In casa

I diritti: né privilegi, né meriti

di Chiara Marchetti

murale di C215

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Il 4 ottobre, con la firma del Presidente Mattarella, è ufficialmente entrato in vigore il Decreto immigrazione e sicurezza passato al consiglio dei ministri dieci giorni prima. In questo periodo numerose analisi, anche precise come quelle puntualmente prodotte dall’Asgi, sono state pubblicate e rese accessibili. Questo articolo non si propone quindi di analizzare in dettaglio i contenuti del decreto, ma di evidenziare alcuni dei suoi aspetti principali a partire dall’esperienza maturata all’interno dell’associazione Ciac a Parma.

La campagna che abbiamo lanciato col Ciac, e che è poi diventata la campagna nazionale della rete EuropAsilo, è intitolata “Diritti non privilegi”. Sgombrare il campo dalla credenza sui presunti privilegi di cui si avvantaggerebbero richiedenti asilo e rifugiati è più facile a dirsi che a farsi: c’è sempre qualcuno che nella deprimente “guerra tra poveri” che affligge il nostro Paese è tentato di ricordare le sventure di cui sono vittima numerose altre categorie di connazionali (i disoccupati, i nostri giovani, gli anziani con la pensione minima, i terremotati) e a imputare la responsabilità del loro oblio e dell’assenza di politiche e servizi in loro favore alla presenza dei migranti forzati. Proprio loro, più di altri migranti, perché beneficiando di un sistema di protezione e di accoglienza avrebbero la colpa ulteriore di sottrarre risorse ad altri, senza tuttavia meritarselo. La strategia discorsiva è ormai logora ma sempre efficace, soprattutto da quando è riprodotta e amplificata da interpreti che ricoprono alte cariche istituzionali.

Ma al di là delle semplificazioni, il discorso è meno banale di quanto sembri. Il diritto, i diritti – così come sanciti dalla nostra Costituzione – si basano su un principio di uguaglianza e non discriminazione. E non si fondano su un principio di merito. Non si basano nemmeno su un percorso a punti o un gioco dell’oca, attraverso cui l’individuo debba dimostrare via via di essere salito di un gradino nella scala che gli consente di approdare a un set più ampio di diritti o alla cittadinanza, salvo poi poter precipitare al via per aver compiuto un passo falso. Si può godere o non godere dei diritti (e certamente ci sono anche criteri di esclusione, il primo dei quali basato proprio sul possesso o meno della cittadinanza), ma non si può “goderne un po’” o “solo fintanto che”. Soprattutto, il fatto che qualcuno sia titolare di determinati diritti non ha mai comportato la perdita di quelli o di altri diritti per qualcun altro. Se ora il decreto immigrazione introduce in maniera così netta e grave un principio discriminatorio e di premialità, si tratta di un segnale molto pericoloso per la nostra democrazia.

E non è un caso che avvenga proprio in primo luogo con la categoria degli stranieri (non cittadini) e dei rifugiati: il monito di Hannah Arendt nel suo Le origini del totalitarismo – “Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono a essere senza alcun diritto, schiuma della terra” – risuona in tutta la sua drammaticità oggi più che mai, quando ci interroghiamo su quali diritti umani siano davvero esigibili per chi non ha la cittadinanza del paese in cui si trova, per scelta o per necessità, a risiedere. Ma non è un caso anche per un altro motivo. Perché, pur trattandosi di un diritto, il criterio del merito ha sempre lambito la disciplina dell’asilo. Merito che porta con sé anche una dimensione morale. Sin da quando nel secondo dopoguerra si è affermato il diritto contemporaneo dei rifugiati, a essere riconosciuto come presenza legittima e persino desiderata era il rifugiato ritagliato dalla definizione della Convenzione di Ginevra: un individuo singolo, per lo più di sesso maschile, con un profilo stimabile e riconoscibile di “combattente per la libertà e la democrazia” che poteva dimostrare di essere stato perseguitato proprio per le sue azioni, le sue idee, le sue lotte. Una sorta di eroe che, proprio perché calpestato nel Paese di origine, poteva trovare asilo e riconoscimento in uno Stato che si riconosceva in valori e pratiche politiche di segno opposto. Questi sono i “veri” rifugiati. Quando nell’epoca successiva alla caduta del Muro di Berlino sono iniziate a moltiplicarsi le nuove guerre e con esse gli esodi massicci di sfollati in cerca di protezione prima nei paesi limitrofi e poi anche oltre, verso il Nord del mondo, queste vittime non sembravano più così facilmente riconducibili alla categoria del rifugiato. Quale era il loro merito? Di essere sopravvissute? Di rappresentare la vittima perfetta attorno cui dispiegare un apparato umanitario di emergenza? Vite da salvare forse. Ma non rifugiati meritevoli di pieno riconoscimento, cittadini capaci di parola e di azione.

