domsodi

illustrazione di Mara Cerri

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 42-43 di agosto-settembre 2017 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Una delle più belle metafore della filosofia viene da Georg Wilhelm Friedrich Hegel. È la celebre immagine della civetta che si mette in volo solo al tramonto, rimandando la rilessione filosoica, ed è condannata ad arrivare sempre a cose fatte. Si è scritto molto sulla nuova ondata di populismo, ma c’è il rischio che si riesca a capire davvero questo fenomeno solo dopo che l’elettorato si sarà spostato deinitivamente a destra. In questo senso, il gran parlare che si è fatto della crisi del populismo italiano e della fine del Movimento 5 stelle – schiacciato dal peso della sua incapacità di governare e del suo modo di fare politica – è il frutto, nel migliore dei casi, dell’avventatezza intellettuale e politica di chi confonde il tramonto con la siesta pomeridiana.

Non bisogna dimenticare la traiettoria politica del partito di Grillo. Alle elezioni legislative del 2013 ha preso più del 25 per cento dei voti, trasformando la vittoria del Partito democratico (Pd), guidato da Pier Luigi Bersani, in una sconfitta. L’anno dopo i cinquestelle sono stati sconfitti alle europee da Matteo Renzi, nel frattempo diventato segretario del Pd, ma alle amministrative del 2016 hanno strappato al “partito della nazione” di Renzi le città di Torino e Roma, aggiudicandosi 19 dei 20 comuni in cui sono andati al ballottaggio. Questo eterno ritorno dei cinquestelle, accolto sempre come una sorpresa, è il sintomo della mancanza di comprensione e del paternalismo con cui i principali leader politici italiani hanno analizzato questo fenomeno. Il populismo (di destra) del Movimento 5 stelle non rappresenta semplicemente un intoppo del sistema basato sulle politiche centriste, ma è la conseguenza delle storture strutturali del sistema economico. Le invettive contro i rifugiati e altre categorie sociali deboli sono l’effetto collaterale dell’impegno in politica di quella fetta della classe media (giovani, con istruzione di medio livello, che svolgono vari tipi di lavori, atei o cattolici non praticanti, sensibili all’idea di un leader forte, con una visione politica paternalistica e non del tutto democratica) che sta vivendo un processo di declassamento sociale. Questo processo è il risultato diretto delle condizioni materiali e sociali prodotte dalla crisi economica, del caos sociale e normativo in cui è precipitata l’Unione europea a causa della pessima gestione delle ondate migratorie dall’Africa e dal Medio Oriente, del collasso delle politiche di welfare degli stati europei e della loro incapacità di distribuire in modo equo i costi finanziari e sociali della crisi economica e umanitaria in corso.

In casa

“Noi e loro”? Come sono cambiate le migrazioni

di Mimmo Perrotta

disegno di Alessandro Sanna

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Il dibattito politico e mediatico sulle migrazioni, centrato anche in periodo elettorale sull’attualità e sull’emergenza, dimentica spesso che l’immigrazione interessa l’Italia ormai da quarant’anni. Rispetto a soli quindici anni fa, il panorama delle migrazioni in Italia è cambiato sotto moltissimi aspetti. È quindi necessario provare a leggere questi processi con maggiore profondità storica. Dopo aver rapidamente ricordato quali erano le caratteristiche delle migrazioni e del dibattito pubblico nella prima metà degli anni duemila, partirò da alcuni dati per descrivere cinque grandi mutamenti avvenuti in questi quindici anni e proporrò tre considerazioni.

Tra la metà degli anni novanta e la metà degli anni duemila, il ritmo di crescita del numero di immigrati in Italia era molto sostenuto. Molti di loro entravano in Italia irregolarmente o con un visto turistico di tre mesi; trascorrevano mesi o anni in Italia senza un permesso di soggiorno, per poi “regolarizzarsi” attraverso una delle sanatorie che periodicamente i governi italiani emanavano. La più grande fu quella connessa alla legge Bossi-Fini (2002), che consentì a quasi 700mila persone di ottenere un permesso per motivi di lavoro. Tra il 31 dicembre 2003 e il 31 dicembre 2007 (prima cioè della crisi economica), il numero di stranieri regolarmente residenti in Italia è passato da meno di due milioni a quasi tre milioni e mezzo: un tasso di crescita doppio rispetto a quello dei dieci anni successivi. In quegli anni, il dibattito pubblico era ossessionato dalla distinzione tra “migranti regolari” e “clandestini”. La parte xenofoba della società italiana demonizzava i “clandestini” e li considerava come criminali indesiderati, senza tenere in considerazione il fatto che una quota altissima di stranieri era costretta a trascorrere in Italia un periodo più o meno lungo senza permesso di soggiorno a causa della mancanza di efficienti canali di ingresso regolari per la ricerca di lavoro (un tema su cui tornerò dopo); “clandestini” e “regolari”, quindi, non erano individui differenti, ma persone in fasi differenti della propria esperienza migratoria. Le organizzazioni e i movimenti di solidarietà con i migranti puntavano l’attenzione sulla “clandestinizzazione”, protestavano contro i Centri di permanenza temporanea e i rimpatri e facevano notare come lo stretto legame istituito dalla legge italiana tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro obbligasse i cittadini stranieri ad accettare condizioni di lavoro peggiori di quelle degli italiani, creando una fascia di individui vulnerabili sul mercato del lavoro. Molti lettori di “Gli asini” ricorderanno bene quel periodo. A partire dalla metà degli anni duemila, questo quadro è completamente cambiato, a causa di alcuni processi sociali, economici e geopolitici.

