In casa

Sgomberi estivi. Roma

di Sara Nunzi

illustrazione di Roberto Innocenti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Lo sgambetto che Roma e le sue istituzioni hanno teso agli 800 rifugiati che abitavano nel palazzo di piazza Indipendenza è ormai tristemente noto, la caduta è stata violenta e rumorosa, l’atterraggio, che non è stato attutito da nulla, si è trasformato nello schianto di 800 persone in caduta libera verso il basso. L’analisi delle forze in gioco che avrebbero potuto attenuare questa caduta è facile da compiere: le istituzioni latitano o sono in vacanza, non hanno interesse alcuno nell’agire.

Il palazzo di piazza Indipendenza, abitato da 800 persone, che da anni si autogestivano in maniera ottima ed erano assolutamente integrati all’interno del quartiere, è stato sgomberato all’alba del 19 agosto. Centinaia di agenti in tenuta antisommossa si sono calati dall’alto, rompendo finestre e porte e hanno fatto irruzione in quello che forse pensavano essere un fortino inespugnabile. Probabilmente sarebbero bastati meno agenti, meno violenza, meno tattica spicciola. Ma siamo a Roma e a Roma “famo come ce pare”. Abbiamo fatto come ci pareva anche all’alba del 24 agosto quando, dopo cinque giorni di materassi per terra e valigie usate come cuscini, si è deciso di “sgomberare gli sgomberati” anche dai fatiscenti giardinetti al centro della piazza, e sempre perché ce pareva così, abbiamo cacciato dallo stabile anche le donne incinte, i bimbi, e gli invalidi. Gli idranti hanno schiaffeggiato violentemente tutti i presenti, le camionette, gli scudi, i manganelli, e i caschi hanno invaso una piazza dormiente.

In casa

Sgomberi estivi. Milano

di Lorenzo Velotti

Chemis

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Il Laboratorio universitario metropolitano (LUMe), formatosi nell’aprile 2015 a Milano, può essere considerata un’esperienza unica nel panorama della politica studentesca italiana. Per quanto nato con un’occupazione e ideologicamente collocato a sinistra, LUMe ha poco a che fare con la classica nozione di centro sociale della tradizione antagonista, in quanto fonda la sua esistenza sull’arte e sulla cultura ancor prima che sulla politica. In altre parole, viene messa a disposizione di studenti e lavoratori una possibilità di creazione e fruizione collettiva della cultura e dell’arte, ancor prima di richiedere un impegno o una coscienza politica. Per il tipico studente universitario contemporaneo disinteressato è normalmente difficile entrare in contatto con uno spazio sociale e con la politica studentesca. Di questi tempi, che un giovane universitario che mai si è interessato alla politica entri in un centro sociale, si interessi veramente alle attività che vi si svolgono, partecipi a un’assemblea, faccia parte di un collettivo e si formi una coscienza critica sul mondo, è un processo piuttosto insolito. Questo studente vede il famigerato centro sociale con gli occhi dei media mainstream ed è difficile che, non avendoci avuto niente a che fare prima, possa avere il coraggio e l’interesse di capire veramente di cosa si tratti. Anche perché, ammettiamolo, il centro sociale classico non ha normalmente molto tatto con questo tipo di studente: non è infatti un volantino né una serata reggae ad avvicinare uno studente apatico che, in fin dei conti, è disprezzato dal centro sociale stesso, in parte a ragione e in parte no. È in questo che LUMe compie una delle innovazioni più rilevanti, proponendo allo studente medio disinteressato (certo, che abbia una qualche inclinazione o interesse artistico) la possibilità, ovvero lo spazio umano e fisico, di creare e di fruire della creatività altrui collettivamente. LUMe dà la possibilità di mettere la propria arte a confronto con quella di altri studenti, di dibatterla e di presentarla a un pubblico, gestendone insieme e sostenibilmente la produzione e l’organizzazione. Queste pratiche collaborative stimolano lo spirito critico e la crescita interpersonale dello studente medio disinteressato, che scopre così quanto tutte queste attività facciano parte della politica, e che questa politica non sia necessariamente qualcosa di lontano, o estremo, o corrotto, ma che sia anche e soprattutto l’affascinante arte del vivere insieme. E a questo punto lo studente non avrà paura, avendo partecipato alle numerose assemblee per l’organizzazione del concerto, lo spettacolo o la mostra, di passare alla stanza accanto e interessarsi al problema del rapporto tra la politica istituzionale e l’arte, della gestione manageriale della cultura, dei pochi fondi all’istruzione, eccetera. E da lì, forse, potrà spingersi a interessarsi al problema del razzismo nei confronti dei migranti, o all’inuguaglianza globale, e così via, entrando in un circolo virtuoso che lega la cultura alla politica, usando la prima come un trampolino di lancio per la seconda. Una volta che la politica acquisisce la dovuta importanza nella mente del giovane artista, anche la sua arte si carica di una coscienza politica nuova, rendendo ancor più virtuoso l’intreccio tra le due e rivelando la loro fondamentale importanza reciproca. Ciò che si verifica è dunque una produzione di valore, tanto culturale quanto politico, attraverso la cooperazione artistica.

