In casa

Dall’Eritrea e da altrove

di Mussie Zerai, a cura di Antonella Soldo

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Da un barcone in mezzo al mare o dal fondo di una prigione sotto terra, in Sinai, dall’interno di un camion guidato da trafficanti in Sudan, o dalle coste della Libia: in tutti questi anni, sono migliaia i migranti che hanno telefonato a padre Mussie Zerai, per chiedergli aiuto quando ogni altra possibilità era negata. Il suo numero rappresenta tutt’ora l’ultima speranza di salvezza per moltissime persone che dall’Africa subsahariana tentano di raggiungere l’Europa e che rimangono ostaggio di terroristi o rischiano la vita in mare. Don Zerai, con l’agenzia Habeshia, di cui è presidente, fa tutto quello che può: avvisa la Guardia costiera se un’imbarcazione si trova in difficoltà; supporta le famiglie nei ricongiungimenti; sollecita le autorità e le istituzioni sui casi umanitari più gravi. Insomma, è uno degli uomini che conosce più a fondo il fenomeno delle migrazioni, le situazioni dei paesi di provenienza dei profughi, le variazioni delle rotte e gli ostacoli lungo tutti i percorsi.

Padre Zerai, dopo gli accordi del nostro governo con la Libia – accordi il cui contenuto ad oggi non è noto neppure al parlamento – gli sbarchi dei migranti sono diminuiti. Sembrerebbe che il ministro Minniti abbia finalmente trovato la soluzione che il nostro paese e l’Europa cercavano da tempo… Eppure le cose non stanno proprio così. Che cosa sta accadendo ora in Libia?
Gli accordi che l’Italia ha fatto con la Libia, o meglio con le varie “Libie” (con le tribù del sud, con il generale Kalifa Haftar, e con il governo di Tripoli di Fayez Serraj) sono l’ultimo atto di una strategia – avviata già con il processo di Khartoum – per la creazione di barriere di trattenimento del flusso di migranti e profughi. Da quello che sappiamo, oggi in questo territorio ci sono almeno cinquanta centri di detenzione: si parla di oltre un milione di persone bloccate nel paese. Alcuni sono arrivati lì per cercare lavoro, quando ancora la situazione del paese non era precipitata. Altri erano di passaggio, nel tentativo di raggiungere l’Europa, in fuga da guerre o carestie. Di fatto l’Italia non ha stipulato accordi con un governo che controlla il territorio, ma con milizie e capi tribù: gli stessi che hanno usato il traffico di esseri umani come business principale. Che cosa dobbiamo aspettarci? Non ci si è preoccupati della dignità delle persone in fuga e del loro bisogno di protezione. In questo blocco sono finiti uomini, donne e bambini che ci raccontano di abusi e violenze e di schiavitù: venduti per essere usati nell’edilizia o in altri settori. Il 77% dei minori non accompagnati, se arriva in Europa, vi giunge portandosi dietro traumi psicologici e segni visibili sul corpo delle violenze a cui sono sopravvissuti: cicatrici, fratture e percosse che spesso li rendono disabili. Non abbiamo fatto nulla per impedire che ciò accadesse a dei minori.

In casa

Vent’anni di guerra agli immigrati

di Marco Carsetti

illustrazione di Blexbolex

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 45 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Nell’afasia generalizzata di individui e società, conclamatasi nella sindrome del capo chino in ogni dove e in ogni momento, su monitor digitali in cui siamo noi stessi a produrre linguaggi di auto-asservimento, sembra che il campanello d’allarme sullo stato di salute della propria vita, delle democrazie e del pianeta sia stato suonato dalla minaccia delle migrazioni e del fanatismo dei terroristi. Minacciati non sono alti valori da difendere, ma la libertà di continuare a farsi gli affari propri a capo chino. Forse che le migrazioni, seppur in termini conflittuali, costringono a pensare e a cercare di capire come stanno le cose in una prospettiva globalizzata? Sarebbe una visione troppo ottimistica e generosa verso il genere umano. Un esempio per tutti: dei cambiamenti climatici non si parla e di fatto non si fa nulla seppure contiamo morti e dispersi dopo un temporale. Ma sono una minaccia come causa delle migrazioni, per cui è stato coniato il titolo di rifugiato ambientale. Se ne parla preoccupandosi più degli effetti per cui milioni di persone saranno costrette a spostarsi che come presa di coscienza di una catastrofe in atto che ci riguarda tutti e, soprattutto, le generazioni a venire. Per cui si pensa che cancellando dall’orizzonte le barche che trasportano immigrati e profughi si possa smettere di pensare ai cambiamenti climatici, a guerre e a dittature, alla povertà, al fanatismo e al terrorismo, alla globalizzazione di poteri sempre più capaci di dominio, di violenza, di persuasione e di asservimento, alle mutazioni in atto.

