In casa

Sindaco a Messina

di Renato Accorinti. Incontro con Nadia Terranova

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 41 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

“Il politico messinese ha caratteristiche particolari, diverse da quelle del palermitano o, mettiamo, del catanese o dell’agrigentino. La sua mafia, diversa da quella chiassosa, sfacciante, roboante – quando non è esplosiva o deflagrante – degli altri, è sorda, occulta, strisciante. Egli è sempre il ‘vice’, il secondo, il Fouché delle correnti, il burocrate, il fedele assoluto, cieco al capocorrente, al capo sotto-corrente, al capogruppo in auge. Il prodotto più riuscito di questa specie è uno che è riuscito ad avere una tale quantità di sottopotere che riesce a sotto-dirigere la politica regionale siciliana, a manipolare alchimie e combinazioni politiche, a mettere in luce fatti e uomini e fare occultare fatti che a quegli uomini si riferiscono. Educato nei collegi dei salesiani o dei gesuiti di Messina o di Acireale, il politico messinese si è diplomato maestro o laureato in Legge. Se studente in medicina o ingegneria, molto spesso s’è arenato. Incolto, la sua ultima lettura di genere diciamo letterario è forse La pelle di Malaparte o Navi e poltrone di Trizzino. Le sue letture politiche, i programmi dei partiti, l’organo ufficiale del partito e il giornale della provincia. Quando decide di sposarsi la sua scelta dipende da un ragionato e il più possibile attento calcolo dei mobili e immobili, dei crediti e dei liquidi, delle nubili più adatte. Il Bar Irrera è il suo salotto e Mortelle la sua Costa Smeralda. È uno dei massimi assertori dell’importanza del turismo, del festival cinematografico Messina-Taormina, del Casinò di Taormina, dell’Agosto Messinese, della processione delle ‘Statue colossali allusive ai fondatori della città di Messina’ (come dice la scritta sotto l’incisione fatta da quel fine disegnatore che era Panebianco). Della processione della Vara dell’Assunta…”

In casa

Fare politica: l’esempio Manconi

di Gianfranco Bettin

La nomina di Luigi Manconi a coordinatore dell’Unar (Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni) nell’ambito del Dipartimento per le pari opportunità, decisa dal Presidente del Consiglio Gentiloni, ha un po’ mitigato la delusione per la sua esclusione dalla candidatura nelle liste per le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Una candidatura richiesta, tra l’altro, da un lungo elenco di personalità, un elenco qualificato e trasversale, a riprova della vasta stima per il lavoro finora svolto in parlamento e fuori dal senatore democratico.

Manconi compie 70 anni (ha, cioè, l’età della Costituzione italiana e di Tex Willer, due viatici indispensabili per il nuovo incarico) e gli amici e compagni di strada, di una vita o più recenti, lo hanno festeggiato pubblicando un opuscolo (Disaccordi e proposte, Edizioni dell’asino 2018) che raccoglie dieci suoi recenti interventi che ne testimoniano l’impegno e la fedeltà a una pratica politica che ormai data da molti decenni. Un’esperienza inaugurata nel seminale ’68 (e anche prima, come Luigi ha raccontato in modo sincero e brillante in un altro libro scritto in collaborazione con Valentina Brinis che, a dispetto del titolo e del tema dichiarato, La musica è leggera. Racconto su mezzo secolo di canzoni, edito dal Saggiatore nel 2012, è in realtà una sorta di autobiografia anche politica).