Se non si tratta di un diritto pieno e inalienabile, come quello di asilo riconosciuto ai rifugiati convenzionali, allora bisogna sempre dimostrare di meritarselo. Soprattutto quando questo comporta l’accesso a servizi di welfare che – quelli sì – sono percepiti come bene limitato. Se la “coperta” dell’assistenza è corta, accorderò un trattamento migliore e più servizi a chi se lo merita, introducendo principi di esclusione o di perdita del diritto sulla base del comportamento individuale e dell’adesione al progetto definito da chi ha il potere e il mandato di farlo.

In casa

Sul sindacato, o del buon uso degli elefanti

di Francesco Ciafaloni

murale di Alexis Diaz

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Le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti e dei pensionati sono le maggiori organizzazioni di massa in Italia, forse le uniche rimaste. Sono gli elefanti del sistema sociale. È vero che i molti milioni di iscritti – quasi 16 milioni nell’86 per le confederazioni maggiori, Cgil, Cisl, Uil, Cisnail, Ugl – sono probabilmente gonfiate per milioni. È vero che ai 5 milioni e mezzo della Cgil forse bisogna toglierne almeno 1, stando alle verifiche dell’Inps. È vero che il rapporto con gli iscritti è estremamemte debole, soprattutto per i pensionati. Ma la comunicazione non è la sola funzione dei sindacati; il rapporto può essere un rapporto intermittente, d’uso. Ma i militanti dei movimenti politici organizzati in rete – i 5s – hanno con il gestore della loro piattaforma un rapporto ancora più debole di quello tra un sindacato e i suoi iscritti. Con la pubblicità mirata e con l’egemonia nell’informazione su alcuni temi economici e politici si possono vincere le elezioni, se il messaggio pubblicitario diventa senso comune. Ma basta un’occhiata ai numeri dei votanti per scegliere i candidati, migliaia o centinaia, mentre gli elettori sono molti milioni, per capire che si tratta di un rapporto di sudditanza.

I sindacati sono elefanti non solo per la mole. Come si è detto dell’elefante, un sindacato può essere cose molto diverse a seconda della parte con cui si entra in contatto: lotta, movimento, lobby, servizio, difesa. Gli elefanti sono importanti per l’ecosistema in più di una dimensione. Non possiamo essere indifferenti a ciò che fanno gli elefanti; neppure dare per scontato che ci saranno sempre, anche se non ce ne curiamo. Anche gli elefanti muiono. Un mondo senza gli elefanti non sarebbe un bel mondo. La natura non lascia vuoti e ci sono grossi animali in circolazione assai peggiori degli elefanti. Ci sono i monopoli mondiali, che ci governano senza parere, che ci servono ma ci opprimono e determinano, che ci vendono, all’occorrenza: Google, Amazon, Uber, Airbnb, per citare i nomi più noti in settori diversi. Ci sono le grandi finanziarie, le grandi banche, che potrebbero cacciarci in una nuova crisi dell’occupazione. Sono monopoli con cui è impossibile avere un rapporto critico, o conflittuale. Di alcuni di essi non sapremmo fare a meno, anche se non siamo patiti dei telefoni tuttofare. Le piattaforme mondiali dirigono il lavoro di molti di noi: dovremmo cercare i modi di difenderci, anche usando o costruendo organizzazioni sindacali. Ci sono anche i sindacati dei padroni, che difendono interessi opposti a quelli di chi lavora (ci saranno convergenze: il gioco non è a somma zero; ma i precari vogliono stabilità e reddito e quelli vogliono flessibilità e costi bassi). Un governo che collabori con i sindacati dei padroni e non tratti con quelli dei lavoratori, come è accaduto col Governo Renzi, può produrre, ha prodotto, guai irreversibili.

Anche dai sindacati dei lavoratori bisogna difendersi, all’occorrenza. Bisogna criticarli. Aderire a sindacati minori se è necessario; crearne di nuovi se possibile. C’è bisogno di leghe di lavoratori che guardino lontano ma agiscano vicino. Non ci sono ricette valide per tutti. Quello che è sicuro è che in questo mondo di mastodonti da soli non si va da nessuna parte. L’orgoglio della originalità, dell’autonomia, della individualità, teniamocelo per le idee.

