In casa

La fine dell’accoglienza

di Savino Reggente

Jef Aérosol

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E noi? Dov’eravamo e dove siamo adesso”. Questa la domanda che ultimamente macina nella mia mente e che sempre più spesso raccolgo dalle voci di colleghe e colleghi. Quel noi, infatti, chiama in causa in primo luogo chi ha lavorato e ancora lavora nel campo dell’accoglienza ai cosiddetti profughi: gli e le operatrici sociali. Ma sarebbe stupido limitarsi a quello specifico settore lavorativo. Quel noi vorrebbe chiamare in causa tutte quelle persone che a vario titolo, dall’associazionismo alla militanza passando per il grande e opaco terzo settore, hanno operato al fianco e a sostegno dei profughi. Ma ancora non basta. Quel noi vorrebbe interrogare sulle proprie responsabilità intellettuali, amministratori, uomini e donne, tutta una società che ha lasciato o, peggio, ha attivamente collaborato affinché si affermasse l’attuale situazione politica.

Domanda urgente quanto vana, per cui tanto vale tornare a quel noi che mi riguarda più da vicino. Per esser chiaro, l’attuale governo con le sue scellerate politiche non è che l’ultimo – ultimo in termini temporali, ché al peggio non c’è mai fine – momento di un continuum storico-politico che ha cause lontane e complesse. Ma quello attuale è sicuramente il momento più critico e, come in tutte le crisi, si è obbligati a entrare nel vivo e a far i conti con le contraddizioni più cocenti. Noi, operatori e operatrici sociali, dov’eravamo quando fu emanato il famoso decreto risalente al febbraio 2011, dall’allora governo Berlusconi, con cui fu istituita l’Ena (Emergenza Nord Africa), punto di snodo e di svolta per le future politiche migratorie nazionali? Probabilmente, la maggior parte dei miei attuali colleghi e colleghe iniziava appena ad affacciarsi al mondo della migrazione, me compreso. Di lì in poi, col susseguirsi delle emergenze “dovute all’eccezionale afflusso di migranti” (Mare Nostrum, Triton, Emergenza Sbarchi, etc.) l’accoglienza è diventato uno dei settori lavorativi in cui il tasso d’occupazione è aumentato esponenzialmente, in controtendenza al trend generale della nazione, dando la possibilità di un lavoro, seppur precario, a quella massa di giovani altamente scolarizzati e disoccupati. Tuttavia, si trattava e ancora si tratta di una forza lavoro peculiare, messa in una posizione liminale a ricoprire un ruolo strategico tra inclusione, controllo e disciplinamento. Eppure, chi ha mai sentito parlare dell’operatore al di fuori del perimetro assai delimitato degli addetti e addette ai lavori? Più che altro, il mainstream politicamente orientato ha creato dei concetti armati quali “i 35 € al giorno per migrante”, “il business dell’accoglienza” o, da ultimo, “quelli che lo fanno come volontariato”.

E noi, mentre questa retorica acquisiva sempre più la forza del senso comune, dov’eravamo? Assunti per la necessità istantanea di mano d’opera e di una fonte di reddito, avvicinandoci sempre più al modello di lavoro proprio al mondo della logistica, just in time e to the point, dove il fabbisogno della forza lavoro dipende dalla quantità delle merci da smistare, siamo stati assorbiti, ingabbiati e incapsulati nella bolla dell’accoglienza, dove il tempo accelerato dell’emergenza ha determinato pesantemente le condizioni di lavoro, mettendo in forte tensione corpi e menti. Certo, non solo il tempo: la crescente divisione del lavoro e specializzazione delle mansioni; la frammentazione delle équipe di lavoro; un crescente e asfissiante controllo da parte delle istituzioni – questure in primis – e della politica, nonché una progressiva gerarchizzazione e aziendalizzazione costituiscono altri elementi fondamentali per capire noi dov’eravamo.

Abbiamo probabilmente scontato il fatto di essere una categoria lavorativa appena nata, quasi del tutto inesperta e con poca o nessuna coscienza non solo professionale ma sindacale, catturati in quelle economie morali in cui la qualità e il riconoscimento del lavoro svolto non si misuravano attraverso un’adeguata forma contrattuale e una congrua retribuzione, ma piuttosto tramite un più sottile e pericoloso salario: il bene. Per cui poco importava quanto si lavorava, e ancora si lavora, se si fanno ore in più non previste dal contratto e non segnate, se si è sotto inquadrati, sotto remunerati, messi sotto pressione o ricatto. Ciò che ci riempiva – di certo non le tasche – era il bene, magari riconosciuto nel volto della persona che si aveva in carico. Su questa contraddizione, riassumibile nella domanda “a quale condizione operare per il bene”, non ci si è mai voluti interrogare, tanto da diventare un enorme e pesante rimosso. Rimosso che è collettivo perché tocca tutti e tutte noi che abbiamo preferito vestirci dell’abito di “buoni”, per dirla con Rastello, sempre più legittimati dalla marea dei cattivi che dilagava attorno a noi. Sentendoci argine alla deriva razzista, eroi e martiri del diritto all’accoglienza, abbiamo via via accettato condizioni di lavoro sempre più stressanti, compromessi che fino a poco prima ci sarebbero sembrati improponibili, chiuso bocche e orecchie a ogni forma di dissenso, imprigionati in quella bolla che ci ha impedito di vedere che tutto fuori andava a fuoco. Lasciando sempre più in secondo piano quello che doveva essere la nostra prima rivendicazione: il diritto alla libera mobilità delle persone, diritto che viene prima e va oltre l’accoglienza.

