In casa

Soccorere in mare

di Erasmo Palazzotto
incontro con Andrea Inzerillo

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Il 25 luglio 2018 il Senato della Repubblica ha approvato il decreto per trasferire dodici motovedette italiane alla Libia con 266 voti a favore, un astenuto e i soli voti contrari di Emma Bonino e di tre senatori di Leu; qualche settimana dopo lo stesso scenario si replica alla Camera, con il Pd che stavolta decide di non partecipare al voto non perché contesti il merito del provvedimento, ma perché “il contesto è cambiato” rispetto alle politiche analoghe avviate dal ministro Minniti. Un consenso pressoché unanime delle forze politiche caratterizza dunque oggi i rapporti tra Italia e Libia per la gestione dei flussi migratori nel Mar Mediterraneo.

In questa conversazione con il deputato di Leu Erasmo Palazzotto diamo quindi voce a una posizione estremamente minoritaria nell’Italia gialloverde di Salvini e Di Maio. Il 13 luglio 2018 Palazzotto si è imbarcato sulla nave della ong Open Arms, proprio nei giorni del salvataggio di Josefa e del ritrovamento in acque internazionali dei cadaveri di una donna e di un bambino. Cosa succede in quel tratto di mare? Ecco il racconto di quello che il deputato ha visto a sud del Canale di Sicilia.

Tutto comincia ad aprile, con il sequestro della Open Arms a Pozzallo disposto dalla procura di Catania. Ero andato a incontrare l’equipaggio per esprimere la mia solidarietà, avevo ascoltato il racconto delle loro attività ed espresso quasi per scherzo la volontà di imbarcarmi, per vedere se arrestavano pure me. La battuta si è trasformata in una proposta concreta: nelle settimane successive ho incontrato a Roma Riccardo Gatti e di lì a poco si sarebbe imbarcato nella prima missione il deputato radicale Riccardo Magi. La missione alla quale ho partecipato era quella successiva.

Il 13 luglio è venerdì e lasciamo Barcellona di sera. Dopo essere passati sotto la Sardegna e sopra Pantelleria abbiamo preso la rotta a Nord di Lampedusa per raggiungere un punto – a circa quaranta miglia da Malta – nel quale una barca avrebbe permesso a Oscar Camps, Marc Gasol e due giornalisti americani di salire a bordo: Malta non permette più alle ong di attraccare nei suoi porti, neanche per gli scali tecnici. Dopo averli imbarcati ci dirigiamo verso la zona Sar (Sar and security) viaggiando su due navi affiancate, l’Astral e la Open Arms; a seconda delle cose da fare ci spostiamo dall’una all’altra con i gommoni. Sulla Open Arms c’è l’equipaggio, i socorristas, i medici: in totale circa 18 persone. Sulla Astral siamo in 11: oltre noi cinque ci sono il capitano, due membri dell’equipaggio, un cuoco romano volontario, la giornalista di “Internazionale” Annalisa Camilli e il fotografo free lance Alessio Paduano.

I primi tre giorni del viaggio sono quelli da volontario a tutti gli effetti, ed è anche la parte dell’attesa: non sappiamo cosa troveremo quando arriveremo nella zona di mare al confine con le acque territoriali libiche. Quando arriviamo lì tutto cambia: è lunedì, e intorno all’ora di pranzo intercettiamo sul canale 16 vhf la prima comunicazione tra il mercantile Triades e la Guardia costiera libica. Il Triades comunica le coordinate del gommone nel quale si è imbattuto e attende istruzioni sul da farsi. Comincia una lunga conversazione: la Guardia costiera libica dice di aspettare, e a un certo punto chiede di prendere a bordo i migranti, ma il Triades risponde di non essere attrezzato per farlo. Il capitano della nostra nave allora chiede al Triades se ha bisogno d’aiuto, comunicando di essere una barca attrezzata per il salvataggio, ma quelli rispondono che la Guardia costiera libica ha detto soltanto di aspettare e di fare ombra alla barca, cioè di ripararla dalle onde. Mentre comunichiamo con il Triades, e precisamente alle 21.54 – tutte le conversazioni sono registrate –, la Guardia costiera libica li richiama e dice che possono andare: “Thank you for your cooperation, we are coming”. Il Triades se ne va e il gommone rimane lì. Da questo momento in poi non abbiamo più comunicazioni.

