In casa

A Rosarno, la tendopoli delle donne

di Marina Galati

disegno di Mara Cerri

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Becky Moses, giovane nigeriana, muore carbonizzata in un ennesimo incendio scoppiato nella tendopoli di San Ferdinando a Rosarno. Questa volta è una donna, non è una bracciante e non raccoglie arance. Finora il popolo della tendopoli innalzato alle cronache è maschio, bracciante impiegato nella raccolta degli agrumi.

Le immagini che ci accompagnano dalla famosa rivolta del 2010 sono di centinaia di migranti uomini africani scesi in piazza, per le vie del paese, pieni di rabbia, per protestare contro le violenze fisiche subite, lo sfruttamento nei campi e la vita da bestie vissuta in casupole fatiscenti sparse nelle campagne della piana di Rosarno e Gioia Tauro. In seguito alla rivolta l’anno dopo viene allestita la prima tendopoli a San Ferdinando, lontano dal paese, nella zona industriale, fatta di capannoni vuoti e abbandonati realizzati con la legge 488, ma le cui attività produttive non sono mai partite.

Rosarno è da tempo conosciuta come la tendopoli più grande di Italia. Nei periodi di raccolta delle arance, da ottobre a marzo, vi vivono circa 2.500 immigrati e tanti di loro oggi vi risiedono in modo permanente anche tutto l’anno. Da anni si ricercano soluzioni, si investono finanziamenti ma di fatto si moltiplicano solo campi mai del tutto attrezzati. Inconcepibilmente l’ultima tendopoli è stata costruita priva di spazi dove poter cucinare mentre era previsto un servizio di catering, scelta insensata se pensiamo che ad abitare questa tendopoli vi sono una ventina di etnie con culture sul cibo tra loro diversissime. Il cibo, come si sa, è uno degli elementi che permette di mantenere la propria identità. E le persone, nei loro processi migratori, hanno bisogno di poter continuare a prepararsi un pasto secondo le proprie usanze e culture, e molte volte questo contribuisce un po’ ad alleviare le sofferenze che le migrazioni portano con sé, a rimanere ancorati alle proprie identità e radici culturali.

In casa

Chi comanda a Torino?

di Giorgio Morbello

illustrazione di Sebastiano Ranchetti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Sembrano i simboli delle farmacie aperte in città: sono più di cento i circoletti verdi con una croce al centro che compaiono sulla schermata di Torino di Google Maps dopo aver aperto la pagina “Interventi Principali” dalla home page della Compagnia di San Paolo. Se si passa il mouse sui circoletti compare una foto con il titolo dell’iniziativa, cliccando si apre il link con la spiegazione. Andiamo a caso: Cascina Roccafranca, Yepp Falchera, Salone del libro, Centro studi Sereno Regis, Rinascimenti Sociali e così via, seguendo i circoletti. Qui c’è un contributo per una ristrutturazione o per un restauro, lì un progetto di accoglienza sociale, verso nord lo spazio di comunità di un quartiere, per non parlare delle partecipazioni più istituzionali come Teatro Regio o Salone del libro. Sembra di un entrare in un universo parallelo, o meglio in una città parallela, e le foto ci parlano di visi sorridenti, arredi moderni, efficienti e di design, chiese barocche tirate a lucido, studenti chini su libri e ipad, famiglie che partecipano a un incontro, ambulatori medici…. immagini da catalogo Ikea dove non manca nessuna delle declinazione del vivere culturale e sociale di una città.