Difatti, mentre venivamo sempre più catturati dal nostro stesso lavoro e frammentati nelle diverse mansioni, in diverse équipe, nel proprio particolare progetto e cooperativa, il ministro dell’Interno Marco Minniti andava in Nord e Centro Africa a siglare accordi con i paesi da cui provenivano o transitavano una buona parte dei profughi; non ci accorgevamo che conclusasi l’interpretazione umanitaria del governo dei flussi prendeva prepotentemente campo quella più dichiaratamente militare e securitaria. Magari ci siamo indignati nell’ascoltare le voci e gli sguardi razzisti dei e delle cittadine comuni rivolti verso “i nostri beneficiari”; abbiamo fatto finta che tutto potesse andare avanti, che il nostro lavoro e passione avessero senso ed efficacia, voltando lo sguardo a quanto invece si stava verificando e che ora ci mette di fronte al rischio concreto della perdita del lavoro e di un’esponenziale clandestinizzazione ed emarginazione dei migranti. Noi, in tutto ciò, dov’eravamo?!

E dov’erano le amministrazioni comunali, le associazioni, le cooperative a cui era stata demandata la gestione dell’accoglienza? Quale lungimiranza politica ed occupazionale ha animato le loro scelte, scelte di cui ora sono i primi a doverne misurare le conseguenze? Di tutto quello che si muoveva ai piani alti, nei rapporti tra la politica e gli interessi confliggenti interni al privato sociale rispetto all’assegnazione dei vari bandi, abbiamo potuto vedere e capire ben poco. Mi chiedo se quel logorante tatticismo politico, quel continuo e sfibrante riposizionamento, quella diplomatica, riottosa e cieca concorrenza non siano stati anch’essi funzionali alla produzione dell’attuale situazione politica. Anche in questo caso, la voce degli e delle operatrici è mancata: è come se fossimo stati parlati dagli altri, talmente risucchiati ed estenuati dal nostro lavoro da non riuscire a produrre un discorso altro e diverso da quello con cui i vari attori (politici, istituzionali, datoriali) raccontavano il mondo di cui noi eravamo i e le protagoniste. Non abbiamo mai sentito la comune urgenza di creare spazi autonomi di riflessione ed elaborazione collettiva al di fuori delle cornici previste dal lavoro, quest’ultime funzionali alla creazione di una cultura del lavoro in linea con le logiche di funzionamento e perfino con i linguaggi della cooperativa o dell’istituzione. Anche ciò ha contribuito a incorporare gli inevitabili conflitti o, più semplicemente, i dissensi all’interno dell’ambito lavorativo ammortizzandone ed anestetizzandone la portata critica. Ed ora, che già tanti e tante hanno perso il posto di lavoro, si preferisce cercare un’occupazione altrove, diversa, magari alimentando nuovamente quella spinta all’emigrazione che il settore dell’accoglienza era riuscita in qualche sorta a contenere. Piuttosto che riconoscerci come categoria professionale e lavorativa ed organizzarci per rivendicare il diritto alla stabilizzazione e al miglioramento delle condizioni contrattuali e salariali abbiamo preferito voltare lo sguardo e cercare altro. Abbiamo scelto di rimuovere tutto ciò che ci poneva di fronte alle nostre contraddizioni (precariato, sfruttamento, incapacità d’organizzazione sindacale) e preferito lottare in favore dei diritti degli altri, dei “nostri” beneficiari, per cui quotidianamente ci siamo scontrati con uffici anagrafici, sanitari, questure, centri per l’impiego, ignorando volutamente che quelle battaglie, per quanto piccole, avevano senso se fatte in una prospettiva che fosse di tutti e tutte.

Con l’effetto paradossale di legittimare o quantomeno accettare sempre più l’attuale sistema d’accoglienza e le politiche che lo hanno modellato – politiche certo non solo nazionali – ritrovandoci ora a dover fare i conti anche sulla nostra pelle con gli effetti dell’ultima legge che porta il nome del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) creato nel 2002 e che con la nuova legge cambia nome e sostanza, sarà riservato solo alla categoria dei minori stranieri e a coloro che beneficiano di una delle due forme di protezione internazionale – protezione sussidiaria o asilo politico –, diventando così una riserva indiana di cui solo una minima elite di migranti potrà beneficiare. Gli e le altre migranti, coloro che sopravvivono alla Libia, al Mediterraneo, al filtraggio discriminante dei centri hotspot, saranno accolti in centri di grandi dimensioni abbandonati essenzialmente a loro stessi in attesa di un permesso che probabilmente non arriverà mai. In questo panorama, anche a seconda della scelta politica dell’ente datoriale di appartenenza, gli e le operatrici sociali rimasti si troveranno a lavorare in contesti, condizioni e ruoli sempre più difficili e umanamente stressanti. Forse, questa volta la contraddizione sarà troppo grande ed eticamente insostenibile per poterla accettare, neanche in nome del bene.

