In casa

Fare il sindaco in Val di Susa

di Piera Favro e Piera Braida-Bruno

incontro con Enzo Ferrara

bandiera di Andreco

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

Mompantero è uno degli ultimi comuni della bassa val di Susa. Assieme a Susa e Venaus si allarga al fondo della conca formata dalla Dora Riparia, prima che i percorsi del fondovalle svoltino verso la val Cenischia e il Moncenisio a nord o verso il Colle delle Finestre a sud. Siamo nel cuore del territorio No Tav; il cantiere di Chiomonte è poco più su, subito dopo Gravere sul bordo della piana alluvionale che distingue l’alta valle. Con i suoi 646 abitanti e 30,10 km2 ai piedi del monte Rocciamelone, Mompantero è uno dei comuni più estesi dell’intera Vallata.

Quando si erano da soli pochi giorni spente le fiamme che hanno devastato Atene la scorsa estate, abbiamo incontrato la sindaca Piera Favro e la vice-sindaca Piera Braida-Bruno, anche per fare un bilancio dell’ondata storica di incendi che nell’autunno 2017 avevano bruciato i boschi di Mompantero e di tutta la val di Susa. L’incontro si è svolto negli uffici comunali di piazza Giulio Bolaffi, un angolo di paese dedicato al partigiano che con il soprannome Aldo Laghi comandò la divisione Stellina contro i nazi-fascisti nell’agosto del 1944 proprio a Mompantero nella borgata delle Grange Sevine. (La trascrizione dell’intervista è di Danila Perona)

 

Partiamo dal nome, Mompantero.

Sul nome del paese c’è un annoso dibattito. La versione che a me piace di più, ma sappiamo essere sbagliata, è che derivi da Mons Pantheon, Monte degli dei. Dietro di noi si staglia il Rocciamelone, una montagna di 3.538 metri venerata già dai Celti; ci poteva stare un nome così importante. Mentre Monte delle pantere non significa nulla. È più semplice risalire al significato dialettale: mont pas entier, monte non intero, montagna che si sgretola. Questa versione è plausibile. In zona abbiamo toponimi come Pietracassa, Pietrastretta, Seghino che danno l’idea di pietre rotolate giù da un monte. Non siamo nelle Dolomiti ma anche il nostro territorio è fragile.

 

Una fragilità che non si riflette nell’indole degli abitanti. Lei è sindaca da dodici anni: cosa vuol dire svolgere questo ruolo a Mompantero?

Quotidianamente, vuol dire passare gran parte del tempo a disposizione dei cittadini. Anche se siamo un piccolo comune, i problemi sono tanti. Siamo la prima istituzione che il cittadino può incontrare, la più vicina alla sua realtà e alle sue esigenze e il sindaco in un comune piccolo è il primo riferimento per ogni problema. Un punto di riferimento oltretutto in contatto diretto. Quando incontriamo gli altri mompanteresi ci diamo del tu e proprio grazie a questa confidenza i nostri cittadini arrivano con le richieste più disparate e senza orario. C’è anche chi viene solo per dire che la notte è arrivato il cinghiale a devastargli il campo di patate; anche se non possiamo farci niente, offriamo tutta la nostra comprensione. Da quando si aprono gli uffici e fino a che si è qua, la gente va e viene, chiede del sindaco e trova sempre qualcuno che ascolta. I cittadini ci portano il problema che ritengono più importante per loro. Il nostro ruolo è comunque quello di ascoltare e poi se possiamo di risolvere i problemi. Vorrei avere una bacchetta magica, ma anche il momento dell’ascolto è importante.

 

Qual è il bilancio annuale del comune?

L’ultimo bilancio è stato di quasi 1 milione e 400mila euro. Ogni accantonamento, anche di piccole cifre, è significativo. I nostri investimenti, quelli del cosiddetto “Titolo II” degli enti locali, sono quasi interamente dedicati alla manutenzione delle strade, all’assetto idrogeologico, e alla cura del territorio che, come dicevamo, ha bisogno di manutenzione continua.

Abbiamo poi una scuola materna con costi per noi importanti, le spese ordinarie per lo sgombero neve e la raccolta rifiuti. Tolte queste, quel poco che rimane, un avanzo che nel 2017 è stato di circa 170mila euro, in gran parte deriva dai fondi Ato (Ambito territoriale ottimale , Ndr) girati dall’Unione Montana. Se a questi riusciamo ad aggiungere anche solo 20mila o 30mila euro, questi soldi sono di aiuto per le emergenze.