Per molti anni, l’immigrazione in Italia è stata un tema relegato a pochi specialisti e volontari. Ora che i poteri della globalizzazione sovrastano quelli nazionali, tutti sono costretti a confrontarcisi non capendo però che non è con l’immigrato e il rifugiato di turno che si può risolvere la questione, perché il discorso si sposta vertiginosamente su una scala infinitamente più grande e che riguarda cambiamenti dai tratti apocalittici da qui a non molti anni. L’immigrato e il profugo, al di là delle scelte personali che li spingono a muoversi, sono i portatori inconsapevoli dei cavalieri dell’apocalisse.

In casa

I fuochi dell’estate

di Alessandro Coletti

disegno di Lorenzo Mattotti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Come ogni anno, le notizie del periodo estivo riguardano l’emergenza incendi, e le teorie più strampalate si diffondono come fossero verità assolute. “Sono i pastori ad appiccare gli incendi nei boschi, perché vogliono pascoli nuovi e freschi ogni anno”, è questa la litania che sento ogni estate da decenni, a giustificare i costanti roghi boschivi che (da quando ne ho memoria) condizionano il paesaggio dei luoghi in cui sono cresciuto. Peccato che di pastori nel nostro paese ce ne siano sempre meno e che bruciare un bosco non vuol dire necessariamente nuovi pascoli, anzi. Anche quest’anno nessuna eccezione alla regola: le regioni del sud sono state le più colpite anche a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Bruciano interi boschi montani, aree protette del demanio, ma anche terreni destinati a colture che costeggiano strade, autostrade e ferrovie, depositi di rifiuti stoccati e siti illegali di smaltimento, attività commerciali che maneggiano materiali infiammabili o pericolosi.

La particolare situazione di siccità prolungata in quest’anno solare è la variabile di fondo che, secondo gli opinionisti della stampa mainstream, avrebbe aumentato l’efficacia e la diffusione delle diverse attività incendiarie. Sul banco degli imputati c’è anzitutto l’azione involontaria degli italiani che mostra sempre più incuranza nella tutela e nella cura delle risorse ambientali. C’è chi, invece, agisce in piena consapevolezza per modificare in maniera più o meno massiccia interi paesaggi utilizzando il fuoco. Di questi disegni criminosi vengono additati come responsabili semplici criminali e appartenenti alle organizzazioni mafiose italiane che storicamente hanno utilizzato e utilizzano l’incendio doloso come efficace pratica di persuasione. A seguire, le colpe vengono addossate ai lavoratori stagionali e della (ormai ex) forestale, che appiccherebbero roghi per guadagnare qualche ora di lavoro in più nel loro spegnimento.

In casa

I paradossi dell’emergenza idrica

di Paolo Carsetti

disegno di Alessandro Sanna

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Quella dell’emergenza idrica è ormai un’evidenza conclamata, con effetti nefasti sulla disponibilità per uso umano, sull’agricoltura e più in generale sull’ambiente. Purtroppo, l’attuale dibattito pubblico è piegato agli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie che perseverano nella strategia volta alla definitiva mercificazione del bene acqua.

Per l’ennesima volta si prova a cancellare con un tratto di penna e a rimuovere dalla coscienza delle persone le reali cause di una crisi che, come scriveva Vandana Shiva nel 2003 nel libro Le guerre dell’acqua (Feltrinelli), è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato. Addirittura si arriva a prospettare come cura esattamente la causa scatenante della malattia, ossia la sottomissione dell’acqua alle regole del mercato, del profitto e della concorrenza.

In realtà è evidente come la crisi idrica globale sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico. Essa è dovuta principalmente alla scarsità di questa risorsa. Scarsità man-made, cioè prodotta dall’uomo, a partire dall’alterazione del ciclo idrico. Per cui all’emergenza climatica globale si somma una decennale mancanza di pianificazione e investimenti infrastrutturali legata alla politica monopolistica e privatistica con cui viene gestita l’acqua.