 

Gli asini e gli elefanti

Gli autori e i lettori degli “Asini” hanno a che fare con i sindacati, grandi e piccoli (in effetti si tratta di una mandria di elefanti, alcuni vecchi, enormi, altri giovani e un po’ più vitali, altri che inciampano ancora nella proboscide) o come intellettuali o come operatori sociali.

Come intellettuali hanno visto gli anni migliori, di lotta, di crescita, dei sindacati maggiori, ne vedono la decadenza, la debolezza, la sclerosi e suggeriscono loro – hanno suggerito – mutamenti organizzativi che dovrebbero renderli istituzioni più democratiche, funzionanti, efficaci.

Non credo di aver mai condiviso la scelta di suggerire mutamenti organizzativi ai vertici sindacali, neanche quando i suggerimenti venivano da amici fraterni, come Carlo Donolo. I sindacati sono organizzazioni di persone anche molto diverse, con idee e interessi diversi, universalistici e particolaristici. I vertici ne sono insieme i prodotti e i gestori. Nei momenti creativi, di movimento, le idee e le proposte istituzionali possono essere molto importanti. Possono dare forma definita a rivendicazioni socialmente molto forti ma non molto precise: lo Statuto dei diritti dei lavoratori nasce da riflessioni giuridiche che precedono il movimento sociale della fine degli anni sessanta. Ma i mutamenti importanti interni ai sindacati – i consigli, le rappresentanze unitarie – sono venuti da adesioni nuove numerose, di massa, non da suggerimenti ai vertici. I vertici possono aiutare o combattere i mutamenti; non possono produrli. Vittorio Foa è stato un sindacalista importante in un momento creativo. Poi ha fatto altro. Bruno Trentin, è diventato un sindacalista importante in un momento creativo, e lo è rimasto, in sostanza, per tutta la vita. È riuscito a realizzare alcune misure di vertice, come le quote femminili, che furono inizialmente una sua iniziativa, ma è stato schiacciato, alla fine, dall’inerzia, dalla sordità, dell’organizzazione.

I Diari 1988-1994 di Bruno Trentin sono la cronaca di una impotenza, di una disperazione. Forse Trentin non era un uomo allegro di suo, ma i momenti di serenità gli venivano dagli affetti, da ambienti che gli erano particolarmente cari, dalla montagna (seria – le foto di alcune pareti che scalava fanno impressione anche a un tenace frequentatore di sentieri). L’infelicità gli veniva dalla Cgil, di cui era Segretario Generale, dai suoi funzionari.

Quello che possono fare utilmente persone esterne alle organizzazioni, con qualche competenza, sono analisi sociali, proposte di strutture giuridiche, di vie di uscita da posizioni difficili, che si vedono forse meglio da lontano che da vicino. Oppure si può essere membri attivi, senza troppe illusioni. La macchinosità delle organizzazioni maggiori è mostruosa. La Cgil, come sappiamo, ha più di metà degli iscritti nel sindacato pensionati, lo Spi. In passato i pensionati valevano per una certa frazione di lavoratore, come un tempo i neri negli Stati Uniti. Ora valgono un lavoratore intero. Avrebbero la maggioranza automatica in ogni congresso, ma hanno contribuito ad accettare, a non contrastare abbastanza, non solo la legge Fornero ma l’inclusione nell’Inps dei fondi pensione di categoria, come l’Inpdai dei dirigenti di aziende industriali (indebitatissmo per gli aumenti a fine carriera), in aggiunta agli elettrici, ai telefonici, ai trasporti, che erodono l’attivo considerevole del Fondo lavoratori dipendenti. La Cgil non è un’assemblea che vota e decide a maggioranza. È una Confederazione che organizza interessi, anche diversi, e addirittura contrapposti.

Gli asini operatori sociali hanno rapporti obbligati con le sedi sindacali locali, cioè con la coda, con la proboscide dell’elefante, come li hanno con gli Enti locali, con le Fondazioni bancarie, in quanto membri di associazioni che hanno bisogno di sostegni organizzativi e di fondi. Hanno o potrebbero avere rapporti in quanto lavoratori precari, o volontari obbligati, nel senso che fanno non solo attività politica o caritativa ma un vero lavoro, che nessuno riconosce e paga.

Sulle analisi sociali non c’è molto da dire. Ognuno fa quello che può e sa fare; qualche volta su temi importanti e con parole alte; qualche volta su dettagli e con parole grigie. Sugli operatori sociali ci sono più problemi, fallimenti e successi da raccontare, più proposte.