Abbiamo tutte le leggi e i vincoli di bilancio da rispettare, come gli altri comuni, ma con personale ridottissimo per il quale abbiamo già raggiunto il tetto di spesa. Il comune ha cinque dipendenti. Se si fa la proporzione, ogni addetto ha in media 120 abitanti da seguire per tutte le problematiche del territorio e le pratiche legali. Sono riferimenti statistici, ma l’impegno è più evidente se si rapporta all’estensione del comune, tenendo conto che siamo in montagna. Penso agli interventi che dobbiamo fare a causa dei tanti torrenti che scendono dai nevai. Dobbiamo essere capaci di fare un po’ di tutto, non possiamo contare sempre sugli uffici, sulla ragioneria, sui servizi tecnici, che hanno scadenze da rispettare.

 

Come è costituita l’economia del territorio?

È di tipo agricolo. Le maggiori ricchezze sono il pascolo e il bosco. Il territorio qui è tutto. L’incendio che lo scorso anno ha devastato gran parte della superficie boschiva, ha compromesso anche il pascolo. Non abbiamo un’economia commerciale, se non residuale. Non ci sono quasi esercizi di rivendita tranne un bar ristorante, un agriturismo e una farmacia. Non abbiamo negozi di alimentari. Del resto Susa è molto vicina e proprio i suoi grandi magazzini hanno contributo a cancellare le piccole imprese di Mompantero. Abbiamo un falegname, idraulici, piccole aziende edili, un’economia di questo tipo.

In casa

Fare il sindaco a Cerveteri, Lazio

di Alessio Pascucci

incontro con Sara Nunzi

murale di Alice Pasquini

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Sono sindaco di Cerveteri eletto e sono stato eletto in una coalizione civica la prima volta nel 2012 e poi rieletto, sempre in una coalizione civica, nel 2017. A oggi all’opposizione ho tutto l’arco costituzionale dal Pd ai Cinque Stelle. Da un paio d’anni sono presidente della Commissione bilancio dell’area metropolitana di Roma, anche se Consigliere dell’opposizione. Faccio politica da sempre, e sempre nel cinismo, io sono un uomo di sinistra ma non mi sono mai tesserato con nessun partito. Alcuni anni fa insieme ad altri amministratori italiani ho fondato la rete Italia in Comune, con l’obiettivo di mettere a sistema le buone pratiche e le delibere, affinché i sindaci potessero copiarsi a vicenda le buone soluzioni applicate nelle proprie città. Ho cominciato a girare l’Italia e mi sono accorto che non ero l’unico sindaco a sentirsi solo e abbandonato, ma che eravamo tanti… il 15 aprile abbiamo deciso di trasformare questa rete in un partito con lo stesso nome, insieme a me – tra i tanti – ci sono Damiano Colletta, sindaco di Latina, e Federico Pizzarotti, sindaco di Parma.

Stiamo crescendo quotidianamente, siamo tanti amministratori e tanti cittadini, e siamo presenti in quasi tutte le regioni, in Puglia, per esempio, siamo così avanti che a metà novembre è in programma il congresso regionale.

 

Hai accennato al senso di abbandono e solitudine che spesso pervade le attività di non pochi sindaci italiani.

Gli amministratori locali, i sindaci in primo luogo, hanno la responsabilità della loro comunità sulle proprie spalle, sono i primi bersagli dei governi che danno loro sempre nuovi incarichi. Negli ultimi 15 anni sono stati tagliati agli enti locali circa 40 miliardi di euro; siamo nelle condizioni di non poter mantenere gli impegni che prendiamo con i cittadini per colpa dei governi che ci tolgono le risorse e non ci fanno far bene il nostro mestiere. Le responsabilità aumentano, le risorse vengono tagliate, c’è il rischio di ritrovarsi in una condizione di immobilismo forzato.

 

Dopo l’arresto di Mimmo Lucano è passato il messaggio che oggi, in Italia, fare solidarietà è un reato e che per mettere in pratica il valore dell’accoglienza bisogna per forza fare disobbedienza civile. Tu ti sei autodenunciato…

