In casa

I morti e i vivi. il filo rosso che lega tante cose

di Sandro Triulzi

disegno di Fabian Negrin

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Gennaio non è stato un buon inizio d’anno. In una manciata di giorni si è assistito a ripetuti naufragi nel Canale di Sicilia (il 6, il 9 e il 27 portando a 257 i morti e dispersi nel solo mese di gennaio), seguiti dalla morte di quattro operai a Milano per intossicazione mentre pulivano un forno interrato alla Lamina, e poi da un disastro ferroviario a Pioltello sulla tratta Cremona-Milano (il 25 gennaio) dovuto a mancata manutenzione dei binari con la morte di 3 pendolari e di 43 feriti. Mentre la campagna elettorale richiama l’attenzione dei molti indecisi con promesse e furori che dissipano ogni residuo pudore e senso comune nel paese, il mese di febbraio si è aperto con il gesto “isolato” di un esaltato neonazista che da un’auto in corsa nella città di Macerata ha fatto il tiro a bersaglio a ripetizione su neri e migranti ferendone sei. Immediata la connessione, subito definita “sbagliata” ma “consequenziale”, con il macabro ritrovamento dei resti di Pamela, una diciottenne maceratese morta forse per overdose, o forse uccisa e poi fatta a pezzi da un pusher nigeriano. Follia segue a follia: il pistolero di Macerata dopo la sparatoria si avvolge nel tricolore arrendendosi alla polizia e gridando “Via i migranti dall’Italia”. Il pusher nigeriano accusato del delitto svela la sua insondabile “alterità” lavando i resti della vittima nella candeggina prima di riporli in due valigie.

Questi eventi drammatici pur diversi tra loro richiamano alcune osservazioni su quanto viene percepito dal cosiddetto uomo della strada intorno a squarci di buio apparentemente così lontani tra loro e del tutto imponderabili nei loro meccanismi di auto-colpevolezza e di responsabilità collettiva, confermando il prevalere di un sistema di giudizio amorfo e banalizzato nel panorama classificatorio della comunicazione italiana. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, e dell’inevitabile differenziata “compassione” riversata sui singoli eventi, prevale la sostanziale incapacità di creare connessioni e dare senso al complesso quotidiano che ci circonda, ormai spinto ben oltre la manifesta indifferenza per i corpi dei migranti e per la loro sorte in mare e in terra (22mila nel solo Mediterraneo secondo l’Oim dal 2000 a oggi), della “inevitabilità” delle crescenti morti sul lavoro in Italia (13mila vittime in dieci anni), e del diffondersi ancor più della sciagurata convinzione che la “sicurezza” del paese non vada garantita da norme e leggi condivise ma solo da più armi e più soldati nelle strade e sui confini nazionali e, ora anche, nei paesi di transito nell’Africa saheliana. Un sottile anche se non percepito filo rosso unisce questi eventi lontani eppur vicinissimi tra loro: la crescente reificazione dei corpi e la loro trasformazione in merce produttrice unicamente di profitti, la mancata sensibilizzazione per le politiche di sfruttamento intensivo della manodopera nel mondo intero derivate da scelte neoliberiste che annullano conquiste e diritti fin qui acquisiti, la irruente e non regolata mobilità transnazionale soffocata ma non spenta da politiche di dissuasione coercitiva e da muri di contenimento, e l’estrazione sempre più efferata di risorse umane usa e getta veicolate da nuove pratiche ‘estrattive’ che consumano vite e dilapidano un ecosistema globale sempre più estenuato.

Negli ultimi anni, autori come Sandro Mezzadra e Stefano Rota, dalle pagine di “Transglobale di “Comune”, ci hanno ricordato come le pratiche estrattive del capitalismo liberista ormai non trovino più limiti dilagando dalla logistica alla grande finanza, dalla catena di distribuzione di giganti quali Walmart e Amazon allo sviluppo di processi agricoli, industriali e minerari di sfruttamento di massa, alla mercificazione smisurata a livello globale di sesso, droga, e traffici umani. Ne risultano non solo corpi mercificati, abusati, e piegati al nuovo ordine economico e produttivo mondiale ma assoggettati e sottoposti a nuove pratiche di dominio, subordinazione e annullamento di sé che ne rendono la corporeità e l’individualità sfruttabili fino all’usura completa se non la cancellazione.

