In casa

Il mare si mangia la spiaggia. L’erosione costiera, cause ed effetti

di Alex Giuzio

Con il mese di giugno, sta arrivando quella fase dell’anno in cui migliaia di italiani, in automobili stipate di bagagli, affrontano ore di coda in autostrada per raggiungere le zone costiere nazionali e stendere il loro telo in spiaggia libera oppure prenotare un ombrellone con lettino in uno stabilimento balneare attrezzato, a seconda delle preferenze o delle possibilità economiche (in questo caso private). E in molte zone d’Italia, i turisti meno distratti noteranno che la spiaggia si è allungata oppure si è accorciata, sempre a seconda delle preferenze o delle possibilità economiche (in questo caso pubbliche). Eppure, c’è da scommettere che le conversazioni con i bagnini o coi vicini di ombrellone non riguarderanno spesso i mutamenti del litorale. Infatti, come per i gravi problemi climatici che ci circondano, minacciando sconvolgimenti irreversibili fino all’estinzione della vita stessa, anche l’erosione costiera italiana – che è una parte piccola ma significativa della crisi ambientale – viene ignorata dall’umanità balneare, e non solo per motivi di disinteresse. Per esempio, i turisti che ad agosto andranno a prendere il sole a Francavilla, Silvi o Roseto non sapranno nemmeno che pochi mesi prima quelle spiagge non esistevano più, perché la Regione Abruzzo nel frattempo ha stanziato 500mila euro per i ripascimenti di emergenza che entro il 25 aprile, giusto in tempo per l’inizio della stagione turistica, hanno ripristinato la sabbia rapita dalle mareggiate di marzo.

Nel già debole e minoritario dibattito ambientalista, nessuno ha ancora denunciato che il fenomeno dell’erosione costiera in Italia ha raggiunto quest’anno la massima gravità, con interi litorali scomparsi nel giro di un inverno (in Abruzzo, Lazio, Campania) e altri in fase di arretramento lento e costante (in Toscana, Liguria, Romagna, Marche, Puglia). E se una discussione nazionale su questo tema è ancora inesistente, è anche perché gli ultimi dati scientifici in merito sono aggiornati al 2012 – anche se già allora non dipingevano una situazione favorevole (il 42% delle coste italiane è in erosione secondo lo studio indipendente Lo stato di salute dei litorali italiani curato dal prof. Enzo Pranzini dell’Università di Firenze, mentre un analogo dossier del Ministero dell’ambiente, dal tono più ottimista e propagandista, parla solo del 10%). Ma a dimostrare che la situazione si sta aggravando ci sono le immagini delle spiagge e dei lungomari divorati dal mare, che mai come durante l’inverno appena trascorso ha raggiunto gli insediamenti urbani, richiedendo interventi di ripristino sempre più onerosi nelle regioni colpite.

In casa

A un punto critico. Dopo le elezioni e sotto il nuovo governo

di Gianfranco Bettin

disegno di Claudia Palmarucci

Questo articolo è un’anticipazione del numero 53 di luglio. Abbonati per sostenere la rivista o partecipa al nostro crowdfunding per regalare un abbonamento a 100 spazi pubblici.