Inoltre, la concomitanza di diversi fattori (quali il riscaldamento globale, la caratteristica intrinseca dell’acqua di essere risorsa vitale ripartita in modo ineguale sul nostro pianeta, la rapida crescita demografica mondiale, l’incremento dei consumi, i pericolosi nazionalismi, l’essere diventato fattore economico determinante) ha fatto sì che l’acqua sia e sarà sempre più scarsa e, quindi, obiettivo della politica nazionale e internazionale.

È proprio nel momento in cui l’acqua esce dalla sua dimensione naturale e diviene “scarsa” che ancor di più si concentrano su di essa le attenzioni del mercato, trasformandola così da bene comune a bene commerciabile.

Le politiche nazionali e internazionali, invece, dovrebbero garantire la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile in quanto diritti inalienabili e inviolabili della persona. Ciò a partire dalla consapevolezza che l’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi, oltre a essere una risorsa che va salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque deve essere effettuato garantendo le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale.

La Terra è il pianeta dell’acqua, ma si tratta di un’abbondanza solo apparente. Infatti, il 97% risiede tra oceani, calotte glaciali e sottosuolo, cosicché per l’uso umano ne rimane meno dell’1%, disponibile in laghi, fiumi e falde di acqua dolce facilmente accessibili. Da un certo punto di vista, l’acqua mondiale è come la ricchezza mondiale: in termini globali, infatti, la quantità è più che sufficiente; il vero problema è che alcuni paesi ne dispongono in quantità ben maggiori rispetto ad altri. Eppure il nostro pianeta dispone di una quantità maggiore della soglia minima dei 1700 metri cubi a persona annui definiti come quantità minima necessaria per produrre cibo, sostenere le industrie e conservare l’ambiente.

Ma cosa accade quando vengono violati i limiti dell’uso sostenibile dell’acqua? L’integrità degli ecosistemi e in ultima analisi la vita umana risulta compromessa. La scarsità di questo bene sta provocando e genererà sempre più l’esclusione dalla possibilità di accedervi per centinaia di milioni di persone con conseguenti migrazioni di proporzioni imprevedibili. Inoltre, guerre e conflitti per l’acqua si sono succeduti a un ritmo sempre più incessante nel secolo scorso e si avviano a contraddistinguere ancor più questo secolo. In questi conflitti l’acqua viene utilizzata come strumento bellico di pressione-oppressione e di potere.

Nel frattempo il mondo si sta riscaldando. Nel Ventesimo secolo, l’attività umana ha portato a un aumento della presenza nell’atmosfera dei gas a effetto serra. Questo incremento avrà conseguenze importantissime su tutti gli ecosistemi. Il processo di riscaldamento globale è già in atto. Ma l’innalzamento delle temperature di proporzioni molto maggiori, che si prevede avrà luogo nel corso del Ventunesimo secolo, produrrà grossi cambiamenti in particolare sulla risorsa idrica in termini di evaporazione e precipitazioni, con una conseguente minore prevedibilità del ciclo idrico. Provocherà un incremento del fenomeno dell’evaporazione degli oceani e dell’acqua sulla terraferma, intensificando e accelerando il ciclo dell’acqua. Tali cambiamenti saranno accompagnati da nuovi regimi pluviometrici e da eventi meteorologici sempre più estremi (alluvioni e piogge flash), tra l’altro su suoli sempre più cementificati e aridi, che non potendo trattenere l’acqua, tendono a farla tornare velocemente in mare ed evaporare. Il cambiamento climatico rappresenta oggi una minaccia senza uguali per la vita sul pianeta.

Come effetto complessivo si avrà un acuirsi del rischio e della vulnerabilità, che metterà a repentaglio i mezzi di sostentamento, la salute e la sicurezza di milioni di persone. Gli studi scientifici convergono sul fatto che le zone aride diventeranno più aride e quelle umide diventeranno più umide, con importanti conseguenze per la distribuzione della produzione agricola.

Per una gran parte delle persone che vivono nei paesi del Sud del mondo, le proiezioni relative al cambiamento del clima indicano una minore sicurezza dei mezzi di sussistenza, una maggiore vulnerabilità alla fame e alla povertà, un peggioramento delle disuguaglianze sociali e un maggiore degrado ambientale.

