In casa

Prospettive

di Paolo Bettiolo

illustrazione di Stefano Ricci

Nel 1931 la casa editrice cattolica Desclée de Brouwer pubblicava a Parigi un agile volume dal titolo La giurisdizione della Chiesa sulla Città, dovuto a un giovane teologo svizzero fieramente neotomista e grande amico di Jacques Maritain, già allora uno dei maggiori pensatori cattolici, Charles Journet. Lo scritto risultava essere l’ampliamento di un saggio pubblicato due anni prima, nel 1929, sulla rivista “La vie intellectuelle sotto una diversa etichetta: Il pensiero tomista sul potere indiretto. Argomento e date hanno la loro importanza, perché ciò di cui si discuteva era in quegli anni un tema che suscitava accesi dibattiti all’indomani di un pronunciamento papale che avrebbe separato due epoche. Negli ultimi mesi del 1926 Pio XI aveva infatti condannato l’Action Française di Maurras, quel “cattolicesimo politico” indifferente al dogma e alla fede, ma strenuo difensore di una chiesa intesa come indiscusso principio d’identità della “Nazione”, che andava con ogni forza difesa dagli attacchi di una Repubblica laica e negatrice di quella dimensione religiosa che sola poteva fondare l’unità del popolo francese. Le reazioni alla condanna erano state durissime, anche dall’interno della chiesa stessa, da parte di autorevoli teologi ed ecclesiastici. “Atei devoti” erano certo spesso i politici e gli intellettuali del movimento; Maurras era certo un positivista erede della lezione di Comte, che solo aveva sostituito alla fredda “religione dell’umanità” costruita a tavolino dal maestro un cristianesimo “culturale” per mille vie legato alla storia della Francia. Ma l’Action Française ridava comunque centralità culturale e sociale al cattolicesimo, e del resto inaudito e illegittimo, si sosteneva, era l’intervento in una vicenda prettamente politica da parte del pontefice. Di qui l’accendersi di una discussione storica e teorica su quella postestas indirecta, su quel potere indiretto che a motivo del peccato il papa sarebbe stato tenuto a esercitare nei confronti del governo della città terrena. Il Primato dello spirituale, titolo di un decisivo libro di Maritain pubblicato nel 1929, difendeva appunto questa tesi post-tridentina e quindi l’intervento del papa, e pure Journet con i suoi contributi interveniva in questo senso.

Ammetto che possa sembrare una curiosità erudita ricordare non quella vicenda (il “cattolicesimo politico” è ancora coltivato nel Fronte nazionale in Francia o in influenti ambienti statunitensi legati a Trump, per fare due minimi esempi), ma quello scritto del teologo svizzero. Tuttavia le pagine di Journet ospitano alcune conclusioni di grande interesse per capire la situazione presente del cattolicesimo – e proprio lì dove, difendendo la piena legittimità della potestas indirecta (tesi contrastata fin dal suo apparire da molti e autorevoli teologi, va ricordato), ne dichiarava tuttavia l’inapplicabilità nel presente.

In casa

Resistenza spirituale

di Roberto Righetto

 