Quello uscito dalle elezioni di marzo, e dalla lunga trattativa che ha portato al famoso “contratto”, non è il governo dei populisti, di chi “ascolta il popolo” (come vorrebbe l’azzimato e improbabile sub-premier Conte), bensì il governo dei demagoghi, di chi il popolo lo manipola e inganna. È vero che, nel dibattito di questi anni, e nella vulgata politica, le due parole hanno finito per sovrapporsi, ma nella realtà storica indicano invece due cose opposte, due modi alternativi di rapportarsi al popolo. Ovviamente, nelle condizioni date, è una battaglia persa impegnarsi a ristabilire le differenze.
I demagoghi italiani hanno dunque preso il potere. Il potere politico, legislativo ed esecutivo. Avevano, in realtà, già conquistato l’egemonia della chiacchiera (al bar e sul web), che gli è servita per conquistare l’egemonia della discussione pubblica e, quindi, per dettare l’agenda politica ed emotiva del paese. Hanno potuto farlo anche perché le grandi culture politiche tradizionali si sono disgregate, svuotate e, non ultimo, squalificate nell’interpretazione che ne hanno dato i diretti rappresentanti nel corso degli ultimi vent’anni almeno. Dopo l’89, felice di ritrovarsi moderna e potabile, la sinistra italiana si è lanciata entusiasta nel flusso della globalizzazione. Una parte, in realtà, era in piazza “contro”. A Seattle, alla fine del 1999, a denunciare con precisione e fin nei dettagli, cosa sarebbe successo a seguito delle decisioni che andavano prendendo il WTO, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, gli organismi internazionali, l’Unione europea, gli stati nazionali che poi ratificavano queste decisioni e certi trattati (quasi tutti), in piazza a Seattle, dunque, in quella fine di millennio che era già l’inizio del nuovo, c’erano i sindacati e i movimenti ambientalisti. Il loro slogan era “For the job e for the trees”, per il lavoro e per gli alberi. Presero manganellate e lacrimogeni. In altre occasioni andò anche peggio, come a Genova 2001.
La sinistra ufficiale, che credeva di star seguendo la “Terza via” di Blair and Co., in una planetaria versione della fiaba della mosca cocchiera, si mise alla guida di questa globalizzazione. Invece che verificarla criticamente, si limitò a darne un’interpretazione “progressista”. Ciò le consentì qualche episodica vittoria. Al divampare della crisi, tuttavia, col bruciarsi delle risorse disponibili per fare spesa pubblica, si ritrovò priva di strumenti per analizzare e decostruire la crisi (aveva dismesso i vecchi attrezzi culturali e ideali e non li aveva sostituiti con nient’altro che gli editoriali dei media mainstream del tempo) e soprattutto per continuare a rappresentare e tutelare i ceti e i soggetti più colpiti dalla crisi, impoveriti, spaesati, impauriti. La catastrofe delle sinistre occidentali comincia da lì. E lì si apre lo spazio dei cosiddetti “populisti”, cioè più correttamente dei demagoghi e delle nuove destre.
In queste forze confluiscono anche bisogni, obiettivi, idee che la sinistra ha lasciato cadere, sedotta dalla “Terza via” e dall’accesso a molti governi nazionali a cavallo tra i due secoli. Da qualche parte, il risultato è la nascita di nuove sinistre (Podemos in Spagna, in Germania i Verdi e il Partito dei Pirati, Europe Ecologie in Francia, e altre simili un po’ in tutti i paesi) oppure il rinvigorirsi di formazioni esistenti capaci di cogliere le novità, i nuovi sofferti bisogni e obiettivi di popoli duramente colpiti dalla crisi, come Syriza di Tsipras in Grecia o il Labour di Corbyn in Inghilterra (e, in fondo, la stessa pur difficile tenuta della Spd e della Linke in Germania) o l’exploit di Berni Sanders dopo che la stessa duplice vittoria precedente di Obama aveva comunque espresso questo bisogno di innovazione, nuovi diritti, nuove politiche sociali, e infatti anche il suo esito deludente sta alla base della vittoria inopinata di Trump, mentre in Europa l’inconsistenza di troppe sinistre vecchie e nuove sta all’origine dell’ondata “populista” e di destra.

In casa

Elezioni 2018. Titoli di coda

di Mauro Boarelli

disegno di Claudia Palmarucci

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Partiamo da un numero. È un numero che ci permette di leggere attraverso i risultati elettorali la mutazione antropologica del paese, ed è un numero che ci riporta a Macerata, un ritorno inevitabile. Alle precedenti elezioni politiche del 2013, nel piccolo capoluogo di provincia che conta poco più di quarantamila abitanti, la Lega ottenne 153 voti, pari a un insignificante 0,61%. Il 4 marzo scorso ne ha ottenuti quasi cinquemila, balzando al 21% (quasi quattro punti percentuali in più rispetto alla media ottenuta a livello nazionale). Macerata non è l’unico luogo in cui la Lega ha ottenuto una performance del genere, ma qui può essere letta alla luce degli avvenimenti che hanno portato la città alla ribalta nazionale strappandola per alcune settimane alla sua sonnacchiosa quotidianità. Il discorso xenofobo alimentato dopo l’uccisione di Pamela Mastropietro – del quale sono accusati alcuni uomini di nazionalità nigeriana – ha fatto presa in modo impressionante, e non è stato scalfito dall’attacco razzista messo in atto pochi giorni dopo da un militante leghista con simpatie fasciste. Questi due avvenimenti avrebbero dovuto entrare in conflitto tra loro, e invece si sono sommati l’uno all’altro. Nella sostanza, un raid razzista ha determinato le sorti del voto locale e ha rafforzato il voto leghista a livello nazionale. Un fatto inedito nella storia del nostro paese.