In casa

I morti e i vivi. il filo rosso che lega tante cose

di Sandro Triulzi

disegno di Fabian Negrin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Gennaio non è stato un buon inizio d’anno. In una manciata di giorni si è assistito a ripetuti naufragi nel Canale di Sicilia (il 6, il 9 e il 27 portando a 257 i morti e dispersi nel solo mese di gennaio), seguiti dalla morte di quattro operai a Milano per intossicazione mentre pulivano un forno interrato alla Lamina, e poi da un disastro ferroviario a Pioltello sulla tratta Cremona-Milano (il 25 gennaio) dovuto a mancata manutenzione dei binari con la morte di 3 pendolari e di 43 feriti. Mentre la campagna elettorale richiama l’attenzione dei molti indecisi con promesse e furori che dissipano ogni residuo pudore e senso comune nel paese, il mese di febbraio si è aperto con il gesto “isolato” di un esaltato neonazista che da un’auto in corsa nella città di Macerata ha fatto il tiro a bersaglio a ripetizione su neri e migranti ferendone sei. Immediata la connessione, subito definita “sbagliata” ma “consequenziale”, con il macabro ritrovamento dei resti di Pamela, una diciottenne maceratese morta forse per overdose, o forse uccisa e poi fatta a pezzi da un pusher nigeriano. Follia segue a follia: il pistolero di Macerata dopo la sparatoria si avvolge nel tricolore arrendendosi alla polizia e gridando “Via i migranti dall’Italia”. Il pusher nigeriano accusato del delitto svela la sua insondabile “alterità” lavando i resti della vittima nella candeggina prima di riporli in due valigie.

Questi eventi drammatici pur diversi tra loro richiamano alcune osservazioni su quanto viene percepito dal cosiddetto uomo della strada intorno a squarci di buio apparentemente così lontani tra loro e del tutto imponderabili nei loro meccanismi di auto-colpevolezza e di responsabilità collettiva, confermando il prevalere di un sistema di giudizio amorfo e banalizzato nel panorama classificatorio della comunicazione italiana. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, e dell’inevitabile differenziata “compassione” riversata sui singoli eventi, prevale la sostanziale incapacità di creare connessioni e dare senso al complesso quotidiano che ci circonda, ormai spinto ben oltre la manifesta indifferenza per i corpi dei migranti e per la loro sorte in mare e in terra (22mila nel solo Mediterraneo secondo l’Oim dal 2000 a oggi), della “inevitabilità” delle crescenti morti sul lavoro in Italia (13mila vittime in dieci anni), e del diffondersi ancor più della sciagurata convinzione che la “sicurezza” del paese non vada garantita da norme e leggi condivise ma solo da più armi e più soldati nelle strade e sui confini nazionali e, ora anche, nei paesi di transito nell’Africa saheliana. Un sottile anche se non percepito filo rosso unisce questi eventi lontani eppur vicinissimi tra loro: la crescente reificazione dei corpi e la loro trasformazione in merce produttrice unicamente di profitti, la mancata sensibilizzazione per le politiche di sfruttamento intensivo della manodopera nel mondo intero derivate da scelte neoliberiste che annullano conquiste e diritti fin qui acquisiti, la irruente e non regolata mobilità transnazionale soffocata ma non spenta da politiche di dissuasione coercitiva e da muri di contenimento, e l’estrazione sempre più efferata di risorse umane usa e getta veicolate da nuove pratiche ‘estrattive’ che consumano vite e dilapidano un ecosistema globale sempre più estenuato.