In casa

Sgomberi estivi. Bologna

di Luca Lambertini

Cinderella di Herr Nilsson

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“Perché costruire nuove Disneyland quando disponi di una caterva di vere città viventi che aspettano (anzi chiedono disperatamente) di diventare parchi a tema, con il semplice mummificarsi e quindi svuotarsi?” Partire da questa domanda retorica che Marco D’Eramo pone nel suo ultimo importante libro (Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo (Feltrinelli) può essere utile per cercare di contestualizzare, almeno parzialmente, l’escalation di violenta repressione che nel giro di un paio d’anni ha ormai fatto piazza pulita di ogni esperienza di autogestione rimasta a Bologna. Dall’autunno 2015 (anche se importanti episodi si erano avuti già precedentemente) lo spettacolo delle decine di camionette blindate con al seguito ampi schieramenti di agenti in tenuta anti sommossa, che si presentano all’alba fuori dagli edifici occupati, militarizzando aree cittadine più o meno ampie, sbattendo in strada gli occupanti e le loro povere masserizie è andato in scena con una frequenza impressionante. Dal 9 ottobre 2015, quando venne sgomberato lo storico centro sociale Atlantide da un edificio comunale (per il quale hanno avuto per anni una regolare concessione) fino alla drammatica giornata di martedì 8 agosto 2017 in cui sono stati chiusi dai reparti della celere Crash e Labas, due tra i più grandi e longevi centri sociali cittadini, si contano almeno una quindicina di sgomberi. Vista la ciclicità e regolarità della cosa una laconica battuta che gira tra i militanti e simpatizzanti che si ritrovano ad assistere impotenti alla scena è “ci vediamo al prossimo sgombero!”.Si tratta di sgomberi la cui violenza colpisce realtà molto variegate: caseggiati popolari, piccoli circoli Arci, collettivi universitari, occupazioni abitative. Si tratta di spazi che, con modalità molto diverse e variamente efficaci, stavano tentando di sperimentare forme nuove di auto organizzazione per rispondere a esigenze sociali ed economiche (l’emergenza abitativa a Bologna è una questione di enorme gravità a cui le istituzioni faticano a rispondere in modo efficace) oppure a esigenze di socialità svincolate da logiche commerciali che, in una città con 40mila studenti fuori sede è anche una esigenza forte. Ovviamente nessuno di questi luoghi rappresentava in alcun modo una minaccia in termini di ordine pubblico, anzi molte di queste realtà cercavano e spesso riuscivano a instaurare un dialogo con il territorio in cui si trovavano, a integrarsi, a volte perfino a rispondere a dei bisogni di quel territorio stesso. In particolare Labas, l’ultimo sgomberato, da questo punto di vista aveva fatto un grande lavoro.