Abbiamo già scritto su queste pagine a proposito dell’inadeguatezza della risposta istituzionale e politica a quanto accaduto. Conviene tornarci sopra brevemente ora che i risultati elettorali hanno confermato quanto atteggiamenti, come quelli cui abbiamo assistito in quei giorni, siano gravidi di conseguenze. La saldatura tra omicidio e raid doveva essere contrastata dalle istituzioni locali, dalle forze politiche e sindacali, dall’associazionismo. Al contrario, queste si sono alleate in una congiura del silenzio che ha origine nell’incapacità, nella paura, nella povertà culturale che accomuna l’intera classe dirigente e che ha finito per favorire quella fusione. Il tentativo di separare i due avvenimenti, di metterli in conflitto tra loro per fare emergere la differenza tra la cronaca nera e la violenza xenofoba e incoraggiare una risposta collettiva in grado di impedire il consolidarsi di questo connubio perverso, è rimasto nelle mani di una base sociale abbandonata a se stessa ma ancora in grado di produrre dissenso.

Se i fatti maceratesi hanno mostrato come la fuga della politica dalle proprie responsabilità possa produrre una situazione potenzialmente esplosiva in presenza di eventi in grado di catalizzare il rancore, la frustrazione e l’odio che hanno scavato in profondità nel corpo sociale, i risultati elettorali hanno evidenziato come tutto questo possa riflettersi anche sul piano istituzionale. Non era difficile da capire, ma nonostante questo – a sinistra – nessuno lo ha voluto capire. Eppure l’ultimo campanello d’allarme era suonato stavolta in una terra in cui era più difficile scorgere un tessuto sociale incattivito e impaurito, e questo avrebbe dovuto accendere i riflettori sull’estensione del mutamento sociale, sulla capacità di diffondersi celando le sue facce più feroci, salvo poi svelarle all’improvviso. Ma quale soggetto politico è oggi in grado di leggere le trasformazioni della provincia italiana, di percorrerla attingendone gli umori profondi? Come sosteneva Alessandro Leogrande nell’ultimo editoriale scritto per questa rivista, le mutazioni politiche possono essere comprese solo attraverso un’analisi antropologica. Nulla di più distante rispetto al discorso pubblico dominante, nel quale il ceto politico, i giornalisti e i “politologi” esercitano niente altro che la propria autoreferenzialità rimanendo sulla superficie dei fatti, senza alcuna capacità di individuare i soggetti del mutamento e le loro motivazioni, di scandagliare i luoghi in cui agiscono e di proporre una lettura temporale non schiacciata sul presente.

Le elezioni certificano la fine del Partito democratico, anche se probabilmente la sua agonia sarà ancora lunga. Il Pd frana nelle regioni “rosse”, dove si concentra un quarto dei circa due milioni e mezzo di voti persi a livello nazionale. Le cifre sono impressionanti: rispetto alle precedenti elezioni politiche, perde il 24% del proprio elettorato in Toscana, quasi il 25% in Umbria, il 26% nelle Marche, oltre il 32% in Emilia Romagna. Tutte le ambiguità che lo accompagnano fin dalle origini vengono al pettine, e non solo per gli errori del suo ultimo ed effimero leader. In fondo Matteo Renzi non ha fatto altro che estremizzare da un lato l’appiattimento sulla visione neoliberista già scritto nell’atto di nascita del partito, dall’altro – rinforzato in questo dalla sua personalità narcisistica – l’affermazione di una politica basata sulla leadership personale, una deriva che nel Pd trova una declinazione peculiare nell’incontro con la tradizione centralistica che rappresenta un lascito duraturo – l’unico lascito tangibile – del vecchio Partito comunista.