Siamo sindaci e giuriamo sulla Costituzione, questo significa che i concetti espressi nella Costituzione sono i nostri, l’art. 3 dice che noi dobbiamo dare a tutti gli stessi diritti. In Italia, oggi, non è più così, i diritti non sono per tutti, non si danno a tutti. Prima che venisse approvata la legge Cirinnà io mi sono sentito in obbligo di registrare i matrimoni contratti da persone dello stesso sesso all’estero anche se la legge non lo consentiva, questa è disobbedienza civile ma non è reato; ho dato la cittadinanza onoraria a tutti i bimbi stranieri nati in Italia e residenti a Cerveteri anche se non abbiamo ancora una legge sullo ius soli, questa è disobbedienza civile ma non è reato; qualche giorno fa ho registrato tre bambini nati da coppie omogenitoriali e che fino a oggi possono avere il riconoscimento solo di uno dei due genitori, si tratta di due coppie di donne, io ho deciso di registrare anche il riconoscimento dell’altro membro della coppia, dell’altra mamma, quella non naturale. Questa è disobbedienza civile, ma non è reato. Credo che sia nostro dovere cercare a volte di trovare lo Stato anche dove lo Stato non arriva. Per quanto riguarda il caso Riace… Premetto che si è fatta un pò di confusione sulla mia autodenuncia. Non avendo io commesso apparentemente nessun reato non sono potuto andare dall’autorità giudiziaria a denunciarmi… Su Mimmo Lucano c’è un’indagine che riguarda il suo modo di accogliere, ha ricevuto la misura cautelare degli arresti domiciliari prima che il processo terminasse; pur non essendo uomo di legge non mi sembrava fosse uno in procinto di scappare, né tanto meno di inquinare le prove… Una cosa scandalosa che dovrebbe portare a un’insurrezione nazionale, sono contento che tanti altri sindaci importanti come Luigi De Magistris a Napoli o Beppe Sala a Milano abbiano deciso di dare un segnale che fa più clamore del mio… È assurdo che il Primo ministro (ops, un lapsus!), il ministro dell’Interno, faccia pubblicamente dei post e delle dichiarazioni contro Mimmo e che festeggi perché viene tolta la libertà a un cittadino. Viviamo in una nazione in cui nella Costituzione c’è scritto che fino al terzo grado di giudizio si è innocenti, il decreto Salvini sta cercando di stravolgerla prevedendo che in caso di condanne in primo grado possano essere prese delle misure nei confronti dei migranti… È assolutamente vergognoso che il nostro ministro dell’Interno si comporti come un partigiano di partito, uso partigiano che per me è una parola di grande valore nei confronti di una persona che di valore ne ha ben poco: uno che parteggia per una parte piuttosto che per l’altra non può essere il Ministro di tutti.

In casa

Pedagogia 2018: non più bellezza non più memoria

di Giovanni Zoppoli

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A quanti anni siamo dalla crisi? Ma c’è mai stata una crisi? E c’è mai stato un tempo senza crisi?

Ho problemi di memoria probabilmente. A cominciare dal fatto che il primo oggetto che ricollego alla parola “memoria” è un computer. Anche per me la valanga degli ultimi anni ha spazzato via, e non solo dal vocabolario, il corporeo sostituendolo con l’informatico.

Dove andare a pescare qualcosa di utile?

Inizio con l’interrogarmi su dove sia andata a finire la sede della memoria collettiva (il popolo, lo stato, la comunità italiana…). È del novembre 2018 lo studio diffuso dall’Agenzia italiana del farmaco secondo cui l’Italia è il quarto Paese in Europa per spese relative a psicofarmaci e ansiolitici. E in Italia il primato spetta alle regioni apparentemente più vivibili e ambite (la Toscana, seguita dalla Provincia autonoma di Trento e Bolzano), mentre in quelle note come assai sfasciate (la Campania in primis) si registra il più basso consumo. Statistiche che poco aggiungono alla nostra ricerca di memoria, visto che i campanilisti delle opposte fazioni annullerebbero presto il dato (i toscani attribuendolo alla maggiore capacità di cura raggiunta nella loro regione, i campani al fatto che il Paese del Sole ha il potere di scacciare ogni mal d’animo). La statistica quindi non può aiutarci più di tanto, ma qualcosa ce lo dice sullo stato di malessere esistenziale sempre più percepito e diffuso nel nostro Paese (in linea con quelli più progrediti) e sulle distanze nord/sud.

Cercando di restringere gli ambiti di indagine ai due che meglio conosco – il sociale e la scuola – non posso non lasciarmi rattristare da un’amara evidenza. Narrazione e bellezza, due delle principali vie su cui i miei compagni e io avevamo puntato (e malgrado tutto continueremo a farlo), si sono rivelate tra le più temibili attentatrici di memoria e verità. Pensavamo che narrazione e bellezza avrebbero potuto offrire un contributo positivo e determinante alle nostre cause. La narrazione come ritorno di senso, capace di riempire di significato, attribuire animo, creare nessi e produrre memoria individuale e collettiva. E la bellezza come ispirazione di ogni cosa. Oggi ci troviamo a dover riconoscere che è forse stata proprio questa coppia, nella mortifera alleanza con la società del mercato e dello spettacolo, a farsi memoricida spietata.