La Compagnia di San Paolo di Torino è forse la Fondazione bancaria più importante d’Italia, sicuramente quella che riversa sul territorio del capoluogo e della sua provincia più denaro di quanto faccia qualunque altra Fondazione nel nostro Paese. Il bilancio parla chiaro: “536 milioni di euro di erogazioni nel periodo 201215; oltre 3.200 progetti sostenuti; 14% il peso della Compagnia sul totale Fondazioni ex bancarie, sia in termini di patrimonio che di erogazioni (media 201314); 80% dell’erogato si concentra in Piemonte, con focus sulla Città Metropolitana di Torino”. Se si mettono insieme le iniziative culturali con quelle sociali e sanitarie, le risorse messe in campo dalla Compagnia sono assolutamente paragonabili a quelle nel bilancio del Comune di Torino. Si può dire tranquillamente che in città non esista iniziativa in questi campi di intervento che non veda associato il simbolo della Città con quello della Compagnia. Si aggiunga poi il contributo di altre fondazioni con minore peso (bancarie e non) come la Fondazione Crt (che pure è la terza in Italia per erogazione di fondi) e la Fondazione Agnelli per arrivare a un totale davvero consistente. Se venisse meno l’intervento di tali soggetti non è affatto esagerato dire che le politiche sociali e culturali della città, così come sono oggi, crollerebbero. Dalla stagione lirica del Teatro Regio al Teatro stabile, dal Salone del libro a Settembre Musica, dal Museo Egizio al Torino film festival fino al più piccolo progetto di periferia che è riuscito a vincere un bando e ad avere un contributo: la Compagnia è ovunque. Nel capoluogo piemontese questo rapporto tra fondazioni e città è particolarmente forte non solo in termini di volume di denaro, ma anche perché qui si sta costruendo un nuovo modello di gestione della città, quasi un laboratorio politico, fondato su una partnership sostanzialmente alla pari tra un’amministrazione pubblica e un ente di diritto privato. Esistono dinamiche simili anche in altre città come a Milano con la Cariplo o a Genova con la Fondazione Carige, ma a Torino appaiono nella loro dimensione più compiuta.

 

Utili

Di fronte a questo sostegno economico così importante, la domanda è d’obbligo: ma da dove arrivano tutti questi soldi? Recita il bilancio: “Alla fine del 2016 il valore di mercato complessivo del portafoglio di attività finanziarie detenuto dalla Compagnia di San Paolo ammontava a 6,8 miliardi di euro. Al 31/12/2016 la partecipazione in Intesa Sanpaolo pesava per il 52,9% circa sul totale delle attività finanziarie, in diminuzione rispetto al 59,7% dell’anno precedente. La parte “diversificata” del portafoglio complessivo, rappresentata dall’investimento in fondi comuni costituiva il 39,6% circa del totale; completava l’allocazione il residuo 7,5%, rappresentato da altre partecipazioni e attività”. Con questo portfolio la Compagnia si colloca come primo azionista della banca Intesa Sanpaolo, possedendone circa l’8% delle azioni. Gli utili derivanti da tale proprietà finanziarie sono quelli destinati al territorio torinese. Ma perché solo Torino? Lo prevede la legge: le fondazioni bancarie devono operare a sostegno prevalente dei propri territori. Non ci si lasci ingannare: questa disposizione racchiude una profonda ingiustizia, in quanto le fondazioni bancarie sono maggiormente concentrate al nord, ma le banche che ne determinano la maggior parte della ricchezza sono in tutta Italia, e così un correntista di Intesa Sanpaolo di Perugia, che quindi porta ricchezza alla banca e alla fondazione, ben difficilmente vedrà in Umbria un intervento della Compagnia.

In casa

La mafia, una violenza piena di futuro

di Isaia Sales

disegno di Mara Cerri

Esiste una continuità di pensiero tra alcuni grandi personaggi della cultura siciliana, tra i quali anche Sciascia: chi vuole capire la mafia fuori dalla Sicilia non è il benvenuto. Quando un problema lo vedi troppo da vicino, non riesci a comprenderlo. Naturalmente noi dobbiamo molto agli storici siciliani, ma credo sia stato un gravissimo errore separare lo studio delle tre mafie italiane, come se avesse dignità di studio e di esistenza solo la siciliana. Le tre mafie italiane sono nate nello stesso periodo storico e sotto lo stesso regime politico istituzionale, e hanno avuto nel tempo gli stessi modi di agire. Com’è possibile che gli storici italiani non abbiano colto questa unicità del fenomeno? Si tratta di “tre sorelle” che hanno però dei caratteri diversi, influenzate dal contesto in cui si sono trovate a vivere. Per esempio, i siciliani non accettano che sia nata prima la camorra della mafia (cosa storicamente certa) e che alcune parole di quel mondo, come “pizzo” e “omertà”, non siano parole siciliane. Pizzo è il giaciglio che nelle carceri i camorristi offrivano a pagamento ai nuovi arrivati. Pizzo in napoletano vuol dire un piccolo luogo quasi nascosto, oppure quello in cui il camorrista si piazzava per estorcere; era il “pizzo” da cui controllava i mercati dove estorceva.