Il caso dei migranti – soggetti indebitati per definizione a causa delle norme restrittive sulla mobilità transfrontaliera in Europa e non solo – sfruttati fino all’osso nei loro “viaggi della speranza”, attratti lungo percorsi migratori favoriti da crescenti investimenti, finanziari e infrastrutturali che rendono gli spostamenti sempre più redditizi e coercitivi, permette al sistema finanziario globale, e non solo ai mercanti di uomini, margini di profitto che rendono possibile ogni violenza dell’uomo sull’uomo. Non minore violenza viene esercitata a monte e a valle degli spostamenti migratori: nei paesi di origine, dove élite minoritarie sempre più ricche e arroccate di potere sfruttano intere aree del mondo esonerate da codici etici di condivisione e di redistribuzione delle risorse spesso appaltate a multinazionali o trust transnazionali di puro profitto; e nei paesi di destinazione così tenacemente invocati durante il viaggio, dove la stessa irregolarità di accesso dei migranti lascia spazio di azione a ogni forma di abuso e di assoggettamento. Il viaggio migratorio diventa così, come scrive Monica Massari nel recente Il corpo degli altri. Migrazioni, memorie, identità (Orthotes 2017) “una sorta di perverso apprendistato, una socializzazione anticipatoria di ciò che attende i migranti nella fase successiva del viaggio, cioè una volta giunti a destinazione in Europa dove, in molti casi, saranno sottoposti a forme di sfruttamento estremo. Si procede attraverso gradi crescenti di pericolosità, soglie progressive di assoggettamento, subordinazione, annullamento di qualsiasi barlume di autonomia e di volontà. Il ricatto, la minaccia costante di ritorsioni violente e punizioni, l’incombenza della morte si ripropongono incessantemente durante tutto il percorso.”

In casa

I partiti e l’eclisse del Sud

di Isaia Sales

illustrazione di Conxita Herrero

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Il programma del centrodestra per le prossime elezioni si basa sulla cosiddetta flat tax, una tassazione forfettaria fissata al 23% per famiglie e imprese, pensioni minime a 1000 euro, semiabolizione della legge Fornero, lotta all’immigrazione, riforma della giustizia. Non una parola sul Sud. Il programma dei Cinquestelle parte dall’abolizione di 400 leggi inutili, continua con il reddito di cittadinanza, prosegue con la proposta di non avere più pensioni al disotto dei 780 euro (pensioni di cittadinanza) e con lo stop al business dell’immigrazione, per finire con i tagli agli sprechi e ai costi della politica. Nessuna parola sul Sud.

Il programma del Pd vuole dare l’idea di una forza politica tranquilla e affidabile, che si batte per gli Stati Uniti dell’Europa contro l’oscurantismo di chi è ancora per la Padania e avversa i vaccini. Le proposte economiche fanno perno su di un assegno universale per i figli di chi percepisce meno di 100mila euro l’anno, una riduzione del cuneo fiscale, tagli al costo del lavoro, salario minimo legale, Ius soli per gli immigrati. Nessuna parola sul Sud. 

Infine il programma di Liberi e uguali: cancellazione del Jobs act e ripristino dell’articolo 18 per impedire i licenziamenti senza giusta causa, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, eliminazione delle tasse universitarie. Nessuna parola sul Sud, per quello che è stato pubblicato finora.

In sintesi, questa è la prima campagna elettorale dal secondo dopoguerra dominata totalmente dall’ossessione delle tasse, delle pensioni e degli immigrati. La prima campagna elettorale dal secondo dopoguerra dove è scomparsa qualsiasi attenzione alle disparità territoriali, anzi dove viene considerato normale (e, dunque, non influente) il differente sviluppo tra due parti della stessa nazione. Infatti, la fotografia che emerge dell’Italia dalla lettura dei programmi per le elezioni del 4 marzo è di un Paese in crisi per le troppe tasse (tutti propongono di abolirne qualcuna) per una riforma pensionistica ritenuta sbagliata (la legge Fornero è citata in ogni programma), per il tema degli immigrati (sul quale oggettivamente la distanza tra le coalizioni è più netta rispetto alle altre questioni). Una totale indifferenza per le condizioni del Sud. Si potrebbe dire, in sintesi, che il centrodestra sui programmi ha già vinto: ha imposto i temi della campagna elettorale costringendo gli altri a inseguirlo, con alcune importanti eccezioni. La prima riguarda il reddito di cittadinanza proposto dai Cinquestelle e imposto al dibattito politico nazionale, che ha costretto tutti gli altri partiti a misurarsi con proposte alternative. L’altra eccezione riguarda il movimento Liberi e Uguali che riserva una particolare sensibilità alle condizioni del mondo del lavoro, ma lo fa in totale contrapposizione a quanto realizzato dai governi a guida Pd.