Senza tirare in ballo la politica e lo storytelling renziano, oggi non è difficile riconoscere che il sociale si trova appeso a un filo, e che questo filo sia molto spesso costituito da (millantata) bellezza e narrazione. Una narrazione capace di ammaliare finanziatori pubblici e privati. Nel campo di associazioni e cooperative sociali è molto evidente il nesso tra la possibilità che quell’ente ha di ottenere e mantenere un finanziamento e la sua capacità di raccontare, di inventarsi una trama accattivante, semplice, non troppo impegnativa, con i soliti personaggi delle favole (il buono, il cattivo, il perso, il principe azzurro, il redento…). Con varianti che seguono la moda dei tempi (a oggi fa ancora effetto la narrazione epica della novella associazione trasformata in impresa economica con soggetti svantaggiati. Domani non sappiamo quale sarà il nuovo capriccio del vecchio mentore). Non importa se quello che fai c’entra poco con quanto racconti, l’importante è che chi racconta entri il più possibile nella parte, la interpreti al meglio, proprio come all’“Isola dei Famosi”. Non siamo cioè più nel bel vecchio mondo del falso, dell’imbroglio, della menzogna berlusconiana e pre-berlusconiana. Siamo nell’epoca post-reality, quella in cui il reality si è ormai fatto realtà da un pezzo e la ricostruzione dei fatti è un’impresa ardita.

Come trovare la memoria in questo campo? Che ci può essere di vero?

Per di più in molta parte del sociale – per economia del discorso accomuniamo sotto questo termine centri sociali e organizzazioni granitiche del terzo settore – è diventato “fine” quelli che un tempo erano “espedienti” per portare avanti una quotidianità piena di inenarrabilità. Concerti, mostre, cene e altri eventi erano uno strumento utile a fare cassa, o a richiamare l’attenzione della città sui temi politici a cui si lavorava nella quotidianità (un mezzo quindi), mentre oggi molte organizzazioni hanno fatto di questo la propria identità. Vivere di eventi del resto è cioè che interessa tanto ai finanziatori, quanto al narcisismo di chi ha bisogno di nutrire vite prive d’altro.

Di sicuro la società dell’iper-narrazione qualche risvolto positivo l’ha avuto. Per esempio a un napoletano che oggi rimettesse piede in un ospedale dopo un’assenza di 20 anni, probabilmente quell’ospedale apparirebbe piuttosto cambiato ai suoi occhi. Il fiato sul collo, il terrore del possibile scandalo mediatico a cui la mente di chi lavora in quei luoghi si è abituata, è probabilmente alla base di molti cambiamenti positivi. Sopratutto nell’estetica, ma anche nell’organizzazione. Forse anche il momento di gloria che per molti starebbe vivendo oggi Napoli ha a che fare con la capacità che la sua classe dirigente attuale ha avuto nel trovare una trama narrativa convincente. Come per la pista ciclabile che l’attuale sindaco fece tracciare nella città quasi all’inizio del mandato, sbandierandola ai quattro venti come pista ciclabile più lunga di non solo quale porzione di Terra. Si trattava per lo più di sagome di biciclette disegnate un po’ dove capitava, su marciapiedi, addirittura su un muro, non rispettate nemmeno dai vigili urbani perché messe in posti davvero improbabili. Un’allucinazione che però è servita a far credere a molti napoletani (me compreso) che Napoli potesse essere una città adatta alle biciclette. E in questi anni di biciclette ne sono davvero comparse un bel po’ (e scomparse anche, ovviamente).

Ma torniamo alla nostra memoria. Se nel sociale l’abdicazione della realtà rispetto al suo racconto sembra ormai principio granitico, può darsi che nella scuola le cose vadano diversamente.

