In casa

Un’operaia della Maserati

incontro con Simona a cura di Federico Bellono e Filomena Greco

illustrazione di Dadu Shin

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Qella che segue è una delle testimonanze che compaiono nel citato volume delle Edizioni Gruppo Abele. Simona è una delle operaie della Maserati di Grugliasco. Ha poco più di quarant’anni, due figli maschi e una famiglia grande. In casa con lei vive anche sua mamma. “Abbiamo fatto una scelta”, racconta con grande lucidità. In Maserati Simona arriva nel 2009, quando Fiat acquisisce lo stabilimento Bertone di Grugliasco. “Ci ho lavorato per dieci anni dopo un’esperienza in un’altra piccola officina meccanica dove si vedevano cose incredibili. Quando sono entrata in Bertone, mi sembrava di essere in paradiso”. Simona ha iniziato in fabbrica a diciassette anni. Non aveva voluto studiare, “non ho avuto voglia di cercare altro”, confessa. Proprio a ridosso di questo cambio di passo lavorativo perde suo padre. Lei, le due sorelle e la mamma restano sole. “Mio padre è morto giovane, aveva solo cinquant’anni, poteva ancora dare tanto. Io e mia madre lavoravamo nella stessa azienda, lei ha rischiato una brutta depressione e dopo sei mesi ha lasciato il posto”. Simona e le sorelle erano sistemate, lavoravano tutte, in più lei era già sposata. Ma la vita è cambiata, radicalmente.

In casa

Da Taranto, cosa succede all’Ilva e dell’Ilva

di Fabio Boccuni e Salvatore Romeo

illustrazione di Hok Tak Yeung

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Lunedì 9 ottobre 2017: lo stabilimento siderurgico di Taranto, l’unità produttiva più grande d’Italia, si è fermata. L’enorme fabbrica, quasi una città con i suoi 1.500 ettari, è come un gigante assopito. Quello che non è riuscito alla magistratura, con i sequestri dell’estate 2012, è stato realizzato dai lavoratori. L’adesione allo sciopero proclamato unitariamente dalle organizzazioni sindacali è stata pressoché totale. Dentro i cancelli sono rimasti quasi soltanto gli addetti “di comandata”, necessari a mantenere in sicurezza gli impianti: poche centinaia di uomini, a fronte degli quasi 11 mila dipendenti del polo tarantino. Analoghe azioni di protesta si sono avute anche negli altri stabilimenti del gruppo Ilva: a Genova e a Novi Ligure. Una mobilitazione di tale ampiezza non si è forse mai verificata dalla privatizzazione del 1995. Lo sciopero è stato indetto in risposta al Piano industriale presentato dal nuovo acquirente di Ilva, la cordata Am Investco, capeggiata dalla multinazionale Arcelor Mittal. Oltre agli esuberi già annunciati lo scorso giugno, per i lavoratori che resterebbero in attività si prospetta la riassunzione con i contratti a tutele crescenti introdotti dal Jobs Act, e quindi l’annullamento delle anzianità e dei diritti acquisiti.

In casa

Operai senza fabbrica e fabbriche senza operai

di Chiara Saraceno

illustrazione di Andrea Bruno

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Gli spezzoni di biografia raccolti in questo testo forniscono alcuni elementi per ripercorrere le vicende, non solo individuali ma anche collettive, che hanno segnato la storia industriale, economica e umana del nostro paese. Possiamo rintracciarvi la storia di un pezzo di Italia industriale che per alcuni decenni è stata il punto di attrazione sia rispetto alle campagne limitrofe, sia rispetto alle regioni del Mezzogiorno. Un’Italia industriale che non solo dava lavoro, ma anche senso di appartenenza e dignità. Fieri di essere operai, come dice Beppe che ha ereditato questa fierezza dal proprio padre. Dove le fabbriche erano un luogo di fatica e lavoro duro e ripetitivo, ma anche “il luogo di riscatto e di crescita”, come dice L. C., oggi così piegato dall’esperienza della precarietà e dai ricatti che essa comporta, da non voler neppure essere identificato con il nome proprio, per timore di essere riconosciuto. Erano il luogo in cui si diventava “socialmente attivi” come afferma orgogliosamente Nina, “perché in fabbrica automaticamente vivi le cose insieme ad altri, fai parte di un nucleo, e da quel nucleo inizi a vivere, a comprendere le problematiche, a formare la tua posizione, ad agire per tentare di migliorare le cose”. O anche, più semplicemente, spazi di socialità e amicizia, dove si può scambiare una risata per allentare la tensione, come osserva Simona, anche se qualche capo vorrebbe trasformarla in un “lager”, dove quando si lavora non si può neppure scambiare una parola con chi sta vicino. Questa visione della fabbrica come luogo della socialità e del lavoro operaio come fonte di identità e fierezza sembra tuttavia condivisa – anche se spesso solo nella forma di una nostalgia – maggiormente dai lavoratori in età più matura. Tra i più giovani emerge piuttosto il disincanto.

In casa

Lavoro e conflitti nella catena logistica del trasporto

di Andrea Bottalico

illustrazione di Chris Ware

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Il 17 settembre 2016, un corteo sfilava per le strade di Piacenza all’indomani della morte di Abd Elsalam Eldanf, facchino egiziano di cinquantatre anni travolto da un tir all’esterno del magazzino Gls di Montale. Tra i manifestanti presenti, una forza lavoro migrante impegnata dal 2008 insieme ai sindacati di base in mobilitazioni nelle piattaforme logistiche del Veneto, della Lombardia, dell’Emilia Romagna, del Piemonte. La sera del 14 settembre, ai cancelli del magazzino Gls Abd Elsalam si trovava insieme a un gruppo di lavoratori a cui era scaduto il contratto. La ragione del picchetto riguardava un accordo sottoscritto tempo addietro dall’azienda appaltatrice di manodopera Seam Srl, appartenente a sua volta al consorzio Natana Doc, fornitrice di servizi in subappalto alla Gls. In Italia, la logistica conto terzi nel 2016 ha raggiunto un fatturato di ottanta miliardi di euro.

In casa

Perché occupare una fabbrica

di Gigi Malabarba, a cura di Mimmo Perrotta

illustrazione di Frans Masereel

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Perché occupare una fabbrica?
Anzitutto per un bisogno: recuperare un lavoro e un reddito. La cosa più facile per qualcuno che da quella fabbrica è stato espulso è quella di riprendersi in mano quel mezzo di produzione per riuscire a ricostruirsi una vita lavorativa e un reddito. Così è stato per la Rimaflow e potrebbe essere possibile per tante altre realtà in cui finisce l’attività lavorativa da parte del padrone, per ragioni diverse. La nostra non era una fabbrica che non funzionava: la Maflow produceva impianti di aria condizionata per automobili, aveva delle commesse molto importanti di Bmw, che non ha mai avuto un giorno di crisi in Europa. Poi però si sono messe a carico dell’attività industriale le operazioni finanziarie di un gruppo. Anche se le ragioni possono essere diverse per la chiusura di una fabbrica, la questione è che i lavoratori non lascino quel luogo. Un luogo che conoscono e che hanno contribuito ovviamente a rendere profittevole per il padrone; a un certo punto la riappropriazione diventa una cosa molto a portata di mano.