Visto che abbiamo segnato sul radar le coordinate che il Triades andava comunicando, calcoliamo il punto in cui potrebbe trovarsi il gommone quando noi saremo in zona. La Open Arms si dirige verso l’ultimo punto registrato, noi andiamo con l’Astral a dieci miglia a nord del punto ipotetico e cominciamo a setacciare con le due navi quel tratto di mare per cercare il gommone. Alle 5.30 siamo in zona di ricerca, verso le 7.30 arriviamo in contemporanea. La Open Arms lo avvista e ci informa che a due miglia da noi c’è il gommone. Ci avviciniamo, convinti che la Guardia costiera libica fosse arrivata, anche perché intravediamo il relitto del gommone. Ci diciamo che li avranno salvati loro.

Dalla torretta di avvistamento della Open Arms ci segnalano la presenza di tre cadaveri a bordo: mettiamo la lancia in mare. Nel frattempo arriva un altro messaggio: “Forse c’è un sopravvissuto, ho visto un braccio che si muove”. Ci catapultiamo e arriviamo per primi, perché la lancia dell’Astral è portata a rimorchio, quindi è già a mare. La lancia della Open Arms con a bordo i soccorritori arriva 40 secondi dopo di noi. Il paiolato del gommone sta ancora galleggiando, e dalla forma sembra intero, anche se il moto ondoso provocato dall’arrivo delle lance lo apre tutto. Vediamo il cadavere di un bambino, a pancia all’aria, su una tavola: sembra vivo, sembra quasi addormentato. C’è anche il cadavere di una donna con la faccia riversa nell’acqua e nella benzina, che le corrode la pelle: il medico di bordo ci dirà che probabilmente era già morta prima, mentre stima che il bambino sia morto da un paio d’ore, o comunque durante la notte. E poi c’è Josefa, aggrappata a un pezzo di legno, con la bocca in acqua quasi per metà. I soccorritori rimangono paralizzati: sono tutti giovani volontari, non hanno mai assistito a una scena del genere e per alcuni di loro è la prima volta davanti a un cadavere. Ci rendiamo conto che quella donna è viva e Oscar comincia a gridare: “Al agua! Al agua!”. I socorristas si buttano e prendono per prima Josefa, la tiriamo sul nostro gommone e partiamo a razzo verso la Open Arms. Sabbas, il nostro capomacchine, l’abbraccia e non la lascerà più. È un greco ruvido e pieno di umanità. “Vamos a Europa! ”, dice; e lei, con l’indice teso: “Sì! Sì!”. Saranno le sue uniche parole.

Nel frattempo arriva la lancia con gli altri due corpi, e proviamo a capire cosa sia successo: se si sono rifiutati di salire a bordo e li hanno abbandonati per dare un segnale; se hanno perso i sensi e durante le fasi concitate di salvataggio sono caduti in mare; non sappiamo chi sono, né se avessero legami di parentela. Josefa ha detto di avere una sorella a bordo, ma non abbiamo capito bene, era in stato di shock e abbiamo evitato di fare troppe domande perché era evidente che avesse bisogno di assistenza psicologica: abbiamo solo lasciato che potesse parlare, quando voleva, con i medici o con gli altri.

È martedì mattina, sono le 10. Arriva un comunicato della Guardia costiera libica, dice che nella notte hanno salvato 158 persone, alle quali hanno fornito assistenza umanitaria e medica, e che sono tutti salvi nel campo profughi di Khoms. Noi cominciamo a renderci conto di esserci trovati di fronte a qualcosa di mai visto prima. In passato la Guardia costiera libica aveva sparato verso le navi delle ong per intimorirle, le aveva minacciate, era salita a bordo coi suoi uomini armati e una volta aveva messo in moto le motovedette mentre c’erano persone a mare, uccidendone alcune. La Open Arms aveva già assistito a una serie di cose brutali, ma questa andava ben oltre – non soltanto perché coinvolgeva due donne e un bambino, ma perché incarnava enormi contraddizioni. Innanzitutto dal punto di vista umano: la drammaticità della morte di quella donna e del bambino, controbilanciata dall’aver salvato una vita. L’enorme rabbia, le lacrime e poi la consapevolezza che la nostra presenza lì aveva permesso di salvare Josefa. Nello stesso tempo era necessario superare il piano emotivo e comprendere che la crudeltà di quella situazione mutava completamente anche il senso della missione. Se non altro per me.