In casa

Lo sguardo lungo della Val di Susa

di Enzo Ferrara

disegno di Silvia Rocchi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

In Val di Susa, il 2018 è iniziato con una settimana di neve e pioggia dopo mesi di siccità. Malgrado ciò la notte del 2 gennaio un incendio, probabilmente doloso, ha distrutto lo spazio sociale VisRabbia, un’area polivalente del comune di Avigliana in bassa valle. L’ennesimo luogo riconoscibile della lotta No Tav cancellato con violenza, sede di incontri dell’Anpi, luogo di aggregazione dei produttori locali di Genuino Valsusino e del comitato Spinta dal Bass. In valle si è già assistito ad attacchi incendiari che hanno distrutto i presidi di Borgone e Bruzolo nel gennaio 2010 e quello di Vaie nel novembre 2013. Non si può sottovalutare l’importanza aggregativa di queste piccole strutture condivise, costruite e ricostruite in poche settimane. Sorgono in luoghi strategici, come il presidio sul vecchio sito di Venaus o come quello della Baita Clarea posta a difesa della Libera Repubblica della Maddalena di Chiomonte, ora fagocitata dal cantiere. Entrambi subirono violenti attacchi delle forze dell’ordine: gli occupanti di Venaus furono sgomberati nel dicembre 2005, ma ripresero il presidio pochi giorni dopo. A Chiomonte le ruspe arrivarono nel febbraio 2012, poche settimane dopo l’ostentato passaggio di Beppe Grillo che subì poi un processo per la rottura dei sigilli della baita. In questi luoghi nascono e radicano riflessioni e relazioni. Qui, dove l’accoglienza e la condivisione sono pratica quotidiana, si rafforza la rete del movimento e qui trova ospitalità chi non ha altri spazi di socializzazione.

Per questi incendi la magistratura non avvia indagini approfondite mentre è attenta a perseguire per abuso edilizio e deturpazione del paesaggio i costruttori dei presidi, edificati con le abbondanti pietre del luogo e legna di bosco, raccolte magari proprio attorno a quel grumo di sabbia, asfalto e cemento che è il cantiere di Chiomonte – fortificato con filo spinato e barriere jersey, sopra al sito neolitico della Maddalena con annesso museo archeologico inaugurato nel 2004 ma inaccessibile – certamente non soggetto a ispezioni sul rispetto dei vincoli naturalistici e paesaggistici.

La mentalità del sistema finanziario e capitalistico è repressiva e dominata da un concetto di natura seicentesco, retto dai modelli della fisica meccanica che individua per ogni effetto un’unica singola causa, per ogni danno un unico colpevole. Il mercato riconosce i principi della termodinamica secondo i quali non è possibile alcun processo, nemmeno quelli naturali, in forma totalmente reversibile, cioè senza scarti materiali e dissipazione di energia. Tuttavia si irrita se gli si ricorda che lo spreco di risorse è proporzionale alla velocità dei processi e che non è possibile la crescita infinita in sistemi finiti come il nostro pianeta. Non ci si può illudere che chi giustifica il proprio potere con relazioni lineari causa-effetto, danno-colpa, problema-rimedio possa cogliere i concetti di reciprocità introdotti nel novecento dalla dinamica dei sistemi, che riconobbe i meccanismi di riproduzione, regolazione, lettura ed elaborazione dell’informazione su cui si basa l’adattamento degli insiemi complessi. Concetti che, pur nella fredda assimilazione di organismi e macchine, furono integrati nella cibernetica (l’autogoverno) con la statistica dal matematico Norbert Wiener e con la sociologia dall’antropologo Gregory Bateson. Riferimenti analoghi furono usati dagli scienziati dell’Mit per le previsioni del Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e prima ancora fu Isaac Asimov a integrarli con il controllo dell’informazione nell’immaginaria scienza della psicostoriografia, ideata da Hari Seldon per gestire il futuro nella visionaria Trilogia della Fondazione.

La scienza sa che quanto più le dimensioni di un sistema crescono, tanto più gli equilibri che lo sostengono si fanno fragili e articolati mentre il rafforzamento e la moltiplicazione delle interazioni fra le sue diverse componenti è l’unica modalità di bilanciamento di un sistema fuori equilibrio. Per questo la diversità biologica e la diversificazione delle funzioni sono sempre una risorsa. Per questo la crescita di biomassa in un unico habitat può essere associata solo a meccanismi di differenziazione, come nelle barriere coralline o nelle foreste pluviali, i luoghi più ricchi al mondo di biodiversità. Biologicamente, i processi di uniformizzazione costituiscono una forma di deriva evoluzionistica.