I cambiamenti climatici minacciano non una catastrofe unica, bensì un disastro che va lentamente dispiegandosi. Nonostante sia possibile attenuare il cambiamento climatico futuro, abbiamo comunque già oltrepassato il punto di non ritorno e le pericolose variazioni del clima appaiono oggi inevitabili. La risposta che saprà dare la comunità internazionale determinerà le prospettive per le generazioni di oggi e per quelle future.

In questo senso sarà importante l’esito del Forum alternativo mondiale dell’acqua che si svolgerà a Brasilia nel marzo del 2018. Un appuntamento che, come al solito, viene costruito dai movimenti sociali in opposizione al Forum mondiale dell’acqua, evento organizzato dal Consiglio mondiale dell’acqua, di fatto controllato dalle multinazionali. Sarà un appuntamento importante anche per il particolare periodo storico che sta attraversando il Brasile, oramai sempre più avvitato in una perversa spirale reazionaria.

Il tema dei cambiamenti climatici è un tema globale ma con ricadute drammatiche a livello locale ed è strettamente connesso alle battaglie in difesa dell’acqua e dei beni comuni che si stanno giocando nel nostro paese.

Per queste ragioni è opportuno provare a individuare gli elementi critici e i nodi da sciogliere per giungere finalmente a una reale tutela di questo bene e a una sua gestione pubblica e partecipativa, l’unico vero antidoto a una crisi che non farà altro che approfondirsi nel tempo. La conferma che una delle cause dell’emergenza idrica sia almeno in parte da addebitare alla privatizzazione ci viene anche dall’analisi dello stato dell’arte del sistema idrico italiano da cui emergono dati alquanto sconcertanti: bassi investimenti, reti vecchie con dispersione elevatissima e ritardi nella depurazione. Delineando così un sistema gravemente malato.

I fautori dell’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua utilizzano da sempre come argomento forte la grande opportunità di apporto di capitali per rendere più efficiente il servizio, per ristrutturare le reti e costruire gli impianti di depurazione. Inoltre, grazie al mercato e alla concorrenza, si sarebbe dovuta garantire una maggiore economicità per i cittadini. La proposta comprendeva anche l’ovvio benificio per l’ambiente visto che si sarebbe salvaguardata maggiormente la risorsa.

Ancora oggi le ragioni addotte per sostenere le privatizzazioni sono le stesse, ma colpevolmente dimenticano che il 12 e 13 giugno 2011 oltre 26 milioni di elettori si sono pronunciati attraverso due referendum contro la privatizzazione dell’acqua e di tutti i servizi pubblici locali (primo quesito) e per l’eliminazione dei profitti dalla gestione dell’acqua (secondo quesito), in quella che è stata un’esperienza di partecipazione democratica dal basso senza precedenti che ha imposto il paradigma dei beni comuni contro il pensiero unico del mercato. L’esito di tali referendum è stato prima disconosciuto, poi disatteso e infine è stata messa in campo, da parte di tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese, compreso l’attuale, una rinnovata strategia con l’obiettivo di rilanciare i processi di privatizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali, oltre a reinserire in tariffa la voce che garantisce il profitto ai gestori. Il combinato disposto di diversi provvedimenti approvati negli ultimi anni punta a costruire un meccanismo per cui, attraverso processi di aggregazione e fusione, i quattro colossi multiutility attuali – A2a, Iren, Hera e Acea – già collocati in borsa, potranno inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici, divenendo i “campioni” nazionali in grado di competere sul mercato globale. Senza contare i tentativi in atto di privatizzare l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa. 

Ciò si configurerebbe come una reale regressione ai primi del Novecento, quando a gestire l’acqua e i servizi pubblici erano pochi monopoli privati. Inoltre, attraverso il metodo tariffario predisposto dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (Aeegsi) si stanno facendo rientrare dalla finestra i profitti garantiti per i gestori sotto la denominazione di “costo della risorsa finanziaria”. Tale metodo, riproponendo la copertura tramite tariffa di una percentuale standard del capitale investito, sostanzialmente non sta facendo altro che reintrodurre lo stesso meccanismo della remunerazione del capitale investito eludendo così l’esito del secondo quesito referendario.

Il movimento per l’acqua si è attivato sin dall’autunno 2011 lanciando la campagna di “Obbedienza civile” la quale consiste nel pagare le bollette applicando una riduzione pari alla componente del profitto. È stata chiamata di “Obbedienza civile” perché non si tratta di “disobbedire” a una legge ingiusta, ma di “obbedire” alle leggi in vigore, così come modificate dagli esiti referendari. Con la mobilitazione attiva di migliaia di cittadini ci si è proposti di attivare una forma diretta di democrazia dal basso, autoorganizzata, consapevole e indisponibile a piegare la testa ai diktat dei poteri forti di turno.

