In casa

La città più sporca d’Italia

di Simone Sapienza

murale di Pisku

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Le ultime elezioni politiche italiane sono state uno shock per buona parte dei democratici e dei progressisti. Forse lo sono state un po’ meno per noi romani, che due anni prima avevamo vissuto il risultato delle elezioni amministrative con la vittoria di Virginia Raggi: in quell’occasione, un’intera città, in modo quasi perfettamente trasversale tra ceti sociali e simpatie politiche, ha preferito affidare la propria vita quotidiana a chi non aveva alcuna esperienza piuttosto che alla classe dirigente – di destra o di sinistra – che l’aveva amministrata fino ad allora.

A distanza di due anni, l’incapacità della giunta a 5stelle, la sua completa impreparazione a gestire la città più difficile e complessa d’Italia, è ormai evidente, e la sentenza di assoluzione in primo grado del processo Raggi non toglie certo i problemi dalle strade di Roma.

La sindaca addita colpevoli e agita fantomatici nemici del cambiamento, ma in due anni Roma è caduta ancor di più in uno stato di degrado inaccettabile, per se stessa e per il Paese. La situazione pregressa non può più essere un’attenuante che annulla le responsabilità politiche dell’attuale amministrazione, che vanno denunciate con chiarezza.

Oltre a questa profonda inadeguatezza di chi amministra, a Roma è anche evidente l’assenza di un’opposizione. Quella attuale, divenuta opposizione anche nel Paese, non riesce a svolgere alcun ruolo di rilievo, e quindi nemmeno a riconquistare le parti sociali che evidentemente ha perduto. Cresce l’idea che al fallimento della giunta 5 stelle seguirà il successo di una destra salviniana come ultima dimostrazione di un distacco popolare dall’intera classe dirigente democratica, che in questa città non riesce a ritrovare alcuna empatia con i cittadini, al di fuori dai primi due municipi del centro.

Appare evidente come il destino della capitale sia il riflesso di ciò che accade nel paese, e un’analisi lucida e completa non può prescindere da questa profonda correlazione. Chi, come Matteo Renzi, negli anni scorsi lo ha fatto, illudendosi di poter affrontare Roma come una semplice grande città italiana, ha legato il suo destino all’insuccesso di questa scelta.

Roma è un banco di prova per il governo di realtà complesse, in un paese che vive in una continua simulazione di emergenze e promesse, illusioni, disillusioni e rabbia.

Ma nessun paese si solleva mentre la capitale affonda. Solo in Italia siamo tanto ottusi da non capirlo, presi da un lato dal campanilismo dei parlamentari, dall’altro da una classe politica romana indolente. Nessuna grande forza politica sembra aver capito che senza Roma il paese va allo sfascio.

Roma può e deve proporsi come promotrice di un processo di “ricucitura” di una società italiana incattivita, rancorosa e sfiduciata, così come descritta nell’ultimo rapporto del Censis. Una ricucitura che può partire solo dalle città, luogo dove sono più evidenti le distanze tra centro e periferie e dove è enorme la disparità, oltre che di reddito, anche di accesso a conoscenza e partecipazione.

Se è vero che questa città non ha bisogno di un governo della destra populista, è altrettanto vero che un “fronte comune contro i barbari” risulta altrettanto inutile, perché la vecchia classe dirigente non può vivere nell’illusione di sopravvivere ai propri epocali fallimenti semplicemente additando i fallimenti, o le contraddizioni, o le mancanze, di chi è venuto dopo. Io non credo la sinistra abbia perso il consenso in questa città per un problema di comunicazione o perché non sia stata compresa. Io credo che sia stata capita benissimo e per questo abbia perso.

L’unica cosa di cui Roma ha davvero bisogno, è un intervento chirurgico al suo apparato neuronale: in questi casi, si sa, ci si affida a uno staff medico che gode di fiducia, idee chiare, professionalità ed esperienza. Ci sono tre milioni di romani che attendono dalla politica una proposta di intervento chiara, seria, coraggiosa, capace non di promesse, né di continui accordi a esclusiva di categorie, lobby e clientele, ma di soluzioni tangibili e reali: finché qualcuno non si farà carico di questo ambizioso progetto, il declino della capitale non avrà fine.

Questa città ha un disperato bisogno di un dibattito vero fuori dallo scontro partitico, di un luogo nel quale riflettere sulle soluzioni. Per capire che le soluzioni ci sarebbero, ma nessuno ha il coraggio di discuterle, basti considerare, ad esempio, tre nodi che gravano sul quotidiano di ogni cittadino: i rifiuti, la mobilità, il lavoro.