Basta leggere il libro di Francesco Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra. 18591878 (Einaudi 2015). I camorristi sono stati i primi mafiosi: la loro nascita come setta risale al 1820 e nel 1842 hanno avuto un primo statuto. Le mafie sono nate nelle carceri e nell’esercito. E nelle carceri i napoletani erano di più, per un fatto naturale dovuto alla sovrappopolazione di una grande metropoli, che produceva necessariamente più criminali. Mentre nell’esercito si sviluppava una dimestichezza con le armi e con la violenza. L’influenza della camorra ottocentesca è riscontrabile negli attuali riti di iniziazione della ’ndrangheta, uguali a quelli della camorra all’inizio dell’Ottocento. Il primo testo siciliano che parla di mafia è I mafiusi de la Vicaria, un’opera teatrale scritta in dialetto nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca. Ebbene, il protagonista è un camorrista napoletano rinchiuso nel carcere di Palermo.

In casa

L’Italia s’è destra

di Piergiorgio Giacchè

 

illustrazione di Claudia Palmarucci

Prima del voto

Gennaio 2018

Siamo sempre in “campagna”. Dalle precedenti elezioni alle nuove elezioni è stata tutta una campagna, in cui la discussione e la definitiva approvazione di una nuova legge elettorale ha tenuto tutti i banchi del parlamento. L’accordo è stato infine raggiunto con un generale disaccordo: battezzata con il solito nomignolo in latino maccheronico – stavolta “rosatellum” da certo Rosato – la legge non ha nessuna rosea speranza di durare. Non c’è partito che non abbia messo al primo punto della prossima legislatura, una nuova legge elettorale… Sempre che un governo riesca a formarsi e che il parlamento riesca a durare il tempo di rifare la legge, inseguendo il solito inganno di una Rappresentanza che garantisca la Governabilità: due corni di un dilemma che solo in Italia non si riesce a sciogliere, ma che per fortuna si riesce a ignorare.

Non c’è Paese d’Europa e forse del mondo, in cui a ogni elezione cambiano le regole, producendo nella gente un disadattamento cognitivo che è forse più forte della disaffezione politica. A ogni tornata – e in Italia non si fa che tornare – prima ancora di decidere “per chi”, bisogna imparare daccapo il “come” si vota… Certo, fare una croce è facile per un popolo ridotto allo stato di analfabetismo politico, ma poi – fra voto disgiunto proibito, parziale maggioritario e maggioranza proporzionale, uninominale e stavolta perfino plurinominale, liste che corrono da sole e coalizioni che marciano insieme per forza (Italia) o per amore (dell’Europa), leader plurimi con tutti i nomi in locandina oppure simboli senza nomi e partiti senza leader… – nessun elettore può immaginare come si farà la conta, ma sa già che non finirà mai… Questa è appunto la nostra “croce”, ma questo è anche il grande “patto” (altro che inciucio) fra tutti i partiti, anzi i partenti per la gara del 4 marzo: no, non si deve conoscere “la sera stessa delle elezioni” chi va al governo, perché soltanto così tutti possono da subito cantar vittoria!

Un tempo, era dopo i risultati che tutti giuravano di aver vinto, ma adesso appena aperta la campagna, tutti assicurano di avere già vinto: è la vittoria la premessa e la promessa di ogni partito. Restano piccoli dubbi a destra su chi prenderà un voto in più e dunque tutto il cucuzzaro, mentre a sinistra (si fa per dire) il Pd non si fa questione di nomi ma pubblicità della “squadra”: e poi c’è anche chi la squadra dei ministri l’ha già presentata al Presidente della Repubblica e magari sta già governando… sia pure virtualmente.