Dovendo fare seria autocritica tra chi a vario titolo ha speso energie a supporto dei migranti, è necessario chiedersi quanto il nostro operare nel corso di questi anni sia stato inattuale, e in nulla incidente. Bisogna chiedersi se e in che maniera ci siamo opposti prima che questo progressivo degradare della nostra società diventasse realtà politica e discorso comune non solo legittimato ma ignominiosamente rivendicato. E trovo una distopica illusione voler adesso opporsi a questo razzismo eletto a istituzione investendo tutto nel totem salvifico della “comunicazione”, come se ancora una volta una “buona” comunicazione possa arginare o cambiare i termini del problema, che è e resta assolutamente politico. Né far indossare giubbini catarifrangenti a profughi mentre puliscono parchi pubblici, né progettare bandi dall’esplicativo titolo “i richiedenti asilo per la città”, né d’altra parte rivendicare un presunto quanto narcisistico e autoreferenziale valore sociale del nostro lavoro può cambiare di un millimetro i rapporti di potere e invertire l’ormai dominante discorso comune. Detto chiaramente: quel che in questi anni è mancato, a tutti e tutte noi, credo sia stato il conflitto, la lotta, innanzitutto a partire da noi stessi, per noi stessi. Allora, noi dov’eravamo? Nel sogno di una cosa. “Il mondo ha il sogno di una cosa, del quale deve solo prendere coscienza per averla veramente”, scriveva Karl Marx all’età di venticinque anni. Forse, noi siamo ancora troppo giovani. Ma se la crisi attuale ha pure un’utilità, questa è nel farci prendere coscienza su dove siamo noi, ora.

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In casa

“Lo stato delle città” una nuova rivista

a cura di Andrea Bottalico

Nell’aprile 2016 “Napoli Monitor” – prima mensile cartaceo dal 2006 al 2014, poi sito di approfondimento e adesso casa editrice – ha pubblicato dopo un anno e mezzo di lavoro il libro collettivo Lo stato della città. Napoli e la sua area metropolitana (Monitor edizioni, 536 pp., 23 euro). Il volume, scritto da sessantotto autori e curato da Luca Rossomando, conta ottantasei interventi tra articoli, saggi, storie di vita, grafici e tabelle con i dati più aggiornati. L’idea di fondo è stata quella di fornire un profilo dettagliato dell’area metropolitana di Napoli sotto molteplici aspetti, dall’urbanistica all’ambiente, dall’economia al lavoro, dalle politiche sociali e sanitarie fino alla produzione culturale. Come una guida a più voci per conoscere il presente, o un atlante della città basato su dati concreti e non su opinioni superficiali, la pubblicazione di questo libro è stata anche un modo di festeggiare i dieci anni di lavoro passati a raccontare la città del gruppo di Napoli Monitor. Il volume è infatti una prosecuzione naturale dell’attività svolta con il giornale, il sito, i libri e la presenza sul territorio.
La scorsa primavera è uscito il numero zero de Lo stato delle città (102 pp., 12 euro), una nuova rivista semestrale il cui nome della testata, declinato al plurale, prende spunto dal libro collettivo uscito nel 2016. Rispetto al lavoro svolto da sempre dalla redazione di “Napoli Monitor”, questa rivista ha un taglio nazionale e cerca di accogliere contenuti di ricerca sociale e inchieste approfondite sulle principali città italiane – non solo Napoli –, coinvolgendo nuovi e vecchi collaboratori, attivisti e ricercatori, studiosi, giornalisti, scrittori e illustratori. La declinazione al plurale della testata indica la volontà di realizzare un progetto su una scala più ampia, capace di contare su una rete di persone a Roma, Torino, Milano.
Le forme privilegiate sono il reportage, il disegno, l’intervista, l’inchiesta, la ricerca sul campo. Come si legge nell’editoriale del numero pilota, l’orizzonte è quello di collegare la rivista in modo programmatico, attraverso un rapporto più stretto, di influenza reciproca, alle realtà che descrive e analizza, rafforzando i punti di vista critici e conflittuali, ma senza tacere le contraddizioni e le impasse che spesso indeboliscono i movimenti di opposizione.
Se il numero pilota ha visto contributi su Ostia (Portelli), sul fenomeno della musica Trap (Rosa), sul turismo e la turistificazione (Mossetti, D’Onofrio), sui fattorini delle piattaforme a Milano e a Città del Messico (Bottalico, Morbiato), su Torino (Migliaccio), su un’esperienza di occupazione al Policlinico di Roma nel ’78 (Conte), eccetera, il numero uno, uscito a ottobre 2018, affronta il tema dell’immigrazione nell’editoriale di Michele Colucci e nel lungo diario di campo di Salvatore Porcaro dalla Via Domiziana, e poi le lotte sulla casa a Napoli e Catania (Rosa, Sciacca), le trasformazioni urbane in corso a Torino, Bologna, Milano (Migliaccio, Lupoli & Miniato, Pessina), un laboratorio radiofonico a Regina Coeli (Coronati), il ruolo dell’arte pubblica (Cyop&Kaf), il lavoro e i mutamenti del mondo-fabbrica (D’Onofrio, Quitadamo, Magariello), il teatro San Carlo e le politiche pubbliche sul teatro al sud (Toppi, Mastrogiacomo), un reportage dalla città curda di Diyarbakir (Ortona).