È indubbio che esiste una correlazione tra la centralità del tema delle tasse nel dibattito politico ed elettorale e il tramonto della questione meridionale. In ogni sistema politico e in ogni parte del mondo, quando si ritiene che per stimolare gli investimenti sia necessario ridurre la tassazione sui redditi di impresa, è chiaro che non si dà nessuna importanza al ruolo di stimolo dello Stato all’economia. Anzi, si fa il tifo per uno “Stato minimo”, che si ritiri dai tanti settori che ha occupato, che non danneggi l’economia privata con i tanti servizi e investimenti finanziati da un’alta tassazione. Più lo Stato si allarga, più aumentano le tasse; più lo Stato si restringe nei suoi compiti e nei servizi offerti, meno tasse sono necessarie. Un privato che ottiene un cospicuo risparmio fiscale (secondo questa ipotesi) è di per sé stimolato a investire il risparmio ottenuto nel migliorare la sua impresa o a cercare in altri settori economici migliori opportunità di profitti. Ammesso che questa ipotesi sia verosimile, quale imprenditore investirebbe i risparmi ottenuti nel Sud? Qualsiasi privato che investe si aspetta una redditività a breve o nel medio periodo che il Sud in questa fase non potrebbe consentirgli. Quindi investirebbe il risparmio dove è più sicuro di avere un ritorno, cioè nei territori già ricchi di reddito. Il risparmio va così dove già c’è la ricchezza. In definitiva, ogni politica pubblica che si basa su investimenti privati stimolati dalla riduzione delle tasse, ha come obiettivo quello di rafforzare l’economia nelle parti più sviluppate. 

Dunque, il taglio delle tasse e lo sviluppo del Sud sono due proposte assolutamente contrapposte e inconciliabili. Il Sud non può aspettarsi niente di positivo o di stimolante da una politica che basa lo sviluppo del Paese sull’eventualità che i risparmi ottenuti si trasformino in impieghi produttivi. Ed è evidente che un piano di grandi investimenti pubblici, unico programma in grado di rilanciare sul serio l’economia meridionale, presuppone risorse pubbliche ingenti. E dove si prendono queste risorse se si abbassano le tasse e non c’è nessuna proposta concreta di un recupero della vastissima evasione ed elusione fiscale? 

Insomma, quando in una campagna elettorale i temi di confronto sono legati alla riduzione delle tasse non c’è nessuno spazio per quelle questioni che presuppongono un ruolo centrale dello Stato per stimolare il mercato e che si finanziano con le tasse e non con la loro riduzione. In questa campagna elettorale non c’è una contrapposizione tra statalisti e liberisti, ma tra liberisti di destra e liberisti di sinistra, con qualche difficoltà a decifrarne le differenze in economia, mentre più marcate sono le distanze in tema di diritti e di immigrazione. Il centrosinistra non intende identificarsi con nessuna questione di ingiustizia territoriale, con nessuna questione di ingiustizia sociale; è una sinistra dei diritti civili, delle riforme istituzionali ma non della lotta alle ingiustizie territoriali, generazionali, o di altro tipo. Per questo è una sinistra ameridionale, mentre il centrodestra è nei fatti antimeridionale perché propugna i privati come unici motori dello sviluppo, che niente possono dire al Sud in questo momento della sua storia. Ciò che distingue gli schieramenti politici italiani è la sottile differenza tra l’ostilità verso i meridionali, il disinteresse verso la loro condizione o l’insignificanza dei loro problemi.

Se così stanno le cose, perché meravigliarsi di alcuni approdi filo-borbonici o del rancore che serpeggia tra coloro che sono indifferenti alla nazione? Prima o poi tutto ciò troverà una sponda aggregante: un movimento antisettentrionale, un ribellismo antisistema o addirittura un equilibrio dettato dall’economia illegale e criminale. Perché se un terzo dell’Italia è fuori dai programmi dei partiti e delle coalizioni che si contendono il potere e il governo del Paese, vuol dire semplicemente che si sta consumando il collante che tiene unita la nazione. 

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In casa

Lotte nella logistica. Amazon, SDA e dintorni

di Mimmo Perrotta

 