Il movimento per l’acqua, inoltre, insieme alla Federconsumatori, ha promosso ricorso contro tale metodo tariffario, ma prima il Tar e poi il Conisglio di Stato lo hanno respinto. Le pronunce affermano che la copertura integrale dei costi del servizio comprende anche il “costo” del capitale proprio investito, giustificando tale scelta con il fatto che l’orientamento pressoché generale della scienza economica fa rientrare nella nozione di “costo” anche quello di “costo-opportunità”, nel senso del valore del mancato impiego del fattore produttivo in altra attività comunque profittevole.

A questo punto, però, la giustizia amministrativa dimentica di rilevare, o fa finta di non comprendere, che, sulla base della normativa e della stessa teoria economica dominante, questa nozione di “costo economico” equivale nella sostanza alla remunerazione abrogata con il referendum.

Altro passaggio significativo rispetto alla pervicacia con cui si sta contraddicendo la volontà popolare è quanto avvenuto alla Camera nell’aprile 2016, quando il Pd e la maggioranza hanno stravolto la legge sulla gestione pubblica del servizio idrico approvando un testo che, a partire dalla soppressione dell’articolo 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione, ne ha ribaltato il senso. Di fatto se ne è svuotato l’impianto generale e ne sono stati travisati i principi essenziali. Ciò è gravissimo anche perché si è snaturata una proposta di legge che ha una storia e un percorso peculiare, essendo nata nel 2007 come d’iniziativa popolare con oltre 400mila firme a sostegno, e depositata dall’intergruppo parlamentare per l’acqua bene comune, in versione aggiornata, a marzo 2014.

Oggi i fautori del mercato e delle privatizzazioni, non contenti del permanere in tariffa, sotto mentite spoglie, della remunerazione del capitale investito abrogata dal referendum, sostengono che le tariffe non forniscono abbastanza soldi per fare gli investimenti per cui devono essere ulteriormente innalzate fino ad allinearsi ai livelli europei.

Sul tema degli investimenti e della tariffa va ricordato che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui – a metà anni Novanta – è tramontato il ruolo della finanza e dell’intervento pubblico (la fiscalità generale non sostiene più economicamente il servizio) e al principio secondo cui il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa (cosiddetto “full cost recovery”) si è associato l’affidamento a soggetti privati.

I dati in tal senso parlano chiaro: a partire dagli stessi anni, ovvero il periodo in cui si attua la “grande trasformazione” dalle gestioni delle aziende municipalizzate al nuovo assetto fondato sulla gestione da parte delle società di capitali, gli investimenti nel settore idrico sono crollati, toccando punte di oltre il 70%, flettendo da circa 2 miliardi di euro a circa 600 milioni annui, per poi risalire ma mantenendo sempre un abbassamento di poco inferiore al 50%.

Sulle tariffe idriche tutti gli studi sono concordi nell’indicare aumenti assai consistenti, tra i più rilevanti nel panorama europeo e tra i più elevati rispetto agli altri servizi pubblici locali: + 85,2 % tra il 2004 e il 2014 a fronte di un incremento dell’inflazione nello stesso periodo che in Italia è stato del 23,1 % (dati Cgia di Mestre Luglio 2014). Ciò sta provocando un aggravio soprattutto per quelle fasce della popolazione fortemente toccate dalla crisi che è giunto al limite della sostenibilità economica. D’altra parte il quadro che emerge rispetto alla distribuzione dei dividendi e degli utili realizzati in sette anni tra il 2010 e il 2016 dalle quattro grandi multiutility (A2a, Iren, Hera e Acea), ossia i modelli che si vorrebbe esportare su tutto il territorio nazionale, è assolutamente esplicito e chiarisce ogni dubbio rispetto a quella che è la vera finalità di queste aziende. Il dato che si evince è più che eclatante: queste aziende, cumulativamente, nel periodo indicato hanno realizzato utili per circa 3 miliardi di euro e distribuito circa 2,5 miliardi di euro di dividendi. La loro vocazione, dunque, non è produrre servizi pubblici, ma distribuire dividendi ai soci. È noto, infatti che fare investimenti nel servizio idrico richiede risorse notevoli e ha ritorni scarsi e di lungo periodo. Questo fatto dovrebbe chiudere ogni discussione su ciò che muove questo assetto costruito attorno alle grandi multiutility e anche sul fatto che, per garantire una quota significativa di dividendi, si indebitano scaricando sulle generazioni future i risultati di oggi.