Vorrei cominciare, per definire la condizione dell’uomo di oggi e dei cristiani, rifacendomi immediatamente all’immagine di Davide, un’icona descritta dal cardinale Martini in un suo intervento degli anni Duemila. Parlando del rapporto fra il mondo cattolico e la cultura di oggi, il cardinale ha delineato lo scenario dello scontro fra Davide e Golia: un’immagine molto efficace per evidenziare la tipologia di comportamento del cristiano di oggi, la sua capacità di resistenza di fronte alle forme del potere: ce ne rendiamo conto pensando all’eclissi dell’etica e all’invadenza sempre più forte e allarmante della tecnologia. C’è chi l’ha chiamata la mega-macchina, c’è chi l’ha chiamata la tecno-scienza: chiamiamola come vogliamo, ma sappiamo che dobbiamo fare i conti con un Golia forte e armato davanti a noi, dotato di un apparato tecnologico proprio dei potenti. Ogni giorno basta leggere i giornali o ascoltare la televisione per vedere che ci sono nuovi passi avanti, nuove sfide che arrivano e noi rimaniamo un po’ allarmati e un po’ sprovveduti, incapaci comunque non solo di gestire il cambiamento ma di incidere in qualche maniera, di portare il nostro contributo. Di fronte a questa situazione sarebbe a mio avviso sbagliato reagire solo con paura o solo con l’arroccamento; però sempre il cardinale tracciava alcune doti essenziali davanti a quella che in prima battuta pare un’evidente sproporzione di forze. E queste doti erano più o meno queste: una spregiudicatezza evangelica necessaria per affrontare un avversario forte e compatto, una libertà spirituale, una scioltezza nel guardare avanti, una coltivazione dell’interiorità e delle preghiera, una familiarità con la Scrittura e, infine, una capacità di riconoscere quei contro-valori che nascono in una società che è sempre più sottoposta all’arbitrio, al fatto che ciascuno ritiene di poter decidere della vita e della morte come vuole, senza nessuna regola. Queste erano più o meno le doti di Davide , se vogliamo le doti di noi cristiani di fronte a questo momento storico in cui , pensiamo alla pervasività dei mass media, ai grandi cambiamenti dovuti a Internet a alla società dell’informatica, alle grandi scoperte della biotecnologia, rimaniamo spesso confusi o addirittura sconcertati.
Alla fine credo che il discorso non possa non coinvolgere l’ambito della famiglia e della scuola, ma anche dei luoghi di aggregazione sociale che ancora resistono: dalle parrocchie ai centri culturali fino alle biblioteche che è buon auspicio pensare siano sempre più rese capillari, nei paesi e nei quartieri delle città. Cominciando da quelle scolastiche, che vanno realizzate, incentivate e ampliate: sono il primo luogo, oltre che dentro la propria casa, in cui bambini e ragazzi possono appassionarsi alla lettura. E poi, ancora una volta, va stimolato l’operato degli insegnanti. Diceva Flannery O’Connor che buoni insegnanti, promuovendo la lettura presso i propri allievi e insegnando la letteratura attraverso i testi degli autori piuttosto che smarrendosi nella giungla dei messaggi semantici, sono in grado di modificare le classifiche dei libri più venduti. Forse un giorno ci arriveremo.
Di fronte a tutto questo aggiungo, da parte mia, che i cattolici devono essere capaci di riscoprire la forza del proprio patrimonio culturale, patrimonio enorme che per decenni è stato, a mio parere con una colpa grave, dimenticato.
Voglio citare quanto scriveva nel 1975 sul “Corriere della Sera” un critico letterario conosciuto, Pietro Citati: “Quando sfogliamo gli scritti di molti studiosi cristiani la nostra impressione è desolante: i testi antichi non suscitano in loro la minima emozione, lo stile meraviglioso non lascia nessuna eco nelle pagine plumbee e tristi, la maggior parte dei pensatori cattolici di oggi non possiede nemmeno questa consuetudine coi testi antichi; se li sono gettati dietro le spalle come il più noioso dei fardelli”. Ecco, per fortuna, a mio parere si può dire che dopo quaranta anni non è più così. C’è stato negli ultimi tempi un recupero forte da parte della cultura ispirata dalla fede, un recupero forte di questo patrimonio, pensiamo alla patristica, ai testi dei primi secoli del cristianesimo, a tutto il territorio della mistica cristiana che ha lasciato tracce vive nel nostro continente, al grande patrimonio della Bibbia. Peraltro è anche vero secondo me che l’Italia è stato nel Novecento il Paese europeo in cui meno la teologia ha influenzato il mondo della letteratura e quello delle arti. Sono stati necessari alcuni grandi critici letterari non cristiani: George Steiner, Harold Bloom e Northrop Frye, i quali hanno dovuto ricordarci che la Bibbia è stato il “grande codice” della cultura occidentale. Però, se pensiamo ad altre grandi nazioni europee, dalla Francia all’Inghilterra a tutto l’Est europeo e alla Russia, c’è stata una fortissima incidenza da parte della teologia sulla letteratura, sul modo stesso di concepire l’espressione narrativa. E anche questo secondo me è un limite che abbiamo avuto nella cultura di noi cattolici in Italia: si è verificata una sorta di abbuffata di attivismo e di sociologismo dagli anni Settanta in poi. Siamo di fronte alla necessità di recuperare un primato della contemplazione, del silenzio, dello studio, tenendo presente quello che dicevo prima, il recupero del patrimonio culturale cristiano.
D’altra parte, secondo me, occorre uscire da un complesso di inferiorità che per tanti anni ha colpito i cattolici, un complesso di inferiorità per cui accadeva che difficilmente un autore cristiano aveva diritto di partecipare al forum, alla piazza del dibattito culturale; ciò accadeva in parte per l’arroganza di una certa cultura laicista, ma anche per una incapacità da parte cattolica di essere consapevoli della forza e dell’originalità della propria cultura. Avere una determinata cultura non è affatto un handicap, non è affatto una condizione di inferiorità in partenza, anzi deve essere qualcosa che ci dà forza, tenendo presente poi la capacità di saper dialogare con tutti, anche i più lontani, essendo poi capaci anche di misericordia. Bisogna essere davvero capaci di cogliere il positivo che c’è in ogni espressione della cultura. Qualche anno fa ci è capitato di leggere un intervento di Norberto Bobbio pubblicato da “Repubblica”, che ha suscitato un certo dibattito fra credenti e non credenti su un tema alquanto dimenticato, le cose ultime, i Novissimi, l’aldilà. Un dibattito che ha dimostrato come il dialogo fra le culture si può svolgere a livelli alti senza scadere in basse polemiche, mantenendo le differenze ma essendo sinceramente aperti alle posizioni dell’altro.
Ma c’è un altro elemento che i cristiani debbono recuperare ed è la capacità di essere curiosi verso tutto, quella curiosità che va di pari passo con una passione per la verità, come dicevano gli autori latini: “Niente di ciò che è umano mi è estraneo”, scriveva Terenzio poi ripreso da Seneca e da vari altri. Quella curiosità che rende capaci di aprire gli orizzonti davanti a tutti gli avvenimenti, a tutte le culture, sapendo vedere il positivo ovunque si manifesti, nella consapevolezza che, come ha affermato il Concilio, i semi del Verbo si manifestano ovunque, anche dove non è riconosciuto. Anche san Tommaso, peraltro, l’ha scritto.