Per acquistare la rivista si veda il sito napolimonitor.it

 

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In casa

Don Peppino Diana 25 anni dopo

di Nicola Alfiero

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Qualche anno addietro, alcune reti televisive, portarono le loro telecamere sul nostro territorio. Tra le varie riprese girarono anche immagini per una fiction che intitolarono Per amore del mio popolo. Titolo preso in prestito dall’omonimo documento proposto e stilato da laici, condiviso da don Peppe Diana, dalla forania di Casal di Principe (comprendente i comuni di San Cipriano d’Aversa, Villa Literno, Villa di Briano, Casapesenna e Casal di Principe) e distribuito nel natale del 1991. Dopo 27 anni ancora si parla di quel documento perché – afferma don Luigi Ciotti fondatore del Gruppo Abele – “è come se fosse stato scritto ieri”. Forse di ieri è bene parlare per cercare di capire il territorio. Provincia di Caserta, abbandonato per decenni a se stesso, lasciato in balia dei piùforti, dei più organizzati, dei più spietati tra i criminali. Le istituzioni – come ha dimostrato la magistratura – assenti o, peggio, complici. Una parte della chiesa cieca e sorda anche se l’azione e la denuncia delle ingiustizie non venivano meno da parte del coraggioso vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro. Il documento che una parte della chiesa della diocesi di Aversa aveva adottato nelle intenzioni degli autori e di don Peppe, doveva rappresentare una specie di piattaforma di partenza per il cambiamento.

A 25 anni dall’assassinio avvenuto il 19 marzo del 1994, tante cose sono cambiate, alcune purtroppo in peggio. Per noi che viviamo qui forse si può parlare di “resistenza”. Hanno resistito il padre e la madre di famiglia che con difficoltà hanno cresciuto i loro figli per tenerli fuori dai circuiti camorristici. I normali e onesti cittadini che non sono scesi a compromessi con gli amministratori pubblici collusi che spesso coincidevano con gli stessi camorristi (vedi l’ex sindaco di San Cipriano d’Aversa Ernesto Bardellino, fratello di Antonio boss e primo capo della camorra casalese). Tante persone si sono rifiutate di accettare l’elemosina dell’assessore comunale di turno quando bastava un semplice bigliettino a loro firma per essere rimborsati di somme non dovute per lavori mai eseguiti. Oggi tanti ragazzi per non emigrare accettano paghe da fame per lavori spesso duri anche nel campo del sociale dove, nelle diffuse e fiorenti cooperative invece dei dovuti stipendi si percepiscono rimborsi spese. Alcune associazioni cosiddette “anticamorra” allevano e producono i “professionisti della legalità”. Presenti negli enti e nelle istituzioni che contano spesso impegnati non a costruire coscienza civile ma a gestire progetti e convenzioni a volte in regime di monopolio. Si potrebbe affermare che l’anticamorra sia divenuta per alcuni gruppi, una vera e propria lucrosa industria in grado di gestire progetti formativi nelle scuole, beni confiscati, finanziamenti europei e anche privati. Tutto in nome della legalità.

Dopo 25 anni l’anticamorra ha cambiato volto, prospera e genera consorzi, cooperative, associazioni onlus sempre in nome della legalità. Parola abusata e, per molti versi destituita di significato. Gli sforzi, l’impegno della magistratura e delle forze dell’ordine hanno contribuito a bonificare il territorio liberandolo dai più pericolosi capi e gregari dei camorristi.Un lavoro eccellente percepito assai positivamente dalla parte onesta della popolazione. Ciò che preoccupa attualmente è che a questa giusta parte repressiva non è seguita per niente la parte costruttiva che interessa la stragrande maggioranza della popolazione di tutta la zona aversana e del suo hinterland. Spesso ci si chiede: chi è venuto nel territorio ad aiutarci? A supportarci? A proporre investimenti produttivi? Di azioni di sviluppo non si sono viste tracce! Quale istituzione pubblica, a 25 anni dalla morte di don Peppe è venuta a offrirci aiuto o collaborazione per tirarci fuori dal sottosviluppo e dalla disoccupazione che sfiora il 70% della popolazione attiva? Il territorio ha urgente ed estremo bisogno di insediamenti produttivi per poter risorgere veramente e cambiare. C’è bisogno di risposte adeguate alle legittime domande occupazionali di giovani disoccupati. Diversamente, le azioni positive sul territorio non daranno buoni risultati in mancanza della possibilità di poter produrre autonomamente ricchezza.

A questo punto, la fatidica domanda:come procedere? Certamente non arrendersi, continuare a lavorare, possibilmente assieme per il bene comune, generare fiducia. 25 anni rispetto alla storia sono niente. Il sacrificio di un sacerdote e uomo coraggioso come Peppe può ancora diventare seme di ranascita. Non dobbiamo tirarci indietro. Ognuno dovra fare la propria parte. Con tenacia con continuità.Possibilmente con meno protagonismi personali e di clan.