Di fronte a questi dati eloquenti allora la soluzione non può essere ancora una volta quella dell’ulteriore rilancio dei processi di privatizzazione e aggregazione, visto che negli anni in cui si è andata generando e approfondendo questa crisi del sistema idrico la maggior parte della popolazione italiana è stata servita dalle quattro multiutility sopracitate.

La cosiddetta “cura” si dimostrerebbe una prosecuzione della malattia. Infatti, è proprio la scelta, insita nel sistema, di mettere in capo ai soggetti gestori di natura privatistica la responsabilità dell’effettuazione degli investimenti che determina, stante il loro obiettivo di massimizzazione dei profitti, un’oggettiva subordinazione della decisione di investimento a quella priorità. Ciò, ovviamente, ha anche una ricaduta nefasta sulle perdite delle reti che rimangono a percentuali insostenibili, producendo anche danni pesantissimi all’ambiente a causa della mancata depurazione delle acque. Ad esempio la fatiscenza degli acquedotti causa, al centro e al sud, una percentuale di perdite nella rete di rispettivamente 46% e 45%. Percentuale che invece si abbassa molto al nord, attestandosi al 26%.

Non si sfugge al fatto che, per avviare un ciclo di investimenti significativo con l’obiettivo di realizzare l’ammodernamento degli acquedotti, occorre progettare un nuovo sistema di finanziamento che sia basato sul ruolo fondamentale, oltre che della leva tariffaria, della finanza pubblica e della fiscalità generale.

La finalità prioritaria deve essere quella di dare certezze e produrre un’accelerazione degli investimenti previsti e di indirizzarli prevalentemente verso la ristrutturazione della rete idrica, con l’obiettivo di ridurre strutturalmente le perdite, e verso le nuove opere, in particolare del sistema di depurazione e di fognatura.

Quello che, ad esempio, il movimento per l’acqua propone da anni è un piano straordinario di investimenti nel settore idrico che non può che passare sia dalla ridefinizione del meccanismo tariffario che dalla messa a disposizione di nuove risorse pubbliche, ovvero il servizio idrico deve tornare a essere una delle priorità nel bilancio statale. E che, dunque, non può essere concepito se non dentro a un quadro di nuova gestione pubblica del servizio. Un piano straordinario di investimenti che potrebbe produrre anche un incremento di centinaia di migliaia di posti di lavoro nei prossimi anni, svolgendo un’utile funzione anticiclica rispetto alla crisi stessa.

È necessaria dunque una radicale inversione di tendenza. Parte integrante di questo nuovo modello di gestione pubblica è la predisposizione di un Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche.

In coerenza con quest’impostazione, a fronte della situazione di emergenza idrica che si è evidenziata in quest’ultimo periodo e che comunque ha caratteristiche strutturali, occorre mettere in campo rapidamente alcuni interventi in grado di aggredirla e dare a essa soluzioni utili. In particolare, tre sono le misure prioritarie che si possono assumere in tempi brevi:

– la destinazione degli utili delle aziende che gestiscono il servizio idrico alla ristrutturazione delle reti idriche, sulla base del Piano nazionale a esso dedicato;

– incentivi all’ammodernamento degli impianti di irrigazione in agricoltura (ad esempio irrigazione a goccia) e all’utilizzo delle acque piovane;

– incentivi alla realizzazione di reti idriche duali e all’installazione di dispositivi per il risparmio idrico nell’edilizia di servizio, residenziale e produttiva.

Diviene, quindi, irrinunciabile e urgente un cambiamento del sistema passando dalla pianificazione dell’offerta alla pianificazione e gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni.