Partiamo dal dramma più sentito, che ormai è diventato motivo di “fama” internazionale per questa città, e che in queste settimane non accenna a scemare, ma sembra addirittura acuirsi: lo scandalo dei rifiuti. In questi mesi abbiamo assistito a rimpalli continui tra Comune e Regione e tra maggioranza e opposizione. Ma nessuno ha avuto il coraggio di dire la verità: dalla chiusura di Malagrotta, l’intero ciclo dei rifiuti è rallentato perché Roma non ha una discarica di servizio. Roma paga altre città semplicemente per fare quello che non ha il coraggio di fare. Ma tra l’utilizzo della discarica unica gestita da Cerroni e la situazione attuale in cui la capitale dipende da altre città pagando un prezzo altissimo, c’è un mare di soluzioni: tanto per cominciare l’utilizzo di quella tecnologia che altri oggi adoperano facendola pagare a caro prezzo. Il punto focale, di fronte a soluzioni che esistono ma determinano delle scelte impopolari, è la credibilità dell’amministrazione di andare in una zona di Roma e spiegare agli abitanti che una discarica di servizio oggi può funzionare in sicurezza, e isolata dal resto. Incentivarli, ricompensarli, renderli partecipi di questo processo di cambiamento e – come ultima ipotesi – farla comunque, perché è indispensabile. Invece, l’interazione tra chi sa quello che deve fare e chi si affida convinto da un progetto e da una visione globale non avviene, perché chi dovrebbe sapere cosa serve alla città in realtà brancola nel buio, e questo i cittadini lo percepiscono. Ma soprattutto, un’operazione di questo tipo richiede un requisito fondamentale: l’autorevolezza. Ecco allora che il tema rifiuti chiama in causa qualcosa di più profondo, forse centrale a Roma e non solo. A furia di gridare addosso alla politica e alle istituzioni, i cittadini non danno più credibilità ai loro rappresentanti se invece di contestare devono governare. Chi può avere la forza di convincere un quartiere che una discarica di servizio è utile e non sarà il solito “danno” e che le promesse saranno mantenute?

Nel frattempo, non si aumenta la raccolta differenziata. Esperimenti in stato avanzato in tante altre città (come il vuoto a rendere) non sono neppure presi in considerazione, e ormai non serve arrivare ad Amsterdam per scoprire innovazioni tecnologiche come l’interramento dei cassonetti. Ma l’unica cosa che riusciamo a “riciclare” a Roma invece sono gli impianti che fanno altro rispetto a ciò per cui sono nati. Basti vedere il Tmb salario ridotto a un sito di stoccaggio anziché impiegato per trattare meccanicamente e biologicamente i rifiuti che, saturo e tenuto male, ha preso fuoco pochi giorni fa. Una giunta che non ha paura del consenso, dovrebbe adoperarsi perché Roma, e attraverso il contratto di servizio Ama, si doti di impianti di proprietà a servizio sia della raccolta differenziata che dell’indifferenziata, per chiudere il ciclo dei rifiuti nel rispetto del principio di prossimità e di autosufficienza.

Passiamo alla mobilità. Non è un tema da addetti ai lavori. La mobilità incide su quanto di più prezioso hanno gli esseri umani: il tempo. Un programma sulla Capitale dovrebbe partire da qui, cioè da provvedimenti che restituiscano il tempo ai romani.

In una città come Roma, dove i cittadini si spostano nel traffico quasi esclusivamente con mezzi propri, lontanissima dalle medie europee di utilizzo dei mezzi pubblici, sarebbe lecito aspettarsi dall’amministrazione un’idea nuova di città, un progetto complessivo, qualcosa di più di nuovi divieti, strisce blu ed ecopass, misure che acquisterebbero senso solo se inserite in un piano di revisione globale. Invece nulla sembra realmente muoversi. Il servizio di trasporto pubblico è condannato al declino dallo stesso concordato che dovrebbe evitare il fallimento – già nei fatti – di Atac. Gli autobus, più inquinanti di decine di macchine messe insieme, continuano a servire sempre meno in termini di chilometri e qualità del servizio. E non c’è un piano nemmeno per la Metro C, per la quale si chiede di andare avanti con altre centinaia di milioni di euro senza sciogliere i nodi progettuali che, sin qui, ne hanno decretato costi quintuplicati e decenni di lavori.