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In casa

Io vedo orizzonti, non confini

di Alessandra Buzzo

Incontro con Nicola De Cilia

disegno di Anna Deflorian

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Il Comelico è un’esigua fascia montana del Veneto più settentrionale, un cuneo stretto tra Friuli, Austria e Alto Adige. Cinque sono i comuni che ne fanno parte: Comelico superiore, Santo Stefano di Cadore, San Pietro di Cadore, Danta, San Nicolò di Comelico. Un territorio fragile, i cui equilibri millenari sono messi in crisi dal calo demografico (con relativi fenomeni di invecchiamento e spopolamento) che interessa tutte le “terre alte”; più recentemente, fenomeni meteorologici sempre più estremi e sempre più frequenti, con frane, alluvioni e distruzioni dei boschi (la recente tromba d’aria del 29 ottobre ha divelto intere foreste) hanno aperto ulteriori ferite.

Modernità e tradizione qui convivono in modi conflittuali: insieme con l’industria più avanzata (in queste zone, fino a pochi anni fa, si concentrava la produzione di occhiali a livello mondiale), sopravvivono le Regole, enti comunitari che, fin dal Medioevo, gestiscono collettivamente pascoli e foreste, in cui le donne non sono ammesse (solo recentemente, alcune Regole hanno timidamente aperto alla presenza femminile).

Il Comelico, infine, è anche una terra di confine, in cui sono presenti diverse minoranze. La più importante è la comunità ladina, che proprio in questi paesi mostra una rinnovata vitalità culturale.

Santo Stefano, con i suoi 2600 abitanti, è appena un po’ più grande degli altri comuni: all’intersezione delle valli che collegano con il Cadore (Auronzo), il Friuli (Sappada) e la Val Pusteria, offre i servizi essenziali per chi abita in montagna. Dal 2009, sindaco di questo paese è una donna, Alessandra Buzzo, il primo tra tutti i sindaci del bellunese ad aver accolto, a partire dal 2011, migranti, sistemandoli in paese, combattendo attivamente contro pregiudizi e diffidenze.

L’incontro con Alessandra Buzzo avviene in un pomeriggio dei primi di dicembre, nel suo ufficio in Comune. Sul portone che dà sulla piazza principale di Santo Stefano, sono appesi gli articoli 1 e 2 della dichiarazione dei diritti universali dell’uomo, citazioni dei Vangeli, di Mandela, Martin Luther King e una di Frida Kahlo: “Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io vedo orizzonti dove tu disegni confini”.

 

Sembra che anche lei provenga da un altro pianeta. Come è diventata, lei donna e di sinistra, sindaco di un paese delle Dolomiti, dove ancora prevale una cultura patriarcale, per molti versi?

La mia formazione è laica, pur provenendo da una famiglia cattolica, e mi sono sempre riconosciuta nei valori progressisti e di solidarietà della sinistra, senza aver avuto una tessera per molto tempo. Mi sono occupata di sociale e volontariato, fin da ragazza. In forza di questo mio impegno, per le elezioni del 2009, mi fu chiesta la disponibilità a rivestire un ruolo relativo al sociale, all’interno di una lista civica di centrosinistra. Per una serie di coincidenze, mi sono trovata a essere capolista. La lista era unica: in questi piccoli paesi di montagna, la difficoltà maggiore sta nel trovare qualcuno che abbia voglia di impegnarsi. Divenni così il primo sindaco donna del Comelico. Questo è un territorio in cui il potere è decisamente in mano agli uomini per tradizione: l’istituzione delle Regole è a gestione solo maschile e, nonostante alcuni passi avanti, l’inserimento delle donne è ancora oggi molto limitato e comunque soggetto a mille vincoli. In più le mie scelte di vita – mi ero separata – aumentavano la diffidenza nei miei confronti: venivo guardata con sospetto e sufficienza. Ma fin da subito, ho dimostrato di saper portare avanti le scelte con grande determinazione, senza paura di nessuno. Mi sono assunta molte responsabilità, ho scompaginato diverse consuetudini, su cui contavano gli amministratori delle precedenti giunte. Ma non vengo mai meno al principio che alla base di qualsiasi decisione presa, fosse anche la più semplice, ci debba essere sempre il rispetto della persona e dei diritti.