Tuttavia, i potenti e le maggioranze asservite perfino di fronte all’irreparabile crisi disconoscono i meccanismi che autoregolano i sistemi complessi, anche se proprio a quelli – all’ingegneria dei sistemi – si rifanno le cosiddette intelligenze artificiali con le quali dicono di voler porre rimedio ai danni. Di poche cose possono vantarsi: quando ci riescono, della crescita di se stessi e di quelli come loro – causa prima del dissesto climatico e ambientale – e poi della forza repressiva che li difende.

Donald Trump si espone al ridicolo quando nega le variazioni climatiche chiamandole “eventi meteorologici estremi” e impone la censura sulle agenzie di controllo ambientale e sanitario cancellando nei documenti ogni riferimento ai gas serra e ai termini vulnerabile, diversità, transgender e feto. Eppure un impeto di negazionismo sembra condiviso anche da questa parte dell’Atlantico se si considera la ridefinizione di Trump dell’espressione “basato su prove scientifiche” con “basato sulle raccomandazioni scientifiche in considerazione di usi e desideri della società”. È un distinguo che calza per la recente decisione dell’Unione Europea di rinnovare per altri cinque anni l’autorizzazione all’erbicida glifosato nonostante il fatto che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo abbia valutato come probabilmente cancerogeno. L’inopportuno intervento della senatrice Elena Cattaneo a difesa della decisione Ue (“la Repubblica”, Gli equivoci sul glifosato, 1 dicembre 2017) ha ricevuto la risposta di quattro scienziati che sulla rivista “Epidemiologia & Prevenzione” hanno chiesto maggiore chiarezza su un problema di rilevanza per la salute pubblica prima ancora che per l’agricoltura, ricordando che i criteri di valutazione della Iarc sono accessibili, aggiornati e sottoposti al vaglio della comunità scientifica, mentre sui tentativi delle multinazionali di distorcere la conoscenza sulla nocività del glifosato esiste un dossier piuttosto sconvolgente prodotto da “Le Monde”, che ha avuto ampia circolazione anche in Italia.

In casa

Un paese spaventato e individualista

di Dana Domsodi

illustrazione di Mara Cerri

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 42-43 di agosto-settembre 2017 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Una delle più belle metafore della filosofia viene da Georg Wilhelm Friedrich Hegel. È la celebre immagine della civetta che si mette in volo solo al tramonto, rimandando la rilessione filosoica, ed è condannata ad arrivare sempre a cose fatte. Si è scritto molto sulla nuova ondata di populismo, ma c’è il rischio che si riesca a capire davvero questo fenomeno solo dopo che l’elettorato si sarà spostato deinitivamente a destra. In questo senso, il gran parlare che si è fatto della crisi del populismo italiano e della fine del Movimento 5 stelle – schiacciato dal peso della sua incapacità di governare e del suo modo di fare politica – è il frutto, nel migliore dei casi, dell’avventatezza intellettuale e politica di chi confonde il tramonto con la siesta pomeridiana.