In casa

Roma: disastro a 5stelle

di Paolo Berdini

Murale di TVBOY

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Nessun osservatore dello stato di Roma dai molteplici punti di vista con cui può essere analizzata, esita nel definire preoccupante la condizione urbana della capitale. L’aspetto più evidente è quello degli autobus che prendono fuoco; delle buche nelle strade e nei marciapiedi; dei cassonetti dei rifiuti sempre stracolmi; del quotidiano blocco del traffico automobilistico anche a causa della caduta verticale del’offerta di trasporto pubblico. Ma oltre a queste patologie più evidenti –e per ciò stesso maggiormente messe in risalto dal mondo della comunicazione- esistono altri fenomeni meno indagati ma non meno preoccupanti che vanno nella stessa direzione. La manutenzione delle scuole assente; i servizi sociali in periferia che vengono chiusi o ridotti; parchi e giardini abbandonati a se stessi. E l’elenco potrebbe continuare ancora.

C’è poi una questione fondamentale di cui non si sente parlare più. Roma ha ad oggi un debito consolidato di 14,5 miliardi e, secondo la legislazione in materia di indebitamento dei comuni, la capitale potrebbe essere portata al fallimento, come avviene ogni anno per decine di comuni minori. Un debito così gigantesco provoca due effetti rilevanti. Il primo è che i cittadini romani sono chiamati a contribuire al suo ripianamento attraverso tariffe per i servizi pubblici più alte d’Italia. Il secondo effetto è che alla città mancano le risorse da investire per la cura della città, per migliorare i servizi, per curare i parchi o rendere belle le piazze. Il debito che grava su Roma ha dunque effetti enormi sulla vita delle persone sia perché ne intacca la ricchezza personale sia perché li priva della speranza di una città migliore. Insomma, il peso dell’indebitamento fa svanire la speranza di un futuro migliore.

Ma di questo non si parla nel grande circo mediatico. Più facile dedicare pagine intere alle foto dei cassonetti stracolmi, dell’ultimo autobus in fiamme, del primato delle buche. Affrontare il tema delle cause e degli effetti che il debito provoca, obbligherebbe altrimenti a doversi cimentare con le cause strutturali che hanno portato alla situazione attuale. Interrogarsi sui motivi veri del malessere urbano. E, in tal senso, è stata utilissima la parentesi del governo 5stelle guidato da Virginia Raggi, un insieme di incapacità, arroganza e opacità che non si era mai visto prima e che è stata magistralmente sfruttata per non parlare delle questioni fondamentali. La Raggi si è dimostrata incapace di affrontare i nodi della crisi della città, ma non è certo da ritenersi l’unica ne’ tantomeno la più colpevole del disastro romano. La fallimentare guida 5stelle è dunque servita per nascondere i veri motivi del declino di Roma.

Per rintracciare gli elementi strutturali della crisi urbana conviene ripartire dall’apice del successo delle amministrazioni di centro sinistra che avevano ereditato la città dal disastro di Tangentopoli. Il grande evento del Giubileo del 2000, sia per la impeccabile conduzione da parte dell’amministrazione Rutelli sia per il peso mediatico della figura di papa Wojtyla, ebbero sul piano nazionale e internazionale un effetto di grande rilevo rilanciando l’immagine di una capitale poco amata ma che dimostrò in quella occasione grande efficienza. Da quel momento si susseguirono senza sosta attenzioni di investimento da parte dei grandi gruppi internazionali del settore alberghiero e delle catene dei centri commerciali e, sembrò alla sprovveduta sinistra allora al governo della città, che tutti i problemi della città fossero risolti. All’apice dell’ubriacatura culturale neolibersta che contagiò e contagia ancora la sinistra, l’allora sindaco Veltroni abbagliato dagli effetti positivi dell’investimento pubblico per l’evento Giubileo, affermò addirittura che era nato il “modello Roma” e cioè che la sinistra si poteva candidarsi alla guida del paese proprio in virtù degli straordinari risultati ottenuti nel governo urbano. Lo stesso Veltroni sulla base di questo presupposto politico e culturale divenne segretario del Partito democratico nel 2007 e si distinse per la teoria del “voto utile” che azzerò quasi completamente la rappresentanza istituzionale della sinistra critica.

La sinistra di governo aveva in quegli anni un enorme potere nella maggioranza dei comuni e delle regioni e si alternava con lo schieramento di centro destra alla guida del paese. Ricordiamo che il Partito democratico aveva consensi mediamente intorno al 30%. Un consenso effimero, come l’effetto del giubileo. Un consenso non sostenuto da una visione di lungo periodo e che sarebbe inevitabilmente svanito di fronte alle prime difficoltà. Il cambio di scenario si ebbe in quegli stessi anni. Nel 2007 e nel 2008 nel cuore della potere economico mondiale si manifestarono i segnali della crisi economica e finanziaria che dagli Stati uniti si sarebbe propagata al mondo intero con conseguenze che sono ancora in atto e colpiscono le condizioni di vita della maggioranza della popolazione mondiale. Il “miracolo” romano svanì in poco tempo e la delusione per le mancate promesse travolse la sinistra di governo che si era candidata a guidare il paese.