In casa

Riace e la Calabria possibile

di Marco Gatto

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In fondo, lo sapevamo già da mesi: all’avviso di garanzia sarebbero seguite disposizioni molto più dure per colpire Mimmo Lucano e il modello-Riace. Troppo scomoda, troppo ingombrante, quella maniera di intendere l’accoglienza nell’Italia di Minniti e di Salvini. E, soprattutto, disobbediente in modo troppo manifesto il suo agire politico: perché i reati che vengono imputati a Lucano – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e gestione illecita di appalti relativi alla raccolta dei rifiuti – crollano di fronte alla ferma decisione, che a Riace va dispiegandosi da più di un decennio, di aggirare pacificamente una legge iniqua in nome della giustizia sociale, di volta in volta inventandosi espedienti per garantire ai rifugiati la speranza di una nuova vita. Si chiama disobbedienza civile. E, nella Calabria infestata dalla malavita, sedotta da Salvini (tanto di tributargli uno scranno in parlamento), preda del caporalato più feroce, amministrata dalla potenza criminosa delle organizzazioni ’ndranghetiste, è l’unico modo per lanciare un segnale di resistenza e diversità. Ben venga allora il coinvolgimento di soggetti capaci di gestire la raccolta dei rifiuti assumendo manodopera migrante, per ostacolare il mercato, questo sì inquinante, delle ecomafie; ben vengano persino gli escamotage più curiosi per garantire a una giovane donna di colore il diritto di respirare. Facciamoci, invece, due domande sul perché la magistratura calabrese preferisca impiegare il suo tempo a scandagliare i cassetti privati di un uomo come Lucano, che, come confermano le indagini, non ha mai operato per tornaconto personale. Chiediamoci inoltre in che misura – e rispetto a quale proposito politico – si debba pilotare la solita macchina del fango per devastare un’esperienza simbolica così viva, così concreta, che nell’estremo Sud – accanto ad altre tante piccole insorgenze e resistenze – sembra un miracolo. Colpire Lucano significa colpire l’idea di una gestione diversa dell’accoglienza: qualcosa che, come ha ribadito lo stesso sindaco, va oltre la dimensione affaristica, va oltre il mercato dei progetti di solidarietà, va oltre la visione utilitaristica, spesso presente nelle stesse organizzazioni del settore. A Riace non è data alcuna “gestione” del fenomeno migratorio (o del “problema” migratorio, che, peraltro, le cifre ci dicono inesistente, ma che viene enfatizzato dalla destra e dalla stampa servile); a Riace si è andata manifestandosi, in risposta allo spopolamento di una terra abbandonata a causa della miseria, la volontà di rifondare una comunità, di rivitalizzare i luoghi, l’economia locale. Di questo processo tutta Riace è stata protagonista; e di questo processo tutti i riacesi hanno beneficiato.

Non deve però sfuggire un dato contestuale, che rischia di essere cancellato dalla comprensibile euforia con cui la sinistra, il mondo della cultura, gli intellettuali hanno in questi giorni manifestato vicinanza a Lucano. Il quale – lo si deve sottolineare – conosce bene gli inganni della visibilità e sembra essere cosciente di come possa essere dannosa la trasformazione della sua persona in simbolo o mito. Il dato a cui mi riferisco riguarda il contesto in cui l’esperienza di Riace si colloca: se esistesse una questione meridionale oggi, essa dovrebbe anzitutto riflettere sul quadro antropologico di una regione che, isole di civiltà a parte, si è scoperta sempre più disponibile a essere il laboratorio del berlusconismo, prima, e del salvinismo, poi. Fino a giungere – e lo vedremo nei prossimi mesi – a rappresentare, forse, la vera avanguardia della nuova destra in Italia, tra populismo e xenofobia. Il motivo è semplice: la Calabria, prodotto storico di una modernità mancata, è il teatro ideale di una guerra tra poveri fondata sulla visione dell’altro, del diverso, del migrante come minaccia. Questioni più che materiali e più che concrete stanno alla base di un nuovo razzismo che non ha bisogno dei miti occidentali della superiorità per valorizzarsi: i diseredati che arrivano sono oggetto di una schiavitù amministrata, regolata, legalizzata e scarsamente denunciata, che inquina il mercato del lavoro e favorisce le mafie. A loro i residenti, già figli di una povertà spesso estrema, guardano con rancore; e il loro sguardo feroce è condiviso anche da un infiacchito e sempre meno abbiente ceto medio, geloso dei propri possessi e spaventato da qualsivoglia rivolgimento sociale che metta in crisi una consolidata, seppure in caduta, condizione patrimoniale. Il reddito di cittadinanza è solo un ulteriore specchietto per le allodole per sedare possibili contrasti, una manovra tranquillizzante di contenimento.