In casa

Un’esperienza di parlamentare

di Giulio Marcon

incontro con Matteo de Luca e Flavia Perronace

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Come mai hai deciso di candidarti nel 2013 alla Camera dei deputati?

Mi è stato proposto da Nichi Vendola poco prima di Natale del 2012. Una telefonata inaspettata, anche se sapevo che alcune donne del movimento pacifista avevano inviato una lettera a Vendola chiedendogli di candidarmi: Chiara Ingrao, Lidia Menapace, Luisa Morgantini, Luciana Castellina… Ho preso del tempo per pensarci. Ero da una parte attratto dalla novità e avevo la curiosità di un’esperienza nelle istituzioni, dall’altra ero un po’ angosciato (nel caso fossi stato eletto) per le piccole “ribellioni” che avrei dovuto fare, almeno così pensavo. Infatti tutti credevamo che Italia bene comune avrebbe vinto le elezioni e che Bersani sarebbe diventato premier: avevo messo in conto i voti contro le spese militari, gli F35 e altro ancora che il governo di centro-sinistra avrebbe comunque fatto. Era previsto che si facesse un gruppo unico tra Pd e Sel. Poi, le cose sono andate diversamente. Per questo aspetto, stando all’opposizione tutto è stato più semplice. Anche se, nonostante ciò, ho dovuto disobbedire più di una volta: il passaggio più importante è stato quando il governo Renzi ha proposto il provvedimento sugli 80 euro. Io ero contrario: un provvedimento spot e inutile, soldi buttati. Il gruppo di Sel ha votato a favore (una parte del gruppo sarebbe poi passato al Pd) mentre io e il mio collega Airaudo abbiamo deciso di non votarlo e sono intervenuto in aula per motivare la mia decisione.

 

Perché allora alla fine hai deciso di candidarti?

Da una parte consideravo ormai esaurita una esperienza trentennale nell’associazionismo e anche conclusa la “spinta propulsiva”, del terzo settore, appiattito in parte sulle istituzioni o su una logica di mercato. Ho avuto in trent’anni molte esperienze: dal Servizio civile internazionale all’Associazione per la pace, da Lunaria al Consorzio italiano di solidarietà. Dal 2000 al 2012 sono stato portavoce della campagna Sbilanciamoci. Il terzo settore da tempo aveva perso la sua spinta politica e i movimenti sociali (così forti fino a 78 anni prima) erano ridotti al lumicino. Chi si ricodava più di Porto Alegre e dei Forum sociali? Rimanevano sul campo molte esperienze, utili e belle, molto frammentate però, prive di impatto politico. Ero attratto dall’idea di una sfida nuova: quella della “lunga marcia dentro le istituzioni” del ‘68 tedesco; era solo uno slogan o aveva ancora un senso e poteva tradursi anche nel mio piccolo in qualcosa di concreto? Pensavo, cioè speravo, che sarei stato utile al mio mondo di riferimento e ai temi di cui mi sono occupato da una vita: la pace, il disarmo eccetera. Avevo davanti a me dei bellissimi esempi di impegno nelle istituzioni (da Minervini in Puglia a Bettin a Venezia) che mi incoraggiavano a provarci. Poi, c’è chi mi diceva “in questi anni hai fatto sempre la controfinanziaria e hai ottenuto poco e nulla. Ora, da parlamentare prova a mettere qualcosa di buono nella finanziaria, quella vera”. E quindi sono entrato dentro il Parlamento, con in testa la massima di Salvemini: “Fai quel che devi, accada quel che può”.

 

Poi vieni eletto e inizia l’esperienza parlamentare.

Sì, all’inizio vengo nominato nella cosiddetta Commissione speciale (una commissione costituita ad hoc, in attesa che si formino le commissioni permanenti) che deve esaminare i provvedimenti più urgenti. Poi approdo alla Commissione bilancio, una grande palestra di lavoro parlamentare. Da lì passano tutti i provvedimenti: bisogna esaminarne l’impatto finanziario, le cosiddette coperture di spesa. La Commissione esamina ogni anno la legge di bilancio: trascorrono settimane, si fanno le notti per esaminare il provvedimento – forse il più importante – dell’attività parlamentare. Una commissione difficile, ma centrale nel processo legislativo. La più faticosa. Una volta la commissione è durata più di 65 ore, senza alcuna interruzione, senza andare mai a dormire. Le insidie sono tante: devi avere mille occhi aperti, è molto faticoso. Poi hai mille pressioni. Con le lobby nessun rapporto, ma sei continuamente pressato da tanti e piccoli gruppi di persone in difficoltà: dai macchinisti dei treni che non riescono ad andare in pensione ai precari dell’Istat che non riescono a essere assunti, dagli esodati agli esposti all’amianto. Ascolti le loro richieste sacrosante, ma sai che come piccolo gruppo di opposizione non potrai fare niente. Sei in difficoltà per loro e per te che – all’opposizione – non conti quasi niente.