Negli ultimi anni, autori come Sandro Mezzadra e Stefano Rota, dalle pagine di “Transglobale di “Comune”, ci hanno ricordato come le pratiche estrattive del capitalismo liberista ormai non trovino più limiti dilagando dalla logistica alla grande finanza, dalla catena di distribuzione di giganti quali Walmart e Amazon allo sviluppo di processi agricoli, industriali e minerari di sfruttamento di massa, alla mercificazione smisurata a livello globale di sesso, droga, e traffici umani. Ne risultano non solo corpi mercificati, abusati, e piegati al nuovo ordine economico e produttivo mondiale ma assoggettati e sottoposti a nuove pratiche di dominio, subordinazione e annullamento di sé che ne rendono la corporeità e l’individualità sfruttabili fino all’usura completa se non la cancellazione.

Il caso dei migranti – soggetti indebitati per definizione a causa delle norme restrittive sulla mobilità transfrontaliera in Europa e non solo – sfruttati fino all’osso nei loro “viaggi della speranza”, attratti lungo percorsi migratori favoriti da crescenti investimenti, finanziari e infrastrutturali che rendono gli spostamenti sempre più redditizi e coercitivi, permette al sistema finanziario globale, e non solo ai mercanti di uomini, margini di profitto che rendono possibile ogni violenza dell’uomo sull’uomo. Non minore violenza viene esercitata a monte e a valle degli spostamenti migratori: nei paesi di origine, dove élite minoritarie sempre più ricche e arroccate di potere sfruttano intere aree del mondo esonerate da codici etici di condivisione e di redistribuzione delle risorse spesso appaltate a multinazionali o trust transnazionali di puro profitto; e nei paesi di destinazione così tenacemente invocati durante il viaggio, dove la stessa irregolarità di accesso dei migranti lascia spazio di azione a ogni forma di abuso e di assoggettamento. Il viaggio migratorio diventa così, come scrive Monica Massari nel recente Il corpo degli altri. Migrazioni, memorie, identità (Orthotes 2017) “una sorta di perverso apprendistato, una socializzazione anticipatoria di ciò che attende i migranti nella fase successiva del viaggio, cioè una volta giunti a destinazione in Europa dove, in molti casi, saranno sottoposti a forme di sfruttamento estremo. Si procede attraverso gradi crescenti di pericolosità, soglie progressive di assoggettamento, subordinazione, annullamento di qualsiasi barlume di autonomia e di volontà. Il ricatto, la minaccia costante di ritorsioni violente e punizioni, l’incombenza della morte si ripropongono incessantemente durante tutto il percorso.”

In casa

I partiti e l’eclisse del Sud

di Isaia Sales

illustrazione di Conxita Herrero

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Il programma del centrodestra per le prossime elezioni si basa sulla cosiddetta flat tax, una tassazione forfettaria fissata al 23% per famiglie e imprese, pensioni minime a 1000 euro, semiabolizione della legge Fornero, lotta all’immigrazione, riforma della giustizia. Non una parola sul Sud. Il programma dei Cinquestelle parte dall’abolizione di 400 leggi inutili, continua con il reddito di cittadinanza, prosegue con la proposta di non avere più pensioni al disotto dei 780 euro (pensioni di cittadinanza) e con lo stop al business dell’immigrazione, per finire con i tagli agli sprechi e ai costi della politica. Nessuna parola sul Sud.

Il programma del Pd vuole dare l’idea di una forza politica tranquilla e affidabile, che si batte per gli Stati Uniti dell’Europa contro l’oscurantismo di chi è ancora per la Padania e avversa i vaccini. Le proposte economiche fanno perno su di un assegno universale per i figli di chi percepisce meno di 100mila euro l’anno, una riduzione del cuneo fiscale, tagli al costo del lavoro, salario minimo legale, Ius soli per gli immigrati. Nessuna parola sul Sud. 

Infine il programma di Liberi e uguali: cancellazione del Jobs act e ripristino dell’articolo 18 per impedire i licenziamenti senza giusta causa, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, eliminazione delle tasse universitarie. Nessuna parola sul Sud, per quello che è stato pubblicato finora.

In sintesi, questa è la prima campagna elettorale dal secondo dopoguerra dominata totalmente dall’ossessione delle tasse, delle pensioni e degli immigrati. La prima campagna elettorale dal secondo dopoguerra dove è scomparsa qualsiasi attenzione alle disparità territoriali, anzi dove viene considerato normale (e, dunque, non influente) il differente sviluppo tra due parti della stessa nazione. Infatti, la fotografia che emerge dell’Italia dalla lettura dei programmi per le elezioni del 4 marzo è di un Paese in crisi per le troppe tasse (tutti propongono di abolirne qualcuna) per una riforma pensionistica ritenuta sbagliata (la legge Fornero è citata in ogni programma), per il tema degli immigrati (sul quale oggettivamente la distanza tra le coalizioni è più netta rispetto alle altre questioni). Una totale indifferenza per le condizioni del Sud. Si potrebbe dire, in sintesi, che il centrodestra sui programmi ha già vinto: ha imposto i temi della campagna elettorale costringendo gli altri a inseguirlo, con alcune importanti eccezioni. La prima riguarda il reddito di cittadinanza proposto dai Cinquestelle e imposto al dibattito politico nazionale, che ha costretto tutti gli altri partiti a misurarsi con proposte alternative. L’altra eccezione riguarda il movimento Liberi e Uguali che riserva una particolare sensibilità alle condizioni del mondo del lavoro, ma lo fa in totale contrapposizione a quanto realizzato dai governi a guida Pd.