Da questo contesto nasce il crescente consenso riservato alla Lega, specie nel reggino. Da qui nasce, tuttavia, anche la risposta attiva di Lucano e del suo modello a una condizione antropologica e sociale insopportabile. È per mezzo della sua proposta disobbediente che Riace ha mostrato anzitutto come sia possibile ricostruire una comunità rifondandone i valori e orientando quest’ultimi verso pratiche di riconoscimento sociale del tutto aliene dalla retorica della paura. Un micro-mondo, quello riacese, che nasce certamente nutrito da una fortissima spinta utopica, ma che ben presto realizza concretamente una visione dei rapporti sociali su base comunitaria, con una vocazione anti-utilitaristica. Non bisogna trascurare quel che c’è attorno: l’abbandono dei paesi, la privatizzazione delle coste, lo stupro del territorio, la dismissione delle attività agricole e rurali, e soprattutto una complessità sociale che attribuisce autorità e presenza alla malavita, e che di conseguenza rende sterile la presenza delle istituzioni, che in gran parte si limitano a governare il collasso (favorendolo). La Calabria, nonostante Riace, è pur sempre quella miscela esplosiva di tribalismo e postmodernità aggressiva che la rende ostaggio, nel presente, delle pulsioni politiche più retrive. Dico questo perché nulla potrebbe essere più dannoso dell’annebbiamento che può provenire dall’euforia: quel che è accaduto e quel che sta accadendo dev’essere compreso con molta lucidità, senza entusiasmi e senza volontaristiche fughe in avanti; va cioè compreso nel quadro di una complessità materiale che non può essere neutralizzata da sterili racconti o da nuove mitologie. È una prospettiva economica e sociale differente, quella che Lucano e i riacesi hanno mostrato e hanno messo in gioco, indicandoci una strada: la possibilità che nello strapotere territoriale delle mafie a conduzione capitalistica possano comunque esplodere conflitti, valere esempi differenti, darsi possibilità diverse. Riace non è solo il simbolo di una comunità costruita su altri presupposti: è anche l’occasione per comprendere come la sua dimensione sia una risposta attiva e alternativa a una gestione economica e sociale che istituzionalizza, spesso occultandoli, fenomeni di nuova schiavitù umana, di perdurante violenza collettiva, di annientamento del territorio.

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In casa

I morti di Civita: per negligenza e assenza di regole

di Marco Gatto

foto di Giuseppe Quattrone

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Civita è uno dei luoghi più visitati del Parco nazionale del Pollino, forse il borgo che meglio riassume le tante facce di quel territorio: la presenza della cultura arbërëshe, l’incastonarsi dell’agglomerato urbano nella roccia, l’affaccio mozzafiato sul canyon che porta dritto alla costa jonica. E, ovviamente, le Gole del Raganello, su cui si erge, da qualche anno ricostruito, il Ponte del Diavolo: il greto e le forre garantiscono un’esperienza naturalistica di grande fascino. Ma il 20 agosto scorso l’immersione nella natura ha causato il decesso di dieci turisti che si erano avventurati alla scoperta del torrente, nonostante le avverse condizioni meteorologiche: un muro di fango, creatosi a causa delle piogge, ha investito coloro i quali si trovavano tra le gole. In queste settimane si continua a indagare sulle responsabilità: si discute del mancato accoglimento dell’allerta meteo diramata dalla Protezione civile; ci si interroga sulla mancanza di una qualche regolamentazione degli accessi al torrente; ci si chiede di chi sia la colpa.

Alcuni aspetti di questa grave tragedia senz’altro preoccupano e atterriscono. La trasformazione di un luogo in attrazione turistica regge l’economia locale, non c’è dubbio. Ma come si concilia l’investimento sulla propria dote naturale e paesaggistica con ciò che sembrerebbe essere un totale oblio o un totale rifiuto delle regole? Com’è possibile che l’accesso al torrente non sia sottoposto a controlli e che i percorsi di attraversamento del torrente siano lasciati all’assenza di divieti, norme, regolamentazioni? In che rapporto sta l’incremento delle attività turistiche con un apparente sfruttamento “liberale” del territorio? Se è vero che il torrentismo necessita di un protocollo, di conoscenze specifiche e, soprattutto, di esperienza e di senso di responsabilità, resta incomprensibile la mancanza di una qualsiasi forma di disciplinamento o di avvertimento (si riflette anche sulla carente informazione), così pure l’assenza di operatori, di guide e di esperti riconosciuti dagli enti. Bisogna supporre che a queste lacune si associ una taciuta volontà di tutelare un business senza regole?