In casa

Fare i conti con Costantino

di Sergio Tanzarella

Catacombe di San Gennaro a Napoli

Da quando ho iniziato a insegnare – oltre trenta anni fa – ho sempre trovato molto vantaggioso verificare, a inizio di ogni corso, quali fossero le reali conoscenze degli studenti riguardo alla storia del cristianesimo. Oggi mi ritrovo un patrimonio di dati che mostra persistenze di idee comuni a diverse generazioni. Spesso si tratta di generalizzazioni e di convinzioni senza alcun fondamento storico, risultato di un uso pubblico della storia di cui gli specialisti, chiusi nel loro mondo accademico di ricerche e pubblicazioni, non percepiscono nemmeno l’esistenza. Ma c’è in particolare un notizia più conosciuta universalmente e che attraversa il nord e il sud dell’Italia e tutti i continenti superando le barriere delle differenze culturali e generazionali. Infatti alla domanda “quali sono gli avvenimenti che lei ritiene tra i più significativi della storia del cristianesimo?” quasi il 90% converge sul sogno di Costantino e sulle indicazioni da lui ricevute per vincere la battaglia di ponte Milvio contro Massenzio compreso come l’incarnazione del persecutore dei cristiani.

Ed è certo sconcertante che il Gesù Cristo principe della pace sia stato posto a servizio della guerra come una qualsiasi divinità bellica e che si debba rivelare alla vigilia di una battaglia. Tuttavia l’aspetto inquietante è che quasi nessuno ha mai letto almeno una fonte su quel sogno universalmente tanto conosciuto. Tutti ignorano che la notizia del sogno abbia cominciato a circolare solo tre anni dopo quel 28 ottobre 312 prima grazie ad Eusebio nella Storia ecclesiastica, poi nel 318 con Lattanzio ne La morte dei persecutori e infine nel 337 con La vita di Costantino ancora di Eusebio. Quasi tutti non sanno che è solo questa versione tardiva ad avere alimentato la vulgata comune del sogno militaresco per ottenere la vittoria. Quel sogno, a distanza di secoli, non ha perduto la sua capacità suggestiva ed insieme a un editto che non è mai esistito come quello di Milano del 313 (sebbene celebrato con pompa appena nel 2013) costituiscono la matrice di un cristianesimo che, attraversando i secoli dalle crociate alla battaglia di Lepanto, giunge fino a noi come ideologia e giustificazione del potere. È un cristianesimo trionfante che genera una religione civile per la quale la fede è elemento accessorio, è un cristianesimo sul quale l’ombra del Costantino storico si dissolve lasciando il posto al costantinismo e al neocostantinismo. Erano questi che il domenicano Yves Congar (Diario del Concilio, San Paolo 2005) osservava nei primi giorni del concilio Vaticano ii:

un apparato pesante e costoso, grandioso e infatuato di se stesso, prigioniero del proprio mito della grandezza temporale; tutto questo, che rappresenta la parte non cristiana della Chiesa romana e che condiziona, anzi impedisce, l’apertura a un compito pienamente evangelico e profetico, tutto questo viene dalla menzogna della Donazione di Costantino. In questi giorni lo posso vedere in nodo evidente. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali.

Quel neocostantinismo, pur smentito dal Vaticano ii e ancor più dal Patto delle Catacombe, non sembra aver perso la sua presa se si ricorda quanto scriveva in anni lontani una delle menti più acute della società e della Chiesa italiana della seconda parte del xx secolo:

C’è un’età che ha un regime mutato, un regime globale (culturale, sociale, politico, giuridico, estetico) non ispirato al cristianesimo. Cioè un’età non più di cristianità. Questo sì, e di questo dobbiamo convincerci. La cristianità è finita. E non dobbiamo pensare con nostalgia a essa, e neppure dobbiamo a ogni costo darci da fare per salvarne qualche rottame. Il sogno dello storico Eusebio di Cesarea – che ha idealizzato Costantino e la sua opera, anzi il regime che direi formalmente teodosiano più che costantiniano, di Teodosio il Grande che ha dato le prime linee di una struttura cristiana dell’Impero – è finito, irrimediabilmente finito. È finito dappertutto.

L’epoca costantiniana e il conseguente costantinismo, che attraverso i secoli è giunto fino a noi, dovrebbero dunque – secondo Guseppe Dossetti (Il vangelo e la storia, Edizioni Paoline 2012) – essere ormai morti, ruderi inservibili di fronte alle emergenze della storia, dinnanzi alla richiesta di giustizia degli impoveriti e dei derubati ai quali oggi restituisce voce e dignità papa Francesco. Tuttavia il costantinismo, o ancor meglio lo spirito teodosiano, non mancano di continuare l’inganno innalzando le insegne e i labari del potere (si pensi all’editto di Tessalonica del 380 che stabiliva l’obbligo di essere cristiani e preannunciava punizioni per quelli non lo erano, Codice Teodosiano xvi,1,2), affidandosi a quello spiritualismo devoto e a quella mondanità spirituale che predica la rassegnazione in nome di una religione civile verniciata di cristianesimo, che pretende di circoscrivere l’annuncio a un Occidente “naturalmente cristiano” o a una Europa dalle radici virtualmente cristiane e che lascia annegare moltitudini di esseri umani nelle acque del suo Mediterraneo o che continua a sostenere una economia post coloniale che strangola popoli e cancella i loro diritti e i loro sogni.

In casa

Cosa ci insegna il presente

di Giancarlo Gaeta

illustrazione di Lorenzo Mattotti

 

C’è discussione e conflittualità crescente intorno al pontificato di Bergoglio, non solo ai vertici del potere ecclesiastico ma anche più diffusamente tra le file del clero e del laicato più consapevole, presi alla sprovvista dal modo in cui il papa venuto “dall’altra parte del mondo” sta interpretando la sua funzione; e c’è vivo interesse e aspettativa da parte di quanti si battono ancora per la giustizia, la pace, la dignità degli ultimi a prescindere dall’appartenenza religiosa, quasi una sorta di ultimo appiglio ideologico e comunque di sostegno morale nel vuoto di un’epoca in cui si fatica a conservare un’identità propria. Tuttavia per capire cosa stia succedendo e cosa aspettarsi dal mondo cattolico occorre, credo, una lettura non schiacciata sull’immediato dell’avvento di una figura che certo colpisce e interroga, ma la cui portata storica andrà compresa, credo, nel contesto di una crisi epocale che è insieme della chiesa e della società occidentale.