In casa

Cittadinanza: dei diritti e delle pene

di Grazia Naletto

illustrazione di Simone Massi

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Diritti o privilegi, eguaglianza o discriminazione, accoglienza o rifiuto, convivenza o segregazione, inclusione o esclusione, solidarietà o competizione: in questo momento così difficile della storia del nostro paese e del mondo, siamo chiamati a scegliere tra due modelli di società diversi.
Vi è il sistema sociale vorace e onnivoro, fondato sulla protezione dei privilegi delle minoranze che stanno al potere, grazie allo sfruttamento, all’impoverimento, alla frantumazione della maggioranza della popolazione. Questo modello sociale legittima l’esistenza e l’allargamento delle diseguaglianze e plasma il sistema di relazioni sociali con l’egoismo, l’individualismo e la competizione; contrappone le une alle altre le diverse forme di insoddisfazione, di disagio e di esclusione sociale; ci condanna a una solitudine incattivita e rancorosa e ci induce a cercare tra i nostri pari il bersaglio contro il quale scagliarci, anziché a pretendere di cambiare le scelte di coloro che hanno il potere di decidere sulle nostre vite.
Chi promuove questo modello di società, propone, tra l’altro, di identificare i cittadini con i nazionali e di privilegiare il diritto di sangue (ius sanguinis) al diritto di suolo (ius soli); rievoca le forme più regressive di nazionalismo erigendo nuovi muri culturali e materiali; stigmatizza e intende “spazzare via” dalla società visibile tutti coloro che per qualsiasi motivo adottano (o si presume adottino) comportamenti difformi da quelli stabiliti, colpendo in primo luogo coloro che sono nati altrove. Questo modello di società è oggi egemone nell’immaginario collettivo sebbene, millantando il rafforzamento della nostra sicurezza, alimenti in realtà una diffusa e profonda insicurezza sociale.
C’è poi una parte della società che già oggi sperimenta quotidianamente nelle scuole, nei quartieri e nei luoghi di lavoro la solidarietà e la convivenza pacifica, riconoscendo come una priorità la garanzia dei diritti umani per tutte le persone che risiedono sulla terra, ovunque si trovino. Questa parte della società intreccia relazioni di parità e di eguaglianza, di dialogo e di reciproca contaminazione; non ha paura del confronto (e neanche del conflitto) tra idee, opinioni politiche, fedi, stili di vita e comportamenti sociali diversi perché ne riconosce la pari dignità. Vi pone come unico confine il rispetto di ogni essere umano. Non abbassa la testa di fronte alle ingiustizie sociali, non si accanisce sul proprio vicino, ma orienta la sua protesta nella direzione giusta. Questa parte della società è oggi frammentata, disorientata, disorganizzata e poco rappresentata nelle sedi del potere. In questo contesto si colloca e assume un grande significato culturale, sociale e simbolico la discussione del testo di riforma della legge sulla cittadinanza di cui si attende da cinque anni (in realtà almeno dalla fine degli anni Novanta) la definitiva approvazione.

In casa

Una delle forme più basse della società dello spettacolo

di Oreste Pivetta

Leggendo una rubrica domenicale di Aldo Grasso sul “Corriere” del 2 luglio ho scoperto l’esistenza di Angela Marcianò e ho saputo del suo ingresso nella segreteria del Pd. “Ti scelgo…” avrebbe detto Matteo Renzi e non dubitiamo del talento dell’ex capo del governo nel battesimo dei suoi quadri e non dubitiamo neppure della sua concezione proprietaria del partito. La Marcianò, che è stata assessora a Reggio Calabria e che si definisce “proveniente dal mondo accademico” (docente a contratto), si presenta al vertice del Partito democratico senza tessere in tasca. Qualcuno si è scandalizzato: come si fa a dirigere un partito senza neppure esserne iscritto? Io non mi scandalizzo. La domanda sarebbe: esiste un partito? Che importa per giunta di fronte alle “opere”, la cui qualità l’assessora rivendicava:  proprio queste, che non conosciamo, avrebbero convinto Renzi. Ma altro vorremmo citare e in particolare quanto dichiarato (tra virgolette) dalla stessa Marcianò a esaltare la propria “indipendenza”: “Dirsi di sinistra o di destra oggigiorno è anacronistico. Conta la coerenza degli atti. La gente guarda la persona, non più l’ideologia”.  

Sono sentenze che non brillano per originalità. È da una trentina d’anni che le sentiamo ripetere, allo stesso modo, con la medesima solennità e con la stessa pretesa di universalità. La Marcianò arriva  adesso. È giovane, ma non esita a sistemare la sua pietra tombale su due secoli di storia e di pensiero, almeno per quanto riguarda noi “moderni”, dalla rivoluzione francese a Marx (che non aveva aspettato peraltro il terzo millennio per svelare gli inganni della ideologia), al nostro Bobbio. Con questa certezza in testa, la Marcianò si accinge, non da sola ovviamente, a definire la linea politica (e di governo) del primo (o quasi) partito italiano, in base a quali criteri non si sa, nell’interesse di chi non è detto, perché le classi saranno morte ma la differenza tra una bracciante del sud e un finanziere di Wall Street resta, anzi cresce. La Marcianò si affida a quel principio che lei stessa ha sinteticamente annunciato: “la coerenza degli atti”. Trascurando la circostanza che di atti coerenti è piena la storia dell’umanità: pensate quanta coerenza in Hitler o in Stalin, in Pol Pot o nella dinastia di Kim il Sung, nello sceicco dell’Isis, persino nei miserabili evasori di casa nostra. Ai “valori” neppure accenna: noi purtroppo continuiamo a credere che valori di sinistra esistano e legarsi a questi nell’azione politica potrebbe essere segno di coerenza. Giusto per non giocare all’altalena. Uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, libertà: sembra di rievocare la presa della Bastiglia. Tra le virtù, di un politico, vorremmo annoverare anche la capacità di ricredersi, di pentirsi, di confessare i propri peccati.