Sarà la magistratura a fare chiarezza, si spera. A catena, il Comune, il Parco nazionale del Pollino e la stessa Protezione civile giocano a sollevarsi dalle possibili colpe. A Civita è attiva un’ordinanza che rimonta al 1997 in materia di regolamentazione, ma tutti sembrano averla dimenticata. Nel frattempo il paese è diventato – e lo è a giusto merito per la sua incontestabile bellezza – una perla turistica, e ha conosciuto uno sviluppo dell’economia locale che è vanto per gli amministratori: i ristoranti fanno il pienone, le possibilità di pernottare si moltiplicano, le visite riempiono il borgo. Tutto sembra rispondere a un modello di investimento fondato sulle grandi capacità di richiamo del luogo ma nello stesso tempo giocato sull’incapacità, o forse su una negligenza condivisa, di darsi una misura, un limite.

Ci si può senz’altro nascondere dietro l’immagine terrifica di una natura matrigna, che non perdona e che non accetta d’essere sfidata. Ma gli strumenti per prevenire una tragedia che segnerà Civita c’erano. La vicenda descrive anche una certa abitudine mentale: il tentativo – legittimo, nella regione più povera d’Italia – di accedere a forme di riconoscimento turistico in grado di risollevare il territorio, anche al prezzo di trasformarlo e renderlo più appetibile; di potenziare quel che il paesaggio offre per dare un senso alla vita di chi resta o di chi torna; di costruire, insomma, una qualche “narrazione”, fatta di luoghi, simboli, invenzioni della tradizione, spesso capace di fare comunità: modi di vedere e intraprese concrete che però si svelano a tutti i livelli servili rispetto a una vocazione affaristica che, giocoforza, invade anche i buoni propositi. Insomma, se quel che è accaduto è frutto della negligenza, è però anche l’esito di una rincorsa a mutare culturalmente la fisionomia del territorio, a favorire una riduttiva e implacabile metamorfosi dei nostri borghi (così pure delle coste) in brand da turismo di massa (il turismo cosiddetto di élite o culturale ne è un’articolazione propulsiva). E ciò vale sia per la speculazione affaristica relativa ai servizi del terzo settore, sia per le visioni antropologiche e culturali che, volendone rappresentare il controcanto, spesso ne sono una garanzia: i luoghi comuni sulla “riscoperta” del territorio, sullo sprofondamento sentimentale nelle vie della natura, una sorta di retorica del selvaggio e dell’incontaminato, l’idea di ristabilire un contatto (del tutto astorico, peraltro) col passato contadino. Modi di vedere e di partecipare che possono essere trasferiti senza grandi difficoltà nelle promesse di una qualsiasi agenzia turistica di città.

Si può forse dire che la superficialità con cui, negli anni, gli enti hanno gestito la mutazione turistica di Civita risponda a una più generale visione dell’economia e dello sviluppo. La convinzione che l’arricchimento passi attraverso l’asservimento del territorio alle mode turistiche del momento descrive una specie di nuovo colonialismo mentale, di cui gli amministratori, a tutti i livelli, sono vittime. I borghi, le piccole cittadine, devono anzitutto diventare luoghi di ricezione, devono rispondere a richieste specifiche, aderenti spesso a un immaginario massificato, e dunque mutare la propria pelle per accontentare le esigenze. Si tratta di un processo che coinvolge tutte le attività preesistenti, costrette spesso a rimodularsi, e che di nuove, spesso del tutto decontestualizzate, ne sollecita. Muta così anche la geografia umana di quei luoghi, pur conservando apparentemente i valori e i caratteri di sempre. E allora, di fronte a tragedie come questa, bisognerebbe riabilitare uno sguardo critico su ciò che, in modo spesso indotto, saremmo propensi a valutare positivamente (il cosiddetto “sviluppo” del cosidetto “territorio” e la risposta in termini di arricchimento), senza cedere, del resto, alle lusinghe della nostalgia, che, come spesso accade, interpreta false risposte. Non si può non considerare che a rendersi emergenza, in Calabria come altrove al Sud, è un vuoto politico che continua a produrre amministratori (ma, direi, anche operatori culturali) incapaci di misurarsi con una crisi di senso molto più ampia e cogente di quanto si creda. Lo conferma lo spirito con cui molti hanno affrontato la vicenda: delegando ad altri colpe e responsabilità.