Ebbene, hanno tutti ragione: siamo l’unico paese in cui chi si candida è già vincente, perché si è messo in lista – sia pure d’attesa – nel più grande mercato della repubblica “fondata sul lavoro”. Da noi “partecipare” non ha valore olimpico, ma equivale all’iscrizione a un concorso di stato che vale più di quello degli insegnanti o degli infermieri e perfino della fuga dei cervelli all’estero e dei camerieri a Londra… La scadenza e la sentenza del 4 marzo non darà un seggio a tutti, ma, nella “politica all’italiana”, rientrare fra i papabili anche se non si esce papa fa già curriculum, promette già una carriera. Sarà per questo che, con grande vanto dei partiti, le liste sono piene di nuovi volti ancora senza volto. E se – fra la verde età e la quota rosa – le new entry entreranno davvero, si potrà dire che siamo una democrazia avanzata, anzi rigenerata.

In casa

Un paese finito? Considerazioni post-elettorali

di Gianfranco Bettin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

A un certo punto, questa storica campagna elettorale 2018 ha finito per assomigliare all’universo pubblicitario descritto da Walter Siti nel suo recente pamphlet Pagare o non pagare (nottetempo), in cui “c’è qualcuno che tutti i giorni, per ore e ore, grida all’italiano medio: ‘Compra, compra, compra!’. Non specifica quasi mai i prezzi di ciò che vende, e se li dice li presenta come ‘offerte’ irrecusabili; i prodotti sono sempre meravigliosi, senza difetti, cambiano in meglio la vita e solo uno stupido potrebbe farne a meno; la voce di questo qualcuno è sicuramente menzognera, tutti lo intuiscono eppure lui non smette di parlare”.

Per tutta la campagna, non ha smesso. In realtà, aveva preso la rincorsa da molto prima. Promesse e impegni come piovesse, illusionismi contabili ed effetti speciali politico-economici hanno invaso da tempo il dibattito pubblico, e invano i cronisti e gli addetti ai lavori più seri hanno tentato qualche fact-checking riequilibrante. “Lui” (il “lui” collettivo della propaganda) non smetteva di parlare in quel modo, un po’ Omino di Burro e un po’ Lucignolo, esattamente come ha insegnato Silvio Berlusconi reinventando, nel 1994, la comunicazione politica sul modello delle sue spudorate e invadenti crociate televisive (politiche e/o commerciali).

La campagna elettorale 2018 è stata dominata da parole d’ordine insieme concretissime e vaporose. Reddito di cittadinanza, flat tax, rimpatri di massa, libertà di sparare per legittima difesa, milioni di posti di lavoro. Nessuna ideologia, nessuna visione. Roba pratica. Concrete vaporose promesse, appunto, dove il carattere di ossimoro dell’impegno preso appariva non una contraddizione che svelava la truffa bensì il ponte retorico tra il dire e il fare (non viceversa, cioè un percorso tra l’impegno declamato e il suo approdo velleitario bensì l’espediente per farlo apparire praticabile). Orfani di fedi, speranze e ideologie, gli elettori hanno volentieri accettato di credere a tale fiera delle promesse e, appunto, come il consumatore di Siti hanno comprato, comprato, comprato. Da qualcuno meno e da altri più, ma lo spazio per scelte ragionevoli ancorché nette, perfino radicali, è stato davvero minimo. Per un difetto di offerta, sicuramente. Salvo qualche candidato (peraltro poi raramente premiato dal voto, anche perché spesso collocato in posizioni impervie, un nome valoroso per tutti: Giulio Marcon) o qualche lista minore – ma senza forza adeguata, senza spessore né visione – tranne queste eccezioni, l’offerta dominante, in ogni campo, non era che un mix tra demagogia e illusionismo.