Finito, o per meglio dire di molto attenuato il meccanismo della valorizzazione immobiliare che aveva sostenuto il decennio pretendente, si aprì sotto la guida di una destra vincente di Gianni Alemanno, l’assalto ai servizi pubblici. Alla guida delle più importanti società controllate dal comune di Roma, furono nominati personaggi di scarsa attitudine al risanamento aziendale ma di sicura fedeltà politica. Presidente dell’azienda di rifiuti urbani (Ama) divenne Franco Panzironi; a capo dell’Ente Eur Riccardo Mancini; l’azienda di trasporto pubblico (Atac) divenne il luogo privilegiato per assunzioni clientelari, circa 700 persone con una spesa annua di almeno 30 milioni all’anno, che fu chiamata “parentopoli”. Nell’aprile 2018 Panzironi fu condannato a 2 anni di reclusione con sentenza definitiva di Cassazione. Nel caso dell’Eur per ripianare il debito contratto dal gruppo dirigente (Mancini venne arrestato per tangenti e condannato nel maggio 2018 a 5 anni di reclusione) fu messo in vendita una parte del patrimonio storico dell’ente. Nel caso dell’Ama, Panzironi venne coinvolto nel processo “Mafia capitale” e condannato in primo grado a 10 anni di reclusione.

In casa

Il daspo urbano: la trappola del decoro

di Federica Graziani

disegno di icinori

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Alla vigilia di Natale, davanti al cimitero di San Bernardo, a Lodi, due uomini litigano. Il bisticcio prosegue senza soluzione, si articola e si esaspera finché uno dei due finisce per chiamare il 112. Una pattuglia di polizia locale arriva sul posto e, tentando di venire a capo delle rimostranze reciproche, le compone spiccando una multa e un ordine di allontanamento dal luogo in cui si è svolto il fatto verso entrambi i contendenti.

Questa piccola parabola di Natale potrebbe avere per titolo “Tra i due litiganti la Questura gode” e sembrerebbe suggerire che i provvedimenti con cui la polizia urbana appiana i diverbi nel comune di Lodi – trecento euro di contravvenzione e due giorni di espulsione dalla zona in cui la condotta illecita è stata accertata – siano disposti da un giudice un po’ troppo salomonico e particolarmente affezionato alla conservazione della pace cittadina, costi quel che costi. Ma come è possibile che un semplice bisticcio sia sanzionato così pesantemente? Per capirlo, bisogna andare alle ragioni per cui quei due uomini di nazionalità nigeriana la mattina del 24 dicembre si trovavano davanti al cimitero: erano lì per chiedere l’elemosina a chi, in occasione delle festività, andava a trovare le tombe dei propri cari. Il litigio è nato per stabilire chi tra i due dovesse fermarsi a mendicare qualche soldo in una giornata e in un luogo che la tradizione millenaria dei culti religiosi lega all’elargizione di offerte e alle opere di carità. E non riuscendo a venire a capo di chi fra loro avesse maggior diritto nella sventura, uno dei due si rivolge a un diritto superiore, quello garantito dei tutori dell’ordine cittadino. Ma quella invocazione incontra il nuovo regolamento comunale, approvato dalla giunta di Lodi nel febbraio del 2018, che “nei luoghi soggetti a pubblico passaggio pedonale e veicolare” vieta di “infastidire in modo assillante i conducenti di veicoli e pedoni con richieste di denaro, anche previa offerta di oggetti e/o servizi”. Con le conseguenze, in caso di trasgressione, che i due questuanti – evidentemente all’oscuro di quel che sui giornali locali è passato come “regolamento anti-accattoni” – hanno saggiato: una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 300 euro e l’ordine di allontanamento, quel che sulla stampa nazionale compare spesso sotto la dicitura di Daspo urbano.