Ma le elezioni hanno anche sancito l’irrilevanza di ciò che si muove alla sinistra del Pd, una irrilevanza tenacemente perseguita con spirito autolesionista da gruppi dirigenti convinti che la strategia migliore consista nell’inventare dal nulla formazioni politiche alla vigilia delle elezioni. Tutti sembrano avere smarrito la cognizione di ciò che la sinistra è stata storicamente e le ragioni per le quali ha giocato un ruolo cruciale nei primi quarant’anni della Repubblica: l’azione diffusa e radicata nei luoghi di lavoro e nei territori, la prassi del conflitto, la capacità di elaborare un quadro teorico di riferimento partendo dalle pratiche sociali, l’intreccio con la cultura del mutualismo, la capacità di produrre visioni forti e alternative a quelle dominanti. Fino a quando non si tornerà ad attingere da questo enorme patrimonio culturale disperso ma ancora vivo nell’azione delle minoranze attive dal nord al sud, fino a quando l’azione politica verrà ridotta a mero artificio elettorale di corto respiro, fino a quando il ceto politico continuerà a preoccuparsi prioritariamente della propria riproduzione, fino a quando non verrà posta di nuovo al centro del discorso la questione dell’uguaglianza, nulla – assolutamente nulla – potrà accadere a sinistra. Nel frattempo, la sua assenza sarà una minaccia costante per la democrazia.

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In casa

Povertà, lavoro, reddito di cittadinanza

di Chiara Saraceno

Per la prima volta nella storia repubblicana, la questione della povertà quest’anno è entrata in campagna elettorale, con i maggiori partiti contendenti che hanno avanzato, e contrapposto, le proprie proposte di politiche di sostegno al reddito, appunto, dei poveri. Questa convergenza sul tema, se non nelle proposte, è un fatto del tutto nuovo nel panorama politico italiano, dove per motivi diversi la questione della povertà è stata a lungo ai margini, se non del tutto assente, nelle contrapposte agende e ogni misura di sostegno al reddito (salvo che nel caso degli anziani e disabili) percepita con sospetto. Semplificando, ma non troppo, si può dire che a destra era considerata un premio ai fannulloni, a sinistra un cavallo di Troia per abbassare i salari e non pensare alle politiche per l’occupazione.

A imporre la questione della povertà nelle agende politiche non è stato solo il tema chiave della agenda del fenomeno politico nuovo di questi anni, il M5s, il reddito di cittadinanza – in realtà un reddito destinato a disoccupati sotto la soglia della povertà relativa – anche se indubbiamente esso si è rivelato un argomento di competizione politica ineludibile. Ma non sarebbe stato sufficiente senza la distruzione di occupazione operata dalla lunga crisi, la crescente quota di occupazione precaria, parziale, mal pagata che caratterizza la per altro lentissima ripresa, l’aumento della povertà, soprattutto assoluta, che coinvolge non solo individui senza lavoro e famiglie senza occupati, ma anche lavoratori e famiglie di lavoratori.

Come certificano gli ultimi dati Eurostat basati sull’indagine Eu-Silc, l’Italia, insieme a Grecia, Romania e Spagna, è uno dei paesi Ue in cui il rischio di essere poveri su base famigliare nonostante si abbia una occupazione è tra i più alti e sistematicamente in crescita almeno dall’inizio della crisi1: riguarda l’11,7% degli occupati, con un aumento del 2,2% rispetto al 2010. Le percentuali sono molto più alte tra chi ha contratti a termine (16,2%) o a tempo parziale (15,8%), specie se si tratta dell’unico o principale percettore di reddito in famiglia. Ma anche chi ha un contratto a tempo pieno e indeterminato non è del tutto esente dal rischio di povertà: ne è coinvolto il 7,8% degli occupati2. Riguarda più gli uomini che le donne occupate, perché i primi sono più spesso gli unici o principali percettori di reddito in famiglia; anche se quando sono le donne ad avere questo ruolo, il rischio di povertà è maggiore dato che i loro salari sono in generale più bassi di quelli maschili. I dati Eurostat, come quelli della Banca d’Italia pubblicati di recente3, si riferiscono alla povertà relativa, ovvero a chi ha un reddito equivalente (tenuto conto dell’insieme dei redditi famigliari e dell’ampiezza della famiglia) pari o inferiore al 60% del reddito mediano equivalente pro capite. Ancora più drammatici sono i dati sulla povertà assoluta, sulla impossibilità di consumare un paniere di beni essenziali, questa volta di fonte Istat. Nello stesso periodo di riferimento dei dati Eurostat e della Banca d’Italia, il 2016, risultava in povertà assoluta il 6,9% delle famiglie in cui la persona di riferimento era occupata dipendente, a fronte del 6,3% di tutte le famiglie (una percentuale più che raddoppiata rispetto al periodo pre-crisi), ma il 12,6% se si trattava di un operaio o assimilato.