 

Non c’è solo la Commissione bilancio, ma anche i Parlamentari per la pace.

Sì, più o meno nello stesso periodo fondo il gruppo interparlamentare per la pace, con una ottantina di parlamentari di diversi gruppi politici. Il gruppo dei parlamentari per la pace prende ispirazione da una iniziativa portata avanti da Raniero La Valle nella legislatura del 19871992, quando dà vita a un gruppo parlamentare pacifista di cui fanno parte eminenti personalità: Adriano Ossicini, Natalia Ginzburg, Stefano Rodotà, Ettore Masina e tanti altri. Ma, invece, questo nostro gruppo nel corso del tempo non ha avuto quel respiro e ha esaurito presto la sua funzione più incisiva: i deputati del Pd (anche se pacifisti) non hanno il coraggio di portare avanti le posizioni per il disarmo. I parlamentari dei 5 stelle, sempre più sospettosi, non accetteranno più di promuovere iniziative unitarie con le altre forze politiche, non si fidano del Pd e non hanno tutti i torti. La prima iniziativa di questo intergruppo (siamo nel giugno del 2013) è la mozione contro gli F35. È quello che si aspettavano i gruppi pacifisti. Con Sbilanciamoci e la Rete disarmo avevamo in piedi da 45 anni una campagna, con iniziative in tutta Italia, per cancellare il programma dei cacciabombardieri. Prima delle elezioni Bersani aveva detto “che prima viene il lavoro, poi i cacciabombardieri”, Renzi aveva affermato che non capiva “perché dobbiamo spendere inutilmente tutti questi soldi per un aereo da guerra” e persino Berlusconi aveva detto che lui era contrario al “turismo aereo bellico”. Quindi c’era qualche speranza. Abbiamo fatto una mozione parlamentare unitaria con Sel, Movimento 5 stelle e un po’ del Pd per chiedere lo stop ai cacciabombardieri. Sarebbe potuta passare. Poi quando la mozione è andata in aula (nel mese di giugno), Federica Mogherini e gran parte dei deputati del Pd si sono sfilati: hanno avuto paura delle conseguenze politiche, non hanno avuto il coraggio di tenere il punto. C’è stata una codardia generalizzata tra il Pd: una gran parte del partito voleva votare la nostra mozione pacifista. Ha vinto la disciplina di partito: Napolitano e le gerarchie militari si erano fatte nel frattempo sentire.

In casa

Sulla “letteratura circostante”

di Nicola Villa

murale di Herr Nilsson

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Gianluigi Simonetti, docente di Scienze umane all’Aquila, ha scritto il più esauriente studio sugli ultimi anni di produzione letteraria: La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea (Il Mulino). Come dichiara subito nell’introduzione, Simonetti vuole descrivere il “progressivo e irreversibile distacco della letteratura italiana dalla tradizione del Novecento” avvenuto negli ultimi decenni, grosso modo dalla metà degli anni settanta, attraverso l’analisi formale di quella che definisce la “letteratura circostante”, cioè della letteratura popolare e che oggi coincide con quella di consumo, “quella letteratura tiepida (…) il cui principale obiettivo non è conoscere (e spiazzare), ma intrattenere (e distrarre)”. L’aggettivo neutro “circostante” fa subito pensare a ciò “che ci sta intorno”, creando una distanza e insieme una contaminazione inevitabile. L’oggetto del libro è quindi quella letteratura d’evasione, pop, di intrattenimento, di bassa o bassissima qualità verso la quale lo studioso si pone in maniera non-snobistica e non giudicante. Per capirci, c’è un intero capitolo dedicato ai libri di Moccia e Volo, forse i due casi editoriali più di successo e più snobbati dalla critica e dalla pubblicistica.