Voce complessiva che battezza due diverse misure di castigo per condotte ritenute illecite, l’ordine di allontanamento e il divieto d’accesso, il Daspo deve il suo nome alla parentela con il Divieto di accesso alle manifestazioni sportive (D.a.spo., appunto). Quest’ultimo strumento, nato in seguito alla strage di Heysel – la tragedia avvenuta allo stadio di Bruxelles il 29 maggio 1985, poco prima dell’inizio della finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, dove in seguito ai disordini dei tifosi vi fu il crollo di un muro e di una scalinata che provocò 39 morti e oltre 600 feriti – fu sancito prima nella legislazione europea, per essere poi accolto in Italia nel 1989 e avere una lunga vita di perfezionamenti normativi fino alla legge Amato del 2007. La normativa sul Daspo vieta non solo l’accesso agli impianti dove si svolgono le manifestazioni sportive, ma anche a quei luoghi interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano e assistono alle partite di calcio. Il Daspo consente al questore di comminare un periodo di proibizione ad assistere alle partite di calcio per un periodo variabile (da uno a cinque anni), con l’obbligo di firma in Questura durante lo svolgimento della partita. Attorno alla sua applicazione, come nel caso di altri dispositivi preposti al controllo negli stadi – basti pensare alla Tessera del tifoso – si sono sviluppate consistenti e fondate polemiche di natura garantista. E così attorno alle misure di Daspo urbano, previste dalle nuove norme di polizia urbana della città di Lodi e da tanti altri regolamenti dei diversi comuni italiani che hanno recepito le disposizioni di legge “a salvaguardia della sicurezza urbana e del decoro dell’ambiente urbano”. La storia delle attuali politiche di sicurezza, con il loro portato di diffusione e sviluppo di un lessico e di un’ottica di approccio organico e continuativo rispetto al tema, in Italia nasce in una data precisa. È il 1992, e a Bologna si raduna un gruppo di amministratori, giornalisti, ricercatori, operatori sociali che fonda una rivista, “Sicurezza e territorio”. Quella prima iniziativa, ancora solo editoriale, si proponeva il fine di “divulgare in Italia la più matura esperienza dell’Europa del nord e di contribuire ad attrezzare il personale politico-amministrativo dell’Emilia-Romagna al diffondersi anche nelle città italiane di una nuova, impellente, domanda sociale di sicurezza”. Trascorrono due anni e, nel 1994, la Regione Emilia Romagna decide di raccogliere gli stimoli culturali e politici di quella redazione avviando il progetto “Città Sicure”, esperienza pionieristica che vede convergere a Bologna i maitrés a penser nazionali della criminologia sociale. E che lega il tema della sicurezza a un pacchetto articolato di strumenti politici integrati, animati da tre principi fondanti: il valore del governo locale nelle politiche criminali e preventive, l’importanza di accogliere con serietà le paure della cittadinanza nei diversi contesti in cui si manifestano e la necessità di sostenere e includere i soggetti vulnerabili, più esposti al rischio di criminalità.

Negli anni successivi, dal 1995 al 2001, le iniziative di miglioramento della sicurezza si moltiplicano in diverse città italiane, soprattutto nei capoluoghi provinciali e regionali al nord e al centro della penisola, amministrati da coalizioni di centro-sinistra. A seguito, da un lato, della sempre più intensa domanda sociale di sicurezza e dell’importanza che il tema andava assumendo nelle campagne elettorali locali e, dall’altro, della legge 81 del 1993, che introduceva l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province da parte dei cittadini. Il livello di coinvolgimento delle amministrazioni locali nel governo della sicurezza urbana e il rapporto, nell’ambito delle politiche cittadine, tra diversi interventi di prevenzione e attività di controllo e sanzione si comporrà variamente, dando origine a esperienze diversificate e frastagliate. Ma il Governo italiano fatica ad accogliere le esigenze delle amministrazioni cittadine e i tentativi di sperimentare nuove forme di collaborazione tra i due soggetti rimangono spesso tali. La competizione tra autorità dello stato e autorità locali per la ridefinizione dei ruoli e delle responsabilità di ciascuno nell’amministrazione della sicurezza urbana prosegue con alterne vicende fino al 2008, quando la normativa in materia cambia radicalmente, dando ai sindaci poteri nuovi in qualità di “ufficiali di Governo”. Il 5 agosto di quell’anno l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, approva il decreto “Incolumità pubblica e sicurezza urbana: definizione e ambiti di applicazione” e qui, per la prima volta, viene integrata nella legislazione nazionale la nozione di sicurezza urbana come “un bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale”. La sicurezza, così lascamente definita, trova una delineazione più puntuale nella specificazione degli ambiti di intervento previsti per i sindaci. I primi cittadini sono chiamati a prevenire e contrastare cinque possibili scenari urbani: “a) le situazioni urbane di degrado o di isolamento che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l’accattonaggio con impiego di minori e disabili e i fenomeni di violenza legati anche all’abuso di alcool; b) le situazioni in cui si verificano comportamenti quali il danneggiamento al patrimonio pubblico e privato o che ne impediscono la fruibilità e determinano lo scadimento della qualità urbana; c) l’incuria, il degrado e l’occupazione abusiva di immobili tali da favorire le situazioni indicate ai punti a) e b); d) le situazioni che costituiscono intralcio alla pubblica viabilità o che alterano il decoro urbano, in particolare quelle di abusivismo commerciale e di illecita occupazione di suolo pubblico; e) i comportamenti che, come la prostituzione su strada o l’accattonaggio molesto, possono offendere la pubblica decenza anche per le modalità con cui si manifestano, ovvero turbano gravemente il libero utilizzo degli spazi pubblici o la fruizione cui sono destinati o che rendono difficoltoso o pericoloso l’accesso a essi”.