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In casa

Ventimiglia, una frontiera

di Alessandra Governa
di Associazione Iris – Progetto 20K

incontro con Giacomo D’Alessandro

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Sono arrivata a Ventimiglia nel luglio 2016 in occasione di una manifestazione sulla frontiera. Un gruppo di migranti ha cominciato a camminare verso il confine e il blocco di polizia li ha fermati e respinti. In quell’occasione, stando con gli attivisti che li seguivano, ho avuto la percezione che fosse possibile tornare per fare qualcosa di più che una manifestazione. Avevo appena finito un corso da operatore legale e avrei potuto farmi le ossa su un ambito particolare come la protezione internazionale. Occuparsene su una frontiera è molto diverso che farlo nei centri di accoglienza o presso gli sbarchi. Inoltre mi sembrava sensato farlo con realtà del territorio, per non essere l’ennesima libera battitrice. Mi sono rivolta all’associazione di Sanremo Popolinarte, che fa educazione popolare e negli ultimi anni segue anche i flussi migratori nella provincia. Avevano giusto un progetto di équipe in partenza, centrato sui migranti accampati nella parrocchia delle Gianchette; era un lavoro di ascolto e informativo, con monitoraggio dei luoghi chiave del territorio. Nel 2016 ho passato le ferie così. Dopo qualche giorno la polizia ha sgomberato uno dei maggiori campi informali, perché era appena stato aperto il campo ufficiale della Croce Rossa. In quel momento ho conosciuto altri gruppi di attivisti, tra cui il Progetto 20K. L’inverno successivo sono andata a Ventimiglia sporadicamente, ho tenuto i rapporti con loro nel mentre che si strutturavano. A luglio 2017 hanno aperto l’infopoint Centro Eufemia, e mi sono messa a disposizione per la parte legale, sia durante le ferie estive sia in tutti i fine settimana dell’inverno appena trascorso.

Il Progetto 20K ha avuto inizio con persone di Bergamo e Milano nel 2015, per il bisogno di ragionare e praticare la frontiera in modo diverso. Prima il presidio ai Balzi Rossi, dove c’è la dogana, di cui ricordiamo le foto drammatiche dei migranti respinti e bloccati sulla scogliera, avvolti nelle coperte. Poi di ritorno nei propri territori, per raccontare e sensibilizzare. Fino alla volontà di vivere Ventimiglia: per essere presenti dobbiamo starci, si sono detti. Hanno affittato una casa e a turno i volontari si sono succeduti di continuo. Difficile individuare un nucleo fondante, noi diciamo “siamo tutti 20K”. All’inizio si faceva attività di monitoraggio dei luoghi caldi: la frontiera, la stazione, la spiaggia, il fiume Roya. In parte dando supporto pratico con la distribuzione di vestiti, cibo e acqua, materiale igienico, ma sempre cercando di mettere la relazione prima del “ti do”. Alcuni volontari parlavano arabo e questo è stato molto utile. Poi si è reso necessario un luogo fisico, e quindi molti più volontari. All’appello pubblico hanno risposto persone di Genova, Padova, Trento, Bologna, Bari… Gente che apparteneva già a reti informali di resistenza sul territorio. Tantissimi in estate e un po’ meno durante l’inverno. Ma a sorpresa, come se si fosse sparsa la voce che Ventimiglia è un luogo interessante, per gran parte dell’inverno abbiamo avuto volontari spagnoli, alcuni anche per un mese: gente che era già stata in Grecia, in Serbia, o a Calais. Il filo conduttore delle frontiere ha richiamato persone e attivato una rete di sostegno dalla Spagna che ha fatto arrivare sacchi a pelo, vestiti, kit igienici. D’estate passano tantissimi scout, anche solo per conoscere il progetto, fare animazione o aiutare nella pulizia del greto. Si è creata l’Associazione Iris perché gestisca in particolare lo spazio infopoint Eufemia, dal momento che il Progetto 20K è molto più ampio, fa attività sui territori di provenienza, raccolte fondi, trasporto generi primari, banchetti informativi e sensibilizzazione.