disegno di Blexbolex

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L’aveva appena scritto Gad Lerner sul numero di novembre de “Gli asini”: il magazzino Amazon di Castel San Giovanni, tra Piacenza e Pavia, può essere considerato come il “nuovo cuore pulsante del sistema capitalistico” in Italia, quello che Mirafiori rappresentava nel Novecento. Passano pochi giorni e Cgil, Cisl, Uil e Ugl dichiarano il primo sciopero contro Amazon in Italia, proprio al magazzino di Castel San Giovanni, per il “black friday”, il 24 novembre. Tuttavia, guardare solo a questa vertenza non ci permette di comprendere appieno tutto quello che accade nel settore della logistica. È quindi necessario ampliare lo sguardo.
Anzitutto, cosa è successo. Nel comunicato stampa che lancia lo sciopero, i sindacati scrivono che i lavoratori di Castel San Giovanni hanno già ottenuto “il giusto riconoscimento contrattuale per quanto concerne il livello retributivo” (1.450 euro lordi al mese, con il contratto collettivo nazionale di lavoro del commercio), ma chiedono (da un anno) un contratto integrativo aziendale, che preveda un ulteriore miglioramento della retribuzione o un premio aziendale, anche a fronte degli enormi profitti che Amazon sta facendo in Italia, dei ritmi di lavoro altissimi e dei sacrifici richiesti ai lavoratori nel periodo che precede Natale. Lo sciopero riguarda i 1.600 dipendenti diretti dello stabilimento (erano 400 nel 2012), ma coinvolge anche i 2-3mila “somministrati” attraverso agenzie di lavoro temporaneo in un periodo in cui vi è un picco di ordini, senza contare i corrieri, tutti esterni e gestiti da varie aziende logistiche. Secondo i sindacati, l’adesione allo sciopero è attorno al 50%, il 10% secondo l’azienda, che peraltro ritiene che i salari siano già sufficientemente elevati rispetto al settore. Nelle settimane successive, la vertenza si blocca: il 12 dicembre in Confcommercio di Piacenza non viene trovato un accordo e il 20 dicembre Amazon diserta un incontro in Prefettura; i sindacati ribadiscono lo stato di agitazione.
Al di là degli esiti che avrà, il valore simbolico della vertenza è chiarissimo. Jeff Bezos, fondatore e proprietario di Amazon, è l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio personale stimato attorno ai 100 miliardi di dollari. Amazon, che nasce con l’e-commerce di libri ma è attiva oggi in una moltitudine di settori, è non solo uno dei colossi del web – assieme a Google, Facebook, Apple – ma anche uno dei principali attori della logistica: più di ogni altra multinazionale unisce i due strumenti principali del capitalismo contemporaneo, il computer e il container, le tecnologie informatiche e i corridoi logistici. È la più grande azienda di distribuzione online del mondo: il suo enorme potere deriva dal fatto che consente a milioni di consumatori di ricevere qualsiasi tipo di merce a casa propria nel giro di poche ore. Un potere con cui impone condizioni economiche molto sfavorevoli ai fornitori, come ha rilevato il 21 dicembre la casa editrice e/o, in un comunicato in cui annuncia di aver interrotto per questo i propri rapporti con Amazon. Inoltre, è accusata in vari paesi di comportamenti anti-sindacali (in Germania da anni i dipendenti di Amazon chiedono migliori condizioni di lavoro) e di elusione fiscale. In Italia, Amazon è in crescita costante e presto al magazzino di Castel San Giovanni, su cui si basa oggi l’intero sistema distributivo, verranno affiancati altri due siti, a Rieti e Vercelli (su Amazon e su questo magazzino è utile leggere l’inchiesta “Quando la merce danza automatizzata sul lavoro-tapis roulant”, apparsa il 12 luglio su infoaut.org).
Allarghiamo lo sguardo a un’altra vertenza in corso in questi mesi, che contrappone il sindacato di base Si Cobas e Sda, uno dei maggiori player logistici in Italia, che consegna pacchi a domicilio e fa parte del gruppo Poste italiane (il cui azionista di maggioranza è il Ministero dell’economia). Anzitutto, va notato come l’attenzione data dai media a questa vertenza sia stata molto minore rispetto a quella della Amazon: come in altri casi, per avere notizie è necessario visitare i siti dei sindacati di base o di informazione antagonista, come “Infoaut” o “Radio onda d’urto”. Il principale magazzino di Sda si trova a Carpiano, a sud di Milano; come in molti altri casi, il lavoro viene appaltato a pseudo-cooperative, che impiegano soprattutto lavoratori migranti. In settembre si prospetta un cambio di appalto, a causa del quale le condizioni di lavoro peggiorerebbero sensibilmente. I lavoratori non ci stanno. Per due settimane, 400 facchini scioperano e bloccano il magazzino, impedendo la distribuzione di decine di migliaia di pacchi, chiedendo che il cambio di appalto lasci immutate le condizioni di lavoro concordate precedentemente. La vertenza è lunga; i lavoratori di Carpiano si giovano della solidarietà dei colleghi di altri siti Sda, sia i maggiori (Bologna e Roma), sia le filiali minori (Parma, Modena, Brescia, eccetera). Ci sono momenti drammatici: il 25 settembre un lavoratore è accoltellato a Carpiano, in uno scontro tra scioperanti e crumiri reclutati dall’azienda; il 24 novembre a Modena due operai vengono investiti e feriti da un furgone che cercava di rompere il blocco dei cancelli (come era accaduto nel settembre 2016 all’operaio egiziano Abd Elsalam Ahmed Eldanf, ucciso da un camion durante un picchetto ai cancelli della Gls, ancora una volta vicino Piacenza). L’esito della vertenza sembra favorevole ai lavoratori: in dicembre le richieste del sindacato vengono accettate da Sda.