In casa

Ancora sul decreto Salvini

  di Vittorio Cogliati Dezza

disegno di Claudia Palmarucci

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Con questa legge si punta a cambiare la natura della società italiana, il suo spirito profondo, fatto di solidarietà, di ricchezza di relazioni umane basate sulla fiducia, e si mettono le basi per trasformare il prossimo in un nemico, di cui bisogna aver paura. A cui si può sparare. È la versione italiana del trumpismo.

Il DL 113, convertito in legge dal Senato (legge n.840) è ora in discussione alla Camera.

Le misure sull’immigrazione sono contenute negli artt. 1-13 con una coda nell’art.14 che tratta della cittadinanza e rappresentano la seconda gamba dell’azione governativa nelle politiche migratorie.

Il sistema pubblico di gestione del fenomeno migratorio si avvale di tre segmenti: 1) gestione dell’emergenza degli arrivi, in gran parte via mare, 2) prima accoglienza, per identificazione e primo soccorso a terra, concentrata negli hot spot e nei centri di prima accoglienza, 3) seconda accoglienza, diffusa sul territorio, per l’avvio dell’integrazione. A “metà strada” tra prima e seconda accoglienza i Cas (Centri di accoglienza straordinaria), decisi dalle prefetture e in gestione a imprenditori privati e a cooperative.

Il primo segmento è stato ampiamente destrutturato con la campagna estiva, di cui l’episodio della Diciotti, a cui è stato impedito per 11 giorni di portare a terra i naufraghi raccolti in mare, rappresenta l’elemento più vistoso e dirompente. Questa politica ha rappresentato la prosecuzione e la radicalizzazione della politica già impostata dal governo precedente Gentiloni – Minniti.

Il secondo e il terzo segmento sono fino a oggi regolamentati dal Testo Unico sull’immigrazione del 1998, n.286, e successive modificazioni, di cui la principale è rappresentata dalla legge 30 luglio 2002, n. 189, più conosciuta come legge Bossi-Fini, che oltre a inserire il reato di clandestinità istituisce lo Sprar – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati.

Il DL 113 modifica radicalmente il secondo e terzo segmento, eliminando le forme di tutela complementari alla protezione internazionale, definita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, la “protezione umanitaria”, che in questi anni ha coperto più del 50% delle domande d’asilo accolte, e limitando in modo molto significativo l’accesso al sistema Sprar (riservato d’ora in avanti solo ai titolari di protezione e non più anche ai richiedenti – si può calcolare che nell’arco di pochi mesi si passerà dagli attuali 36mila beneficiari, ospitati presso i centri Sprar, a non più di 10mila) e, di fatto, attraverso la complementarietà di una serie di misure paralizza l’accoglienza diffusa che favorisce l’integrazione in un’ottica di sviluppo locale.

L’iter di approvazione al Senato rappresenta un momento significativo per comprendere l’operazione sottesa all’approvazione della legge. Stando alle cronache il governo decide lunedì 5 novembre di chiedere la fiducia, e mercoledì il maxi emendamento che incorpora, modifica e allarga, passando da 40 articoli a 63, il decreto legge 113 viene approvato. L’emendamento, prodotto in poco più di un giorno e mezzo, si presenta come un miscuglio di interventi di natura molto diversa: diritti dei migranti e sistema di accoglienza, modifiche del codice della strada, piani di emergenza negli impianti per i rifiuti, assunzioni nella polizia municipale e autorizzazione per l’uso della pistola elettrica, uso dei droni, vendita dei beni confiscati, riorganizzazione del Ministero degli Interni e investimenti per il corpo di polizia, aumento degli oneri nel servizio d’ordine per le manifestazioni sportive, occupazioni di immobili, blocco stradale, accattonaggio, parcheggiatori abusivi …. Ma dietro questa apparente confusione c’è una filosofia coerente, trasformazione di ogni problema sociale del paese in un problema di ordine pubblico, tradotta in misure molto calibrate, che restringono ulteriormente diritti e agibilità politica e che non sembrano proprio improvvisate. Il sospetto è che tutto ciò fosse già nelle intenzioni del Governo, ma non inserito nel decreto legge per ammorbidire nella percezione dell’opinione pubblica l’impatto traumatico di certe misure e, probabilmente, per evitare la bocciatura del Presidente

Nello specifico.