 

 

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In casa

17 milioni di italiani giocano d’azzardo

di Alberto Grossi

illustrazione di Marco Smacchia

La bottega del caffè è una delle commedie più riuscite e al tempo stesso più cupe di Carlo Goldoni. Siamo nel 1750 e Goldoni mette in scena una Venezia in piena decadenza, corrotta da vizi e maldicenze, dove in sordide taverne si raccolgono nottetempo gonzi e infelici che al gioco sfidano la sorte, illusi di risollevare affari che languono e lenire le miserie del quotidiano. Un paragone coi nostri tempi è immediato, forse anche facile: mai come oggi l’Italia annaspa nel gioco d’azzardo, la cui capacità attrattiva in termini di spesa e di penetrazione capillare sul territorio è senza eguali. Pensate al vostro quartiere, pensate a quante possibilità intorno a voi si hanno per giocare, dai semplici “grattini” che si comprano in tabaccheria ai locali di slot machine e videolotterie aperti 24 ore al giorno. Lontani sono i tempi delle estrazioni del lotto al sabato e della schedina totocalcio la domenica, oggi si gioca sempre e ovunque, si può scommettere su tutto, persino alla cassa dell’autogrill c’è un signore sorridente che ti propone una qualche lotteria istantanea.

Un gigantesco esercito di diciassette milioni di persone. Diciassette milioni di italiani tra i 15 e i 64 anni che hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno. Una pandemia, appunto. Con le più svariate intenzioni: c’è chi gioca per passare il tempo, chi per noia, chi per sfidarsi con altri, chi per sognare mucchi di soldi e un improbabile cambio di vita, chi per non lavorare più e chi per autodistruggersi e basta. La trasversalità è assoluta, dal nord al sud dell’Italia, benestanti e disoccupati, a tutte le latitudini e senza distinzioni sociali. L’Italia di oggi riflessa allo specchio del gioco d’azzardo è sempre quella di Goldoni, infelice, gonza, illusa, cinica, un po’ disperata, sostanzialmente irresponsabile.

 

La febbre

Nel 2016, in Italia, per il gioco d’azzardo si sono spesi complessivamente 95,9 miliardi di euro, l’8% in più rispetto agli 88 miliardi del 2015. Una cifra monstre, l’equivalente di diverse manovre finanziarie, quasi il doppio rispetto ai 54,6 miliardi di euro spesi nel 2015 per beni di consumo durevoli (automobili, moto, mobili, elettrodomestici, ecc). Una crescita all’apparenza inarrestabile, nonostante l’impegno di tanti Comuni e alcune Regioni per limitare la diffusione di sale da gioco e nonostante il proficuo lavoro di sensibilizzazione e prevenzione messo in atto da molte organizzazioni del terzo settore. Il confronto temporale è impietoso: se nel 1997 per il gioco d’azzardo abbiamo speso 17 miliardi di euro a valori correnti, in meno di vent’anni la cifra è aumentata di oltre il 450%. Di questa gigantesca massa di denaro spendiamo il 51% alle macchinette, ovvero slot machine e videolottery (Vlt), mentre il restante 49% esce dalle nostre tasche per skill games, lotterie, lotto, giochi a base sportiva, bingo, superenalotto, scommesse virtuali, giochi a base ippica, euro jackpot e winforlife. Con la rete Internet nei panni del grande facilitatore, ma anche canali televisivi in chiaro sul digitale terrestre a rendere il gioco colorato e sorridente come la soubrette che lo presenta. Il principio è semplice: nessuna abilità è richiesta, invoca la dea fortuna ad assisterti. Così facendo, un quotidiano stillicidio sposta sempre più risorse dall’economia reale e dalle disponibilità delle famiglie a favore del super profittevole gioco d’azzardo.

I segnali di questo cambiamento sono un po’ ovunque, anche nel nostro lessico quotidiano: vocaboli come ludopatia o giocatore patologico fanno oramai parte del nostro quotidiano. E se la maggior parte dei 17 milioni di giocatori, tra cui molti occasionali, non corre il rischio di diventare dipendente, convivono tra noi 2 milioni di italiani per i quali un rischio, anche minimo, esiste. In fondo alla scala quasi un milione di persone sono coloro che vengono definiti giocatori d’azzardo ad alto rischio: circa 700 mila sono le persone in cui non si è ancora instaurata una dipendenza ma a rischio di una possibile progressione verso la malattia. Infine, 250 mila sono i giocatori già patologici, persone che hanno instaurato una dipendenza che compromette lo stato di salute fisica e psichica secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dalla dipendenza alla cura. Secondo la “Relazione sullo stato delle tossicodipendenze in Italia 2016”, le persone che nel 2015 hanno fatto domanda di trattamento presso i Ser.D. per gioco d’azzardo patologico sono state 13136. Un fenomeno crescente ma naturalmente sottostimato rispetto al reale bisogno perché è evidente a tutti che le persone che bussano alla porta dei servizi sono solo una piccola parte del totale.