È indubbio che esiste una correlazione tra la centralità del tema delle tasse nel dibattito politico ed elettorale e il tramonto della questione meridionale. In ogni sistema politico e in ogni parte del mondo, quando si ritiene che per stimolare gli investimenti sia necessario ridurre la tassazione sui redditi di impresa, è chiaro che non si dà nessuna importanza al ruolo di stimolo dello Stato all’economia. Anzi, si fa il tifo per uno “Stato minimo”, che si ritiri dai tanti settori che ha occupato, che non danneggi l’economia privata con i tanti servizi e investimenti finanziati da un’alta tassazione. Più lo Stato si allarga, più aumentano le tasse; più lo Stato si restringe nei suoi compiti e nei servizi offerti, meno tasse sono necessarie. Un privato che ottiene un cospicuo risparmio fiscale (secondo questa ipotesi) è di per sé stimolato a investire il risparmio ottenuto nel migliorare la sua impresa o a cercare in altri settori economici migliori opportunità di profitti. Ammesso che questa ipotesi sia verosimile, quale imprenditore investirebbe i risparmi ottenuti nel Sud? Qualsiasi privato che investe si aspetta una redditività a breve o nel medio periodo che il Sud in questa fase non potrebbe consentirgli. Quindi investirebbe il risparmio dove è più sicuro di avere un ritorno, cioè nei territori già ricchi di reddito. Il risparmio va così dove già c’è la ricchezza. In definitiva, ogni politica pubblica che si basa su investimenti privati stimolati dalla riduzione delle tasse, ha come obiettivo quello di rafforzare l’economia nelle parti più sviluppate. 

Dunque, il taglio delle tasse e lo sviluppo del Sud sono due proposte assolutamente contrapposte e inconciliabili. Il Sud non può aspettarsi niente di positivo o di stimolante da una politica che basa lo sviluppo del Paese sull’eventualità che i risparmi ottenuti si trasformino in impieghi produttivi. Ed è evidente che un piano di grandi investimenti pubblici, unico programma in grado di rilanciare sul serio l’economia meridionale, presuppone risorse pubbliche ingenti. E dove si prendono queste risorse se si abbassano le tasse e non c’è nessuna proposta concreta di un recupero della vastissima evasione ed elusione fiscale? 

Insomma, quando in una campagna elettorale i temi di confronto sono legati alla riduzione delle tasse non c’è nessuno spazio per quelle questioni che presuppongono un ruolo centrale dello Stato per stimolare il mercato e che si finanziano con le tasse e non con la loro riduzione. In questa campagna elettorale non c’è una contrapposizione tra statalisti e liberisti, ma tra liberisti di destra e liberisti di sinistra, con qualche difficoltà a decifrarne le differenze in economia, mentre più marcate sono le distanze in tema di diritti e di immigrazione. Il centrosinistra non intende identificarsi con nessuna questione di ingiustizia territoriale, con nessuna questione di ingiustizia sociale; è una sinistra dei diritti civili, delle riforme istituzionali ma non della lotta alle ingiustizie territoriali, generazionali, o di altro tipo. Per questo è una sinistra ameridionale, mentre il centrodestra è nei fatti antimeridionale perché propugna i privati come unici motori dello sviluppo, che niente possono dire al Sud in questo momento della sua storia. Ciò che distingue gli schieramenti politici italiani è la sottile differenza tra l’ostilità verso i meridionali, il disinteresse verso la loro condizione o l’insignificanza dei loro problemi.

Se così stanno le cose, perché meravigliarsi di alcuni approdi filo-borbonici o del rancore che serpeggia tra coloro che sono indifferenti alla nazione? Prima o poi tutto ciò troverà una sponda aggregante: un movimento antisettentrionale, un ribellismo antisistema o addirittura un equilibrio dettato dall’economia illegale e criminale. Perché se un terzo dell’Italia è fuori dai programmi dei partiti e delle coalizioni che si contendono il potere e il governo del Paese, vuol dire semplicemente che si sta consumando il collante che tiene unita la nazione. 

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