– Il DL 113, con l’art.1, cancella dalla legislazione italiana la protezione umanitaria, abrogando l’istituto del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostituito da una certosina casistica di “casi speciali”, meticolosamente elencati (cure mediche, protezione da tratta e violenza, calamità naturali che impediscono il rientro nel paese d’origine, grave sfruttamento lavorativo, atti di particolare valore civile), per i quali è molto ampia la discrezionalità del questore, a cui le Commissioni territoriali debbono “passare le carte” perché assuma la decisione finale.

– A completare il pesante restringimento delle possibilità di protezione intervengono altre misure come la modifica per i tempi dei ricorsi, la revisione delle procedure per i ricorsi stessi.

– Con gli art.2 e 3 si interviene sui tempi per l’identificazione dei richiedenti, che sale a 30 giorni negli Hot Spot e a 180 (erano 90) nei Centri di permanenza per i rimpatri, portando complessivamente a 210 giorni il periodo di permanenza nei centri di prima accoglienza. Agli Hot Spot e ai Cara si affiancano i Cpr- Centri di Permanenza per il Rimpatrio.

– Per accogliere il prevedibile aumento di flusso di richiedenti verso Cara e Cpr, che provocherà un forte affollamento di queste strutture, si prevede di facilitare le procedure di gara per la costruzione di nuove strutture, in deroga al codice degli appalti (“procedura negoziata”).

– Le risorse per il Fondo per i rimpatri (art.6) vengono portate a 1.500mila per il 2019 e per il 2020, [stando alle quantificazioni fatte da Frontex, con questo budget si possono concretizzare circa 200 rimpatri l’anno].

– Con l’art.7-bis, inserito con il maxiemendamento, si introducono due nuove disposizioni:

1) adozione di un elenco dei Paesi di origine sicuri, in cui rientreranno i Paesi nei quali non sussistono atti di persecuzione o di tortura o situazioni di conflitto armato e si rispettano i diritti e le libertà stabiliti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti, per i quali è rifiutato a priori (senza quindi discrezionalità delle Commissioni territoriali) l’asilo e più rapido il rimpatrio;

2) tra le motivazioni per ritenere “manifestamente infondata” la domanda d’asilo rientra anche quella per cui “il richiedente è entrato illegalmente nel territorio nazionale” le persone soccorse in mare sono ingressi illegali? Se fosse così vorrebbe dire che puoi aver diritto all’asilo solo se arrivi con visto turistico o permesso di lavoro o con i corridoi umanitari.

– Si ampliano i casi in cui è possibile disporre la cessazione della protezione internazionale (art. 8), come, ad esempio, in caso di condanna per furto in appartamento.

– Vengono inoltre introdotte nuove norme per impedire o ridurre la possibilità di “domanda reiterata” (art.9) spesso utilizzata dai richiedenti, a cui è stato comunicato il diniego, per rinviare le procedure di rimpatrio [in questi anni in Italia è stato accolto il 40% delle domande d’asilo in prima istanza, con i ricorsi si è recuperato un altro 20%, più della metà delle domande accolte rientrava nella protezione umanitaria, oggi preclusa].

– L’art.12 che letteralmente smonta il sistema Sprar, a cui d’ora innanzi potranno avere accesso non più i richiedenti, ma solo i titolari di protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati, ed eventualmente i titolari di permessi di soggiorno indicati nei casi speciali. Alla massa dei richiedenti asilo, in attesa di risposta alla domanda, si aprono i Centri governativi di prima accoglienza, istituiti con decreto del Ministro dell’interno, e i Cas, che dovrebbero essere strutture temporanee. Per non lasciare spazio a equivoci la dicitura Sprar è sostituita, d’ora innanzi, da “Sistema di Protezione per Titolari di Protezione Internazionale e per Minori Stranieri Non Accompagnati”.

– Viene ripristinato il limite dell’80% per il contributo statale destinato ai progetti Sprar finanziati;

– Viene fortemente centralizzata la gestione del sistema di accoglienza nelle mani dei prefetti, che sono solo obbligati a “sentire” il sindaco di turno, e depotenziato il ruolo del Servizio centrale a tutto vantaggio del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno [il Servizio era fino a oggi affidato, con apposita convenzione, all’Anci, che ha fin qui svolto funzioni di informazione, promozione, consulenza, monitoraggio e supporto tecnico agli enti locali].

– Viene abrogata la possibilità di esaminare con priorità ai fini dell’assegnazione delle risorse i progetti presentati dai Comuni, titolari degli Sprar, che quindi saranno equiparati ai Cas.