Amazon e Sda sono due aziende differenti: la prima è un gigante dell’e-commerce e spedisce pacchi soprattutto a clienti privati, utilizzando corrieri come Sda. In altri casi, i servizi logistici riguardano scambi di merci tra aziende o tra siti differenti della medesima impresa. Tuttavia, il lavoro che si svolge nei magazzini è simile: dalle centinaia di camion e furgoni che arrivano ogni giorno, la merce va scaricata, catalogata, etichettata, instradata, impilata e poi ricaricata – spesso nel giro di poche ore – su un nuovo camion o furgone. Secondo Confetra (Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, parte di Confindustria), nel 2014 il settore in Italia è pari al 13% del Pil e nel 2012 ha dato lavoro a quasi mezzo milione di persone. Il 20% dei lavoratori sono migranti.
Un settore che almeno dal 2008 ha vissuto in pianura padana vertenze durissime, che hanno visto i sindacati di base (soprattutto Si Cobas e Adl Cobas) ottenere significativi miglioramenti nei salari e nelle condizioni di lavoro. Si tratta forse dell’unico ciclo di lotte degli ultimi venti-trent’anni in cui gli operai “vincono”. Nell’ottobre 2016 i due sindacati di base sono riusciti a firmare un importante accordo con alcuni dei principali corrieri – Tnt, Gls, Brt, mentre Sda firmava solo una dichiarazione di intenti e Dhl non aderiva – e con la Federazione Italiana Trasportatori (Fedit). Un accordo che ha sancito conquiste già ottenute in molti magazzini. Le richieste e le conquiste di Si Cobas e Adl Cobas sono molto pragmatiche e tipicamente “sindacali”. Quella più importante riguarda proprio la “clausola sociale”, ossia la garanzia per i lavoratori di essere riassunti alle stesse condizioni contrattuali e retributive e mantenendo l’anzianità nel caso di un cambio di appalto e il subentro di una nuova cooperativa nel magazzino. “Rivoluzionari” sono invece i metodi di lotta: scioperi a oltranza e picchetti che bloccano i magazzini. Si tratta di una strategia molto fruttuosa, perché provoca ingenti danni economici alle aziende, interrompendo quel flusso continuo di merci che è la caratteristica (e l’utopia) principale del capitalismo contemporaneo e che fa della logistica un settore chiave e con profitti in crescita.
Oltre all’accordo dell’ottobre 2016 e a un aumento medio dei salari del 20%, le lotte dei facchini (soprattutto migranti) hanno avuto anche altri effetti. Ad esempio, le aziende della logistica cercano di modificare la composizione della manodopera: a volte, riposizionando i magazzini alla ricerca di lavoratori più docili; altre volte, internalizzando i dipendenti e mettendo fine alla pratica dell’appalto (magari ricorrendo, come a Castel San Giovanni, ad agenzie di lavoro interinale); altre ancora, proponendo l’idea che il lavoro nel settore non sia solo un lavoro “sporco” e pesante, “da immigrati”, ma che sia invece appetibile anche per gli italiani, specie in tempi di crisi (paradosso interessante: le lotte dei migranti provocano un aumento dei salari, che rende questo impiego nuovamente attraente per i lavoratori italiani); infine, con investimenti tecnologici per diminuire la manodopera necessaria alla movimentazione delle merci.
I rapporti tra sindacati di base e confederali sono tesissimi: i primi accusano i secondi di firmare accordi utili solo ai datori di lavoro; dal canto loro, i sindacati confederali non condividono i metodi di lotta e spesso mostrano di non riconoscere l’utilità e l’importanza delle vertenze dei Cobas. Proprio a dicembre 2017, i sindacati confederali hanno firmato il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro trasporto-merci-logistica, scaduto da due anni, che riconosce tra l’altro la “clausola sociale” già ottenuta dai sindacati di base nell’accordo con Fedit. I sindacati di base hanno giudicato nuovamente un “bidone” l’accordo.
Tuttavia, l’importanza della vertenza Amazon non è sfuggita ai Si Cobas di Piacenza (una delle città in cui si sono sviluppate le prime vertenze nel settore), i quali, pur non essendo presenti nel magazzino, hanno aderito allo sciopero del 24 novembre e hanno organizzato un presidio di solidarietà agli scioperanti, in cui sono stati presenti facchini di altri magazzini della zona. Un’adesione paradossalmente poco gradita dagli organizzatori dello sciopero, i quali, secondo la stampa locale, hanno cercato di non far entrare in contatto i due presidi, mentre i membri del SI Cobas invitavano gli operai a bloccare i camion e il loro volantino avvertiva: “senza bloccare le merci e i cancelli non si ottiene nulla nel settore della logistica … L’unico modo per vincere è fare male al padrone”.