Purtroppo basta andarsi a fare un giro nella culla della pedagogia italiana, l’Emilia Romagna, per vedere quanto anche questo ambito si sia sbilanciato sul racconto. Rimasi molto colpito – stecchito direi – da come un paio d’anni fa due esponenti della scuola emiliana vennero ad addestrarci sul fare pedagogico moderno in un corso di formazione per docenti campani. Il succo era che alla base del nostro fare pedagogico avrebbe dovuto esserci la narrazione più immediata, veloce, di pancia possibile. Era evidente che buona parte dell’energia di quell’istituzione era spostata sul racconto, attività a cui i docenti erano addestrati, con tempi e spazi dedicati (il racconto va fatto in mattinata, da stampare e affiggere alla porta prima che i genitori arrivino per prendessi il proprio figlio). Il risultato suggerito e auspicato era un prodotto a metà tra un post di Facebook e il peggiore dei telegiornali sensazionalisti. La cosa più importante è comunicare quello che si fa, ed è tutta la programmazione che deve essere tesa alla finalità narrativa. In ogni momento del processo pedagogico il docente deve avere presente e dare priorità alla raccontabilià dell’esperienza. Se questo modello può non risultare mortale in regioni dove ancora resiste un qualche impianto di lavoro che ha che fare con la sostanza, immaginiamoci che impatto possa avere in territori dove quell’impianto non c’è mai stato.

In casa

Malaterra italiana

di Marino Ruzzenenti

murale di Daim

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Scrivere di territori devastati dall’inquinamento industriale è un’impresa coraggiosa di per sé, in un paese che ama rimuovere tutti i buchi neri della propria storia in omaggio al mito consolatorio di italiani brava gente. Può diventare un caso editoriale internazionale se responsabile del disastro ambientale è la criminalità organizzata, cui si conviene addossare le peggiori nefandezze. Ma tutto diventa ben più complicato se sul banco degli imputati ci si azzarda a mettere il fior fiore dell’imprenditoria del Nord, o i celebrati – un tempo – nuovi poli industriali che avrebbero dovuto riscattare l’economia del nostro Meridione. È quello che fa Marina Forti in Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia, pubblicato nei saggi tascabili da Laterza. E lo fa magistralmente, con il piglio desueto del giornalismo d’inchiesta d’altri tempi, ovvero andando di persona sui luoghi a incontrare e sentire innanzitutto i cittadini inquinati, ma anche documentandosi in modo rigoroso con circostanziati rinvii alle fonti. Insomma un saggio con tutti i crismi metodologici in ordine, che però si legge volentieri perché scritto con invidiabile freschezza. Marina Forti dimostra anche che per farsi leggere non è necessario romanzare la realtà, spesso travisandola o enfatizzandola con ardite metafore, com’è di moda da un po’ di tempo a questa parte. Si può raccontare con stile accattivante e nello stesso tempo documentare con piena aderenza alla realtà.

Sono nove i casi indagati in Malaterra, ma potrebbero essere molti di più, decine, centinaia, come viene ricordato nel capitolo introduttivo, scelti per la loro rappresentatività delle diverse tipologie: o perché ancora fanno notizia per l’irrisolto dilemma tra lavoro e salute, come l’Ilva di Taranto o l’ex Alcoa di Portovesme o perché sono passati nel dimenticatoio come la Valle del Sacco nel Lazio o la Caffaro di Brescia, o per la storia e il devastante lascito di imponenti poli petrolchimici, come Porto Marghera, alla ribalta tempo addietro per il processo ai dirigenti Montedison, o Augusta, Priolo e Melilli in Sicilia, o per l’incredibile, infinita e irrisolta vicenda della bonifica e della progettata, ma mai realizzata, rigenerazione, come il sito di Bagnoli, o, infine, per l’emergenza di nuove devastazioni, non ancora ufficialmente riconosciute, come la “nuova terra dei fuochi” di Montichiari nel Bresciano martoriata da innumerevoli discariche di rifiuti industriali, anche tossico-nocivi. Insomma un campione, che qui non possiamo riprendere nei dettagli, rimandando alla lettura del libro, che dà conto della variegata casistica del pesantissimo impatto ambientale che ha prodotto sul territorio italiano l’industrializzazione del Novecento.

La rassegna, pur limitata quantitativamente, è però più che sufficiente a evidenziare i diversi aspetti di questa vicenda che hanno grande rilevanza anche per il presente e il futuro del nostro Paese.