Il libro, molto corposo, quasi cinquecento pagine, è diviso in due parte: la prima ricostruisce storicamente i nuovi assetti della narrativa e della poesia, mentre la seconda conduce una rassegna della situazione attuale attraverso varie direttrici tematico-estetiche. Il metodo che lo studioso segue è quello di una “lettura sintomatica” delle forme dominanti nella nostra narrativa e poesia recente, alla ricerca anche di significati latenti delle opere non voluti dai loro autori, girando intorno a una “ermeneutica dell’inconscio letterario” e prendendo come esempi diverse opere di questi anni. La bibliografia e l’indice dei nomi è impressionante e rispecchia la bulimia dell’industria editoriale e l’incremento di merci lanciate sul mercato in questi ultimi decenni. In questo senso il lavoro del critico vuole essere profondo e non tematico, dichiaratamente interpretativo, come mettere sul lettino dello psicologo gli ultimi quarant’anni di produzione letteraria e interpretarne forme, desideri e sogni.

Quello che potrebbe sembrare un argomento troppo specialistico e accademico, Simonetti ha la capacità di renderlo accessibile e utile a interpretare le trasformazioni socio-antropologiche avvenute nel nostro Paese, fedele a una visione pragmatica della letteratura, come rivela la citazione di René Girard in apertura del libro: “considero le opere letterarie come riflessioni sui veri rapporti che s’intrecciano nella società e le uso come strumenti scientifici di osservazione”. Ciò che ne esce è un quadro completamente capovolto rispetto a quella che Simonetti chiama ironicamente “la letteratura di una volta”: da esperienza conoscitiva totalizzante, la letteratura è diventata esperienza emotiva e mediatica nella quale più la figura dell’intellettuale è culturalmente screditata più “conta indossare una divisa sociale, essere riconosciuti come autori”, facendo leva sullo status symbol. La letteratura è diventato il mezzo (non più il fine), il mezzo più economico tra quelli a disposizione, per costruirsi un’identità artistica, esprimerla e promuoverla magari in una performance pubblica (ecco il trionfo dei festival), “a contatto” di consumi collettivi e istantanei.

In casa

Fare il sindaco a Riace

di Domenico Lucano

incontro con Maurizio Braucci e Ciro Minichini

Foto: Soledad Amarilla

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Abbiamo incontrato il sindaco di Riace Domenico Lucano, ad agosto, quando aveva appena interrotto lo sciopero della fame iniziato per protestare contro il mancato trasferimento dei fondi pubblici al servizio Sprar (Sistema di servizio protezione per richiedenti asilo e rifugiati) del comune calabrese. Grazie a essi e alla sensibilità del suo sindaco, dal 2004 Riace ha realizzato un’esperienza di accoglienza che avrebbe l’efficacia e la semplicità per fare da modello in tante parti d’Italia, invece da circa un anno sta subendo l’ostilità da parte del ministero dell’Interno prima retto dal democratico Marco Minniti e poi dal leghista Matteo Salvini. Al Comune di Riace sono state contestate irregolarità nel modo in cui è stato gestito lo Sprar, con motivazioni chiaramente pretestuose. Così si prova a bloccare un processo in cui l’arrivo di persone da altri Paesi è un espediente per trasformare in meglio la vita dei locali. Ma, mentre divampano le polemiche sulla presunta invasione di migranti in Italia, il modello Riace e il suo sindaco ottengono grande visibilità e supporto a livello internazionale e forse proprio questo ha infastidito i due ministri competenti e le loro politiche.

Quando siamo arrivati, sebbene il contenzioso con il Viminale fosse ancora aperto, Lucano aveva interrotto lo sciopero della fame perché alcune delle donne africane che digiunavano insieme a lui avevano avvertito dei malori. Intanto, proprio in quei giorni, la rete dei Comuni italiani Recosol aveva attivato una raccolta fondi per finanziare il servizio di accoglienza di Riace, malgrado il sindaco continuasse a rivendicare prioritariamente i fondi a lui dovuti per legge dallo Stato. Domenico Lucano ci ha parlato della dialettica tra visioni ideali e possibilità materiali, di un’economia in cui comunità e ambiente sono pezzi di uno stesso sistema, di una politica che può ravvivare le coscienze o ammorbarle.

 

Parlaci di questa esperienza di Riace.