Proviamo a rappresentare una mappa di Ventimiglia nei suoi luoghi chiave. Se sono un volontario o un migrante che arriva a Ventimiglia, la prima cosa che vedo è la stazione. Un punto di arrivo e di sosta, soprattutto in inverno. Ovviamente è presidiata: trovi schierate tutte le forze dell’ordine, dagli alpini alla guardia di finanza, dalla Polfer alle agenzie private francesi che monitorano le banchine per conto della gendarmerie. Per diversi mesi c’è stato anche un infopoint container della Croce Rossa per favorire l’accesso tramite shuttle al Campo Roya, che si trova a 45 km di distanza.

Uscendo dalla stazione il flusso muove verso destra, e il primo luogo chiave è il bar Hobbit di Delia, che è stato il primo posto privato ad aprire le porte ai migranti: per stare seduti, per ricaricare il cellulare, per andare in bagno, per comprare da mangiare a prezzi popolari. Questo a Delia è costato caro: ha perso tutta la sua clientela locale che lo percepisce come un luogo invalicabile, ostile alla cittadinanza. Per contro è diventato punto di riferimento di tutti i volontari organizzati che trovano in Delia non solo un luogo favorevole ma una persona che sa raccontare.

Proseguendo dopo dieci minuti si arriva in via Tenda, la strada lungo il fiume Roya che arriva fino al campo attrezzato della Croce Rossa. Quasi tutta la geografia della frontiera si sviluppa qui: all’inizio sulla destra c’è la Caritas, con operatori e volontari che forniscono ogni giorno le colazioni, i vestiti, l’ambulatorio alcuni giorni a settimana, e in passato anche le docce. Poco più avanti c’è l’Infopoint Eufemia di Iris – 20K, dove si può caricare il cellulare, connettersi a Internet, avere informativa legale in varie lingue o ritirare vestiti. Come per il bar, anche qui la presenza di un luogo dove le persone vengono e stanno ha creato intolleranza tra i residenti, come se fosse colpa del centro Eufemia se arrivano i migranti.

Superato il passaggio a livello si incontra la chiesa delle Gianchette, di cui è parroco (ora in via di trasferimento) il colombiano don Rito Alvarez, che per un anno e mezzo nei saloni e nel campetto da calcio retrostante ha attrezzato un campo di accoglienza per donne, bambini e minori non accompagnati, in attesa delle istituzioni. Vi hanno lavorato ong, volontari delle parrocchie, migranti stessi.

Di fronte c’è un grande parcheggio e dietro si estende il greto del fiume Roya, che è l’accampamento informale dei migranti, protetto dal cavalcavia della superstrada. Lì è facile nascondersi, proteggersi, dislocarsi per appartenenza etnica. È il cuore della presenza stanziale a Ventimiglia, vissuto giorno e notte, dove avvengono le distribuzioni serali di cibo, l’attività informativa delle ong, iniziative di animazione e di pulizia. È diventato un “non luogo” molto particolare. Si tratta di una vecchia strada che portava alla spiaggia, in totale abbandono; ovviamente da quando è stata occupata, la cittadinanza ha iniziato a rivendicare che torni percorribile, che sia sicura e pulita. D’altronde 200 persone in media che vivono lì, senza bagni, senza acqua, hanno un impatto immaginabile. D’inverno si potevano vedere tende e fabbricati di fortuna, una vera e propria cittadella con i suoi traffici all’interno. Ma spesso si dorme su materassi e coperte all’aria aperta.

Più avanti nel piazzale del cimitero avviene tutte le sere la distribuzione di cibo a opera del collettivo internazionale Kesha Niya, che fa base a Sospel in Francia, e ha l’autorizzazione a distribuire il cibo solo lì. Quando non possono venire, li sostituisce la moschea di Nizza o altri gruppi francesi. A volte supplisce la Caritas andando al fiume, quando i migranti non vogliono uscire per l’alto rischio di rastrellamenti. Sul piazzale oltre la cena si fanno attività, giochi, chiacchiere dopo cena, proiezioni di film… A seconda di ciò che mettono a disposizione i gruppi di volontari che arrivano.

Via Tenda continua per qualche chilometro fino a imboccare una superstrada molto pericolosa, dove si cammina senza luci, marciapiedi o corsie di emergenza; si supera uno scalo ferroviario abbandonato e si raggiunge il Campo Roya della Croce Rossa. Lontano da tutto.

Tornando in centro, si possono raggiungere altri due luoghi chiave: frontiera bassa e frontiera alta. La bassa è meno appetibile e meno utilizzata, mentre la alta vede quotidianamente un flusso di persone di ritorno a Ventimiglia, tutti i migranti respinti dalla Francia che rientrano a piedi per 67 km.