Innanzitutto emerge la costante di un enorme ritardo tra l’immissione nelle produzioni di nuove sostanze, interessanti per il mercato e per i profitti connessi, e l’evidenza della loro tossicità per l’ambiente e la salute. Questo ritardo, spesso durato decenni, in cui a nostra insaputa si perpetrava il disastro ambientale e sanitario, fu determinato non solo dalla disattenzione o insipienza della ricerca scientifica e tossicologica, ma spesso dal fatto che quest’ultima preferiva sottacere il lato oscuro di queste sostanze o perché frenata dai conflitti di interesse o per non scontrarsi con il potere economico. È il caso dei Pcb della Caffaro o del Cvm del Petrolchimico di Porto Marghera. Una questione tutt’altro che risolta, nonostante la Direttiva europea Reach (acronimo dall’inglese Registration, evaluation, authorisation and restriction of chemicals), il regolamento n. 1907/2006/Ce, introdotto il 18 dicembre 2006, concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche, con lo scopo di migliorare la conoscenza dei pericoli e dei rischi derivanti da sostanze chimiche già esistenti (introdotte sul mercato prima del settembre 1981) e nuove (dopo il settembre 1981). Il caso più clamoroso è quello del glifosato, l’erbicida della Monsanto, dichiarato probabilmente cancerogeno per l’uomo dall’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità e che un tribunale Usa ha messo sul banco degli imputati condannando la Monsanto, il 10 agosto 2018, a un risarcimento di 285 milioni di dollari per il cancro subito da un giardiniere. Ma l’Unione europea il 27 novembre 2017 ha votato a maggioranza per prolungare di ulteriori 5 anni l’uso del glifosato sulla base di un rapporto dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che non lo riteneva tanto rischioso da interdirlo definitivamente. Si scoprì poi, attraverso i cosiddetti “Monsanto Papers”, lo scandalo del “copia-incolla”, relativo a parti del rapporto dell’Efsa copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione della stessa Monsanto. La controversia, com’è noto, ha avuto poi uno strascico in Italia, con l’intervento della farmacologa Elena Cattaneo, pubblicato il primo dicembre 2017 su “Repubblica”, mutuato in buona sostanza dal rapporto Efsa in favore del glifosato e con la risposta dell’Isde, Associazione medici per l’ambiente, del successivo 5 dicembre, che poneva giustamente l’accento sull’indipendenza della ricerca scientifica, tutt’altro che neutrale, come pretenderebbe di autodefinirsi in assoluto, anche quando assume clamorosamente il punto di vista delle aziende che producono determinate sostanze e da queste ricavano enormi profitti.

Un altro aspetto che emerge, in particolare dai casi che hanno una lunga storia di industrializzazione (Caffaro, Porto Marghera, Valle del Sacco, Taranto, Augusta…), è il ritardo con cui è stato scoperto l’inquinamento prodotto da queste industrie nel territorio circostante, anche decenni dopo che pure il tema del risanamento degli ambienti di lavoro era stato posto con forza dai sindacati tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Com’è stata possibile quell’industrializzazione scriteriata, che ha fatto del territorio e delle matrici ambientali – acqua, aria e suolo – risorse offerte a titolo gratuito e senza alcuna limitazione a quello che venne con enfasi celebrato come “miracolo economico”? Questa sorta di “colonizzazione” pervasiva del territorio sembra essere avvenuta in Italia a opera di iniziative industriali prevalentemente autoctone, per cui, potremmo forse parlare di “autocolonizzazione” e di “autosfruttamento” del proprio ambiente di vita. In sostanza, i meccanismi erano simili a quelli classicamente coloniali (sfruttamento selvaggio delle risorse umane, naturali ed economiche di un territorio da parte di una potenza straniera dominatrice), ma nel caso italiano erano messi in opera da forze interne che appartenevano allo stesso Paese che – se così si può dire – si “autosfruttava” in un contesto democratico e con il consenso pressoché unanime delle forze sociali e delle rappresentanze politiche. Intendiamoci, di quella modernizzazione industriale violenta non si sono avvantaggiati tutti nella stessa misura: quegli anni sono stati anche il teatro del più duro conflitto di classe tra il profitto capitalista e la spinta emancipatrice dei lavoratori. Ma non sembra esservi dubbio che oltre quel conflitto, ambedue i contendenti calpestavano senza alcun riguardo lo stesso ambiente. Forse un unico soggetto, il mondo contadino, aveva avuto fin da subito percezione del danno arrecato, ma non aveva voce, considerato ormai un fardello di una storia proiettata verso la produzione industriale. Infatti, la legittimazione di quell’immane scempio avvenne in forza della necessità dell’Italia di superare d’un balzo il ritardo nei confronti dei Paesi industrialmente avanzati, sfruttando il vantaggio competitivo delle risorse ambientali a costo zero.

Questo “peccato originale” rappresenta una pesantissima eredità che si rivela oggi nella vastità e profondità della devastazione ambientale che, all’esaurirsi del secolo termoindustriale, finalmente siamo in grado di “vedere”, anche grazie a questo lavoro della Forti, proprio in alcune delle aree più incantevoli della penisola e delle isole ma che, seppur con intensità differenti, investe quasi l’intero Paese.