In casa

L’argent!

di Walter Siti. Incontro con Goffredo Fofi

 

Il testo che segue è la parziale registrazione di una conversazione tenuta da Walter Siti a Lecce il 17 marzo scorso, stimolato da Goffredo Fofi in occasione della pubblicazione del suo agile libro Pagare o non pagare edito da nottetempo. La conversazione fa parte di un ciclo di “Lezioni italiane” organizzato dal gruppo teatrale Koreja con la collaborazione dell’assessorato alla cultura della Regione Puglia e del Comune di Lecce. Ringraziamo in particolare per la loro collaborazione Marco Chiffi, Luigi De Luca, Salvatore Tramacere.

Walter Siti, che è stato tra l’altro il curatore delle opere di Pasolini e ha insegnato a L’Aquila e ora a Milano la storia della nostra letteratura, ha scritto romanzi di assoluto rilievo nel quadro contemporaneo, che hanno saputo scavare nella realtà romana e di recente in quella milanese e nella radicale mutazione economica e antropologica della nostra società e del pianeta con la forza del narratore di qualità e del saggista involontario. Ci pare, con pochissimi altri, la conferma della convinzione di molti, me compreso, che si può essere oggi bravi romanzieri solo se si è anche grandi intellettuali, perché il mondo nuovo in cui viviamo non è più raccontabile e interpretabile con i soli mezzi dell’ispirazione e dell’esperienza. La letteratura odierna nel nostro paese è fatta di tarde commedie all’italiana e di eterni ritorni del nazional-popolare, con la sola novità di un diffuso narcisismo negli autori e di un grande cinismo degli editori, che pubblicano di tutto seguendo i dettami delle banche e sempre più indifferenti al rilievo di ciò che finirà per pochi giorni sui banconi delle grandi librerie. Tutti scrivono e pochi studiano, pensano, confrontano, sanno reagire dandosi gli strumenti adeguati all’epoca che attraversiamo, ai modelli di vita di pensiero di consumo che ci vengono imposti. Né la situazione è tanto migliore altrove. È del piccolo libro appena uscito di Walter Siti edito da nottetempo che ci incuriosisce trattare, ascoltando quel che ha da dircene il suo autore, che vi rivela o vi conferma una straordinaria intelligenza di quanto riguarda l’economia, un campo di cui subiamo le scelte ma ignoriamo perlopiù i meccanismi, pur intuendone le finalità.

 

Pagare o non pagare non è narrativa, ma è un libro che mi è stato chiesto dall’editore per fare il punto sul tema del pagare e soprattutto del gratis. Dico subito che è molto diverso scrivere un libretto di questo tipo, per il quale devi avere le idee il più possibile chiare per metterle su carta e far sì che il risultato sia il più possibile simile a quello che avevi in progetto, mentre quando scrivi un romanzo il procedimento è diverso, hai le idee molto chiare all’inizio e quando però cominci a raccontare una storia e immaginare dei personaggi accade che dopo un po’ essi ti portano anche dove non pensavi di dover andare. Da questo punto di vista il romanzo può essere più ricco di sorprese e in questo senso più “profetico”, ma anche meno controllabile e controllato. In Pagare o non pagare c’è solo un momento in cui ho deciso di lasciare il timone alla mia parte narrativa ed è nella nota finale, nelle cinque o sei righe in fondo, perché dopo aver fatto un discorso che riguarda i giovani ho capito che si trattava di un punto di vista di una persona di settantuno anni e che di conseguenza non sa più cosa i giovani pensano e desiderano oggi. Mi sentivo un po’ come un moralista barboso nel tirare certe conclusioni e mi ha invece salvato un piccolissimo episodio, di quelli che possono succederti nella vita di tutti i giorni: stavo andando verso casa e mi facevano male le gambe, come succede alle persone anziane, e così mi sono seduto su una panchina per riposarle e dopo un po’ è arrivata una ragazza, molto carina e nel fiore della gioventù, che un po’ imbarazzata ha sorriso e mi ha detto: “Ho perso una scommessa e devo baciare un vecchio”, e si è avvicinata e mi ha appoggiato le labbra su una guancia ed è corsa via con gli amici che l’aspettavano ridacchiando.