Nei primi cinque anni ho dovuto confrontarmi con persone che avevano anni di esperienza nel centrosinistra, ma abituati a certe pratiche e automatismi che non condividevo. Così, nella seconda tornata amministrativa del 2014 ho cercato di costruire una lista più giovane e diversa, con due soli consiglieri della lista precedente. È difficile trovare persone con una certa formazione, preparazione e disponibilità. Pochi siamo, e ancor meno con valori che si ispirino alla solidarietà, all’uguaglianza, fondamentali per qualsiasi scelta politica che si dichiari, come mi dichiaro io, di sinistra. Sono molto criticata, per certe mie scelte, anche duramente, ma parallelamente mi viene riconosciuto il mio impegno per il territorio: mi sono spesa in prima persona per la sanità, contrastando il venir meno di servizi essenziali come gli ospedali (sono riuscita a far sì che almeno la pediatra di base restasse in paese), lottando per aumentare i servizi, per migliorare la viabilità, battendomi in Provincia e specialmente in Regione e ottenendo lo stanziamento di 55 milioni di euro per il progetto di una galleria come alternativa alla viabilità attuale, altrimenti a rischio. Non sono mancati contrasti, trovandomi a fronteggiare diverse questioni da sola: e se da una parte ciò mi lascia la possibilità di agire secondo le mie personali convinzioni, dall’altra però mi trovo spesso di fronte a molte scelte difficili senza avere un supporto valido.

 

Parliamo di quel maggio del 2011, quando Santo Stefano fu il primo comune ad accettare due pullman di immigrati…

In quel periodo si iniziava a parlare di accoglienza, c’era l’emergenza sbarchi, i sindaci della provincia di Belluno, sessantanove, avevano avuto diversi incontri con la prefettura per verificare le disponibilità ad accogliere migranti, ma evitavano di assumersi qualsiasi impegno. In questi incontri, mi ero espressa a favore della dignità delle persone, sollevando la questione del rispetto dei diritti. Contemporaneamente, stavano nascendo i primi gruppi nei social network che soffiavano sul fuoco dell’odio anti immigrati. Ricordo con precisione quel pomeriggio del 13 maggio: ero al lavoro all’istituto comprensivo di Auronzo (lavoro in segreteria amministrativa) quando ricevetti una telefonata dall’ingegner Tonellato, responsabile della Protezione civile (erano loro a occuparsi dell’accoglienza). Mi dice questo ingegnere: “Abbiamo due pullman di ragazzi, tutti maschi, dai 18 ai 30 anni. Novanta persone in tutto, vengono da Lampedusa, sono due giorni che stanno girando, sono stanchi e affamati, lei non ce li rifiuta, vero?” Questi novanta erano il quantitativo numerico assegnato all’intera provincia di Belluno. Impegnare un piccolo comune come il mio ad accoglierli tutti, senza nessuna garanzia, era una scelta che, ne ero perfettamente consapevole, avrebbe potuto compromettere la mia, chiamiamola così, “carriera politica”: sarebbero stati tutti contro. Ma, chissà perché, ho pensato a Filippo, uno dei miei quattro figli, il più irrequieto: se ci fosse Filippo su quella corriera, cosa vorrei? Che qualcuno lo accogliesse e lo facesse riposare. Ho deposto immediatamente ogni dubbio, ogni considerazione di opportunità. Ho risposto sì, subito. Erano le 16.30 del pomeriggio, ho chiesto al preside di uscire in anticipo. Ho chiamato il mio compagno: mi ha dato conforto. Ho chiamato le associazioni di volontariato, in particolare “Insieme si può”: si sono subito organizzati. Ho chiamato gli alpini, sperando che mi sostenessero: non si sono tirati indietro. Ho chiamato i miei assessori: mi hanno dato della pazza, ma pazienza; alle otto e mezza di sera avevo il palazzetto dello sport pronto con novanta brande, tappeti protettivi, pasti caldi, la possibilità di una doccia, tutto perfetto. Una mobilitazione incredibile. Verso le nove sono arrivati i due pullman, novanta ragazzi sono scesi con il loro sacchettino di plastica, tutto ciò che avevano. Provenivano dal Niger, Bangladesh, Sud Sudan, Nigeria, Etiopia. Li faccio mettere tutti davanti a me. Un po’ in inglese, un po’ in francese, ho chiesto loro di aiutarmi, di non mettermi nei guai: ero completamente sola dal punto di vista politico, i miei, pilatescamente, si erano tirati indietro. Poi ho chiesto: di cosa avete bisogno? Di telefonare, hanno risposto. Ho messo allora a disposizione il mio cellulare e tutti e novanta hanno chiamato a casa, rassicurando genitori e amici che stavano bene. Quando il prefetto ha visto che ero riuscita a organizzare l’accoglienza e stabilire un rapporto di fiducia con questi ragazzi, mi ha chiesto di occuparmi dello smistamento dei migranti in provincia a seconda delle disponibilità che man mano si ricevevano.