 

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In casa

Il dolore e il diritto.  una legge sul testamento biologico

di Federica Graziani e Luigi Manconi

disegno di Stefano Ricci

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Prima della legge

“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

L’articolo 32 della nostra Costituzione è il riferimento principale del diritto all’autodeterminazione terapeutica. La facoltà di ciascuno di scegliere se sottoporsi a una data cura medica ammette deroghe solo quando si tratti di tutelare la salute collettiva, non quando gli interventi sanitari pretendano di preservare unicamente la salute di chi vi è soggetto. Insomma, quando non è evidente la presenza dell’interesse pubblico a proteggere la salute della collettività, o non è altrimenti conseguibile, il fondamentale diritto al rifiuto delle cure mediche è sancito in modo inderogabile dalla nostra carta costituzionale.

Eppure, il dibattito intorno all’accanimento terapeutico e alla tutela della volontà del paziente ha conosciuto in Italia critiche feroci. Il cammino verso l’approvazione di una legge sul testamento biologico è stato lentissimo – l’Italia arriva pressoché ultima tra i paesi europei – e costantemente ostacolato dalle resistenze di una parte assai rilevante della classe politica e di un orientamento ostile di ispirazione confessionale, ma anche, se non soprattutto, di derivazione professionale e corporativa. Tutte queste forme di contestazione del principio dell’autodeterminazione e di difesa dell’intangibilità del potere medico hanno ignorato lo scopo essenziale e il senso fondante di una legge sul testamento biologico: ridurre la sofferenza. Se solo si prende in considerazione la scarsissima presenza di hospice in Italia – e in particolare la loro pressoché totale assenza nel Meridione, il modesto spazio attribuito alle cure palliative all’interno delle facoltà di medicina e in tutti i percorsi formativi degli operatori sanitari, l’estrema cautela – che diventa spesso riluttanza – nella somministrazione dei farmaci oppioidi (nonostante l’ottima legge sulle terapie del dolore del 2010), si ha la conferma di un enorme problema, non solo culturale. Nel nostro paese la sofferenza da malattia non è considerata come una specifica patologia, in quanto tale da affrontare e trattare, bensì come una sorta di effetto collaterale inevitabile, se non fatale. E addirittura provvidenziale.

Ad alimentare un clima teso e fazioso è intervenuta anche la confusione tra le proposte di legge sull’eutanasia e quelle sul testamento biologico. Le grida, durante le discussioni sul tema alla Camera e al Senato (su tutte: “Non si chiama fine vita, si chiama morte”), hanno potentemente contribuito a confondere due questioni profondamente diverse tra loro.

Cosa contiene la legge

Passata al Senato con 180 sì, 71 no e 6 astenuti grazie ai voti di Pd, M5s, Ala, Mdp e Sinistra Italiana, il 14 dicembre del 2017 la legge sul biotestamento è stata finalmente approvata in Italia. Capire cosa contenga la norma appena emanata permette di dissipare nel modo più limpido le ambiguità che la confondono con le forme di eutanasia o di suicidio assistito, oggi ancora reato e fattispecie penali perseguita nel nostro paese.

La nuova normativa si fonda su diverse premesse costituzionali: oltre al principio già citato, quello sancito dall’articolo 32, nella sua radice sono anche gli articoli 2 e 13, sull’inviolabilità dei diritti fondamentali e della libertà della persona, e gli articoli 1, 2 e 3 della Carta europea dei diritti fondamentali, che affermano il diritto all’autodeterminazione e al consenso libero e informato come condizione indispensabile per qualsiasi trattamento sanitario. Fin dal titolo, “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, è chiaro che il cuore del testo, frutto di una sintesi laboriosa tra una decina di proposte di legge, è proprio la volontà di approvare le cure da parte di chi vi si dovrà sottoporre. Nessun trattamento sanitario può essere iniziato, o può proseguire, senza il consenso libero e informato, espresso dal paziente in forma scritta o con l’ausilio di dispositivi informatici che permettano anche a persone con disabilità di esprimere le proprie volontà. Per quel che riguarda i minori o le persone incapaci, la decisione spetta ai genitori o al tutore legale, ma anche in questo caso il paziente deve ricevere il massimo delle informazioni possibili sulle diverse scelte.