Non bisogna dimenticare la traiettoria politica del partito di Grillo. Alle elezioni legislative del 2013 ha preso più del 25 per cento dei voti, trasformando la vittoria del Partito democratico (Pd), guidato da Pier Luigi Bersani, in una sconfitta. L’anno dopo i cinquestelle sono stati sconfitti alle europee da Matteo Renzi, nel frattempo diventato segretario del Pd, ma alle amministrative del 2016 hanno strappato al “partito della nazione” di Renzi le città di Torino e Roma, aggiudicandosi 19 dei 20 comuni in cui sono andati al ballottaggio. Questo eterno ritorno dei cinquestelle, accolto sempre come una sorpresa, è il sintomo della mancanza di comprensione e del paternalismo con cui i principali leader politici italiani hanno analizzato questo fenomeno. Il populismo (di destra) del Movimento 5 stelle non rappresenta semplicemente un intoppo del sistema basato sulle politiche centriste, ma è la conseguenza delle storture strutturali del sistema economico. Le invettive contro i rifugiati e altre categorie sociali deboli sono l’effetto collaterale dell’impegno in politica di quella fetta della classe media (giovani, con istruzione di medio livello, che svolgono vari tipi di lavori, atei o cattolici non praticanti, sensibili all’idea di un leader forte, con una visione politica paternalistica e non del tutto democratica) che sta vivendo un processo di declassamento sociale. Questo processo è il risultato diretto delle condizioni materiali e sociali prodotte dalla crisi economica, del caos sociale e normativo in cui è precipitata l’Unione europea a causa della pessima gestione delle ondate migratorie dall’Africa e dal Medio Oriente, del collasso delle politiche di welfare degli stati europei e della loro incapacità di distribuire in modo equo i costi finanziari e sociali della crisi economica e umanitaria in corso.

In casa

“Noi e loro”? Come sono cambiate le migrazioni

di Mimmo Perrotta

disegno di Alessandro Sanna

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Il dibattito politico e mediatico sulle migrazioni, centrato anche in periodo elettorale sull’attualità e sull’emergenza, dimentica spesso che l’immigrazione interessa l’Italia ormai da quarant’anni. Rispetto a soli quindici anni fa, il panorama delle migrazioni in Italia è cambiato sotto moltissimi aspetti. È quindi necessario provare a leggere questi processi con maggiore profondità storica. Dopo aver rapidamente ricordato quali erano le caratteristiche delle migrazioni e del dibattito pubblico nella prima metà degli anni duemila, partirò da alcuni dati per descrivere cinque grandi mutamenti avvenuti in questi quindici anni e proporrò tre considerazioni.

Tra la metà degli anni novanta e la metà degli anni duemila, il ritmo di crescita del numero di immigrati in Italia era molto sostenuto. Molti di loro entravano in Italia irregolarmente o con un visto turistico di tre mesi; trascorrevano mesi o anni in Italia senza un permesso di soggiorno, per poi “regolarizzarsi” attraverso una delle sanatorie che periodicamente i governi italiani emanavano. La più grande fu quella connessa alla legge Bossi-Fini (2002), che consentì a quasi 700mila persone di ottenere un permesso per motivi di lavoro. Tra il 31 dicembre 2003 e il 31 dicembre 2007 (prima cioè della crisi economica), il numero di stranieri regolarmente residenti in Italia è passato da meno di due milioni a quasi tre milioni e mezzo: un tasso di crescita doppio rispetto a quello dei dieci anni successivi. In quegli anni, il dibattito pubblico era ossessionato dalla distinzione tra “migranti regolari” e “clandestini”. La parte xenofoba della società italiana demonizzava i “clandestini” e li considerava come criminali indesiderati, senza tenere in considerazione il fatto che una quota altissima di stranieri era costretta a trascorrere in Italia un periodo più o meno lungo senza permesso di soggiorno a causa della mancanza di efficienti canali di ingresso regolari per la ricerca di lavoro (un tema su cui tornerò dopo); “clandestini” e “regolari”, quindi, non erano individui differenti, ma persone in fasi differenti della propria esperienza migratoria. Le organizzazioni e i movimenti di solidarietà con i migranti puntavano l’attenzione sulla “clandestinizzazione”, protestavano contro i Centri di permanenza temporanea e i rimpatri e facevano notare come lo stretto legame istituito dalla legge italiana tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro obbligasse i cittadini stranieri ad accettare condizioni di lavoro peggiori di quelle degli italiani, creando una fascia di individui vulnerabili sul mercato del lavoro. Molti lettori di “Gli asini” ricorderanno bene quel periodo. A partire dalla metà degli anni duemila, questo quadro è completamente cambiato, a causa di alcuni processi sociali, economici e geopolitici.