In casa

Com’è cambiata Palermo

di Leoluca Orlando

Incontro con Andrea Inzerillo

street art a Palermo

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Alla sua prima sindacatura, nel 1985, Leonardo Sciascia gli consigliò di farsi opposizione da sé. Da allora Leoluca Orlando ha incarnato esistenzialmente questa concezione e occupato nello stesso tempo tutti gli spazi – quelli del governo e dell’opposizione, della visione di città e del contrasto alla sua realizzazione – dando vita a un’esperienza politica non priva di fascino e di contraddizioni. Nel momento in cui parliamo, ad esempio, Palermo vive l’ennesima crisi legata ai rifiuti e conclude il suo anno da capitale italiana della cultura senza riuscire ad avviare un programma di attività culturali natalizie dedicate all’infanzia, ma nello stesso tempo sospende per prima l’applicazione del decreto sicurezza di Salvini scontrandosi direttamente con il Ministro dell’interno, poi seguita dai sindaci di altre città. Orlando è consapevole dei problemi, ma è come se la sua azione prediligesse il tempo allo spazio: dalle sue parole traspare la concezione che la costruzione di un’idea di futuro possa passare dal sacrificio dello spazio della contemporaneità. Ed è per questo suo essere un tutto, per questo suo non lasciare scarti, che il discorso su Palermo non riesce a smarcarsi da un discorso sul sindaco: parlare della città è un continuo referendum pro o contro Orlando perché – per mutuare uno dei chiasmi linguistici che tanto ama – Orlando è Palermo e Palermo è Orlando. D’altra parte, per i suoi ammiratori come per i suoi detrattori, Leoluca Orlando è indiscutibilmente il sindaco: ci sono state altre esperienze amministrative, ma nessuna significativa come la sua. Né, a suo dire, ce ne saranno altre.

Nel 2017 lei è stato rieletto sindaco di Palermo, per la quinta volta. Partirei dal chiederle com’è cambiata Palermo in questi trent’anni, qual è la sua percezione, e cosa bisogna fare per modificare nel profondo una città.

Comincio col fare riferimento a una serie di luoghi comuni che rischiano di apparire banali ma che sono invece reali. La globalizzazione e finanziarizzazione della vita sta cambiando profondamente la percezione delle città e dei sindaci da parte dei cittadini. Non parlo della globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, che lascia agli Stati un ruolo da svolgere. Ma quando la casalinga e il disoccupato, il giovane e l’anziano la pensano come Sergio Marchionne, che pone al centro il dio denaro, non assistiamo più a una finanziarizzazione dell’economia ma a una finanziarizzazione della vita. Quando il denaro diventa il dio di tutti i soggetti e cittadini, gli Stati perdono il loro senso e le uniche realtà che conservano un ruolo sono i comuni. I sindaci sono di conseguenza il riferimento dell’unica realtà dove sembra possibile coniugare visione e vita quotidiana.

Palermo ha vissuto e vive un processo di grande cambiamento, e al sindaco viene dato il ruolo di svolgere in qualche misura la funzione di agenzia educativa, cioè di indicare una visione e di essere giudicato per la coerenza a quella visione.

Oggi Palermo è una città capitale della cultura che ospita la biennale d’arte contemporanea Manifesta, è una città che accoglie e che rifiuta, rifiuta, rifiuta di essere considerata un modello, perché i modelli sono pericolosi. Siamo un’esperienza come tante che dimostra che cambiare è possibile, che è possibile passare da Capitale della mafia a Capitale della legalità e del diritto, e di qui alla legalità dei diritti che troppo spesso vengono violati dal diritto degli Stati. Se la scintilla che ci ha fatto scoprire il diritto è stata l’insopportabile pressione della mafia, la scintilla che ci ha fatto scoprire i diritti sono stati i migranti, che ci hanno spinti a interrogarci non sui loro ma sui nostri diritti umani.

Noi stiamo cercando di cogliere il massimo della visione che mette al centro la persona umana e che considera la dimensione comunitaria una straordinaria occasione di alternativa al populismo. Chi è il populista? Il populista è chi non rispetta il tempo, il populista è chi pensa che si possa cambiare subito e senza dibattito, senza confronto e senza contrasti. Palermo è cambiata, ma non in quaranta secondi, né in quaranta minuti, né in quaranta giorni, né in quaranta mesi. È cambiata in quarant’anni passando attraverso contrasti, contraddizioni, stragi, violenze. Da questo punto di vista siamo un’esperienza alternativa al populismo. Siamo anche in cammino non soltanto per rispettare la persona, ma anche per costruire la comunità secondo un criterio di personalismo comunitario che costituisce la sintesi di tutte le cose che sto cercando di dire.

 

In che cosa consiste, precisamente, questa alternativa al populismo?

Noi siamo circolari, orizzontali e partecipativi, mentre il populista è per definizione verticale, lineare e individuale, con la conseguenza che chi è populista non usa mai espressioni come “tavolo”, “piattaforma”, “programmazione”, “concertazione”. Il messaggio che ho sempre cercato di mandare – e che credo sia passato – è che il mio partito è la città: la mia storia personale in qualche misura si identifica con le vergogne e anche con i meriti della città, quasi ne fosse lo specchio. Questa dimensione assolutamente circolare, orizzontale e partecipata mi sembra la caratteristica della Palermo di oggi. È evidente che questa visione è passata attraverso tante scelte contraddittorie, errori e lacune, ma oggi siamo una città exciting, safe, not expensive: una città non cara ma eccitante, che riesce ad avere tutti i colori, i suoni e gli odori di una complessa realtà urbana; e sicura, perché se arriva un musulmano che potrebbe essere pericoloso i musulmani che vivono a Palermo – che vengono considerati e si considerano palermitani – mi chiamano e io chiamo il questore. Loro antepongono la difesa della loro comunità, della loro città rispetto alla religione e al paese di origine. Tutto questo non accade nella banlieue di Parigi o nelle città attorno a Bruxelles. La fatica continua della collocazione dalla parte sbagliata in base a una visione ha portato a definire questo quadro complessivo di riferimento di una città come Palermo, certamente diverso da quello che può essere il quadro di riferimento di un’altra città.