A me sembra che nei cinquant’anni che ci separano dal Concilio sia arrivato a compimento un processo che dura almeno dal secolo dei lumi, rimasto a lungo sotterraneo ma che ha oramai subito un’accelerazione impressionante verso la crescente perdita di senso dell’istituzione ecclesiastica, sempre meno attendibile come punto di riferimento insostituibile per il vivere cristiano in una realtà sociale in cui la spinta alla secolarizzazione è pervasiva, ben al di là delle cosiddette rinascite del religioso e anche al di là dello spartiacque tra credenti e non credenti, al punto che il riferimento fondante a conversione, fede e grazia diventa sempre più umbratile e così pure di conseguenza la percezione dell’alterità tra chi vive nel e del mondo e chi, a detta di Paolo, vive nel mondo come se non fosse del mondo. È il caso in particolare dei cristiani impegnati nella cultura, nella società, nella politica, che per lo più non trovano né cercano più nella chiesa la ragion d’essere della propria militanza.

Da Roncalli a Bergoglio, passando per Montini, Wojtyla e Ratzinger, si sono tentate vie diverse e in parte contrastanti per fare fronte a un duplice difficilissimo compito, quello di ridare credibilità all’istituzione come luogo imprescindibile per i credenti e quello di presentarla come interlocutrice della società, ora aperta a un confronto costruttivo, più spesso come portatrice di valori a cui tutti sono invitati ad aderire. La novità di Bergoglio sta nel fatto che egli per cultura e pratica pastorale non appare tanto interessato a ridare prestigio e centralità sociale alla chiesa, bensì a rendere evidente la necessità di coniugare in tutt’altro modo il rapporto tra chiesa e vangelo, restituendo a quest’ultimo il primato ceduto all’istituzione sin quasi dall’inizio della storia cristiana, ma che oramai reso vano in una realtà culturale e sociale in cui la pretesa a un ruolo egemone da parte della chiesa, custode unica della verità e via unica di salvezza, di fatto è sempre meno riconosciuto anche al suo interno.

In casa

Debolezze del credere

di Michel de Certeau

 

disegno di Mara Cerri e Magda Guidi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 46-47 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Un tempo una Chiesa organizzava un suolo, cioè una terra costituita: al suo interno si aveva la garanzia sociale di abitare il campo della verità. Anche se l’identità legata a un luogo, a un suolo, non è stata veramente fondamentale nell’esperienza cristiana (l’istituzione non è altro ciò che permette alla fede un’obiettività sociale), su questa terra si potevano radicare le corti di militanti che vi trovavano la possibilità e la necessità della loro azione. Alcuni gestivano il proprio: le opere, la scuola, le associazioni divise per settori o per ambienti; altri si dedicavano a un lavoro sociale, compreso quello nel campo della politica, sicuri di essere condotti e ispirati da un’“etica cristiana”, eletti e legati dall’obbedienza a una “missione cristiana”. Quale ne fosse lo scopo, questa militanza che agiva all’esterno non era altro che l’espansione benefica della verità conservata all’interno.

Al presente, simile a quelle rovine maestose da cui si traggono pietre per costruire altri edifici, il cristianesimo è diventato per le nostre società il fornitore di un vocabolario, di un tesoro di simboli, di segni e di pratiche reimpiegate altrove. Ciascuno ne usa alla propria maniera, senza che l’autorità ecclesiale possa gestirne la distribuzione o definirne a propria volta il valore come senso. La società vi attinge per mettere in scena il religioso nel grande teatro dei mass media o per comporre un discorso rassicurante e generale sui “valori”. Individui, gruppi utilizzano “materiali cristiani” che articolano a modo loro, e fanno ancora giocare abitudini cristiane, senza tuttavia sentirsi obbligati ad assumere l’intero senso cristiano. Così il corpo1 cristiano non ha più identità: frammentato, disseminato, ha perso la sua sicurezza e il suo potere di generare, con il suo solo nome, delle militanze. Dal pluralismo del Vaticano 11, inscritto nel segno di una ideologia liberale e di un’amministrazione accuratamente conservata nella sua gerarchia, si è giunti a questa lunga emorragia che vuota in silenzio strutture lasciate intatte, ma esangui, conchiglie abbandonate sulla strada e, parallelamente, alla proliferazione di piccoli gruppi che coltivano la gioia di essere insieme e di costruire un discorso al posto di un corpo che non esiste più( … ).2