È importante tenere presente in che territorio ci troviamo. Perché questa storia di Riace, questa esperienza di accoglienza si svolge dentro la terra di Calabria, nella Locride, che io conosco bene. Del resto io ho sempre vissuto in Calabria, tranne che per una decina di anni. La mia famiglia è riacese, piena di emigranti. Abbiamo moltissimi parenti a Buenos Aires e negli Stati Uniti. Sono sindaco da quindici anni. E non ho fatto il sindaco solo negli uffici comunali, ma l’ho fatto anche in maniera molto partecipata, costruendo relazioni umane, sociali. Quindi arrivando a un profondo livello di conoscenza del territorio. Oggi mi chiedo perché sono stato portato al centro dell’attenzione, tanto che questa storia ha avuto dei risvolti giudiziari, anche se ancora non mi dicono chiaramente di cosa mi accusano. Mi contestano alcuni reati di natura penale, ma non è che si capisca molto bene qual è il punto. Io penso di poter dare delle risposte, ma finora ho evitato di farlo, per non creare pretesti per un certo modo di fare politica.

 

Il motivo è sempre lo Sprar?

Ma non è solo per quello. Come ti stavo dicendo, in questi anni ho imparato tante cose. Ho cercato di dare, mosso dalla passione politica, ma ovviamente ho anche imparato molto. Non serve a niente parlare male delle persone. Questa è una cosa che non faccio mai, nemmeno con gli avversari politici. Non l’ho fatto neanche in quest’ultimo periodo. Anche qui a Riace c’è il partito della Lega, di Salvini. E devo dire che è esasperante, loro esasperano questo clima di odio. La Riace del mio primo mandato è cambiata, oggi è diversa. Vedo che anche a Riace si sentono gli effetti di tutto quello che sta succedendo nel resto d’Italia. Del resto, il sistema mediatico determina, influenza, costruisce la società.

In casa

La verità del paesaggio: il caso di Sassari

di Salvatore Mannuzzu

foto di Oleg Magni

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Bello o brutto? Più invecchio, più sento marginali (o quasi, comunque poco interessanti) queste categorie – secondo la nozione che comunemente se ne ha. Al centro invece ne metto altre: quelle del vero e del falso. Sicché, nello specifico, la tutela del paesaggio (sostantivo costituzionale cui i reazionari irridono, ma che invece resta appropriato) a me sembra prima di tutto difesa della sua verità; vale a dire della sua anima. Ciò che si perde – ciò che abbiamo perduto e continuamente perdiamo, nella lunga e vana storia del logorio del mondo – è verità e anima: nostra verità, anima nostra. Vita umana.

È pure evidente che tutto questo – vita, anima e verità: qui, in una parola, la verità del paesaggio – ha radici sommerse nel passato. E nel difenderlo è anche il passato che in qualche modo si difende. Cerchiamo allora di farlo con le adeguate cautele: senza indulgenze, senza nostalgie. E non dimenticando un monito che viene dal più citato, e meno praticato, Walter Benjamin (quello delle Tesi di filosofia della storia): nessuna storia si può raccontare, a nessuna storia si può tornare, senza l’Angelo della Storia; l’Angelus Novus che “sembra allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo”. La lezione, memorabile come poche, è la seguente: “Tutto il patrimonio culturale che [si] abbraccia con lo sguardo ha immancabilmente un’origine a cui non [si] può pensare senza orrore”.

Quindi, se nostalgia e rimpianto sono inevitabili, almeno li si mischi all’orrore.

Con questo viatico, con queste contraddizioni – il valore della verità e il giusto orrore, senza licenza d’uccidere – passo a svolgere il tema da me scelto per uno degli “esercizi spirituali” che sono andato scrivendo i questi mesi. Passo a svolgerlo, preghiera di pazienza, alle mie condizioni: trattandosi – fra l’altro – della mia città. Sì, intendo proporre il caso d’una intera città, Sassari.

E subito mi riesce utile una citazione che Benjamin fa di Gustave Flaubert: “Peu de gens devineront combien il a fallu être triste pour ressusciter Carthage”. A quale livello di tristezza bisogna essere scesi per risuscitare (con qualche chiacchiera) Sassari? In ogni caso, sono proprio questi due i punti del breve discorso che seguirà: l’insoluto debito di tristezza da cui parlando di cose simili ci si sente gravati, irrimediabilmente; e la non meno vincolante domanda: si può davvero risuscitare Sassari?

Punto primo. Forse mi spetta di diritto la tristezza d’una tale testimonianza – l’acedia, dice Flaubert, “che dispera d’impadronirsi dell’immagine autentica” delle cose (e che, secondo i teologi del Medioevo, è il fondamento ultimo d’ogni desolazione).