Eppure oggi tutte le città hanno due cose in comune: il tentativo di essere punto di incontro tra visione e vita quotidiana e il rafforzamento del rapporto tra la comunità e il sindaco. Io mi sento – e non è una frase fatta – rappresentativo anche di chi non mi ha votato, il che è fuori dalla logica tradizionale dei partiti. Anzi: i miei veri avversari sono coloro che mi hanno votato ma non hanno capito che non è fondamentale la comunanza di prese di posizioni, bensì la condivisione di un linguaggio. I miei veri nemici sono coloro che pur schierandosi con me sulle singole scelte concrete parlano un linguaggio diverso, perché non lo inscrivono alla visione che io cerco in qualche modo di comunicare: la città è il luogo ideale dove possono interagire la persona e la comunità come alternativa rispetto all’individuo e alla casta, all’individuo e alla cosca, all’individuo e al clan.

 

Le sue esperienze amministrative hanno sempre pensato la città come segmento di una realtà più ampia. Ricordo ad esempio la cittadinanza onoraria al condannato a morte Joseph O’Dell o al presidente kurdo Abdullah Öcalan, il gemellaggio con la città palestinese di Khan Yunis, le prese di posizione a favore dei diritti LGBT o dei migranti, spesso incurante delle critiche che provenivano da parte di gerarchie politiche o ecclesiastiche – e questo nonostante la sua formazione. Qual è il valore di queste prese di posizione?

Nel 1985, eletto da poco sindaco di Palermo – l’estate di Cassarà, di Antiochia, di Montana, quella terribile estate dell’85 nella quale ho iniziato la mia esperienza mentre si costruiva l’aula bunker per il maxi processo che sarebbe iniziato il 10 febbraio dell’86 –, venni invitato alla premiazione del Premio Mondello. Il conduttore era Pippo Baudo, che mi chiamò sul palco per consegnare il premio a Leonardo Sciascia. Baudo chiese allo scrittore: “Maestro, cosa consiglia a questo giovane sindaco che inizia questa esperienza?” E Sciascia – con gli occhi semichiusi che normalmente hanno i ricchi, gli stronzi o i saggi – si fermò e disse: che si faccia opposizione da sé. Ecco: se dovessi individuare la linea conduttrice della mia vita direi che ho fatto opposizione al mio essere cristiano, al mio essere borghese, al mio essere legato alla più antica aristocrazia siciliana, al mio essere siciliano. Ho fatto opposizione a me stesso, cercando di trasformare quella parte di identità che appariva come un handicap in una risorsa straordinaria per il cambiamento.

Quando vai nei quartieri palermitani ed entri nei vicoli, nei bassifondi, nel cuore pulsante di una città dove tutto e il suo contrario vivono insieme, se si avverte che non ti senti altro rispetto alla comunità mandi certamente un messaggio molto più efficace. È molto più efficace sentirsi ringraziare da un capomafia in carcere che parlando col direttore dice “questo Orlando è un cornuto ma ha cuore”, o sentirsi applaudire dal detenuto che hai contribuito a far arrestare o addirittura personalmente denunciato. Io credo che un sindaco che abbia una visione debba essere una fonte di contraddizioni, debba fare scoppiare contraddizioni se vuole un cambiamento che non sia quello populista del tutto e subito senza contrasti. Certo, è molto più facile individuare un avversario e chiedere di coalizzarglisi contro. Ma questo, bene che vada, produce la libertà; io credo che un sindaco abbia il dovere di produrre non la libertà ma la liberazione della comunità che amministra, che è un concetto un po’ più forte e che richiede la partecipazione. Quella partecipazione che adesso a Palermo non è più legata all’emergenza (i lenzuoli bianchi, le catene umane: perché c’è un tempo per ogni cosa) ma allo sviluppo, alla crescita, alla vivibilità della città.

La prima volta che ho incontrato papa Francesco gli ho detto “grazie, perché con la tua elezione abbiamo sentito respiro di Chiesa dopo anni di tanfo di Vaticano”. Io sono e resto cattolico, ma considero il Vaticano un ostacolo al mio cammino di fede. Far scoppiare le contraddizioni significa anche evitare le difese di appartenenza: se c’è una cosa che a me fa paura è l’appartenenza; se c’è una cosa che mi esalta è l’identità, che non dipende dal sangue: maledetta legge del sangue. Io sono palermitano perché ho scelto di esserlo, non perché mia madre e mio padre lo erano; e pur essendo nato a Palermo da genitori palermitani posso decidere di diventare tunisino ed ebreo, tedesco e hindu. L’identità è un atto supremo di libertà, non è la condanna della legge del sangue. Tutto questo ha costruito un’identità collettiva: l’ha costruita la violenza della mafia, che ha provocato una reazione. Ma mentre in passato la mafia aveva il volto dello Stato e quindi la catena umana si concludeva occupando il Palazzo, oggi che la mafia non governa più forse la catena umana si utilizza denunciando il vicino di pianerottolo o il collega imprenditore.