(A complemento di queste misure è stato emanato dal Ministero il nuovo Capitolato per i bandi di assegnazione della gestione dei Centri di Accoglienza e dei Cas, che riduce la diaria a una fascia tra 26 e 19€, in base alla grandezza del Centro, rispetto ai 35€ di oggi, con corrispettiva eliminazione dell’obbligo di istituire corsi di lingua e altri servizi di assistenza psico-sociale e di mediazione culturale).

– Con l’art. 14 si interviene anche sulla cittadinanza, con piccoli ma significativi ritocchi. Viene tolto ogni limite temporale alla possibilità di rigettare l’istanza di richiesta di cittadinanza per jure matrimonii, ove incorrano determinate condizioni penali, mentre prima scattava il silenzio – assenso dopo due anni, aumenta da 200 a 250 € il costo della procedura, si raddoppiano i tempi delle procedure per il riconoscimento della cittadinanza da 24 a 48 mesi .

Il DL 113 dispone poi una serie di misure più specificamente di ordine pubblico:

– L’art. 21-bis dispone alcune misure contro l’esercizio molesto dell’accattonaggio (contro chi “simula per destare l’altrui pietà”) e i parcheggiatori abusivi, per i quali sono previste multe salate, da 3mila a 6mila € e l’arresto.

– L’art.23 ri-penalizza il reato di blocco stradale (depenalizzato nel 1999), con pene fino a 12 anni se compiute da più di 5 persone.

– L’art.30 accelera le procedure per lo sgombro di immobili occupati e innalza le pene di reclusione previste per il reato di occupazione di immobili.

Infine

– Con gli articoli 36 e 37 si ridefinisce il funzionamento dell’Agenzia Nazionale per la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, e si rende possibile la vendita di questi stessi beni.

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In casa

Che fare, dopo il decreto sicurezza

di Mimmo Perrotta e Savino Reggente

murale di Blu

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Già due anni fa, con l’approvazione del dl 17/2017, detto Minniti-Orlando, si è operata una politica che ha mirato a restringere e filtrare pesantemente l’ingresso di migranti, in particolare via mare, anche attraverso gli accordi siglati con diversi paesi africani e la messa fuori gioco delle Ong che operavano salvataggi in mare attraverso l’uso politico della giustizia penale. Con la lg. 113/2018, il cosiddetto decreto Salvini, questa politica si è fatta più evidente e spregiudicata. Per quanto gli arrivi via mare non si siano mai interrotti del tutto, la nuova legge sta già producendo importanti effetti sulla popolazione migrante presente sul territorio e sul sistema d’accoglienza. In parte, questi effetti sono prevedibili. Pur considerando le diverse declinazioni locali, da qui a un anno si può stimare che diverse decine di migliaia dei migranti oggi accolti (circa 136mila al 31 dicembre 2018 – un numero già molto diminuito rispetto ai 183mila di un anno fa) perderanno il diritto a restare nel sistema dell’accoglienza.

In primo luogo, il decreto sancisce che i titolari di “protezione umanitaria” non saranno più accolti nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas, gestiti dalle prefetture) o nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar, gestiti dai comuni). Va ricordato che, dei tre tipi di permesso di soggiorno che un richiedente asilo può ottenere, quello per “protezione umanitaria” è il permesso che prevede una protezione più debole e, allo stesso tempo, quello che è stato concesso maggiormente negli ultimi anni: tra il 2016 e il 2017, su un totale di 172.629 domande esaminate, a 39.145 richiedenti è stato riconosciuto un permesso di soggiorno per “protezione umanitaria” (il 22,7%), a fronte di 11.635 permessi come “rifugiati” (6,7%) e 19.753 permessi per “protezione sussidiaria” (11,4%) – questi ultimi rappresentano le forme di protezione più significative. Questo ci deve ricordare, peraltro, che la maggior parte delle domande, più di centomila in due anni, quasi il 60%, ha avuto un esito negativo, almeno al primo grado di giudizio. Il 60% dei richiedenti asilo, cioè, dopo mesi (o anni) nel sistema di accoglienza italiano, si è visto rispondere che non ha diritto a un permesso di soggiorno come migrante “forzato” e, salvo ricorso, è diventato un migrante irregolare.

Un primo effetto del decreto sicurezza, quindi, è che il 20% circa dei richiedenti asilo che hanno ottenuto un permesso di soggiorno per “protezione umanitaria” e che sono ancora presenti nel sistema di accoglienza dovranno uscire dai Cas e dagli Sprar, come in effetti sta già accadendo in moltissime città d’Italia, sebbene alcuni giudici stiano accogliendo dei ricorsi contro questa prassi.