In casa

Nell’Italia dei veleni con Marina Forti

di Maria Pace Ottieri

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il reportage-saggio Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia (Laterza 2018), è una prima mappa, una mappa nera, criminale e mortifera dell’Italia avvelenata, otto zone tra le più inquinate del paese che Marina Forti sceglie di indagare viaggiando dal Veneto alla Sicilia, dalla Lombardia alla Sardegna.

Chi la fa da padrona è l’Ilva, onnipresente, una delle industrie che più hanno fatto e disfatto l’Italia, battezzata con l’antico nome latino dell’isola d’Elba, Ilva, l’isola del ferro, nasce a Genova nel 1905, sarà poi dell’Iri e più tardi della famiglia Riva. La troviamo a Genova-Cornigliano, Bagnoli, Porto Marghera e infine a Taranto, il quarto centro siderurgico italiano e il più grande, affacciato al Mar Piccolo e al popoloso quartiere Tamburi.

Quando negli anni Cinquanta si annunciò la costruzione dell’acciaieria, tutti la vollero. Marina Forti cita Alessandro Leogrande, che di Taranto, la sua città, ha scritto molto: “Chiesero in massa la sua edificazione la città vecchia e quella nuova, gli operai e i pescatori, i proprietari dei terreni e i mediatori politici, una borghesia da sempre apatica e una Curia da sempre supplente di altri poteri”. La sola voce a parlare di “processo barbarico di industrializzazione senza alcuna opera di difesa della terra e della città” contro l’inquinamento, e da parte di un’industria di Stato per di più, fu anni dopo Antonio Cederna, fondatore di Italia Nostra, quando vide sradicare dal terreno decine di migliaia di ulivi e di vigne e intraprendere giganteschi lavori per colmare un ampio tratto di mare su cui sarebbe sorto il raddoppio del primo complesso industriale, altri 1.500 ettari di impianti, due volte e mezza la città di Taranto. In poco più di trent’anni, dal 1960 al 1990, 30mila contadini hanno abbandonato la terra per diventare operai, il reddito pro capite è cresciuto del 274% e l’Ilva ha fatto di Taranto una delle città con il maggior benessere al Sud. Ma nei giorni di vento, scatta l’allerta wind day dell’Agenzia regionale per l’ambiente e i bambini non possono uscire di casa, enormi nuvole di polvere nero-rossa sorvolano la città. Lentamente, negli anni, si è cominciato a capire che a Taranto si muore di più, che acqua e terra sono intrisi di scarti tossici, metalli pesanti, pcb, grandi quantità di diossina, secondo uno studio europeo, l’Ilva di Taranto è la maggior fonte di diossina in Europa.

Nel 1990 il governo dichiarò la città “area a elevato rischio di crisi ambientale”, e da allora i vertici, Emilio Riva, il proprietario, e Luigi Capogrosso, il direttore, sono stati condannati più volte, un infinito processo sempre rinviato a colpi di ricorsi al Tar, fino all’arresto a Londra, di Fabio Riva, figlio di Emilio, al sequestro dei beni di famiglia e al commissariamento dell’Ilva.

Il nuovo proprietario, il gruppo franco indiano Arcelor Mittal, dovrebbe accollarsi gli immensi costi della bonifica e di tecnologie sofisticate per abbattere le emissioni ma la domanda è: “È possibile risanare l’acciaieria, farne una fabbrica compatibile con la salute di chi ci lavora e ci abita intorno?”.

Qualcuno ha risposto: in Germania, nella Ruhr, funzionano ancora acciaierie che producono senza avvelenare e dove c’erano le miniere oggi ci sono boschi, ma anche dietro agli esempi più virtuosi, vedi la Svezia che appare come uno degli stati più green, si nasconde il fatto che l’economia del paese si basa sulla produzione di automobili e prodotti abbigliamento, mobili e tecnologia usa e getta, mentre sta spostando le industrie nocive per l’ambiente nei paesi più poveri.

L’Ilva la troviamo di nuovo a Porto Marghera dove arrivò nel 1925, con una fonderia d’acciaio e un laminatoio, e infine a Bagnoli, una storia lunga quasi un secolo anche qui, prima Ilva, poi Italsider e di nuovo Ilva, 3.400 ettari in abbandono da quando nel 1991 è stato spento l’ultimo altoforno e gli impianti sono stati smontati e venduti in Cina e in India, la triste vicenda che racconta Ermanno Rea in La dismissione. Risanamento ambientale, rigenerazione urbana sono le formule che coprono il nulla di fatto, senza la bonifica la trasformazione di Bagnoli non ci sarà. Insieme all’Ilva qui c’erano l’Eternit e la Montecatini. Ma chi paga? Solo bonificare i venti ettari della “colmata”, la spiaggia che l’Ilva ha coperto con reflui di lavorazione e scorie d’altoforno, per ridare il mare agli abitanti e un parco per sport e loisir, ha costi che lo Stato non può o non vuole accollarsi.