Insomma, il malato in ogni momento, purché informato in modo esauriente, può prendere le sue decisioni in merito ai benefici e ai rischi connessi ai trattamenti sanitari proposti, alle possibili alternative terapeutiche e alle conseguenze del rifiuto delle cure. E può in ogni momento rivederle.

Ma cosa accade in quei casi in cui egli non è in grado di esprimere quel consenso? L’articolo 4 del testo di legge prevede che “ogni persona maggiorenne capace di intendere e volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso Disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali”. Le Dat, sempre modificabili e revocabili, disciplinano tutte le situazioni in cui le condizioni cliniche divengono tali da impedire una piena espressione delle proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari. Il paziente, quindi, indica una persona di sua fiducia che lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie quando egli non sarà più in grado di pronunciarsi.

Il medico è tenuto al pieno rispetto delle volontà del paziente che possono essere disattese, in accordo col fiduciario, qualora sussistano motivate e documentabili possibilità di miglioramento non prevedibili al momento della sottoscrizione. In caso contrario, “deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati”, ma deve comunque alleviare le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto dei trattamenti sanitari. La terapia del dolore e le cure palliative, come la sedazione profonda continua, devono sempre essere assicurate, ma il paziente “non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari alle norme di legge, alla deontologia professionale e alle buone pratiche clinico-assistenziali”.

Perché allora tante resistenze nell’approvazione di un testo di legge ragionevole, necessario e così fondamentale?

Il punto più controverso e divisivo del dibattito è stato il giudizio sulla nutrizione e sull’idratazione artificiali. Secondo la massima parte della letteratura scientifica e secondo la Società​ ​italiana​ ​di​ ​anestesia​ ​analgesia​ ​rianimazione​ ​e​ ​terapia​ intensiva​ ​(Siaarti)​, si tratta di misure terapeutiche. Dunque, la loro somministrazione avviene su prescrizione medica e di conseguenza le si può sospendere se configurano accanimento. Nutrire e idratare artificialmente non significa dar da mangiare pane e fornire bevande, e interromperle non significa far morire “di fame e di sete”. Nei casi in cui le terapie si rivelino vane, l’interruzione di nutrizione e idratazione – diventate ormai accanimento – significa, piuttosto, la sospensione di quei trattamenti che vengono attuati da personale specializzato e che determinano il prolungamento artificiale dell’agonia, con le sofferenze che ne conseguono. Che consentono una continuazione artificiale, un riprodurre chimico e meccanico, di un’esistenza umana già consumata.

O noi partiamo da questo, dal sottrarre il corpo a un’agonia, oppure stiamo parlando d’altro.

Il disegno di legge sul biotestamento non prevede né la possibilità di assumere da soli un farmaco che metta fine alla propria esistenza, né l’intervento di un medico che attraverso una somministrazione letale ponga fine alla vita di un paziente consenziente. Non si tratta, dunque, né di suicidio assistito, né di eutanasia.

In casa

Il popolo e i populismi

di Gianfranco Bettin

illustrazione di Daniel Clowes

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I populisti, certo: insidia, pericolo per le inquiete imperfette inique democrazie europee, e non solo. Ma: e il popolo? Che ne è? È ancora capace di farsi abbindolare, entusiasta, dall’abile e torvo pagliaccio che proclama l’Impero da un balcone? Di accettare le infami leggi razziali e di farsi trascinare, plaudente, nella catastrofe della guerra? E poi di votare chi promette l’altra scarpa? I candidati della cosca, i ras delle clientele? Il tycoon che spaccia sogni e promesse? O rappresenta invece, a saperlo prendere per il verso giusto, a lasciargli spazio, l’alternativa, l’antidoto a tutto questo? Che cos’è, cos’è diventato il “popolo”?

Il suo disagio, certo, come non avvertirlo? E come non vedere le ingiustizie e la corruzione delle democrazie senescenti che provocano indignazione, rabbia? Tutto vero. Come l’incapacità dei partiti storici e già “di massa”, soprattutto quelli di sinistra, di capire le condizioni reali, di cogliere angustie e bisogni dei “forgotten men” (and women) e di dar loro risposta sul piano programmatico, o anche solo sul piano di una affidabile rappresentanza.

Tutto verissimo. Vero anche che la liquefazione e lo snaturamento di quella sinistra ha lasciato scoperte ampie zone di dolore e solitudine sociale, nelle quali l’iniziativa dei cosiddetti “populisti” trova campo libero.