Quello che impressiona nel libro asciutto e implacabile di Marina Forti, che allinea quasi senza commentare, la storia di questi otto luoghi, è che lo schema è ovunque lo stesso: il processo industriale di produzione e di distruzione, il paesaggio che si deforma, il lavoro contro la salute, i sindacati contro i primi timidi “ambientalisti”, spesso operai o impiegati delle stesse fabbriche che già dagli anni Settanta mettono in fila i nomi dei compagni che hanno visto ammalarsi e morire, le bonifiche che non partono, i responsabili che da tempo si sono dileguati, lo Stato che benedice ogni luogo avvelenato con la definizione: “Sito di interesse nazionale per la bonifica dall’inquinamento industriale” e poi scompare.

Dai primi del Novecento al secondo dopoguerra, contadini e pescatori hanno lasciato i campi e il mare per correre in fabbrica. Da un giorno all’altro si sono dovuti adattare a macchine sconosciute che non potevano fermarsi mai, alle dodici ore di lavoro, ai turni di notte, a un lavoro a ciclo continuo mai pensato prima. Le lotte, gli scontri, gli scioperi che hanno segnato la storia del movimento operaio italiano, contro i padroni delle nuove aziende barricati nella difesa dei propri interessi, erano per ridurre l’orario di lavoro, aumentare i salari, proteggere i minori. Nessuno presagiva che intorno alle fabbriche, nei paesi e nelle città vicine, si stava facendo terra bruciata. I rifiuti tossici solidi si bruciavano dentro buche del terreno, i liquidi si smaltivano nei canali d’irrigazione, nelle rogge, nei fiumi, perfino nel mare, il petrolchimico è stato l’asse portante dell’economia italiana fin dagli anni Trenta, del resto fino al 1976, anno della legge Merli, nessuna norma lo vietava.

I veleni sono invisibili, covano silenziosi sottoterra e nel sangue delle persone, per poi manifestarsi quando il danno è irreparabile, con uno scarto temporale che si rende complice della smemoratezza umana. L’industria, invece, dà, o meglio dava, risultati immediati: occupazione, aumento di reddito, crescita dei consumi e gli scarichi, i fumi e lo smog sembravano il male necessario per entrare nella modernità.

Così a Portoscuso, in Sardegna, i bambini respirano piombo, Brescia e la sua provincia detengono il record dei rifiuti seppelliti sottoterra e hanno sostituito l’industria in crisi con l’affare dello smaltimento dei rifiuti, (ne arrivano a tonnellate anche dalla Terra dei fuochi), a Colleferro, in Ciociaria, una moria di mucche ha rivelato un secolo di avvelenamento della Valle del fiume Sacco e le campagne, sottratte ai contadini una prima volta per costruire una grande industria di polvere da sparo, munizioni, esplosivi, bombe e cartucce per l’esercito italiano, la Bpd, poi convertita in fabbrica chimica, sono state sottratte una seconda volta con il divieto di mangiare animali, frutta e verdura dei loro orti perché avvelenati.

Secondo il principio sancito da norme europee, per il quale “chi inquina paga”, tre quarti dei procedimenti aperti per gli interventi di bonifica dei cosiddetti Siti di interesse nazionale da bonificare sono a carico dei privati che spesso si dileguano, o sono falliti e i siti restano orfani.

La popolazione più esposta alla contaminazione è sempre quella più povera e così man mano che qualche intervento risana qua e là altri se ne scoprono e se ne producono con la migrazione delle aziende, “il viaggio”, conclude Marina Forti, “potrebbe già ricominciare”.

La crescita costante connaturata al nostro sistema di produzione non può che continuare a esaurire le risorse naturali, a produrre quantità insostenibili di rifiuti e a scegliere il processo più economico, non il più lungimirante. Quando un paese è diventato abbastanza ricco, la crescita si tinge di verde e spera che i problemi ambientali saranno risolti dall’innovazione tecnologica o adottando stili di vita ecocompatibili, ma solo quelli che non minacciano i livelli di consumo correnti, naturalmente.

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