Tutto chiaro, allora? La crisi produce disagio, sofferenza; i vecchi interpreti del “popolo” ne hanno perso i contatti (cercano di più i voti delle aree centrali delle città e della società, perché le ritengono decisive, oltre che per una maturata e forse irreversibile affinità culturale e politica), e perciò quel “popolo” (le periferie, le categorie di massa, i lavoratori salariati e precari, i disoccupati e senza speranza sociale) sceglie gli “antisistema” e soprattutto chi gli va incontro. Letteralmente, e storicamente, i populisti sarebbero proprio questo. E qui, però, cominciano i distinguo. Questa famosa “andata verso il popolo”, dei populisti attuali (poniamo, in Italia, la Lega e le destre estreme, sempre più simili, lo stesso Berlusconi, o, con tratti diversi, i 5 Stelle), è davvero in corso?

Non risulta, in realtà. L’abbandono politico delle periferie urbane e sociali è un dato di fatto in molte realtà del paese (e dell’Europa), ma coloro i quali vengono rappresentati come “populisti” se ne occupano davvero? Cioè, hanno programmi in grado di affrontare seriamente la questione del lavoro e del reddito, delle condizioni sociali e urbane in cui vive questa parte della popolazione, di inserire queste specifiche risposte concrete in un’idea di città e di paese, di Europa quindi, e di mondo, adeguata? Rappresentano questo, al di là del rumore e del furore? O non fanno che echeggiare quella “favola” che sarebbe la vita secondo Macbeth, “piena di rumore e di furore ma senza senso alcuno, narrata da un idiota”?

In realtà, l’insieme dell’attività dei cosiddetti “populisti” sembra più orientato a ottenere con qualunque mezzo semplicemente il consenso del “popolo”, a manipolarne gli orientamenti, aizzarne gli umori, deviarne le reazioni verso bersagli utili alle proprie imprese politiche.

Di cosa parliamo, allora, quando parliamo di “populisti”? Commentando il classico saggio di Franco Venturi sul populismo russo, Isaiah Berlin (Il riccio e la volpe, Adelphi) sottolinea il carattere certo ingenuo e a volte ambivalente di quel movimento, ma ne salva le premesse etiche, le istanze socialisteggianti e libertarie e, in certi leader e pensatori del movimento, come Cernysevskij, Lavrov, Michajlkosvskij, le aperture e le visioni lungimiranti. Dove trovare qualcosa del genere nei populisti d’oggi? Eppure così vengono etichettati, anche se di quei contenuti nulla conservano. Come ricorda ancora Berlin, lo stigma di “movimento reazionario” fu impresso ai populisti da quelli che, in certo modo, avevano comunque ispirato: i socialisti e i comunisti soprattutto, a cominciare da Lenin, vittorioso laddove essi erano stati sconfitti (ma Lenin non fu mai davvero sprezzante con i populisti, anzi): “ci si può domandare se sia lecita la disinvoltura con cui ancora oggi si sbarazzano del populismo sia gli storici comunisti sia quelli ‘borghesi’”, scrive Berlin.

Anche in Italia è avvenuto qualcosa del genere. La sedicente “scienza” della rivoluzione, di matrice marxista e leninista, ha bollato il populismo, oltre che come dilettantesco e ingenuo, come inefficace e ambiguo, salvo recuperarne le aperture e la sensibilità verso bisogni, linguaggi ed esperienze del “popolo” attraverso prima la ponderosa riflessione di Gramsci e poi con la pratica concreta, a suo modo politicamente geniale, di Togliatti e del suo “partito nuovo” (una precoce forma di “catch-all party”, di “partito pigliatutto” avrebbero poi detto i politologi, capace di compensare in questo modo l’interclassismo democristiano e la sua rete plasmata sull’insediamento capillare della Chiesa). Attirandosi così, il Pci, le critiche feroci dei più radicali, o presunti tali, avversari di sinistra (ancor più “scienziati della rivoluzione” dei comunisti ufficiali…), come l’Asor Rosa di Scrittori e popolo, (Savelli e poi Einaudi) demolitore (si fa per dire) di Gramsci e del PCI, di Carlo Levi e Pasolini eccetera, con l’operaio massa al posto degli operai e contadini russi e gli operaisti al posto dei soviet, o forse dei bolscevichi. Questo fino ai primissimi Settanta, prima che Asor Rosa diventasse più realista di quel re che aveva già considerato “revisionista” e semi populista oltre che grettamente “nazionalista”, prima di liquidare popolo e operai come entità divenute mera “massa”, senza più centralità né autonomia, esattamente come, nella pienezza del suo ambizioso entrismo nel partitone già detestato, si era sbarazzato della ribellione del ’77 con il rozzo schema delle “due società”.